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WikiLove, parte due.

Ci sarà sempre qualcosa non di “più importante”, ma qualcosa che “distrae” dal mantenere occhi negli occhi, qualcosa che distrae dall’attenzione a “non ferire”. Una partita, una vetrina più colorata del solito, una quantità di pioggia non prevista, l’ultimo taglio alla moda.
Per questi motivi gran parte dei rapporti si deteriorano, perché non si mantiene la concentrazione sull’obiettivo. Puoi ricordati del latte da comprare mentre sei in quota, ma non scendi e lasci la missione a metà.
Molti si perdono dietro a delle grandi puttanate.
Questa è l’assoluta mancanza di sensibilità degli altri. Si perdono come bimbi curiosi appresso alle puttanate. E intanto il cancro dell’abitudine, della noia, del tacito compromesso, insomma la Morte, avanza insidiosa.
Così naufragano molte “storie d’amore”. Ci hai mai fatto caso all’ossimoro? Come può l’amore essere una storia, e come può una storia essere d’amore!? Non c’è inizio, svolgimento e fine. Beh, sì, in qualche modo sembra sempre cominciare e in qualche modo sembra che debba sempre andare a finire. Ma se socchiudi gli occhi, se escludi tutto il superfluo e ti concentri sull’unica linea fissa all’orizzonte, allora lo vedi: l’infinita essenza dell’amore vero.
Quando si è innamorati ci si chiede come si faceva prima e non si vede mai la fine, mai. I concetti di prima, dopo vengono completamente annullati dall’adesso. Non hanno senso nemmeno i ricordi, perché, quando l’amore è condiviso, costruito, si è troppo impegnati a vivere per ricordarsi di quando si era vivi.
Era tutta un’illusione, questo tempo balordo, questa danza di cretini cinici che mi ispirano soltanto tenerezza. Tutti cercano disperatamente di abbordare un senso, una felicità, una gloria personale da vivere costantemente.
Ma poi si dimenticano che ci vuole coraggio, una volta saliti, a restare sulla cresta dell’onda, ci vuole tenacia, pazienza, volontà.
E invece eccoli lì, a furia di rincorrere ombre, sono diventati l’ombra di se stessi. E l’altro, che è lì, ad aspettarli, a perdonarli, a cercare di tenerli su, prima o poi, cede e non può fare altro che pregare, e sperare.
Sogno ancora un giorno di darti la buona novella, la ventata d’aria fresca, di dirti “Vedi, ora sono felice. Non la felicità dei saggi, ma quella delirante, quella luminosa di avere accanto la persona della propria vita o del proprio mese, o del proprio piccolo maledettissimo istante.” Perché se questa vita è soltanto un sogno, a me basterebbe accontentarmi anche di un solo momento con Lei.

Colpevole

Ma che colpa abbiamo noi? – si chiedeva Carlo Verdone.

La verità, invece, è che è soltanto colpa nostra.

Assumersi la colpa, colpevolizzarsi, provare un senso di colpa, non nei confronti di qualcuno, ma nei confronti di noi stessi. Non un senso di vergogna, ma un senso di colpa. Di assunzione matura delle proprie responsabilità.

Ammettere di aver fallito, ammettere che ci eravamo confusi, che eravamo caduti, per colpa nostra.

Non è colpa di nessun altro all’infuori di me.

E so quanto possa essere bruciante la sconfitta, quanto possa essere profondamente deludente perdere tutto perché avevi scommesso tutto, e poi dovere anche ammettere l’errore.

Ma è necessario continuare a cercare un senso alla vita e non darla vinta a quella terribile percezione di sentirsi morti dentro.

Sì, lo ammetto, Vostro Onore, Signori della Corte, io sono colpevole.

Colpevole di aver vissuto, colpevole di essermi illuso contro ogni probabilità di vittoria, colpevole di essere ricascato per l’ennesima volta nel Sogno, colpevole per non essermi mai arreso.

Chiedo l’aggravante della recidiva, e, mi sia testimone l’universo, ho intenzione di continuare ad essere colpevole, fino all’ultimo istante di vita.

Vita

Avere una visione del mondo capace di comprendere i nostri sogni, le nostre massime aspirazioni.

Essere una visione del mondo.

Trovare ogni giorno il coraggio di non arrendersi e quello di ricominciare.

Fermarsi ad ascoltare ciò che stiamo tentando di urlare.

Perché spesso i primi a non essere in ascolto di noi stessi, siamo noi stessi.

In una parola, vivere.

Sapendo che domani non potremmo più esserci.

Può sembrare banale, ripetitivo, sfiancante.

Ma è un dovere esigere il massimo, sempre.

Almeno tentare, rischiare, senza paure.

Cosa vuoi diventare?

A volte sono proprio stanco del mio mondo.

Di tutta questa letteratura, di tutte queste maledette parole che non servono a niente.

Di tutta questa cultura farlocca per radical chic incontentabili o troppo accontentati al punto che hanno rinunciato a trovarlo, un senso.

Ci vuole sempre del coraggio per trovare un senso, per cambiare davvero, per rivelare un’altra parte di noi.

Ecco domani voglio svegliarmi con altre abitudini, con dei tatuaggi, con qualche piercing, uguale a ieri e diverso da oggi.

Un’altra vita, e poi un’altra ancora, perché non mi basta una vita sola.

Cosa farò da piccolo

Vogliono saperlo tutti.

Cosa farai da piccolo?

Ho preso molto tempo per pensarci, ma alla fine ho deciso.

Farò il Sognatore.

Certo, non sarà facile, la strada è molto ardua, mi hanno detto che selezionano i migliori e gli studi sono molto lunghi.

Ma già mi vedo: interi pomeriggi a sognare un mondo migliore, a curare la realtà di ogni paziente regalandogli un sogno in cui credere o facendogli riscoprire il proprio, che credeva perduto.

Professione nobile, certamente tra le più ambite.

Ma ormai è deciso.

Sogno di diventare un sognatore.

Appello per salvare il Liocorno

Sono preoccupato.

Ma preoccuparsi non basta.

Sono indignato.

Ma indignarsi non basta.

Allora ho pensato di proporre questo appello per salvare gli ultimi esemplari di liocorni rimasti sulla terra.

Il liocorno, detto anche unicorno o leocorno, ha per millenni mantenute sempre in primavera le foreste incantate, angoli del pianeta ancora incontaminati dall’avanzare della disperazione umana.

I cacciatori di liocorni non hanno però esitato a uccidere questi teneri animali, con il fine di farne dei sogni. Si sa infatti quanto sia pregiato il cuore di liocorno, un cuore puro. Mangiandolo siamo in grado di fare bellissimi sogni e il sogno è ormai un lusso per pochi.

Non dimentichiamo inoltre che dietro la spietata caccia al liocorno c’è il clan delle Fate. Le Fate da tempo gestiscono il mercato nero del cuore di liocorno in confronto a una domanda che non accenna a diminuire malgrado la crisi economica mondiale.

Si può sognare anche in modo ecologico rispettando la natura, senza infrangere i cuori dei Liocorni.

Salvate il Liocorno, salvate il Sogno.

Le Dieci Co…nsiderazioni

Non sforzatevi troppo di considerare questo post, è solo un post. 

Oggi voglio fare un po’ di considerazioni.

Non sarò breve.

Sto meditando.

Innanzitutto considero me. E per considerare me ho bisogno di mettermi al centro del mondo. Non di quel mondo lì fuori, che certo non posso far finta che non esiste, ma del mio mondo.

Credetemi, non è una cosa così scontata mettere sé stessi al centro del proprio universo.

Anzi gran parte delle persone che conosco mettono altri o un’idea di sé stessi al centro. L’egoismo è malato. Non c’è più quel sano egoismo di una volta che consentiva al macellaio di provvedere ai propri interessi e, inconsapevolmente, agli interessi di tutti.

La differenza tra la teoria capitalista e la pratica globalizzata consiste in una patologia dell’egoismo che è diventato consumocentrismo.

Mettere il consumatore, l’oggetto, al centro del mondo, significa semplicemente cessare di vivere e di seguire un’etica, nelle regole del mercato e nelle regole dei rapporti umani.

La chiave di volta per un’economia sostenibile è scritta nei Vangeli, senza affannarci troppo in spread, azioni disastrate e banche sull’orlo del nulla.

La chiave di volta per salvarci dall’abisso è scritta a caratteri cubitali nel nostro cuore.

L’amore ci salverà, l’indifferenza ci ucciderà.

Non è abbastanza programmatica come cosa? Troppo ingenua, troppo sessantottina, troppo sognatrice, troppo utopistica?

Io penso di no.

Potete metterla come vi pare e piace. Io proseguo dritto per la mia strada: il sogno.

Un sogno condivisibile, progettuale, abitabile e migliorabile.

Il sogno di un “Io” migliore.

Non sarà cliccando un interruttore che cambieremo le cose. Ma insieme possiamo farcela.

Passiamo a un’altra considerazione.

Il caffè che ho bevuto poco fa era buono.

Terza considerazione: la sezione “L’urlo” sul sito di Vasco pubblica, secondo la mia opinione, da tempo, cose del tutto “inutili”, ma non di quell’inutilità che identifica la “Bellezza”, ma semplicemente inutili, come questa considerazione.

Questione di gusti, d’altronde.

Quarta considerazione: sono stanco di essere circondato da milioni di imbecilli che dicono di aver visto fantasmi, alieni e tartarughe ninja. Cosa sono io? Calimero? Perché mi sento al margine in una società di idioti? Voglio sentirmi anch’io idiota e dire “Ho visto un disco volante.” Ho visto un fottuto disco volante nel cielo e poi improvvisamente è sparito dal quadro della mia videocamera HD, perché in quel momento stavo filmando il cielo. Io durante il giorno filmo il cielo. C’è chi studia gli escrementi di giraffa e chi filma le nuvole con videocamere full acca dì.

Quinta considerazione.

La quinta considerazione non esiste.

Sesta considerazione: l’unico buon governo tecnico io lo metterei nella mia anima. Un monti che prende le mie decisioni, senza tanti dilemmi democratici. Con tutti i neuroni che dicono “Si deve fare, è amaro, ma si deve fare”. Voglio che il Presidente della mia anima nomini un professore, un tecnico del cuore e della mente, un neurocardiologo! E per le elezioni rimandiamo tutto.

Settima considerazione: consumatevi preferibilmente entro la data della vostra morte.

Ottava considerazione: fate l’amore e la guerra, se necessario entrambe nello stesso tempo.

Nona considerazione: il Bianconiglio è uno stato della mente.

Decima considerazione: non è vero che ogni tanto bisogna fare ordine. Ogni tanto bisogna andare al bagno. Tutto qui.

L’ultimo degli imbecilli

Siamo stanchi di diventare giovani seri o contenti per forza, o criminali, o nevrotici: vogliamo ridere, essere innocenti, aspettare qualcosa dalla vita, chiedere, ignorare. Non vogliamo essere subito già così senza sogni. 

(Pier Paolo Pasolini, Lettere Luterane, 1975)

Non è che voglia fare il “pippone”.

Nota bene: dicasi “pippone” lungo discorso che non viene subito al punto, argomentato più o meno bene a seconda degli interlocutori, ricco di condizioni, di se, ma, però, quindi. Altrove detto anche “paternale” o “predica” o “pippozzo” o “bobbone”.

Però è necessario. Anche iniziare una frase con “però”, a volte, è necessario.

Necessario è affermare la “morte del romanticismo” per dirla in una possibile salsa. Necessario è affermare il completo senso di disorientamento culturale della società. Necessario è, per citare il mozzo di bordo di questo blog, Frank Linguamozza, rendersi conto che uno, a furia di innamorarsi, ha dimenticato di amare.

Io potrei, non vorrei, ah ma se volessi…diventare come molti altri. Diventare quel pezzo di società consumabile come la diavolina per il fuoco: una volta che sei andato ad alimentare il grande calderone non servi più a niente. Avanti il prossimo.

Mi sento un po’ un lupo della steppa – per citare Herman Hesse (qui speriamo che Frank non arrossisca per questi accostamenti) – quindi un lupo, un non appartenente alla razza umana.

Sono uno scontento, proprio come quel personaggio.

Sono scontento di vedere il mio mondo pieno di figli e figlie di puttana che spedirei a marcire nel Vietnam della mia coscienza, e lì resterebbero in eterno. Perdonate l’eufemismo da Sergente Hartman, ma questo non è un post per mammolette educate. Sono finiti i tempi delle mezze misure. C’è bisogno di mettere un punto, una linea di demarcazione, di rinunciare a tentativi di conversione. Fare un po’ di “ordine”. Ordine è una parola che mi spaventa, ma è il caos a chiederla.

Sono scontento, annoiato, deluso.

Se poco poco sei un debole, uno che non ha ricevuto forti influssi educativi o magari (diversamente) sta attraversando più o meno consapevolmente un periodo di crisi esistenziale, e metti il piede fuori casa, bè, come diceva Gaandalf, non si sa dove puoi finire spazzato via.

Ti fanno il lavaggio del cervello.

Ti inducono a pensare che le relazioni (di amicizia, di amore, di lavoro, tutte) funzionino in un certo modo. E cioè tutte basate sul “materialismo” che sia quello riferito a un corpo o al denaro non importa. Comunque materialismo. Come se i sentimenti non fossero la “reale materia”.

Chi mi vuol capire, ha già capito. Per chi non ha capito, non starò a spendere ulteriori energie.

Non più di quelle che ho già speso a “sporcarmi le mani” per “capirli”. E ci sono stato, ci ho sguazzato in quel fiume di merda e di cose scontate e banali. L’ho cercato il diamante, la luce diversa. Ma niente. Mi dispiace. Perché se c’è un creatore, qui ci sono creature che hanno fallito. Che falliscono pensando che il mondo sia fiction patinata.

Ma non ci riesco, per fortuna, ad essere “come loro”. Come gli altri.

Faccio parte di quella nutrita schiera di ingenui e sognatori.

Magari sarò un imbecille. L’ultimo degli imbecilli.

Morirò con un disperato bisogno di speranza.

Occupy Wall World

Sapete quando ultimamente sento dell’aumento della scollatura tra sedi del potere e persone , ho in mente ben altro. Forse deriva dalla mia perversione verso le cifre tonde.

Come voi, perché presumo chi legge il sottoscritto non può che far parte di quella parte, appartengo al da-poco-famoso 99 %. Anche con il 99 ho un rapporto particolare. Non mi vengono in mente i canti di Dante, sarebbe troppo intellettualoide. Penso ai 99 cent che in ogni offerta non vengono mai tolti fuori. Solo 5,99 €. Un affare.

L’affare che ci stiamo perdendo questi giorni è proprio quello verso la realtà. Nel senso che la realtà non è un affare non è in vendita per società di grandi affaristi. Chi è che deve ascoltare? Solo i politici, i manager gli eccetera eccetera che comandano? Non solo. Sarebbe troppo facile, troppo prevedibile da dire.

Bisogna ascoltare le persone, bisogna vivere con le persone. Non siamo una massa, la società massificata è una invenzione. La massa è un modo elegante di dire cassonetto della spazzatura. Il problema è che poi la massa esisterebbe solo in Occidente, così almeno credono ancora tanti politici.

Le persone, invece, esistono dappertutto e hanno fame di giustizia. Hanno fame del sentimento del clan in cui il capo decide con giustezza, con parsimonia. Non abbiamo fame di Mac, oppure alcuni di noi sì, abbiamo fame di dignità, di realizzante quotidianità. Il populismo è un’altra forma di conservazione delle menti. Possibilmente in formalina.

Chi protesta , mettetevelo bene in mente, non lo fa per invidia. Non è del tipo chi compra a 5,99€ vs chi compra guida le ics5 (che comunque sono gusti estetici).

C’è chi è fuori dal patto democratico. Ed è il 99% .

Mille giovani per la Pace o di più.

NB: il marinaio fishcanfly si è recato all’avventura a Bastia Umbra per il meeting 1000 giovani per la Pace. Per infowww.perlapace.it

Già arrivo e sento un vento di freschezza. In particolar modo di primavera, di volti nuovi e vecchi , ma di vecchi che sono nuovi. All’Umbriafiere, dicono, si chiami la zona. Io la chiamerei Italiafiere o Mondofiere, magari me la rivendo pure come nome commerciale; la chiamerei così soprattutto perché qui è il nuovo mercato. Ma non il mercato quello che immaginiamo fatto di azioni e bot, ma un mercato fatto di gente che si incontra, realmente, fatta di carne, emozioni, esperienze, sorrisi e insuccessi. Gente che mercanteggia con la propria esistenza, fatta di rischi che sono veri, che sappiamo nessun contribuente andrà a ripagare. Rischi che si giocano con i sogni che , fortunatamente, non sono ancora in vendita.

Un sogno che potrebbe benissimo essere la vita, nella ‘sciagurata’ e ‘malaugurata’ ipotesi che alla fine si realizzi.

Dunque una vita che deve essere vissuta come se ogni giorno fosse primavera. Primavera, che nasce d’autunno e che nasce ogni giorno. Una primavera che nasce anche d’autunno, che tra l’altro è appena iniziato. Climaticamente parlando, o anche culturalmente (?)

Un nuovo che non si rinnova a caso, ma casomai solo con il lavoro collettivo. Il mare è pur sempre fatto di gocce.

La storia non va ripetuta, va creata di nuovo, così più o meno ricordo le parole di Gandhi. A me così sono arrivate, a voi?

Free Freedom

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Rischiappuccino

Arrivarono e si sedettero con la stessa precisione degli abitudinari, sebbene era forse la seconda colazione che si ricordavano di aver fatto insieme. Ordinarono alla cameriera, Per me un caffellatte freddo , Invece per me un cappuccino, sempre freddo. Ah, e dei cornetti.

Poco dopo arrivò la cameriera, pose le due tazze e i cornetti vistosamente fumanti. Le due tazze erano però identiche. Mi scusi, qual è la differenza? Questo è il mio caffellatte o il suo cappuccino? La cameriera, con il volto di chi in effetti ha fatto l’abitudine la sua regola, annuì con la naturalezza del suo mestiere, Questo è per lei e quest’altro è il suo cappuccino. Se ne andò con la stessa leggerezza con cui aveva affermato il suo , apparentemente, vaticinio.

I due amici si guardarono un attimo negli occhi. Questi bicchieri sono uguali. I colori dentro sono uguali. Qual è la differenza tra cappuccino e caffellatte freddi? Sicuramente, da conoscenze pregresse che avevano, il cappuccino ha meno caffè di un qualsiasi caffellatte, peraltro confermato dal senso comune di buona parte del mondo bevitore di caffè e latte.

Se la cameriera, in cui avevano intravisto un attimo di esitazione, o forse lo avevano immaginato entrambi , avesse mentito? Uno dei due avanzò l’ipotesi che forse lei avesse potuto davvero mentire. Ma non per fare uno sgarbo a qualcuno di loro, peraltro era palese che non aveva avuto con nessuno di loro due un rapporto o amicizia precedenti, ma solamente per dare loro quella sicurezza di cui hanno bisogno gli uomini nelle situazioni della vita. Non era dunque un fatto di inganno, ma di trovare delle certezze anche se non c’erano certezze affatto.

Ora si trattava di salvare le apparenze. Dunque, disse il primo, questo è il mio caffellatte, quello il tuo cappuccino. Ammettiamo per esempio che il caffè sia di qualità medio-bassa e di qui si potrebbe giustificare il colore che praticamente è identico. Certo, non possiamo ritornare dalla cameriera, altrimenti metteremmo in dubbio la sua professionalità.

Si tratta di fede, azzardò uno. L’altro ribatté chiedendosi , perché  abbiamo dubbi su di lei? In fondo questo è il mio caffellatte e quest’altro il tuo cappuccino. Aveva applicato perfettamente il diritto di proprietà, peraltro sottolineato asetticamente dallo scontrino sotto i tovagliolini.

Certe volte è apprezzabile il rischio, continuò, ma non il rischio in sé. Il fatto che siamo qui a discutere su questa questione così a prima vista banale mi fa pensare che stiamo discutendo della nostra predisposizione al rischio.

Prese lo zucchero, d’un fiato e lo buttò nel suo presunto caffellatte. Oramai era fatta. Sapeva che l’altro non prendeva mai lo zucchero. Il fatto era compiuto. Gli venne in mente che Cesare quando attraversò il Rubicone disse il dado è tratto, ma non aveva lo zucchero con sé, a dire il vero lo zucchero non c’era e nemmeno il caffè. Al massimo poteva avere latte e miele, ma lui, non Cesare, aveva sempre odiato latte e miele, perché era simbolo della malattia e dei metodi di cura di sua nonna per il mal di gola e raffreddore.

L’altro, quello del cappuccino per capirci, oramai si trovò senza possibilità.

Be’ a questo punto beviamo.

Alla salute, o qualcosa del genere.

Al rischio piuttosto, ai tentativi dell’umanità.

Si trovarono soddisfatti, la cameriera passò leggera accennando un sorriso.

Che sciocchezza

“Ero quasi convinto sai?”

“Di cosa?”

“Che non valesse la pena, o che almeno non valesse più la pena, come un tempo”

“E invece?”

“E invece no. Quel tizio che per primo disse carpe diem aveva ragione! Bisogna cogliere davvero l’attimo, perché non torna. Che tragedia!”

Lei si era accovacciata sulla roccia più alta. Dopo sei ore erano riusciti ad arrivare in cima. Da lì potevano vedere il rifugio più a valle. Lui se ne stava sdraiato in una piccola radura, attento a non calpestare troppi fiori. Aveva detto che aveva voglia di fumare una sigaretta ma, una volta tirato fuori il pacchetto, il desiderio era svanito. Kate tirò fuori una bottiglia d’acqua.

“Hai sete?”

“No” - rispose Jim.

“Guarda: da qui la vista è bellissima.”

“Vorrei che fosse così per sempre.”

“Così come?”

“Così, che nella vita si potesse sempre avere una vista così.”

Kate rimase a pensare a quello che aveva detto Jim. Iniziò a mangiare un panino.

“Penso che ogni volta che avrai bisogno di una vista del genere, potrai scalare tutte le montagne che vorrai.”

“Non tutte le montagne promettono la stessa vista.” – le replicò Jim.

Kate finì di mangiare, scese un po’ con le ginocchia e si sdraiò sulla roccia.

“Solo cielo!” – esclamò

“Ti piace, vero?”

“Sì” – lei sorrideva.

Lui salì accanto a lei.

“Questi sono quei momenti in cui il resto non ha più importanza…quei momenti in cui…” – lasciò la frase in sospeso.

“Quei momenti in cui?” – lo incalzò lei, guardandolo.

“Quei momenti in cui mi importa solo di te.”

“Come fai a dirlo?”

“Come faccio a dire cosa?”

“Che ti importa solo di me. Come fai a dire che sei innamorato di me? Hai una vaga idea di chi sono io?”

Lui rise.

“E tu ce l’hai una vaga idea di chi sei?”

“Io so chi sono e cosa voglio per essere felice” – disse lei annuendo. Ancora non staccava lo sguardo da lui.

“Io so chi amo, e per questo posso dire di essere innamorato.”

“Che sciocchezza!”

“Bisogna pur cogliere l’attimo, fallo!”

“Cosa dovrei fare?” – lei si era tirata su con i gomiti.

“Vivi…” – le disse lui.

Il sole era alto, a mezzogiorno.

non c’è montagna più alta di quella che non scalerò
non c’è scommessa più persa di quella che non giocherò – Jovanotti, Ora, 2011

Scintille

 

L’accendino per lui stava diventando un tormento. Non per l’oggetto in sé in quanto fonte di disturbi compulsivi del fumo. Né tantomeno perché sapeva che era strumento della giustizia finale di tutti i piromani che si rispettino, a parte gli ultimi romantici che ancora compravano gli acciarini, fiammiferi, cerini e le pietre focaie. Insomma gli ultimi della specie.

L’accendino per lui non significava né cancro ai polmoni né dunque, come si è capito, strumento di cremazione della vita. L’accendino era diventato l’unico strumento con cui riusciva a concepire una normale relazione sociale. Scusa hai da accendere, sì, sei fortunata. Sì, sei fortunata. Chissà quante volte lo ripeteva al giorno. Ogni sua conversazione sembrava davvero nascere così. Non poteva certo biasimare chi fumava. Chi fumava era suo amico. Anzi , amica. Scusa hai da accendere? No, mi dispiace, guarda ho appena finito il gas, sei sfortunato.

Dunque, ricapitoliamo. Per lui il genere umano era diviso in fortunate e sfortunati. Non ci poteva essere linea mediana. In realtà non aveva mai contemplato il fatto che ci fossero gay, trans, lesbiche e bisessuali nel mondo. Perdio, pensò, se un angelo mi venisse a chiedere da accendere che risponderei? Sei fortunat* o mi dispiace sei sfortunat* ?

Si ritrovò ad osservare il suo strumento di valutazione etica universale o quasi. Si accorse però della grossolana divisione a cui soggiaceva il genere umano. O i diversi generi umani. L’accendino stava diventando un tormento , un elemento di semplificazione delle cose. Eppure, mancavano ancora dei tasselli. La sua esperienza pluriennale ormai nell’accendere altrui cancri o altrui sfortune lo portò a chiedere come facesse il resto del genere umano o un sottoinsieme preciso dei fumatori nel crearsi relazioni sociali senza l’accendino.

Spesso si era prefigurato un Mi scusi, i tempi sono duri. Oppure , davvero legge questo libro? Ha davvero un bel cane. Ma nessuno di questi inizi poteva andar bene. Non c’era contatto. La fiamma era contatto. Chi aveva l’accendino poteva dare la scintilla. Cioè la scintilla si vedeva. Lui non aveva mai sentito il bisogno di fumare. Iniziò a riflettere così nel parco. Dunque io non fumo però faccio parte dei fumatori o no? Per me le relazioni sociali dovrebbero necessariamente iniziare con Ha davvero un bel cucciolone. Quanti mesi ha? Invece no. Dai tempi, forse da quando aveva 14 anni aveva rimorchiato così le sue ragazze. Adesso ne aveva quasi 30 di anni. Chissà che fine avranno fatto tutte le scintille. Chissà quante ne accenderò ancora.

Improvvisamente si ritrovò in una nuova categoria. Dunque, fortunate, sfortunati, gay, lesbiche, trans, bisessuali, angeli e lui. Sì, e lui. Sentì una grande solitudine. Non aveva in comune niente con chi accendeva. E niente con chi non accendeva. E lui. E dio, che fine aveva fatto in tutto ciò?

Dio, hai da accendere?

Quel che finisce bene, non è sempre un bene

“Vivi ogni giorno come se fosse l’ultimo” – disse lui.

“Ma questa è la disperazione di un uomo pronto a tutto.”- gli rispose lei, posando il libro sull’asciugamano. Quel pezzo di spiaggia era sempre poco affollato. Un po’ di sabbia si sparpagliò nelle pagine che stava leggendo, “Il gabbiano Jonathan Livingston” di Bach.

“Ah sì, e tu come diresti?”

“Vivi ogni giorno come se fosse il primo!”

“Questa è l’infantile curiosità di un bimbo pronto solo a scoprire tutto!”

“E mi hai detto poco!”

“Ma i bimbi crescono, le cose cambiano, i giorni passano”- concluse lui distendosi.

Per un po’ ascoltarono le onde del mare sbattere sul bagnasciuga, o erano le onde che ascoltavano loro. Un venditore di cocco passò sbandierano a tutti una fresca verità, consumabile all’istante.

“Che cosa dovremmo fare adesso?” – disse lei.

“Dimmelo tu.” – rispose lui.

Un bambino prendeva a calci un pallone sulla riva. Il pallone tornava sempre indietro.

“Vedi quel ragazzino?” disse lui, ammiccando.

Lei alzò la mano destra a ripararsi gli occhi dal sole mentre guardava, e annuì.

“Quel ragazzino s’illude che il pallone torni da lui. Crede che ci sia quasi un legame tra lui e la palla.”

“E invece?” – lo articolò lei, perché la sua espressione e il tono lasciavano tutta l’aria di far presupporre un “invece”, quasi retorico, naturale.

“E invece il pallone torna indietro, per effetto della forza di gravità.”

“Quindi mi stai dicendo che non c’è nessun legame tra lui e il pallone. Che questi fa comunque quel che vuole.”

Lui riflettè un attimo.

“No – scosse la testa – No, è proprio questo il punto. Non solo non esiste un legame, ma il pallone agisce a causa di vettori fisici, non secondo la propria volontà. Anzi, è probabile che se agisse secondo la propria volontà un legame si potrebbe instaurare. C’è bisogno sempre di due volontà per iniziare un legame.”

“E come finisce?”

“Finisce che il bimbo continuerà a illudersi e il pallone continuerà a tornare.”

“Sembra che finisca bene, tutto sommato.”

“Quel che finisce bene, non è sempre un bene”

Poi sentirono una voce di donna che richiamava il ragazzino.

“Sunny, è ora di andare!”

“Sì, mamma!”

Il bimbo raccolse il pallone fra le braccia e corse verso l’ombrellone.

“E a quest’ultima scena che metafora associ, signor scrittore?” – disse lei, sorridendo.

“Che siamo disposti a prendere in braccio le nostre illusioni e a portarne il peso, pur di salvarle.”

“Ma perché?”

“Perché…- lui s’interruppe, rimase a pensare per un po’ – Perché è giusto così.”

Se tu non mi ami, io ti amo abbastanza per tutti e due – E. Hemingway, Per chi suona la campana

Risveglio

Si era appena svegliato, solo. Il rumore dell’oceano si infrangeva da secoli sul confine della terra. Uscì sulla veranda: quel giorno ancora non c’era nessuno in spiaggia, ma non c’era da stupirsene. Non era ancora l’inizio della bella stagione e i visitatori, grazie a dio – pensò , anche se non credeva molto in dio – tardavano ad arrivare.

Scansò gli occhiali da sole, appoggiati sul tavolino, da qualche giorno. Non ne aveva gran bisogno, sia perché il sole giocava a nascondino con le nuvole capricciose, sia perché aveva deciso in quel momento che non c’era nessun pubblico con il quale illudersi di apparire carismatico. A dire il vero, pensò, non c’era un gran bisogno di apparire carismatici, non perché lo fosse già, ma, al contrario, ne avvertiva ormai, tutta l’inutilità.

Il rischio era quello di svegliarsi constatando la propria, infinita, inutilità di essere al mondo. Fintantoché il mondo era quello lì fuori: le pareti di casa, i metri di spiaggia, la superstrada che violentava la linea costiera, il frangiflutti marino. Si era potuto permettere quell’ampia casa lavorando per il mondo del cinema. Come scrittore, aveva già capito a vent’anni di non valere granché, ma come sceneggiatore, bè aveva avuto dei bei colpi di fortuna. Perché in fondo, sosteneva, la vita non era questione di talento, ma di fortuna.

Era la maledetta fortuna – e “maledetta fortuna” era anche il titolo che aveva dato a un suo film – che aveva condizionato e continuava a condizionare la storia dell’umanità e anche la sua storia dall’alba dei tempi. La sua vita gli pareva una linea casuale di unione di puntini che producevano alla fine un determinato risultato. Lui era il risultato delle proprie scelte, schiavo di un libero arbitrio, sosteneva sempre, che pur sembrando ragionato e logico, era in verità il verbo dell’Irrazionalità.

Cosa lo aveva spinto a dormire su un lato del letto piuttosto che sull’altro? Una ragione logica? No, si rispondeva, il caos! Una pura scelta casuale, innocente, banale, nascosta, poteva condizionare un’intera esistenza costellata di apparenti opzioni ragionate.

Guardò l’origine del caos: la foto di una donna, circondata da una cornice di legno, appoggiata sul comodino della credenza. Rita lo aveva lasciato senza nessuna valida ragione. Nessuna giustificazione poteva essere passata al vaglio della logica, d’altronde non c’era niente di logico nei sentimenti, lo sapeva bene.

Si ama senza un perché e senza un perché si può smettere di amare. Sospirò. Doveva tornare al lavoro. Il baluginio del monitor lo fissava. Non aveva molta fantasia. Doveva stendere gli ultimi capitoli della storia alla quale stava lavorando e consegnarli entro due settimane a Willie, il produttore. Ogni volta era una scommessa. Non era ancora uno sceneggiatore affermato al punto tale da poter incassare l’assegno totale in anticipo sulla prima battuta della pagina. Dubitò che sarebbe riuscito a diventarlo.

- C’è qualcuno?

Sussultò. Erano rari i visitatori in prossimità della veranda. Tornò ad affacciarsi. Una donna era ferma alla staccionata che limitava il cortile, indossava un vestito bianco ed era costretta con la mano destra a tener fermo il cappello di paglia per non lasciarlo volar via. Giudicò, a una prima occhiata, che dovesse avere un venticinque anni.

- Salve, disse, mi sono persa. Ho parcheggiato la macchina e mi chiedevo quale fosse la direzione per K. Devo riuscire a raggiungere il villaggio entro stasera. So già che non arriverò mai in tempo.

- Lei è del Kansas, vero? – l’apostrofò lui.

- Come fa a saperlo..? – disse lei.

- Mia nonna era del Kansas, vivevo con lei da piccolo, riconosco l’accento.

- Ho sempre cercato di coprirlo… – disse lei, abbassando un attimo gli occhi.

- Sai che ti dico…? Non si può sfuggire al passato. Siamo frutto del nostro passato. Tutto dipende da cosa abbiamo voluto, ma dipende anche da cosa vogliamo noi in futuro. – era passato spontaneamente a dare del tu, e la donna non ne sembrava dispiaciuta.

- Io veramente cercavo solo delle informazioni su come arrivare a K. – replicò lei, sorridendo.

- E invece hai trovato delle informazioni su come arrivare ovunque. La vita ci riserva sempre delle sorprese.

- Già. Sei di qui?

Lui si guardò intorno.

- Credo di sì. Resti per cena?

- Perché no?

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