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Vivi sano, muori bene

C’era una vecchia canzone che diceva “Si muore un po’ per poter vivere”.

La morte, nelle società odierne, è un vero e proprio tabù. Non se ne deve parlare. Non così semplicemente.

Il sesso è stato ampiamente sviscerato, certo ci siamo lasciati dietro una certa educazione sentimentale, una rigorosa formazione all’abc dell’amore, in ogni sua relazione applicativa.

Ma la morte no, essa resta ancora travolta da un velo di non detto, e le ingerenze su temi come l’eutanasia rischiano di riportarci a una guerra tra guelfi e ghibellini della quale non sentiamo il bisogno. 

Il Settimo Sigillo, Bergman

Ecco, una volta si sapeva “morire”. Per citare Aries, “Storia della morte in Occidente, dal Medioevo ai nostri giorni”, “una volta si diceva ai bambini che erano nati sotto un cavolo ma essi assistevano alla grande scena degli addii nella camera e al capezzale del morente. Oggi essi sono educati da subito alla fisiologia dell’amore, ma quando non vedono più il nonno e domandano il perché si risponde loro, in Francia, che è partito per un viaggio lontano, o in Inghilterra che riposa in un bel giardino dove spunta il caprifoglio. Non sono più i bambini che nascono sotto i cavoli, ma i morti che scompaiono tra i fiori”. Per non parlare poi dell’avvento e dell’introduzione del Giudizio Universale, che ha generato quasi una paura della morte.

E dunque, vi chiediamo, se non sappiamo più morire, come possiamo pretendere di resushitare?

Il confine

Era una cosa che non faceva da molto tempo: superare il confine.

Almeno da quando i due Smocciolosi avevano rimediato la loro porzione di bastonate gratuite. “Voglio vedere se lo rifate più!” – aveva urlato loro in faccia il fattore mentre teneva i corpi dei due ragazzi quasi privi di sensi per le rispettive collottole. “No, Signor Jones…Noi non volevamo superare il confine. Noi volevamo soltanto…”

Volevano soltanto riprendersi il pallone. Cristo. Era così difficile? Lui stesso era stato chiaro più volte. Amici, solo una partita di calcio. Ma niente quelli si credevano di essere i campioni del Sud America o di là dell’oceano, roba da italiani o da inglesi. Se si fosse trattato di baseball e avessero cercato di imitare le gesta di Joe Di Maggio, il tipo di cui suo nonno parlava spesso, bé allora sarebbe stata un’altra storia. Magari anche il vecchio fattore, il Signor Jones, l’avrebbe pensata diversamente. Un conto è ritrovarsi nel campo un pallone di calcio. Un altro conto è ritrovarsi nel campo una palla di baseball. Quel pallone era come un incidente di Roswell in quella fattoria. Faceva più casino della morte di Kennedy.

Smoccioloso Uno sanguinava dal naso. Smoccioloso Due aveva una mano dolorante e un dente rotto. “E se dite chi è stato…giuro che vi impicco lì.” E la mano malferma ma in un certo senso sicura dei propri movimenti, quelli di chi conosce ogni centimetro della propria terra, senza doversi voltare a guardarla, aveva indicato un albero secco. Quell’albero non aveva mai foglie, almeno da quando lo aveva visto, lo ricordava sempre così, nodoso, solitario a ridosso della casa del fattore, forse aveva già visto più di qualche impiccagione.

“Dicono che se impicchi un giusto a un albero, sull’albero non crescono più le foglie.” – gli aveva detto Jerry.

“E questa cosa chi te l’ha detta?” – gli aveva risposto lui.

“Me l’ha detta Patty.”

“Hai mai visto Patty nuda?” – Jerry era rimasto interdetto a quella domanda, aveva sollevato le spalle, senza rispondere.

“Allora, hai mai visto tua sorella nuda?”

“No, ma che domande sono?”

“Sono domande, Jerry. Tutti ci facciamo delle domande.”

“Bè falle a tua sorella le domande.” Lì gli aveva allungato un pugno e Jerry era caduto. “Mia sorella non si tocca. La tua sì. La mia no, è fuori discussione.” Non ne avevano più parlato. Almeno finché non venne la notte, tre anni dopo, in cui lui, Kevin, si trovò costretto a superare il confine.

Le gambe di Patty ciondolavano sulla cassapanca. A Kevin sarebbe bastato questo spettacolo. Poteva anche morire adesso, perché ogni volta che le ginocchia si allontanavano l’una dall’altra, il suo sguardo era calamitato dal centro di ogni cosa, dal motivo principale per cui sentiva di essere nato: una mutandina bianca. Fu la voce di Patty a riportarlo alla realtà. “Dovremmo risalire? Non credi che ci stanno cercando?” “Non penserebbero mai che siamo qui giù…”- rispose Kevin, la voce gli tremava un po’. “Tu, Kevin Donald, sei un discreto figlio di puttana.” Kevin rise nervosamente, un qualcosa tra una risata e un piagnucolio. “Patty…” “Cosa vuoi chiedermi Kevin?” “Posso…?” – Kevin si era alzato, era arrivato davanti a Patty, al punto che poteva sentire l’odore del suo sudore. Lì giù in quello scantinato si sudava un sacco, non aveva niente delle comuni cantine. Oppure era la giornata particolarmente calda. Una di quelle afose giornate texane. Poteva distinguere i suoi capezzoli spuntare fuori dal vestito quasi, poco sotto i seni era inzuppato di sudore, e ci scommetteva che la sua maglietta non solo era macera, ma – lo avrebbe giurato – poteva distinguere il profilo del cuore gonfiare la parte sinistra del petto. Con la gola secca farfugliò qualcosa. “Ripeti…” – Patty continuava a ciondolare le gambe ora tra i due non c’era che la misura di un braccio, lo stesso che lei aveva allungato verso il suo viso, mentre con la mano gli accarezzava la guancia. “Voglio vedere…” “Dillo.” “Voglio … vedere la tua …cosa Patty.” Patty esplose in una grande risata, piegando la testa in avanti e i capelli sudaticci presero in pieno la faccia di Kevin arrossito di colpo e sul punto di retrocedere, ma era impossibile muoversi adesso, era come affondare nelle sabbie mobili. Ecco – pensava – lo sapevo. Adesso muoio. Adesso muoio, qui ora, la mia vita è finita, dio mi farà precipitare all’inferno. Patty tornò a guardarlo negli occhi. Chiuse le gambe.

“A una condizione, Kevin Donald.”

(continua..)

WikiLove, parte due.

Ci sarà sempre qualcosa non di “più importante”, ma qualcosa che “distrae” dal mantenere occhi negli occhi, qualcosa che distrae dall’attenzione a “non ferire”. Una partita, una vetrina più colorata del solito, una quantità di pioggia non prevista, l’ultimo taglio alla moda.
Per questi motivi gran parte dei rapporti si deteriorano, perché non si mantiene la concentrazione sull’obiettivo. Puoi ricordati del latte da comprare mentre sei in quota, ma non scendi e lasci la missione a metà.
Molti si perdono dietro a delle grandi puttanate.
Questa è l’assoluta mancanza di sensibilità degli altri. Si perdono come bimbi curiosi appresso alle puttanate. E intanto il cancro dell’abitudine, della noia, del tacito compromesso, insomma la Morte, avanza insidiosa.
Così naufragano molte “storie d’amore”. Ci hai mai fatto caso all’ossimoro? Come può l’amore essere una storia, e come può una storia essere d’amore!? Non c’è inizio, svolgimento e fine. Beh, sì, in qualche modo sembra sempre cominciare e in qualche modo sembra che debba sempre andare a finire. Ma se socchiudi gli occhi, se escludi tutto il superfluo e ti concentri sull’unica linea fissa all’orizzonte, allora lo vedi: l’infinita essenza dell’amore vero.
Quando si è innamorati ci si chiede come si faceva prima e non si vede mai la fine, mai. I concetti di prima, dopo vengono completamente annullati dall’adesso. Non hanno senso nemmeno i ricordi, perché, quando l’amore è condiviso, costruito, si è troppo impegnati a vivere per ricordarsi di quando si era vivi.
Era tutta un’illusione, questo tempo balordo, questa danza di cretini cinici che mi ispirano soltanto tenerezza. Tutti cercano disperatamente di abbordare un senso, una felicità, una gloria personale da vivere costantemente.
Ma poi si dimenticano che ci vuole coraggio, una volta saliti, a restare sulla cresta dell’onda, ci vuole tenacia, pazienza, volontà.
E invece eccoli lì, a furia di rincorrere ombre, sono diventati l’ombra di se stessi. E l’altro, che è lì, ad aspettarli, a perdonarli, a cercare di tenerli su, prima o poi, cede e non può fare altro che pregare, e sperare.
Sogno ancora un giorno di darti la buona novella, la ventata d’aria fresca, di dirti “Vedi, ora sono felice. Non la felicità dei saggi, ma quella delirante, quella luminosa di avere accanto la persona della propria vita o del proprio mese, o del proprio piccolo maledettissimo istante.” Perché se questa vita è soltanto un sogno, a me basterebbe accontentarmi anche di un solo momento con Lei.

WikiLove.

Dovrebbero rivedere i dizionari, stabilire nuovi sinonimi per la parola “amore”. Dovrebbero avere il pudore di non suddividerla in sillabe. Non si spezza come una pastiglia quando la si pronuncia: la si inghiotte. Dovrebbero ammettere la possibilità che si può amare qualsiasi genere e qualsiasi numero. Sostituire “singolare maschile” con “sentimento morente” e cancellare ogni significato pressoché vago. Scrivere “oltraggio alla decenza umana” e affiancargli sinonimi che non hanno nulla a che fare con la misericordia.
L’amore è egoismo, destrutturazione, vilipendio, desiderio lancinante e bilaterale. Ci si ama per bisogno, per necessità, per passare da “perdere tempo” a “occupare il tempo”, per paura di estinguersi.
E’ tutta una fuga dall’aridità che ci portiamo dentro, dall’accartocciarsi della pelle all’impatto con i vagiti adornati da sorrisi ebeti e dai “benvenuto nel mondo”.
Eppure, se taluni occhi sguazzano accanto al mio profilo come arazzi alati e mi inseguono con la fede di chi non ha mai creduto, credo di aver sbagliato, di aver dimenticato di trasformare la parola estinzione con estensione.
Devo rivedere i dizionari. Devo avere il coraggio di sperare che l’amore non è che l’eco che ci dà percezione di noi.

Niente più uova al mattino

Antepost: Paolo Rigo nasce a Roma il 9 marzo 1985. Cresce a Latina e si ritrasferisce a Roma dove si laurea in Italianistica nel Novembre 2011. Esordisce nel mondo della letteratura con una raccolta poetica dal titolo Anima Piange (Edizioni della Sera, 2011).

Ha collaborato con Flanerì e pubblicato una raccolta di racconti, Littoria Blues City nell’estate del 2012 (Il foglio letterario). Appassionato di letteratura, ha curato il volume completo delle poesie di Otello Soiatti. Sempre nel 2012 esce una raccolta di saggi su Mario Luzi (Squillò luce, Arduino Sacco) mentre su alcune riviste scientifiche trovano spazio suoi interventi sulla poesia del ‘900 ed in particolar modo su alcuni aspetti relativi alla metafora ed alla topica.

Di recente è stato tra gli organizzatori del concorso poetico Latina in Versi, si è classificato 2° al premio letterario GialloLatino sez. Giovani con il racconto Atlantide. Attualmente è dottorando presso il dipartimento di Italianistica di Roma Tre.

I pirati di Vongole & Merluzzi danno il benvenuto a Paolo Rigo a bordo della nave! Vento in poppa, ciurmaglia!

La notte si impossessa delle luci, dei viali, delle case, delle strade. Rimane accesa una piccola, piccolissima scheggia luminosa. Una finestrella. Lui guarda la televisione alle ventiquattro. Cerca qualche bella in piume d’oca. Non si eccita più da tempo.
La porta del bagno si apre. Insieme a lei, esce un profumo dolce di zagara e muschio albino. Una nuova essenza. Desiderio notturno. I passi sinuosi di lei delineano dei piccoli cerchi di rumore sulla superficie della notte. Lui spegne la tv e la osserva, la osserva immerso nella notte. Non dice nulla. Lei arriva alla porta di casa a passi felpati. Uno dopo l’altro, lenti ed attenti, crede che stia dormendo davanti alla tv. Non vuole svegliarlo.
«Me la prendi una birra?»
«Pensavo dormissi..»
«No..non stavo dormendo..me la prendi una birra?»
«Non avevi smesso di bere?»
«E tu non avevi smesso di uscire?»
Sul viso di lei una lacrima solca le rughe, scende sul viso, e si perde tra le piume. È bellissima. Con il suo foulard rosso ed il suo vestito nero che si spande sui fianchi provocanti. Non è più giovanissima ma non sfigura. Non ha mai sfigurato. Si gira, sospira, si porta in cucina. Accende una ad una le luci. Fa rumore con i tacchi, i passi felpati ora non servono più. Lui l’ha vista. Avrebbe preferito di no. La umilia farsi vedere mentre esce. Prende una birra, la apre, e va da lui. Lo trova in piedi appoggiato alla poltrona.
«Vai da lui?»
«Ti ho preso la birra»
«Avevi detto che non ci saresti più andata»
«Ti ho preso la birra..dai..non voglio parlarne..»
«Perché fai così? Perché cazzo?» Lei lo guarda. Il braccio destro è proteso verso di lui con la birra in mano. Delle lacrime si formano tra i bulbi oculari e lui continua a guardarla in cagnesco. Non la capisce. Non riesce a capirla. Non vuole capirla. Ha sempre vissuto nei suoi sogni. “A te”, pensa a te, pensa, pensa: perché non prende la birra e sta zitto? Pensa ancora, pensa ancora a te, beve un sorso di birra e si siede sulla poltrona. Le piume alzano la polvere e fanno un leggerissimo sbuffo, che si accompagna al suo uffa.
«Mi farai fare tardi..Cosa vuoi da me?»
«Voglio che la smetti..Ora..subito..sono stanco..»
«Anch’io sono stanca, e che dovrei fare? Come mangiamo poi?»
«I miei nipoti mi hanno detto che c’è un lavoro per me, si tratta solo di tirare avanti qualche altra settimana..»
«I tuoi nipoti..i tuoi nipoti..Qualche settimana? E con cosa? Non abbiamo più niente..Vuoi capirlo che i tuoi nipoti sono solo dei drogati? Vuoi capirlo che sono dei falliti? Che siete dei falliti? Che sei un fallito!»
«Non parlarmi così cazzo!» E più veloce di un riflesso. Il battito d’ali è involontario -non è controllabile- è così e basta, e la colpisce in faccia. Dritto sul becco. Il rossetto la macchia e un rivolo di sangue le si forma ai lati. Le lacrime si liberano del peso.
«Credi che sia facile per me? Eh? Dimmi cazzo! Sei solo uno stronzo..»
«Scusa..Cioè dai..scusami..non volevo colpirti..eh che..»
«È che sei solo un buon annulla. Mi sistemo in macchina sennò faccio tardi..»
«Io..io ti..io ti amo..»
«Ciao»

Sarebbe potuta andare così

La notte ripiomba nella casa. Lei esce e spegne tutte le luci. Lui rimane lì e pensa all’altro. Pensa a suo cugino. A Gastone. Perché? Beve la birra e la getta a terra. Il vetro si spacca e fa un rumore intenso. A lui non importa. È già in cucina davanti al frigo per prenderne un’altra.
«Perché non sei venuta prima? Eh? Mi avrebbe fatto piacere portarti a cena dalla contessa..Questo abitino nero che ti ho regalato ti fa veramente molto carina..»
«Lo sai che non voglio uscire presto non mi va che..»
«..Che mio cugino ti veda? Quello è un fallito tesoro. E tu stai perdendo tempo con lui. Glieli hai fatti vedere i documenti del divorzio?»
«No..»
«Oh cazzo..sei proprio un’oca imbecille..Che cazzo. Cristo»
«Dai calmati..non fare così» Lei prova a calmarlo e lui le molla una sberla sulla faccia. È la seconda. Ma stavolta sente davvero di non avere colpa. Questa è gratuita, non ha un prezzo ma deve stare zitta. Il prezzo è il silenzio.
«Che ti ho fatto male? Su non fare la scena, che me lo dici sempre che te le dà pure quel cornuto, eh? Dai che sotto sotto ti piace anche..Su..Ci scommetto»
«Senti non parlare più di Paperino così..ti prego Gastone: non parlare più di Paperino..»
«E se non parlo più di quell’impotente di un papero che cosa mi dai?» La testa di Paperina scivola tra le gambe ossute di Gastone. Il becco scansa le piume. Gastone geme. La cosa si conclude in una manciata di secondi.

«Ora vieni fuori. Ti voglio fottere sul cofano della macchina!» E lei esce. Lui le solleva la gonna sulla testa. La prende da dietro. Lei sta zitta e chiude gli occhi. Sono mesi che non fa l’amore con Paperino. Pensa a quando erano giovani. Pensa a lui, ai nipoti, a Paperoga: perché sei morto così Paperoga? Senza dire niente a nessuno. Hai fatto tutto da solo: la cocaina non ti bastava? Quando c’eri tu Paperino era diverso. Non beveva così tanto. Non era così solo. Gastone le viene dentro. Vuole incastrala. Lo sa del problema del cugino. Lo fa per lui. Per fargli male. Viene con ululato che sa di lupo sotto la luce della luna. Tutto intorno è ombra. Lei nei suoi pensieri maledice la serata di maggio quando tutto ha avuto inizio. Pensa che quell’invito non avrebbe mai dovuto accettarlo. Ma ormai è troppo tardi. «Ti è piaciuto gallinella?». E la mano destra le schiaffeggia il collo. Stavolta sono trecento dollari. Stavolta è di meno. Ma lei ha fatto tardi, le regole con Gastone si devono rispettare. È sempre stato così preciso. Non sfida mai la sorte, nonostante l’eredità.
Prima di entrare in casa, alle cinque e mezza del mattino, mentre il sole ancora non è sorto, si dirige nel garage, si alza la gonna del vestito, e spinge forte. Fortissimo. Le sembra di morire. Pensa forte a Paperino. Pensa forte che lo ama. Ma non riesce più a dirglielo. Deve fare molta attenzione. Escono fuori tre uova. Una si rompe. Prende i fogli della richiesta di divorzio e pulisce, pulisce con i fogli. Vorrebbe vedere la faccia di Gastone. «Ecco questo è tuo figlio, vai a cagare stronzo» sì, le direbbe così. Ride e piange. Si asciuga le lacrime e si dirige in cucina. Paperino dorme per terra tra i cocci di vetro delle cinque o sei bottiglie di birra, e la televisione accesa su un canale regionale. Avrà visto di nuovo del porno. Dovrebbe fare piano. Ma lo vede che è strafatto. Non deve preoccuparsi più di tanto. Prende una padella, versa l’olio, rompe i gusci, aggiunge il sale, prepara le uova. Ad occhio di bue. Pensa a quante uova potrà ancora fare, sente che non ci saranno molte altre uova. Gastone non la chiamerà più. Però non sa se essere felice. Quando finiranno loro non mangeranno più. A Paperino ha detto che non può avere figli. Glielo ha detto quando è iniziata la cosa con Gastone. Mentre le uova sfrigolano in padella, attraversa la cucina e se ne va in salone, spegne la tv, e guarda Paperino mezzo svenuto per terra. Pensa che dovrà pulire tutto lei, e che ha bisogno di riposare.
«Tesoro..dai che sono quasi le sei..Devi andare a cercare lavoro..La colazione è quasi pronta..»
«Sei rientrata? Ho sempre paura che non rientri..di non trovare la colazione..»
«Guarda: trecento dollari»
«Tienili tu..Non voglio sapere niente»
È un altro colpo sulla faccia che fa più male degli altri, Paperina respira forte, incrocia il suo sguardo con quello dell’immagine riflessa nello specchio, si guarda bene, si trova bella, bella ma sciatta, volgare, bella come una puttana. Inghiotte della saliva e dice:
«Vieni, di là ci sono le uova..»
In cucina mette le uova nei piatti. Fissa il sole oltre il vetro della porta-finestra. Lui le mangia. Non sa niente. Il sole che sale. Fissa l’alba. Pensa che non vorrebbe più fare uova al mattino.

Paolo Rigo

A caccia di normodotati

 

Un curioso studio recente ha collegato la caccia ad un pene più piccolo. In altre parole chi andrebbe a caccia avrebbe un pisellino. Immaginiamo che ciò avrà sicuramente creato gravi reazioni dai cacciatori normodotati. Avere una vittima sotto controllo, dice lo studio, farebbe sentir bene il cacciatore che è sessualmente represso.

Ma per andare a caccia nei nostri giorni non serve un fucile e una foresta. Nossignori. Un supermercato abbastanza grande è sufficiente e il senso di avere una preda sotto i propri occhi. Chi non è mai andato, d’altronde, a caccia di offerte, del prosciutto più succulento o del detersivo a solo 99 centesimi.

L’esperienza del cacciatore e del consumatore sono esattamente gli stessi. L’ultimo prosciutto in offerta. Il primo tordo della mattina. Una vittima sotto controllo. L’emozione di farla fuori. Esattamente a 5 palmi dal prosciutto; 5 metri sotto il tordo. Si tratta di misure. Eccolo lì il nostro cacciatore di prosciutto bramire la preda, innocua nelle sue mani munite di una tagliente carta di credito. Non più represso sessualmente si avvia alla cassa a pagare lo scotto della caccia. Chi si alza all’alba, come si sa, avrà bisogno di un ristoro. E i ristori si pagano.


Ma allora perché fare uno studio sul pene del viril cacciatore (dando per scontato che magari non ci siano anche cacciatrici) e non sul pene del cacciatore medio del prosciutto a sconto? Avvisiamo il sessismo di tale ricerca.

Se effettivamente qualcun* cambia sesso, sarebbe contemplabile anch’ess* come represso sessualmente? E se un* ha fatto la falloplastica? A chi dai la colpa del pene piccolo? Al chirurgo, sicuramente.

Anche lui era un cacciatore.

Lettera aperta a LordBad.

Porthos è il mio cane. Porthos è vivo. Oggi è stato investito. E’ uscito fuori dal suo territorio. Dalla sua casa. Si è spinto oltre, come un Ulisse al di là delle colonne. Una macchina in velocità. L’ha colpito. Lui è balzato.

Ho capito che la morte è fantasiosa. Questo non vuol dire che la morte non è uguale per tutti.

La morte è morte.

Anche quando scherza.

Anche quando fa finta di prenderti e poi ti molla di colpo.

Provo invidia per chi ama la vita. Ignaro. Per inconsapevolezza; per troppo ardore; per ignoranza.

Ignaro che la vita è esattamente come la morte. Ti coglie alla sprovvista. Un giudice che sbatte forsennato il martelletto e decreta se tu devi vivere o devi morire.

Basta un tanto. Una parola. Una parola e tutto diventa Storia.

Il verbo si è fatto carne ecc… , ecc…

Non tutti sanno quanto le parole sono inutili. Non tutti gli scrittori se ne accorgono. Pochi sono quelli che lo dimostrano.

Vedete, siamo degli abusatori. Di parole e quindi di promesse. E il coraggio è la rogna dell’anima. Nessun antibiotico lo combatterà.

Viviamo impauriti. Viviamo miseri.

Siamo plasmati con la miseria. I “plasmon” dell’emozione.

Ed il tempo non è fermo come l’orologio della mia stanza. Il tempo va. Su un purosangue e non un ronzino, come spesso si crede.

Per quanto la vita non si presta alla vita, e quindi ad essere vissuta nella sua interezza, noi abbiamo il diritto e il dovere di sacrificarci, o quantomeno di sforzarci, di andare oltre le nostre potenzialità. I nostri limiti.

Potremmo essere e diventare tutto ciò che vogliamo, se solo lo volessimo.

Cosa ci ferma? Cosa ci blocca? Perché abbiamo tanto timore? Cos’è questo timore che ci impedisce di…?

E’ il non voler perdere quello che si ha. Perché siamo persone comode, fondamentalmente. Comodi comodini accomodati.

Stiamo buttando un sacco di tempo in attesa di un tempo.

Migliore.

E se quel tempo non arriverà mai?

Cosa conta maggiormente: l’attesa del tempo o il tempo dell’attesa?

Qualunque sia la domanda, noi ci stiamo accontentando.

Comunque ci accontenteremo. Ecco perché credo fermamente che bisogna fare almeno il possibile per cambiare le carte in tavola e stravolgere la partita.

Stravolgerci. Sì. Vi rendete conto che la materia, il tatto sarà una delle primissime cose che non ci saranno concesse, domani?

Troppo spesso si ha il timore di accorgersi che si può essere felici anche non essendo se stessi, non essendo uguale a ieri.

Spesso si ha paura di accorgersi che si può perfino non essere felici. Perché fa parte della vita. Del gioco.

Sono franlinguamozza. E come i sette venti sanno, ho il vizio di parlare e dire ciò che penso.

Ora tu, Lordbad, puoi fare orecchie da mercante. Riderci su o perfino commentare con la tua forbita dialettica.

La verità sarà sempre una: potrai guidare questa barcaccia su qualsiasi oceano tu voglia, ma non sarai in grado di guidare il veliero della tua vita se continuerai ad usare la bussola.

Tuo, frank.

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