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Elvis è vivo

Vengo dal deserto. Ho sempre pensato che venire dal deserto sia l’ideale. La gente pensa di te che spunti dal nulla e quindi sei il nulla. Gran parte della gente ragiona per associazioni mentali. Questo ti dà un vantaggio. Puoi tenere un profilo basso. Come i poliziotti che lavorano in incognito. Poi un bel giorno, salti sul palco e ti prendi la scena. Questo è quello che si intende quando dicono “È venuto su dal nulla.” La verità è che nessuno viene su dal nulla. C’è sempre un deserto alle spalle. Il punto è che pochi conoscono il deserto.

Uscendo fuori dal grande deserto, sono finito in questo Hotel Cuori Infranti. Il posto ideale per uno che cerca storie da raccontare. L’hotel è di quelli che si trovano sulla tangenziale ovest, direzione Las Vegas probabilmente. Abbiamo tutti una Las Vegas nel cuore, e abbiamo tutti una strada dissestata in attesa di lavori eterni. Quello è il posto giusto. Non uscirai con il cuore riparato, ma avrai una buona storia da raccontare tra le mani. E non è poco. Avere una chitarra, una voce per raccontare e qualcuno che ti ascolti. Direi che può bastare.

Il tizio si chiama Tupec. Raccogliere la sua storia mi costa in totale otto dita di rum e un sigaro. Più il mio di bicchiere, mentre prendevo appunti. Tupec è uno che gira sui palchi e all’Hotel Cuori Infranti è uno di casa. Essere di casa in un hotel è roba da rappresentanti commerciali, scrittori accademici e puttane. Sul lavoro Tupec preferisce farsi chiamare Elvis, perché è quello che fa: Elvis. E lo fa tremendamente bene. Questa sera è andato liscio, sia con il rum che con il resto. Ha fatto ballare ed ha ballato, movimento di bacino, applausi e di nuovo nel camerino. Appendere la giacca, posare la chitarra, dismettere il cuore e riprendere quello vecchio dal baule. La parte più difficile, dice, è smettere di essere Elvis quando scendi dal palco ed iniziare ad essere Tupec. Non è facile. La gente ti guarda e vede sempre Elvis e magari si aspetta che mentre sei dal fruttivendolo fai un bel movimento di bacino. Questo quando sei fortunato.

Il più delle volte invece sono sguardi di compassione. Ah, guardatelo! Un altro coglione che si crede di essere Elvis. Qualcuno si gira e ridacchia. Le prime volte davo loro una bella ripassata, poi il pelo si è un po’ avvizzito e ho iniziato a dare più di schiuma e tinta, che di mano e calci.

Gli chiedo, oltre ad essere Elvis qual è la cosa più rock che hai fatto in vita tua?

Sposare Jenny, mi risponde.

E ora Jenny dov’è?

Jenny è alle Hawaii – finisce scolare il suo rum e poi ripete con aria mesta – Jenny è alle Hawaii.

Decido di non indagare. Ovunque sia e qualunque cosa faccia, Jenny non è lì con lui. E questo spiega molte cose. Ma non tutto. Continuo a chiedere. Non bisogna farsi problemi a chiedere, alla vita, alle persone, persino alle cose.

Hai figli?

Aggrotta la fronte, come se facesse fatica a ricordare. Sì, Leila, dice. Ma anche Leila non la vede più da una vita. Deve essere da qualche parte nel Wisconsin, si è fatta una vita e si sentono due volte l’anno. Per il Ringraziamento e per il compleanno di Tupec. Lei lo chiama Tupec, lui la chiama da telefoni fissi.

È questa la vita che volevi, Tupec?

Questa è la vita che voleva Elvis, mi risponde. Si è fatto tardi. Ha detto che va a dormire. Ma ha ancora molto da raccontarmi. Dice che lo farà tra due sere. Hotel Calipso, a soli dieci chilometri da Las Vegas. Ha un altro spettacolo. Gli dico che ci vediamo lì. Quando sta per salire le scale per andare su in camera, si volta, e nel silenzio della hall la sua voce quasi rimbomba.

Hai presente quella storia?

Quale storia?

Quella che dicono che Elvis non è morto. Che sta da qualche parte, su un’isola, insieme a tutti.

Ah, sì. La leggenda, faccio io.

No, è vero.

Cosa?, gli rispondo sorridendo.

È la parte dell’isola che è sbagliata. Non è lì fuori, lontano.

E dov’è?, gli faccio.

Non ha importanza dove -sale ancora due gradini, sparisce nel buio.

Poi dice: “Elvis è vivo. – ripete – Scrivi questo sul tuo pezzo. Elvis è vivo.”

Non ho più visto Tupec. Neanche due sere dopo, all’Hotel Calipso. Ho chiesto di lui, e nessuno sa dirmi nulla. Anche l’Hotel Cuori Infranti nega di aver mai ospitato un personaggio del genere. Il barista dell’hotel sostiene che sia frutto della mia fantasia o del rum. Ma questo non ha importanza. Tupec è morto. Elvis è vivo.

Elvis è vivo

Ciao Merluzzi, e ciao Vongole. 

Era un po’ che non scrivevo sul blog. E la cosa non mi mancava, a dire il vero. Voglio dire, non sai davvero quanto ti manca una persona o una cosa, finché non inizia a mancarti sul serio. C’è un momento preciso in cui questo accade. Sai quando ti mancano le chiavi di casa? Quando devi entrare a casa e ti accorgi di averle perdute. Il mondo è pieno di cose inutili che diventano incredibilmente indispensabili soltanto in un preciso istante. Con le persone è un po’ diverso. Queste di solito ti mancano sul serio quando hanno smesso di essere “utili” e iniziano ad essere qualcosa di più di un preciso istante. Iniziano a diventare una macchia che si espande sulla soffitta. E tu non ti prendi cura della dannata umidità. Dici che un giorno lo farai. Che andrai lì e rivernicerai. Ma intanto la macchia si espande, ed è un tempo maledettamente umido.

Mai avuto un autunno così umido da queste parti, credetemi.

Con questo genere di macchie puoi fare solo una cosa. Dare una bella mano di vernice a tutte queste chiacchiere, a queste voci dentro la testa, dire al burattinaio “Smettila, lo so bene che è tutta una finta, vai al finale della storia e facciamola finita con queste marionette.” Sì, è una soluzione, te la passo.

Oppure puoi aspettare che tutto l’intonaco cada a pezzi e magari fingere che si tratti di “arte contemporanea”. Una bella targhetta. Decadenza, intonaco su pavimento. Museo delle Aspettative. Vernissage. Niente va più di moda dell’edonismo dolcificato di questi falsi artisti.

Ma tu, che non sei né imbianchino né artista, avresti una terza possibilità, contro ogni logica. Andare. Che si prenda tutta la casa l’umidità, che si prenda il mondo, che si prenda Vicolo Corto e pure Parco della Vittoria. Le strade che percorriamo sono fuori dalle rotte dei monopolisti delle emozioni, dei detentori di citazioni. Via.

Ho iniziato a girare. Sono finito in questo Hotel Cuori Infranti. Il posto ideale per uno che cerca storie da raccontare. L’hotel è di quelli che si trovano sulla tangenziale ovest, direzione Las Vegas probabilmente. Abbiamo tutti una Las Vegas nel cuore, e abbiamo tutti una strada dissestata in attesa di lavori eterni. Quello è il posto giusto. Non uscirai con il cuore riparato, ma avrai una buona storia da raccontare tra le mani. E non è poco. Avere una chitarra, una voce per raccontare e qualcuno che ti ascolti. Direi che può bastare.

Il tizio si chiama Tupec. Raccogliere la sua storia mi costa in totale otto dita di rum e un sigaro. Più il mio di bicchiere, mentre prendevo appunti. Tupec è uno che gira sui palchi e all’Hotel Cuori Infranti è uno di casa. Essere di casa in un hotel è roba da rappresentanti commerciali, scrittori accademici e puttane. Sul lavoro Tupec preferisce farsi chiamare Elvis, perché è quello che fa: Elvis. E lo fa tremendamente bene. Questa sera è andato liscio, sia con il rum che con il resto. Ha fatto ballare ed ha ballato, movimento di bacino, applausi e di nuovo nel camerino. Appendere la giacca, posare la chitarra, dismettere il cuore e riprendere quello vecchio dal baule. La parte più difficile, dice, è smettere di essere Elvis quando scendi dal palco ed iniziare ad essere Tupec. Non è facile. La gente ti guarda e vede sempre Elvis e magari si aspetta che mentre sei dal fruttivendolo fai un bel movimento di bacino. Questo quando sei fortunato.

Il più delle volte invece sono sguardi di compassione. Ah, guardatelo! Un altro coglione che si crede di essere Elvis. Qualcuno si gira e ridacchia. Le prime volte davo loro una bella ripassata, poi il pelo si è un po’ avvizzito e ho iniziato a dare più di schiuma e tinta, che di mano e calci.

Gli chiedo, oltre ad essere Elvis qual è la cosa più rock che hai fatto in vita tua?

Sposare Jenny, mi risponde.

E ora Jenny dov’è?

Jenny è alle Hawaii – finisce scolare il suo rum e poi ripete con aria mesta – Jenny è alle Hawaii.

Decido di non indagare. Ovunque sia e qualunque cosa faccia, Jenny non è lì con lui. E questo spiega molte cose. Ma non tutto. Continuo a chiedere. Non bisogna farsi problemi a chiedere, alla vita, alle persone, persino alle cose.

Hai figli?

Aggrotta la fronte, come se facesse fatica a ricordare. Sì, Leila, dice. Ma anche Leila non la vede più da una vita. Deve essere da qualche parte nel Wisconsin, si è fatta una vita e si sentono due volte l’anno. Per il Ringraziamento e per il compleanno di Tupec. Lei lo chiama Tupec, lui la chiama da telefoni fissi.

È questa la vita che volevi, Tupec?

Questa è la vita che voleva Elvis, mi risponde. Si è fatto tardi. Ha detto che va a dormire. Ma ha ancora molto da raccontarmi. Dice che lo farà tra due sere. Hotel Calipso, a soli dieci chilometri da Las Vegas. Ha un altro spettacolo. Gli dico che ci vediamo lì. Quando sta per salire le scale per andare su in camera, si volta, e nel silenzio della hall la sua voce quasi rimbomba.

Hai presente quella storia?

Quale storia?

Quella che dicono che Elvis non è morto. Che sta da qualche parte, su un’isola, insieme a tutti.

Ah, sì. La leggenda, faccio io.

No, è vero.

Cosa?, gli rispondo sorridendo.

È la parte dell’isola che è sbagliata. Non è lì fuori, lontano.

E dov’è?, gli faccio.

Non ha importanza dove -sale ancora due gradini, sparisce nel buio.

Poi dice: “Elvis è vivo. – ripete – Scrivi questo sul tuo pezzo. Elvis è vivo.”

Non ho più visto Tupec. Neanche due sere dopo, all’Hotel Calipso. Ho chiesto di lui, e nessuno sa dirmi nulla. Anche l’Hotel Cuori Infranti nega di aver mai ospitato un personaggio del genere. Il barista dell’hotel sostiene che sia frutto della mia fantasia o del rum. Ma questo non ha importanza. Tupec è morto. Elvis è vivo.

Questo maledetto “vivere” (scusa, Kerouac)

Questo non sarà un articolo nato da una ricerca accademica, e neanche qualcosa di ironico. Quindi per chi cercasse queste due categorie di lettura, può anche chiudere qui questo post. Gli altri che non hanno di meglio da fare, possono pure proseguire.

Tutto ha avuto inizio con Kerouac. C’è sempre un capro espiatorio. Una data zero nella quale fissare l’inizio dell’Universo, o almeno un calendario, più o meno gregoriano. Avrebbe potuto trattarsi, forse, anche di un libretto di spiegazione (li fanno ancora i libretti d’istruzione? C’è ancora qualcuno che ha voglia d’istruirsi?) sul funzionamento dell’ultimo modello di lavatrice.

Il punto è come si guarda il mondo. Poi saremo anche liberi di fare la nostra caccia mentale alle streghe mentre ce ne stiamo sdraiati sul lettino dello psicanalista, o sul letto di un anonimo motel in terra straniera, chiedendoci, in entrambi i casi:

Come sono arrivato a questo punto?

Ma, dicevamo, Kerouac. A mio modo di vedere posso dire che oggi ho travisato la sua lettura, la lettura, certamente insufficiente all’epoca, di “On the road”. E, aggiungo, con l’occhio clinico e distaccato di un medico legale davanti alla lettiga di un cadavere:

Si è trattato di un mix.

Mix: parola dall’aria vagamente anglosassone e minacciosa. Sarà stata l’età, le domande irrisolte che uno si portava dentro, la voglia di avere tutto e subito come Al Pacino:

Io voglio il mondo, chico, e tutto quello che c’è dentro

Legittima pretesa, è vero. Forse.

Ma in tutto questo è capitato Kerouac: mito che si è costruito e con il tempo si è allungato come un’ombra sulle nostre esistenze. Ma siamo noi a costruire i miti, siamo noi i responsabili dei totem. E le ombre si allungano, quando il sole tramonta.

Ignaro del tramonto del sole, mi sono fidato dell’ombra (non di Kerouac, che non ha nessuna colpa).

La parola “vivere” ha iniziato a inseguirmi, ad inseguirci (ero in buona compagnia), cercando da sè una risposta impossibile.

Ogni volta che dicevo “Sono vivo”, la voce giungeva dalle profondità dell’oltretomba. Ogni volta che dicevo “Ecco, sono arrivato!”, di nuovo tutto sfuggiva. Eppure avevo letto Siddharta ben prima di “Sulla strada”. Ma, nello stesso modo in cui c’è un tempo per ogni lettura, c’è un tempo per ogni prospettiva.

La verità è che non c’è nessuna verità da affermare o declamare. Vivere? Tanto semplice quanto banale. Oggi forse so. E non voglio né togliere il “forse”, né provare a spiegare. Perché se ne andrebbe via tutta la meraviglia.

E poi il dolore, e la retorica, e le parole, e la gioia…dobbiamo chiudere questa partita. E la si chiude solo in un modo: continuando a giocare.

Fotografia di Matt Bower

Istruzioni per non morire (di domenica)

  1. Fate l’amore, in ogni modo possibile, in ogni minuto
  2. Spaiate i calzini, il caso li ricondurrà sulla stessa strada
  3. Mettete su un disco e ballate: ballate come se non ci fosse un domani
  4. Abbiate nostalgia di ciò che verrà
  5. Correte, con le nuvole alle calcagna
  6. Suonate a un citofono a caso e annunciate: “Io sono il tuo Destino”
  7. Frantumatevi, ricomponetevi, frantumatevi di nuovo
  8. Siate grati anche se non sapete ancora esattamente per cosa
  9. Lasciate i capelli al Vento: lui conosce la direzione
  10. Dimenticate le istruzioni e ricominciate tutto da capo

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Ei fu, siccome immobile… (dato il mutuo a tasso fisso).

5 Maggio…primavera…Dannata allergia…

5 Maggio…C’è sciopero quest’anno….che sciopero? Boh… Però stiamo a casa…

5 Maggio…Ma ha riaperto la panineria all’aperto? Si? Fico!

5 Maggio… Che fanno stasera in tv?

5 Maggio…Non ci bastano i soldi sto mese…

5 Maggio…Ma come aumentano la rata del mutuo? Ma non era in recessione la crisi?

5 Maggio…E’ quel periodo dell’anno in cui non sai come vestirti no? Fa caldo, poi rinfresca, poi piove boh…

5 Maggio…Ha chiuso un altro storico cinema della mia infanzia! Sti ladri al governo…ora scarico quel film che parla proprio di questo…L’hai visto te?

5 Maggio…Oh, ma è lunga sta poesia però…

5 Maggio….Era meglio se andavamo in affitto…almeno se non riesci a pagarlo non paghi e basta…

5 Maggio….Non ti servono poesie se non hai di che mangiare…

5 Maggio…Non ti servono parole se non hai di che pensare…

5 Maggio…Quest’estate devo lavorare…

5 Maggio…Si trovano già le ciliegie?

5 Maggio…Chi l’ha scritta sta poesia?

5 Maggio…Com’era il concerto quest’anno?…

5 Maggio…Ma sti barconi che affondano?

5 Maggio…Il popolo non ha pane? Che gli vengano date delle baguette…

5 Maggio…

Fu vera gloria? Ai posteri

L’ardua sentenza: nui

Chiniam la fronte al Massimo

Fattor, che volle in lui

Del creator suo spirito

Più vasta orma stampar.

 Laetitia

Essere Pacman.

Non importa chi sei, importa solo una cosa: sei quello che mangia o quello che viene mangiato?

Questa è la domanda, caro Amleto. Ed essa mi martella incessantemente la testa, da quando sono nato. Non so chi è il Giocatore che mi comanda, ma so perché sono qui, in questo labirinto. L’universo è unidimensionale, non puoi decidere quale sarà il tuo destino tra le sue pareti blu, ma puoi decidere quale fine farai.

Se mangiare o essere mangiato. Che il tuo ambiente si chiami savana o circolo polare artico, che tu sia un leone o una gazzella o un pinguino, sei comunque, amico mio, nel grande gioco della vita. Aprire e chiudere la bocca. Una volta tocca a te, una volta tocca a loro.

Ogni giorno il sole nasce e tramonta tra queste pareti, ogni giorno io percorro i corridoi disseminati di frutta, fragole, arance, mele, acini d’uva, campane, chiavi…la mitica chiave. Ma non farti ingannare, fratello. Prendi pure la chiave, pensi di aver capito tutto, pensi che adesso aprirai la porta, l’ultima porta dell’albergo, nell’ultimo piano, nell’ultimo livello, la stanza 256.

La leggenda narra che nessuno è mai riuscito ad aprire la 256. Il Giocatore non lo consente. Queste sono le regole del Gioco. Ed il Gioco crea il Giocatore, non il contrario.

Ma io ce l’ho fatta…

Io ho visto. Io ho ucciso milioni di fantasmi, ingurgitato miliardi di pillole nel loro fottuto labirinto, ho deglutito chili di fruttosio e sono arrivato fino in fondo, sì.

E dietro la porta, dietro la porta 256…

Funzione…terminata…

Bug…Errore…

Mangiare o essere mangiato.

Non farti altre domande.

Non aprire altre porte.

Sei nato per essere Pacman.

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