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Sogno di un workshop di mezza estate

Lo sogno da un po’ di tempo. Anzi, non ne sogno uno, ma tutti. Sogno tutti gli workshop del mondo, tutti in un momento, un’accozzaglia immane di nuove competenza da acquisire lì pronte ad aspettarmi. Anzi, no, ad aspettare solo te.

Tu là davanti ti sentirai impotente, un verme senza competenze: nuovi mondi si apriranno. Lady Gaga ti dirà come essere una rock star, Mario Tozzi spiegherà i segreti del picchetto o c’è chi ti insegnerà come comportarti quando vedrai un cetaceo spiaggiato e così via . Un mondo inedito ti si aprirà avanti.

Ma più di tutti, però, ho sognato un solo workshop. Il workshop sul taglio del prosciutto iberico con, incluso nel prezzo, un set completo di coltelli più il prosciutto che imparerai a tagliare in due ore di intenso lavoro a soli 200€. Un sogno, labile, stucchevole.

Spiderham è stato l’unico a boicottare quel corso.

Mi vedo lì dopo il workshop, come uno Stradivari a suonar il mio prosciutto, un capolavoro magnifico della cultura più avanzata. Inviterò ospiti a casa e tutti staranno lì a dire: “Come lo tagli bene” oppure “Che taglio netto, perfetta combinazione di grasso e carne” o “Tu sì che non danneggi il sapore della carne”.

E io sarò lì come un Paganini a far risuonare le note del mio prosciutto, che non potrà essere altro che solo iberico, sempre più alte mentre gli ospiti saranno lì deliziati. Il mio set di coltelli sarà quello adatto: il workshop mi avrà sicuramente cambiato.

La natura umana sarà finalmente redenta. La conoscenza avrà vinto sull’ignoranza. L’umanità finalmente avrà raggiunto il proprio riscatto.

Questo articolo ha l’approvazione di Ne-Yo. Ora workshoppizzati, zio!

Tricocidio: l’ora della verità

Attenzione: il seguente post contiene immagini forti la cui visione è consigliata a un pubblico adulto.

Dicono che un articolo in genere dovrebbe essere oggettivo, quasi scientifico, rispondere alle 5 “W”, senza farsi trascinare da perturbazioni della coscienza. Tuttavia, mi chiedo, quand’anche fosse così, la nostra ricchezza morale non sta proprio nella riflessione personale di fronte a determinati accadimenti?

Come può uno scrittore, anche di fatti di cronaca, restare impassibile di fronte a certe notizie? Specialmente quando si tratta di denunciare fatti di gravissima importanza, il distacco professionale si scontra con una deontologia di fondo che non ci consente di non tirare in ballo una certa “humanitas”, una sacra e doverosa partecipazione soggettiva alla realtà di ogni giorno.

Sono del tutto giustificati, pertanto, i giornalisti delle reti pubbliche che negli ultimi anni si sono ormai lasciati andare a sorrisi, alzate di spalle, disapprovazioni, scuotimenti di testa nel dare ogni genere di notizia, in particolar modo quelle riguardanti il calcio e i programmi della prima serata: eh sì, il telegiornale che abbiamo sempre sognato. Finalmente un giornalista che ci guida con la fiaccola delle sue smorfie nei meandri della società.

Pertanto è con partecipazione dolorosa e con massima afflizione morale, che vorrei oggi affrontare un delicatissimo argomento, spesso passato sotto banco dai principali media del paese, se non del tutto ignorato o travisato.

Parliamo del tricocidio, ossia dello sterminio quotidiano di miliardi di capelli umani, e del quale siamo tutti inconsapevoli carnefici! Non tiriamoci indietro di fronte a simili responsabilità!

Pensateci, non nascondetevi dietro un capello! Ogni giorno sui luoghi di lavoro, nel tempo libero, in vacanza al mare o sulle vette, milioni, anzi biliardi, di capelli vengono sterminati.

Terribile poi la tortura che subiscono sotto le docce. Quando i nostri occhi freddi e distaccati si posano sul fondo del pavimento una volta terminata la doccia e lì i cadaveri dei capelli ci guardano: non torneranno più a muoversi sulla nostra testa secondo il volere del vento.

La foto attesta uno dei luoghi di strage: qui la caduta dei capelli è addirittura legalizzata. Talvolta in caso di tagli drastici c’è persino chi evade.

Ogni secondo, nel mondo su ogni testa, tre capelli muoiono.

E noi cosa facciamo? Niente. Lasciamo che il tricocidio, questa immane strage, abbia seguito con sempre maggior ferocia, confidando sempre in rapidi trapianti, rimpiazzi, cure, soltanto perché nuovi capelli cadano di nuovo dalla nostra testa.

Tra tutti i giornalisti che conosciamo forse solo il coraggioso Luciano Onder si è preoccupato a tratti della notizia e ha tentato di parlarne, malgrado i continui sabotaggi subiti dal sistema. I suoi capelli vengono sistematicamente colpiti. Abbiamo bisogno di questo giornalismo d’inchiesta!

Ecco, io penso sia venuto il momento di dire basta.

Salviamo i nostri capelli, patrimonio culturale dell’umanità, ultima scintilla di vita su teste troppo lucide.  

Manifesto dell’Uomo Nuovo

Noi non sopportiamo più la “retorica del sacrificio”.

Ne abbiamo piene le scatole. Lo abbiamo capito che chi ci ha preceduto era meglio di noi, va bene. Ma forse (ve lo siete chiesto?), noi non abbiamo nessuna intenzione di prendere la generazione precedente come esempio.

Forse noi vogliamo commettere errori persino peggiori. Non ci sentiamo liberi di “fallire” neanche storicamente. Quali errori potranno mai ricadere sui nostri figli, quali infiniti rimpianti lasceremo loro, se ciò che stiamo costruendo è soltanto un deserto di utopie senza ragione?

Non possiamo rifiutare il concetto di yin e yang nelle nostre vite. Una visione manichea delle cose non può che portarci a stabilire un ordine, e quando si stabilisce un ordine, lo sappiamo dove va a parare, ahimè, il corso della Storia.

La lezione di Beckett è stata dimenticata: fallisci ancora, fallisci meglio.

Questo è il ruolo di ogni generazione successiva: costruire nuovi errori. Se volete essere perfetti, dovete accettare l’imperfezione, se volete un nuovo mondo, dovete cominciare dal vecchio, se volete rinascere, occorre prima morire.

Una lezione che dobbiamo apprendere come cittadini del mondo, quindi inevitabilmente in quanto “homo sapiens sapiens”.

Quindi non venitemi a dire non ci sono più le mezze stagioni, lasciateci fare, per forza, perché adesso tutto il Mondo è nelle nostre mani.

Una giornata normale

Il libro è ordinabile presso qualsiasi libreria fisica o punto vendita online.

Sono le prime ore del mattino e vorresti scrivere un pezzo.

Su cosa di preciso non hai idea, ma pensi “Devo scrivere qualcosa.” Magari un racconto, ti va di scrivere un racconto? No, non sei in vena. Magari una poesia, no troppo facile, troppo breve. Magari potresti fare pubblicità al tuo ultimo libro di poesie, “State scherzando, vero?”, edito da Edizioni Ensemble.

Insomma, sì potresti fare tutto questo.

Ma anche no. Diciamo che non ti va di scrivere e lasci che le parole dei grilli parlanti “Il blog ha bisogno di pezzi, è urgente riprendere l’attività!” si infrangano contro l’ultimo modello di ventilatore comprato apposta per combattere il caldo massiccio di questi giorni.

Hai l’impressione che le pale del ventilatore riescano persino a spostare le idee, a rendere più dinamica e attiva la tua mente, anche se poi, in televisione, sui giornali, nei trafiletti riportati fuori dalle edicole, continui a leggere sempre le stesse cose.

E i giornalisti in televisione hanno sempre lo stesso tono e lo stesso stile, come stegosauri in attesa della fine della loro era, causa caduta di un meteorite.

Vorresti, per il blog, uno di quei bei pezzi brillanti come un tempo, magari una bella citazione a capoverso, che le citazioni fanno sempre comodo, sono come la coccarda sui regali, ci stanno bene.

Ma poi queste temperature ti sfiancano, le pile di libri depositati sulla scrivania ti ricordano che devi studiare, le tue energie sono canalizzate altrove, per adesso.

E quindi non ti resta che sospirare e rimandare anche per oggi il miracolo della moltiplicazione delle vongole e dei merluzzi.

Porca miseria! Ho il latte sui fornelli! Devo andare!

 

Penso troppo quindi…non sono più

Penso troppo quindi non sono più niente.

La saggezza corre il rischio di convertirsi in stagnante prudenza.

Bisognerebbe cadere nell’estremo opposto non per ristabilire una misura o un equilibrio, ma per pura follia, perché soltanto la pura follia ci farà diventare ciò che siamo.

Piovono conigli

Piovono conigli. State in guardia. Buona Pesach.

Cosa vuoi diventare?

A volte sono proprio stanco del mio mondo.

Di tutta questa letteratura, di tutte queste maledette parole che non servono a niente.

Di tutta questa cultura farlocca per radical chic incontentabili o troppo accontentati al punto che hanno rinunciato a trovarlo, un senso.

Ci vuole sempre del coraggio per trovare un senso, per cambiare davvero, per rivelare un’altra parte di noi.

Ecco domani voglio svegliarmi con altre abitudini, con dei tatuaggi, con qualche piercing, uguale a ieri e diverso da oggi.

Un’altra vita, e poi un’altra ancora, perché non mi basta una vita sola.

Cose da fare per l’Oggi

1. Vivere

2. Vivere

3. Vivere

C’era una volta la politica

Ciò che ho cominciato ad accorgermi facendo il blogger è che lentamente sono passato dal fare i grandi sermoni, generalisti con termini filosofici e quant’altro, a fare i sermoni però in prima persona. Un’interessante scelta che non so quanto paga, ma almeno non fa evadere il fisco. Fatta la solita premessa da apprendista blogger, quello che proprio non mi va giù è come stiamo concependo la politica.

Mi mancano quegli ampi dibattiti, discorsi, forum, se volete anche un po’ intellettuali, in cui si parli di aborto, bioetica, partecipazione, pluralità, libertà. Non si deve parlare solo ai fini di fare leggi, un uso strumentale della politica che disprezzo, ma per rifare cultura. È questo che mi trovo a criticare della politica, fin dalle manifestazioni più semplici e locali.

La politica sta lì, oramai, compressa tra economia, interessi ed emergenze. La cultura si è andata a far benedire, come si suol dire. Non che abbiamo bisogno di preti per parlare di cultura: abbiamo bisogno piuttosto di chi si fa prete per la cultura. Il dibattito on-line sta prendendo il posto di quel processo di formazione dell’opinione pubblica che consideravo essere sacrosanto appannaggio della politica, non dei blogger. Che poi, se ci sono blogger e per giunta politici, ben venga.

La politica deve ridiventare il timone, non parlucchiare, sbocconcellare, rattoppare, eseguire ordini, fare capolino. Questo è solo un disprezzare la politica. La politica non si misura da quante leggi vengono emanate. Ma da come le leggi vengono emanate. Paradossalmente vorrei che nessuna legge venisse approvata, ma che, almeno, si mobilitino le persone, che qualcuno ritorni ad incazzarsi in maniera costruttiva, non per vongolesche necessità, facendosi, quindi, alleato di Capitan Findus.

Come avrete notato parlo di cultura, forse, in maniera inappropriata. Quando parlo di cultura mi sento umanista, non penso a qualcosa di asettico, ma di pulsante. Forse è pericoloso dire che la ‘politica fa cultura’ : con questo non intendo affatto pensare ad un’attuale forma di politica. Ma a quella forma originaria, di partecipazione e discussione. Le persone sono troppo presi dal tram, dai processi già realizzati, piuttosto che essere parti dei processi.

Gli animali politici sono allo zoo, pronti per i prossimi turisti cinesi. Questo è il punto. Tra loro non parlano, cercano di fuggire pochi alla volta, senza progettare però la propria libertà.

Guardate la Grecia, guardate l’Europa. Quale politica vogliamo per il futuro? Votare ancora chi è il meno peggio? Ma si tratta solo di votare per risolvere?

Super Carletto ti farà venire più fame di Steve Jobs

Il problema non è del gelato che mangi o del panettone che metti in bocca anche 30 giorni prima di Natale o a Ferragosto. Il problema è del sistema che l’ha prodotto. In altre parole non puoi incazzarti con l’uovo strapazzato se non hai la padella antiaderente. Non so se rendo l’idea.

Quando mangi il gelato ti devi arrabbiare prima con il barista, ma non è nemmeno lui la chiave della soluzione. Se il gelato è artigianale anche lui ha parte della colpa, ma se è confezionato ha solo colpa in quanto cieco che ha usufruito di un sistema in maniera passiva, sbagliando tra l’altro il gusto dei gelati dei suoi marmocchi fedelissimi.

Devi dare la colpa al sistema che ha prodotto il gelato, che ha fatto fare le uova sfigatamente dalle galline, super produttive con super mangimi con super becchime che nemmeno super Carletto che ha super fame mangerebbe. In effetti, la colpa ultima è proprio di lui: super Carletto che ha super fame.

Come da contratto, ti augura anche un futuro buon Natale

Lui non ha mai avuto fame: è uno squallido bugiardo che ti ha indotto ad aver fame. Ma quella fame che non ti fa venire veramente fame. È la fame del gesto, dell’attimo dello scontrino battuto. Mica ti fa venir fame di giustizia o di passione. Carletto ti butta giù i super polli, ancora più tristi del gelato con il gusto sbagliato.

Chissà come sarà la vita di un super pollo martire dell’umanità? Se è un super pollo perché diventa una cotoletta? Carletto fa parte della congiura del sistema, ecco la spiegazione.

Il mio barista, che tutti chiamano per sua malasorte Carletto, non sa che un gelato dopo una cotoletta è uno dei crimini contro l’umanità più efferati. D’altronde anche lui mangia super polli.

Quella parte del mondo che sta sotto

…a volte mi chiedo da dove sia nata l’idea che quelli “sopra” siamo noi occidentali.

Mi spiego meglio. La Terra fino a prova contraria è sferica, giusto?

Allora perchè nel corso di questi duemila anni ci siamo sempre più convinti di essere noi gli inquilini del piano di sopra? Abbiamo deciso noi dov’era il nord e dove il sud e su questo schema abbiamo disegnato infinite carte geografiche, che poi abbiamo intrappolato in una fitta rete di paralleli e meridiani… fermando così per sempre il meraviglioso ritratto dell’egocentrismo.

E quelli che malauguratamente sono venuti a trovarsi a testa in giù?

Quino questa domanda se l’è posta molto prima di me e a mio avviso è riuscito a mostrare con una semplicità straordinaria lo sgomento che si prova nello scoprire di aver sempre vissuto in quella parte di mondo che sta sotto.

- Viviamo a testa in giù? Ma chi te l’ha detta questa sciocchezza?
– Basta guardare un mappamondo.
– Quelli dell’emisfero nord vivono con la testa in su e noi con la testa in giù.
– Assurdo!
– No, no, ma ti rendi conto che quelli dei paesi sviluppati sono giustamente quelli che hanno la testa in sù.
– E questo che vuol dire?
– Che a noi, proprio perché viviamo con la testa in giù, le idee ci scivolano via.

[...]

Il nostro geniale fumettista termina la storia con Mafalda che ristabilisce l’ordine mettendo sottosopra il mappamondo. A mano a mano che lei gira la palla, le vignette si vanno raddrizzando.

Si direbbe la giusta rivincita di chi “sotto” non ci vuole stare. Io però non penso che rigirare il mondo risolverebbe il problema. Ci troveremmo ad attori invertiti ma nella stessa situazione di prima. Si potrebbe allora provare a schiacciarlo  questo mondo per rimettere tutti sullo stesso piano. Tirare fuori dal baule impolverato delle idee obsolete il progetto di una Terra piatta in cui tutti camminino a testa in sù, in cui nessuno debba farsi venire il torcicollo per guardare l’altro… è probabile però che la contesa si riproponga in chiave destra-sinistra, non vi pare?

Non si tratta affatto di un problema di assetto sbagliato, allora. E’ piuttosto il pensiero ad essere sbagliato. Abbiamo sempre pensato di esser noi quelli dritti, quelli con le idee in testa e i piedi a terra, e abbiamo relegato tutti gli altri in posizione di subalternità, a rovescio per giunta.

Ma ora è tempo di levarci dalla mente queste fesserie geometriche. Le cose stanno diversamente, nessuno sta sopra, nessuno sta sotto, e su questo globo, ripeto, GLOBO, ognuno deve avere diritto alla posizione eretta, al confronto circolare.

Dunque non serve gingillarsi con il mappamondo cercando di dargli una forma più corretta. La Terra è fatta bene così com’è: camminando si arriva in ogni punto e ovunque si arrivi l’orizzonte appare a tutti allo stesso modo.

L’ultimo degli imbecilli

Siamo stanchi di diventare giovani seri o contenti per forza, o criminali, o nevrotici: vogliamo ridere, essere innocenti, aspettare qualcosa dalla vita, chiedere, ignorare. Non vogliamo essere subito già così senza sogni. 

(Pier Paolo Pasolini, Lettere Luterane, 1975)

Non è che voglia fare il “pippone”.

Nota bene: dicasi “pippone” lungo discorso che non viene subito al punto, argomentato più o meno bene a seconda degli interlocutori, ricco di condizioni, di se, ma, però, quindi. Altrove detto anche “paternale” o “predica” o “pippozzo” o “bobbone”.

Però è necessario. Anche iniziare una frase con “però”, a volte, è necessario.

Necessario è affermare la “morte del romanticismo” per dirla in una possibile salsa. Necessario è affermare il completo senso di disorientamento culturale della società. Necessario è, per citare il mozzo di bordo di questo blog, Frank Linguamozza, rendersi conto che uno, a furia di innamorarsi, ha dimenticato di amare.

Io potrei, non vorrei, ah ma se volessi…diventare come molti altri. Diventare quel pezzo di società consumabile come la diavolina per il fuoco: una volta che sei andato ad alimentare il grande calderone non servi più a niente. Avanti il prossimo.

Mi sento un po’ un lupo della steppa – per citare Herman Hesse (qui speriamo che Frank non arrossisca per questi accostamenti) – quindi un lupo, un non appartenente alla razza umana.

Sono uno scontento, proprio come quel personaggio.

Sono scontento di vedere il mio mondo pieno di figli e figlie di puttana che spedirei a marcire nel Vietnam della mia coscienza, e lì resterebbero in eterno. Perdonate l’eufemismo da Sergente Hartman, ma questo non è un post per mammolette educate. Sono finiti i tempi delle mezze misure. C’è bisogno di mettere un punto, una linea di demarcazione, di rinunciare a tentativi di conversione. Fare un po’ di “ordine”. Ordine è una parola che mi spaventa, ma è il caos a chiederla.

Sono scontento, annoiato, deluso.

Se poco poco sei un debole, uno che non ha ricevuto forti influssi educativi o magari (diversamente) sta attraversando più o meno consapevolmente un periodo di crisi esistenziale, e metti il piede fuori casa, bè, come diceva Gaandalf, non si sa dove puoi finire spazzato via.

Ti fanno il lavaggio del cervello.

Ti inducono a pensare che le relazioni (di amicizia, di amore, di lavoro, tutte) funzionino in un certo modo. E cioè tutte basate sul “materialismo” che sia quello riferito a un corpo o al denaro non importa. Comunque materialismo. Come se i sentimenti non fossero la “reale materia”.

Chi mi vuol capire, ha già capito. Per chi non ha capito, non starò a spendere ulteriori energie.

Non più di quelle che ho già speso a “sporcarmi le mani” per “capirli”. E ci sono stato, ci ho sguazzato in quel fiume di merda e di cose scontate e banali. L’ho cercato il diamante, la luce diversa. Ma niente. Mi dispiace. Perché se c’è un creatore, qui ci sono creature che hanno fallito. Che falliscono pensando che il mondo sia fiction patinata.

Ma non ci riesco, per fortuna, ad essere “come loro”. Come gli altri.

Faccio parte di quella nutrita schiera di ingenui e sognatori.

Magari sarò un imbecille. L’ultimo degli imbecilli.

Morirò con un disperato bisogno di speranza.

Apologia del bimbominkia

Uno dei fenomeni dilaganti e degradanti del c.d. “berlusconismo” consiste nell’accentuazione dell’uso di determinate categorie tali da rappresentare una vera e propria ghettizzazione, resa socialmente approvabile e giustificata tramite lo strumento della falsa ironia che, a mio modesto parere, altro non è che un’arma di distrazione di massa.

Per principio mi sono sempre battuto contro le categorie. Quando queste sono uno strumento di analisi (kantiana) del discorso, allora le approvo. Ma se la categoria è il fine ultimo, allora, come diceva quel tale, facciamo due comunità diverse.

Comunità di emo in South Park. Gli autori del cartoon, tipi abbastanza geniali direi, non cadrebbero in facili banalizzazioni, perché sanno che il vero male sono, ad esempio, i messicani o Justin Bieber.

Tante comunità diverse quante categorie esistono. Tanti ghetti diversi.

Premesso che la ghettizzazione invisibile e onnipresente nel corso della storia è quella dei ceti sociali (non dico che non sia possibile passare da un ceto all’altro nella società occidentale, però riconosco anche che proprio questo passaggio suggella l’esistenza del ceto. Si badi, non uso la parola casta, connotata da chiusura, da alto feudalesimo, ma appunto ceto, parola figliata dall’ammorbidente uso della linguistica), non vedo però come non ci si debba occupare di problemi considerati “minori”.

Il bimbominkia.

Come sempre accade quando si rileva un fenomeno sociale, il problema non è dei rilevati, ma dei rilevatori, di chi si accanisce a compiere l’indagine.

Su youtube è facile trovare centinaia e centinaia di video su questa categoria, altrettanto condivisi dalla rete all’interno di post di blog (come questo) e social network. Nel 99,9% dei casi, questi ragazzini che giocano, che per me sono questo, ragazzini che giocano, sono oggetto di scherno.

Finché si diventa, consapevolmente o no, oggetto di scherno, restiamo nell’ambito della natura umana. Qualsiasi antropologo, penso da ignorante, ce lo potrebbe confermare. In fondo parliamo anche dell’esigenza della catarsi e del riso.

Quando però abbandoniamo l’umana natura e la questione si fa patologia? Penso che quando una categoria nasce, chi l’ha fatta nascere, non quelli all’interno, loro malgrado, della categoria, ma il categorizzante, il padrone del ghetto, è appunto l’esempio sfrenato di “proprietario convinto dei propri valori”. Come se poi i valori si potessero impostare su un avere, più che su un “essere”! (Fromm docet, sempre.)

Nimby: not in my backyard. Non voglio bimbiminkia nel mio giardino, al massimo solo nani. Che lavorino.

Ora proviamo a entrare, per quel poco che mi concerne, nel merito della questione.

Questi bimbiminkia saltano al ritmo della loro musica, giocano a modo loro con quel che vogliono. Finché ciò non attraversa il comune senso del pudore e del buon costume, penso sia consentito. Senza facili ironie, però, sul comune senso del pudore e del buon costume: ho già concesso questo paletto.

Usano le “k”. Questa generazione potrebbe, omg, cambiare il futuro della lingua. Dove finiremo? Oh tempora, oh mores! Sono questi il nostro futuro? Signor parroco, l’umanità è afflitta dal problema del bimbominkia! Come facciamo, signor sindaco? Faccia qualcosa! Fate qualcosa!

Ma scusate, ma voi, prima eravate tanto meglio? Solo perché non c’era youtube, allora non potevate mettere le vostre “Kazzate” sul tubo? Cosa ascoltavate, voi migliaia? Chopin e Bach? Che cosa mangiavate a pranzo? Caviale e champagne?

Di solito quando vedo il video di un bimbominkia non mi viene da pensare “come sta messo” ma semplicemente: beato lui che si diverte. E poi spengo il pc e mi ricordo che io, come lui un giorno se sarà fortunato, devo tornare al lavoro.

Siamo probabilmente, inconsciamente, invidiosi di quella “parvenza di libertinaggio”. E ho anche il vago sospetto che le generazioni meno giovani di oggi, costrette a guardare troppi bimbiminkia a causa di precariato e disoccupazione, stiano diventando la punta dell’iceberg di un nuovo, solidissimo conservatorismo.

La colpa non è loro, la verità è che al mondo, a voi, a noi, loro…servono così.

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