Ei fu, siccome immobile… (dato il mutuo a tasso fisso).

5 Maggio…primavera…Dannata allergia…

5 Maggio…C’è sciopero quest’anno….che sciopero? Boh… Però stiamo a casa…

5 Maggio…Ma ha riaperto la panineria all’aperto? Si? Fico!

5 Maggio… Che fanno stasera in tv?

5 Maggio…Non ci bastano i soldi sto mese…

5 Maggio…Ma come aumentano la rata del mutuo? Ma non era in recessione la crisi?

5 Maggio…E’ quel periodo dell’anno in cui non sai come vestirti no? Fa caldo, poi rinfresca, poi piove boh…

5 Maggio…Ha chiuso un altro storico cinema della mia infanzia! Sti ladri al governo…ora scarico quel film che parla proprio di questo…L’hai visto te?

5 Maggio…Oh, ma è lunga sta poesia però…

5 Maggio….Era meglio se andavamo in affitto…almeno se non riesci a pagarlo non paghi e basta…

5 Maggio….Non ti servono poesie se non hai di che mangiare…

5 Maggio…Non ti servono parole se non hai di che pensare…

5 Maggio…Quest’estate devo lavorare…

5 Maggio…Si trovano già le ciliegie?

5 Maggio…Chi l’ha scritta sta poesia?

5 Maggio…Com’era il concerto quest’anno?…

5 Maggio…Ma sti barconi che affondano?

5 Maggio…Il popolo non ha pane? Che gli vengano date delle baguette…

5 Maggio…

Fu vera gloria? Ai posteri

L’ardua sentenza: nui

Chiniam la fronte al Massimo

Fattor, che volle in lui

Del creator suo spirito

Più vasta orma stampar.

 Laetitia

Essere Pacman.

Non importa chi sei, importa solo una cosa: sei quello che mangia o quello che viene mangiato?

Questa è la domanda, caro Amleto. Ed essa mi martella incessantemente la testa, da quando sono nato. Non so chi è il Giocatore che mi comanda, ma so perché sono qui, in questo labirinto. L’universo è unidimensionale, non puoi decidere quale sarà il tuo destino tra le sue pareti blu, ma puoi decidere quale fine farai.

Se mangiare o essere mangiato. Che il tuo ambiente si chiami savana o circolo polare artico, che tu sia un leone o una gazzella o un pinguino, sei comunque, amico mio, nel grande gioco della vita. Aprire e chiudere la bocca. Una volta tocca a te, una volta tocca a loro.

Ogni giorno il sole nasce e tramonta tra queste pareti, ogni giorno io percorro i corridoi disseminati di frutta, fragole, arance, mele, acini d’uva, campane, chiavi…la mitica chiave. Ma non farti ingannare, fratello. Prendi pure la chiave, pensi di aver capito tutto, pensi che adesso aprirai la porta, l’ultima porta dell’albergo, nell’ultimo piano, nell’ultimo livello, la stanza 256.

La leggenda narra che nessuno è mai riuscito ad aprire la 256. Il Giocatore non lo consente. Queste sono le regole del Gioco. Ed il Gioco crea il Giocatore, non il contrario.

Ma io ce l’ho fatta…

Io ho visto. Io ho ucciso milioni di fantasmi, ingurgitato miliardi di pillole nel loro fottuto labirinto, ho deglutito chili di fruttosio e sono arrivato fino in fondo, sì.

E dietro la porta, dietro la porta 256…

Funzione…terminata…

Bug…Errore…

Mangiare o essere mangiato.

Non farti altre domande.

Non aprire altre porte.

Sei nato per essere Pacman.

Autocombustione del Genio

« Oggi, spero che sia tu a morire, venga il tuo destino oscuro, sotto la mia lancia.Tu da questa mischia non sfuggirai vivo! Sciocco, perché hai sterminato crudelmente i Troiani, dichiarandoti il più potente degli uomini?Poiché ti vanti di essere l’immortale figlio di una Nereide? »

(Commento di Memnone ad Achille Quinto Smirneo, Posthomerica, libro II, versi 516-521.)

Il Genio in questa umanità è condannato a una rapida autocombustione, in quanto il suo apocalittico incendio interiore segnerebbe la fine del mondo per come lo conosciamo.

Assumiamo come punto di riferimento Van Gogh, ma potrei nominarne altri. Un solo nome in più corpi e storie diverse.

Van Gogh è la demarcazione tra la luce e le tenebre, la dimostrazione che, pur non sussistendo una netta discrasia tra questi due valori ma anzi una caotica osmosi che consente all’uno e all’altro di sopravvivere, si può tuttavia scegliere. Ecco il genio è colui che, pur avendo scelto, non sceglie. Egli ha il compito di plasmare la Bellezza e di combattere nelle trincee assolute ed immanenti del quotidiano vivere, fosse fatte di telefoni che squillano, liti assurde su dettagli macroscopici, la fisiologia sfuggente dei corpi che si tramuta in aiuole di noia, di odio, di risentimento, ma anche di superflua felicità, di venti destinati a morire dietro il primo vicolo, strisce pedonali per zebre d’asfalto, luoghi comuni ma privatizzati dall’ansia dell’individualismo.

Ma quando diciamo che un genio è “incompreso”, ecco questo è il peggiore dei luoghi comuni. Nell’amore non c’è comprensione, ma compromesso. Non c’è lotta interiore, ma alternata sopraffazione, caccia e bottino. La preda penzola dissanguata dai denti del lupo. Non c’è bene o male in ciò, ma sofferenza. La sofferenza è il prodotto dell’incomprensione di una natura che non discerne tra bene e male, ma è autenticamente e originariamente amorale. L’amore è naturalmente amorale e qualsiasi rapporto nasce in questa amoralità.

Il Genio ha invece la pretesa di rompere questa crudezza e ricostruisce artificiosamente (dio è un artificio e il genio è un artificiere che si prepara a sminare l’anima degli uomini) la Bellezza.

Ma cos’è in fondo la Bellezza? La Bellezza non ha nulla a che vedere con le banali sfere dell’oggettività e della soggettività. Dimenticatele. Essa è καλὸς καὶ ἀγαθός (trasl. kalòs kai agathòs), cioè l’unione di “bello e buono”, non c’è estetica che non sia condizionata dall’etica. Ecco perché, citando un poeta moderno, “la guerra è bella anche se fa male”.

Ma il Genio, il depositario di questo detonatore, è condannato alla Solitudine. Egli siede su uno scranno di morti, di teschi, di ossari fradici e consumati dal tempo, e sogna la vita. Siamo qui per il sogno di qualcuno.

Volere o Essere?

Volere è Potere.

Se vuoi, puoi.

Non volevi veramente, perché se davvero avessi voluto…

Basta che tu lo voglia.

Balle. Va bene? Balle. La volontà è niente. L’uomo moderno vive nel delirio assoluto di un volere-potere che viene dispiegato nei confronti di se stesso e del mondo aderendo così a un “ego” in totale disarmonia con l’essere. La vera domanda, caro Fromm, non è tra “avere” o “essere”. Ma tra volere o essere.

In un film si citava una maledizione gitana: “Che tutti i tuoi desideri possano realizzarsi.” Questa frase veniva interpretata come una maledizione e non come un augurio. Insomma siamo veramente sicuri di “volere” ciò che “vogliamo”? O un giorno lontano, come nel film di Birdman, ci ritroveremo a dire “Come siamo arrivati a questo punto?”

Abbiamo inseguito tutti i nostri desideri, confondendoli con noi stessi. Desiderio dopo desiderio, progetto dopo progetto, fare dopo fare, ci siamo dimenticati chi eravamo. Chi potevamo essere senza bisogno di dimostrarlo. C’è una landa, una prateria sconfinata lì fuori dove un desiderio vale l’altro, dove non importa l’unicità, ma il sentire.

Il trait d’union o se preferite il filo di Arianna di tutto questo discorso, lo gnommero di gaddiana memoria, sta nel fatto che volere non basta. Per operare coscienziosamente, al di là della nostra apparente volontà, occorre un istinto non mediato da false costruzioni sociali e razionali, che peraltro con la “società” e con la “ragione” non hanno nulla a che vedere.

Non si ama perché si vuole, ma perché si è attratti. E se questa è la legge che regola il fondamento della vita, allora dobbiamo agire per agire, fare in quanto attratti, inspiegabilmente, da un percorso interiore.

Viaggiare per viaggiare e non per arrivare. 

Allora non ci chiederemo più “come siamo arrivati fin qui”, ma smetteremo semplicemente di farci domande, e torneremo, ancora e ancora.

Emma Stone in Birdman

Non mi sento fortunato

No, Google, io non mi sento fortunato.

Non mi sento fortunato perché sono nato, punto primo. Ed essere nati implica un solo finale uguale per tutti, ossia che un giorno Signora Morte verrà e quel che avete fatto, l’avete fatto. Complimenti, vi dirà aprendovi la portiera, una vecchia Bentley nera, elegante, il sedile del passeggero un po’ consumato. Il clacson che produce un suono unico, riconoscibile, come se ve lo foste sempre portato dentro quel maledetto suono.

Qualcuno dirà, non importa come va a finire, importa quale strada hai percorso prima che finisca. Non venite a fare i saggi zen illuminati con me. Forse cinque o dieci anni fa queste cazzatelle new-age potevano anche funzionare. Ma la verità è che questa è una valle di lacrime, e non c’è soluzione.

A parte qualche scoglio o qualche isola felice, il resto è tormenta, venti, onde, abissi e cime privi di ossigeno.

Non mi sento fortunato perché non me ne frega nulla del mio vicino di casa o del mio prossimo. Il dolore è egoismo, è rispetto di sé, è identità e solitudine, è anticondivisione. Il resto te lo spacciano, ma la felicità, la gioia suprema puoi procurartele soltanto da solo.

Non credere nel branco o nella comunicazione. Il mondo ha inizio nel momento in cui apri gli occhi e finisce nel momento in cui li chiudi: cosa scegli di vedere?

Qui sta il punto. Perché secondo me molti non vedono, molti stanno rovinosamente precipitando verso la fine e non la vedono.

Però, oh, va bene così. Va bene così. Riprendete pure a digitare, a respirare, sentitevi fortunati.

In fondo lo siamo tutti: figli della fortuna, prigionieri del caso, tessitori di scelte.

Il mare a Parigi

L’altra notte ho fatto un sogno. Ho sognato il mare a Parigi. C’era questo mare scuro, sotto una volta stellata, un manto nero e straziante di inquietudine bagnava le rive della città più bella del mondo. Avrei dovuto essere contento: non è da tutti capitare lì e trovarci anche il mare. Sì, la Senna è sempre la Senna, ma vuoi mettere un bateau mouche che sbarca nella capitale con l’oceano alle spalle? Guardavo questa compagnia tuffarsi nel mare e la guardavo con un’antica nostalgia, e non capivo. Non potevo capire. I sogni si capiscono sempre troppo tardi, e le persone vivono ancorate alla zavorra di piombo della realtà.

Poi mi sono svegliato il giorno seguente, e ho fatto le cose che fanno tutti, banalmente, attendendo quotidianamente e silenziosamente la fine, spesso nella cieca inconsapevolezza. Nell’attesa però, sono meno banale e ogni giorno, più volte al giorno, mi informo.

Mi informo perché sulla mia carta d’identità non c’è scritto soltanto “Italia”, ma qualcosa di più: “Umanità”. Mi informo perché un’ingiustizia commessa nei confronti di una qualsiasi persona dall’altra parte del mondo è un’ingiustizia commessa nei confronti di mio fratello, qui ed ora, in casa mia. Mi informo perché ne ho diritto, mi informo perché è il mio dovere. Mi informo perché per arrivare al grado di complessità e responsabilità odierno ci sono voluti millenni. Mi informo perché questa libertà tolta ai Faraoni, agli Imperatori, ai Re, ai Papi monarca ci è costata cara, carissima. Mi informo, poiché sono. Mi informo perché combatterò il silenzio e l’ignoranza dei singoli con armi d’istruzione di massa. Mi informo, perché quando morirò non sarò stato silenzioso complice o imperturbabile e ligio cittadino, o ancora omertoso cadavere carrierista con la faccia invecchiata di uno scarafaggio, ma sulla mia lapide sarà scritto “Uomo Libero”.

La libertà è la cosa più sacra che abbiamo, più dell’amore, più della bellezza, più della vita stessa, più dei figli, delle mamme, dei papà, di dio, più dei fiori, più del miele che fanno le api, più della tecnologia che ci consente di vivere bene, più dei capolavori dell’arte, più delle guglie gotiche, più delle vette delle montagne, più degli sconosciuti mostri degli abissi, più delle melanzane sott’olio, più degli odori di spezie nei mercati, più di capodanno, più della felicità che leghiamo ai piccoli gesti, più della tenerezza, più della dolcezza, più del più. La libertà. Morire per la libertà non vuol dire morire. Vuol dire: vivere, risorgere, partorire. Vuol dire: bellezza. Senza libertà non c’è niente. Tutto si basa su di essa. E questo i francesi ce lo hanno insegnato. Da sempre la Francia è stata storicamente e socialmente il cuore pulsante delle rivoluzioni europee, dove i borghesi hanno preso la Bastiglia e instaurato la Repubblica, anche sanguinosamente, perché la Società doveva camminare in avanti. Dove gli studenti hanno mostrato al mondo che si poteva essere liberi di amare e di prendere manganellate dai poliziotti, e va bene così. Va bene così. Perché anche questo è libertà.

Ma la Libertà è un urlo che va difeso. Non appena esso tace e noi tacciamo con esso, allora subentra la Morte, la Fine, l’Apocalisse. L’Apocalisse non è un evento di là da venire. Ogni volta che lasciamo che un diritto sia calpestato, deriso, umiliato, quella è l’Apocalisse giuridica e civile. Voi che tacete, voi indifferenti siete complici, guardatevi le mani, guardatele lordate di sangue. Di esso vi sarà reso conto, dazio e se non fate qualcosa, se non contribuite al verso libero dell’Occidente – faro luminoso del mondo moderno – allora siete coinvolti, “anche se sarete assolti”.

Per questo scrivo, per questo vivo. Per fermare la bruttezza e la barbarie di chi crede di fermarci con il piombo. Uccideteci ancora, e noi risorgeremo proprio come “araba fenice” dalle nostre ceneri. Più volte siamo morti, e più volte siamo risorti. È la Storia scritta dagli Uomini Liberi. E non potete fermare la nostra rabbia, non potete fermare il nostro Orgoglio. Siamo sempre gli stessi: testardi più di voi, belli più di voi, liberi più di voi.

Perché la Libertà ci insegna questo: che la vita la vince sempre sulla morte.

E allora sì, a Parigi oggi c’è il mare. Era un mare sotterraneo, si aggirava inquieto nel sottosuolo come i vagabondi della Storia, ma ad un richiamo esso si riversa in strada, si riversa sull’ Avenue des Champs-Élysées, e poi è contagioso, perché il mare non puoi fermarlo, non puoi ostacolarlo e te lo ritrovi sotto il Bundestag, inonda l’Anfiteatro Flavio, corre più veloce dei tori di Pamplona, sposta in avanti le lancette del Big Ben. E ancora una volta l’Europa aprirà la strada, alzerà la torcia e indicherà a tutti la direzione giusta.

#jesuischarlie

#jesuislibertè

#jesuisenvie

Expo 2015: le battaglie ideologiche

In una piovosa giornata novembrina si consumò il fattaccio.

Madre e figlia si dirigono verso il centro commerciale per rifornire le dispense casalinghe; piove a dirotto, scendono dalla macchina e aprono il grande ombrello rosso a pois bianchi. Un breve tratto a piedi e sono dentro, è caldo. Il carrello corre veloce tra gli scaffali: pasta, legumi, farina, zucchero, uova (le galline della famiglia sono in sciopero: eggs strike), agar agar per la panna cotta, peperoni, zucchine: il carrello è pieno a metà.  Le donne, svelte, si dirigono verso il reparto frigo, la temperatura si abbassa preparando il terreno per l’avvenimento. I prezzi sugli scaffali son alti, l’inflazione uccide l’Italia, la crisi l’annienta ma da un ventennio la famiglia, composta da persone coerenti, non ha voluto cambiare le abitudini: il prodotto costa ma è di qualità! La mamma afferra un panetto di burro da 250 grammi, un panetto avvolto da una carta particolarmente colorata, e rivolgendosi alla figlia con sguardo fiero e felice le dice: “Guarda, ho preso il burro light per te!”, la figlia con aria costernata risponde: “Mamma, cosa devo farci con il burro light? Non sono a dieta”. La tensione è palpabile, le donne si guardano ma la mamma mantiene un’espressione affabile e risponde: “Figlia ma non ci sono i grassi, sei o non sei vegetariana?”, parole seguite da un lungo, lunghissimo, momento di silenzio; ad un’affermazione di questo tipo è necessario rispondere con diplomazia ma è davvero difficile, nella sua mente la ragazza pensa a quale collegamento la mamma possa essersi ispirata per queste perle di saggezza popolare. La mamma poggia il panetto nel carrello e riprende la sua corsa. “Figlia mia lo dicono anche in televisione, in vista dell’expo di Milano, che è bene mangiare meno grassi: io sono un genitore giudizioso, sai?!”

Vegetariani VS il mondo del light: le battaglie ideologiche non sono più quelle di una volta.

Viviana Minori

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