Non mi sento fortunato

No, Google, io non mi sento fortunato.

Non mi sento fortunato perché sono nato, punto primo. Ed essere nati implica un solo finale uguale per tutti, ossia che un giorno Signora Morte verrà e quel che avete fatto, l’avete fatto. Complimenti, vi dirà aprendovi la portiera, una vecchia Bentley nera, elegante, il sedile del passeggero un po’ consumato. Il clacson che produce un suono unico, riconoscibile, come se ve lo foste sempre portato dentro quel maledetto suono.

Qualcuno dirà, non importa come va a finire, importa quale strada hai percorso prima che finisca. Non venite a fare i saggi zen illuminati con me. Forse cinque o dieci anni fa queste cazzatelle new-age potevano anche funzionare. Ma la verità è che questa è una valle di lacrime, e non c’è soluzione.

A parte qualche scoglio o qualche isola felice, il resto è tormenta, venti, onde, abissi e cime privi di ossigeno.

Non mi sento fortunato perché non me ne frega nulla del mio vicino di casa o del mio prossimo. Il dolore è egoismo, è rispetto di sé, è identità e solitudine, è anticondivisione. Il resto te lo spacciano, ma la felicità, la gioia suprema puoi procurartele soltanto da solo.

Non credere nel branco o nella comunicazione. Il mondo ha inizio nel momento in cui apri gli occhi e finisce nel momento in cui li chiudi: cosa scegli di vedere?

Qui sta il punto. Perché secondo me molti non vedono, molti stanno rovinosamente precipitando verso la fine e non la vedono.

Però, oh, va bene così. Va bene così. Riprendete pure a digitare, a respirare, sentitevi fortunati.

In fondo lo siamo tutti: figli della fortuna, prigionieri del caso, tessitori di scelte.

Il mare a Parigi

L’altra notte ho fatto un sogno. Ho sognato il mare a Parigi. C’era questo mare scuro, sotto una volta stellata, un manto nero e straziante di inquietudine bagnava le rive della città più bella del mondo. Avrei dovuto essere contento: non è da tutti capitare lì e trovarci anche il mare. Sì, la Senna è sempre la Senna, ma vuoi mettere un bateau mouche che sbarca nella capitale con l’oceano alle spalle? Guardavo questa compagnia tuffarsi nel mare e la guardavo con un’antica nostalgia, e non capivo. Non potevo capire. I sogni si capiscono sempre troppo tardi, e le persone vivono ancorate alla zavorra di piombo della realtà.

Poi mi sono svegliato il giorno seguente, e ho fatto le cose che fanno tutti, banalmente, attendendo quotidianamente e silenziosamente la fine, spesso nella cieca inconsapevolezza. Nell’attesa però, sono meno banale e ogni giorno, più volte al giorno, mi informo.

Mi informo perché sulla mia carta d’identità non c’è scritto soltanto “Italia”, ma qualcosa di più: “Umanità”. Mi informo perché un’ingiustizia commessa nei confronti di una qualsiasi persona dall’altra parte del mondo è un’ingiustizia commessa nei confronti di mio fratello, qui ed ora, in casa mia. Mi informo perché ne ho diritto, mi informo perché è il mio dovere. Mi informo perché per arrivare al grado di complessità e responsabilità odierno ci sono voluti millenni. Mi informo perché questa libertà tolta ai Faraoni, agli Imperatori, ai Re, ai Papi monarca ci è costata cara, carissima. Mi informo, poiché sono. Mi informo perché combatterò il silenzio e l’ignoranza dei singoli con armi d’istruzione di massa. Mi informo, perché quando morirò non sarò stato silenzioso complice o imperturbabile e ligio cittadino, o ancora omertoso cadavere carrierista con la faccia invecchiata di uno scarafaggio, ma sulla mia lapide sarà scritto “Uomo Libero”.

La libertà è la cosa più sacra che abbiamo, più dell’amore, più della bellezza, più della vita stessa, più dei figli, delle mamme, dei papà, di dio, più dei fiori, più del miele che fanno le api, più della tecnologia che ci consente di vivere bene, più dei capolavori dell’arte, più delle guglie gotiche, più delle vette delle montagne, più degli sconosciuti mostri degli abissi, più delle melanzane sott’olio, più degli odori di spezie nei mercati, più di capodanno, più della felicità che leghiamo ai piccoli gesti, più della tenerezza, più della dolcezza, più del più. La libertà. Morire per la libertà non vuol dire morire. Vuol dire: vivere, risorgere, partorire. Vuol dire: bellezza. Senza libertà non c’è niente. Tutto si basa su di essa. E questo i francesi ce lo hanno insegnato. Da sempre la Francia è stata storicamente e socialmente il cuore pulsante delle rivoluzioni europee, dove i borghesi hanno preso la Bastiglia e instaurato la Repubblica, anche sanguinosamente, perché la Società doveva camminare in avanti. Dove gli studenti hanno mostrato al mondo che si poteva essere liberi di amare e di prendere manganellate dai poliziotti, e va bene così. Va bene così. Perché anche questo è libertà.

Ma la Libertà è un urlo che va difeso. Non appena esso tace e noi tacciamo con esso, allora subentra la Morte, la Fine, l’Apocalisse. L’Apocalisse non è un evento di là da venire. Ogni volta che lasciamo che un diritto sia calpestato, deriso, umiliato, quella è l’Apocalisse giuridica e civile. Voi che tacete, voi indifferenti siete complici, guardatevi le mani, guardatele lordate di sangue. Di esso vi sarà reso conto, dazio e se non fate qualcosa, se non contribuite al verso libero dell’Occidente – faro luminoso del mondo moderno – allora siete coinvolti, “anche se sarete assolti”.

Per questo scrivo, per questo vivo. Per fermare la bruttezza e la barbarie di chi crede di fermarci con il piombo. Uccideteci ancora, e noi risorgeremo proprio come “araba fenice” dalle nostre ceneri. Più volte siamo morti, e più volte siamo risorti. È la Storia scritta dagli Uomini Liberi. E non potete fermare la nostra rabbia, non potete fermare il nostro Orgoglio. Siamo sempre gli stessi: testardi più di voi, belli più di voi, liberi più di voi.

Perché la Libertà ci insegna questo: che la vita la vince sempre sulla morte.

E allora sì, a Parigi oggi c’è il mare. Era un mare sotterraneo, si aggirava inquieto nel sottosuolo come i vagabondi della Storia, ma ad un richiamo esso si riversa in strada, si riversa sull’ Avenue des Champs-Élysées, e poi è contagioso, perché il mare non puoi fermarlo, non puoi ostacolarlo e te lo ritrovi sotto il Bundestag, inonda l’Anfiteatro Flavio, corre più veloce dei tori di Pamplona, sposta in avanti le lancette del Big Ben. E ancora una volta l’Europa aprirà la strada, alzerà la torcia e indicherà a tutti la direzione giusta.

#jesuischarlie

#jesuislibertè

#jesuisenvie

Expo 2015: le battaglie ideologiche

In una piovosa giornata novembrina si consumò il fattaccio.

Madre e figlia si dirigono verso il centro commerciale per rifornire le dispense casalinghe; piove a dirotto, scendono dalla macchina e aprono il grande ombrello rosso a pois bianchi. Un breve tratto a piedi e sono dentro, è caldo. Il carrello corre veloce tra gli scaffali: pasta, legumi, farina, zucchero, uova (le galline della famiglia sono in sciopero: eggs strike), agar agar per la panna cotta, peperoni, zucchine: il carrello è pieno a metà.  Le donne, svelte, si dirigono verso il reparto frigo, la temperatura si abbassa preparando il terreno per l’avvenimento. I prezzi sugli scaffali son alti, l’inflazione uccide l’Italia, la crisi l’annienta ma da un ventennio la famiglia, composta da persone coerenti, non ha voluto cambiare le abitudini: il prodotto costa ma è di qualità! La mamma afferra un panetto di burro da 250 grammi, un panetto avvolto da una carta particolarmente colorata, e rivolgendosi alla figlia con sguardo fiero e felice le dice: “Guarda, ho preso il burro light per te!”, la figlia con aria costernata risponde: “Mamma, cosa devo farci con il burro light? Non sono a dieta”. La tensione è palpabile, le donne si guardano ma la mamma mantiene un’espressione affabile e risponde: “Figlia ma non ci sono i grassi, sei o non sei vegetariana?”, parole seguite da un lungo, lunghissimo, momento di silenzio; ad un’affermazione di questo tipo è necessario rispondere con diplomazia ma è davvero difficile, nella sua mente la ragazza pensa a quale collegamento la mamma possa essersi ispirata per queste perle di saggezza popolare. La mamma poggia il panetto nel carrello e riprende la sua corsa. “Figlia mia lo dicono anche in televisione, in vista dell’expo di Milano, che è bene mangiare meno grassi: io sono un genitore giudizioso, sai?!”

Vegetariani VS il mondo del light: le battaglie ideologiche non sono più quelle di una volta.

Viviana Minori

Quale sarà la tua stella?

Non avere paura di “fare la fine di”. I modelli sono tutti sbagliati, gli esempi sono limitazioni. Poniamo che tu riesca a seguire il cosiddetto “buon esempio”. Qual è il tuo buon esempio? Gesù, Buddha, Hitler, Manzoni, Dumas, Milton, Dante? Nessun uomo può essere da esempio ad un altro uomo, per quanto illuminato o oscuro egli sia. Sai perché? Perché, che ti piaccia o meno, tutti sono uguali. E tutti sono diversi. Guardati allo specchio, chiediti chi sei, ma sappi che otterrai la risposta soltanto quando avrai dimenticato la domanda. Soltanto quando avrai attraversato lo specchio.


Il successo? Un ridicolo incidente di percorso. Guarda Robin Williams, grande predicatore, grande attore, nei discorsi dei suoi personaggi è stata spesso esaltata la vita, eppure…O Hemingway, beh, certo, le sue opere resteranno per sempre nella storia della letteratura mondiale, eppure.
Eppure tutto muore, capisci? Vuoi davvero sprecare la tua vita, vorticando intorno a fari che si ergono nella tempesta? Cristo! Sii la tempesta, sii la tua tormenta. Travolgi i fari che incontri lungo il percorso. Travolgili.


Lessi una frase una volta. Sai cosa diceva? Diceva “Quando incontri il Buddha, uccidilo.” I pessimisti diranno che è impossibile, i cinici diranno che è utopico, gli ottimisti diranno che a questo “non siamo ancora pronti”. Cosa ti aspetti? Che qualcuno scruti dal suo divino microscopio e ti appiccichi l’etichetta “pronto per l’uso”?


Tutto è già in te, e quando avrai davvero posato gli occhi sulla tua mano allora potrai riconoscere l’universo e ogni cosa che esso contiene: un pugno di stelle.


Un pugno di stelle. Quale sarà la tua stella?

Halloween, nuovi e vecchi mostri

Il vero mostro non lo devi nominare.

Skuba Libre & Chiazzetta

Il sonno della ragione, ho già avuto modo di dirlo in precedenti post e conversazioni per chi di voi mi seguisse, genera mostre. Quando dicevo o pensavo ciò, non mi riferivo, ovviamente, alle mostre nelle grandi città o capitali, di solito di nomi autorevoli (non tutto l’ipse dixit viene per nuocere!), ma alle mostre presenti nei piccoli paesini, nei piccoli centri suburbani dove a farla da padrone è uno schietto e armato provincialismo tutto nostrano.

La fiera dell’ipocrisia ha il suo fiore all’occhiello in queste piccole mostre dove le persone bazzicano come tanti scarafaggi in cerca di accoppiamento. Di solito nelle loro mani hanno un calice, il quale contiene del vino di bassa qualità, e si avvicinano gli uni agli altri, mentre l’artista, petto in fuori, crede davvero che qualcuno possa apprezzare quelle tele appese ai muri. Ah, cruda vanità del tutto. La Fine ci travolgerà.

Osservato da lontano, questo formicaio culturale è quantomeno divertente. Le vere formiche, pur definendo un raffinato grado di organizzazione sociale, fanno comunque a meno della cultura come pretesto. O magari anche le formiche, nel loro piccolo, hanno un socrate e sognano l’iperuranio! (Trova la formica che è in te! Teologia: il Grande Formichiere esiste o no?)

Non fraintendetemi. Non posso scagliarmi contro la cultura. Anzi, semmai sostengo la Cultura. Dico solo che agli acculturati, preferisco i culturisti. La sincera superficie delle linee è talvolta più apprezzabile degli abissi del nulla.

Sì, perché la Cultura è diventata la Cenerentola del nostro paese, anzi…la meretrice.

La cultura è trattata come una puttana. Basta affibbiare a un evento l’etichetta “culturale” per destare l’attenzione dei più. Non c’è più differenza tra una sagra del porcino e un evento “culturale”. Oggi tutto fa cultura, nel brodo magmatico di uno Stato dal quale spremere fondi e risorse.

Molti eventi sono però circhi per fenomeni da baraccone.

Occorre introdurre il reato di “sfruttamento della cultura”. Qual è però la linea che rimarca il confine tra ciò che è Cultura e ciò che è “culturismo”, folklore “internazionale”, esasperazione del fenomeno locale?

“Notte della Taranta”, nun te reggae più.

Buon Halloween, in ritardo.

Tanto in Italia, è Halloween tutto l’anno.

Ed esser soli in compagnia.

L’uomo è solo.

Amara quanto vera consapevolezza delle nostre vite.

Ma cosa succede quando comprende questa inevitabile realtà?

Da bambini impariamo che la nostra famiglia è la nostra ancora nel mondo, il luogo in cui mai saremo soli, quello in cui qualcuno ci nutre, ci coccola ci ama incondizionatamente, siamo gli incontrastati imperatori di questo nostro mondo o, almeno, lo crediamo…

Si, perché quello stesso mondo è composto da altre persone ognuna delle quali sente il nostro stesso senso di onnipotenza! E tutti, ignari delle sensazioni altrui, continuiamo ad esercitare il nostro augusteo dominio su quel mondo. Creiamo, inconsapevolmente, faide all’interno della nostra stessa cerchia! Idi di marzo nel micromondo che ci rendono già soli come individui, ma che possono renderci degli appetibili alleati o dei terribili nemici.

Tanto per insinuare il dubbio negli animi più “cattoconvintila famiglia è la più geniale forma di contratto sociale istituita dall’uomo. Un numero definito e preordinato di esseri umani, costretti a vivere sotto lo stesso tetto legati da vincoli genetici (Orwell sia con voi) che, in qualche modo, nel corso dei millenni si sono tramutati in forme affettive volte alla conservazione della specie…ed ecco qui, sciorinati l’amore, l’affetto, il bisogno come elementi costitutivi del rapporto umano….e non come semplici necessità biologiche volte alla sopravvivenza.

Ed arriva il momento in cui biologicamente sentiamo l’esigenza di creare la nostra famiglia il nostro piccolo personale impero in cui poter governare incontrastati, ignari delle lotta al potere intestina che si insinua nel nostro regno e restiamo sempre e comunque convinti della nostra invincibilità.

Noi sappiamo di amare la persona con cui abbiamo scelto (?) di condividere il nostro impero, noi  sappiamo che la nostra prole è la nostra ragione di vita (Madri! Ammettete di essere frustrate non vi condannerò per questo) ma non sappiamo che, eliminate le convenzioni sociali, siamo comunque soli con noi stessi ed il nostro cervello…o meglio, con quella parte del nostro cervello che vorrebbe farci uccidere nostra madre, o tradire il nostro compagno con l’idraulico o sgozzare il tizio che non si è fermato allo stop poco fa…insomma con quello che si può chiamare demone interiore ma che io preferisco chiamare la MetaMe .

E quando ti trovi faccia a faccia con il tuo MetaMe ti rendi conto di essere completamente disarmato, solo, inerme. Nessuno ti ha mai spiegato come combatterTI, nessuno ti ha mai detto che possono esserci un numero indefinito di Me che tentano di prendere il sopravvento, lottavi per avere il tuo posto nel tuo micromondo, ma non ti accorgi che dovresti avere un mondo nel tuo Me . E ti rendi conto che da solo non puoi farlo.

No, non è una bandiera bianca questa.

Un bravo condottiero sa che per combattere ha bisogno di un esercito.

Hai bisogno del tuo esercito. Dei soldati. Del tuo secondo. Dei tuoi vessilli.

Forse è questo il vero senso della famiglia . Un esercito con un obiettivo.

Male che vada cadrete in guerra.

E nessuno si ricorderà di voi.

Laetitia

Nobel all’Italiana

Avere un Nobel in famiglia deve essere scomodo.

“Tuo zio è un Nobel.”

“Oh, il papà di quello è premio Nobel!”

“Suo nonno è un Nobel!”

“E che minchia è un Nobel?” – Bertu si aggiustò il basco, masticò l’ultimo pezzo di tabacco e poi lo sputò via. Uno sputo nerastro sulla terra vergine battuta dal sole siculo del meridio.

“Te lo danno macari a tia, se sei bravo in quarchi arti.” – gli rispose Fofò.

“Io a moriri sono bravo.” – gli rispose Bertu.

I nobel non li danno ai Gattopardi.

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