Niente più uova al mattino
Antepost: Paolo Rigo nasce a Roma il 9 marzo 1985. Cresce a Latina e si ritrasferisce a Roma dove si laurea in Italianistica nel Novembre 2011. Esordisce nel mondo della letteratura con una raccolta poetica dal titolo Anima Piange (Edizioni della Sera, 2011).
Ha collaborato con Flanerì e pubblicato una raccolta di racconti, Littoria Blues City nell’estate del 2012 (Il foglio letterario). Appassionato di letteratura, ha curato il volume completo delle poesie di Otello Soiatti. Sempre nel 2012 esce una raccolta di saggi su Mario Luzi (Squillò luce, Arduino Sacco) mentre su alcune riviste scientifiche trovano spazio suoi interventi sulla poesia del ’900 ed in particolar modo su alcuni aspetti relativi alla metafora ed alla topica.
Di recente è stato tra gli organizzatori del concorso poetico Latina in Versi, si è classificato 2° al premio letterario GialloLatino sez. Giovani con il racconto Atlantide. Attualmente è dottorando presso il dipartimento di Italianistica di Roma Tre.
I pirati di Vongole & Merluzzi danno il benvenuto a Paolo Rigo a bordo della nave! Vento in poppa, ciurmaglia!
La notte si impossessa delle luci, dei viali, delle case, delle strade. Rimane accesa una piccola, piccolissima scheggia luminosa. Una finestrella. Lui guarda la televisione alle ventiquattro. Cerca qualche bella in piume d’oca. Non si eccita più da tempo.
La porta del bagno si apre. Insieme a lei, esce un profumo dolce di zagara e muschio albino. Una nuova essenza. Desiderio notturno. I passi sinuosi di lei delineano dei piccoli cerchi di rumore sulla superficie della notte. Lui spegne la tv e la osserva, la osserva immerso nella notte. Non dice nulla. Lei arriva alla porta di casa a passi felpati. Uno dopo l’altro, lenti ed attenti, crede che stia dormendo davanti alla tv. Non vuole svegliarlo.
«Me la prendi una birra?»
«Pensavo dormissi..»
«No..non stavo dormendo..me la prendi una birra?»
«Non avevi smesso di bere?»
«E tu non avevi smesso di uscire?»
Sul viso di lei una lacrima solca le rughe, scende sul viso, e si perde tra le piume. È bellissima. Con il suo foulard rosso ed il suo vestito nero che si spande sui fianchi provocanti. Non è più giovanissima ma non sfigura. Non ha mai sfigurato. Si gira, sospira, si porta in cucina. Accende una ad una le luci. Fa rumore con i tacchi, i passi felpati ora non servono più. Lui l’ha vista. Avrebbe preferito di no. La umilia farsi vedere mentre esce. Prende una birra, la apre, e va da lui. Lo trova in piedi appoggiato alla poltrona.
«Vai da lui?»
«Ti ho preso la birra»
«Avevi detto che non ci saresti più andata»
«Ti ho preso la birra..dai..non voglio parlarne..»
«Perché fai così? Perché cazzo?» Lei lo guarda. Il braccio destro è proteso verso di lui con la birra in mano. Delle lacrime si formano tra i bulbi oculari e lui continua a guardarla in cagnesco. Non la capisce. Non riesce a capirla. Non vuole capirla. Ha sempre vissuto nei suoi sogni. “A te”, pensa a te, pensa, pensa: perché non prende la birra e sta zitto? Pensa ancora, pensa ancora a te, beve un sorso di birra e si siede sulla poltrona. Le piume alzano la polvere e fanno un leggerissimo sbuffo, che si accompagna al suo uffa.
«Mi farai fare tardi..Cosa vuoi da me?»
«Voglio che la smetti..Ora..subito..sono stanco..»
«Anch’io sono stanca, e che dovrei fare? Come mangiamo poi?»
«I miei nipoti mi hanno detto che c’è un lavoro per me, si tratta solo di tirare avanti qualche altra settimana..»
«I tuoi nipoti..i tuoi nipoti..Qualche settimana? E con cosa? Non abbiamo più niente..Vuoi capirlo che i tuoi nipoti sono solo dei drogati? Vuoi capirlo che sono dei falliti? Che siete dei falliti? Che sei un fallito!»
«Non parlarmi così cazzo!» E più veloce di un riflesso. Il battito d’ali è involontario -non è controllabile- è così e basta, e la colpisce in faccia. Dritto sul becco. Il rossetto la macchia e un rivolo di sangue le si forma ai lati. Le lacrime si liberano del peso.
«Credi che sia facile per me? Eh? Dimmi cazzo! Sei solo uno stronzo..»
«Scusa..Cioè dai..scusami..non volevo colpirti..eh che..»
«È che sei solo un buon annulla. Mi sistemo in macchina sennò faccio tardi..»
«Io..io ti..io ti amo..»
«Ciao»
Sarebbe potuta andare così
La notte ripiomba nella casa. Lei esce e spegne tutte le luci. Lui rimane lì e pensa all’altro. Pensa a suo cugino. A Gastone. Perché? Beve la birra e la getta a terra. Il vetro si spacca e fa un rumore intenso. A lui non importa. È già in cucina davanti al frigo per prenderne un’altra.
«Perché non sei venuta prima? Eh? Mi avrebbe fatto piacere portarti a cena dalla contessa..Questo abitino nero che ti ho regalato ti fa veramente molto carina..»
«Lo sai che non voglio uscire presto non mi va che..»
«..Che mio cugino ti veda? Quello è un fallito tesoro. E tu stai perdendo tempo con lui. Glieli hai fatti vedere i documenti del divorzio?»
«No..»
«Oh cazzo..sei proprio un’oca imbecille..Che cazzo. Cristo»
«Dai calmati..non fare così» Lei prova a calmarlo e lui le molla una sberla sulla faccia. È la seconda. Ma stavolta sente davvero di non avere colpa. Questa è gratuita, non ha un prezzo ma deve stare zitta. Il prezzo è il silenzio.
«Che ti ho fatto male? Su non fare la scena, che me lo dici sempre che te le dà pure quel cornuto, eh? Dai che sotto sotto ti piace anche..Su..Ci scommetto»
«Senti non parlare più di Paperino così..ti prego Gastone: non parlare più di Paperino..»
«E se non parlo più di quell’impotente di un papero che cosa mi dai?» La testa di Paperina scivola tra le gambe ossute di Gastone. Il becco scansa le piume. Gastone geme. La cosa si conclude in una manciata di secondi.

«Ora vieni fuori. Ti voglio fottere sul cofano della macchina!» E lei esce. Lui le solleva la gonna sulla testa. La prende da dietro. Lei sta zitta e chiude gli occhi. Sono mesi che non fa l’amore con Paperino. Pensa a quando erano giovani. Pensa a lui, ai nipoti, a Paperoga: perché sei morto così Paperoga? Senza dire niente a nessuno. Hai fatto tutto da solo: la cocaina non ti bastava? Quando c’eri tu Paperino era diverso. Non beveva così tanto. Non era così solo. Gastone le viene dentro. Vuole incastrala. Lo sa del problema del cugino. Lo fa per lui. Per fargli male. Viene con ululato che sa di lupo sotto la luce della luna. Tutto intorno è ombra. Lei nei suoi pensieri maledice la serata di maggio quando tutto ha avuto inizio. Pensa che quell’invito non avrebbe mai dovuto accettarlo. Ma ormai è troppo tardi. «Ti è piaciuto gallinella?». E la mano destra le schiaffeggia il collo. Stavolta sono trecento dollari. Stavolta è di meno. Ma lei ha fatto tardi, le regole con Gastone si devono rispettare. È sempre stato così preciso. Non sfida mai la sorte, nonostante l’eredità.
Prima di entrare in casa, alle cinque e mezza del mattino, mentre il sole ancora non è sorto, si dirige nel garage, si alza la gonna del vestito, e spinge forte. Fortissimo. Le sembra di morire. Pensa forte a Paperino. Pensa forte che lo ama. Ma non riesce più a dirglielo. Deve fare molta attenzione. Escono fuori tre uova. Una si rompe. Prende i fogli della richiesta di divorzio e pulisce, pulisce con i fogli. Vorrebbe vedere la faccia di Gastone. «Ecco questo è tuo figlio, vai a cagare stronzo» sì, le direbbe così. Ride e piange. Si asciuga le lacrime e si dirige in cucina. Paperino dorme per terra tra i cocci di vetro delle cinque o sei bottiglie di birra, e la televisione accesa su un canale regionale. Avrà visto di nuovo del porno. Dovrebbe fare piano. Ma lo vede che è strafatto. Non deve preoccuparsi più di tanto. Prende una padella, versa l’olio, rompe i gusci, aggiunge il sale, prepara le uova. Ad occhio di bue. Pensa a quante uova potrà ancora fare, sente che non ci saranno molte altre uova. Gastone non la chiamerà più. Però non sa se essere felice. Quando finiranno loro non mangeranno più. A Paperino ha detto che non può avere figli. Glielo ha detto quando è iniziata la cosa con Gastone. Mentre le uova sfrigolano in padella, attraversa la cucina e se ne va in salone, spegne la tv, e guarda Paperino mezzo svenuto per terra. Pensa che dovrà pulire tutto lei, e che ha bisogno di riposare.
«Tesoro..dai che sono quasi le sei..Devi andare a cercare lavoro..La colazione è quasi pronta..»
«Sei rientrata? Ho sempre paura che non rientri..di non trovare la colazione..»
«Guarda: trecento dollari»
«Tienili tu..Non voglio sapere niente»
È un altro colpo sulla faccia che fa più male degli altri, Paperina respira forte, incrocia il suo sguardo con quello dell’immagine riflessa nello specchio, si guarda bene, si trova bella, bella ma sciatta, volgare, bella come una puttana. Inghiotte della saliva e dice:
«Vieni, di là ci sono le uova..»
In cucina mette le uova nei piatti. Fissa il sole oltre il vetro della porta-finestra. Lui le mangia. Non sa niente. Il sole che sale. Fissa l’alba. Pensa che non vorrebbe più fare uova al mattino.
Paolo Rigo
A caccia di normodotati
Un curioso studio recente ha collegato la caccia ad un pene più piccolo. In altre parole chi andrebbe a caccia avrebbe un pisellino. Immaginiamo che ciò avrà sicuramente creato gravi reazioni dai cacciatori normodotati. Avere una vittima sotto controllo, dice lo studio, farebbe sentir bene il cacciatore che è sessualmente represso.

Ma per andare a caccia nei nostri giorni non serve un fucile e una foresta. Nossignori. Un supermercato abbastanza grande è sufficiente e il senso di avere una preda sotto i propri occhi. Chi non è mai andato, d’altronde, a caccia di offerte, del prosciutto più succulento o del detersivo a solo 99 centesimi.
L’esperienza del cacciatore e del consumatore sono esattamente gli stessi. L’ultimo prosciutto in offerta. Il primo tordo della mattina. Una vittima sotto controllo. L’emozione di farla fuori. Esattamente a 5 palmi dal prosciutto; 5 metri sotto il tordo. Si tratta di misure. Eccolo lì il nostro cacciatore di prosciutto bramire la preda, innocua nelle sue mani munite di una tagliente carta di credito. Non più represso sessualmente si avvia alla cassa a pagare lo scotto della caccia. Chi si alza all’alba, come si sa, avrà bisogno di un ristoro. E i ristori si pagano.
Ma allora perché fare uno studio sul pene del viril cacciatore (dando per scontato che magari non ci siano anche cacciatrici) e non sul pene del cacciatore medio del prosciutto a sconto? Avvisiamo il sessismo di tale ricerca.
Se effettivamente qualcun* cambia sesso, sarebbe contemplabile anch’ess* come represso sessualmente? E se un* ha fatto la falloplastica? A chi dai la colpa del pene piccolo? Al chirurgo, sicuramente.
Anche lui era un cacciatore.
Lettera aperta a LordBad.
Porthos è il mio cane. Porthos è vivo. Oggi è stato investito. E’ uscito fuori dal suo territorio. Dalla sua casa. Si è spinto oltre, come un Ulisse al di là delle colonne. Una macchina in velocità. L’ha colpito. Lui è balzato.
Ho capito che la morte è fantasiosa. Questo non vuol dire che la morte non è uguale per tutti.
La morte è morte.
Anche quando scherza.
Anche quando fa finta di prenderti e poi ti molla di colpo.
Provo invidia per chi ama la vita. Ignaro. Per inconsapevolezza; per troppo ardore; per ignoranza.
Ignaro che la vita è esattamente come la morte. Ti coglie alla sprovvista. Un giudice che sbatte forsennato il martelletto e decreta se tu devi vivere o devi morire.
Basta un tanto. Una parola. Una parola e tutto diventa Storia.
Il verbo si è fatto carne ecc… , ecc…
Non tutti sanno quanto le parole sono inutili. Non tutti gli scrittori se ne accorgono. Pochi sono quelli che lo dimostrano.
Vedete, siamo degli abusatori. Di parole e quindi di promesse. E il coraggio è la rogna dell’anima. Nessun antibiotico lo combatterà.
Viviamo impauriti. Viviamo miseri.
Siamo plasmati con la miseria. I “plasmon” dell’emozione.
Ed il tempo non è fermo come l’orologio della mia stanza. Il tempo va. Su un purosangue e non un ronzino, come spesso si crede.
Per quanto la vita non si presta alla vita, e quindi ad essere vissuta nella sua interezza, noi abbiamo il diritto e il dovere di sacrificarci, o quantomeno di sforzarci, di andare oltre le nostre potenzialità. I nostri limiti.
Potremmo essere e diventare tutto ciò che vogliamo, se solo lo volessimo.
Cosa ci ferma? Cosa ci blocca? Perché abbiamo tanto timore? Cos’è questo timore che ci impedisce di…?
E’ il non voler perdere quello che si ha. Perché siamo persone comode, fondamentalmente. Comodi comodini accomodati.
Stiamo buttando un sacco di tempo in attesa di un tempo.
Migliore.
E se quel tempo non arriverà mai?
Cosa conta maggiormente: l’attesa del tempo o il tempo dell’attesa?
Qualunque sia la domanda, noi ci stiamo accontentando.
Comunque ci accontenteremo. Ecco perché credo fermamente che bisogna fare almeno il possibile per cambiare le carte in tavola e stravolgere la partita.
Stravolgerci. Sì. Vi rendete conto che la materia, il tatto sarà una delle primissime cose che non ci saranno concesse, domani?
Troppo spesso si ha il timore di accorgersi che si può essere felici anche non essendo se stessi, non essendo uguale a ieri.
Spesso si ha paura di accorgersi che si può perfino non essere felici. Perché fa parte della vita. Del gioco.
Sono franlinguamozza. E come i sette venti sanno, ho il vizio di parlare e dire ciò che penso.
Ora tu, Lordbad, puoi fare orecchie da mercante. Riderci su o perfino commentare con la tua forbita dialettica.
La verità sarà sempre una: potrai guidare questa barcaccia su qualsiasi oceano tu voglia, ma non sarai in grado di guidare il veliero della tua vita se continuerai ad usare la bussola.
Tuo, frank.
Tu vivi
TU VIVI!!!

Tranquillo, era solo un merluzzo, d’aprile.
Parola di prostituta.
Siamo lieti di inaugurare, o forse è meglio dire “sono lieto” di inaugurare, visto l’estremo pudore che contraddistingue il resto della ciurma che io considero degli ottimi marinai, seppur da vasca da bagno, lontani dall’essere, come me, degli autentici pirati d’acqua salata; certo, loro a differenza di me ben sanno cosa vuol dire tracciare e seguire una rotta, si divertono a sturare pensieri tirando via il tappo della prevenzione “intellettuale”, ma ognuno è chiamato al mondo per una ragione ben precisa, e la mia è alquanto incerta; in ogni modo, credo che questa nuova sezione farà contenti loro e molti fan del blog. Me compreso.
La sezione di cui parliamo si chiama “Sottocoperta”, e conterrà post che parleranno di erotismo e pornografia.
Voglio dare il via a questa sezione con un’intervista fatta ad una prostituta, o meglio una chiacchierata, che prima di essere definita tale, è una cara amica. E soprattutto, una donna.

Non perdiamo tempo, tiriamo un cazzotto allo sterno di chi ci leggerà: ti piace scopare?
Sì. Mi è sempre piaciuto. Come piace a tutti, del resto. Non facciamo gli ipocriti. Si ucciderebbe, per il piacere.
E c’è una differenza tra scopare e prostituirsi, secondo te?
La differenza è palese. Il sesso è il comune denominatore. Se lo fai per “beneficenza” stai scopando. E sei anche contenta, il più delle volte. O almeno dovresti. Altrimenti sei un/una fuori di testa. Se lo fai con altri scopi, qualunque essi siano, allora ti sta prostituendo.
C’è una linea sottile che separa le due sfere, tutto sta nell’intenzione, è possibile?
Certamente. E’ tutta lì, la vita è sempre un’intenzione sbagliata. E poi sai cosa penso?
Cosa?
Penso che la gente giudica soltanto. Non sai quante si prostituiscono senza stare sulla strada. Senza farsi pagare. Ma la maggior parte non vede quelle persone. Ognuno di noi si prostituisce a modo proprio.
C’è, secondo te, un malessere, o meglio una solitudine di fondo in tutto ciò?
Sta tutto nella solitudine. E’ tutta colpa della solitudine che ci portiamo dentro, anche quando stiamo insieme.
Da quanto tempo fai questo lavoro, se così lo si può chiamare?
Chiamalo come desideri, tesoro. Il nocciolo è sempre quello. Scopare. Poi se mi arricchisco facendolo è un’altra questione. Ormai sono tre anni. Ma sto per smettere.
Cosa vuoi dire? Ti sei stufata?
Sì. C’è una parte di me che si è stufata. All’inizio per me era una trasgressione. Poi, ci si abitua anche a quel limite che si vuole superare. L’emozione è un cane in catena, ma senza la catena. Non so se mi hai capita. Mi divertivo. Volevo provare qualcosa di nuovo. Quando ho capito che potevo andare oltre, ho cominciato a farlo diventare un lavoro a tempo pieno. Poi ci si abitua a fare anche la prostituta. Tutto diventa uguale, quella che prima vivevi come una trasgressione, ripeto, oggi lo vivo come se stessi facendo un lavoro qualsiasi.
Ti permette di vivere bene?
Tesoro, eppure dovresti saperlo… al mese guadagno più di tuo padre in un anno.
Adesso non dire così, che altrimenti pensano…
Che abbiamo scopato? Ahah! State tranquilli, con lui è sempre stato gratis.

Sì! Ma le ripetizioni sono sempre state gratis, precisiamo.
Certo! Perché, pensi che qualcuno aveva capito qualcos’altro? (sorride). Sì. Ti ho dato ripetizioni di latino per quanto, due anni?
Più o meno.
Chi leggerà, penserà che sia tutta una messa in scena, ed invece… la vita è così. E’ strana. Sono laureata in Filosofia. Una mignotta laureata in filosofia, non se ne trovano molte in giro. E crea delle alchimie bizzarre, sai? Anche con i miei clienti, ne capita qualcuno un po’ più curioso, e quando gli dico che sono laureata spalanca la bocca. Ne ricordo uno, un po’ perverso devo dire, che mi chiese di leggergli qualche passo di un filosofo, a caso, mentre mi penetrava da dietro.
E tu?
Gli ripetevo “panta rei”. Lui non capiva. Solo mentre se ne veniva su una chiappa ha voluto sapere cosa significasse.
Se non ti conoscessi direi che sia la tua filosofia di vita: tutto scorre.
Ogni notte, quando torno a casa, me lo ripeto. E me lo ripeto più forte quando faccio sesso con i miei clienti. Per quanto mi piaccia, è bene ricordarselo.
Cos’è che in fondo ti piace?
Dire che mi piace godere lo trovo banale. Mi piace vedere il volto degli uomini che mi faccio cambiare d’espressione. Mi piace osservare come delle apparenti persone perbene diventino durante l’orgasmo dei veri porci indomabili.
Che gente fa parte dei tuoi clienti?
Tutti i tipi. Imprenditori. Politici. Padri di famiglia. Vedovi. Gay. Trans. Lesbo. Operai. Muratori.
Quanto ti prendi?
Due, trecento euro per una manciata di ore. Oppure vado ad orgasmi. Ogni orgasmo cinquanta euro.
Ti hanno mai chiesto cose assurde? Posizioni strane?
Un ragazzo di una trentina d’anni. Era un habitué, voleva possedere ed essere posseduto. Si portava con se tutti gli oggetti più strani del mondo. Perfino un pezzo di legno intagliato. Se l’è fatto mettere dietro. L’aveva creato lui stesso. Un giorno dopo aver fatto sesso su una spiaggia, col pene ancora dritto mi ha chiesto di sposarlo. Mi ha dato un anello. Era dell’ex moglie. Io non ho risposto. L’ho guardato, gli ho fatto un pompino e lui se n’è dimenticato.
Si è dimenticato di sposarti?
Sì. Ha fatto cadere l’anello che aveva in mano tra la sabbia, tanta era la voglia possedere. Se l’è dimenticato lì.
Cosa ti ha spinto a fare questa scelta?
E’ semplice. Non c’è lavoro. Devo pur campare. Ormai non lo si riesce più a fare. Ma soprattutto, come ti ho detto, la solitudine. Il bisogno d’amore. Non c’è stato mai nessuno che mi ha amato seriamente. Così, mentre faccio sesso con degli sconosciuti, penso che almeno per un attimo qualcuno è disposto ad amare qualcosa di me, pure se si tratta semplicemente del mio corpo.
E’ duro ciò che dici.
Ma è la verità. Da soli non si vive. Non si può vivere. Chiunque sarà portato a farlo o finisce matto, o va a puttane.
C’è pur sempre la masturbazione.
Non è la stessa cosa. C’è bisogno dell’odore della pelle dell’altro. La mastrurbazione, per come la vedo io, ad una certa età è da sfigati.
Prima dicevi che vuoi smettere. Non ho capito bene il motivo.
Voglio smettere perché sono incinta. Perché ho guadagnato tanto, e posso permettermi di smettere. Ho incontrato un uomo. Un mio cliente. Ci siamo innamorati. La cosa è andata troppo oltre, a lui non gli interessa se continuo a fare questo mestiere o no. Abbiamo deciso di tenere questo bambino. Smetto per lui.
Quindi da oggi, smetti di essere Gaia Amor proprio, come ti fai chiamare.
Sì. Da oggi torno ad essere Vanessa. Quella Vanessa che hai conosciuto, e che tutti si sono dimenticati chi è sempre stata.
Cose da Vongola
Essere fedeli a dei princìpi, a dei valori di fondo, questa è la vera sfida in un mondo globalizzato che riconosce tutte le identità e implicitamente nessuna di esse.
Sposarsi e restare tutta la vita fedeli al proprio partner, questo significa oggi andare controcorrente.
Non per la necessità di andare controcorrente, ma solo per capire la corrente da che parte va, poi sta a voi scegliere.
Restare a casa il sabato sera, lontano dall’Apocalisse dei pub e dei bar, dove vengono consumati ettolitri di birra e di cocktail, tra volti scuri e spenti che hanno perso il senso, magari circondati da pessima musica, quella stessa musica da “élite” pseudo intellettuale con la puzza sotto il naso appena viene nominato un Vasco o un Ligabue o un Masini.
Mettici anche che non sanno nemmeno da dove cominciare ad “amare”, che ciò che conta è atteggiarsi con la sigaretta e sperare in un vicendevole scambio di organi genitali che neanche si avvicina alla definizione di “sesso” e il discorso culturale diventa anche secondario in tal senso.
Alle volte mi sento circondato da automi che vivono per essere taggati su facebook e per assicurarsi “felicità a piccole dosi con scadenza scritta sul retro dell’anima”.
Loro sono zombie, per quanto mi riguarda. Ci saranno anche molti vivi lì in mezzo che stanno perdendo la strada, ma non ho tempo per fare l’eroe.
Da oggi sono una Vongola, me ne starò nel mio guscio a spiare la fine, a cercare il mio inizio, con ittica dignità.
PFQ (piccoli fastidi quotidiani)
Sapete per cosa sono realmente indignato?
Non per il governo, del tutto legittimo tra l’altro, né per le tante situazioni di grave disagio sociale che ci sono nel nostro paese. In tal senso offro quotidianamente il mio piccolo grande contributo a migliorare la comunità alla quale appartengo (Signora Ipocrisia ringrazia).
Questi, tutto sommato, sono “mali” che possono essere abbattuti. Senza farvi venire un infarto che nessuno vuole invitarvi alla rivoluzione. Morire per delle idee, vabbé, ma di morte lenta…ci rammenta Faber.
è un po’ di tempo che tengo questa cosa su per il gozzo: io sono indignato a causa della cosiddetta “montagnozza” nel piatto che viene servito a tavola.
Dunque, sei seduto, come ogni giorno, nella sala da pranzo, a discutere con un lord tuo amico, delle condizioni fisiche del tuo fox terrier Pablo preoccupandoti che sia pronto per la caccia alla volpe, questa domenica avvenire.
Arriva alle vostre spalle il cameriere e vi serve nel piatto una manciata di spaghetti. Due manciate, tre manciate. Rapidamente il piatto si riempie e dinanzi a voi si palesa il Monte Bianco degli Spaghetti, il Kilimangiaro delle Fettuccine, l’Everest dei capellini.

Visione aerea del piatto di pasta. L'altitudine favorisce neve perenne ad alta quota.
Il sangue ribolle in ogni capillare, gli occhi si accendono di un antico epico furore. Ti alzi, la sedia si catapulta in terra, il cameriere spaventato si prostra temendo il peggio per la sua vita, porti una mano sotto il piatto appena riempito, sollevando la montagna di pasta, non collina tollerabile, non dolce pianura, montagna!
In quel momento non ti senti Maometto.
Ti senti un uomo dell’Occidente ricco, offeso. Sollevi il piatto e lo scagli con violenza contro i girasoli di Van Gogh che ora non saranno più tanto gialli. Anche il tuo ospite si è alzato in piedi, orripilato da simile vituperio al gusto, all’occhio.
Eh sì, perché l’appetito è prima di tutto questione visiva. Non parliamo di fame o di affamati, parliamo di pranzi nei quali la “catena di piatti” deve essere un dolce effluvio, tra un piatto e l’altro l’anello di congiunzione deve avere il peso di una farfalla che vi condurrà fino in fondo, al dolce.
Dio salvi la Regina dalle montagnozze di pasta, dai piatti ricolmi, dalla soverchiante abbondanza di mangime. Non siamo polli da allevamento da mettere all’ingrasso. Dobbiamo nutrirci con delizia. Non abbuffarci con malizia.
E così nella vita: ciò che conta non è nella quantità, ma nella qualità.
Il desiderio, l’appetito ha a che fare con l’eros. La vita è saper provocare un nuovo desiderio senza essere mai sazi.

Canzone di un uomo triste.
Sono solo un uomo.
Quando mi dici che non ci credi più in questa storia
Sono solo un uomo
Quando a furia di mangiare fango ne sei pieno
Sono solo un uomo
Quando basta, mi licenzio, butto a terra i guanti, spaccatevela voi la schiena
Sono solo un uomo
Quando la radio non serve a farti smettere di pensare
Sono solo un uomo
Quando le preghiere non servono a farti smettere di soffrire
Sono solo un uomo
Quando la speranza non serve a farti tornare a vivere
Sono solo un uomo
Quando a furia d’innamorarti è passato anche l’amore
Quando a scuola il maestro non insegna la vita
Quando un amico si dimentica chi è sempre stato
Quando i consigli sono tanti brusii in un carnevale smascherato
Sono solo un uomo
Quando mando avanti i giorni come se spingessi una carriola
Sono solo un uomo
Quando mi fermo in autogrill per pisciare
Sono solo un uomo
Quando spengo la macchina per raggiungerti
Sono solo un uomo
Quando ho dolore ai piedi senza camminare
Sono solo un uomo
Quando urlo come l’eco che riverbera in un cesso
Sono solo un uomo
Quando a furia di chiudere gli occhi non so più come sognare
Quando a leggere non c’è che da perdere una pagina vuota
Quando ripongo i panni ancora bagnati nell’armadio
E lascio la porta aperta ad aspettarti
Sono solo un uomo
Quando preparo il caffè e non lo bevo
Sono solo un uomo
Quando sperpero senza comprare
Sono solo un uomo
Quando capisci che dentro l’amore c’è l’odio
Sono solo un uomo
Quando te la prendi con il mondo e resti fermo come un tronco secolare
Sono solo un uomo
Quando lo devi solo a te stesso
Non sono solo un uomo.

Istituzioni di diritto pubblico

In Italia abbiamo una Prost Costituzione estremamente progressista.
Black Bloc Hearth
Raccogliamo i sampietrini per rimettere a posto le strade di Roma.

Ma il vero black bloc è nel tuo cuore, Italia. Un granitico blocco nero che non sai rimuovere.
Ci sono giorni come questi.
Ci sono giorni in cui tutto procede verso la deriva. Ti accorgi, in quei precisi giorni, magari afflitto da un mal di denti, un mal di pancia, un’allergia spericolata, che niente poteva andare diversamente.
Ci sono giorni in cui la tua vita è una merda. A patto che la merda sia cattiva: del resto chi l’ha mai assaggiata? Per assiomi mentali la merda è una merda. Avrà un sapore disgustoso. Puzza. E’ vero: ma qualcuno ha mai avuto il coraggio di assaggiarla?
E poi dite: “io vivo.”
Come si fa a vivere una vita che non è vostra? Non lo è mai stata, tantomeno lo sarà mai.
Questa NON è la mia vita. E’ di qualcun altro; può darsi di nessuno.
Magari un cortocircuito lì, nell’universo, ha deviato qualche piano astrale e la vita che abbiamo sempre sognato ora è diventata la vita che da sempre odiamo.
Più ci si convince di vivere a fondo la vita e meno la si vive, del resto. Più non ci si preoccupa di viverla e ancor meno la si sta vivendo.
Di cosa parliamo, in fondo? Di qualcosa che non ci appartiene, che non è di nostra proprietà. Pensiamo: “la mia vita!”.
Cazzo. Se fosse stata la MIA vita l’avrei vissuta come dicevo io, ed invece no. No. La vita non riesci mai a viverla come dici tu.
Qualcuno dice: “la vita è un dono, un dono del Signore”.
Voglio dire. I doni non si scelgono. Quando qualcuno ti si presenta alla porta con un regalo il giorno del tuo compleanno e tu, incazzato perché ti senti troppo vecchio per queste cose, bé, quel regalo non l’hai di certo scelto tu. Potrà trattarsi di un paio di mutandoni extra large, di un berretto da baseball, (ma tu non hai mai giocato a baseball, neanche lo hai mai guardato, “che diamine è il baseball?”). Potrà trattarsi di un Iphone ultima generazione ed allora lì il discorso è un po’ diverso, tuttavia, si tratta di qualcosa che ti capita all’improvviso per volontà altrui e che tu ti becchi così, per come è, a seconda dei gusti o dell’esperienza del mittente. Eccola là, la vita. Un regalo che non hai mai richiesto e che festeggia un compleanno che ti ricorda ogni anno che sei vivo e che per qualcuno esisti. Dio, mi sento come un bambino costretto ad indossare degli abiti ridicoli che non sceglierà fino all’adolescenza, solo per soddisfare il gusto bizzarro dei genitori sessantottini.
Ci sono giorni in cui ammazzeresti anche il tuo cane che abbaia. Il cane è felice. Tu no, e quella felicità data ad un essere inferiore non puoi sopportarla.
Ci sono giorni in cui vorresti morire, ma a farti rimandare la scelta non è tanto la convinzione di suicidarsi, piuttosto il modo in cui farlo.
Ci sono giorni in cui la pistola è lì, pronta sul tavolo, e fai certi pensieri tipo: “una vita che finisce, in cambio di una vita che comincia”, attribuendo a quella pistola quasi un’anima.
Ci sono giorni in cui diresti alla donna che ami: “tu non sei una puttana, una puttana come si deve”, e come in uno sceneggiato surreale lei, offesa, replica “cosa dici, perché mai, ho fatto del mio meglio” e tu, col sorriso da disilluso, la cravatta ciondolante su una spalla e la classica sigaretta fumata male tra le labbra, le rispondi “perché tra tutti, ti sei dimenticata di amare me”.
Ci sono giorni in cui: -”Che dici, passerà?” -”Certo che passerà. Purtroppo passerà”.
Ci sono giorni dove la consapevolezza che stai buttando la tua vita, è precisa. Netta. Definibile. Quei giorni in cui la noia si fa boa, e ti stritola il cervello e le sensazioni diventano scalini gelidi di una tomba funebre.
Ci sono giorni in cui è meglio dormire. Farsi l’ultimo sorso di vino, e dormire.
Al risveglio resterai l’impresario di una vita non amministrabile.
Il solo attimo da cogliere è quello non colto.
Frank lingua mozza is back.
Ci sono giorni in cui vaffanculo.
Quando il gioco si fa duro (uno pseudogigolò)
è un lavoro pulito, perciò pochi possono farlo
Molte mi vogliono.
Mi cercano, chiedono appuntamenti, come se fossi un professionista. Di cosa? Del sesso. Ma la verità è che non sono solo un professionista del sesso, sono anche un amante di quest’arte. Inizialmente ero convinto che mischiare il piacere al dovere fosse un’ottima cosa. Quando ero piccolo me lo dicevano tutti: insegnanti, genitori, istituzioni. “Da grande non ha importanza cosa farai. L’importante è che farai qualcosa che ti piaccia!”
E così eccomi qui. A fare quello che mi piace.
Ma ultimamente ho qualche dubbio. Ho il dubbio che non mi piaccia più, o meglio che piaccia solo a chi fa piacere farlo, con me naturalmente. Per me è diventato qualcosa di meccanico. Credo anche di soffrire di “mobbing”, d’altronde a chi faccio causa? A me stesso? A lui?
Anzi è lui che dovrebbe fare causa a me. Vado avanti oltre le otto ore lavorative. Gestire gli appuntamenti è sfiancante, inoltre quando si impara a riconoscere le clienti, si cerca di distanziare quelle più pretenziose, e di inserire fra l’una e l’altra quelle più accomodanti. Ci sono volte in cui alcune clienti vogliono solo parlare, in quel caso faccio pagare il doppio.
Stare ad ascoltarle è qualcosa di estremamente irritante, specie se a richiederlo è il lavoro, a volte. Se avessi voluto ascoltare le clienti, avrei fatto un altro mestiere. Questo non è fatto per “ascoltare”, ma per “sentire”.
Nella mia stanza di lavoro ho messo anche una targa “Sul letto tutte sono uguali”: voglio garantire a tutte un pari trattamento, sempre che paghino. Qui non si effettua credito, né sconti. Sono uno dei pochi che non effettua prestazioni a domicilio. Il lavoro si fa solo sul luogo di lavoro, in condizioni igieniche garantite e a norma.
Con questa crisi diventa difficile anche farsi pagare, così sono costretto a ricorrere al pagamento anticipato. Per non parlare della concorrenza. Stanno spuntando nuovi centri di piacere ovunque, come funghi. Incredibile! Pivelli, chiaramente! Qualche cliente ha anche provato ad allontanarsi da me, salvo tornare e dire “Hai ragione, questa nuova generazione non sa nemmeno cosa significa far provare piacere a una donna: pensano solo al profitto!”
Ciò mi consente di tenere una certa tariffa e di non temere eccessivamente la concorrenza.
Fin qui tutto bene. Solo che poi finisce che ti innamori della persona sbagliata: la cliente.
Si capisce che è enormemente più complicato gestire questo tipo di lavoro con un pensiero simile nella testa. Non riesco più a dare alle donne l’unicità che loro pretendono, o meglio la parvenza di unicità, e non posso permettermi una tale caduta di stile. Sarei contrattualmente inadempiente! L’amore deve restare fuori da questa porta, non deve nemmeno pulirsi i piedi sul tappeto dell’ufficio.
DRIIIIIIIIIINNNNNNN!!!
Oddio, è lei. Cosa mi metto? Porcaccia ladra! Puzzo di sudore, e devo ancora lavarmi per l’appuntamento delle otto con Janet! Le avevo comprato quei cioccolatini…! Ah, sì eccoli qui! Okay, calma. Rallenta i battiti cardiaci.
Ricordati chi sei: un professionista. Uno tosto, un duro. Ora vai e apri quella porta. Le dici “Così non possiamo andare avanti, io ho un lavoro, una vita. Non posso essere coinvolto.” Cioccolatini e tanti cari saluti.
“Ciao!” – fa lei, sorridendomi.
“…”
“Ti sei mangiato la lingua?”
“…Questi sono per te…”
“Ah, grazie! I miei preferiti!”
“Prego…Senti così non possiamo andare…” – balbetto
“Cosa?”
“Dicevo non possiamo uscire così. Mi cambio e andiamo a prendere qualcosa, ok?”
“Sì amore!” – mi dice lei.

Ci tenevo a dirlo. Io non sono Richard Gere. E qui non siamo in American Gigolò.
Ecco, è così che ho conosciuto tua madre.
L’ultima sigaretta
In questo blog è consentito fumare.
L’ultima sigaretta, dicono, non si nega a nessuno. Non si nega al condannato a morte, per motivi legati alla pietà, ma non si dovrebbe negare nemmeno ai vivi, per motivi legati alla compassione. Ave Cesare, ti salutano coloro che stanno andando a vivere. Quelli che stanno andando a cercare un lavoro, quelli che stanno andando a realizzare un sogno, quelli che stanno andando non si sa bene dove, ma l’importante è andare, e quindi vanno, incontro a orizzonti lirici sparpagliati di disperata oscurità.

Immagine per distrarre dal discorso serio. Cosa ha meno senso?
Perché vivere è senza speranza. Cosa si dovrebbe sperare vivendo? L’ultima sigaretta prima di affacciarci sul sipario della vita ci avrà lasciato in bocca quel retrogusto amaro che si farà più acuto e stringente quando la vita ci ricorderà che la stiamo attraversando, e l’unico modo che io conosca per attraversarla è soffrire.
La sofferenza, non quella lieve e passeggera di un mal di stomaco dopo pranzo, ma quella che resta, che si trascina, che indurisce, immane e immanente, ci indurrà a conoscere e a riconoscere il desiderio di morire, di lasciare tutto, per centinaia e centinaia di volte, più volte al giorno: una preghiera devota e assidua, a tratti compiuta consapevolmente, rivolta con rispetto alla morte, alla pace dei sensi.
Costante e fraterna presenza, quasi materna, è il pensiero della morte, che diventa carne, che si insinua millimetro per millimetro sul nostro corpo. Prende possesso del tempo e lo annulla, trattandolo come un infante diseducato.
Ognuno reagisce come può. Non contro la morte, non indifferente alla morte, ma solerte pellegrino sulla strada che inevitabilmente a Lei conduce.

Non volevo parlare della morte, ma evidentemente volevo parlare della vita.
Se avessi l’ultima sigaretta, se ti dicessero, questa è l’ultima, e dopo kaput, tu, Lettore, cosa faresti?
Di cosa riempiresti la cartina? Di quale tabacco? Se fosse il tuo ultimo giorno, considerazione non banale, perché per quel che ne sappiamo, questo è effettivamente il tuo ultimo giorno, dal momento che il passato è storia e il futuro è arcana supposizione…Cosa faresti?
Io penso che per ingannare l’attesa vedrei un episodio di South Park e mangerei pop-corn. Poi, quando verrà il momento, non mi farò trovare in casa, avrò lasciato un bigliettino con su scritto “Morte, ti sei presa troppo sul serio, non trovi?”
In fondo è il bigliettino che le lascio ogni sera, insieme all’ultima sigaretta. Non si nega mai a nessuno, nemmeno alla morte.










