Socrate e l’idromaieutica
L’idromaieutica non è un metodo subacqueo di ricerca della verità (quello si chiama idromaieUstica, ma finora non ha ancora fornito grandi risposte).
L’idromaieutica ha piuttosto due significati: da una parte con esso intendiamo dire che la verità è come l’acqua, capace di cambiare forma a seconda del recipiente che la contiene, pertanto, come l’acqua, rende il terreno scivoloso e fangoso, costringe a rimettere in dubbio le nostre certezze acquisite. Per questo le persone idrofobe sono insospettabilmente più numerose delle idrofile. Non solo, nella verità occorre anche saper nuotare. Un nuotatore poco esperto potrebbe morire annegato, al contrario delle menzogne che sono sempre ottimi salvagenti per restare a galla. Non tutti sono in grado di resistere al gravame della Verità, che è come una zavorra al piede mentre infuria la tempesta.
Il secondo significato è che potremmo accontentarci di cercare la verità nelle vasche idromassaggio. Abbiamo infine votato per una deliberante e liberante fuga dai problemi e dai pugnali che ci hanno crocifisso per così lungo tempo.
Perché perdere tempo ad indicare la strada ai ciechi? Perché non passare da “Ad Maiora!” a “Ad Majorca!”? La tentazione è forte, tanto più che la realtà non cambia né a colpi di post di blog, né a colpi di posti di lavoro precari.
Cosa succede quando il Grande Sognatore si è stancato? Quando l’amore non è più quello che credevamo, quando la realtà è molto più grigia e oscura di quella descritta nei romanzi, quando non c’è nessun eroe, né razza aliena superiore a salvarci?
Succede che ci prendiamo una pausa. Una dovuta pausa da tutto.
Annegate pure. O salvatevi. Fate da soli, insomma.
Come avete sempre fatto, che siate vongole o merluzzi. Se ne avrete voglia, sopravviverete.
Quando i sogni sono infranti, non c’è modo di tornare indietro.
Socrate se ne va ad Ibiza.
Sine titulo domenicale.
Il panorama della scrittura italica è vasto, fatto di realtà in frantumazione e altre più solide. Le prime sono sotterranee. Nel “sottosuolo” fermenta l’humus dal quale solo può rinascere una pianta vigorosa. Più sopra, esposte malamente ai venti cangianti del clima politico e del mercato, troviamo piante certamente più belle a vedersi ma che durano ben poco, forse neanche il tempo di una stagione. L’olivo secolare resiste, certo richiede pazienza, richiede costanza, nella sua semidomesticità al contrario di piante per le quali non possiamo trovare un nome-metafora, dal momento che i raffronti biologici sono tutti di pieno rispetto.
Così nella vita, si finisce per preferire spesso il polline leggero rispetto all’insostenibilità massiccia di un olivo. Pochi scavano e si affidano alle radici.
Mi sento come Ulisse nella sala dei proci, e un vento di fuoco sta per travolgerli tutti, non per logiche meccaniche o volontaristiche, ma per divina previdenza. Per citare le Baccanti: quando l’atteso non si compie, un dio arriva e realizza l’inatteso.
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Anteprima di vita
Molti programmi di scrittura odierni offrono la cosiddetta anteprima di stampa. Prima di stampare puoi farti un’idea di come verrà fuori il testo scritto. Matrix non è perfetto: mi sarebbe piaciuto (a chi non piacerebbe, suvvia! Fate poco gli eroi!) avere un’anteprima di vita. Magari poi sarei andato ugualmente in stampa, avrei mantenuto le opzioni scelte, o magari no, avrei fatto qualche ritocco qua e là.
Sono tutti bravi a dire “io rifarei tutto quel che ho fatto”. Vi voglio vedere ad avere la possibilità reale di “ripetere”, di “rivedere” qualche dettaglio qui e lì. Non stiamo a prenderci in giro. L’uomo è fatto per ammirare l’eroe, per imitarlo, al massimo, ma non per esserlo.
Non esistono quelli che non piangono o non si disperano, semmai non hanno mai fatto scelte, non hanno mai scelto.
Di una cosa non mi pento: ho sempre scelto, anche senza anteprima di stampa. Ho sprecato un fiume di carta e di inchiostro, è vero o forse no. Forse adesso la stampante è collaudata meglio di un tempo.
Non che il numero di errori commessi garantisca, al crescere, una maggiore esperienza e una maggiore competenza, o almeno non necessariamente.
Siamo stampati a getto di emozioni.
Grazie Matrix per aver reso così reale la definizione delle nostre immagini.

Tanti auguri a…
Auguri. Cristo, auguri.
Ogni anno la stessa storia. Non importa che si chiami Chanukkah, Ramadan o Natale. Puoi persino essere ateo e gli auguri ti verranno comunque a cercare. Tutte queste viscide persone non sanno nemmeno la radice del verbo augurare. Augurare significa accrescere, ma l’unica cosa che accrescono è la distanza che li separa da loro stessi.
Li vedo ogni mattina e capisco che l’unica cosa che posso fare è stare al loro gioco. Augurare. Allora: auguri. Auguri al tabaccaio che smercia morte. Auguri alla maestra che ci prepara durante l’anno come i panettoni senza canditi. Auguri al barbone sulla strada dell’università che mi ricorda il mio imbarazzo di essere venuto al mondo. Auguri a Jimmy Hendrix che mi ricorda che vivere vuol dire durare il tempo di un assolo. Auguri ai culturisti che mettono proteine nel loro pene. Auguri a Tolstoj e a tutti quelli che sono più in guerra che in pace. Auguri alla badante di mia nonna, ma soprattutto a chi non bada mai a se stesso. Auguri alle donne che si rifanno le tette in tempo per Natale. Auguri ai preti che sono più indaffarati degli uomini di Wallstreet. Auguri ad Andreotti e ai familiari di Moro. Auguri a Pacciani e a chi si porta dentro i propri mostri. Auguri ai migliori esempi della nostra generazione. Auguri a tutti quelli che votano Silvio perché non hanno più nulla da fare, auguri a chi vota quegli altri, in fila al seggio come il giorno della prima comunione. Auguri a Jack che ci ha insegnato a non frenare, e auguri all’altro Jack che ci ha aiutato a squartare la mente delle persone.

Auguri a chi vive l’emozione. A chi non ha paura. A chi sbaglia di proposito. Auguri ai bugiardi nella loro sincera meschinità. Auguri a chi ha tagliato il traguardo e a chi invece si è fermato prima. Auguri a chi non è nemmeno partito, a chi si innamora ancora e ancora e ancora senza stancarsi mai. Auguri a tutte quelle coppie che a vent’anni sembrano dei vecchi sposati da cinquanta. Auguri al rock. Auguri a chi fa sempre ciò che deve, a chi va contro corrente e anche a chi sceglie di essere la corrente.
Auguri alla pioggia quella che taglia il viso. Auguri a chi piange lava. Auguri a chi per raggiungere la felicità è disposto a perdere tutto.
Auguri a chi sa che l’amore non è nient’altro che egoismo. Auguri a chi si ama di nascosto.
Ma soprattutto auguri a me stesso, perché sono un testa di cazzo.
Vi auguro di non augurare mai nulla a nessuno.
Supercessi
Nella vita di un Supereroe bisogna distinguere tra due momenti del bisogno.
Uno, quello più noto, quando il mondo ha bisogno di lui.
L’altro, meno noto ma, a mio parere, più frequente, quando lui ha bisogno del cesso.
Insomma se i vari Superman, Batman, e tutta l’assemblea degli Avengers combattono il male che si aggira nei vicoli bui delle nostre città, tutto questo lo dobbiamo non a loro, ma ai loro cessi.
Che poi per ognuno si profilano diversi modelli idraulici a seconda delle esigenze.
Partiamo dal più noto, Superman. Deve essere un cesso bello potente, in grado di mandar giù la Kryptonite se necessario! Senza tavoletta: lui non è tipo da abbassare la tavoletta, anche perché non conosce molto la delicatezza. L’idraulico SuperMario effettua periodici controlli e ogni tanto deve cambiare la tazza del water dal momento che riporta svariate crepe. Quando Superman non mangia verdura, va stitico, e s’incazza, e quindi si sforza. E se Superman si sforza al cesso, sappiamo tutti come va a finire: lo stronzo perde.

Secondo cesso: quello di Batman. Bè, non è un cesso qualsiasi, a cominciare dal nome: BatWater. Che non è la versione idraulica di Darth Vader, sebbene proprio lui ne sia il designer. Si sa, Batman sceglie solo i migliori. Il BatWater è dotato di infinite funzionalità: prima di tutto ha ben tre tavolette. La prima è un piano di lavoro dotato di i-pad incorporato. La seconda consente a Batman di svolgere tutti i collegamenti con la Batcaverna, dotata di connessione bat-fi. La terza, quella soltanto di contorno è in realtà una banalissima tavoletta voluta da Cat-Woman per quando lo va a trovare. Ci sono svariati pulsanti a lato: soltanto il maggiordomo Alfred ne conosce a memoria tutte le funzioni. Dal pulsante per far partire le testate nucleari ad ampio raggio, a quello più comune di scarico. La carta igienica si recicla dopo una giornata attraverso un macchinario di riciclaggio installato dietro il BatWater.
BabyBatman anni ’20
Terzo cesso, che io considero tra quelli più sfigati è quello di Aquaman. Purtroppo ogni volta che scarica è un gran casino, e spesso rischia di essere assorbito dal mulinello: è più forte di lui, non sa resistere a buttarsi dentro. Una volta è entrato nel cesso di casa ed è uscito nel Mar del Bosforo.
Plinplin: arriva aquaman
Quarto cesso: quello di Lanterna Verde. La principale particolarità di questo cesso è la trasparenza. Le feci di Lanterna Verde sono fosforescenti. E a lui, che alle elezioni vota gli ambientalisti solo per vantarsi del proprio colore, piace vantarsene. Se potesse le inscatolerebbe come quelle di Piero Manzoni. Dalla merde d’artiste alla merda verde. Nessuno gliele comprerebbe però. Così ogni volta che va al cesso si accontenta di vederle brillare in trasparenza. Peccato che il fetore non sia altrettanto…trasparente.
Indovinate di chi sarà mai questa tavoletta del cesso?
Altro cesso di non minore importanza è quello della Donna Invisibile. A tal proposito c’è una leggenda intorno alle origini della Donna Invisibile. Si dice infatti che i primi sospetti sulla sua esistenza vennero da chi entrava nel suo bagno di casa. Per quanto lei fosse invisibile l’incredibile odore testimoniava il suo passaggio. L’ultima battaglia con il Dottor Destino è stata ingaggiata proprio nel cesso di casa sua. Destino ne seguiva le tracce tramite il fiuto. Poi la Donna Invisibile l’ha scaricato e non si è fatta più vedere. Tipico. (Ancora oggi Destino si aggira tra un bancone e l’altro del bar dicendo: era destino che andasse così).

Didascalia: nell’immagine soprastante donna invisibile nuda (sì lo so, il blog ha calato la censura)
Per ora basta così: nel prossimo post parleremo della Cosa, di Silver Surfer, e di tanti altri eroi sempre presenti nel momento del bisogno.
Un grande cesso è una grande responsabilità – Super Mario
Non c’è bisogno di mettere fretta alla pioggia.
Ci sono momenti della tua vita che vorresti davvero aver fatto altro. Ti chiedi perché dopo 22 anni ti trovi a mugugnare davanti un’impossibilità, oppure perché a 48 anni ti trovi a dover ricominciare daccapo. Ci sono, tra l’altro, quei momenti che vorresti cancellare, che vorresti eliminare. Che sono inutili. Inutili, punto e basta. Quei momenti d’ansia per fare qualcos’altro o quei momenti che sono ponte per fare qualcos’altro.
Esempio: il tempo che ci mettete dalla porta di casa vostra all’auto. Da casa vostra all’autobus. Dall’autobus alla classe dell’università. Dall’ultimo scalino prima della spiaggia al mare. Momenti morti. Quei momenti che desidereresti mettere un bel forward. Premi tasto, avanti.

Ci penso spesso: mi trovo a camminare e ad arrivare a dei punti per poi unire altri punti, quando sarebbe molto più comodo avere un comando che ti permetterebbe di vivere la vita on-demand. Eppure, ultimamente, mi sono convinto del contrario.
E me lo ha spiegato il mio comandante, Lordbad. Mi ha detto il vegliardo: ‘Vedi, non puoi semplicemente pensare di togliere dei momenti semplicemente perché pensi sono meno speciali di altri. E ti faccio anche un esempio. Prendi per esempio la goccia di Chopin. In quel componimento c’è una sola nota che sbatte e ribatte durante l’intera composizione. Ecco, se togli quella goccia, pensi che la vita sarebbe uguale? È come se, andando avanti, togliessi il senso della melodia. Non puoi pensare alla vita come l’insieme degli attimi che tolgono il fiato, ma come il fiato che esce dalla totalità degli attimi’.
Allora, mi metto ad ascoltare la goccia. Scorre. Non c’è bisogno di mettere fretta alla pioggia.
Giudizio universato.
Io me lo prendo eccome il diritto di giudicare. Giudice di me stesso, decreto la fattibilità e la fallibilità delle vite intorno a me. Questo è la sola unità di (s)misura capace di captare le onde elettromagnetiche che le emozioni emanano.
Ma bisogna essere sinceri. La vita non è fatta soltanto di semplici emozioni. Sarebbe meglio dire: vivere non significa emozionarsi. Emozionarsi e basta.
Perché nell’emozione, nell’emozione cruda in sé, dov’è il rischio? Il rischio: esattamente. Il rischio è lo stendardo che dovremmo spargere a terra come una spina dorsale su cui basarci. Sulla quale camminare. Il rischio di essere degli incoscienti.
Più che il coraggio, per vivere si ha bisogno dell’incoscienza. Ed è per questo che giudico. E giudico non perché mi arrovello il diritto di dire cosa è giusto o sbagliato, bensì perché di morti, intorno, ne vedo a migliaia. Eppure questi non sono morti viventi, il che sarebbe già qualcosa.
Sono morti morenti. Attendono una morte che è già arrivata. Attendono la conferma della morte.

Ci sono alcune persone totalmente inutili. Che Dio non me ne voglia, ma è ben chiaro nella mia mente che alcune persone, nella loro inutilità esistenziale, sono estremamente inutili.
Aprirei un’agenzia di anime non pie con suscritto: “accettasi uomini coraggiosi disposti a lasciare il posto agli incoscienti”.
E le persone inutili, di cui parlo sopra, non sono i sofferenti, gli ammalati, i disperati, i sognatori, ma sono tutti coloro che conducono una vita stancamente equilibrata, sobria, volta alla misericordia della quiete, che non ha mai osato diventare una persona diversa da quella che è, che cerca perdutamente quell’amore che gli cambierà le sue abitudini, quell’amore che gli permetterà di essere come gli altri, di uscire a cena con gli altri.
“Ma ogni vita è speciale, ogni vita è unica”, ribatte l’amico saggio. “No. No!” gli andrebbe risposto.
Non c’è niente di interessante nelle vite comuni. Le vite comuni sono uno spreco.
Alda Merini scriveva: “La cosa meno scandalosa della vita è lo scandalo”.
E aveva ragione. Fidatevi dei poeti. Aveva ragione.
Chiunque stia leggendo: vi voglio attivi, vi voglio vogliosi di far venire questa gran figa che è l’esistenza. Orgasmi, orgasmi veri ogni sacrosanto momento, ogni sacrosanto minuto.
Santi gli orgasmi. Santi i ditalini dell’intelletto.
Masturbatevi la coscienza e vedrete come la vostra anima assomiglierà sempre di più ad una prostituta celibe.
Poiché la vita è potente, e ancora più potente è la possibilità di viverla. Ogni attimo può essere una svolta, un cambio di rotta, una felicità mai sperata. Tutto ciò, se solo lo volessimo realmente.

Incominciamo a desiderare, da qui.
Frittate esistenziali
Non era arrivato mai ad avere dubbi su se stesso. Pensava a se stesso come un’unità, un uovo primordiale che mai sarebbe esploso o schiuso. Non c’era niente da scoprire in se stesso. Aveva letto 5 volte di seguito Siddharta di Herman Hesse e lo aveva illuminato. Aveva pensato che sarebbe stato un principe per sempre o che avrebbe giocato con gli uomini sempre standosene da parte. Quando aveva diciotto anni andò naturalmente all’università perché così era stato stabilito. Non c’era stata scelta, dubbio, ritrosia. Quello apparteneva agli umani, apparteneva al regno del dubbio che era il regno degli dèi a metà, di quelli che non sapevano dell’unità. Andò all’università perché così doveva essere, scelse alcune compagnie e ne rifiutò altre con la stessa naturalezza con cui la pioggia cade e con cui la gravità ruba le mele agli alberi.

Ma non sapeva che c’era l’esercito delle uova ad aspettarlo.
Non c’era incrinatura, spazio, modifica. Quello era per gli altri, il regno di chi mai avrebbe conosciuto. La naturalezza della vita lo portò ad un viaggio e conobbe gente che non aveva programmato. Si sentì vicino alle persone che aveva conosciuto, ma non erano membri del suo regno. Li sentì coraggiosi: avevano preso la propria vita di petto. Gli dissero che non c’erano scelte migliori, ma che c’erano scelte e che il mondo è un armadio da cui scegliere i vestiti. Non importava la marca. Alcune di queste persone avevano lasciato la famiglia, altre avevano attraversato oceani, altre erano diventate bariste o altri si erano trovati a difendere i diritti degli animali.

Non erano pentiti. Avevano rotto l’uovo del così-doveva-essere. Si sentì un viandante. Si accorse del mondo e si accorse del fatto che non poteva più evitarlo. Era uno straccio: prese con sé il dubbio, coccolava il dubbio, ma il dubbio non coccolava il suo sé. Ora poteva cavalcare il mondo, liberarsi del guscio. Si sentiva male: è la globalizzazione, baby.
Valeva tutto: le ombre, le luci, le cose vecchie e nuove, quelle brutte, le persone che ti raccontavano dei viaggi in vela e di quelle che mai si erano spostate dal proprio quartiere. Decise che voleva scrivere un inno al mondo e alla brevità della vita.
Quanto è stupida la vita, pensò, ora vorrei una frittata.
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Ogni maledetto weekend
Il weekend è come il cucchiaio: non esiste.
Se ti concentri, capirai che non è il cucchiaio a piegarsi, ma sei tu stesso. Così come capirai che non è il weekend a venirti incontro ma sei te che vai incontro al weekend.
Quante volte gli impegni che per tanti motivi non possono essere realizzati durante la settimana lavorativa (strana definizione questa del tempo segnato da crisi e disoccupazione), sono rimandati al weekend?
Così arrivano le classiche frasi come “ci vediamo nel weekend”, “ci sentiamo nel weekend”, “cosa fai questo weekend?”
Il weekend è un’invenzione del Sistema per tenerci buoni, è il premio per fermarci e ripartire, è la dose di ozio settimanale istituzionalmente conclamata (al di là del fatto che molti non conoscono ozio o non conoscono lavoro).
Ma la parte più difficile da accettare in questo inglesismo è la definizione precisa di tempo cui la parola fa riferimento.

Weekend al faro, ma sì!
Cosa si intende con “weekend”? Venerdì e sabato, o anche la domenica, o soltanto il sabato in coppia con la domenica, o uno soltanto di questi giorni? Forse è un’ oscura porzione di tempo che si manifesta in un portale che può aprirsi soltanto a cavallo della mezzanotte del sabato? Chissà!
Una cosa è certa. Quando arrivava il weekend, una volta, ero contento. Adesso la parola mi mette una tristezza infinita. “Weekend”: il composto week e end, mi suggerisce la fine di qualcosa, e quando qualcosa finisce io sono sempre triste. Allora preferisco chiamare le cose con il loro nome: fine settimana. Mi sembra più corretto. Mi sembra che weekend sia un torto alla vita, una allegrezza più che una gioia, una forzatura del tempo. Chiamiamo le cose con il loro nome, diamo poco spazio all’ambiguo, perché il tempo non sarà altrettanto “inglese” con noi.
Tra l’altro uno studio recente, a cura dello Storm Prediction Center con sede in Oklahoma, dimostra che tempeste e tornado sono meno frequenti nel weekend, a causa di inquinamento e smog. C’è poco movimento. A me piace la tempesta, non la quiete.
Vi immaginate se “Ogni maledetta domenica” sarebbe stato “Ogni maledetto weekend”? Dai, non si può!
State bene così (11-09-1971 11-09-2012)
La morte mi fa ridere, la vita no. – Piero Ciampi
Non tutte le morti sono uguali. Nella società odierna, anestetizzata a colpi di telegiornale e drammi quotidiani, dove si vive una funziona catartica rovesciata (più che svuotare il tragico, l’uomo contemporaneo è alienato dalla tragedia, puro consumatore consumato), molte morti passano inosservate.
Alcune sono previste, altre addirittura attese. Nella prima si annoverano persone in stato vegetativo (tenute vive grazie ai macchinari o per quello che è stato definito “accanimento terapeutico”), nella seconda si annoverano le persone più ricercate del mondo, carnefici colpevoli di crimini contro l’umanità.
Dunque, se è vero che tutte le morti meritano comunque rispetto, per un senso civile ed etico che dobbiamo preservare per non diventare bestie avulse dalla vita giuridica e civilizzata, è vero anche che non tutte le persone in vita si guadagnano il nostro rispetto.
Francesca Bonfanti invece era una di queste: lei si era guadagnata il rispetto e l’affetto non solo dei suoi colleghi, naturalmente, ma di tutti quelli che la seguivano nelle sue trasmissioni radio presso le radio di Roma, dove era diventata ormai un nome noto e una celebrità locale. Una voce che ci teneva compagnia, una risata che ci alleggeriva la pesantezza di certe inossidabili giornate.
Come quella di ieri. Francesca Bonfanti si è suicidata gettandosi dal ponte della ferrovia al Mandrione in via Casilina Vecchia. La notizia è di quelle che lascia con il fiato sospeso e una domanda che fatica ad essere pronunciata.
“Perché?”
Perché una ragazza in carriera, piena di vita, generosa dal punto di vista umano e professionale, dovrebbe compiere un gesto del genere? Cosa nasconde la faccia oscura della luna che sembra sempre sorridere a tutti?
Probabilmente è quel male di vivere che non risparmia nessuno, di qualsiasi età o condizione sociale. E i giudizi, sempre e comunque vani, sono in questi casi più che mai, inappropriati e stolidi. Cosa ci manca o cosa abbiamo dentro che può spingerci a compiere un gesto così estremo, con il quale non diamo più alcuna possibilità alla vita? A un certo punto un uomo, o una donna dice “no”. Ultimo sovrano del libero arbitrio decide che il mondo non debba più esistere per lui o per lei, o che, probabilmente, non ha più senso continuare ad “esistere” in un mondo dove grava un disagio esistenziale abnorme.
Francesca Bonfanti vogliamo ricordarti con il motto della tua trasmissione di successo: “State bene così.”

Sì, non ci abitueremo mai a certe assenze, ma dopotutto “stiamo bene così”, in silenzio e senza giudicare, ricordandoti, e chissà che prima o poi non ci si riveda. Ciao Francesca.
E lo chiamano tweet
Mi hanno detto “Vai e scrivi qualcosa di provocatorio.” Quindi ho pensato a quale tema potesse essere così scottante da risultare anche provocatorio. Forse potrei semplicemente limitarmi a dire “Fuma buona erba.” Oppure “Sii fedele alla tua ragazza e costruisci una famiglia.” O anche “Rispetta l’ambiente e non gettare i preservativi per strada.” Si sa: lo sperma non è biodegradabile, basti pensare alle nefandezze dell’umanità.
Forse invece dovrei sospettare che il nudo, crudo, atto della scrittura è già di per sé provocatorio. Insomma oggi ci facciamo per lo più “leggere”: dai raggi x, dagli amici di facebook più o meno interessati ai nostri status in formato citazione, dai followers, questi persecutori voyeristici delle nostre vite confezionate in formato chewin-gum in poco meno di 150 caratteri.

E lo chiamano tweet, che significa “cinguettio”, ma non lo sanno che è proprio cinguettando che i piccioni fanno piovere la merda sulle nostre teste? Bisognerebbe stare attenti ai cinguettii, specialmente quelli provenienti dalle aule del potere e della legiferazione, insomma dal Parlamento. Lì, ci sono un sacco di piccioni. Non è facile demagogia, tutt’altro: è la difficile constatazione di quanto sia improbabile che da questo letamaio nasca qualche fiore. Confidiamo, malgrado tutto nel grande giardiniere, un tecnico della situazione, chiamato a redimere le sorti di questo giardino di erbacce, lapidi e zombie.

Guida pratica per sopravvivere a un attacco di zombie
Mi sono perso, cosa volevo dire? Ah, sì volevo essere provocatorio. Ma ho finito soltanto per provocare un gran casino, e personalmente, una gran fame. Penso che andrò a farmi un hot dog, e poi magari torno a provocare, e facciamo anche la rivoluzione dai. A stomaco pieno però, e fuori dai pasti.
Il pulcino Pio guiderà la Rivoluzione.
Il tuffo del granchio
Si portò una mano sopra gli occhi per ripararsi dai raggi del sole, anche se non ce n’era bisogno, perché il sole era basso.
“Che fai?” – chiese lei, seduta a ridosso di una barchetta.
Lui scrollò le spalle.
“Forza dell’abitudine, a stare tutto il giorno sotto il sole.”
L’ombra di un gabbiano attraversò rapida quel pezzo di spiaggia.
“Dovevi dirmi qualcosa?” – domandò lei. I piedi ciondolavano. Con il destro spostava la sabbia verso il sinistro e con il sinistro si divertiva a lanciarla in direzione di un granchio. A volte il granchio si fermava, scrutava quello che accadeva, poi riprendeva a muoversi verso il mare, avvicinandosi alle spalle di Paul.

“A quest’ora si sta bene al mare.” – disse lui, seduto a riva, le gambe reclinate verso il petto, le braccia intorno alle ginocchia.
“Sei banale, il solito scontato amante dei tramonti.” – replicò lei alle sue spalle.
Lui scosse la testa.
“No, invece. Come fai a dirlo? Solo perché mi piace questo tramonto, non vuol dire che mi piaccia l’idea del tramonto. Anzi, a me piace l’alba, l’inizio, e mi piace anche quando il sole è alto, il pomeriggio poi lo trovo spettacolare, non trovi? Non ci ho mai trovato niente di bello nei tramonti, mi rendono triste.”
Lei non rispose. Neanche lui parlò. Se ne stettero per un pezzo così, senza parlare, di tanto in tanto al rumore del mare si aggiungeva quello di qualche motorino o qualche automobile che sfrecciava sulla strada d’asfalto al di là delle dune.
“Sta arrivando una barca. – disse lui. A qualche centinaio di metri una barca si avvicinava verso riva. Potevano vedere un uomo a bordo che lentamente alzava i remi e li riabbassava in acqua. – Forse qualcuno che si è attardato, un pescatore. Mi ricorda Hemingway.”
“Il solito letterato. Non sei dentro un romanzo ti avverto eh.” – disse lei. La sabbia seppellì il granchio, questi accelerò il passo e si portò all’altezza di Paul, quindi, con più calma, si avviò verso la battigia.
Lui sospirò e scosse la testa.
“E la gente lo sa che sai suonare e suonare ti tocca per tutta la vita.” – sorrise, poi portò le labbra in dentro e chiuse gli occhi.
“Non ho capito che hai detto. Che c’entra? Sai suonare?”
“Era una citazione di De Andrè. – lui voltò la testa un attimo per guardarla, poi tornò a guardare il mare, il rematore era più vicino – Un giorno imparerò a suonare qualcosa.”
“Sì, un giorno… – lei si era alzata – si sta facendo tardi. Andiamo?”
“è sempre troppo tardi per te…aspettiamo altri dieci minuti.” – disse lui.
“Che devi fare? Mi sto annoiando. E poi ho delle cose da fare.” – lei aveva iniziato a piegare l’asciugamano, con metodo metteva le cose dentro la borsa da mare, preparandosi a tornare verso la strada, dove diverse ore prima avevano lasciato l’automobile.
Aspettarono fintanto che la barca arrivò a riva, attraccando con un rumore quasi impercettibile, coperto più dai remi che venivano tirati all’interno.
“Ehi tu, puoi darmi una mano?”
Ted si alzò. “Volentieri che devo fare?” Il rematore scese dalla barca, gli lanciò una corda. Tira verso di te, io la sospingo da poppa. Così fecero finché la barca non fu completamente fuori dall’acqua.
“Hai pescato?” – gli chiese Ted.
“Non sono andato in mare per pescare. Mi stavo soltanto godendo il mare.”
“Ti piace navigare?”
“Sì, diciamo così. – l’uomo aveva preso a controllare l’interno della barca. – Scusami, vi ho disturbato? – chiese, accennando con il capo verso di lei. Lei si era allontanata, stava tornando verso le dune.
Ted la guardò. “No, nessun disturbo. Stavo giusto andando via.”
“Torni a casa?”
“Sì, è stato un piacere – si strinsero la mano – Buona serata.”
Ted aveva già percorso qualche passo poi si sentì chiamare.

“Posso dirti una cosa?” – gli disse il rematore.
“Cosa?”
“Quando non sai che fare, rema, o cammina, o corri, o striscia. Ma fai qualcosa. Non restare fermo. Il pericolo maggiore per un navigante non è una tempesta. Una tempesta potrebbe persino salvarlo: è la calma piatta. Quando non tira un filo di vento e tu hai percorso chilometri e ti ritrovi al largo nell’oceano. L’unica cosa che puoi fare pregando che il vento ricominci a soffiare, è remare. Non importa in quale direzione. Rema e spera. Da qualche parte arriverai.”
Ted lo guardò a lungo per diversi secondi. L’altro sosteneva lo sguardo.
“Grazie.”
L’altro allargò le braccia e sorrise, si salutarono così.
Il granchio si tuffò nel mare.
Fuffa
La vita non ha senso, anzi è la vita che ci dà un senso, sempre che noi la lasciamo parlare… perchè prima dei poeti parla la vita. Dobbiamo ascoltarla la vita.
(Alda Merini)
La fuffa è la tipica lanetta che si forma nei tessuti e che in genere si rimuove poiché anti-estetica. Proprio questa connotazione ha fatto sì che venisse usato in senso lato per indicare un eccesso inutile. Può indicare anche l’accumulo di peli che si verifica negli animali o l’accumulo di polvere in batuffoli.
(Wikipedia)
“Sì, alle volte sento che mi sto perdendo in eccessi inutili. Non che faccia cose che non mi piacciono, al contrario ne faccio fin troppe. Solo che sento che tutte queste cose, prima o poi, andranno perdute come…”
“Come lacrime nella pioggia?” – completò Paolo citando il suo film preferito, mentre apriva una lattina di coca-cola. C’erano soltanto loro due al bar, faceva caldo: Minosse stava colpendo furiosamente l’asfalto e i pochi temerari astanti che si avventuravano a lasciare le case in penombra o gli uffici ronzanti per i ventilatori accesi.
“Esattamente – annuì Roberto – come lacrime nella pioggia. Solo che qui di pioggia se ne vede ben poca per adesso.”
“Attendi, devi imparare ad attendere. L’estate prepara sempre un nuovo inverno e l’inverno prepara sempre una nuova estate, è un ciclo, abbiamo un sacco di cose da imparare dalla natura.” – aggiunse Paolo, tirando su la coca cola con la cannuccia.
“Disse l’uomo della coca cola. – soggiunse Federico arrivando. Spostò la sedia e si accomodò insieme a loro due. – Che si dice, ragazzuoli?”
“Le solite minchiate – gli rispose Roberto – si parla del senso della vita.”
Federico annuì “Già, già…Da un po’ non si fa altro qui, eh?”
“Eh già. Hai visto che culo quella?” – ammiccò Paolo
“Vista e inquadrata da un pezzo. – disse Federico – Che voto gli diamo? Io opto per un 8 e mezzo.”
“Nove.” – rispose Paolo.
“Quattro.” – disse Roberto.
“Cazzo, Roberto! Oggi sei severo, eh? Ti sei svegliato con la luna storta?”
“Guardati attorno, se trovi un motivo sufficiente per vivere, dimmene uno.”
“Quel culo, ad esempio.” – gli rispose Paolo.
“Sì, quel culo!” – fece eco Federico.
Roberto alzò il bicchiere di birra.
“Al culo, ragazzi. è tutto qui!”
“Al culo!” – risposero all’unisono gli altri due.
“E che il vento ce lo porti qui.” – soggiunse Roberto.
“Amen.”
“Amen.”

Nota a margine dell’autore: in letteratura i bei culi scarseggiano. Caro Giacomo, avrei tanto voluto sapere com’era il lato b di Silvia, e se poteva dar filo da torcere a tutto questo gossip moderno. Chissà come sarebbero stati i jeans a Beatrice o a Laura!
Questioni esistenziali
Da che parte mettete lo strappo della carta igienica inserita nel portarotoli?
Rivolto verso il muro o verso di voi?
La decisione influenzerà tutto il corso della vostra vita.

Come mettere in crisi uno scrittore
Se avete la sfortuna di conoscere uno scrittore e volete per qualche vostro motivo metterlo in crisi ecco una serie di punti per condurlo nel tunnel della scarsa lucidità:
1. Rivolgersi allo scrittore in questione affinché scriva di suo pugno vostre parole, in quanto se è uno scrittore deve avere per forza una bella grafia
2. Chiedergli consigli e ispirazioni per frasi e biglietti d’auguri seriali (cresime, matrimoni, comunioni): tra l’altro più lo scrittore è lontano dal modello Moccia e più è prossimo al modello Baudelaire, e più questa richiesta potrebbe essere fonte di stati di stress e frustrazione
3. Chiedergli quando la smetterà di dedicarsi alle poesie e alla letteratura, per scrivere finalmente una storia d’amore su adolescenti figli di papà ambientata al liceo o una bella saga…fantasy con protagonista piagnucolante che non vede l’ora di cavalcare un drago

4. Chiedergli di compilare la lista della spesa (tu sai scrivere, sicuramente non dimenticherai niente!)
5. Vietargli di riparare un tubo in casa o di avvitare o svitare una lampadina (tu sai soltanto scrivere!)
6. Regalargli un set di penne (quando sappiamo benissimo che allo scrittore in questione probabilmente interessano più le penne al sugo o al limite in bianco, con olio e parmigiano)
7. Comprargli un vecchio modello di macchina da scrivere (non le usa più nessuno e lo scrittore in questione non sopporta oggetti di arredamento ad indicare un ego che lui stesso non possiede al 90%)
8. Chiedergli un autografo o una dedica su un libro non suo
9. Chiedergli quand’è che si deciderà finalmente a fare un po’ di grana
10. Complimentarsi con lui chiedendogli quando farà la prossima esposizione di quadri d’autore
P.s.: nella maggior parte dei casi lo scrittore al quale vi siete rivolti compilerà anche la lista della spesa, accettando con rassegnazione l’infausto fato.
Casa, ehm scusate “dimora”, di Stephen King, non male per uno scrittore







