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Artisticamente Sfigata

Di cultura non si vive, vado alla buvette a farmi un panino alla cultura, e comincio dalla Divina Commedia.

cit. 3monti

- “Buongiorno scusi, dovrei rinnovare il documento d’identità”

- “Va bene signorina, allora qui i dati essenziali mi sembra non siano cambiati, altezza peso, tutto a posto….ah, ecco! Alla voce lavoro che mettiamo?”

- “Ehm….mettiamo….artista?”

- “Artista? E che lavoro sarebbe l’artista scusi?

- “Artista…nel senso che….scrivo!”

- “Scrive, e per quale giornale scrive scusi?”-

- “No, nessuno non sono giornalista”-

- “Allora scrive per i programmi in televisione? Sa quelli delle telenovele tipo, oppure per i talk show?”

- “No, nulla di tutto questo, scrivo per un blog”

Il lavoro e il blog sono…vintage!

- “Ah! E che scrittrice sarebbe scusi? Cioè, è mai andata in televisione, sa i i talent show li cercano gli artisti!”

- “No, mi dispiace, nessun talent show”

- “Ma, almeno, ce l’ha un fidanzato famoso per farsi fotografare sulle riviste scusi? Così poi scrive il libro che è stata con lui e la comprano!”

- “No, nessun fidanzato famoso!”

- “Allora ci va alle feste quelle importanti, così si fa notare dalle persone giuste?”

- “Ehm….no… io non le conosco le persone giuste…mi dispiace….”

- “Ma secondo me lei non ce l’ha la faccia da artista però signorì, cioè, è tanto carina ma l’artista deve essere visibile, un po’ pazzo no? Mi capisce vero? Lei è così normale!!! Ora lo chiediamo pure alla mia collega, Carmela!!!!! vieni un attimo!!! Ma secondo te sta signorina qui no, ce l’ha la faccia da artista?”

- “Artista? Ma artista tipo quella Emma?”

- “No, la signora scrive!”

- “Ah, ma tipo quello tanto carino….come si chiama…Solo? Zolo? Nolo? O quello che ci fanno i film al cinema poi, che piango tanto quando vedo i film…come si chiama….Noccia? Coccia? Boccia?”

- “No, no, la signorina scrive sul blog”

- “E che è il blog???”

- “Boh, e che è il blog signorì???”

- “E’ uno spazio che si trova su internet dove io ed altre persone scriviamo di quello che ci va, quando ci va, senza regole di mercato o di giudizi critici”

- “Ah, ma quindi lei non è famosa signorì!!! E io pensavo che era una famosa che m’hai chiamato a fa qui! M’hai fatto perde tempo Antò!”

- “ Va bene signorì, mi sta facendo perdere tempo anche a me, tra un po’ c’è la pausa caffè, a me lei più che un artista mi sembra una sfigata!!!! Che ci vogliamo mettere a questa benedetta voce lavoro?”

- “……metta…..Artisticamente sfigata?”-

- “Ecco si, mi sembra più appropriato per lei! Lavoro: Artisticamente Sfigata. Timbro. Ed ecco fatto! Arrivederci signorì, spero che trovi presto un lavoro vero e si sistemi, che è tanto carina! Arrivederci!”

- “Arrivederci”

E me ne andai, con una nuova consapevolezza…almeno per i prossimi quattro anni….

Laetitia

Buon Ferragosto…

Buon Ferragosto a tutti i Cristiani.

Buon Ferragosto a chi va in ferie, malgrado il contratto a termine, malgrado il contratto a prova, malgrado si esibisca in un circo come precario su un filo, senza rete e senza assicurazione sulla vita. 

Che poi uno dovrebbe riuscire a farsi prima una vita, e poi un’assicurazione sulla vita.

Buon Ferragosto a certi squali che navigano in acque sempre più sicure, intorno all’unica specie in via d’estinzione: la persona.

Buon Ferragosto ai subacquei che hanno deciso di andare a fondo nelle cose e troppo spesso si dimenticano che la leggerezza del vivere ama la superficie. 

Buon Ferragosto a chi lavora tutto l’anno, a quei pochi fortunati che godono del posto fisso per quattro stagioni su quattro, prima dietro una scrivania o un tornio, e poi sotto l’ombrellone.

Buon Ferragosto a chi è abituato, alienato, appostato per sempre con le sue certezze, a chi tenta di non guardare al sismografo della vita. Non sarà la povertà di denaro a fare lo sgambetto, ma la scarsità di nuove idee e prospettive. La povertà di entusiasmo è il sintomo di una crisi e non sta scritta sul cartellino del prezzo.

Buon Ferragosto a chi dà un prezzo a tutto e un valore a niente come diceva qualcuno, buon ferragosto ai vacanzieri last-minute, a chi cerca un affare per procurarsi un pacchetto serenità. A chi è felice e rilassato in un tempo determinato, a chi si lascia vivere, a chi non prende in mano il timone della propria vita.

Buon Ferragosto a me, che poi sono esattamente come tutti gli altri.

O forse no.

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Socrate e l’idromaieutica

L’idromaieutica non è un metodo subacqueo di ricerca della verità (quello si chiama idromaieUstica, ma finora non ha ancora fornito grandi risposte).

L’idromaieutica ha piuttosto due significati: da una parte con esso intendiamo dire che la verità è come l’acqua, capace di cambiare forma a seconda del recipiente che la contiene, pertanto, come l’acqua, rende il terreno scivoloso e fangoso, costringe a rimettere in dubbio le nostre certezze acquisite. Per questo le persone idrofobe sono insospettabilmente più numerose delle idrofile. Non solo, nella verità occorre anche saper nuotare. Un nuotatore poco esperto potrebbe morire annegato, al contrario delle menzogne che sono sempre ottimi salvagenti per restare a galla. Non tutti sono in grado di resistere al gravame della Verità, che è come una zavorra al piede mentre infuria la tempesta.

Il secondo significato è che potremmo accontentarci di cercare la verità nelle vasche idromassaggio. Abbiamo infine votato per una deliberante e liberante fuga dai problemi e dai pugnali che ci hanno crocifisso per così lungo tempo.

Perché perdere tempo ad indicare la strada ai ciechi? Perché non passare da “Ad Maiora!” a “Ad Majorca!”? La tentazione è forte, tanto più che la realtà non cambia né a colpi di post di blog, né a colpi di posti di lavoro precari.

Cosa succede quando il Grande Sognatore si è stancato? Quando l’amore non è più quello che credevamo, quando la realtà è molto più grigia e oscura di quella descritta nei romanzi, quando non c’è nessun eroe, né razza aliena superiore a salvarci?

Succede che ci prendiamo una pausa. Una dovuta pausa da tutto.

Annegate pure. O salvatevi. Fate da soli, insomma.

Come avete sempre fatto, che siate vongole o merluzzi. Se ne avrete voglia, sopravviverete.

Quando i sogni sono infranti, non c’è modo di tornare indietro.

Socrate se ne va ad Ibiza.

Bicchieri di carta che però sono di plastica

-Caro, per caso, hai rotto un bicchiere?-

-Ehm….no tesoro….figurati…perché?-

-No, chiedevo, mi sembrava di aver sentito il crash! tipico del bicchiere che si infrange, seguito anche dal crock! del bicchiere calpestato da una scarpa-

-Ma no, tesoro, figurati!-

-Ne sei sicuro? fammi vedere i bicchieri nella credenza…1,2,3,4…..vedi? sono quattro, sono sicura che fossero cinque….hai rotto un bicchiere!-

-E va bene si, ho rotto un bicchiere, scusa, non l’ho fatto apposta! contenta?-

-E l’hai pure calpestato!-

-Si, l’ho pure calpestato, amore, dov’è il problema? È un bicchiere!-

-Ecco! Lo vedi dov’è il problema? Non è un bicchiere, è il MIO bicchiere!-

-Il tuo bicchiere, il bicchiere, ma che differenza fa?-

-Certo che fa differenza, se te non hai rispetto per le mie cose, non hai rispetto per me! Ed il fatto che te non colga queste sfumature, beh, mi fa riflettere e neanche poco!-

-Tesoro, adesso stai esagerando, era un bicchiere, non ho ucciso tua madre. Ho, semplicemente, rotto un fottutissimo bicchiere!-

-Non dirmi che esagero, trattandomi come una pazza psicopatica perché peggiori la situazione, sto cercando di farti capire l’importanza del rispetto reciproco, non sono pazza!-

-Ma sempre di un bicchiere stiamo parlando! Te lo ricompro ok?-

-Ah! Adesso mi tratti pure da pezzente! Certo te sei l’uomo, quello con la stabilità lavorativa, quello che guadagna bene, a cui non frega nulla del bicchiere di questa povera pezzente che, in quanto donna, sarà sempre un gradino più in basso, vero?-

-Sai bene che ho molta considerazione del tuo lavoro e della tua carriera!-

-Certo, fin quando non ci sposiamo ed avremo dei bambini no? Poi diverrò come quel bicchiere per te, solo un fottutissimo bicchiere! Se si rompe, si può calpestare e ricomprare, che problema c’è? La verità è che forse dovremmo lasciarci!-

-Lasciarci per un bicchiere rotto? Ti senti male oggi?-

-Ancora mi tratti come una pazza? Vedi? Dobbiamo lasciarci, perché te non hai il minimo rispetto per me!-

-Ok tesoro, calmati, io ti amo, sto benissimo con te, ho rotto un bicchiere perché sono un imbranato che non sa lavare i piatti, e mentre cadeva stavo per inciampare, e per non farmi male ho pestato il bicchiere, ma solo perché sono un imbranato, e non te l’avrei detto solo perché non voglio fare la figura dell’imbranato davanti a te, perché ti stimo talmente tanto che, a volte, mi sento meno di te! Ora, non voglio lasciarci per un bicchiere! Adesso, metti la giacca ed usciamo!-

-E dov’è che andiamo?-

-A comprare bicchieri di carta!-

-Non son di carta, sono di plastica!-

-A comprare bicchieri di plastica! Però tutti li chiamano di carta! Mah!-

-Me lo sono sempre chiesta anche io…..mah….Colorati?-

-Coloratissimi, amore-

Laetitia

 

La Rivoluzione Ruttista

Lo spread è un soltanto un rutto

Dire che il ruttismo è nato con la rivoluzione ruttista, sarebbe come dire che prima di Gesù non c’era un senso religioso. Questo era ciò che intendeva Kuntakinte quando disse che “La religione è il rutto dei popoli”.Quindi quando è nato il ruttismo? Prima di definire il movimento ruttista, dovremo porci il problema del rutto. Da sempre l’uomo ha cercato di dare un senso ai grandi misteri della vita. Respirando l’odore di certe caverne abitate dagli uomini primitivi, gli scienziati sono riusciti a stabilire la datazione di antichissimi rutti.

La comunicazione tramite il rutto si rivelò poi determinante nello sviluppo delle società civili. Dal mito universale del Grande Ruttatore che creò l’Universo alla spiegazione scientifica del Grande Rutto, possiamo vedere più fattori che coincidono anziché collimare. In fondo si tratta di due diverse visioni della vita: da una parte quella mistica “Egli li creò ruttatori, a sua immagine e somiglianza”, dall’altra quella più scientifica “Il Grande Rutto da cui originò la materia gassosa che ha dato vita all’universo per come oggi lo conosciamo”.

La rivoluzione ruttista, dal canto suo, non fa altro che liberalizzare il rutto, rendendolo da sacro un concetto comune per tutti. I famosi motti “Rutto libero” “Più rutti per tutti” e “Il rutto al potere” rimarranno sempre impressi nella storia moderna. Quella generazione, la generazione del rutto, i figli dei rutti, ha cambiato la storia della comunicazione, nel bene e nel male. Se oggi possiamo rispondere al telefono ruttando, è grazie a loro.

Se oggi possiamo fare rutti in pubblico (fino al 1968 era vietato: ricordiamo anche l’epoca del proibizionismo negli anni ’20, in cui erano applicate sanzioni severissime per i ruttatori clandestini, il mercato del rutto nero) di ogni genere, e se conosciamo perfino i cosiddetti rutti silenti, o trasparenti, è grazie alla rivoluzione ruttista, che ha riportato al centro del discorso civile la questione ruttista.

Certo, a una dettagliata analisi, la rivoluzione, come tutti i grandi moti, ha comportato anche dei fallimenti: molti ruttatori sono diventati schiavi del sistema, il rutto è diventato perfino un sintomatico simbolo fisico tipicamente conformista. In un mondo dove tutti sono liberi di ruttare, il rutto ha ancora un senso? Questa è la sfida del nuovo secolo: ridare al rutto quella dignità originaria a fondamento dell’umanità tutta. Ce la faremo? Non possiamo saperlo, ma ciò che possiamo fare è un ruttino al giorno. Con moderazione, senza esagerare i toni del discorso e del problema. Ruttatori, lo sappiamo, si diventa.

Fonti ruttografiche:

- Fenomenologia epistemologica della peristalsi aerobica, De Ruptis A.

- Dal rutto al rotto: etimologia della rivoluzione, De Paperinis

- Ruttismo ed evoluzione dell’uomo, Darwin Charles

Palomar 2012: Odissea nell’Italia del Caffè Espresso

devo pensare non solo a quel che sto per dire o non dire, ma a tutto ciò che se io dico o non dico sarà detto o non detto da me o dagli altri – Palomar

Sono stato zitto, ho taciuto, ma non mi sono distratto. Al contrario, sono stato vigile (non urbano, ma della giungla che mi circondava). Ho osservato e ho preso nota di molte cose. Mi sono sentito un po’ Roy Batty in Blade Runner, per quanto riguarda il suo monologo finale. Ma i bastioni in fiamme li ho visti al largo di Israele e ho visto i raggi B balenare alle porte dell’Iran. Non ho visto soltanto questo però: questo l’ho visto da lontano, oltre le fiamme più vicine.

Blade Runner lo hanno rifatto HD. Ehy, se siete rivoltosi niente svago o dvd per voi. Andate a fare la rivolta. Che c’è crisi.

La prima cosa che trovo molto importante da abbattere è il provincialismo caotico e noioso delle riunioni di partito nei piccoli paesi. Questi non sono più i tempi di Peppone e Don Camillo, per quanto ci piacerebbe che lo fossero, tutto sommato, non fosse altro che alcuni schemi sarebbero garantiti, sicuri, alcuni paletti sarebbero fermi. La guerra fredda era la vera culla della pace, le minacce erano l’impalcatura dell’ordine, malgrado dei sacrifici da una parte e dall’altra. Sì, qualcuno potrebbe persino pensarla così. Ma io no: io mi fido più della Storia che senza pietà prosegue occupando ogni spargimento di tempo a vuoto, inghiottendolo per restituirlo convertito all’eternità.

Quando mi sono avvicinato ai primi circoli paesani della sinistra ho avvertito da subito che qualcosa non tornava, non quadrava. Chi c’era a sbandierare la pace e l’uguaglianza? Non i figli degli operai, ma, almeno in gran parte, figli di persone al di sopra di un certo reddito.

Lui ha un passato nei figli di fiori. Poi si è pentito. E, come per tutti i pentiti, è stato inserito nel programma sicurezza testimoni.

Caro Pasolini, non ti sbagliavi. I figli degli operai erano troppo impegnati a procacciarsi un presente, per poter progettare un futuro glorioso. Ecco perché nel giro di tre secondi avevo capito l’arcano: era tutto un passarsi la canna, applaudire a Marx e al Che, da bravi figli intellettuali di papà, e tirare avanti così a riunioni di “giovani”. Questi maledetti “giovani” che non sono altro che un’invenzione del mercato, una fascia di consumatori. Mentre gli altri, lì fuori, erano a spalare merda nei campi o a darsi un’istruzione decente.

Mal sopporto quindi tutte le categorie cadute nel tranello dell’uno o dell’altro partito. Sfuggiva ai più una visione politica e nobile del mondo. La crisi della politica non mi era arrivata attraverso i telegiornali, ma attraverso i miei coetanei. Mi piacerebbe che si fosse fatto come Silvio Orlando in quel suo film, che divise i figli degli uni dai figli degli altri: i primi a leggere l’Eneide, i secondi Il Capitale, se ricordo bene. Chiaramente, si tratta di provocazione: leggasi sarcasmo.

Eh sì che poi ti ritrovi questa massa di geni a pubblicare link sui social network che mettono in comparazione due situazioni: la folla rivoltosa a Madrid e la folla in fila per l’I-Phone in Italia. Mi chiedo quale sia la connessione. Gli uni sono migliori degli altri? C’è stata una rivolta sociale o una manifestazione a Madrid? E che colpa hanno gli italiani se preferiscono pagare le tasse e comprarsi un i-phone piuttosto che “rivoltarsi”? Chiedo a questi utenti di Facebook che in gran parte sono sempre i soliti seduti dietro la scrivania se loro sono scesi in piazza a “cambiare la situazione”. Per non parlare poi del fatto se sono davvero preparati a una rivoluzione, che la rivoluzione, come disse qualcuno, non è prendere un tè in salotto, se sono pronti ai tradimenti, ai voltagabbana, agli opportunismi, ai giacobinismi.

Modello per gli indecisi

In fondo questi facebookiani non sono tanto diversi da quelli in fila per soddisfare un proprio legittimo desiderio.

Questo è un prezzo che non voglio pagare. Preferisco restare cittadino e usare i miei strumenti democratici. Ciò non significa “non protestare” o “non ribellarsi”. Ma significa essere tolleranti e moderati, mantenere la calma e la lucidità…perché lo Stato siamo Noi. Noi dobbiamo avere il senso dello Stato. Lasciamoci alle spalle vecchi schemi demagogici prossimi a preparare il terreno per gli autoritarismi (consiglio a tutti lo studio del giurista Carl Schmitt a tal proposito).

E io sono fiero di essere Italiano per questo motivo: perché so governare la mia anima. Attenti a chi vi dice “ribellatevi”. Chiedetevi sempre “perché?”

E poi…

Attenzione: il suddetto è un articolo anti-zecche. Né unti né punti. E anche contro i rosiconi che non possono comprarsi l’I-phone e invitano gli altri a manifestare contro il governo. Sempre gli altri.

E lo chiamano tweet

Mi hanno detto “Vai e scrivi qualcosa di provocatorio.” Quindi ho pensato a quale tema potesse essere così scottante da risultare anche provocatorio. Forse potrei semplicemente limitarmi a dire “Fuma buona erba.” Oppure “Sii fedele alla tua ragazza e costruisci una famiglia.” O anche “Rispetta l’ambiente e non gettare i preservativi per strada.” Si sa: lo sperma non è biodegradabile, basti pensare alle nefandezze dell’umanità.
Forse invece dovrei sospettare che il nudo, crudo, atto della scrittura è già di per sé provocatorio. Insomma oggi ci facciamo per lo più “leggere”: dai raggi x, dagli amici di facebook più o meno interessati ai nostri status in formato citazione, dai followers, questi persecutori voyeristici delle nostre vite confezionate in formato chewin-gum in poco meno di 150 caratteri.

E lo chiamano tweet, che significa “cinguettio”, ma non lo sanno che è proprio cinguettando che i piccioni fanno piovere la merda sulle nostre teste? Bisognerebbe stare attenti ai cinguettii, specialmente quelli provenienti dalle aule del potere e della legiferazione, insomma dal Parlamento. Lì, ci sono un sacco di piccioni. Non è facile demagogia, tutt’altro: è la difficile constatazione di quanto sia improbabile che da questo letamaio nasca qualche fiore. Confidiamo, malgrado tutto nel grande giardiniere, un tecnico della situazione, chiamato a redimere le sorti di questo giardino di erbacce, lapidi e zombie.

Guida pratica per sopravvivere a un attacco di zombie

Mi sono perso, cosa volevo dire? Ah, sì volevo essere provocatorio. Ma ho finito soltanto per provocare un gran casino, e personalmente, una gran fame. Penso che andrò a farmi un hot dog, e poi magari torno a provocare, e facciamo anche la rivoluzione dai. A stomaco pieno però, e fuori dai pasti.

Il pulcino Pio guiderà la Rivoluzione.

Tricocidio: l’ora della verità

Attenzione: il seguente post contiene immagini forti la cui visione è consigliata a un pubblico adulto.

Dicono che un articolo in genere dovrebbe essere oggettivo, quasi scientifico, rispondere alle 5 “W”, senza farsi trascinare da perturbazioni della coscienza. Tuttavia, mi chiedo, quand’anche fosse così, la nostra ricchezza morale non sta proprio nella riflessione personale di fronte a determinati accadimenti?

Come può uno scrittore, anche di fatti di cronaca, restare impassibile di fronte a certe notizie? Specialmente quando si tratta di denunciare fatti di gravissima importanza, il distacco professionale si scontra con una deontologia di fondo che non ci consente di non tirare in ballo una certa “humanitas”, una sacra e doverosa partecipazione soggettiva alla realtà di ogni giorno.

Sono del tutto giustificati, pertanto, i giornalisti delle reti pubbliche che negli ultimi anni si sono ormai lasciati andare a sorrisi, alzate di spalle, disapprovazioni, scuotimenti di testa nel dare ogni genere di notizia, in particolar modo quelle riguardanti il calcio e i programmi della prima serata: eh sì, il telegiornale che abbiamo sempre sognato. Finalmente un giornalista che ci guida con la fiaccola delle sue smorfie nei meandri della società.

Pertanto è con partecipazione dolorosa e con massima afflizione morale, che vorrei oggi affrontare un delicatissimo argomento, spesso passato sotto banco dai principali media del paese, se non del tutto ignorato o travisato.

Parliamo del tricocidio, ossia dello sterminio quotidiano di miliardi di capelli umani, e del quale siamo tutti inconsapevoli carnefici! Non tiriamoci indietro di fronte a simili responsabilità!

Pensateci, non nascondetevi dietro un capello! Ogni giorno sui luoghi di lavoro, nel tempo libero, in vacanza al mare o sulle vette, milioni, anzi biliardi, di capelli vengono sterminati.

Terribile poi la tortura che subiscono sotto le docce. Quando i nostri occhi freddi e distaccati si posano sul fondo del pavimento una volta terminata la doccia e lì i cadaveri dei capelli ci guardano: non torneranno più a muoversi sulla nostra testa secondo il volere del vento.

La foto attesta uno dei luoghi di strage: qui la caduta dei capelli è addirittura legalizzata. Talvolta in caso di tagli drastici c’è persino chi evade.

Ogni secondo, nel mondo su ogni testa, tre capelli muoiono.

E noi cosa facciamo? Niente. Lasciamo che il tricocidio, questa immane strage, abbia seguito con sempre maggior ferocia, confidando sempre in rapidi trapianti, rimpiazzi, cure, soltanto perché nuovi capelli cadano di nuovo dalla nostra testa.

Tra tutti i giornalisti che conosciamo forse solo il coraggioso Luciano Onder si è preoccupato a tratti della notizia e ha tentato di parlarne, malgrado i continui sabotaggi subiti dal sistema. I suoi capelli vengono sistematicamente colpiti. Abbiamo bisogno di questo giornalismo d’inchiesta!

Ecco, io penso sia venuto il momento di dire basta.

Salviamo i nostri capelli, patrimonio culturale dell’umanità, ultima scintilla di vita su teste troppo lucide.  

Cartolina dal Sistema

Nei nostri laboratori noi ci prendiamo cura di voi ogni giorno.

Ci chiediamo che cosa mangiate, quali posti frequentate, che cosa preferite guardare in televisione o al cinema, se sul gelato preferite la glassa di mele o quella di pere, da che parte del letto scendete la mattina e quanto siete matematici e calcolatori nel direzionare il getto dell’urina.

Sì, nei nostri laboratori, noi, ogni giorno, pensiamo a voi, vi seguiamo da vicino, per offrirvi soltanto il meglio del meglio.

Test clinici dimostrano che siete animali destinati all’estinzione: noi vi accompagneremo a questo glorioso traguardo con la pace e la serenità che meritate.

Sì, perché noi vogliamo soltanto il vostro bene.

Con Affetto,

Bacibaci,

Smacksmack

I Soliti Ignoti del Sistema

Hamtaro Corporations United

Non che a nessuno possa importare qualcosa, ma vi volevo parlare della morte di un roditore: Hamtaro.
Non lo dico solo per la gioia dei bambini italiani, che in fondo amavano Hamtaro solo perché Cristina D’Avena cantava la sigla, ma anche per tutti gli aspiranti futuri padroni di criceti.

In fondo, Hamtaro ha fatto la stessa fine dell’Uomo Ragno. In un certo momento nessuno ne parla più e i criceti neanche sono più di moda. Tra l’altro, penso, i criceti si siano anche stufati di stare a correre in quella stupida ruota tutto il giorno. In fondo è pur giusto che Hamtaro si sia suicidato. Era tremendamente ossessionato dal fatto di essere preso ad esempio dagli umani.

In realtà ho scherzato finora.

Hamtaro non è morto, ma come tutte le altre cose è stato predetto dai Maya. Forse anche i Maya avevano particolari rapporti con i roditori, ma sicuramente non avevano gli stessi problemi psichici di chi dà alla propria sposa il nomignolo Hamtaro.

C’è invece chi immediatamente ha tirato fuori la storia di “Fa’ uscire il tuo criceto interiore. Lo Spirito Criceto è immortale”.

A dirla tutta l’ultima stagione di Hamtaro si chiude con “Matrimonio” e, se la memoria non mi inganna, “matrimonio” era anche il titolo dell’ultima puntata della prima stagione di Goku.
Insomma sembra che il matrimonio ponga fine alle speranze della vita selvaggia dei criceti.

“Hamtaro: piccoli criceti, grandi avventure”: poi si sposano e fine dell’avventura. Insomma, perché non venite a raccontarci cosa succede dopo il matrimonio? Cosa c’è dopo il “si sposarono e vissero per sempre felici e contenti?” Immagino Hamtaro stravaccato sul divano, con una birra in mano che ha appena tradito la sua donna-criceto con un suo amico.

Un Hamtaro gay, impegnato per di più nella lotta per il riconoscimento del matrimonio dei gay. Il Pontefice però si è dimostrato contrario, se infatti i criceti maschi si sposassero con i maschi e le femmine con le femmine, chi di loro girerebbe più nella Sacra Romana Rota?

In cricetum, veritas.

Evolution! Evolution!

Non dobbiamo fare nessuna Rivoluzione.

Noi dobbiamo fare l’ Evoluzione.

E stavolta facciamo in modo che Darwin non finisca sulle magliette.

Ssssh!!! Evolution is coming!

 

Io non voglio essere una star

Una delle citazioni più inflazionate in assoluto è quella di Andy Warhol “In futuro, tutti saranno famosi per quindici minuti.”

L’emergenza più grave in assoluto del nostro tempo è lo stupro mentale che le persone operano nei confronti di se stesse tramite l’ausilio (complicità, concorso di reato) dei social network.

Che c’è di interessante nel sapere con quali cereali hai fatto colazione o cosa si sono detti tizio e caio la mattina? Non può restare nella loro privacy? Non si sentono defraudati di un pezzo di anima? Questo continuo essere su un palcoscenico senza pubblico fa perdere di vista la nostra reale identità. Io non voglio essere una star, non voglio essere famoso, rifiuto il patibolo del successo e della notorietà, rivendico il cesso di casa mia dove sono libero di farmi i cazzi miei senza che il mondo lo sappia.

Chiaramente, parlo e scrivo da ipocrita, vittima e carnefice al tempo stesso, essendo iscritto sul social network e usandolo frequentemente.

Ma sta proprio qui il punto: usare gli strumenti, e non piuttosto farsene usare, consentendo così di appiattirci su una linea identica a se stessa di “consumatori”, mentre le imprese registrano le nostre preferenze, indirizzano i meccanismi pubblicitari, ci campionano. A farci diversi non sono soltanto i gusti, i colori degli occhi, la squadra che tifiamo.

Molte altre diversità possono essere esplorate solo e soltanto con il metodo “face to face” e probabilmente nemmeno interessano al mercato. Anzi al mercato interessano semmai le “somiglianze” che consentono di raggrupparci in “fasce di consumatori”.

Questa micro-battaglia contro i social network che certo non sono i figli del demonio, ma che comunque andrebbero usati con tutte le potenzialità che ci mettono a disposizione, senza eccedere in culti della personalità o in bulimie identitarie di massa, è vecchia e cara a questo blog, ma non per questo ci stanchiamo di portarla avanti.

Ora, scusate, ma mi è appena arrivata una notifica.

Nuova Dichiarazione d’Indipendenza (fatta in casa, biosostenibile)

Avvertiamo oggi il bisogno di riscrivere una nuova Dichiarazione di Indipendenza.

Non tanto dagli Stati ormai diventati schiavi dei loro stessi debiti.

Non tanto dai mercati, ormai diventati schiavi di una legge della domanda ignorata o creata e di un’offerta imposta dalle multinazionali che a cascata determinano tutto, persino la politica dei governi.

Non tanto dai mezzi di informazione, che sempre più fanno “buona informazione” ma non “oggettiva informazione”.

La nostra Indipendenza deve essere dichiarata nei confronti di noi stessi, dei nostri demoni, delle nostre paure, delle nostre quotidiane angosce.

Dei tedeschi non temo la nazionale o lo spread, temo il vocabolo “angst”.

L’angoscia non ci consente di fare passi in avanti. Siamo afflitti da un numero eccessivo di santoni e falsi predicatori che non fanno altro che prevedere la fine del mondo o, peggio ancora, un nuovo inizio.

Ma i nuovi inizi non vanno previsti, vanno costruiti semmai.

Noi vogliamo essere indipendenti dai desideri e dalle passioni, in quanto vogliamo dominarli, guidarli come navi nel porto della nostra mente.

Noi vogliamo essere indipendenti dal tempo che scorre, in quanto vogliamo essere governanti del nostro tempo.

Noi vogliamo essere indipendenti dall’idea malsana di indipendenza, in quanto vogliamo collaborare tutti insieme e tutti egualmente sullo stesso piano, a un comune progetto di futuro, per noi e per quelli che verranno dopo di noi.

Noi vogliamo essere indipendenti dagli ideali, in nome dei quali spesso si è versato sangue.

Se siamo incapaci di conseguire tutto ciò, allora non siamo degni di vivere qui e adesso, su questa terra.

Ci dichiariamo quindi Indipendenti dal Sogno Americano, poiché il Sogno non sopporta aggettivi qualificativi o possessivi di popolo o nazione alcuna.

Questa è la Nuova Dichiarazione di Indipendenza per gli esseri umani.

 

Ma quale logica?

Dai, ancora? Il solito post sui social network? E basta, vai al mare!

I social network, specialmente in determinate giornate uggiose (sì ci possono essere giornate uggiose anche se apparentemente assolate), sono il terreno fertile per la circolazione di tanti link e citazioni riassuntive della situazione mondiale/nazionale/personale.

Nondimeno sono spesso il primo a buttare qui e lì qualche citazione.

Sapete che ho notato? Una cosa non tanto curiosa alla fine dei conti. Se condivido nel mio Facetrix (Facebook + Matrix) un determinato link, posso dire con abbondante sicurezza quali persone lo approveranno, e quali invece ne dissentiranno chiaramente.

Non sono il tipo al quale piace la musica metal. In realtà non mi piacciono molte cose in questo mondo, a parte le patatine fritte e la coca cola. Però, mettiamo che io pubblichi un link di musica metal. Ho potuto verificare che in questo caso i “mi piace” provenivano da persone al quale piaceva il metal.

E così via con altri tipi di link.

Ora mi rendo conto di non aver scoperto il vapore acqueo: è chiaro che ci troviamo di fronte al meccanismo della domanda e dell’offerta, più semplificato.

Ma il punto è che è diventato tutto così…prevedibile. La vita perde rapidamente sapore. Niente ci sorprenderà più. La rivoluzione inizia dal cambiamento, non dal raro verificarsi del previsto, ma dalla totale imprevedibilità.

Sorprendi te stesso.

Ora, fra i vari link che ho trovato in giro oggi ho raccolto questo:

Per me queste sono 7 stupide follie in quanto:

1: intendi davvero far pace con il tuo passato? Il passato è ciò che siamo ed è un tutt’uno con il presente. E poi come faccio a far pace con il passato se, per dirla con Leopardi, è funesto a chi nasce il dì natale? Non sarà con consigli new-age e bignami della vita che risolverete i vostri problemi.

2: quello che gli altri pensano di me mi riguarda eccome, con determinate conseguenze sociali, politiche e giuridiche.

3: il tempo non guarisce nulla. Qualsiasi male tu abbia, farà male per sempre. C’è soltanto una cosa che guarisce e no, fratello, non si chiama “amore”.

4: se tu sei la ragione della tua felicità, potresti fare a meno di vivere in società.

5: i paragoni aiutano a crescere.

6: pensa. Trova le risposte.

7: sorridi soltanto se possiedi tutti i problemi del mondo.

Sono solo una pedina

Non c’è montagna più alta

Di quella che non scalerò

Agli occhi di un novizio la pedina è certamente la parte più sottovalutata nel gioco degli scacchi.

L’esperienza mi suggerisce invece che il destino di una partita dipende spesso da come si muove o non si muove una pedina, piuttosto che un alfiere, una regina, una torre o un cavallo. Magari non sarà una pedina a mettere sotto scacco il Re, ma tocca comunque alla fanteria avanzare nel fango casella dopo casella.

La pedina mi ha sempre affascinato per questo suo muoversi lento e significativo, per questo senso del sacrificio più ardente che non in tutti gli altri pezzi, per questo suo non uccidere l’avversario in modo diretto ma sempre nella più prossima casella in diagonale: obliquità della lama assassina che scivola furtiva nella gola del nemico.

Del resto se gli scacchi fossero un’opera narrativa, ed in effetti lo sono dal momento che ogni partita è il racconto di uno scontro sanguinario, la pedina sarebbe l’unico personaggio non a tutto tondo ma potenzialmente capace di un’evoluzione.

Infatti, una volta arrivata nell’orizzonte delle file nemiche, i suoi sacrifici vengono ampiamente ricompensati. La pedina si elegge a torre, ad alfiere o persino a regina contestando quel ruolo che sembrava fino a un attimo prima un’esclusiva dinastica dei pezzi superiori.

Ma questo premio infine risulta per certi versi anche una condanna.

La pedina perde quell’originaria libertà degli umili per assurgere ed incarnare a un ruolo dal quale non potrà più sfuggire, se non con la morte. In un certo senso quando i poveri diventano ricchi, quando i vinti diventano vincitori, si perde qualcosa nel passaggio.

E questa è stata la storia di molte rivoluzioni: una sostituzione di persone sul carro dei vincitori, ma non di ruoli.

Una volta al potere, la potenzialità è finita, si cristallizza e si eclissa.

Morirò pedina. Morirò libero.

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