Penso troppo quindi…non sono più
Penso troppo quindi non sono più niente.
La saggezza corre il rischio di convertirsi in stagnante prudenza.
Bisognerebbe cadere nell’estremo opposto non per ristabilire una misura o un equilibrio, ma per pura follia, perché soltanto la pura follia ci farà diventare ciò che siamo.

Piovono conigli
Piovono conigli. State in guardia. Buona Pesach.

Cosa vuoi diventare?
A volte sono proprio stanco del mio mondo.
Di tutta questa letteratura, di tutte queste maledette parole che non servono a niente.
Di tutta questa cultura farlocca per radical chic incontentabili o troppo accontentati al punto che hanno rinunciato a trovarlo, un senso.

Ci vuole sempre del coraggio per trovare un senso, per cambiare davvero, per rivelare un’altra parte di noi.
Ecco domani voglio svegliarmi con altre abitudini, con dei tatuaggi, con qualche piercing, uguale a ieri e diverso da oggi.
Un’altra vita, e poi un’altra ancora, perché non mi basta una vita sola.
Cose da fare per l’Oggi
1. Vivere
2. Vivere
3. Vivere
C’era una volta la politica
Ciò che ho cominciato ad accorgermi facendo il blogger è che lentamente sono passato dal fare i grandi sermoni, generalisti con termini filosofici e quant’altro, a fare i sermoni però in prima persona. Un’interessante scelta che non so quanto paga, ma almeno non fa evadere il fisco. Fatta la solita premessa da apprendista blogger, quello che proprio non mi va giù è come stiamo concependo la politica.
Mi mancano quegli ampi dibattiti, discorsi, forum, se volete anche un po’ intellettuali, in cui si parli di aborto, bioetica, partecipazione, pluralità, libertà. Non si deve parlare solo ai fini di fare leggi, un uso strumentale della politica che disprezzo, ma per rifare cultura. È questo che mi trovo a criticare della politica, fin dalle manifestazioni più semplici e locali.
La politica sta lì, oramai, compressa tra economia, interessi ed emergenze. La cultura si è andata a far benedire, come si suol dire. Non che abbiamo bisogno di preti per parlare di cultura: abbiamo bisogno piuttosto di chi si fa prete per la cultura. Il dibattito on-line sta prendendo il posto di quel processo di formazione dell’opinione pubblica che consideravo essere sacrosanto appannaggio della politica, non dei blogger. Che poi, se ci sono blogger e per giunta politici, ben venga.

La politica deve ridiventare il timone, non parlucchiare, sbocconcellare, rattoppare, eseguire ordini, fare capolino. Questo è solo un disprezzare la politica. La politica non si misura da quante leggi vengono emanate. Ma da come le leggi vengono emanate. Paradossalmente vorrei che nessuna legge venisse approvata, ma che, almeno, si mobilitino le persone, che qualcuno ritorni ad incazzarsi in maniera costruttiva, non per vongolesche necessità, facendosi, quindi, alleato di Capitan Findus.
Come avrete notato parlo di cultura, forse, in maniera inappropriata. Quando parlo di cultura mi sento umanista, non penso a qualcosa di asettico, ma di pulsante. Forse è pericoloso dire che la ‘politica fa cultura’ : con questo non intendo affatto pensare ad un’attuale forma di politica. Ma a quella forma originaria, di partecipazione e discussione. Le persone sono troppo presi dal tram, dai processi già realizzati, piuttosto che essere parti dei processi.
Gli animali politici sono allo zoo, pronti per i prossimi turisti cinesi. Questo è il punto. Tra loro non parlano, cercano di fuggire pochi alla volta, senza progettare però la propria libertà.
Guardate la Grecia, guardate l’Europa. Quale politica vogliamo per il futuro? Votare ancora chi è il meno peggio? Ma si tratta solo di votare per risolvere?
Quella parte del mondo che sta sotto
…a volte mi chiedo da dove sia nata l’idea che quelli “sopra” siamo noi occidentali.
Mi spiego meglio. La Terra fino a prova contraria è sferica, giusto?
Allora perchè nel corso di questi duemila anni ci siamo sempre più convinti di essere noi gli inquilini del piano di sopra? Abbiamo deciso noi dov’era il nord e dove il sud e su questo schema abbiamo disegnato infinite carte geografiche, che poi abbiamo intrappolato in una fitta rete di paralleli e meridiani… fermando così per sempre il meraviglioso ritratto dell’egocentrismo.
E quelli che malauguratamente sono venuti a trovarsi a testa in giù?
Quino questa domanda se l’è posta molto prima di me e a mio avviso è riuscito a mostrare con una semplicità straordinaria lo sgomento che si prova nello scoprire di aver sempre vissuto in quella parte di mondo che sta sotto.
- Viviamo a testa in giù? Ma chi te l’ha detta questa sciocchezza?
- Basta guardare un mappamondo.
- Quelli dell’emisfero nord vivono con la testa in su e noi con la testa in giù.
- Assurdo!
- No, no, ma ti rendi conto che quelli dei paesi sviluppati sono giustamente quelli che hanno la testa in sù.
- E questo che vuol dire?
- Che a noi, proprio perché viviamo con la testa in giù, le idee ci scivolano via.[...]
Il nostro geniale fumettista termina la storia con Mafalda che ristabilisce l’ordine mettendo sottosopra il mappamondo. A mano a mano che lei gira la palla, le vignette si vanno raddrizzando.
Si direbbe la giusta rivincita di chi “sotto” non ci vuole stare. Io però non penso che rigirare il mondo risolverebbe il problema. Ci troveremmo ad attori invertiti ma nella stessa situazione di prima. Si potrebbe allora provare a schiacciarlo questo mondo per rimettere tutti sullo stesso piano. Tirare fuori dal baule impolverato delle idee obsolete il progetto di una Terra piatta in cui tutti camminino a testa in sù, in cui nessuno debba farsi venire il torcicollo per guardare l’altro… è probabile però che la contesa si riproponga in chiave destra-sinistra, non vi pare?
Non si tratta affatto di un problema di assetto sbagliato, allora. E’ piuttosto il pensiero ad essere sbagliato. Abbiamo sempre pensato di esser noi quelli dritti, quelli con le idee in testa e i piedi a terra, e abbiamo relegato tutti gli altri in posizione di subalternità, a rovescio per giunta.
Ma ora è tempo di levarci dalla mente queste fesserie geometriche. Le cose stanno diversamente, nessuno sta sopra, nessuno sta sotto, e su questo globo, ripeto, GLOBO, ognuno deve avere diritto alla posizione eretta, al confronto circolare.
Dunque non serve gingillarsi con il mappamondo cercando di dargli una forma più corretta. La Terra è fatta bene così com’è: camminando si arriva in ogni punto e ovunque si arrivi l’orizzonte appare a tutti allo stesso modo.
L’ultimo degli imbecilli
Siamo stanchi di diventare giovani seri o contenti per forza, o criminali, o nevrotici: vogliamo ridere, essere innocenti, aspettare qualcosa dalla vita, chiedere, ignorare. Non vogliamo essere subito già così senza sogni.
(Pier Paolo Pasolini, Lettere Luterane, 1975)
Non è che voglia fare il “pippone”.
Nota bene: dicasi “pippone” lungo discorso che non viene subito al punto, argomentato più o meno bene a seconda degli interlocutori, ricco di condizioni, di se, ma, però, quindi. Altrove detto anche “paternale” o “predica” o “pippozzo” o “bobbone”.
Però è necessario. Anche iniziare una frase con “però”, a volte, è necessario.
Necessario è affermare la “morte del romanticismo” per dirla in una possibile salsa. Necessario è affermare il completo senso di disorientamento culturale della società. Necessario è, per citare il mozzo di bordo di questo blog, Frank Linguamozza, rendersi conto che uno, a furia di innamorarsi, ha dimenticato di amare.
Io potrei, non vorrei, ah ma se volessi…diventare come molti altri. Diventare quel pezzo di società consumabile come la diavolina per il fuoco: una volta che sei andato ad alimentare il grande calderone non servi più a niente. Avanti il prossimo.
Mi sento un po’ un lupo della steppa – per citare Herman Hesse (qui speriamo che Frank non arrossisca per questi accostamenti) – quindi un lupo, un non appartenente alla razza umana.

Sono uno scontento, proprio come quel personaggio.
Sono scontento di vedere il mio mondo pieno di figli e figlie di puttana che spedirei a marcire nel Vietnam della mia coscienza, e lì resterebbero in eterno. Perdonate l’eufemismo da Sergente Hartman, ma questo non è un post per mammolette educate. Sono finiti i tempi delle mezze misure. C’è bisogno di mettere un punto, una linea di demarcazione, di rinunciare a tentativi di conversione. Fare un po’ di “ordine”. Ordine è una parola che mi spaventa, ma è il caos a chiederla.
Sono scontento, annoiato, deluso.
Se poco poco sei un debole, uno che non ha ricevuto forti influssi educativi o magari (diversamente) sta attraversando più o meno consapevolmente un periodo di crisi esistenziale, e metti il piede fuori casa, bè, come diceva Gaandalf, non si sa dove puoi finire spazzato via.
Ti fanno il lavaggio del cervello.
Ti inducono a pensare che le relazioni (di amicizia, di amore, di lavoro, tutte) funzionino in un certo modo. E cioè tutte basate sul “materialismo” che sia quello riferito a un corpo o al denaro non importa. Comunque materialismo. Come se i sentimenti non fossero la “reale materia”.
Chi mi vuol capire, ha già capito. Per chi non ha capito, non starò a spendere ulteriori energie.
Non più di quelle che ho già speso a “sporcarmi le mani” per “capirli”. E ci sono stato, ci ho sguazzato in quel fiume di merda e di cose scontate e banali. L’ho cercato il diamante, la luce diversa. Ma niente. Mi dispiace. Perché se c’è un creatore, qui ci sono creature che hanno fallito. Che falliscono pensando che il mondo sia fiction patinata.
Ma non ci riesco, per fortuna, ad essere “come loro”. Come gli altri.
Faccio parte di quella nutrita schiera di ingenui e sognatori.
Magari sarò un imbecille. L’ultimo degli imbecilli.
Morirò con un disperato bisogno di speranza.
Apologia del bimbominkia
Uno dei fenomeni dilaganti e degradanti del c.d. “berlusconismo” consiste nell’accentuazione dell’uso di determinate categorie tali da rappresentare una vera e propria ghettizzazione, resa socialmente approvabile e giustificata tramite lo strumento della falsa ironia che, a mio modesto parere, altro non è che un’arma di distrazione di massa.
Per principio mi sono sempre battuto contro le categorie. Quando queste sono uno strumento di analisi (kantiana) del discorso, allora le approvo. Ma se la categoria è il fine ultimo, allora, come diceva quel tale, facciamo due comunità diverse.

Comunità di emo in South Park. Gli autori del cartoon, tipi abbastanza geniali direi, non cadrebbero in facili banalizzazioni, perché sanno che il vero male sono, ad esempio, i messicani o Justin Bieber.
Tante comunità diverse quante categorie esistono. Tanti ghetti diversi.
Premesso che la ghettizzazione invisibile e onnipresente nel corso della storia è quella dei ceti sociali (non dico che non sia possibile passare da un ceto all’altro nella società occidentale, però riconosco anche che proprio questo passaggio suggella l’esistenza del ceto. Si badi, non uso la parola casta, connotata da chiusura, da alto feudalesimo, ma appunto ceto, parola figliata dall’ammorbidente uso della linguistica), non vedo però come non ci si debba occupare di problemi considerati “minori”.
Il bimbominkia.

Come sempre accade quando si rileva un fenomeno sociale, il problema non è dei rilevati, ma dei rilevatori, di chi si accanisce a compiere l’indagine.
Su youtube è facile trovare centinaia e centinaia di video su questa categoria, altrettanto condivisi dalla rete all’interno di post di blog (come questo) e social network. Nel 99,9% dei casi, questi ragazzini che giocano, che per me sono questo, ragazzini che giocano, sono oggetto di scherno.
Finché si diventa, consapevolmente o no, oggetto di scherno, restiamo nell’ambito della natura umana. Qualsiasi antropologo, penso da ignorante, ce lo potrebbe confermare. In fondo parliamo anche dell’esigenza della catarsi e del riso.
Quando però abbandoniamo l’umana natura e la questione si fa patologia? Penso che quando una categoria nasce, chi l’ha fatta nascere, non quelli all’interno, loro malgrado, della categoria, ma il categorizzante, il padrone del ghetto, è appunto l’esempio sfrenato di “proprietario convinto dei propri valori”. Come se poi i valori si potessero impostare su un avere, più che su un “essere”! (Fromm docet, sempre.)
Nimby: not in my backyard. Non voglio bimbiminkia nel mio giardino, al massimo solo nani. Che lavorino.
Ora proviamo a entrare, per quel poco che mi concerne, nel merito della questione.
Questi bimbiminkia saltano al ritmo della loro musica, giocano a modo loro con quel che vogliono. Finché ciò non attraversa il comune senso del pudore e del buon costume, penso sia consentito. Senza facili ironie, però, sul comune senso del pudore e del buon costume: ho già concesso questo paletto.
Usano le “k”. Questa generazione potrebbe, omg, cambiare il futuro della lingua. Dove finiremo? Oh tempora, oh mores! Sono questi il nostro futuro? Signor parroco, l’umanità è afflitta dal problema del bimbominkia! Come facciamo, signor sindaco? Faccia qualcosa! Fate qualcosa!
Ma scusate, ma voi, prima eravate tanto meglio? Solo perché non c’era youtube, allora non potevate mettere le vostre “Kazzate” sul tubo? Cosa ascoltavate, voi migliaia? Chopin e Bach? Che cosa mangiavate a pranzo? Caviale e champagne?
Di solito quando vedo il video di un bimbominkia non mi viene da pensare “come sta messo” ma semplicemente: beato lui che si diverte. E poi spengo il pc e mi ricordo che io, come lui un giorno se sarà fortunato, devo tornare al lavoro.
Siamo probabilmente, inconsciamente, invidiosi di quella “parvenza di libertinaggio”. E ho anche il vago sospetto che le generazioni meno giovani di oggi, costrette a guardare troppi bimbiminkia a causa di precariato e disoccupazione, stiano diventando la punta dell’iceberg di un nuovo, solidissimo conservatorismo.
La colpa non è loro, la verità è che al mondo, a voi, a noi, loro…servono così.
Farfalle fritte a colazione
La vista delle parole ti amo aveva fatto rinascere in lui il desiderio di vivere - 1984, G. Orwell
Spesso abbiamo bisogno di “morire”. Se dimenticassimo questa necessità potremmo fare la fine di una farfalla intrappolata in un corto circuito. Fritta. E a nessuno piacciono le farfalle fritte. O almeno, non conosco nessuno cui piacciano.
Le farfalle fritte sono quelli che si sono rassegnati, quelli a cui hanno tagliato le ali, quelli che se le sono fatte tagliare via, perché avevano troppa paura di volare. Quelli che restano ancorati a un passato da crisalide, e non si rendono conto quanto sia splendido essere farfalle: marciare trionfali verso la fine di tutto.
Dobbiamo pertanto saper morire. Scegliere di quale morte morire equivale a capire qual è la nostra qualità della vita.
Che cosa ci aspettiamo dalla vita? Che cosa pretendiamo da essa? Aspetteremo che la vita ci prenda a calci o reagiremo, finalmente padroni di essa?
Faremo la fine della farfalle fritte? O andremo incontro al mondo?
Perché sono queste le domande essenziali con le quali ogni giorno dobbiamo svegliarci e con le quali dobbiamo ri-svegliarci tutti. Le nostre azioni non sono prive di conseguenze: può sembrare un concetto banale, scontato. Il gioco di causa-effetto è tra le prime cose che ci vengono insegnate alla scuola elementare. Ricordo in particolare che questo gioco veniva analizzato per capire la materia “Storia”, e non era casuale che il fenomeno fosse analizzato in quella sfera. La Storia è un irrazionale concatenarsi di eventi razionali. Così la nostra vita è governata essenzialmente dall’irrazionalità con la quale comandiamo al nostro corpo e ai nostri pensieri la facultas agendi.
Sono sicuro che quando moriremo andremo davanti a un contabile, uno di quelli grigi, dall’aria imbruttita dai millenni, che non ci guarderà nemmeno in faccia, e noi ci faremo avanti con il nostro numeretto.
“Numero 140.876.645.264.274″
Dopo essere rimasto per qualche attimo perplesso a osservare la trafila di cifre sul bigliettino sudaticcio, dirò, con voce strozzata più dalla fatica dell’attesa che dall’emozione:
“Sono io.”
“Dica.” – dirà questo signore dalle sopracciglia folte come cespugli di more in piena estate, senza neanche guardarmi in faccia, intento a compilare un modulo, a timbrare.
“Sono io…”
“Si, ho capito numero 140.876.645.264.274. A me non basta un sono io, devo sapere come ha vissuto.”
“Prego?”
“Ha vissuto bene, è soddisfatto?”
“Veramente io…Volevo una vita diversa.”
“Allora si rimetta in fila e riempia il modulo allo sportello delle seconde possibilità.”
Guardo alla mia sinistra: la fila per lo sportello è lunghissima, eterna. Sono tutti in cerca di una seconda possibilità.
“No, aspetti. Ci ho ripensato. Ho vissuto una vita felice, si magari poteva andare meglio per alcuni aspetti, ma chi se ne frega. Ho vissuto.”
Il burbero timbra un foglio, me lo consegna. Già sta chiamando il numero successivo.
Sul foglio c’è scritto “farfalla ghiotta”. Esco dall’ufficio. Dietro la schiena mi sono spuntate due bellissime ali variopinte. L’unico reale istinto è il volo.

Rischiappuccino
Arrivarono e si sedettero con la stessa precisione degli abitudinari, sebbene era forse la seconda colazione che si ricordavano di aver fatto insieme. Ordinarono alla cameriera, Per me un caffellatte freddo , Invece per me un cappuccino, sempre freddo. Ah, e dei cornetti.
Poco dopo arrivò la cameriera, pose le due tazze e i cornetti vistosamente fumanti. Le due tazze erano però identiche. Mi scusi, qual è la differenza? Questo è il mio caffellatte o il suo cappuccino? La cameriera, con il volto di chi in effetti ha fatto l’abitudine la sua regola, annuì con la naturalezza del suo mestiere, Questo è per lei e quest’altro è il suo cappuccino. Se ne andò con la stessa leggerezza con cui aveva affermato il suo , apparentemente, vaticinio.
I due amici si guardarono un attimo negli occhi. Questi bicchieri sono uguali. I colori dentro sono uguali. Qual è la differenza tra cappuccino e caffellatte freddi? Sicuramente, da conoscenze pregresse che avevano, il cappuccino ha meno caffè di un qualsiasi caffellatte, peraltro confermato dal senso comune di buona parte del mondo bevitore di caffè e latte.
Se la cameriera, in cui avevano intravisto un attimo di esitazione, o forse lo avevano immaginato entrambi , avesse mentito? Uno dei due avanzò l’ipotesi che forse lei avesse potuto davvero mentire. Ma non per fare uno sgarbo a qualcuno di loro, peraltro era palese che non aveva avuto con nessuno di loro due un rapporto o amicizia precedenti, ma solamente per dare loro quella sicurezza di cui hanno bisogno gli uomini nelle situazioni della vita. Non era dunque un fatto di inganno, ma di trovare delle certezze anche se non c’erano certezze affatto.
Ora si trattava di salvare le apparenze. Dunque, disse il primo, questo è il mio caffellatte, quello il tuo cappuccino. Ammettiamo per esempio che il caffè sia di qualità medio-bassa e di qui si potrebbe giustificare il colore che praticamente è identico. Certo, non possiamo ritornare dalla cameriera, altrimenti metteremmo in dubbio la sua professionalità.
Si tratta di fede, azzardò uno. L’altro ribatté chiedendosi , perché abbiamo dubbi su di lei? In fondo questo è il mio caffellatte e quest’altro il tuo cappuccino. Aveva applicato perfettamente il diritto di proprietà, peraltro sottolineato asetticamente dallo scontrino sotto i tovagliolini.
Certe volte è apprezzabile il rischio, continuò, ma non il rischio in sé. Il fatto che siamo qui a discutere su questa questione così a prima vista banale mi fa pensare che stiamo discutendo della nostra predisposizione al rischio.
Prese lo zucchero, d’un fiato e lo buttò nel suo presunto caffellatte. Oramai era fatta. Sapeva che l’altro non prendeva mai lo zucchero. Il fatto era compiuto. Gli venne in mente che Cesare quando attraversò il Rubicone disse il dado è tratto, ma non aveva lo zucchero con sé, a dire il vero lo zucchero non c’era e nemmeno il caffè. Al massimo poteva avere latte e miele, ma lui, non Cesare, aveva sempre odiato latte e miele, perché era simbolo della malattia e dei metodi di cura di sua nonna per il mal di gola e raffreddore.
L’altro, quello del cappuccino per capirci, oramai si trovò senza possibilità.
Be’ a questo punto beviamo.
Alla salute, o qualcosa del genere.
Al rischio piuttosto, ai tentativi dell’umanità.
Si trovarono soddisfatti, la cameriera passò leggera accennando un sorriso.

Lettera ad Dio
Ciao Dio,
ti scrivo questa lettera sapendo che probabilmente tu conoscerai in anticipo il contenuto prima di aprire la busta o prima di connetterti.
Ma è vero che lì in Paradiso avete la fibra divina dove tutto è condivisibile in gioia e grazia? Perché qui si è scoperta l’adsl da poco e pare già una rivoluzione. Ma riconosco che lì state sempre avanti, d’altronde con il traffico quotidiano e ininterotto di chiamate da gestire è quantomeno d’obbligo una linea funzionante!
Ecco il punto è proprio questo. Chiamo sempre e trovo sempre occupato oppure non raggiungibile.
Qualcuno ha provato a rifilarmi la storiella del numero inesistente, ma non ci credo. In passato rispondevi sempre, qualche volta alzavi la cornetta prima che squillasse, qualche altra volta ti facevi un po’ desiderare (o magari ti beccavo proprio in quei momenti dove eri più indaffarato!), però alla fine della chiamata ero soddisfatto e rimborsato.
Ora invece…
Capisco che c’è la crisi un po’ ovunque, è un periodo nero per tutti e ce la passiamo male, ma male male, in generale. Ma non è che in tutto questo casino troveresti cinque minuti per il sottoscritto, in fondo hai tutta l’eternità davanti e io invece…se faccio due calcoli la vedo nera! Ma nera.
E non è l’Africa, che comunque bene non sta messa, specie di questi tempi, ti sarà arrivato sicuramente qualcosa. I ribelli avanzano, per fortuna.
Ecco a proposito di “ribellioni”, vorrei sapere se posso avere delle piccole anticipazioni sul mio “destino”. Insomma scommetto che sicuramente qualcosa in serbo ce l’hai. Sì, okay, il libero arbitrio, la facoltà di scelta, ma almeno sapere tra cosa devo scegliere, non sarebbe proprio male.
Tanto non è che starò lì a criticare eh, stai tranquillo.
Solo che ecco, una sbirciatina è possibile averla?
Così, magari, mi faccio qualche programma anch’io. Non ti preoccupare non ti ho confuso per l’oracolo di Delfi. E so bene che ho in mano tutte le carte, solo che l’asso ce l’hai te. E in questo gioco, avere le maniche conterà pure qualcosa.
Io mi sento di giocare in canottiera, così non so proprio dove potrei nasconderlo un asso, a patto di avercelo.
Ah, per quella faccenda lì, insomma ci siamo capiti, vedi di dare una sbozzata, indipendentemente dalla mia volontà. Hai carta bianca.
Aspetto una tua risposta,
Infedelmente tuo,
Lordbad

Progetto Eden/Matrix
P.s.: non costringermi a spammarti la casella di posta che poi dicono che è da maleducati!
Scintille
L’accendino per lui stava diventando un tormento. Non per l’oggetto in sé in quanto fonte di disturbi compulsivi del fumo. Né tantomeno perché sapeva che era strumento della giustizia finale di tutti i piromani che si rispettino, a parte gli ultimi romantici che ancora compravano gli acciarini, fiammiferi, cerini e le pietre focaie. Insomma gli ultimi della specie.
L’accendino per lui non significava né cancro ai polmoni né dunque, come si è capito, strumento di cremazione della vita. L’accendino era diventato l’unico strumento con cui riusciva a concepire una normale relazione sociale. Scusa hai da accendere, sì, sei fortunata. Sì, sei fortunata. Chissà quante volte lo ripeteva al giorno. Ogni sua conversazione sembrava davvero nascere così. Non poteva certo biasimare chi fumava. Chi fumava era suo amico. Anzi , amica. Scusa hai da accendere? No, mi dispiace, guarda ho appena finito il gas, sei sfortunato.
Dunque, ricapitoliamo. Per lui il genere umano era diviso in fortunate e sfortunati. Non ci poteva essere linea mediana. In realtà non aveva mai contemplato il fatto che ci fossero gay, trans, lesbiche e bisessuali nel mondo. Perdio, pensò, se un angelo mi venisse a chiedere da accendere che risponderei? Sei fortunat* o mi dispiace sei sfortunat* ?
Si ritrovò ad osservare il suo strumento di valutazione etica universale o quasi. Si accorse però della grossolana divisione a cui soggiaceva il genere umano. O i diversi generi umani. L’accendino stava diventando un tormento , un elemento di semplificazione delle cose. Eppure, mancavano ancora dei tasselli. La sua esperienza pluriennale ormai nell’accendere altrui cancri o altrui sfortune lo portò a chiedere come facesse il resto del genere umano o un sottoinsieme preciso dei fumatori nel crearsi relazioni sociali senza l’accendino.
Spesso si era prefigurato un Mi scusi, i tempi sono duri. Oppure , davvero legge questo libro? Ha davvero un bel cane. Ma nessuno di questi inizi poteva andar bene. Non c’era contatto. La fiamma era contatto. Chi aveva l’accendino poteva dare la scintilla. Cioè la scintilla si vedeva. Lui non aveva mai sentito il bisogno di fumare. Iniziò a riflettere così nel parco. Dunque io non fumo però faccio parte dei fumatori o no? Per me le relazioni sociali dovrebbero necessariamente iniziare con Ha davvero un bel cucciolone. Quanti mesi ha? Invece no. Dai tempi, forse da quando aveva 14 anni aveva rimorchiato così le sue ragazze. Adesso ne aveva quasi 30 di anni. Chissà che fine avranno fatto tutte le scintille. Chissà quante ne accenderò ancora.
Improvvisamente si ritrovò in una nuova categoria. Dunque, fortunate, sfortunati, gay, lesbiche, trans, bisessuali, angeli e lui. Sì, e lui. Sentì una grande solitudine. Non aveva in comune niente con chi accendeva. E niente con chi non accendeva. E lui. E dio, che fine aveva fatto in tutto ciò?
Dio, hai da accendere?
Game (L)over
Se al mattino vi alzate con la nausea e non c’è nessun motivo per cui siete incinta o vi siete scolati l’intera fabbrica della birra la sera prima con la scusa “è artigianale, quando ti ricapita di berne una così?”, allora probabilmente avete nausea del mondo e del suo schifo.
E non mi riferisco alla mole di notizie che ogni giorno sono filtrate dai mezzi di comunicazione e stampa: a furia di assorbirle esse hanno finito per avere l’esatto effetto opposto a quello della catarsi nel teatro greco, e cioé l’anestesia.
Con massicce dosi di “in/formazione” abbiamo acconsentito a farci anestetizzare. “è incredibile, non ci sono più valori” diremo, guardando la televisione, mentre uno spaghetto ci penzola dalle labbra. In quel momento il nostro cervello è una bestia che non ha tempo e modo di indignarsi socialmente, ma invia il preciso comando di “nutrirsi a fine di sopravvivenza”. L’atavico istinto vince.
Non si può avere nausea di ciò a cui siamo abituati.
Siamo invece nauseati dalla nostra vita, , del tutto separata, in fin dei conti, dai grandi avvenimenti mondiali. Siamo nauseati dal mal di schiena che ci coglie improvvisamente, siamo nauseati dalle nostre esigenze di vita che dobbiamo modulare a seconda dello stipendio, quando siamo fortunati, siamo nauseati dai piccoli intoppi quotidiani.
Ma, ancora, non è questa l’aitia (in greco: causa remota, prima, principale).
La nausea di essere al mondo è originata dalla grande tragedia che si consuma nel cuore umano, quotidianamente.
acquisire punteggio
E questa tragedia si evolve su un sistema relazionale fondato totalmente, indissolubilmente, sul cemento armato dell’ipocrisia e dell’interesse egoistico e personalistico. Ciò ha consentito sì di far evolvere il libero mercato. Ma quando nel libero mercato finiscono i sentimenti umani, trattati a mo’ di merce, non dovremmo forse ribellarci?
Molti preferiscono lo squallore delle relazioni “usa & getta”. Incontrare qualcuno che ama profondamente, perdutamente, è cosa rara.
Come sperare di poter cambiare il volto (poco) umano dell’umanità?
Le persone hanno disimparato ad amare. Vorrei poter fornirvi una soluzione pratica, esortarvi a uno sforzo, ma sarebbe vana cosa. Non suonano neanche come una denuncia queste mie parole, ma come una resa.
Mondo ipocrita, hai vinto.
Game (L)over.
Insert Coin. Again. Love again. Die again.








