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Il sogno di Franz

“Quanti modi conosci?” – gli chiese il ragazzo accennando con il capo alla scatola rossa posata sul tavolino.

Il vecchio sospirò, storse la bocca e gli uscì un mezzo sorriso, poi d’un soffio disse:

“Uno solo, a dire il vero.”

Il ragazzo era pensieroso. Erano anni che stava inseguendo una soluzione, e ora era lì, dentro la scatola rossa, sul tavolo bianco. Sarebbe bastato aprirla, ma era ancora dubbioso. Di tanto in tanto riprendeva a passeggiare nella stanza dalle pareti ovali e concave, d’ un bianco quasi accecante.

“Passeggiare non ti farà svegliare dal sogno, se è questo che vuoi.” – rise il vecchio.

“Sei molto vecchio.” – osservò l’altro, guardandolo.

“Ho avuto molte anime.” – gli rispose l’uomo anziano, seduto di fronte al tavolo, le mani tremanti, inerpicate sul bastone.

“Quante?”

Il vecchio alzò la mano destra e con il dito indice disse: “Oh… innumerevoli …”

“E quindi ora sei il mio angelo custode?”

Lui agitò la mano in aria “O spirito guida, come preferisci chiamarci.”

“Sei contento di essere qui, con me?”

Il vecchio sorrise, un sorriso che d’un tratto lo fece apparire molto più giovane degli anni che gli gravavano sulle spalle. “Non aspettavo altro da quando sei nato.”

Il ragazzo annuì, convinto di aver fatto la cosa giusta. Lo aveva chiamato più e più volte, e infine lo spirito guida gli era venuto in sogno. Lui aveva chiesto, lo spirito aveva risposto, mostrandogli la scatola sul tavolo.

“Che cosa contiene la scatola?”

“Tutta la tua vita, amico mio.” – disse il vecchio.

“Posso aprirla?”

Il vecchio posò il bastone, si alzò, uno scatto poderoso, veloce e inaspettato per la sua età. Superava il giovane in altezza: iniziò a camminare intorno al tavolo, circumnavigando sia la scatola che il ragazzo.

“Certo che puoi aprire la scatola…ma allora le cose cambierebbero. Il mondo muta nel momento in cui osservi il mondo, resta uguale nel momento in cui distrai lo sguardo. Il divenire delle cose, amico, dipende da noi. Per questo la realtà ci appare tanto fragile, tanto instabile, perché non facciamo altro che osservarla.”

“Mi stai dicendo che tutto è illusione?” – il ragazzo picchiettò con un dito sul tavolo.

“No, Franz…la vera domanda non è se ciò che vedi è reale, la vera domanda è: tu sei reale?” – il vecchio lo scrutò, lo sguardo affossava le sue radici in millenni di anime, in cicli continui di atomi, in reincarnazioni di multi versi. Franz sentì tutto questo dentro di sé: si sentì reale, poiché qualcuno lo stava scrutando da ere senza tempo.

“Io…io…- esitò – Io sono reale, il mio dolore è reale, le mie mani sono reali…”

“Io, io, io! Tu sei reale perché sei consapevole di esistere.”

“Sì, ma gli altri…esistono?”

“No, Franz. Gli altri non esistono. Sono solo proiezioni di ciò che senti nei confronti degli altri. Se provi qualcosa, allora gli altri acquistano contorni più netti, qualità definite, caratteri, espressioni. Ma gli altri non possono esistere senza di te.”

Franz rise, si avvicinò al tavolo. Avrebbe potuto allungare il braccio di qualche centimetro e avrebbe toccato la scatola.

“Tutto questo mi sembra enormemente egoistico, Spirito. E anche colmo di solitudine.”

Lo spirito iniziò a sparire, ma la sua voce era chiara e forte e vagava intorno a Franz.

“Ci sono due strade: ciò che scegliamo di essere e ciò che scegliamo di credere. Non sempre si crede in ciò che si è, non sempre si è ciò che si crede. Tu, Franz, devi credere in te stesso.”

Franz accarezzò la scatola, appena un tocco e sentì tutto ciò che era reale avvilupparsi intorno alle due dita, risalire sul braccio, espandersi in tutto il corpo: il compleanno dei sette anni, quando aveva ricevuto quella splendida moto a pedali rossa fiammante, la prima volta che era andato al cinema e un effetto speciale lo aveva fatto sbalzare dalla poltrona, l’asprezza del primo limone, le corse tra i corridoi di casa, il primo cadavere, sua nonna, stesa fredda nella sala dell’obitorio, il color nero dei funerali, un enorme telo nero, e il bianco del mandorlo in fiore, e la prima neve, cinque anni, e il primo bacio con la lingua quindici anni, la prima volta che aveva riportato a casa uno specchietto staccatosi in un incidente d’auto, la prima volta che lei gli aveva detto che non lo amava, la torta con le fragole, il sapore delle lacrime e il tepore dei raggi estivi che avevano asciugato le guance, la prima stella cadente, il ginocchio sbucciato…e un’infinità di cose inestricabili, ricordi, sensazioni.

“Ho capito” – disse Franz, ritraendo la mano.

“Cosa hai capito?” – gli rispose lo Spirito.

C’era silenzio adesso e comunicavano con il pensiero, e Franz riconobbe la voce famigliare che lo aveva accompagnato in molti momenti.

“C’è un solo modo per morire: vivere. Per questo non aprirò la scatola.”

Franz si allontanò. Lo Spirito Guida taceva. Tutto crollò e andò in pezzi, il tavolo, la scatola, i muri bianchi della stanza. Franz si voltò e vide la lunga spiaggia che conosceva da una vita, e una grande distesa d’acqua infrangersi a riva. Franz si incamminò, e percorse miglia, almeno così gli parve. Poi guardò le dune alla sua destra, guardò il mare alla sua sinistra e sedette. Toccò la sabbia bagnata, vi soffiò sopra e cumuli di granelli si sollevarono con incredibile leggerezza.

Apparve una scritta, Franz la lesse e sorrise.

Poi la vita lo inghiottì.

Quotidiani #4: la capacità di scrivere

Il problema di quando scrivi una storia è scegliere ciò che non vuoi scrivere, ma, allo stesso tempo, diventare in qualche modo ossessionato con le cose che vorresti scrivere e con quelle che non stai affatto menzionando, ma che dovrebbero comunque essere nella tua storia.

Parlare poi della mia storia richiede tempo, come tutte le storie delle persone. Probabilmente raccontare una vita richiede un’altra vita mentre la vita reale scorre e, allora, si avrà bisogno di un’altra vita per raccontarla e così via.

Sto tornando a casa.

Sto tornando. Sto tornando a casa. E la luce non è poi così fioca. Dicono che quando stai lì per esalare l’ultimo alito sgradevole di un corpo che è stato come un cancro ben vestito tra tutti gli altri corpi, si intravede una luce. Una luce abbagliante, avvolgente. La vedo. Quella luce è lì, dritta davanti a me, con una sola differenza: io non sono morto.
Mi lascio alle spalle qualche sbaglio impiccato per errore e un mozzicone che mi ha bruciato la tappezzeria della mia Suneliner. Immaginaria, certo. Non mi sono mai potuto permettere delle promesse efficaci, figuriamoci una Suneliner!
Sto tornando, però, perché se la maggior parte degli uomini va da un punto all’altro senza capirne la ragione, spesso, per un procedere schiettamente fisiologico, alcuni, rari e malfattori tipi decidono di tornare. Sono coloro che tornano sull’accaduto, per riesaminarlo; sui punti morti della Storia e la riscrivono, soli, ma pur sempre con l’ombra di chi credevano di essere. Non conta sapere se il ritorno è al punto di partenza o di transizione. Perfino se è nell’arrivo risulta irrilevante. Tornare e ripeterselo a memoria e sfogliare qualche pagina di un libro; disperarsi come Dumas quando, sorpreso dal figlio in lacrime, dovette confessare di aver ucciso Porthos; mantenere una genie di focolai nelle notti che sono giorni. Uno strano odore mi invade le narici: è strano come certi odori impregnino gli odori. Non te li togli più di dosso; sono peggio della naftalina. Lo ricordo, l’odore: è quello della sconfitta.

Impara ad essere un perdente e probabilmente non perderai niente di così fondamentale. Uccide più la vita che il sentirsi vivi.

Certi battelli, sulla Senna, avevano una finestra dalla quale fuoriusciva una luce non poi così fioca. La luce proveniva dalla stanza di un veggente francese, che tentò di radunare dei dettami per un’educazione sentimentale. Quella finestra, di notte, era divenuto un punto di riferimento dal quale i naviganti tiravano le somme dei loro tragitti.
La strada è dritta e non posso sbagliarmi. Non manca molto.
Sto tornando a casa.

Agendarmi

Inizia l’anno, come ogni anno e l’agendina verrà a cercarti. Anzi, ti verrà spesso regalata. Chi non ne ha mai ricevuta dal proprio macellaio di fiducia o dal proprio barbiere? Oppure, quando vai da Mario, dopo l’ennesimo caffè, e ti dice con cuore generoso “ho qualcosa per te” e tu pensi già ad una storia da gangster con una porta a scomparsa e lui che ti introduce dentro, tra whisky, donne, sigari e poker infiniti. No. Era lui che ti toglieva la polvere da un’agendina che ti annuncia con solennità essere “nuova nuova” con addirittura un pennino. Che puntualmente non scrive. E tu che te ne ritorni, pensando ai caffè spesi.

Ma allora ti consoli del macellaio, in cui l’agendina ha un bel maialino rosa rosa che neanche tuo figlio o figlia avrebbe il coraggio di far vedere ai suoi amici. E il porco ti dice “grazie e buon anno”. Certo, ti ringrazia perché sei vegetariano. Decidi che quell’agendina la regalerai a tua volta a qualcuno a caso.

Meno male che c’è il parrucchiere. Agendina pulita, precisa, che non t’è venuta a cercare. In realtà te l’ha data tua moglie o il tuo ragazzo o il tuo amante o chi ti pare (PS diffiderei da amanti che danno tal agendina). In ogni modo, ormai ci sei dentro. Devi accettare un’agendina. Ti senti come Harry Potter quando desidera di essere Grifondoro, ma tu vuoi solo avere un’agendina che, comunque, non vuoi comprare.

Comprare un’agendina sarebbe la Sconfitta, l’Irrimediabile Condanna, l’Annuncio del Male. Il tuo cartolibraio di fiducia è un tirchio. Le cose non cambiano mai; solo gli anni lo fanno.

Decidi allora che farai la raccolta punti. Magari per fine anno un’agendina ce l’avrai. Meglio non appuntarsele le cose, ma viverle.

L’aspettativa di vita

Un uomo dovrebbe avere una sola aspettativa dalla vita: la vita stessa.

Può essere banale, ma questa cosa me l’ha detta un orango con un casco di banane sotto il braccio, fuori da un negozio di liquori.

Ora sembra tutto meno banale e più banane.

Il trono di banane

Smog Club

Prima regola dello  Smog Club:

INQUINA COME SE NON CI FOSSE UN DOMANI

C’era un odore denso di disinfettante che permeava dalle pareti del sottopassaggio. Cristo, gli Ambient erano arrivati anche lì, con quella loro smania di tenere un mondo pulito e lontano dai batteri. Ma Alex c’era abituato. Persino lui si teneva pulito come il Sistema richiedeva. Si lavava tre volte al giorno, aveva vinto diversi premi come “cittadino di Salinsbury più igienico” per anni consecutivi, il 2056, il 2057 e il 2058. Ogni giorno eseguiva la raccolta differenziata, se e quando vi fossero prodotti da differenziare. Per il resto andava spesso in bicicletta, indossava vestiti ottenuti soltanto con fibre vegetali e abitava in una di quelle case conformi alla natura, termovalorizzate, a zero impatto ambientale e a bassa tecnologia. Alex Fen era un cittadino al di sopra di ogni sospetto: la sua fedina penale era più pulita delle aiuole del Comune.

Eppure…

Alex Fen era uno Smogger. Uno di quelli che aveva capito che se vuoi fregarli, allora devi apparire come loro. Già:loro. In fondo non era così difficile: questa storia dell’ambiente era solo una questione di apparenze, e dietro le apparenze, ormai era chiaro, c’erano loro. I poteri forti, gli interessi, le multinazionali. Avevano solo cambiato vestito, in qualche caso avevano cambiato volto, ma il meccanismo era lo stesso. Non importa se li comandi con il petrolio o con le pale eoliche, se con le pellicce di leopardo o le fibre di canapa: ciò che importa è comandarli, avere il coltello sempre dalla parte del manico.

Alex Fen ricordava i racconti di suo nonno Alan: “Ai miei tempi potevi stirare una Ferrari e respirare smog e piombo veri. La benzina, figliuolo, quell’odore ti manda in bestia. Non questo idrogeno del cazzo. Non c’è niente che bruci come la benzina.”

“Ma nonno, qui c’è scritto che le risorse energetiche del pianeta terra sono finite e quindi…” Allora suo nonno Alan, un energumeno di ottant’anni, ottanta chili e un metro e ottanta di altezza, si sollevò dalla sedia a dondolo, afferrò il libro del nipote “Terra Vergine” e lo scaraventò nel fuoco del camino, urlando:

“Boiate. Tutte stronzate. Di petrolio ce n’è ancora per generazioni. – poi fece per calmarsi, si risedette e avvicinò il nipote toccandogli una spalla con la sua grossa mano – Vedi Alex, tutto è destinato alla decadenza, alla morte, al deterioramento, ma anche all’evoluzione. L’uomo del domani respirerà smog, il nostro dna si modificherà in base alle modifiche che noi abbiamo apportato al mondo…ci sono già uomini e donne in giro i cui polmoni sono in grado di respirare in tal modo, e anche parte della natura si è adattata. L’estinzione fa parte dell’evoluzione, figlio mio.”

“I grigi esistono dunque?”

“Sì, esistono. E c’è un mondo grigio lì fuori, lontano da questi falsi colori che ci impongono gli ambientalisti con il loro fanatismo. Forse non è colorato come il loro, ma è vero.”

Cartolina dal 2013

Quel pomeriggio e i successivi, Alex Fen aveva capito.

I ricchi vivevano in case a zero impatto ambientale e i poveri, sempre più poveri, erano costretti a rispettare l’ambiente vivendo come primitivi nelle giungle, costantemente controllati dagli Ambient, che avevano imposto il Regime “Natura Sicura” a tutte le nazioni del mondo.

Alex Fen respirò ancora quel disinfettante del sottopassaggio, si portò una mano dentro la giacca e ne tirò fuori una bomboletta spray.

Lesse:

“NOCIVA O BENIGNA DIPENDE DA COME LA PENSIATE: CONTIENE CFC. USATELA PER LIBERARE IL MONDO DALLA PESTE DEGLI AMBIENT”

Alex sorrise pensando all’ironia del tipo che aveva fatto stampare quell’avvertimento sulla bomboletta comunque proibita. Poi lo fece. Sollevò la mano destra e iniziò a spruzzare vernice sul muro, muovendosi lateralmente alla parete.

Scrisse: “Smog Vivo, Natura Morta.”

E poi si firmò “Caravaggio”. Si voltò, guardò la telecamera, sorrise e poi spruzzò sulla lente la vernice. E attese.

Un minuto. Due minuti. Tre minuti. Sentì dei passi. Stavano arrivando. Loro: gli Ambient.

Sentì salire l’adrenalina. Poi li vide. Per qualche attimo. Tre Ambient Poliziotti che correvano nella sua direzione al grido di “Ti uccideremo, piccolo bastardo.” Alex voltò loro le spalle e scappò.

Imboccò le scale.

“Scappa, bastardo smogger. Tanto ti prendiamo.”

Uscì fuori e prese la direzione opposta alla strada deserta, inoltrandosi nel bosco. Quelli tenevano il suo passo e gli stavano alle calcagna.

Ma Alex conosceva il sentiero più di un Ambient. A tratti rallentava e si voltava per assicurarsi che tenessero il passo. Poi riprendeva, scattante come una Porsche del 2013. Infine arrivò al punto concordato. Si appoggiò a un albero, ansimante. Quelli erano sempre più vicino e poteva leggere nei loro volti il sorriso beffardo di chi stava per farcela. Lo avrebbero preso e giustiziato all’istante. Così si faceva con gli Smogger. Morte per chi non rispettava le regole ambientali.

Niente processi, nessuna attenuante, nessuna valutazione della pena e del crimine. Un crimine qualsiasi contro l’ambiente era punito con la morte.

Ma quel giorno Alex Fen non incontrò la morte. Non appena i tre Ambient con le loro tute verdi e blu furono ad un passo da lui, la trappola scattò. I proiettili li avevano centrati tutti e tre in pieno.

I cadaveri dei tre Ambient giacevano ai piedi dello Smogger Alex Fen. Altri uscirono allo scoperto, imbracciando fucili e mitraglie. Mentre uno si assicurava che fossero morti, un altro che doveva essere il capo si sincerava che Alex stesse bene. Gli fece cenno di sì, poi aggiunse:

“è stato un gioco da ragazzi.”

“Un gioco da Smogger, vorrai dire.”

“Sì, Jhon. – si corresse Alex ridendo – Ora che ne facciamo?”

“Tagliamo loro la testa e le mandiamo alla piazza pubblica, una in ogni aiuola del Comune.”

Alex sorrise. “Lunga vita a GreyWar”

“Lunga vita a GreyWar” – risposero tutti in coro. La luna splendeva alta sui loro impavidi volti.

Changes.

Le frequenze riportano una canzone. Sto cambiando, dice, sto cambiando. Guardo fuori dal finestrino, mentre al mio posto c’è chi preme l’acceleratore con degli abbaglianti che accecano solo da dentro. C’è un punto che fisso costantemente davanti a me ma più la velocità aumenta e più questo punto si sposta, sempre più in là, sempre più avanti.

Ho pensato così all’infinito e al carcere. Ho pensato all’infinito che è un carcere nel quale tutto cambia e tutto resta impassibile all’interno di una libertà che tenta di evadere da se stessa. E poi immagini il mare. Come se l’infinito avesse delle onde, lunghe onde che cercano di afferrarti. Di trascinarti via. La mano di un gigante volubile pronta a portarti dentro quel ghiotto pulsare inconsistente. Ed invece non c’è nessuno, né un motivo, né una forza capace di inghiottirti e lasciarti in apnea per qualche minuto. Tutto è fatto per avere fiato, ma è incredibile come non si faccia altro che cercare un pretesto che ci tolga il respiro.

Per sentirci vivi abbiamo bisogno di assomigliare ai morti. Provare costantemente un senso di desolazione. Creiamo spazio, ecco tutto. Ci riempiamo per svuotarci e convincerci che abbiamo ancora posto per qualcosa o qualcuno. La felicità, del resto, perfino la felicità è una forma di rassegnazione. E quando ci si rassegna alla felicità, ad una felicità, a quella felicità, si ammette, come ammutinati, che non abbiamo più un pretesto per essere tristi.

Sto cambiando, dice, sto cambiando. E mi sveglio ogni mattina, mettendo i piedi a terra e sentendo il freddo del pavimento, mi sveglio ogni mattina perché mi hanno abituato a svegliarmi e riiniziare. Non importa con quale umore, con quale faccia. Ti alzerai, berrai la brodaglia di caffè che ti sei preparato dalla sera prima e sarai pronto. Sarai pronto. Perché più di qualsiasi altra cosa, nella vita, conta essere pronti. Pronti a fare sacrifici, pronti a rinunciare, pronti a dire la verità, ad essere tutti uguali davanti alla legge, pronti a perdonare, pronti ad amare, pronti a fare i conti o a tirare le somme. Pronti a togliere il malocchio, pronti a fare figli, pronti a trovarsi un posto sicuro, a comprarsi casa, pronti a frequentare i “salumi” letterari, pronti ad onorare il padre e la madre e anche qualche santo in cielo, pronti a gridare “E’ pronto, a tavola!”.

Sto cambiando. Sto cambiando. E più cambio e più tutte queste persone così prontamente pronte, sono impreparate, o sarebbe meglio dire che sono “impronte”, nient’altro che il calco di un cammino già visto.

Rassegniamoci, la maggior parte di noi non cambierà mai. Si ritirerà nel guscio come tartarughe millenarie e guarderà dalla collinetta della sua gobba il passare lento ed estenuante delle stagioni.

Perché in fondo è rassicurante fissarsi davanti allo specchio e riconoscerci, sapere che siamo ciò che  eravamo ieri e che saremo domani. Mantenere i medesimi lineamenti a cui tutti, fuori, si sono abituati. Dobbiamo farci riconoscere, sempre, dobbiamo ridare il nostro aspetto fedele, come un tempo, dobbiamo farci trovare “pronti”, ancora una volta.

Cambiare vuol dire vivere, ma vivere non vuol dire mettere in scena tutti questi teatrini massonici di cui siamo i primi attori. Applausi su applausi per cose che dovremmo sbagliare soltanto per il gusto di sbagliare. Si dovrebbe rinunciare a fare la cosa giusta al momento giusto per assomigliare quanto più possibile ad un errore. Perché se l’uomo è stato un errore di Dio, solo assomigliando a quell’errore, saremo finalmente umani. Possibile che nessuno abbia voglia di sentirsi altro da quello che è? Guardatevi intorno, lasciate la mano della persona che avete affianco e innamoratevi del primo sconosciuto presente in questa sala.

Guardate i fiumi, guardate i fiumi e fate come loro.

I fiumi non decidono di buttarsi nel mare. Lo fanno.

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