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Vivi sano, muori bene

C’era una vecchia canzone che diceva “Si muore un po’ per poter vivere”.

La morte, nelle società odierne, è un vero e proprio tabù. Non se ne deve parlare. Non così semplicemente.

Il sesso è stato ampiamente sviscerato, certo ci siamo lasciati dietro una certa educazione sentimentale, una rigorosa formazione all’abc dell’amore, in ogni sua relazione applicativa.

Ma la morte no, essa resta ancora travolta da un velo di non detto, e le ingerenze su temi come l’eutanasia rischiano di riportarci a una guerra tra guelfi e ghibellini della quale non sentiamo il bisogno. 

Il Settimo Sigillo, Bergman

Ecco, una volta si sapeva “morire”. Per citare Aries, “Storia della morte in Occidente, dal Medioevo ai nostri giorni”, “una volta si diceva ai bambini che erano nati sotto un cavolo ma essi assistevano alla grande scena degli addii nella camera e al capezzale del morente. Oggi essi sono educati da subito alla fisiologia dell’amore, ma quando non vedono più il nonno e domandano il perché si risponde loro, in Francia, che è partito per un viaggio lontano, o in Inghilterra che riposa in un bel giardino dove spunta il caprifoglio. Non sono più i bambini che nascono sotto i cavoli, ma i morti che scompaiono tra i fiori”. Per non parlare poi dell’avvento e dell’introduzione del Giudizio Universale, che ha generato quasi una paura della morte.

E dunque, vi chiediamo, se non sappiamo più morire, come possiamo pretendere di resushitare?

Artisticamente Sfigata

Di cultura non si vive, vado alla buvette a farmi un panino alla cultura, e comincio dalla Divina Commedia.

cit. 3monti

- “Buongiorno scusi, dovrei rinnovare il documento d’identità”

- “Va bene signorina, allora qui i dati essenziali mi sembra non siano cambiati, altezza peso, tutto a posto….ah, ecco! Alla voce lavoro che mettiamo?”

- “Ehm….mettiamo….artista?”

- “Artista? E che lavoro sarebbe l’artista scusi?

- “Artista…nel senso che….scrivo!”

- “Scrive, e per quale giornale scrive scusi?”-

- “No, nessuno non sono giornalista”-

- “Allora scrive per i programmi in televisione? Sa quelli delle telenovele tipo, oppure per i talk show?”

- “No, nulla di tutto questo, scrivo per un blog”

Il lavoro e il blog sono…vintage!

- “Ah! E che scrittrice sarebbe scusi? Cioè, è mai andata in televisione, sa i i talent show li cercano gli artisti!”

- “No, mi dispiace, nessun talent show”

- “Ma, almeno, ce l’ha un fidanzato famoso per farsi fotografare sulle riviste scusi? Così poi scrive il libro che è stata con lui e la comprano!”

- “No, nessun fidanzato famoso!”

- “Allora ci va alle feste quelle importanti, così si fa notare dalle persone giuste?”

- “Ehm….no… io non le conosco le persone giuste…mi dispiace….”

- “Ma secondo me lei non ce l’ha la faccia da artista però signorì, cioè, è tanto carina ma l’artista deve essere visibile, un po’ pazzo no? Mi capisce vero? Lei è così normale!!! Ora lo chiediamo pure alla mia collega, Carmela!!!!! vieni un attimo!!! Ma secondo te sta signorina qui no, ce l’ha la faccia da artista?”

- “Artista? Ma artista tipo quella Emma?”

- “No, la signora scrive!”

- “Ah, ma tipo quello tanto carino….come si chiama…Solo? Zolo? Nolo? O quello che ci fanno i film al cinema poi, che piango tanto quando vedo i film…come si chiama….Noccia? Coccia? Boccia?”

- “No, no, la signorina scrive sul blog”

- “E che è il blog???”

- “Boh, e che è il blog signorì???”

- “E’ uno spazio che si trova su internet dove io ed altre persone scriviamo di quello che ci va, quando ci va, senza regole di mercato o di giudizi critici”

- “Ah, ma quindi lei non è famosa signorì!!! E io pensavo che era una famosa che m’hai chiamato a fa qui! M’hai fatto perde tempo Antò!”

- “ Va bene signorì, mi sta facendo perdere tempo anche a me, tra un po’ c’è la pausa caffè, a me lei più che un artista mi sembra una sfigata!!!! Che ci vogliamo mettere a questa benedetta voce lavoro?”

- “……metta…..Artisticamente sfigata?”-

- “Ecco si, mi sembra più appropriato per lei! Lavoro: Artisticamente Sfigata. Timbro. Ed ecco fatto! Arrivederci signorì, spero che trovi presto un lavoro vero e si sistemi, che è tanto carina! Arrivederci!”

- “Arrivederci”

E me ne andai, con una nuova consapevolezza…almeno per i prossimi quattro anni….

Laetitia

Buon Ferragosto…

Buon Ferragosto a tutti i Cristiani.

Buon Ferragosto a chi va in ferie, malgrado il contratto a termine, malgrado il contratto a prova, malgrado si esibisca in un circo come precario su un filo, senza rete e senza assicurazione sulla vita. 

Che poi uno dovrebbe riuscire a farsi prima una vita, e poi un’assicurazione sulla vita.

Buon Ferragosto a certi squali che navigano in acque sempre più sicure, intorno all’unica specie in via d’estinzione: la persona.

Buon Ferragosto ai subacquei che hanno deciso di andare a fondo nelle cose e troppo spesso si dimenticano che la leggerezza del vivere ama la superficie. 

Buon Ferragosto a chi lavora tutto l’anno, a quei pochi fortunati che godono del posto fisso per quattro stagioni su quattro, prima dietro una scrivania o un tornio, e poi sotto l’ombrellone.

Buon Ferragosto a chi è abituato, alienato, appostato per sempre con le sue certezze, a chi tenta di non guardare al sismografo della vita. Non sarà la povertà di denaro a fare lo sgambetto, ma la scarsità di nuove idee e prospettive. La povertà di entusiasmo è il sintomo di una crisi e non sta scritta sul cartellino del prezzo.

Buon Ferragosto a chi dà un prezzo a tutto e un valore a niente come diceva qualcuno, buon ferragosto ai vacanzieri last-minute, a chi cerca un affare per procurarsi un pacchetto serenità. A chi è felice e rilassato in un tempo determinato, a chi si lascia vivere, a chi non prende in mano il timone della propria vita.

Buon Ferragosto a me, che poi sono esattamente come tutti gli altri.

O forse no.

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Socrate e l’idromaieutica

L’idromaieutica non è un metodo subacqueo di ricerca della verità (quello si chiama idromaieUstica, ma finora non ha ancora fornito grandi risposte).

L’idromaieutica ha piuttosto due significati: da una parte con esso intendiamo dire che la verità è come l’acqua, capace di cambiare forma a seconda del recipiente che la contiene, pertanto, come l’acqua, rende il terreno scivoloso e fangoso, costringe a rimettere in dubbio le nostre certezze acquisite. Per questo le persone idrofobe sono insospettabilmente più numerose delle idrofile. Non solo, nella verità occorre anche saper nuotare. Un nuotatore poco esperto potrebbe morire annegato, al contrario delle menzogne che sono sempre ottimi salvagenti per restare a galla. Non tutti sono in grado di resistere al gravame della Verità, che è come una zavorra al piede mentre infuria la tempesta.

Il secondo significato è che potremmo accontentarci di cercare la verità nelle vasche idromassaggio. Abbiamo infine votato per una deliberante e liberante fuga dai problemi e dai pugnali che ci hanno crocifisso per così lungo tempo.

Perché perdere tempo ad indicare la strada ai ciechi? Perché non passare da “Ad Maiora!” a “Ad Majorca!”? La tentazione è forte, tanto più che la realtà non cambia né a colpi di post di blog, né a colpi di posti di lavoro precari.

Cosa succede quando il Grande Sognatore si è stancato? Quando l’amore non è più quello che credevamo, quando la realtà è molto più grigia e oscura di quella descritta nei romanzi, quando non c’è nessun eroe, né razza aliena superiore a salvarci?

Succede che ci prendiamo una pausa. Una dovuta pausa da tutto.

Annegate pure. O salvatevi. Fate da soli, insomma.

Come avete sempre fatto, che siate vongole o merluzzi. Se ne avrete voglia, sopravviverete.

Quando i sogni sono infranti, non c’è modo di tornare indietro.

Socrate se ne va ad Ibiza.

Bicchieri di carta che però sono di plastica

-Caro, per caso, hai rotto un bicchiere?-

-Ehm….no tesoro….figurati…perché?-

-No, chiedevo, mi sembrava di aver sentito il crash! tipico del bicchiere che si infrange, seguito anche dal crock! del bicchiere calpestato da una scarpa-

-Ma no, tesoro, figurati!-

-Ne sei sicuro? fammi vedere i bicchieri nella credenza…1,2,3,4…..vedi? sono quattro, sono sicura che fossero cinque….hai rotto un bicchiere!-

-E va bene si, ho rotto un bicchiere, scusa, non l’ho fatto apposta! contenta?-

-E l’hai pure calpestato!-

-Si, l’ho pure calpestato, amore, dov’è il problema? È un bicchiere!-

-Ecco! Lo vedi dov’è il problema? Non è un bicchiere, è il MIO bicchiere!-

-Il tuo bicchiere, il bicchiere, ma che differenza fa?-

-Certo che fa differenza, se te non hai rispetto per le mie cose, non hai rispetto per me! Ed il fatto che te non colga queste sfumature, beh, mi fa riflettere e neanche poco!-

-Tesoro, adesso stai esagerando, era un bicchiere, non ho ucciso tua madre. Ho, semplicemente, rotto un fottutissimo bicchiere!-

-Non dirmi che esagero, trattandomi come una pazza psicopatica perché peggiori la situazione, sto cercando di farti capire l’importanza del rispetto reciproco, non sono pazza!-

-Ma sempre di un bicchiere stiamo parlando! Te lo ricompro ok?-

-Ah! Adesso mi tratti pure da pezzente! Certo te sei l’uomo, quello con la stabilità lavorativa, quello che guadagna bene, a cui non frega nulla del bicchiere di questa povera pezzente che, in quanto donna, sarà sempre un gradino più in basso, vero?-

-Sai bene che ho molta considerazione del tuo lavoro e della tua carriera!-

-Certo, fin quando non ci sposiamo ed avremo dei bambini no? Poi diverrò come quel bicchiere per te, solo un fottutissimo bicchiere! Se si rompe, si può calpestare e ricomprare, che problema c’è? La verità è che forse dovremmo lasciarci!-

-Lasciarci per un bicchiere rotto? Ti senti male oggi?-

-Ancora mi tratti come una pazza? Vedi? Dobbiamo lasciarci, perché te non hai il minimo rispetto per me!-

-Ok tesoro, calmati, io ti amo, sto benissimo con te, ho rotto un bicchiere perché sono un imbranato che non sa lavare i piatti, e mentre cadeva stavo per inciampare, e per non farmi male ho pestato il bicchiere, ma solo perché sono un imbranato, e non te l’avrei detto solo perché non voglio fare la figura dell’imbranato davanti a te, perché ti stimo talmente tanto che, a volte, mi sento meno di te! Ora, non voglio lasciarci per un bicchiere! Adesso, metti la giacca ed usciamo!-

-E dov’è che andiamo?-

-A comprare bicchieri di carta!-

-Non son di carta, sono di plastica!-

-A comprare bicchieri di plastica! Però tutti li chiamano di carta! Mah!-

-Me lo sono sempre chiesta anche io…..mah….Colorati?-

-Coloratissimi, amore-

Laetitia

 

La Rivoluzione Ruttista

Lo spread è un soltanto un rutto

Dire che il ruttismo è nato con la rivoluzione ruttista, sarebbe come dire che prima di Gesù non c’era un senso religioso. Questo era ciò che intendeva Kuntakinte quando disse che “La religione è il rutto dei popoli”.Quindi quando è nato il ruttismo? Prima di definire il movimento ruttista, dovremo porci il problema del rutto. Da sempre l’uomo ha cercato di dare un senso ai grandi misteri della vita. Respirando l’odore di certe caverne abitate dagli uomini primitivi, gli scienziati sono riusciti a stabilire la datazione di antichissimi rutti.

La comunicazione tramite il rutto si rivelò poi determinante nello sviluppo delle società civili. Dal mito universale del Grande Ruttatore che creò l’Universo alla spiegazione scientifica del Grande Rutto, possiamo vedere più fattori che coincidono anziché collimare. In fondo si tratta di due diverse visioni della vita: da una parte quella mistica “Egli li creò ruttatori, a sua immagine e somiglianza”, dall’altra quella più scientifica “Il Grande Rutto da cui originò la materia gassosa che ha dato vita all’universo per come oggi lo conosciamo”.

La rivoluzione ruttista, dal canto suo, non fa altro che liberalizzare il rutto, rendendolo da sacro un concetto comune per tutti. I famosi motti “Rutto libero” “Più rutti per tutti” e “Il rutto al potere” rimarranno sempre impressi nella storia moderna. Quella generazione, la generazione del rutto, i figli dei rutti, ha cambiato la storia della comunicazione, nel bene e nel male. Se oggi possiamo rispondere al telefono ruttando, è grazie a loro.

Se oggi possiamo fare rutti in pubblico (fino al 1968 era vietato: ricordiamo anche l’epoca del proibizionismo negli anni ’20, in cui erano applicate sanzioni severissime per i ruttatori clandestini, il mercato del rutto nero) di ogni genere, e se conosciamo perfino i cosiddetti rutti silenti, o trasparenti, è grazie alla rivoluzione ruttista, che ha riportato al centro del discorso civile la questione ruttista.

Certo, a una dettagliata analisi, la rivoluzione, come tutti i grandi moti, ha comportato anche dei fallimenti: molti ruttatori sono diventati schiavi del sistema, il rutto è diventato perfino un sintomatico simbolo fisico tipicamente conformista. In un mondo dove tutti sono liberi di ruttare, il rutto ha ancora un senso? Questa è la sfida del nuovo secolo: ridare al rutto quella dignità originaria a fondamento dell’umanità tutta. Ce la faremo? Non possiamo saperlo, ma ciò che possiamo fare è un ruttino al giorno. Con moderazione, senza esagerare i toni del discorso e del problema. Ruttatori, lo sappiamo, si diventa.

Fonti ruttografiche:

- Fenomenologia epistemologica della peristalsi aerobica, De Ruptis A.

- Dal rutto al rotto: etimologia della rivoluzione, De Paperinis

- Ruttismo ed evoluzione dell’uomo, Darwin Charles

Palomar 2012: Odissea nell’Italia del Caffè Espresso

devo pensare non solo a quel che sto per dire o non dire, ma a tutto ciò che se io dico o non dico sarà detto o non detto da me o dagli altri – Palomar

Sono stato zitto, ho taciuto, ma non mi sono distratto. Al contrario, sono stato vigile (non urbano, ma della giungla che mi circondava). Ho osservato e ho preso nota di molte cose. Mi sono sentito un po’ Roy Batty in Blade Runner, per quanto riguarda il suo monologo finale. Ma i bastioni in fiamme li ho visti al largo di Israele e ho visto i raggi B balenare alle porte dell’Iran. Non ho visto soltanto questo però: questo l’ho visto da lontano, oltre le fiamme più vicine.

Blade Runner lo hanno rifatto HD. Ehy, se siete rivoltosi niente svago o dvd per voi. Andate a fare la rivolta. Che c’è crisi.

La prima cosa che trovo molto importante da abbattere è il provincialismo caotico e noioso delle riunioni di partito nei piccoli paesi. Questi non sono più i tempi di Peppone e Don Camillo, per quanto ci piacerebbe che lo fossero, tutto sommato, non fosse altro che alcuni schemi sarebbero garantiti, sicuri, alcuni paletti sarebbero fermi. La guerra fredda era la vera culla della pace, le minacce erano l’impalcatura dell’ordine, malgrado dei sacrifici da una parte e dall’altra. Sì, qualcuno potrebbe persino pensarla così. Ma io no: io mi fido più della Storia che senza pietà prosegue occupando ogni spargimento di tempo a vuoto, inghiottendolo per restituirlo convertito all’eternità.

Quando mi sono avvicinato ai primi circoli paesani della sinistra ho avvertito da subito che qualcosa non tornava, non quadrava. Chi c’era a sbandierare la pace e l’uguaglianza? Non i figli degli operai, ma, almeno in gran parte, figli di persone al di sopra di un certo reddito.

Lui ha un passato nei figli di fiori. Poi si è pentito. E, come per tutti i pentiti, è stato inserito nel programma sicurezza testimoni.

Caro Pasolini, non ti sbagliavi. I figli degli operai erano troppo impegnati a procacciarsi un presente, per poter progettare un futuro glorioso. Ecco perché nel giro di tre secondi avevo capito l’arcano: era tutto un passarsi la canna, applaudire a Marx e al Che, da bravi figli intellettuali di papà, e tirare avanti così a riunioni di “giovani”. Questi maledetti “giovani” che non sono altro che un’invenzione del mercato, una fascia di consumatori. Mentre gli altri, lì fuori, erano a spalare merda nei campi o a darsi un’istruzione decente.

Mal sopporto quindi tutte le categorie cadute nel tranello dell’uno o dell’altro partito. Sfuggiva ai più una visione politica e nobile del mondo. La crisi della politica non mi era arrivata attraverso i telegiornali, ma attraverso i miei coetanei. Mi piacerebbe che si fosse fatto come Silvio Orlando in quel suo film, che divise i figli degli uni dai figli degli altri: i primi a leggere l’Eneide, i secondi Il Capitale, se ricordo bene. Chiaramente, si tratta di provocazione: leggasi sarcasmo.

Eh sì che poi ti ritrovi questa massa di geni a pubblicare link sui social network che mettono in comparazione due situazioni: la folla rivoltosa a Madrid e la folla in fila per l’I-Phone in Italia. Mi chiedo quale sia la connessione. Gli uni sono migliori degli altri? C’è stata una rivolta sociale o una manifestazione a Madrid? E che colpa hanno gli italiani se preferiscono pagare le tasse e comprarsi un i-phone piuttosto che “rivoltarsi”? Chiedo a questi utenti di Facebook che in gran parte sono sempre i soliti seduti dietro la scrivania se loro sono scesi in piazza a “cambiare la situazione”. Per non parlare poi del fatto se sono davvero preparati a una rivoluzione, che la rivoluzione, come disse qualcuno, non è prendere un tè in salotto, se sono pronti ai tradimenti, ai voltagabbana, agli opportunismi, ai giacobinismi.

Modello per gli indecisi

In fondo questi facebookiani non sono tanto diversi da quelli in fila per soddisfare un proprio legittimo desiderio.

Questo è un prezzo che non voglio pagare. Preferisco restare cittadino e usare i miei strumenti democratici. Ciò non significa “non protestare” o “non ribellarsi”. Ma significa essere tolleranti e moderati, mantenere la calma e la lucidità…perché lo Stato siamo Noi. Noi dobbiamo avere il senso dello Stato. Lasciamoci alle spalle vecchi schemi demagogici prossimi a preparare il terreno per gli autoritarismi (consiglio a tutti lo studio del giurista Carl Schmitt a tal proposito).

E io sono fiero di essere Italiano per questo motivo: perché so governare la mia anima. Attenti a chi vi dice “ribellatevi”. Chiedetevi sempre “perché?”

E poi…

Attenzione: il suddetto è un articolo anti-zecche. Né unti né punti. E anche contro i rosiconi che non possono comprarsi l’I-phone e invitano gli altri a manifestare contro il governo. Sempre gli altri.

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