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Quotidiani #4: la capacità di scrivere

Il problema di quando scrivi una storia è scegliere ciò che non vuoi scrivere, ma, allo stesso tempo, diventare in qualche modo ossessionato con le cose che vorresti scrivere e con quelle che non stai affatto menzionando, ma che dovrebbero comunque essere nella tua storia.

Parlare poi della mia storia richiede tempo, come tutte le storie delle persone. Probabilmente raccontare una vita richiede un’altra vita mentre la vita reale scorre e, allora, si avrà bisogno di un’altra vita per raccontarla e così via.

Sto tornando a casa.

Sto tornando. Sto tornando a casa. E la luce non è poi così fioca. Dicono che quando stai lì per esalare l’ultimo alito sgradevole di un corpo che è stato come un cancro ben vestito tra tutti gli altri corpi, si intravede una luce. Una luce abbagliante, avvolgente. La vedo. Quella luce è lì, dritta davanti a me, con una sola differenza: io non sono morto.
Mi lascio alle spalle qualche sbaglio impiccato per errore e un mozzicone che mi ha bruciato la tappezzeria della mia Suneliner. Immaginaria, certo. Non mi sono mai potuto permettere delle promesse efficaci, figuriamoci una Suneliner!
Sto tornando, però, perché se la maggior parte degli uomini va da un punto all’altro senza capirne la ragione, spesso, per un procedere schiettamente fisiologico, alcuni, rari e malfattori tipi decidono di tornare. Sono coloro che tornano sull’accaduto, per riesaminarlo; sui punti morti della Storia e la riscrivono, soli, ma pur sempre con l’ombra di chi credevano di essere. Non conta sapere se il ritorno è al punto di partenza o di transizione. Perfino se è nell’arrivo risulta irrilevante. Tornare e ripeterselo a memoria e sfogliare qualche pagina di un libro; disperarsi come Dumas quando, sorpreso dal figlio in lacrime, dovette confessare di aver ucciso Porthos; mantenere una genie di focolai nelle notti che sono giorni. Uno strano odore mi invade le narici: è strano come certi odori impregnino gli odori. Non te li togli più di dosso; sono peggio della naftalina. Lo ricordo, l’odore: è quello della sconfitta.

Impara ad essere un perdente e probabilmente non perderai niente di così fondamentale. Uccide più la vita che il sentirsi vivi.

Certi battelli, sulla Senna, avevano una finestra dalla quale fuoriusciva una luce non poi così fioca. La luce proveniva dalla stanza di un veggente francese, che tentò di radunare dei dettami per un’educazione sentimentale. Quella finestra, di notte, era divenuto un punto di riferimento dal quale i naviganti tiravano le somme dei loro tragitti.
La strada è dritta e non posso sbagliarmi. Non manca molto.
Sto tornando a casa.

Agendarmi

Inizia l’anno, come ogni anno e l’agendina verrà a cercarti. Anzi, ti verrà spesso regalata. Chi non ne ha mai ricevuta dal proprio macellaio di fiducia o dal proprio barbiere? Oppure, quando vai da Mario, dopo l’ennesimo caffè, e ti dice con cuore generoso “ho qualcosa per te” e tu pensi già ad una storia da gangster con una porta a scomparsa e lui che ti introduce dentro, tra whisky, donne, sigari e poker infiniti. No. Era lui che ti toglieva la polvere da un’agendina che ti annuncia con solennità essere “nuova nuova” con addirittura un pennino. Che puntualmente non scrive. E tu che te ne ritorni, pensando ai caffè spesi.

Ma allora ti consoli del macellaio, in cui l’agendina ha un bel maialino rosa rosa che neanche tuo figlio o figlia avrebbe il coraggio di far vedere ai suoi amici. E il porco ti dice “grazie e buon anno”. Certo, ti ringrazia perché sei vegetariano. Decidi che quell’agendina la regalerai a tua volta a qualcuno a caso.

Meno male che c’è il parrucchiere. Agendina pulita, precisa, che non t’è venuta a cercare. In realtà te l’ha data tua moglie o il tuo ragazzo o il tuo amante o chi ti pare (PS diffiderei da amanti che danno tal agendina). In ogni modo, ormai ci sei dentro. Devi accettare un’agendina. Ti senti come Harry Potter quando desidera di essere Grifondoro, ma tu vuoi solo avere un’agendina che, comunque, non vuoi comprare.

Comprare un’agendina sarebbe la Sconfitta, l’Irrimediabile Condanna, l’Annuncio del Male. Il tuo cartolibraio di fiducia è un tirchio. Le cose non cambiano mai; solo gli anni lo fanno.

Decidi allora che farai la raccolta punti. Magari per fine anno un’agendina ce l’avrai. Meglio non appuntarsele le cose, ma viverle.

L’aspettativa di vita

Un uomo dovrebbe avere una sola aspettativa dalla vita: la vita stessa.

Può essere banale, ma questa cosa me l’ha detta un orango con un casco di banane sotto il braccio, fuori da un negozio di liquori.

Ora sembra tutto meno banale e più banane.

Il trono di banane

Smog Club

Prima regola dello  Smog Club:

INQUINA COME SE NON CI FOSSE UN DOMANI

C’era un odore denso di disinfettante che permeava dalle pareti del sottopassaggio. Cristo, gli Ambient erano arrivati anche lì, con quella loro smania di tenere un mondo pulito e lontano dai batteri. Ma Alex c’era abituato. Persino lui si teneva pulito come il Sistema richiedeva. Si lavava tre volte al giorno, aveva vinto diversi premi come “cittadino di Salinsbury più igienico” per anni consecutivi, il 2056, il 2057 e il 2058. Ogni giorno eseguiva la raccolta differenziata, se e quando vi fossero prodotti da differenziare. Per il resto andava spesso in bicicletta, indossava vestiti ottenuti soltanto con fibre vegetali e abitava in una di quelle case conformi alla natura, termovalorizzate, a zero impatto ambientale e a bassa tecnologia. Alex Fen era un cittadino al di sopra di ogni sospetto: la sua fedina penale era più pulita delle aiuole del Comune.

Eppure…

Alex Fen era uno Smogger. Uno di quelli che aveva capito che se vuoi fregarli, allora devi apparire come loro. Già:loro. In fondo non era così difficile: questa storia dell’ambiente era solo una questione di apparenze, e dietro le apparenze, ormai era chiaro, c’erano loro. I poteri forti, gli interessi, le multinazionali. Avevano solo cambiato vestito, in qualche caso avevano cambiato volto, ma il meccanismo era lo stesso. Non importa se li comandi con il petrolio o con le pale eoliche, se con le pellicce di leopardo o le fibre di canapa: ciò che importa è comandarli, avere il coltello sempre dalla parte del manico.

Alex Fen ricordava i racconti di suo nonno Alan: “Ai miei tempi potevi stirare una Ferrari e respirare smog e piombo veri. La benzina, figliuolo, quell’odore ti manda in bestia. Non questo idrogeno del cazzo. Non c’è niente che bruci come la benzina.”

“Ma nonno, qui c’è scritto che le risorse energetiche del pianeta terra sono finite e quindi…” Allora suo nonno Alan, un energumeno di ottant’anni, ottanta chili e un metro e ottanta di altezza, si sollevò dalla sedia a dondolo, afferrò il libro del nipote “Terra Vergine” e lo scaraventò nel fuoco del camino, urlando:

“Boiate. Tutte stronzate. Di petrolio ce n’è ancora per generazioni. – poi fece per calmarsi, si risedette e avvicinò il nipote toccandogli una spalla con la sua grossa mano – Vedi Alex, tutto è destinato alla decadenza, alla morte, al deterioramento, ma anche all’evoluzione. L’uomo del domani respirerà smog, il nostro dna si modificherà in base alle modifiche che noi abbiamo apportato al mondo…ci sono già uomini e donne in giro i cui polmoni sono in grado di respirare in tal modo, e anche parte della natura si è adattata. L’estinzione fa parte dell’evoluzione, figlio mio.”

“I grigi esistono dunque?”

“Sì, esistono. E c’è un mondo grigio lì fuori, lontano da questi falsi colori che ci impongono gli ambientalisti con il loro fanatismo. Forse non è colorato come il loro, ma è vero.”

Cartolina dal 2013

Quel pomeriggio e i successivi, Alex Fen aveva capito.

I ricchi vivevano in case a zero impatto ambientale e i poveri, sempre più poveri, erano costretti a rispettare l’ambiente vivendo come primitivi nelle giungle, costantemente controllati dagli Ambient, che avevano imposto il Regime “Natura Sicura” a tutte le nazioni del mondo.

Alex Fen respirò ancora quel disinfettante del sottopassaggio, si portò una mano dentro la giacca e ne tirò fuori una bomboletta spray.

Lesse:

“NOCIVA O BENIGNA DIPENDE DA COME LA PENSIATE: CONTIENE CFC. USATELA PER LIBERARE IL MONDO DALLA PESTE DEGLI AMBIENT”

Alex sorrise pensando all’ironia del tipo che aveva fatto stampare quell’avvertimento sulla bomboletta comunque proibita. Poi lo fece. Sollevò la mano destra e iniziò a spruzzare vernice sul muro, muovendosi lateralmente alla parete.

Scrisse: “Smog Vivo, Natura Morta.”

E poi si firmò “Caravaggio”. Si voltò, guardò la telecamera, sorrise e poi spruzzò sulla lente la vernice. E attese.

Un minuto. Due minuti. Tre minuti. Sentì dei passi. Stavano arrivando. Loro: gli Ambient.

Sentì salire l’adrenalina. Poi li vide. Per qualche attimo. Tre Ambient Poliziotti che correvano nella sua direzione al grido di “Ti uccideremo, piccolo bastardo.” Alex voltò loro le spalle e scappò.

Imboccò le scale.

“Scappa, bastardo smogger. Tanto ti prendiamo.”

Uscì fuori e prese la direzione opposta alla strada deserta, inoltrandosi nel bosco. Quelli tenevano il suo passo e gli stavano alle calcagna.

Ma Alex conosceva il sentiero più di un Ambient. A tratti rallentava e si voltava per assicurarsi che tenessero il passo. Poi riprendeva, scattante come una Porsche del 2013. Infine arrivò al punto concordato. Si appoggiò a un albero, ansimante. Quelli erano sempre più vicino e poteva leggere nei loro volti il sorriso beffardo di chi stava per farcela. Lo avrebbero preso e giustiziato all’istante. Così si faceva con gli Smogger. Morte per chi non rispettava le regole ambientali.

Niente processi, nessuna attenuante, nessuna valutazione della pena e del crimine. Un crimine qualsiasi contro l’ambiente era punito con la morte.

Ma quel giorno Alex Fen non incontrò la morte. Non appena i tre Ambient con le loro tute verdi e blu furono ad un passo da lui, la trappola scattò. I proiettili li avevano centrati tutti e tre in pieno.

I cadaveri dei tre Ambient giacevano ai piedi dello Smogger Alex Fen. Altri uscirono allo scoperto, imbracciando fucili e mitraglie. Mentre uno si assicurava che fossero morti, un altro che doveva essere il capo si sincerava che Alex stesse bene. Gli fece cenno di sì, poi aggiunse:

“è stato un gioco da ragazzi.”

“Un gioco da Smogger, vorrai dire.”

“Sì, Jhon. – si corresse Alex ridendo – Ora che ne facciamo?”

“Tagliamo loro la testa e le mandiamo alla piazza pubblica, una in ogni aiuola del Comune.”

Alex sorrise. “Lunga vita a GreyWar”

“Lunga vita a GreyWar” – risposero tutti in coro. La luna splendeva alta sui loro impavidi volti.

Changes.

Le frequenze riportano una canzone. Sto cambiando, dice, sto cambiando. Guardo fuori dal finestrino, mentre al mio posto c’è chi preme l’acceleratore con degli abbaglianti che accecano solo da dentro. C’è un punto che fisso costantemente davanti a me ma più la velocità aumenta e più questo punto si sposta, sempre più in là, sempre più avanti.

Ho pensato così all’infinito e al carcere. Ho pensato all’infinito che è un carcere nel quale tutto cambia e tutto resta impassibile all’interno di una libertà che tenta di evadere da se stessa. E poi immagini il mare. Come se l’infinito avesse delle onde, lunghe onde che cercano di afferrarti. Di trascinarti via. La mano di un gigante volubile pronta a portarti dentro quel ghiotto pulsare inconsistente. Ed invece non c’è nessuno, né un motivo, né una forza capace di inghiottirti e lasciarti in apnea per qualche minuto. Tutto è fatto per avere fiato, ma è incredibile come non si faccia altro che cercare un pretesto che ci tolga il respiro.

Per sentirci vivi abbiamo bisogno di assomigliare ai morti. Provare costantemente un senso di desolazione. Creiamo spazio, ecco tutto. Ci riempiamo per svuotarci e convincerci che abbiamo ancora posto per qualcosa o qualcuno. La felicità, del resto, perfino la felicità è una forma di rassegnazione. E quando ci si rassegna alla felicità, ad una felicità, a quella felicità, si ammette, come ammutinati, che non abbiamo più un pretesto per essere tristi.

Sto cambiando, dice, sto cambiando. E mi sveglio ogni mattina, mettendo i piedi a terra e sentendo il freddo del pavimento, mi sveglio ogni mattina perché mi hanno abituato a svegliarmi e riiniziare. Non importa con quale umore, con quale faccia. Ti alzerai, berrai la brodaglia di caffè che ti sei preparato dalla sera prima e sarai pronto. Sarai pronto. Perché più di qualsiasi altra cosa, nella vita, conta essere pronti. Pronti a fare sacrifici, pronti a rinunciare, pronti a dire la verità, ad essere tutti uguali davanti alla legge, pronti a perdonare, pronti ad amare, pronti a fare i conti o a tirare le somme. Pronti a togliere il malocchio, pronti a fare figli, pronti a trovarsi un posto sicuro, a comprarsi casa, pronti a frequentare i “salumi” letterari, pronti ad onorare il padre e la madre e anche qualche santo in cielo, pronti a gridare “E’ pronto, a tavola!”.

Sto cambiando. Sto cambiando. E più cambio e più tutte queste persone così prontamente pronte, sono impreparate, o sarebbe meglio dire che sono “impronte”, nient’altro che il calco di un cammino già visto.

Rassegniamoci, la maggior parte di noi non cambierà mai. Si ritirerà nel guscio come tartarughe millenarie e guarderà dalla collinetta della sua gobba il passare lento ed estenuante delle stagioni.

Perché in fondo è rassicurante fissarsi davanti allo specchio e riconoscerci, sapere che siamo ciò che  eravamo ieri e che saremo domani. Mantenere i medesimi lineamenti a cui tutti, fuori, si sono abituati. Dobbiamo farci riconoscere, sempre, dobbiamo ridare il nostro aspetto fedele, come un tempo, dobbiamo farci trovare “pronti”, ancora una volta.

Cambiare vuol dire vivere, ma vivere non vuol dire mettere in scena tutti questi teatrini massonici di cui siamo i primi attori. Applausi su applausi per cose che dovremmo sbagliare soltanto per il gusto di sbagliare. Si dovrebbe rinunciare a fare la cosa giusta al momento giusto per assomigliare quanto più possibile ad un errore. Perché se l’uomo è stato un errore di Dio, solo assomigliando a quell’errore, saremo finalmente umani. Possibile che nessuno abbia voglia di sentirsi altro da quello che è? Guardatevi intorno, lasciate la mano della persona che avete affianco e innamoratevi del primo sconosciuto presente in questa sala.

Guardate i fiumi, guardate i fiumi e fate come loro.

I fiumi non decidono di buttarsi nel mare. Lo fanno.

Socrate e l’idromaieutica

L’idromaieutica non è un metodo subacqueo di ricerca della verità (quello si chiama idromaieUstica, ma finora non ha ancora fornito grandi risposte).

L’idromaieutica ha piuttosto due significati: da una parte con esso intendiamo dire che la verità è come l’acqua, capace di cambiare forma a seconda del recipiente che la contiene, pertanto, come l’acqua, rende il terreno scivoloso e fangoso, costringe a rimettere in dubbio le nostre certezze acquisite. Per questo le persone idrofobe sono insospettabilmente più numerose delle idrofile. Non solo, nella verità occorre anche saper nuotare. Un nuotatore poco esperto potrebbe morire annegato, al contrario delle menzogne che sono sempre ottimi salvagenti per restare a galla. Non tutti sono in grado di resistere al gravame della Verità, che è come una zavorra al piede mentre infuria la tempesta.

Il secondo significato è che potremmo accontentarci di cercare la verità nelle vasche idromassaggio. Abbiamo infine votato per una deliberante e liberante fuga dai problemi e dai pugnali che ci hanno crocifisso per così lungo tempo.

Perché perdere tempo ad indicare la strada ai ciechi? Perché non passare da “Ad Maiora!” a “Ad Majorca!”? La tentazione è forte, tanto più che la realtà non cambia né a colpi di post di blog, né a colpi di posti di lavoro precari.

Cosa succede quando il Grande Sognatore si è stancato? Quando l’amore non è più quello che credevamo, quando la realtà è molto più grigia e oscura di quella descritta nei romanzi, quando non c’è nessun eroe, né razza aliena superiore a salvarci?

Succede che ci prendiamo una pausa. Una dovuta pausa da tutto.

Annegate pure. O salvatevi. Fate da soli, insomma.

Come avete sempre fatto, che siate vongole o merluzzi. Se ne avrete voglia, sopravviverete.

Quando i sogni sono infranti, non c’è modo di tornare indietro.

Socrate se ne va ad Ibiza.

Sine titulo domenicale.

Il panorama della scrittura italica è vasto, fatto di realtà in frantumazione e altre più solide. Le prime sono sotterranee. Nel “sottosuolo” fermenta l’humus dal quale solo può rinascere una pianta vigorosa. Più sopra, esposte malamente ai venti cangianti del clima politico e del mercato, troviamo piante certamente più belle a vedersi ma che durano ben poco, forse neanche il tempo di una stagione. L’olivo secolare resiste, certo richiede pazienza, richiede costanza, nella sua semidomesticità al contrario di piante per le quali non possiamo trovare un nome-metafora, dal momento che i raffronti biologici sono tutti di pieno rispetto.
Così nella vita, si finisce per preferire spesso il polline leggero rispetto all’insostenibilità massiccia di un olivo. Pochi scavano e si affidano alle radici.
Mi sento come Ulisse nella sala dei proci, e un vento di fuoco sta per travolgerli tutti, non per logiche meccaniche o volontaristiche, ma per divina previdenza. Per citare le Baccanti: quando l’atteso non si compie, un dio arriva e realizza l’inatteso.

Anteprima di vita

Molti programmi di scrittura odierni offrono la cosiddetta anteprima di stampa. Prima di stampare puoi farti un’idea di come verrà fuori il testo scritto. Matrix non è perfetto: mi sarebbe piaciuto (a chi non piacerebbe, suvvia! Fate poco gli eroi!) avere un’anteprima di vita. Magari poi sarei andato ugualmente in stampa, avrei mantenuto le opzioni scelte, o magari no, avrei fatto qualche ritocco qua e là.

Sono tutti bravi a dire “io rifarei tutto quel che ho fatto”. Vi voglio vedere ad avere la possibilità reale di “ripetere”, di “rivedere” qualche dettaglio qui e lì. Non stiamo a prenderci in giro. L’uomo è fatto per ammirare l’eroe, per imitarlo, al massimo, ma non per esserlo.

Non esistono quelli che non piangono o non si disperano, semmai non hanno mai fatto scelte, non hanno mai scelto.

Di una cosa non mi pento: ho sempre scelto, anche senza anteprima di stampa. Ho sprecato un fiume di carta e di inchiostro, è vero o forse no. Forse adesso la stampante è collaudata meglio di un tempo.

Non che il numero di errori commessi garantisca, al crescere, una maggiore esperienza e una maggiore competenza, o almeno non necessariamente.

Siamo stampati a getto di emozioni.

Grazie Matrix per aver reso così reale la definizione delle nostre immagini.

Tanti auguri a…

Auguri. Cristo, auguri.

Ogni anno la stessa storia. Non importa che si chiami Chanukkah, Ramadan o Natale. Puoi persino essere ateo e gli auguri ti verranno comunque a cercare. Tutte queste viscide persone non sanno nemmeno la radice del verbo augurare. Augurare significa accrescere, ma l’unica cosa che accrescono è la distanza che li separa da loro stessi.

Li vedo ogni mattina e capisco che l’unica cosa che posso fare è stare al loro gioco. Augurare. Allora: auguri. Auguri al tabaccaio che smercia morte. Auguri alla maestra che ci prepara durante l’anno come i panettoni senza canditi. Auguri al barbone sulla strada dell’università che mi ricorda il mio imbarazzo di essere venuto al mondo. Auguri a Jimmy Hendrix che mi ricorda che vivere vuol dire durare il tempo di un assolo. Auguri ai culturisti che mettono proteine nel loro pene. Auguri a Tolstoj e a tutti quelli che sono più in guerra che in pace. Auguri alla badante di mia nonna, ma soprattutto a chi non bada mai a se stesso. Auguri alle donne che si rifanno le tette in tempo per Natale. Auguri ai preti che sono più indaffarati degli uomini di Wallstreet. Auguri ad Andreotti e ai familiari di Moro. Auguri a Pacciani e a chi si porta dentro i propri mostri. Auguri ai migliori esempi della nostra generazione. Auguri a tutti quelli che votano Silvio perché non hanno più nulla da fare, auguri a chi vota quegli altri, in fila al seggio come il giorno della prima comunione. Auguri a Jack che ci ha insegnato a non frenare, e auguri all’altro Jack che ci ha aiutato a squartare la mente delle persone.

Auguri a chi vive l’emozione. A chi non ha paura. A chi sbaglia di proposito. Auguri ai bugiardi nella loro sincera meschinità. Auguri a chi ha tagliato il traguardo e a chi invece si è fermato prima. Auguri a chi non è nemmeno partito, a chi si innamora ancora e ancora e ancora senza stancarsi mai. Auguri a tutte quelle coppie che a vent’anni sembrano dei vecchi sposati da cinquanta. Auguri al rock. Auguri a chi fa sempre ciò che deve, a chi va contro corrente e anche a chi sceglie di essere la corrente.

Auguri alla pioggia quella che taglia il viso. Auguri a chi piange lava. Auguri a chi per raggiungere la felicità è disposto a perdere tutto.

Auguri a chi sa che l’amore non è nient’altro che egoismo. Auguri a chi si ama di nascosto.

Ma soprattutto auguri a me stesso, perché sono un testa di cazzo.

Vi auguro di non augurare mai nulla a nessuno.

Supercessi

Nella vita di un Supereroe bisogna distinguere tra due momenti del bisogno.

Uno, quello più noto, quando il mondo ha bisogno di lui.

L’altro, meno noto ma, a mio parere, più frequente, quando lui ha bisogno del cesso.

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Che la Forza sia con te.

Insomma se i vari Superman, Batman, e tutta l’assemblea degli Avengers combattono il male che si aggira nei vicoli bui delle nostre città, tutto questo lo dobbiamo non a loro, ma ai loro cessi.

Che poi per ognuno si profilano diversi modelli idraulici a seconda delle esigenze.

Partiamo dal più noto, Superman. Deve essere un cesso bello potente, in grado di mandar giù la Kryptonite se necessario! Senza tavoletta: lui non è tipo da abbassare la tavoletta, anche perché non conosce molto la delicatezza. L’idraulico SuperMario effettua periodici controlli e ogni tanto deve cambiare la tazza del water dal momento che riporta svariate crepe. Quando Superman non mangia verdura, va stitico, e s’incazza, e quindi si sforza. E se Superman si sforza al cesso, sappiamo tutti come va a finire: lo stronzo perde.

Secondo cesso: quello di Batman. Bè, non è un cesso qualsiasi, a cominciare dal nome: BatWater. Che non è la versione idraulica di Darth Vader, sebbene proprio lui ne sia il designer. Si sa, Batman sceglie solo i migliori. Il BatWater è dotato di infinite funzionalità: prima di tutto ha ben tre tavolette. La prima è un piano di lavoro dotato di i-pad incorporato. La seconda consente a Batman di svolgere tutti i collegamenti con la Batcaverna, dotata di connessione bat-fi. La terza, quella soltanto di contorno è in realtà una banalissima tavoletta voluta da Cat-Woman per quando lo va a trovare. Ci sono svariati pulsanti a lato: soltanto il maggiordomo Alfred ne conosce a memoria tutte le funzioni. Dal pulsante per far partire le testate nucleari ad ampio raggio, a quello più comune di scarico. La carta igienica si recicla dopo una giornata attraverso un macchinario di riciclaggio installato dietro il BatWater.

BabyBatman anni ’20

Terzo cesso, che io considero tra quelli più sfigati è quello di Aquaman. Purtroppo ogni volta che scarica è un gran casino, e spesso rischia di essere assorbito dal mulinello: è più forte di lui, non sa resistere a buttarsi dentro. Una volta è entrato nel cesso di casa ed è uscito nel Mar del Bosforo.

Plinplin: arriva aquaman

Quarto cesso: quello di Lanterna Verde. La principale particolarità di questo cesso è la trasparenza. Le feci di Lanterna Verde sono fosforescenti. E a lui, che alle elezioni vota gli ambientalisti solo per vantarsi del proprio colore, piace vantarsene. Se potesse le inscatolerebbe come quelle di Piero Manzoni. Dalla merde d’artiste alla merda verde. Nessuno gliele comprerebbe però. Così ogni volta che va al cesso si accontenta di vederle brillare in trasparenza. Peccato che il fetore non sia altrettanto…trasparente.

Indovinate di chi sarà mai questa tavoletta del cesso?

Altro cesso di non minore importanza è quello della Donna Invisibile. A tal proposito c’è una leggenda intorno alle origini della Donna Invisibile. Si dice infatti che i primi sospetti sulla sua esistenza vennero da chi entrava nel suo bagno di casa. Per quanto lei fosse invisibile l’incredibile odore testimoniava il suo passaggio. L’ultima battaglia con il Dottor Destino è stata ingaggiata proprio nel cesso di casa sua. Destino ne seguiva le tracce tramite il fiuto. Poi la Donna Invisibile l’ha scaricato e non si è fatta più vedere. Tipico. (Ancora oggi Destino si aggira tra un bancone e l’altro del bar dicendo: era destino che andasse così).

Didascalia: nell’immagine soprastante donna invisibile nuda (sì lo so, il blog ha calato la censura)

Per ora basta così: nel prossimo post parleremo della Cosa, di Silver Surfer, e di tanti altri eroi sempre presenti nel momento del bisogno.

Un grande cesso è una grande responsabilità – Super Mario

Non c’è bisogno di mettere fretta alla pioggia.

 

Ci sono momenti della tua vita che vorresti davvero aver fatto altro. Ti chiedi perché dopo 22 anni ti trovi a mugugnare davanti un’impossibilità, oppure perché a 48 anni ti trovi a dover ricominciare daccapo. Ci sono, tra l’altro, quei momenti che vorresti cancellare, che vorresti eliminare. Che sono inutili. Inutili, punto e basta. Quei momenti d’ansia per fare qualcos’altro o quei momenti che sono ponte per fare qualcos’altro.

Esempio: il tempo che ci mettete dalla porta di casa vostra all’auto. Da casa vostra all’autobus. Dall’autobus alla classe dell’università. Dall’ultimo scalino prima della spiaggia al mare. Momenti morti. Quei momenti che desidereresti mettere un bel forward. Premi tasto, avanti.

Ci penso spesso: mi trovo a camminare e ad arrivare a dei punti per poi unire altri punti, quando sarebbe molto più comodo avere un comando che ti permetterebbe di vivere la vita on-demand. Eppure, ultimamente, mi sono convinto del contrario.

E me lo ha spiegato il mio comandante, Lordbad. Mi ha detto il vegliardo: ‘Vedi, non puoi semplicemente pensare di togliere dei momenti semplicemente perché pensi sono meno speciali di altri. E ti faccio anche un esempio. Prendi per esempio la goccia di Chopin. In quel componimento c’è una sola nota che sbatte e ribatte durante l’intera composizione. Ecco, se togli quella goccia, pensi che la vita sarebbe uguale? È come se, andando avanti, togliessi il senso della melodia. Non puoi pensare alla vita come l’insieme degli attimi che tolgono il fiato, ma come il fiato che esce dalla totalità degli attimi’.

Allora,  mi metto ad ascoltare la goccia. Scorre. Non c’è bisogno di mettere fretta alla pioggia.

Giudizio universato.

Io me lo prendo eccome il diritto di giudicare. Giudice di me stesso, decreto la fattibilità e la fallibilità delle vite intorno a me. Questo è la sola unità di (s)misura capace di captare le onde elettromagnetiche che le emozioni emanano.

Ma bisogna essere sinceri. La vita non è fatta soltanto di semplici emozioni. Sarebbe meglio dire: vivere non significa emozionarsi. Emozionarsi e basta.

Perché nell’emozione, nell’emozione cruda in sé, dov’è il rischio? Il rischio: esattamente. Il rischio è lo stendardo che dovremmo spargere a terra come una spina dorsale su cui basarci. Sulla quale camminare. Il rischio di essere degli incoscienti.

Più che il coraggio, per vivere si ha bisogno dell’incoscienza. Ed è per questo che giudico. E giudico non perché mi arrovello il diritto di dire cosa è giusto o sbagliato, bensì perché di morti, intorno, ne vedo a migliaia. Eppure questi non sono morti viventi, il che sarebbe già qualcosa.

Sono morti morenti. Attendono una morte che è già arrivata. Attendono la conferma della morte.

Ci sono alcune persone totalmente inutili. Che Dio non me ne voglia, ma è ben chiaro nella mia mente che alcune persone, nella loro inutilità esistenziale, sono estremamente inutili.

Aprirei un’agenzia di anime non pie con suscritto: “accettasi uomini coraggiosi disposti a lasciare il posto agli incoscienti”.

E le persone inutili, di cui parlo sopra, non sono i sofferenti, gli ammalati, i disperati, i sognatori, ma sono tutti coloro che conducono una vita stancamente equilibrata, sobria, volta alla misericordia della quiete, che non ha mai osato diventare una persona diversa da quella che è, che cerca perdutamente quell’amore che gli cambierà le sue abitudini, quell’amore che gli permetterà di essere come gli altri, di uscire a cena con gli altri.

“Ma ogni vita è speciale, ogni vita è unica”, ribatte l’amico saggio. “No. No!” gli andrebbe risposto.

Non c’è niente di interessante nelle vite comuni. Le vite comuni sono uno spreco.

Alda Merini scriveva: “La cosa meno scandalosa della vita è lo scandalo”.

E aveva ragione. Fidatevi dei poeti. Aveva ragione.

Chiunque stia leggendo: vi voglio attivi, vi voglio vogliosi di far venire questa gran figa che è l’esistenza. Orgasmi, orgasmi veri ogni sacrosanto momento, ogni sacrosanto minuto.

Santi gli orgasmi. Santi i ditalini dell’intelletto.

Masturbatevi la coscienza e vedrete come la vostra anima assomiglierà sempre di più ad una prostituta celibe.

Poiché la vita è potente, e ancora più potente è la possibilità di viverla. Ogni attimo può essere una svolta, un cambio di rotta, una felicità mai sperata. Tutto ciò, se solo lo volessimo realmente.

Incominciamo a desiderare, da qui.

Frittate esistenziali

Non era arrivato mai ad avere dubbi su se stesso. Pensava a se stesso come un’unità, un uovo primordiale che mai sarebbe esploso o schiuso. Non c’era niente da scoprire in se stesso. Aveva letto 5 volte di seguito Siddharta di Herman Hesse e lo aveva illuminato. Aveva pensato che sarebbe stato un principe per sempre o che avrebbe giocato con gli uomini sempre standosene da parte. Quando aveva diciotto anni andò naturalmente all’università perché così era stato stabilito. Non c’era stata scelta, dubbio, ritrosia. Quello apparteneva agli umani, apparteneva al regno del dubbio che era il regno degli dèi a metà, di quelli che non sapevano dell’unità. Andò all’università perché così doveva essere, scelse alcune compagnie e ne rifiutò altre con la stessa naturalezza con cui la pioggia cade e con cui la gravità ruba le mele agli alberi.

Ma non sapeva che c’era l’esercito delle uova ad aspettarlo.

Non c’era incrinatura, spazio, modifica. Quello era per gli altri, il regno di chi mai avrebbe conosciuto. La naturalezza della vita lo portò ad un viaggio e conobbe gente che non aveva programmato. Si sentì vicino alle persone che aveva conosciuto, ma non erano membri del suo regno. Li sentì coraggiosi: avevano preso la propria vita di petto. Gli dissero che non c’erano scelte migliori, ma che c’erano scelte e che il mondo è un armadio da cui scegliere i vestiti. Non importava la marca. Alcune di queste persone avevano lasciato la famiglia, altre avevano attraversato oceani, altre erano diventate bariste o altri si erano trovati a difendere i diritti degli animali.


Non erano pentiti. Avevano rotto l’uovo del così-doveva-essere. Si sentì un viandante. Si accorse del mondo e si accorse del fatto che non poteva più evitarlo. Era uno straccio: prese con sé il dubbio, coccolava il dubbio, ma il dubbio non coccolava il suo sé. Ora poteva cavalcare il mondo, liberarsi del guscio. Si sentiva male: è la globalizzazione, baby.

Valeva tutto: le ombre, le luci, le cose vecchie e nuove, quelle brutte, le persone che ti raccontavano dei viaggi in vela e di quelle che mai si erano spostate dal proprio quartiere. Decise che voleva scrivere un inno al mondo e alla brevità della vita.

Quanto è stupida la vita, pensò, ora vorrei una frittata.

Ogni maledetto weekend

Il weekend è come il cucchiaio: non esiste.

Se ti concentri, capirai che non è il cucchiaio a piegarsi, ma sei tu stesso.  Così come capirai che non è il weekend a venirti incontro ma sei te che vai incontro al weekend.

Quante volte gli impegni che per tanti motivi non possono essere realizzati durante la settimana lavorativa (strana definizione questa del tempo segnato da crisi e disoccupazione), sono rimandati al weekend?

Così arrivano le classiche frasi come “ci vediamo nel weekend”, “ci sentiamo nel weekend”, “cosa fai questo weekend?”

Il weekend è un’invenzione del Sistema per tenerci buoni, è il premio per fermarci e ripartire, è la dose di ozio settimanale istituzionalmente conclamata (al di là del fatto che molti non conoscono ozio o non conoscono lavoro).

Ma la parte più difficile da accettare in questo inglesismo è la definizione precisa di tempo cui la parola fa riferimento.

Weekend al faro, ma sì!

Cosa si intende con “weekend”? Venerdì e sabato, o anche la domenica, o soltanto il sabato in coppia con la domenica, o uno soltanto di questi giorni? Forse è un’ oscura porzione di tempo che si manifesta in un portale che può aprirsi soltanto a cavallo della mezzanotte del sabato? Chissà!

Una cosa è certa. Quando arrivava il weekend, una volta, ero contento. Adesso la parola mi mette una tristezza infinita. “Weekend”: il composto week e end, mi suggerisce la fine di qualcosa, e quando qualcosa finisce io sono sempre triste. Allora preferisco chiamare le cose con il loro nome: fine settimana. Mi sembra più corretto. Mi sembra che weekend sia un torto alla vita, una allegrezza più che una gioia, una forzatura del tempo. Chiamiamo le cose con il loro nome, diamo poco spazio all’ambiguo, perché il tempo non sarà altrettanto “inglese” con noi.

Tra l’altro uno studio recente, a cura dello Storm Prediction Center con sede in Oklahoma, dimostra che tempeste e tornado sono meno frequenti nel weekend, a causa di inquinamento e smog. C’è poco movimento. A me piace la tempesta, non la quiete.

Vi immaginate se “Ogni maledetta domenica” sarebbe stato “Ogni maledetto weekend”? Dai, non si può!

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