Lettera aperta a LordBad.
Porthos è il mio cane. Porthos è vivo. Oggi è stato investito. E’ uscito fuori dal suo territorio. Dalla sua casa. Si è spinto oltre, come un Ulisse al di là delle colonne. Una macchina in velocità. L’ha colpito. Lui è balzato.
Ho capito che la morte è fantasiosa. Questo non vuol dire che la morte non è uguale per tutti.
La morte è morte.
Anche quando scherza.
Anche quando fa finta di prenderti e poi ti molla di colpo.
Provo invidia per chi ama la vita. Ignaro. Per inconsapevolezza; per troppo ardore; per ignoranza.
Ignaro che la vita è esattamente come la morte. Ti coglie alla sprovvista. Un giudice che sbatte forsennato il martelletto e decreta se tu devi vivere o devi morire.
Basta un tanto. Una parola. Una parola e tutto diventa Storia.
Il verbo si è fatto carne ecc… , ecc…
Non tutti sanno quanto le parole sono inutili. Non tutti gli scrittori se ne accorgono. Pochi sono quelli che lo dimostrano.
Vedete, siamo degli abusatori. Di parole e quindi di promesse. E il coraggio è la rogna dell’anima. Nessun antibiotico lo combatterà.
Viviamo impauriti. Viviamo miseri.
Siamo plasmati con la miseria. I “plasmon” dell’emozione.
Ed il tempo non è fermo come l’orologio della mia stanza. Il tempo va. Su un purosangue e non un ronzino, come spesso si crede.
Per quanto la vita non si presta alla vita, e quindi ad essere vissuta nella sua interezza, noi abbiamo il diritto e il dovere di sacrificarci, o quantomeno di sforzarci, di andare oltre le nostre potenzialità. I nostri limiti.
Potremmo essere e diventare tutto ciò che vogliamo, se solo lo volessimo.
Cosa ci ferma? Cosa ci blocca? Perché abbiamo tanto timore? Cos’è questo timore che ci impedisce di…?
E’ il non voler perdere quello che si ha. Perché siamo persone comode, fondamentalmente. Comodi comodini accomodati.
Stiamo buttando un sacco di tempo in attesa di un tempo.
Migliore.
E se quel tempo non arriverà mai?
Cosa conta maggiormente: l’attesa del tempo o il tempo dell’attesa?
Qualunque sia la domanda, noi ci stiamo accontentando.
Comunque ci accontenteremo. Ecco perché credo fermamente che bisogna fare almeno il possibile per cambiare le carte in tavola e stravolgere la partita.
Stravolgerci. Sì. Vi rendete conto che la materia, il tatto sarà una delle primissime cose che non ci saranno concesse, domani?
Troppo spesso si ha il timore di accorgersi che si può essere felici anche non essendo se stessi, non essendo uguale a ieri.
Spesso si ha paura di accorgersi che si può perfino non essere felici. Perché fa parte della vita. Del gioco.
Sono franlinguamozza. E come i sette venti sanno, ho il vizio di parlare e dire ciò che penso.
Ora tu, Lordbad, puoi fare orecchie da mercante. Riderci su o perfino commentare con la tua forbita dialettica.
La verità sarà sempre una: potrai guidare questa barcaccia su qualsiasi oceano tu voglia, ma non sarai in grado di guidare il veliero della tua vita se continuerai ad usare la bussola.
Tuo, frank.
Tu vivi
TU VIVI!!!

Tranquillo, era solo un merluzzo, d’aprile.
Parola di prostituta.
Siamo lieti di inaugurare, o forse è meglio dire “sono lieto” di inaugurare, visto l’estremo pudore che contraddistingue il resto della ciurma che io considero degli ottimi marinai, seppur da vasca da bagno, lontani dall’essere, come me, degli autentici pirati d’acqua salata; certo, loro a differenza di me ben sanno cosa vuol dire tracciare e seguire una rotta, si divertono a sturare pensieri tirando via il tappo della prevenzione “intellettuale”, ma ognuno è chiamato al mondo per una ragione ben precisa, e la mia è alquanto incerta; in ogni modo, credo che questa nuova sezione farà contenti loro e molti fan del blog. Me compreso.
La sezione di cui parliamo si chiama “Sottocoperta”, e conterrà post che parleranno di erotismo e pornografia.
Voglio dare il via a questa sezione con un’intervista fatta ad una prostituta, o meglio una chiacchierata, che prima di essere definita tale, è una cara amica. E soprattutto, una donna.

Non perdiamo tempo, tiriamo un cazzotto allo sterno di chi ci leggerà: ti piace scopare?
Sì. Mi è sempre piaciuto. Come piace a tutti, del resto. Non facciamo gli ipocriti. Si ucciderebbe, per il piacere.
E c’è una differenza tra scopare e prostituirsi, secondo te?
La differenza è palese. Il sesso è il comune denominatore. Se lo fai per “beneficenza” stai scopando. E sei anche contenta, il più delle volte. O almeno dovresti. Altrimenti sei un/una fuori di testa. Se lo fai con altri scopi, qualunque essi siano, allora ti sta prostituendo.
C’è una linea sottile che separa le due sfere, tutto sta nell’intenzione, è possibile?
Certamente. E’ tutta lì, la vita è sempre un’intenzione sbagliata. E poi sai cosa penso?
Cosa?
Penso che la gente giudica soltanto. Non sai quante si prostituiscono senza stare sulla strada. Senza farsi pagare. Ma la maggior parte non vede quelle persone. Ognuno di noi si prostituisce a modo proprio.
C’è, secondo te, un malessere, o meglio una solitudine di fondo in tutto ciò?
Sta tutto nella solitudine. E’ tutta colpa della solitudine che ci portiamo dentro, anche quando stiamo insieme.
Da quanto tempo fai questo lavoro, se così lo si può chiamare?
Chiamalo come desideri, tesoro. Il nocciolo è sempre quello. Scopare. Poi se mi arricchisco facendolo è un’altra questione. Ormai sono tre anni. Ma sto per smettere.
Cosa vuoi dire? Ti sei stufata?
Sì. C’è una parte di me che si è stufata. All’inizio per me era una trasgressione. Poi, ci si abitua anche a quel limite che si vuole superare. L’emozione è un cane in catena, ma senza la catena. Non so se mi hai capita. Mi divertivo. Volevo provare qualcosa di nuovo. Quando ho capito che potevo andare oltre, ho cominciato a farlo diventare un lavoro a tempo pieno. Poi ci si abitua a fare anche la prostituta. Tutto diventa uguale, quella che prima vivevi come una trasgressione, ripeto, oggi lo vivo come se stessi facendo un lavoro qualsiasi.
Ti permette di vivere bene?
Tesoro, eppure dovresti saperlo… al mese guadagno più di tuo padre in un anno.
Adesso non dire così, che altrimenti pensano…
Che abbiamo scopato? Ahah! State tranquilli, con lui è sempre stato gratis.

Sì! Ma le ripetizioni sono sempre state gratis, precisiamo.
Certo! Perché, pensi che qualcuno aveva capito qualcos’altro? (sorride). Sì. Ti ho dato ripetizioni di latino per quanto, due anni?
Più o meno.
Chi leggerà, penserà che sia tutta una messa in scena, ed invece… la vita è così. E’ strana. Sono laureata in Filosofia. Una mignotta laureata in filosofia, non se ne trovano molte in giro. E crea delle alchimie bizzarre, sai? Anche con i miei clienti, ne capita qualcuno un po’ più curioso, e quando gli dico che sono laureata spalanca la bocca. Ne ricordo uno, un po’ perverso devo dire, che mi chiese di leggergli qualche passo di un filosofo, a caso, mentre mi penetrava da dietro.
E tu?
Gli ripetevo “panta rei”. Lui non capiva. Solo mentre se ne veniva su una chiappa ha voluto sapere cosa significasse.
Se non ti conoscessi direi che sia la tua filosofia di vita: tutto scorre.
Ogni notte, quando torno a casa, me lo ripeto. E me lo ripeto più forte quando faccio sesso con i miei clienti. Per quanto mi piaccia, è bene ricordarselo.
Cos’è che in fondo ti piace?
Dire che mi piace godere lo trovo banale. Mi piace vedere il volto degli uomini che mi faccio cambiare d’espressione. Mi piace osservare come delle apparenti persone perbene diventino durante l’orgasmo dei veri porci indomabili.
Che gente fa parte dei tuoi clienti?
Tutti i tipi. Imprenditori. Politici. Padri di famiglia. Vedovi. Gay. Trans. Lesbo. Operai. Muratori.
Quanto ti prendi?
Due, trecento euro per una manciata di ore. Oppure vado ad orgasmi. Ogni orgasmo cinquanta euro.
Ti hanno mai chiesto cose assurde? Posizioni strane?
Un ragazzo di una trentina d’anni. Era un habitué, voleva possedere ed essere posseduto. Si portava con se tutti gli oggetti più strani del mondo. Perfino un pezzo di legno intagliato. Se l’è fatto mettere dietro. L’aveva creato lui stesso. Un giorno dopo aver fatto sesso su una spiaggia, col pene ancora dritto mi ha chiesto di sposarlo. Mi ha dato un anello. Era dell’ex moglie. Io non ho risposto. L’ho guardato, gli ho fatto un pompino e lui se n’è dimenticato.
Si è dimenticato di sposarti?
Sì. Ha fatto cadere l’anello che aveva in mano tra la sabbia, tanta era la voglia possedere. Se l’è dimenticato lì.
Cosa ti ha spinto a fare questa scelta?
E’ semplice. Non c’è lavoro. Devo pur campare. Ormai non lo si riesce più a fare. Ma soprattutto, come ti ho detto, la solitudine. Il bisogno d’amore. Non c’è stato mai nessuno che mi ha amato seriamente. Così, mentre faccio sesso con degli sconosciuti, penso che almeno per un attimo qualcuno è disposto ad amare qualcosa di me, pure se si tratta semplicemente del mio corpo.
E’ duro ciò che dici.
Ma è la verità. Da soli non si vive. Non si può vivere. Chiunque sarà portato a farlo o finisce matto, o va a puttane.
C’è pur sempre la masturbazione.
Non è la stessa cosa. C’è bisogno dell’odore della pelle dell’altro. La mastrurbazione, per come la vedo io, ad una certa età è da sfigati.
Prima dicevi che vuoi smettere. Non ho capito bene il motivo.
Voglio smettere perché sono incinta. Perché ho guadagnato tanto, e posso permettermi di smettere. Ho incontrato un uomo. Un mio cliente. Ci siamo innamorati. La cosa è andata troppo oltre, a lui non gli interessa se continuo a fare questo mestiere o no. Abbiamo deciso di tenere questo bambino. Smetto per lui.
Quindi da oggi, smetti di essere Gaia Amor proprio, come ti fai chiamare.
Sì. Da oggi torno ad essere Vanessa. Quella Vanessa che hai conosciuto, e che tutti si sono dimenticati chi è sempre stata.
Cose da Vongola
Essere fedeli a dei princìpi, a dei valori di fondo, questa è la vera sfida in un mondo globalizzato che riconosce tutte le identità e implicitamente nessuna di esse.
Sposarsi e restare tutta la vita fedeli al proprio partner, questo significa oggi andare controcorrente.
Non per la necessità di andare controcorrente, ma solo per capire la corrente da che parte va, poi sta a voi scegliere.
Restare a casa il sabato sera, lontano dall’Apocalisse dei pub e dei bar, dove vengono consumati ettolitri di birra e di cocktail, tra volti scuri e spenti che hanno perso il senso, magari circondati da pessima musica, quella stessa musica da “élite” pseudo intellettuale con la puzza sotto il naso appena viene nominato un Vasco o un Ligabue o un Masini.
Mettici anche che non sanno nemmeno da dove cominciare ad “amare”, che ciò che conta è atteggiarsi con la sigaretta e sperare in un vicendevole scambio di organi genitali che neanche si avvicina alla definizione di “sesso” e il discorso culturale diventa anche secondario in tal senso.
Alle volte mi sento circondato da automi che vivono per essere taggati su facebook e per assicurarsi “felicità a piccole dosi con scadenza scritta sul retro dell’anima”.
Loro sono zombie, per quanto mi riguarda. Ci saranno anche molti vivi lì in mezzo che stanno perdendo la strada, ma non ho tempo per fare l’eroe.
Da oggi sono una Vongola, me ne starò nel mio guscio a spiare la fine, a cercare il mio inizio, con ittica dignità.
PFQ (piccoli fastidi quotidiani)
Sapete per cosa sono realmente indignato?
Non per il governo, del tutto legittimo tra l’altro, né per le tante situazioni di grave disagio sociale che ci sono nel nostro paese. In tal senso offro quotidianamente il mio piccolo grande contributo a migliorare la comunità alla quale appartengo (Signora Ipocrisia ringrazia).
Questi, tutto sommato, sono “mali” che possono essere abbattuti. Senza farvi venire un infarto che nessuno vuole invitarvi alla rivoluzione. Morire per delle idee, vabbé, ma di morte lenta…ci rammenta Faber.
è un po’ di tempo che tengo questa cosa su per il gozzo: io sono indignato a causa della cosiddetta “montagnozza” nel piatto che viene servito a tavola.
Dunque, sei seduto, come ogni giorno, nella sala da pranzo, a discutere con un lord tuo amico, delle condizioni fisiche del tuo fox terrier Pablo preoccupandoti che sia pronto per la caccia alla volpe, questa domenica avvenire.
Arriva alle vostre spalle il cameriere e vi serve nel piatto una manciata di spaghetti. Due manciate, tre manciate. Rapidamente il piatto si riempie e dinanzi a voi si palesa il Monte Bianco degli Spaghetti, il Kilimangiaro delle Fettuccine, l’Everest dei capellini.

Visione aerea del piatto di pasta. L'altitudine favorisce neve perenne ad alta quota.
Il sangue ribolle in ogni capillare, gli occhi si accendono di un antico epico furore. Ti alzi, la sedia si catapulta in terra, il cameriere spaventato si prostra temendo il peggio per la sua vita, porti una mano sotto il piatto appena riempito, sollevando la montagna di pasta, non collina tollerabile, non dolce pianura, montagna!
In quel momento non ti senti Maometto.
Ti senti un uomo dell’Occidente ricco, offeso. Sollevi il piatto e lo scagli con violenza contro i girasoli di Van Gogh che ora non saranno più tanto gialli. Anche il tuo ospite si è alzato in piedi, orripilato da simile vituperio al gusto, all’occhio.
Eh sì, perché l’appetito è prima di tutto questione visiva. Non parliamo di fame o di affamati, parliamo di pranzi nei quali la “catena di piatti” deve essere un dolce effluvio, tra un piatto e l’altro l’anello di congiunzione deve avere il peso di una farfalla che vi condurrà fino in fondo, al dolce.
Dio salvi la Regina dalle montagnozze di pasta, dai piatti ricolmi, dalla soverchiante abbondanza di mangime. Non siamo polli da allevamento da mettere all’ingrasso. Dobbiamo nutrirci con delizia. Non abbuffarci con malizia.
E così nella vita: ciò che conta non è nella quantità, ma nella qualità.
Il desiderio, l’appetito ha a che fare con l’eros. La vita è saper provocare un nuovo desiderio senza essere mai sazi.

Canzone di un uomo triste.
Sono solo un uomo.
Quando mi dici che non ci credi più in questa storia
Sono solo un uomo
Quando a furia di mangiare fango ne sei pieno
Sono solo un uomo
Quando basta, mi licenzio, butto a terra i guanti, spaccatevela voi la schiena
Sono solo un uomo
Quando la radio non serve a farti smettere di pensare
Sono solo un uomo
Quando le preghiere non servono a farti smettere di soffrire
Sono solo un uomo
Quando la speranza non serve a farti tornare a vivere
Sono solo un uomo
Quando a furia d’innamorarti è passato anche l’amore
Quando a scuola il maestro non insegna la vita
Quando un amico si dimentica chi è sempre stato
Quando i consigli sono tanti brusii in un carnevale smascherato
Sono solo un uomo
Quando mando avanti i giorni come se spingessi una carriola
Sono solo un uomo
Quando mi fermo in autogrill per pisciare
Sono solo un uomo
Quando spengo la macchina per raggiungerti
Sono solo un uomo
Quando ho dolore ai piedi senza camminare
Sono solo un uomo
Quando urlo come l’eco che riverbera in un cesso
Sono solo un uomo
Quando a furia di chiudere gli occhi non so più come sognare
Quando a leggere non c’è che da perdere una pagina vuota
Quando ripongo i panni ancora bagnati nell’armadio
E lascio la porta aperta ad aspettarti
Sono solo un uomo
Quando preparo il caffè e non lo bevo
Sono solo un uomo
Quando sperpero senza comprare
Sono solo un uomo
Quando capisci che dentro l’amore c’è l’odio
Sono solo un uomo
Quando te la prendi con il mondo e resti fermo come un tronco secolare
Sono solo un uomo
Quando lo devi solo a te stesso
Non sono solo un uomo.

Istituzioni di diritto pubblico

In Italia abbiamo una Prost Costituzione estremamente progressista.
Black Bloc Hearth
Raccogliamo i sampietrini per rimettere a posto le strade di Roma.

Ma il vero black bloc è nel tuo cuore, Italia. Un granitico blocco nero che non sai rimuovere.
Ci sono giorni come questi.
Ci sono giorni in cui tutto procede verso la deriva. Ti accorgi, in quei precisi giorni, magari afflitto da un mal di denti, un mal di pancia, un’allergia spericolata, che niente poteva andare diversamente.
Ci sono giorni in cui la tua vita è una merda. A patto che la merda sia cattiva: del resto chi l’ha mai assaggiata? Per assiomi mentali la merda è una merda. Avrà un sapore disgustoso. Puzza. E’ vero: ma qualcuno ha mai avuto il coraggio di assaggiarla?
E poi dite: “io vivo.”
Come si fa a vivere una vita che non è vostra? Non lo è mai stata, tantomeno lo sarà mai.
Questa NON è la mia vita. E’ di qualcun altro; può darsi di nessuno.
Magari un cortocircuito lì, nell’universo, ha deviato qualche piano astrale e la vita che abbiamo sempre sognato ora è diventata la vita che da sempre odiamo.
Più ci si convince di vivere a fondo la vita e meno la si vive, del resto. Più non ci si preoccupa di viverla e ancor meno la si sta vivendo.
Di cosa parliamo, in fondo? Di qualcosa che non ci appartiene, che non è di nostra proprietà. Pensiamo: “la mia vita!”.
Cazzo. Se fosse stata la MIA vita l’avrei vissuta come dicevo io, ed invece no. No. La vita non riesci mai a viverla come dici tu.
Qualcuno dice: “la vita è un dono, un dono del Signore”.
Voglio dire. I doni non si scelgono. Quando qualcuno ti si presenta alla porta con un regalo il giorno del tuo compleanno e tu, incazzato perché ti senti troppo vecchio per queste cose, bé, quel regalo non l’hai di certo scelto tu. Potrà trattarsi di un paio di mutandoni extra large, di un berretto da baseball, (ma tu non hai mai giocato a baseball, neanche lo hai mai guardato, “che diamine è il baseball?”). Potrà trattarsi di un Iphone ultima generazione ed allora lì il discorso è un po’ diverso, tuttavia, si tratta di qualcosa che ti capita all’improvviso per volontà altrui e che tu ti becchi così, per come è, a seconda dei gusti o dell’esperienza del mittente. Eccola là, la vita. Un regalo che non hai mai richiesto e che festeggia un compleanno che ti ricorda ogni anno che sei vivo e che per qualcuno esisti. Dio, mi sento come un bambino costretto ad indossare degli abiti ridicoli che non sceglierà fino all’adolescenza, solo per soddisfare il gusto bizzarro dei genitori sessantottini.
Ci sono giorni in cui ammazzeresti anche il tuo cane che abbaia. Il cane è felice. Tu no, e quella felicità data ad un essere inferiore non puoi sopportarla.
Ci sono giorni in cui vorresti morire, ma a farti rimandare la scelta non è tanto la convinzione di suicidarsi, piuttosto il modo in cui farlo.
Ci sono giorni in cui la pistola è lì, pronta sul tavolo, e fai certi pensieri tipo: “una vita che finisce, in cambio di una vita che comincia”, attribuendo a quella pistola quasi un’anima.
Ci sono giorni in cui diresti alla donna che ami: “tu non sei una puttana, una puttana come si deve”, e come in uno sceneggiato surreale lei, offesa, replica “cosa dici, perché mai, ho fatto del mio meglio” e tu, col sorriso da disilluso, la cravatta ciondolante su una spalla e la classica sigaretta fumata male tra le labbra, le rispondi “perché tra tutti, ti sei dimenticata di amare me”.
Ci sono giorni in cui: -”Che dici, passerà?” -”Certo che passerà. Purtroppo passerà”.
Ci sono giorni dove la consapevolezza che stai buttando la tua vita, è precisa. Netta. Definibile. Quei giorni in cui la noia si fa boa, e ti stritola il cervello e le sensazioni diventano scalini gelidi di una tomba funebre.
Ci sono giorni in cui è meglio dormire. Farsi l’ultimo sorso di vino, e dormire.
Al risveglio resterai l’impresario di una vita non amministrabile.
Il solo attimo da cogliere è quello non colto.
Frank lingua mozza is back.
Ci sono giorni in cui vaffanculo.
Quando il gioco si fa duro (uno pseudogigolò)
è un lavoro pulito, perciò pochi possono farlo
Molte mi vogliono.
Mi cercano, chiedono appuntamenti, come se fossi un professionista. Di cosa? Del sesso. Ma la verità è che non sono solo un professionista del sesso, sono anche un amante di quest’arte. Inizialmente ero convinto che mischiare il piacere al dovere fosse un’ottima cosa. Quando ero piccolo me lo dicevano tutti: insegnanti, genitori, istituzioni. “Da grande non ha importanza cosa farai. L’importante è che farai qualcosa che ti piaccia!”
E così eccomi qui. A fare quello che mi piace.
Ma ultimamente ho qualche dubbio. Ho il dubbio che non mi piaccia più, o meglio che piaccia solo a chi fa piacere farlo, con me naturalmente. Per me è diventato qualcosa di meccanico. Credo anche di soffrire di “mobbing”, d’altronde a chi faccio causa? A me stesso? A lui?
Anzi è lui che dovrebbe fare causa a me. Vado avanti oltre le otto ore lavorative. Gestire gli appuntamenti è sfiancante, inoltre quando si impara a riconoscere le clienti, si cerca di distanziare quelle più pretenziose, e di inserire fra l’una e l’altra quelle più accomodanti. Ci sono volte in cui alcune clienti vogliono solo parlare, in quel caso faccio pagare il doppio.
Stare ad ascoltarle è qualcosa di estremamente irritante, specie se a richiederlo è il lavoro, a volte. Se avessi voluto ascoltare le clienti, avrei fatto un altro mestiere. Questo non è fatto per “ascoltare”, ma per “sentire”.
Nella mia stanza di lavoro ho messo anche una targa “Sul letto tutte sono uguali”: voglio garantire a tutte un pari trattamento, sempre che paghino. Qui non si effettua credito, né sconti. Sono uno dei pochi che non effettua prestazioni a domicilio. Il lavoro si fa solo sul luogo di lavoro, in condizioni igieniche garantite e a norma.
Con questa crisi diventa difficile anche farsi pagare, così sono costretto a ricorrere al pagamento anticipato. Per non parlare della concorrenza. Stanno spuntando nuovi centri di piacere ovunque, come funghi. Incredibile! Pivelli, chiaramente! Qualche cliente ha anche provato ad allontanarsi da me, salvo tornare e dire “Hai ragione, questa nuova generazione non sa nemmeno cosa significa far provare piacere a una donna: pensano solo al profitto!”
Ciò mi consente di tenere una certa tariffa e di non temere eccessivamente la concorrenza.
Fin qui tutto bene. Solo che poi finisce che ti innamori della persona sbagliata: la cliente.
Si capisce che è enormemente più complicato gestire questo tipo di lavoro con un pensiero simile nella testa. Non riesco più a dare alle donne l’unicità che loro pretendono, o meglio la parvenza di unicità, e non posso permettermi una tale caduta di stile. Sarei contrattualmente inadempiente! L’amore deve restare fuori da questa porta, non deve nemmeno pulirsi i piedi sul tappeto dell’ufficio.
DRIIIIIIIIIINNNNNNN!!!
Oddio, è lei. Cosa mi metto? Porcaccia ladra! Puzzo di sudore, e devo ancora lavarmi per l’appuntamento delle otto con Janet! Le avevo comprato quei cioccolatini…! Ah, sì eccoli qui! Okay, calma. Rallenta i battiti cardiaci.
Ricordati chi sei: un professionista. Uno tosto, un duro. Ora vai e apri quella porta. Le dici “Così non possiamo andare avanti, io ho un lavoro, una vita. Non posso essere coinvolto.” Cioccolatini e tanti cari saluti.
“Ciao!” – fa lei, sorridendomi.
“…”
“Ti sei mangiato la lingua?”
“…Questi sono per te…”
“Ah, grazie! I miei preferiti!”
“Prego…Senti così non possiamo andare…” – balbetto
“Cosa?”
“Dicevo non possiamo uscire così. Mi cambio e andiamo a prendere qualcosa, ok?”
“Sì amore!” – mi dice lei.

Ci tenevo a dirlo. Io non sono Richard Gere. E qui non siamo in American Gigolò.
Ecco, è così che ho conosciuto tua madre.
L’ultima sigaretta
In questo blog è consentito fumare.
L’ultima sigaretta, dicono, non si nega a nessuno. Non si nega al condannato a morte, per motivi legati alla pietà, ma non si dovrebbe negare nemmeno ai vivi, per motivi legati alla compassione. Ave Cesare, ti salutano coloro che stanno andando a vivere. Quelli che stanno andando a cercare un lavoro, quelli che stanno andando a realizzare un sogno, quelli che stanno andando non si sa bene dove, ma l’importante è andare, e quindi vanno, incontro a orizzonti lirici sparpagliati di disperata oscurità.

Immagine per distrarre dal discorso serio. Cosa ha meno senso?
Perché vivere è senza speranza. Cosa si dovrebbe sperare vivendo? L’ultima sigaretta prima di affacciarci sul sipario della vita ci avrà lasciato in bocca quel retrogusto amaro che si farà più acuto e stringente quando la vita ci ricorderà che la stiamo attraversando, e l’unico modo che io conosca per attraversarla è soffrire.
La sofferenza, non quella lieve e passeggera di un mal di stomaco dopo pranzo, ma quella che resta, che si trascina, che indurisce, immane e immanente, ci indurrà a conoscere e a riconoscere il desiderio di morire, di lasciare tutto, per centinaia e centinaia di volte, più volte al giorno: una preghiera devota e assidua, a tratti compiuta consapevolmente, rivolta con rispetto alla morte, alla pace dei sensi.
Costante e fraterna presenza, quasi materna, è il pensiero della morte, che diventa carne, che si insinua millimetro per millimetro sul nostro corpo. Prende possesso del tempo e lo annulla, trattandolo come un infante diseducato.
Ognuno reagisce come può. Non contro la morte, non indifferente alla morte, ma solerte pellegrino sulla strada che inevitabilmente a Lei conduce.

Non volevo parlare della morte, ma evidentemente volevo parlare della vita.
Se avessi l’ultima sigaretta, se ti dicessero, questa è l’ultima, e dopo kaput, tu, Lettore, cosa faresti?
Di cosa riempiresti la cartina? Di quale tabacco? Se fosse il tuo ultimo giorno, considerazione non banale, perché per quel che ne sappiamo, questo è effettivamente il tuo ultimo giorno, dal momento che il passato è storia e il futuro è arcana supposizione…Cosa faresti?
Io penso che per ingannare l’attesa vedrei un episodio di South Park e mangerei pop-corn. Poi, quando verrà il momento, non mi farò trovare in casa, avrò lasciato un bigliettino con su scritto “Morte, ti sei presa troppo sul serio, non trovi?”
In fondo è il bigliettino che le lascio ogni sera, insieme all’ultima sigaretta. Non si nega mai a nessuno, nemmeno alla morte.
Scintille
L’accendino per lui stava diventando un tormento. Non per l’oggetto in sé in quanto fonte di disturbi compulsivi del fumo. Né tantomeno perché sapeva che era strumento della giustizia finale di tutti i piromani che si rispettino, a parte gli ultimi romantici che ancora compravano gli acciarini, fiammiferi, cerini e le pietre focaie. Insomma gli ultimi della specie.
L’accendino per lui non significava né cancro ai polmoni né dunque, come si è capito, strumento di cremazione della vita. L’accendino era diventato l’unico strumento con cui riusciva a concepire una normale relazione sociale. Scusa hai da accendere, sì, sei fortunata. Sì, sei fortunata. Chissà quante volte lo ripeteva al giorno. Ogni sua conversazione sembrava davvero nascere così. Non poteva certo biasimare chi fumava. Chi fumava era suo amico. Anzi , amica. Scusa hai da accendere? No, mi dispiace, guarda ho appena finito il gas, sei sfortunato.
Dunque, ricapitoliamo. Per lui il genere umano era diviso in fortunate e sfortunati. Non ci poteva essere linea mediana. In realtà non aveva mai contemplato il fatto che ci fossero gay, trans, lesbiche e bisessuali nel mondo. Perdio, pensò, se un angelo mi venisse a chiedere da accendere che risponderei? Sei fortunat* o mi dispiace sei sfortunat* ?
Si ritrovò ad osservare il suo strumento di valutazione etica universale o quasi. Si accorse però della grossolana divisione a cui soggiaceva il genere umano. O i diversi generi umani. L’accendino stava diventando un tormento , un elemento di semplificazione delle cose. Eppure, mancavano ancora dei tasselli. La sua esperienza pluriennale ormai nell’accendere altrui cancri o altrui sfortune lo portò a chiedere come facesse il resto del genere umano o un sottoinsieme preciso dei fumatori nel crearsi relazioni sociali senza l’accendino.
Spesso si era prefigurato un Mi scusi, i tempi sono duri. Oppure , davvero legge questo libro? Ha davvero un bel cane. Ma nessuno di questi inizi poteva andar bene. Non c’era contatto. La fiamma era contatto. Chi aveva l’accendino poteva dare la scintilla. Cioè la scintilla si vedeva. Lui non aveva mai sentito il bisogno di fumare. Iniziò a riflettere così nel parco. Dunque io non fumo però faccio parte dei fumatori o no? Per me le relazioni sociali dovrebbero necessariamente iniziare con Ha davvero un bel cucciolone. Quanti mesi ha? Invece no. Dai tempi, forse da quando aveva 14 anni aveva rimorchiato così le sue ragazze. Adesso ne aveva quasi 30 di anni. Chissà che fine avranno fatto tutte le scintille. Chissà quante ne accenderò ancora.
Improvvisamente si ritrovò in una nuova categoria. Dunque, fortunate, sfortunati, gay, lesbiche, trans, bisessuali, angeli e lui. Sì, e lui. Sentì una grande solitudine. Non aveva in comune niente con chi accendeva. E niente con chi non accendeva. E lui. E dio, che fine aveva fatto in tutto ciò?
Dio, hai da accendere?
Lo strip tease dei diritti #9
Nota a margine: riprendiamo un argomento di cui abbiamo discusso tempo fa che per diverso tempo è stato dimenticato. Abbiamo ripreso contatto con le operaie di una vicenda che non dovrebbe esistere.
Tacconi Sud, Latina, 3 giugno 2011
Siamo giunte ormai vicine alla data che porterà il nostro datore o un suo legale rappresentante nel tribunale di Latina.
Il 9 giugno.
Allora saranno trascorsi 142 giorni d’occupazione della Tacconi Sud.
Il presidio per chi vi entrasse ora ha le pereti ricoperte di messaggi, note, fogli dei turni, articoli dei giornali che amiche giornaliste hanno scritto, i disegni dei nostri bambini, delle domeniche e delle feste trascorse.
Questo presidio sa del tempo delle nostre vite che abbiamo fermato in nome del diritto dei diritti, il diritto al lavoro e alla dignità che deriva da questo, in nome di quella legge che abbiamo sempre rispettato e che mai nella nostra vita avremmo immaginato di violare per avere giustizia.
Questa esperienza ha cambiato per sempre le nostre vite, perché la prova di forza che abbiamo dovuto sostenere è stata molto più grande di noi.
Adesso che è giunto il momento decisivo abbiamo bisogno di cercare ancora una volta l’abbraccio difficile con questa città, che non abbiamo cambiato con questa lotta, ma alla quale lasciamo una traccia della nostra storia.
Di come un gruppo di donne in un giorno freddo di gennaio, in mezzo a mille difficoltà hanno “scelto” perché non hanno avuto “scelta”.
Non ci sentiamo delle eroine, perché non abbiamo mai smesso di avere paura e non della notte al presidio, ma di tutte quelle cose che hanno attraversato questi mesi di domicilio coatto. Del “non senso” che saliva nei nostri cuori tutte le volte che un turno restava vuoto, perché non è stato facile restare insieme e continuare a credere d’essere nel giusto. Può apparire strano, ma è più difficile confidare nella propria resistenza che nei propri principi l’hanno animata, la prima è la misura dei secondi.
Così tanto più si crede in un principio, tanto più si trova il coraggio per resistere all’evidenza del contrario.
Vi aspettiamo davanti al tribunale di Latina il 9 giugno mattina, vi chiediamo di restare con noi in attesa, di stringervi intorno alla nostra speranza…
Ringrazio tutte le mie colleghe, tutti i loro compagni, i loro figli piccoli e grandi, gli amici tutti nei ruoli diversi che hanno diviso con noi parte di questo percorso, le amiche giornaliste, insieme ai loro colleghi tutti, in particolare quelle che hanno perso il lavoro in queste ore, il presidio è andato avanti anche grazie a loro, se continuarlo dipenderà dalla decisione di giovedì…..
Rosa Emilia Giancola








