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Agendarmi

Inizia l’anno, come ogni anno e l’agendina verrà a cercarti. Anzi, ti verrà spesso regalata. Chi non ne ha mai ricevuta dal proprio macellaio di fiducia o dal proprio barbiere? Oppure, quando vai da Mario, dopo l’ennesimo caffè, e ti dice con cuore generoso “ho qualcosa per te” e tu pensi già ad una storia da gangster con una porta a scomparsa e lui che ti introduce dentro, tra whisky, donne, sigari e poker infiniti. No. Era lui che ti toglieva la polvere da un’agendina che ti annuncia con solennità essere “nuova nuova” con addirittura un pennino. Che puntualmente non scrive. E tu che te ne ritorni, pensando ai caffè spesi.

Ma allora ti consoli del macellaio, in cui l’agendina ha un bel maialino rosa rosa che neanche tuo figlio o figlia avrebbe il coraggio di far vedere ai suoi amici. E il porco ti dice “grazie e buon anno”. Certo, ti ringrazia perché sei vegetariano. Decidi che quell’agendina la regalerai a tua volta a qualcuno a caso.

Meno male che c’è il parrucchiere. Agendina pulita, precisa, che non t’è venuta a cercare. In realtà te l’ha data tua moglie o il tuo ragazzo o il tuo amante o chi ti pare (PS diffiderei da amanti che danno tal agendina). In ogni modo, ormai ci sei dentro. Devi accettare un’agendina. Ti senti come Harry Potter quando desidera di essere Grifondoro, ma tu vuoi solo avere un’agendina che, comunque, non vuoi comprare.

Comprare un’agendina sarebbe la Sconfitta, l’Irrimediabile Condanna, l’Annuncio del Male. Il tuo cartolibraio di fiducia è un tirchio. Le cose non cambiano mai; solo gli anni lo fanno.

Decidi allora che farai la raccolta punti. Magari per fine anno un’agendina ce l’avrai. Meglio non appuntarsele le cose, ma viverle.

Il tuffo del granchio

Si portò una mano sopra gli occhi per ripararsi dai raggi del sole, anche se non ce n’era bisogno, perché il sole era basso.

“Che fai?” – chiese lei, seduta a ridosso di una barchetta.

Lui scrollò le spalle.

“Forza dell’abitudine, a stare tutto il giorno sotto il sole.”

L’ombra di un gabbiano attraversò rapida quel pezzo di spiaggia.

“Dovevi dirmi qualcosa?” – domandò lei. I piedi ciondolavano. Con il destro spostava la sabbia verso il sinistro e con il sinistro si divertiva a lanciarla in direzione di un granchio. A volte il granchio si fermava, scrutava quello che accadeva, poi riprendeva a muoversi verso il mare, avvicinandosi alle spalle di Paul.

“A quest’ora si sta bene al mare.” – disse lui, seduto a riva, le gambe reclinate verso il petto, le braccia intorno alle ginocchia.

“Sei banale, il solito scontato amante dei tramonti.” – replicò lei alle sue spalle.

Lui scosse la testa.

“No, invece. Come fai a dirlo? Solo perché mi piace questo tramonto, non vuol dire che mi piaccia l’idea del tramonto. Anzi, a me piace l’alba, l’inizio, e mi piace anche quando il sole è alto, il pomeriggio poi lo trovo spettacolare, non trovi? Non ci ho mai trovato niente di bello nei tramonti, mi rendono triste.”

Lei non rispose. Neanche lui parlò. Se ne stettero per un pezzo così, senza parlare, di tanto in tanto al rumore del mare si aggiungeva quello di qualche motorino o qualche automobile che sfrecciava sulla strada d’asfalto al di là delle dune.

“Sta arrivando una barca. – disse lui. A qualche centinaio di metri una barca si avvicinava verso riva. Potevano vedere un uomo a bordo che lentamente alzava i remi e li riabbassava in acqua. – Forse qualcuno che si è attardato, un pescatore. Mi ricorda Hemingway.”

“Il solito letterato. Non sei dentro un romanzo ti avverto eh.” – disse lei. La sabbia seppellì il granchio, questi accelerò il passo e si portò all’altezza di Paul, quindi, con più calma, si avviò verso la battigia.

Lui sospirò e scosse la testa.

“E la gente lo sa che sai suonare e suonare ti tocca per tutta la vita.” – sorrise, poi portò le labbra in dentro e chiuse gli occhi.

“Non ho capito che hai detto. Che c’entra? Sai suonare?”

“Era una citazione di De Andrè. – lui voltò la testa un attimo per guardarla, poi tornò a guardare il mare, il rematore era più vicino – Un giorno imparerò a suonare qualcosa.”

“Sì, un giorno… – lei si era alzata – si sta facendo tardi. Andiamo?”

“è sempre troppo tardi per te…aspettiamo altri dieci minuti.” – disse lui.

“Che devi fare? Mi sto annoiando. E poi ho delle cose da fare.” – lei aveva iniziato a piegare l’asciugamano, con metodo metteva le cose dentro la borsa da mare, preparandosi a tornare verso la strada, dove diverse ore prima avevano lasciato l’automobile.

Aspettarono fintanto che la barca arrivò a riva, attraccando con un rumore quasi impercettibile, coperto più dai remi che venivano tirati all’interno.

“Ehi tu, puoi darmi una mano?”

Ted si alzò. “Volentieri che devo fare?” Il rematore scese dalla barca, gli lanciò una corda. Tira verso di te, io la sospingo da poppa. Così fecero finché la barca non fu completamente fuori dall’acqua.

“Hai pescato?” – gli chiese Ted.

“Non sono andato in mare per pescare. Mi stavo soltanto godendo il mare.”

“Ti piace navigare?”

“Sì, diciamo così. – l’uomo aveva preso a controllare l’interno della barca. – Scusami, vi ho disturbato? – chiese, accennando con il capo verso di lei. Lei si era allontanata, stava tornando verso le dune.

Ted la guardò. “No, nessun disturbo. Stavo giusto andando via.”

“Torni a casa?”

“Sì, è stato un piacere – si strinsero la mano – Buona serata.”

Ted aveva già percorso qualche passo poi si sentì chiamare.

“Posso dirti una cosa?” – gli disse il rematore.

“Cosa?”

“Quando non sai che fare, rema, o cammina, o corri, o striscia. Ma fai qualcosa. Non restare fermo. Il pericolo maggiore per un navigante non è una tempesta. Una tempesta potrebbe persino salvarlo: è la calma piatta. Quando non tira un filo di vento e tu hai percorso chilometri e ti ritrovi al largo nell’oceano. L’unica cosa che puoi fare pregando che il vento ricominci a soffiare, è remare. Non importa in quale direzione. Rema e spera. Da qualche parte arriverai.”

Ted lo guardò a lungo per diversi secondi. L’altro sosteneva lo sguardo.

“Grazie.”

L’altro allargò le braccia e sorrise, si salutarono così.

Il granchio si tuffò nel mare.

Come mettere in crisi uno scrittore

Se avete la sfortuna di conoscere uno scrittore e volete per qualche vostro motivo metterlo in crisi ecco una serie di punti per condurlo nel tunnel della scarsa lucidità:

1. Rivolgersi allo scrittore in questione affinché scriva di suo pugno vostre parole, in quanto se è uno scrittore deve avere per forza una bella grafia

2. Chiedergli consigli e ispirazioni per frasi e biglietti d’auguri seriali (cresime, matrimoni, comunioni): tra l’altro più lo scrittore è lontano dal modello Moccia e più è prossimo al modello Baudelaire, e più questa richiesta potrebbe essere fonte di stati di stress e frustrazione

3. Chiedergli quando la smetterà di dedicarsi alle poesie e alla letteratura, per scrivere finalmente una storia d’amore su adolescenti figli di papà ambientata al liceo o una bella saga…fantasy con protagonista piagnucolante che non vede l’ora di cavalcare un drago

4. Chiedergli di compilare la lista della spesa (tu sai scrivere, sicuramente non dimenticherai niente!)

5. Vietargli di riparare un tubo in casa o di avvitare o svitare una lampadina (tu sai soltanto scrivere!)

6. Regalargli un set di penne (quando sappiamo benissimo che allo scrittore in questione probabilmente interessano più le penne al sugo o al limite in bianco, con olio e parmigiano)

7. Comprargli un vecchio modello di macchina da scrivere (non le usa più nessuno e lo scrittore in questione non sopporta oggetti di arredamento ad indicare un ego che lui stesso non possiede al 90%)

8. Chiedergli un autografo o una dedica su un libro non suo

9. Chiedergli quand’è che si deciderà finalmente a fare un po’ di grana

10. Complimentarsi con lui chiedendogli quando farà la prossima esposizione di quadri d’autore

P.s.: nella maggior parte dei casi lo scrittore al quale vi siete rivolti compilerà anche la lista della spesa, accettando con rassegnazione l’infausto fato.

Casa, ehm scusate “dimora”, di Stephen King, non male per uno scrittore

Inconsapevolezza

Avevo 15 anni

e non ero felice

ma fondamentalmente

non me ne fregava un cazzo.

Vivere nuoce gravemente alla salute

Ci ho provato, sbagliando.

Fin quasi a rischiare il cancro o un infarto.

D’altronde me lo avevano detto di stare attento: vivere nuoce gravemente alla salute.

Ho un sacco di vizi: scrivo, provo sentimenti, parlo, rido, piango, leggo.

Scrivo almeno una volta al giorno, e quando non sono impegnato in un vizio, ce n’è sicuramente un altro che mi occupa la giornata, o più vizi contemporaneamente.

Devo smettere di pensare e di provare sentimenti, devo anche smettere di scrivere e di leggere. Devo limitarmi a respirare, d’ora in poi.

Il medico è stato chiaro: respira e basta. Non farti domande, non cercare risposte. Respira, come una pianta.

Stai al tuo posto, e vedrai che vita meravigliosa che avrai.

Quindi ho deciso di seguire i consigli del medico, perché vivere è pericoloso, nuoce gravemente alla salute.

Vabbè, magari, domani smetto.

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Piccolo piccolo piccolo!!!

State scherzando, vero?

Non avete ancora acquistato il nostro libro di poesie?

Acquistatelo pure…a vostro rischio e pericolo!

Effetti collaterali: vivere.

Si può ordinare presso qualsiasi libreria (fisica o online, nonché presso il sito dell’Editore)

Dulcis in fundo: ecco qui il link della registrazione dell’intervista agli autori presso gli studi della web radio Radio Libera Tutti  :

Intervista agli autori

dove tra l’altro potete trovare qualche assaggino…

Spaghetti & Manichei

In Italia ci piace essere un po’ manichei, ci piace individuare dei partiti presi, stabilire dei confini, anche se poi al vaglio di verifiche più approfondite quei confini non hanno senso, o sono piuttosto labili, soggetti a contingenze di sorta.

Così sui banchi di scuola abbiamo appreso la differenza tra destra e sinistra, poi quando siamo andati a votare abbiamo appreso che tutta questa differenza non c’era proprio, o magari i libri di storia dovevano essere aggiornati.

Poi ci hanno assillato con gli exit poll e con i sondaggi: così veniva fuori che al 49% degli italiani piace trascorrere le vacanze al mare, al restante 51% piace invece la montagna, salvo poi non dire che una più vasta percentuale non può permettersi di andare in vacanza viste le condizioni economiche in cui versa o visto che non ha un lavoro dignitoso e non in nero che consenta di definire una pausa, una vacanza.

Ci piace nutrirci ancora di quel “panem et circenses” che ci viene concesso ogni domenica puntuale come l’eucaristia: questo benedetto calcio che altro non è diventato che una vera e propria guerra. Pesano in tal proposito le considerazioni non più tanto fantascientifiche dell’ultimo J. G. Ballard, questi grandi assalti ai centri commerciali, una società del consumo ormai consumata, esasperata ed alienata per la quale stimo non esserci più salvezza.

Un genocidio di massa non sussiste necessariamente in torture fisiche e montagne di cadaveri. Come lo chiamiamo il genocidio delle menti? Come la chiamiamo la frustrazione dei plurilaureati senza lavoro? Come la chiamiamo la perdita della dignità e l’ispessirsi delle differenze tra i ceti sociali nonché di un’ipocrisia sempre più solida, sempre più serpeggiante al punto da farci rimpiangere i “Vinti” di Giovanni Verga o la fermata di Cristo a Eboli?

E come lo chiamiamo l’aumento esponenziale dei suicidi per “motivi economici”?

Tutte queste vittime che respirano, che camminano, che godono di piaceri effimeri non sono forse altrettante comparse di un revival zombie di George Romero?

Non è forse questa l’alba dei morti viventi?

A voi che resistete, barricati nel libero arbitrio delle vostre coscienze, a voi va il mio pensiero, la mia audacia, il mio appoggio incondizionato.

La Resistenza oggi si fa tramite il Pensiero Libero.

State scherzando, vero?

SIETE PRONTI? SIETE CALDI? SIETE AFFAMATI?

Vi presentiamo la nostra Antologia Poetica in quanto autori del blog Vongole & Merluzzi.

La raccolta si intitola “State scherzando, vero?” e si propone l’ambizioso scopo di riportare l’Uomo al centro della Storia.

Dopo l’I-pad, l’I-pod, l’I-phone , occorre stabilire “I Poetry”: cambiare il mondo e risvegliare la propria coscienza tramite l’azione poetica.

Non è una striscia defilata della solita rivoluzione pseudo sessantottina, né l’urlo patinato dei soliti poetucoli che riempiono librerie e strade. Siamo piuttosto poet-astri.

E questo è un libro di poesie per chi odia la poesia, per chi ama ed odia la vita, questo è rock.

Autori: Macale, Appetito, De Cave (alias Lordbad, Franklinguamozza, Fishcanfly su questa nave).

Edizioni Ensemble.

Il libro è ordinabile presso qualsiasi libreria italiana, o presso il sito dell’editore o anche contattandoci personalmente.

Link Edizioni Ensemble:

Attenzione: 
è severamente vietato leggere questo libro prima e dopo i pasti 
e durante le ore diurne; 
si consiglia vivamente di non sostare in posti pubblici con il presente, 
onde evitare di suscitare reazioni di eccitamento improvviso 
da parte di sconosciuti; usare con cautela. 
In caso di eccessiva lettura consultare direttamente i poeti; 
tenere lontano dalla portata degli adulti, dei disillusi, e dei sani; 
il contenuto è altamente infiammabile. 
Le statistiche riportano stime di milioni di anime bruciate; 
è infine assolutamente sconsigliato cambiare dopo la chiusura del libro. 
Ogni abuso verrà punito con un sogno.

La rosa nel cortile

Splendido  niente di un uomo che cammina

G. Grignani

Alice si chiedeva che diavolo stesse facendo quel ragazzo lì nel cortile. Girava in tondo e probabilmente pensava. Lo aveva visto poche volte, malgrado abitassero nello stesso condominio, e in quelle rare occasioni c’era sempre stato del formale imbarazzo tra loro, quasi che ad entrambi non interessasse salutare l’altro, tuttavia ogni tanto ricordavano di farlo, in onore delle formalità.

A un certo punto stava prendendo a calci qualcosa, forse un sasso. Poi Alice si concentrò meglio e capì che quello doveva essere un bocciolo di rosa. Il cortile in quella stagione ne era pieno considerato il roseto poco distante.

Prendeva a calci il bocciolo, quello si spostava, lui lo raggiungeva, tirava un altro calcio con la punta della scarpa. Mano a mano che il bocciolo era preso a calci si andava rompendo, perdendo ora una fogliolina verde, ora un petalo.

Alice scosse la testa. “Perché doveva essere così pensieroso?” Guardò un libro di poesie poggiato sul letto e si ricordò di alcuni versi.

“Osate calpestare le aiuole”- aveva declamato il poeta. Così decise di scendere in cortile.

Abitava al primo piano, quindi le occorse soltanto un minuto per trovarsi giù, arrivò appena in tempo per guardare il ragazzo mettere fine a quel gioco bizzarro. Dopo un ultimo calcio, lui raggiunse il bocciolo e lo calpestò, insistendo con la pianta del piede, quasi come se dovesse schiacciare un qualcosa di ben solido e quindi gli occorresse molta forza. Alice credette di intuire sul volto del ragazzo che guardava in terra un’espressione rancorosa.

“Perché lo fai?”

Lui si voltò, evidentemente sorpreso dalla presenza di Alice che non aveva notato.

“Faccio cosa?” – replicò con aria interrogativa, quasi colto sul fatto, con l’espressione innocente di chi sostiene “Non sono stato io, non so di cosa stai parlando”

“Perché schiacci la rosa?”

Il ragazzo sospirò, guardò il bocciolo, del quale non era rimasto che un piatto groviglio di petali e una macchia umidiccia intorno, poi disse:

“Non dovrei?”

“Le rose sono belle, non dovrebbero essere schiacciate.”

“E chi l’ha detto?”

Alice fece spallucce, allargò le braccia e alzò gli occhi al cielo.

“La natura.”

“La natura? Dovresti sapere invece che la natura è crudele, forse bella sì, ma crudele e pericolosa. Le rose potrebbero schiacciare te.”

Alice andò a sedersi su una panchina.

“Non ti facevo filosofo.”

Lui le si sedette accanto.

“Non ti facevo impicciona.”

Alice si alzò e affrettò il passo verso il portone, sbuffando. Lui la rincorse.

“Scusami…scusami, non intendevo offenderti. Non sto tanto della quale oggi!”

Lei si voltò.

“Tu schiacci rose, ecco cosa fai.” , poi riprese il passo.

Lui la bloccò trattenendola per un braccio.

“Io non schiaccio rose, mi difendo. Mi difendo prima che loro schiaccino me.”

“E io non intendevo schiacciarti. Volevo essere d’aiuto!” – Alice aveva alzato la voce.

“Vuoi essere d’aiuto? Allora diamo fuoco al roseto. Diamo fuoco a tutte le rose. Ecco come puoi essermi d’aiuto.” –  anche il ragazzo aveva alzato la voce.

Poi si fece silenzio nel cortile. Lui aveva lasciato il suo braccio, entrambi guardavano in terra.

“Forse non dovresti dare fuoco al roseto. Forse lì in mezzo c’è una rosa buona!” – mormorò Alice a voce bassa.

“Forse…”

“Se vuoi ti aiuto a cercarla.”

“Come si fa a riconoscere la rosa buona da quella non buona?”

“Bè, anche la rosa buona ti farà male…ma ti sarà impossibile schiacciarla.”

Il ragazzo annuì. Alice gli tese la mano:

“Io comunque mi chiamo Alice.”

“Mario. – disse lui rispondendo alla stretta – Mi insegnerai?”

Alice sorrise e rispose:

“Sì.”

Funeral Fantasy

Alle volte ho una strana fantasia.

No, non una fantasia sessuale, che avete pensato? Sporcaccioni! D’altronde quelle le ho sempre!

Piuttosto una più macabra.

Penso al mio funerale. A come debba essere…bello.

Ecco, sì, bello è proprio il termine adatto. Il funerale è l’ultima funzione sociale alla quale siamo chiamati ad assolvere, il riconoscimento di essere esistiti agli occhi degli altri, la smentita di ogni superindividualismo, la conferma che senza una comunità in grado di celebrare la dipartita, probabilmente non partiremmo mai.

Certo, forse è la più egocentrica delle fantasie.

Cazzo, per un giorno sono al centro indiscutibile della scena, per l’ultima volta.

Immagino che me ne starei in disparte appoggiato a una colonna mentre portano il feretro sulle spalle. E penserei “Cacchio, dovevo pesare tanto!” Me ne starei in un angolo a fumare, ridendo, libero da ogni pensiero e da ogni preoccupazione, per sempre.

Poi studierei ogni volto, ogni lacrima, e ogni sorriso. Le parole no, penso che quelle le lascerei via, consapevole che non mi servono più. Vedrei chi è venuto e chi no.

Ma anche, perché no, vedere chi dice cosa. Oddio direbbero tutti belle cose immagino, non fosse altro per convenienza.

Soltanto di pochi sguardi non avrò bisogno di smentite o di conferme, e quelle sono le persone che amavo. Ma chiudiamo subito la parentesi sdolcinata.

Tutte queste persone che piangono per te, anche contemporaneamente.

C’è di che soddisfare un ego molto grande.

Indubbiamente, quando morirò voglio un posto in prima fila, e anche una registrazione in blu-ray e in 3D.

Vado a preparare gli inviti e a scaldare un po’ di pop corn.

Avrai dei momenti difficili

Perché avrai dei momenti difficili ma ti faranno apprezzare le cose belle alle quali non prestavi attenzione!

Penso troppo quindi…non sono più

Penso troppo quindi non sono più niente.

La saggezza corre il rischio di convertirsi in stagnante prudenza.

Bisognerebbe cadere nell’estremo opposto non per ristabilire una misura o un equilibrio, ma per pura follia, perché soltanto la pura follia ci farà diventare ciò che siamo.

Sopravvissuto

è una fortuna che sono 

ancora vivo!

Ne ho combinate di brutte, ai danni di me stesso.

Ma la notizia è che non ho alcuna intenzione di rinsavire o di fermarmi.

Questo concerto durerà ancora per un pezzo.

Il prezzo del biglietto posso garantirvelo.

Anzi, il meglio è già qui, adesso.

Ufficio di Collocamento Anime Perse

Oggi mi sono iscritto all’ufficio di collocamento.

Dieci minuti per sapere tutto quello che serve su di me, le mie qualifiche, la mia forza lavoro, le mie competenze, i miei voti, i risultati conseguiti.

L’impiegato pigiava stancamente sulla tastiera. Nell’ufficio c’era un’aria stantia. Sembrava quasi che ci fosse odore di etere, che da tutto traspirasse la lunga attesa del nulla, sembrava di essere dentro le pagine de Il potere e la gloria di Graham Greene: avevo l’inquietante sensazione che da un momento all’altro tutto sarebbe crollato, sotto i miei piedi, compreso il cielo.

Mi sarei risvegliato tra pezzi di cielo appuntiti. Nudo e sanguinante avrei camminato tra le macerie di una vita rivelatasi un’illusione, bestemmiando contro un dio silenzioso e impotente, chiedendogli a gran voce il prezzo da pagare, tutto e subito, anziché a rate.

Scendi giù e fammi vedere il tuo volto umano. No, nessun riflesso nel volto delle creature, io voglio te, per l’ennesima volta sul banco della Storia, ma stavolta è la mia Storia.

Sei te che mi hai messo in questi guai e ne risponderai.

Tutta la mia rabbia pura.

Dove collocherai la mia anima, dimmi, solerte impiegato?

Dove collocherai i miei sogni, ora che tutto ha smesso di avere un senso?

Sono qualificato per vivere, ma al momento, mi dicono, non c’è vita da vivere.

 

Lettera semifredda affogata al caffè semiaperta a Franklinguamozza

Caro Frank,

Ho letto la tua lettera e te ne ringrazio.

Mi consigli di buttare via la bussola, di non affidarmi più alle costellazioni o alla falsariga di un oceano. Ma io sono un navigatore che ripone fede in sé e che si accorge di essere cambiato solo quando la tempesta è passata.

Quando ero piccolo, ho vissuto al mare, per un po’. C’era un signore anziano che per farmi star buono, poco prima di cena, mi raccontava sempre la solita storia. La storia diceva che dovevo aspettare, che non dovevo aver fretta di scendere in spiaggia, perché presto sarebbe arrivato un grande veliero alato, di là dall’orizzonte, e mi avrebbe portato a fare il giro del mondo. Quindi valeva la pena aspettare la nave volante non bagnata dalle acque e portata dai venti.

Così io stavo ad aspettare.

Aspettavo.

Aspettavo.

Aspettavo.

Aspettavo.

Quella manciata di minuti durava un’eternità.

I miei occhi scrutavano la linea dell’orizzonte, in attesa di un segnale, un vago profilo, di un’ombra che spezzasse la luce disperata del tramonto adagiata sulle acque del mare.

Ho aspettato per ogni tramonto che la nave volante arrivasse a prendermi.

Non arrivò mai.

I miei occhi si sono consumati nell’attesa.

Poi l’estate finì e quel signore anziano che mi raccontò questa storia morì e mi dispiacque molto per questo.

Non capii subito la morte, allora, cosa volesse dire.

Ma capii che non lo avrei più rivisto.

Forse, pensai, la nave volante era arrivata e io mi ero distratto un attimo, e lui era salito e adesso se ne stava beato nelle Indie o in Patagonia a guardare altri tramonti.

Forse…

Forse ciascuno aspetta la sua nave.

Poi si cresce, si capisce la morte, si apprende il significato del tempo, e sempre meno aspettiamo. Sempre meno restiamo a guardare l’orizzonte, disperatamente fiduciosi.

In verità ti dico che non ho mai smesso.

E ogni tanto, la sera, quando il sole tramonta, i miei occhi si perdono all’orizzonte. E mi sembra di vedere, e allora il mio cuore ha un palpito. Ecco, è arrivato il Veliero, penso. E non esiste nient’altro.

Bisogna essere pronti. Bisogna saper aspettare.

La mia bussola non ha tempo. E quando decidi che hai tutto il tempo del mondo e non piuttosto di farti possedere dal tempo, l’hai deciso. E il tempo è nulla all’infuori di te.

Sai, non è questione di azione, di punti di vista, no. È qualcosa di molto, molto più vicino alla fede e alla speranza.

Gli uomini non sanno più aspettare perché credono che il tempo esista davvero.

Sai chi sono io, anche se non hai letto né Freud, né Jung.

Romantico? Nevrotico? Patetico? Certo unico?

Sinceramente, comunque,

Lordbad

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