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Si vive insieme, si muore soli

I maggiori beni ci sono elargiti per mezzo d’una follia che è un dono divino (Platone)

Una scrittrice americana mi ha detto una volta Nasciamo da soli e moriamo da soli. You can’t do anything with that, man. È stata una delle poche volte in cui mi sono sentito essenzialmente un verme. Io pensavo, in realtà che nasciamo insieme e moriamo da soli. È l’unico appiglio che dava un certo senso alla vita come esternazione di un qualcosa di nuovo che, effettivamente, appare, al momento della nascita, come solo destinato alle sofferenze.

Ha aggiunto Lottiamo, qui, non importa come, ma cerchiamo di sopravvivere. Siamo persone diverse, uniche. Non ho avuto modo di dirle nulla. Mi ha riempito del suo discorso autobiografico e del suo credere nel proprio io, nella capacità di formarsi da sé. Mi sono sentito di nuovo un verme. Pensavo di formarmi insieme alle persone, di trovare dei punti di incontro, di approdo, di partenza e di arrivo comuni. Forse non ci ho mai capito nulla.

Entusiasmo, ragazzo. Ecco cos’è di cui abbiamo bisogno. Mi pareva una vita di non sentire quella parole e di avere fede in qualcosa, a parte dio, la fede più facile perché non si vede direttamente, ma gli si darà conto solo quando saremo di nuovo soli e non ci sarà nessuno a testimoniare che la nostra fede per la vita è stata minore o più forte di quella verso esso. Mi pareva secoli che non facevo queste riflessioni.

Alla fine del discorso non ho parlato, ha parlato solo lei. Ma non direi che sia stato un monologo, è stata più una rivelazione, un po’ come quando vai dal barbiere e parla solo lui. Il barbiere e l’oracolo mi parlano attraverso.

Cash d’anima

Capita di trovarsi la sera, nell’ora chiamata 22, a camminare lungo le strade della città. Ma ti rendi conto che sei un frammento, un pezzettino. Respiri insieme alla città, al camino, forse uno degli ultimi accesi in Italia, uno dei tanti qui a Varsavia.

Cammini e tiri dritto. Poco importa del passo degli altri: hai bisogno del tuo respiro. Del senso che ti cammina dentro e di un maledetto bancomat qualunque, ficcato negli angoli ovviamente più reconditi dell’anima umana.

Pensi che quello che accade di giorno non ha senso. Ritrova l’opportunità, il riscontro, il vivo solo nella notte. Che tutto perdona, tranne il tuo conto in rosso. Ma poco importa, ci penserà il giorno a regolare i conti.

Manca poco. Sono quasi arrivato a compiere la missione notturna. All’angolo, c’è il bancomat.

Canto di Natale

“Devi imparare a star solo.” – così mi ha detto un amico, in un momento di difficoltà. Strana lezione quella che riceviamo dalla solitudine. Impreziosisce ogni attimo della nostra vita, ci ricorda ciò che realmente siamo al di là dei ruoli o delle etichette che ci vengono assegnati di volta in volta.

Ho attraversato infinite solitudini, le ho sfiorate con uno sguardo, le ho percepite in un silenzio troppo disteso fra due comuni parole “Come stai? Bene..grazie.”, le ho trascurate quando sono stato troppo preso dal mio egoismo, le ho amate fino a sentirle mie, fino a riempirle con la mia, di solitudine, nel tentativo supremo, quasi eroico, profondamente umano, di farne una felicità.

Quando a una solitudine se ne aggiunge un’altra, quella solitudine diventa una cara compagna di viaggio, un’amicizia, un patto indelebile. Non è più solitudine, ma solidarietà.

Non essere più soli è l’unico senso di tutta una vita di solitudine.

Le solitudini sono molteplici: c’è la solitudine del secchione così come c’è quella del somaro, la solitudine del timido così come quella del socievole, la solitudine di chi combatte la solitudine e quella di chi invece l’accetta passivamente. Tutte hanno un identico valore: tutte sono un grido immane di dolore.

Ma bisogna imparare e di nuovo imparare ancora, in un continuo apprendimento instancabile, la Solitudine che non ci abbandonerà mai. Bisogna rispettarla, considerarla, conoscerla, assaporarla.

Un giorno ricorderò di non essere stato poi “tanto solo”, quando quel grido sarà un bellissimo canto.

La versione di Lordbad (in tutta sincerità)

A te che fra cent’anni leggerai non capisco in che modo questa testimonianza possa rivelarsi preziosa, ma mi piace immaginare che magari anche tu fai parte della mia vita, malgrado non abbia fatto in tempo a vederti per causa dello spazio-tempo e del deterioramento biologico che avrà condotto il mio corpo alla morte.

Tanto per cominciare non sono un ambientalista nel senso che non ho bisogno di un’ideologia ufficializzata per proteggere l’ambiente. Ma mi incazzo se penso che il mio amico getta con indifferenza un fazzoletto dal finestrino. Questa cosa mi manda in bestia.

Non sono molte delle cose che hanno attraversato la generazione precedente: qualunquisti, rivoluzionari e reazionari. Se ho bisogno di pregare, prego, ma non mi accanirò in qualche discorso tra atei e bigotti. Se ho bisogno di ammettere che non c’è nessun dio, lo ammetto senza problemi.

Non mi precipiterò a manifestare o ad indignarmi, è come se qualcuno mi avesse detto a distanza di secoli che non serve a niente. Ma mi precipiterò a dare il mio voto e a fare il mio dovere di cittadino.

Non giustificherò tutti questi fans dello spinello e della droga. Da questo punto di vista sono sempre stato molto rigido, anche rischiando l’emarginazione, perché in fondo ero quello normale, quello che non avvertiva il disagio generazionale al punto da doversi fumare chili d’erba.

Ho sempre seguito la retta via, e a quelli che mi chiamavano “secchione”, rispondo che non è stato facile. Non è mai stato facile per nessuno, certamente.

La scrittura è solo un espediente momentaneo per dare un senso a molte cose che non hanno nessun senso. Vivere un sogno m’interessa poco, ma farlo vivere a molti, questo sì, m’interessa. Ho visto la bellezza della luce su volti in ombra che uscivano dalla caverna, assetati di luce e di verità.

Il perdono non esiste perché possiamo perdonare gli altri, esiste in quanto possiamo essere capaci di perdonare noi stessi dell’incapacità di amare gli altri.

Non ho molte altre conclusioni per il momento. Le considero parziali, ma se dovessi morire, diventerebbero, amara ironia della sorte, straordinariamente definitive.

Scegliere.

Scegliere sempre e comunque: in questo consiste la vita.

Io ho sempre scelto e continuerò a scegliere profondamente convinto delle mie scelte.

Scegli quel che più consideri giusto, scegli le persone alle quali voler bene, scegli il lavoro che ti piace, scegli il sogno da inseguire.

Ti aspetto in spiaggia, sconosciuto lettore. Una grande spiaggia bianca. Sarò il tipo con gli occhiali da sole che sorriderà scegliendo conchiglie. E avrò con me un sogno da regalarti.

Teoria e pratica della fuga

NB: c’è qualche pazzo, anzi pazza che inizia ad aggiungersi alla ciurma. Pubblichiamo oggi il testo di una nostra, per ora, generica lettrice!

“ … ma sai che c’è? Che io me ne andrei, sì. Mollerei tutto e mi aprirei una pizzeria a Lipsia. Una casa in affitto e vaffanculo. Sai farla tu la pizza?”

È mio padre. È giù in salone che parla con mia madre, o forse con se stesso. Guardano la tv.

Riesco tranquillamente a visualizzarli nella mia mente: lui, semidisteso sul divano, con un braccio dietro la testa, e lei, appollaiata sul bracciolo, le braccia incrociate e l’espressione assorta e annoiata.

E’ decisamente singolare che qui dalla mia stanza, dal mio “Aventino”, non abbia captato null’altro se non questa frase, queste poche parole, frammenti di chissà quale discorso.

Talmente singolare che non posso fare a meno di rifletterci su.

In psicologia è ormai assodato che ci sono casi in cui attenzione e coscienza sono dissociate. Infatti, abitualmente gli stimoli accedono alla coscienza attraverso l’attenzione, ma può anche accadere che vi arrivino direttamente. Avete presente quando siete davanti alla tv, concentrati sulla spazz … ehm, volevo dire sul programma in onda e non prestate la minima attenzione a quello che si dice nell’altra stanza? Beh, di punto in bianco, se viene pronunciato il vostro nome, lo riconoscete: lo stimolo è arrivato alla coscienza senza passare per l’attenzione. Fico eh? A me capita spesso, solo che di solito me ne esco con frasi che non c’entrano niente, facendo la figura dell’idiota … ma non divaghiamo. Ora quello che ci interessa è che non TUTTI gli stimoli possono passare per questa “via preferenziale”. Si deve trattare di qualcosa che ci riguarda da vicino, qualcosa che riconosciamo al volo come nostra e che istantaneamente cerchiamo di riafferrare con il lazo dell’attenzione: il nostro nome, qualcosa che abbiamo fatto, qualcosa che stavamo pensando anche noi.

Già. Deve essersi trattato proprio di questo. Inutile negarlo … pensavo alla FUGA.

Più che di un pensiero si trattava di una sensazione, una sorta di fastidio, come quando ti prude “dentro” e non ti puoi grattare. Un’urgenza, ecco.

 

Non so, è come quando ti alzi la mattina presto, sei rimbambito di sonno, apri l’armadio, peschi la prima cosa che ti capita sottomano e, dopo pochi secondi, ti accorgi di aver malauguratamente indossato i jeans appena lavati. Rigidi, stretti, incartapecoriti. Quelli che tua madre ha lavato da poco (se sei fortunato, sennò te li sei dovuti lavare da solo) e che tieni lì in un angolo e non li usi finché non sono l’ultima opzione rimasta. Il motivo? Quella sensazione. Non sopporti l’idea di dover passare un’intera giornata con la sensazione di limitatezza che ti danno quei cavolo di jeans.

Ecco. È così che mi sentivo nel momento in cui mi sono arrivate alle orecchie quelle fatidiche parole.

“]”]

Io me ne andrei.”

Si. Pure io me ne andrei. Salirei su un autobus e poi prenderei una metro e alla prima stazione prenderei il primo treno, con un po’ di fortuna potrei anche beccare la coincidenza giusta con un aereo diretto nonimportadove e poi potrei camminare, camminare fin quando mi reggono le gambe. E una volta arrivata  potrei finalmente levarmi quei dannati jeans. Potrei fare un respiro profondo e finalmente sentire la mancanza di quel prurito interiore.

Pensate che al giorno d’oggi, nel nostro mondo, un mondo senza più confini, un mondo globalizzato, un mondo in cui basta un click per ritrovarti ovunque vuoi e per avere ciò che vuoi, un mondo in cui spazio e tempo non sono più limiti ma concetti, non dovrei sentirmi così? Che in fondo non sia normale sentirsi in trappola in un mondo in cui puoi andare dove vuoi, quando vuoi, raggiungere chiunque, ottenere tutto ciò di cui hai bisogno in 3 – 5 giorni lavorativi, comodamente seduto sulla poltrona di casa tua, pagando con la tua fantastica carta prepagata nuova di zecca, ricaricabile anche telefonicamente?

Forse avete ragione. Forse sono io che non ho capito niente.

È che ho l’impressione che le pareti abbiano iniziato ad avanzare ogni giorno di un centimetro. O esco o farò la fine del formaggio negli stabilimenti della kraft: omogeneizzato e ricompattato in qualcosa di più appetibile e carino.

Questo “tutto” che ho intorno mi sta troppo intorno.

Cazzo, adesso il cellulare mi prende anche in metropolitana.

firmato

smartiesdimare 

(nuovo acquisto della ciurma, a breve su questi schermi) 

Siamo soli

Rassegnamoci: siamo soli.
Anche quando siamo in coppia, anche quando siamo circondati dagli amici, anche quando ci è vicino l’affetto dei parenti più prossimi, anche quando uno sconosciuto incontrato per caso ci deterge il volto dal tempo della malinconia, noi siamo irrimediabilmente e sempre soli.
A contraddistinguere realmente la specie umana dalle altre specie animali non è il pensiero, né l’emozione, né lo sviluppo tecnologico, e neanche le espressioni artistiche.
L’essere umano è un essere solitario, braccato dalla solitudine, schiavo di un bisogno di comprensione e condivisione realmente impossibile a soddisfarsi se non in rari attimi illusori.
Che questo attimo sia una stretta di mano, uno sguardo o un orgasmo, poco ci interessa.
Il nostro stato è la solitudine. Ad alcuni potrebbe suonare come una condanna, a certi altri addirittura potrebbe equivalere ad un privilegio, questione di punti di vista altrettanto solitari e sconnessi.
L’unica reale possibilità è “sentirsi meno soli”. Se ci riuscite, probabilmente state vivendo.
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