Si vive insieme, si muore soli
I maggiori beni ci sono elargiti per mezzo d’una follia che è un dono divino (Platone)
Una scrittrice americana mi ha detto una volta Nasciamo da soli e moriamo da soli. You can’t do anything with that, man. È stata una delle poche volte in cui mi sono sentito essenzialmente un verme. Io pensavo, in realtà che nasciamo insieme e moriamo da soli. È l’unico appiglio che dava un certo senso alla vita come esternazione di un qualcosa di nuovo che, effettivamente, appare, al momento della nascita, come solo destinato alle sofferenze.
Ha aggiunto Lottiamo, qui, non importa come, ma cerchiamo di sopravvivere. Siamo persone diverse, uniche. Non ho avuto modo di dirle nulla. Mi ha riempito del suo discorso autobiografico e del suo credere nel proprio io, nella capacità di formarsi da sé. Mi sono sentito di nuovo un verme. Pensavo di formarmi insieme alle persone, di trovare dei punti di incontro, di approdo, di partenza e di arrivo comuni. Forse non ci ho mai capito nulla.

Entusiasmo, ragazzo. Ecco cos’è di cui abbiamo bisogno. Mi pareva una vita di non sentire quella parole e di avere fede in qualcosa, a parte dio, la fede più facile perché non si vede direttamente, ma gli si darà conto solo quando saremo di nuovo soli e non ci sarà nessuno a testimoniare che la nostra fede per la vita è stata minore o più forte di quella verso esso. Mi pareva secoli che non facevo queste riflessioni.
Alla fine del discorso non ho parlato, ha parlato solo lei. Ma non direi che sia stato un monologo, è stata più una rivelazione, un po’ come quando vai dal barbiere e parla solo lui. Il barbiere e l’oracolo mi parlano attraverso.
Cash d’anima
Capita di trovarsi la sera, nell’ora chiamata 22, a camminare lungo le strade della città. Ma ti rendi conto che sei un frammento, un pezzettino. Respiri insieme alla città, al camino, forse uno degli ultimi accesi in Italia, uno dei tanti qui a Varsavia.
Cammini e tiri dritto. Poco importa del passo degli altri: hai bisogno del tuo respiro. Del senso che ti cammina dentro e di un maledetto bancomat qualunque, ficcato negli angoli ovviamente più reconditi dell’anima umana.
Pensi che quello che accade di giorno non ha senso. Ritrova l’opportunità, il riscontro, il vivo solo nella notte. Che tutto perdona, tranne il tuo conto in rosso. Ma poco importa, ci penserà il giorno a regolare i conti.
Manca poco. Sono quasi arrivato a compiere la missione notturna. All’angolo, c’è il bancomat.

Canto di Natale
“Devi imparare a star solo.” – così mi ha detto un amico, in un momento di difficoltà. Strana lezione quella che riceviamo dalla solitudine. Impreziosisce ogni attimo della nostra vita, ci ricorda ciò che realmente siamo al di là dei ruoli o delle etichette che ci vengono assegnati di volta in volta.
Ho attraversato infinite solitudini, le ho sfiorate con uno sguardo, le ho percepite in un silenzio troppo disteso fra due comuni parole “Come stai? Bene..grazie.”, le ho trascurate quando sono stato troppo preso dal mio egoismo, le ho amate fino a sentirle mie, fino a riempirle con la mia, di solitudine, nel tentativo supremo, quasi eroico, profondamente umano, di farne una felicità.
Quando a una solitudine se ne aggiunge un’altra, quella solitudine diventa una cara compagna di viaggio, un’amicizia, un patto indelebile. Non è più solitudine, ma solidarietà.
Non essere più soli è l’unico senso di tutta una vita di solitudine.
Le solitudini sono molteplici: c’è la solitudine del secchione così come c’è quella del somaro, la solitudine del timido così come quella del socievole, la solitudine di chi combatte la solitudine e quella di chi invece l’accetta passivamente. Tutte hanno un identico valore: tutte sono un grido immane di dolore.
Ma bisogna imparare e di nuovo imparare ancora, in un continuo apprendimento instancabile, la Solitudine che non ci abbandonerà mai. Bisogna rispettarla, considerarla, conoscerla, assaporarla.
Un giorno ricorderò di non essere stato poi “tanto solo”, quando quel grido sarà un bellissimo canto.
La versione di Lordbad (in tutta sincerità)
A te che fra cent’anni leggerai non capisco in che modo questa testimonianza possa rivelarsi preziosa, ma mi piace immaginare che magari anche tu fai parte della mia vita, malgrado non abbia fatto in tempo a vederti per causa dello spazio-tempo e del deterioramento biologico che avrà condotto il mio corpo alla morte.
Tanto per cominciare non sono un ambientalista nel senso che non ho bisogno di un’ideologia ufficializzata per proteggere l’ambiente. Ma mi incazzo se penso che il mio amico getta con indifferenza un fazzoletto dal finestrino. Questa cosa mi manda in bestia.
Non sono molte delle cose che hanno attraversato la generazione precedente: qualunquisti, rivoluzionari e reazionari. Se ho bisogno di pregare, prego, ma non mi accanirò in qualche discorso tra atei e bigotti. Se ho bisogno di ammettere che non c’è nessun dio, lo ammetto senza problemi.
Non mi precipiterò a manifestare o ad indignarmi, è come se qualcuno mi avesse detto a distanza di secoli che non serve a niente. Ma mi precipiterò a dare il mio voto e a fare il mio dovere di cittadino.
Non giustificherò tutti questi fans dello spinello e della droga. Da questo punto di vista sono sempre stato molto rigido, anche rischiando l’emarginazione, perché in fondo ero quello normale, quello che non avvertiva il disagio generazionale al punto da doversi fumare chili d’erba.
Ho sempre seguito la retta via, e a quelli che mi chiamavano “secchione”, rispondo che non è stato facile. Non è mai stato facile per nessuno, certamente.
La scrittura è solo un espediente momentaneo per dare un senso a molte cose che non hanno nessun senso. Vivere un sogno m’interessa poco, ma farlo vivere a molti, questo sì, m’interessa. Ho visto la bellezza della luce su volti in ombra che uscivano dalla caverna, assetati di luce e di verità.

Il perdono non esiste perché possiamo perdonare gli altri, esiste in quanto possiamo essere capaci di perdonare noi stessi dell’incapacità di amare gli altri.
Non ho molte altre conclusioni per il momento. Le considero parziali, ma se dovessi morire, diventerebbero, amara ironia della sorte, straordinariamente definitive.
Scegliere.
Scegliere sempre e comunque: in questo consiste la vita.
Io ho sempre scelto e continuerò a scegliere profondamente convinto delle mie scelte.
Scegli quel che più consideri giusto, scegli le persone alle quali voler bene, scegli il lavoro che ti piace, scegli il sogno da inseguire.
Ti aspetto in spiaggia, sconosciuto lettore. Una grande spiaggia bianca. Sarò il tipo con gli occhiali da sole che sorriderà scegliendo conchiglie. E avrò con me un sogno da regalarti.
Teoria e pratica della fuga
NB: c’è qualche pazzo, anzi pazza che inizia ad aggiungersi alla ciurma. Pubblichiamo oggi il testo di una nostra, per ora, generica lettrice!
“ … ma sai che c’è? Che io me ne andrei, sì. Mollerei tutto e mi aprirei una pizzeria a Lipsia. Una casa in affitto e vaffanculo. Sai farla tu la pizza?”
È mio padre. È giù in salone che parla con mia madre, o forse con se stesso. Guardano la tv.
Riesco tranquillamente a visualizzarli nella mia mente: lui, semidisteso sul divano, con un braccio dietro la testa, e lei, appollaiata sul bracciolo, le braccia incrociate e l’espressione assorta e annoiata.
E’ decisamente singolare che qui dalla mia stanza, dal mio “Aventino”, non abbia captato null’altro se non questa frase, queste poche parole, frammenti di chissà quale discorso.
Talmente singolare che non posso fare a meno di rifletterci su.
In psicologia è ormai assodato che ci sono casi in cui attenzione e coscienza sono dissociate. Infatti, abitualmente gli stimoli accedono alla coscienza attraverso l’attenzione, ma può anche accadere che vi arrivino direttamente. Avete presente quando siete davanti alla tv, concentrati sulla spazz … ehm, volevo dire sul programma in onda e non prestate la minima attenzione a quello che si dice nell’altra stanza? Beh, di punto in bianco, se viene pronunciato il vostro nome, lo riconoscete: lo stimolo è arrivato alla coscienza senza passare per l’attenzione. Fico eh? A me capita spesso, solo che di solito me ne esco con frasi che non c’entrano niente, facendo la figura dell’idiota … ma non divaghiamo. Ora quello che ci interessa è che non TUTTI gli stimoli possono passare per questa “via preferenziale”. Si deve trattare di qualcosa che ci riguarda da vicino, qualcosa che riconosciamo al volo come nostra e che istantaneamente cerchiamo di riafferrare con il lazo dell’attenzione: il nostro nome, qualcosa che abbiamo fatto, qualcosa che stavamo pensando anche noi.
Già. Deve essersi trattato proprio di questo. Inutile negarlo … pensavo alla FUGA.
Più che di un pensiero si trattava di una sensazione, una sorta di fastidio, come quando ti prude “dentro” e non ti puoi grattare. Un’urgenza, ecco.

Non so, è come quando ti alzi la mattina presto, sei rimbambito di sonno, apri l’armadio, peschi la prima cosa che ti capita sottomano e, dopo pochi secondi, ti accorgi di aver malauguratamente indossato i jeans appena lavati. Rigidi, stretti, incartapecoriti. Quelli che tua madre ha lavato da poco (se sei fortunato, sennò te li sei dovuti lavare da solo) e che tieni lì in un angolo e non li usi finché non sono l’ultima opzione rimasta. Il motivo? Quella sensazione. Non sopporti l’idea di dover passare un’intera giornata con la sensazione di limitatezza che ti danno quei cavolo di jeans.
Ecco. È così che mi sentivo nel momento in cui mi sono arrivate alle orecchie quelle fatidiche parole.

Prego signora si accomodi. [E' che sedersi con quei cosi addosso sarebbe impossibile
“Io me ne andrei.”
Si. Pure io me ne andrei. Salirei su un autobus e poi prenderei una metro e alla prima stazione prenderei il primo treno, con un po’ di fortuna potrei anche beccare la coincidenza giusta con un aereo diretto nonimportadove e poi potrei camminare, camminare fin quando mi reggono le gambe. E una volta arrivata potrei finalmente levarmi quei dannati jeans. Potrei fare un respiro profondo e finalmente sentire la mancanza di quel prurito interiore.
Pensate che al giorno d’oggi, nel nostro mondo, un mondo senza più confini, un mondo globalizzato, un mondo in cui basta un click per ritrovarti ovunque vuoi e per avere ciò che vuoi, un mondo in cui spazio e tempo non sono più limiti ma concetti, non dovrei sentirmi così? Che in fondo non sia normale sentirsi in trappola in un mondo in cui puoi andare dove vuoi, quando vuoi, raggiungere chiunque, ottenere tutto ciò di cui hai bisogno in 3 – 5 giorni lavorativi, comodamente seduto sulla poltrona di casa tua, pagando con la tua fantastica carta prepagata nuova di zecca, ricaricabile anche telefonicamente?

Forse avete ragione. Forse sono io che non ho capito niente.
È che ho l’impressione che le pareti abbiano iniziato ad avanzare ogni giorno di un centimetro. O esco o farò la fine del formaggio negli stabilimenti della kraft: omogeneizzato e ricompattato in qualcosa di più appetibile e carino.
Questo “tutto” che ho intorno mi sta troppo intorno.
Cazzo, adesso il cellulare mi prende anche in metropolitana.
firmato
smartiesdimare
(nuovo acquisto della ciurma, a breve su questi schermi)
Dove %#&!^ lo trovo un tricologo?
NB: il tricologo è un dinosauro estinto
Impossibile. Impossibile che non riesca a trovare un tricologo, immaginate di mettere questo pezzo in una scena del Macbeth, con le streghe che improvvisamente mi dicono lo sappiamo noi dov’è il tuo tricologoe nel futuro diventerai re. Sicuramente dovremmo trovare la giustificazione prima storica e poi esistenziale per scomodare un grande come Shakespeare. (il mio dire che è un grande è solo , purtroppo, frutto di uno studio asettico: non ho mai letto una sua opera. Romeo e Giulietta l’ho trovato talmente noioso che l’ho donato alla biblioteca comunale. L’ennesima copia)
Dunque, dicevo, immaginiamo che effettivamente questa frase sia presa magari in un libro di Bukowski. Troverebbe una sua giustificazione, magari dopo una mega sbronza, oppure dopo un incidente e una scazzottata. Oppure il tricologo si potrebbe trovare appena finito un panino al prosciutto. Mi sentirei comunque a disagio. Mi farebbe ricordare i miei capelli che , scongiuri ormai andati, stanno cadendo.

Crilin non aveva capito cosa fosse un tricologo
Mi ritrovo infatti a fare i conti con me stesso. Io penso che la frase impossibile che non riesca a trovare un tricologo sia degna del miglior Calvino e delle sue cosmicomiche. Oppure del cavaliere inesistente. Sarebbe stato buffo: a cosa diamine ti serve un tricologo se non esisti? Ecco. Sono arrivato al punto zero della situazione. I capelli hanno a che fare con l’esistenza. Ti accorgi che, se non ci sono, esisti. Esisti senza darlo per scontato.
Molti lo legano agli effetti della caduta delle castagne e alla venuta dell’autunno, del sale del mare che finalmente se ne va. Il tuo corpo ti dice basta è davvero finito il sole che più ti ha baciato. Ammesso e premesso che non ho avuto particolari flirt con il sole, sebbene sia convinto che l’abbia più baciato io costringendolo a relazioni poco piacevoli, mi rendo conto che devo rendermi autunno.
Autunno diventa riflessione borghese, scavare a fatica nel sé e cominciare a renderci conto che non siamo sempre uguali. Fare parlare il silenzio. Difficile da dire: ma perché la riflessione si fa solo d’autunno? Ma perché i capelli cadono solo con le castagne? Ma perché il silenzio parla a seconda della stagione?

Impossibile che non riesca a trovare un tricologo in questo maledettissimo autunno?
Siamo soli

Legal Reality
La droga va legalizzata – maggio 2011, la Commissione ONU pronta a passare al vaglio una nuova politica non più repressiva, ma di legalizzazione della droga (?)
Chi legalizza il Sistema?
Penso che ci sia un limite, un confine sottile, invisibile, che cambia per ognuno di noi. Superato quel limite gli altri cessano di esistere, perché noi cessiamo di esistere per gli altri. Perché abbiamo catturato la solitudine e la stiamo uccidendo a dosi di consapevolezza. Più sappiamo che siamo soli, più la solitudine muore, non ha più importanza. Perché è l’importanza che si dà alla realtà a determinare la realtà. Gli altri sono il frutto della nostra mente.

Chocolate Addicted!
Se l’inferno sono gli altri (cit. Sartre) allora noi abbiamo il dovere umano di difenderci. Non si tratta di un diritto, ma di un dovere che pertanto non può ma deve essere esercitato, più corretto dire “adempiuto” nei confronti di noi stessi. Questa difesa si eleva al di sopra di qualsiasi altra ragione al mondo, al di sopra di ogni crimine e al di sopra di ogni merito, in quanto essa debilita la giustificazione dell’essere giudicato e pone l’uomo di fronte a sé stesso. Se l’uomo è solo ed è giudice di sé stesso, il giudizio perde valore. Quell’uomo si sanzionerebbe? Si assolverebbe? Quell’uomo, in verità, non avrà nemmeno bisogno di un processo a proprio carico. Il giudizio sarebbe la sintesi del ripercuotersi delle proprie azioni entro i limiti della propria solitudine.
Ma questo genere di equazione rischia di fermarsi al primo grado, consegnandoci una sola incognita. Il dubbio che il discorso sia più complesso sottende un numero potenzialmente infinito di incognite ci spinge a fare altre domande. O meglio la domanda: quali sarebbero gli effetti pratici di questa fuga dal reale?
Tutto questo l’ho scritto qualche giorno fa, sull’onda di uno stato spleen. Calava la sera sull’anima, il corpo lasciato a nudo rivelava ferite inesplorate. Non ci curiamo del tempo che passa, malgrado passi. Le domande percuotono ogni respiro. Risposte non se ne trovano, se non a prezzi stracciati. Paghi due domande, prendi tre risposte. Ma non ti saranno sufficienti, e alla fine del mese sarai di nuovo davanti al negozio delle grandi verità, in cerca dell’ultima rivelazione.
Come farò ad ammettere a me stesso e al mondo che ho paura? Quale Cristo redentore scenderà per me dalla croce della Storia?
Con tutto il sangue andato a male
E poi di colpo questo andare bene – Liga
Destini FS
Ci sono giorni in cui amo i viaggi in treno. Altri in cui li odio. Perché, senza motivo alcuno, l’altro che mi sta davanti non è il mio tipo. D’altronde, a chi non è successo. La cosa più misteriosa dei viaggi in treno è perché ad un certo punto della vita ci troviamo a farlo. Cioè perché una certa persona ad un certo punto della sua vita si trova ad affidarsi ad un ambiente abbastanza stretto e non troppo pulito ostinandosi a dormire. E se non ci si riesce, a vedere il paesaggio o se niente paesaggio a fissarsi le mani, i piedi oppure certi oggetti che esistono solo nelle fiabe. Come l’amuchina.
Trovo affascinante il fatto che i viaggi in treno rendano le persone impenetrabili oppure completamente libere di parlare. Spesso si preferisce la prima opzione. Quella del silenzio concordato. Le persone per un tacito patto decidono di non parlare perché forse l’hanno deciso prima o forse perché già sanno tutto su quello che hanno davanti. O forse, sinceramente perché non gliene importa.

Il viaggio in treno conduce spesso all’odio del genere umano. Chissà se lo sanno i macchinisti. Portano degli umani che sono lì solo per spirito di convenienza, di caparbietà all’adattamento. Si trovano lì perché ad un certo e preciso punto la vita ha dato loro solo quella precisa scelta: le persone messe al muro possono diventare molto cattive. O estremamente generose.
I macchinisti non sanno per questo che sono artefici del destino delle persone. Non perché rischiano di deragliare, tutt’altro. Rischiano di dare direzione alla vita. La selezione ha portato un manipolo di umani alla scelta che inevitabilmente il fato ha dato loro: l’unico modo per sbarazzarsi dal caos almeno per una mezz’ora, era salire sul treno. Per chi è più lontano, arriva anche a tre ore. I macchinisti non sanno che compiono dei viaggi spirituali. Le due rotaie sono quelle su cui rimbalza il sentiero umano, ragione istinto, che non si incontrano o al massimo si scontrano, unite indelebilmente dalla carrozza. E dai passaggi a livello. La carrozza diventa la scelta obbligata di un’esistenza o il prolungarsi dell’inquietudine sulle cose e le menti che si cela nel patto silenzioso del sonnecchiare pendolare.
C’è solo un problema. Il treno arriverà in ritardo.
Ci scusiamo per il disagio.
Manichini al dente
[...] Ma ciò di cui non si rendono conto è che più si preoccupano di tutti quei particolari, più si trasformano in manichini semimoventi. Se ne stanno lì sedute, senza muovere un muscolo, rigide e contratte, perché la loro unica preoccupazione è di non rovinare il lavoro fatto. (Charlotte Roche)
Ogni sabato vado al centro commerciale. Un’abitudine che ho preso da diverso tempo. Ma non ho bisogno di vestiti. Gli altri mi vestono e poi non provo tanta vergogna se sono nudo. Non ho niente da nascondere. In realtà quando vado al centro non lo faccio nemmeno perché ho bisogno di nuove scarpe. Capita molte volte che neanche me le allaccio, per la verità.
Mi affascinano, lo ammetto, le persone che trafficano con le loro strane espressioni , curiose, divertite, alle volte spavalde o tristi, alcune altre ritrose, annoiate, invecchiate, stanche, e ancora smaglianti , pigre, felici. Soddisfatte.

Questo articolo è in realtà scritto da Snoopy
Non vado né per il McDonald, né per FootLocker. Sono ecologista e ho piedi molto delicati. Altri mi dicono che li ho davvero duri e perfetti. Non frequento il beauty centre , né il reparto di ottica. Ho un corpo senza un filo di pancia, un vero uomo vitruviano. Anche se ho oltre 30 anni, ancora nessun problema con gli occhi. 11 decimi tondi tondi. Ogni giorno poi mi vedo con una. Alle volte due. E vi giuro che non l’ho mai vista, anzi viste, sfocate. Cerco di spiegarmi: io vado nei centri commerciali perché amo i manichini.
Li trovo belli, netti, incorrotti, precisi. Sapienti. Perché dovrei rifiutare questo vitello d’oro? Sicuramente già starete pensando che io sia un matto, uno squilibrato. Ma i manichini non hanno che per te l’attenzione. E poi non sto infrangendo nessuna legge di dio. Anzi, i manichini sono degni di avere un dio che li accudisca.

Incarnato, tonicità, atarassia. Come si fa a non amare i manichini e le loro labbra piene di libidine?
Piano piano ho imparato a conoscerli tutti: Patrizia, Pamela, Ivan. Il più scontroso è Maurizio che sta all’angolo del reparto Adidas. Be’ diversità caratteriali. Anche i manichini hanno un carattere. Non l’avete mai sospettato? Non avete visto come cambiano espressione, alcune volte con occhi più lucidi, altri più spiritati?
Di me non ve ne siete mai accorti?

In difesa del Sig. A. R.
La difficile vittoria del sig. A.R. è di aver dato allo scorrere di ogni giorno della metro una unità umana. Il sig. A.R. come ogni mattina prende la linea A direzione Anagnina alle ore 7:50 e pensa che sia possibile un’eternità senza dio là sotto. Anche perché appartenere al termitaio elimina il pentimento individuale. Appena esce alla luce del sole o , più spesso ultimamente, nella pioggia, non trova essere estremisti credere nell’anonimato.

Niente nomi, solo volti che hanno libertà senza diritti d’autore. Anche perché il nome è un formalismo.
E il vero formalismo è solo il silenzio.
Il sig. A.R. prende poi un caffè ed è diventato amico del barista. Mentre osserva la tazzina di una fabbrica cinese con nome e cognome, ma anonima come lui, non trova strano affatto considerare che l’anonimo –l’informe- sia l’ultima forma di vertigine rimasta all’uomo. Lo smisurato deve pur non avere un nome. Altrimenti sarebbe accolto in un concetto. Nome e cognome: superflui all’aroma del caffè.
Lo smisurato è madre delle forme. O padre.

Entra il sig. A.R. con nome e cognome dentro l’ufficio. È riconosciuto per quello che è. È indifferente all’assoluto dentro l’ufficio. Nelle gare di produzione , nessuna lacerazione. La storia è ridefinita come momentaneamente estranea all’uomo
La sera, però, al ritorno del sig. A.R. verso casa, riprova , come ogni giorno alle 19:45, il brivido di non essere niente e, quindi, pronto ancora a conquistare tutto.
Ars masturbatoria
Non tutte le vongole si aprono ai merluzzi [dalle memorie di Franklinguamozza]
Oh Jim devi smetterla di masturbarti, ti fonde il cervello! [American Pie]
La masturbazione, già nella parola, crea contiene una forma di movimento, di rigurgito verso qualcosa e per questo la si è sempre demonizzata. Indica un coito che si lega alla mera pornografia, al corpo che, in quanto ha concessione di se stesso, si usa per un piacere privato e inopponibile che solo la masturbazione stessa dà.
Le mani della colpa, quelle che creano lo spasimo, la contrazione, maschile e femminile, nelle distanze siderali cercano una libertà immediata, priva degli altri, chiusa nella propria solitudine. La masturbazione è piacevole solitudine.

diciamo di sì!
Secondo la mia opinione il piacere rimarrà sempre privato. Sempre personalizzato, chiuso nell’integrità del proprio essere. Il desiderio è innanzitutto carnale: rimane corpo che è corpo perché usufruisce di un corpo. E lo stesso il desiderio di due. Fin’ora ci sono stati molti montaggi di parole. Si deve distinguere una parte carnale e una, per così dire, legata all’estasi mentale. Cosa vuol dire fare l’amore? In primis, farsi un corpo. In secondo, fare un’anima.
Qual è allora il limite della masturbazione? E’ richiamare solitudine di se stessi, perdersi nella propria passione narcisistica verso il gioco privato. Masturbarsi è essere ghiotti di sé, del succulento spasimo che tracima se stesso, ma non si supera né si nega, e contraendosi esplode nell’estinzione del desiderio.

Ma allora di cosa si parla? Si parla della non condivisibilità del piacere carnale. Quello che vorrei esprimere è l’indipendenza dei reciproci piaceri: il resto sono solo elucubrazioni mentali, giochi per romantici. Il piacere rimarrà sempre funzione di sé. Magari scopo congiunto, ma sempre provato per se stessi.
Uscire fuori dal semplice piacere è incrinare la propria identità, è sfidare l’altro. Masturbarsi non crea certo problemi di vertigine, né può imporre visioni dualistiche. Per questo criminalizziamo la solitudine: da lì inizia il piacere, lo vogliamo o meno.
Allora congediamoci ora dalla morale, dal buonismo, dal perbenismo parolista: la soggettività è il primo oggetto di scomunica dei nostri tempi.
La sconfitta non è vi è quando il piacere ricade su se stesso, che si ripiega nel proprio modo di concepirsi. In qualche modo anche quando si ‘fa’ l’amore, ci si accascia su noi stessi: si è corpo tra corpi che domina corpi. O ci si manifesta come schiavi. Imporre, poi, che l’abolizione della distanza tra corpi sia l’inizio dell’amore è falso: la pornografia non è se non piacere. O-sceno, come afferma correttamente U. Galimberti, nel suo libro ‘Le cose dell’amore’: è distrutto l’amore come scena sublime poiché elimina la prostituzione sacra [J. Baudrilland]. La pornografia, che nella masturbazione ha il proprio preludio, non presuppone condivisione, ma medita un corpo tra corpi che è bloccato, nella stanza, al muro, bloccato nello spasimo, nella pelle, bloccato nel singulto facciale.
Masturbarsi poi non è mai negato. Anche perché è giocare con la propria morte: la solitudine, a lungo andare, può far male. Sperare solo nell’opacità della carne [U. Galimberti] vuol dire anche soccombere al piacere di se stessi.
Dunque, bisogna negarla? No. Bisogna far in modo che ognuno di noi possa liberamente spargere il seme? Forse.
La masturbazione, in sé, ci può far riflettere invece sul concepire il proprio corpo non più come proprietà unica. Dal piacere del gorgoglio della carne, bisogna essere invasi dal mare della vita, di qualcosa più grande. Qualcosa che non si pensa con il cervello, né solo con il corpo. Qualcosa che sovrasta la stessa esistenza.
Approvate la vita d’Altro che è in voi. Altrimenti sarete cosa (?).
Solitudio
Alla mia giovane Cris.
L’uomo è un bastardo e la solitudine non esiste.
Tuttavia, l’uomo ha bisogno di sentirsi escluso, di tanto in tanto. Una solitudine momentanea.
Non permanente.
L’uomo non può stare da solo. Proprio come i cani. I galli. I pitoni o i pappagalli.
Ha bisogno di relazionarsi per mutare nella specie e con la specie.
L’evoluzione è possibile solo con uno scambio di fiati, di calore, di gesti, di idee. L’autostrada astratta che ci collega l’uno all’altro è fondamentale per farci sentire che il nostro sangue sta bollendo in tutto il corpo e che non siamo ancora morti, almeno nella materia.
La solitudine uccide l’uomo, non lo salva. E parlo di quella solitudine che ci estrapola dal tempo e dallo spazio illimitatamente. Non di pomeriggi passati nella nostra stanza o di quell’intimità che si acquisisce nella preghiera.
Ma di quell’isolamento anima(le) che ha assoggettato molti. Troppi.
Guardai un quadro tempo addietro.
Mi venne addosso una sensazione precisa che riassunsi in una frase: “la vicinanza non basta per toccarsi”.
Cataclisma.
Era lì tutta la questione: nella metro A, sul 19 che incrocia viale Regina Margherita, negli autogrill di Firenze nord o alla coop, mentre si fa la fila per la cassa e in tutti i nostri spostamenti sia mentali che fisici, quante volte ci si tocca, ci si abbraccia, ci si trattiene “a”?
Quante volte si parla e si sorride ad altri uomini che variano da noi come il risultato di una tabellina ma che fanno parte, comunque, di una molteplicità?
L’uomo contemporaneo è un uomo solo. Usa la solitudine come evasione. La cerca come bisogno, moda, non come valore trascendentale. E la trasforma in indifferenza. In emarginazione.
Un’osmosi logica. Non prevede tappe graduali. Un vicolo cieco che mette al tappeto le nostre buone intenzioni. Non si passa dall’anacoretismo all’indifferenza, automaticamente. Ci si arriva senza gli intermezzi.
Pessoa, nel suo “Libro dell’inquietudine di Bernardo Soares” (pag. 220 ed. ita.), parla di una libertà possibile, se accostata alla capacità di scrostarsi dal bozzolo umano.
Scrive:
“sei libero se puoi allontanarti dagli uomini senza che ti obblighi a cercarli il bisogno di denaro, o l’amore, o la gloria, o la curiosità. Se è impossibile per te vivere da solo, sei nato schiavo”.
Essere in grado di rispondere a se stessi, di bastarsi, di poter fare a meno dei nostri simili e quindi dei sentimenti che questi scaturiscono, paga la cauzione per la libera uscita. Nella dipendenza, un servo. Per egli l’isolamento diviene la chiave necessaria per un approssimato approccio alla libertà.
Isolamento, e non solitudine, intendiamoci: poiché anch’egli si accorge del contraddittorio inganno che entra in gioco: per quanto isolati, non si può raggiungere uno stato massimo di solitudine, possibile solo con la morte, l’unica in grado di esorcizzare il nostro “io”, le paure, gli odori, i suoni, le sensazioni. Poi ricordi, speranze, la relatività di un ente divino. Non sono queste delle forme intrinseche di compagnia? Non lo sono alla stregua della solitudine?
Scrive Thoreau:
“ho sentito di un tale che si era perso in un bosco e stava morendo di fame. La sua solitudine fu alleviata dalle visioni grottesche con le quali, per la debolezza del corpo, la sua immaginazione malata lo circondava. Così anche noi, per salute e per forze mentali e corporali, possiamo essere continuamente allietati da una naturale compagnia e sapere che non siamo soli”.
Perché, Dio non voglia, no: non siamo soli. Ed è un dono immane, se ne prendiamo coscienza.
Thoreau:
“Tutta la terra che abitiamo è solo un punto nello spazio. Quanto credete che distino tra loro i due più lontani abitanti di quella stella laggiù? Perché dovrei sentirmi solo? Non è il nostro pianeta nella Via Lattea? Di che tipo è lo spazio che separa un uomo dai suoi simili e lo rende solitario? Ho visto che nessuno sforzo delle gambe può far avvicinare due monti tra loro”.
“La felicità è reale solo se condivisa”. Preciserei: tangibile. Non avrebbe senso, altrimenti. O perlomeno: io non saprei che farmene di una felicità non spartibile.
Uomini ascoltatemi: facciamoci vicini. Usciamo dalle prigioni che ci rivestono ogni giorno. Comunichiamo con l’altro. Ascoltiamoci. Pur essendo schiavi, pur non liberi: se vuol dire esserlo dei sentimenti. Delle emozioni. Delle lacrime. Nell’amare e nel concedere non esiste cappio né gravità. Facciamo che l’amore di cui ognuno è capace diventi usufruibile.
Non confondiamo la solitudine con l’incomunicabilità.
Spodestiamo l’indifferenza con tenacia: incontrandoci.








