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WikiLove.

Dovrebbero rivedere i dizionari, stabilire nuovi sinonimi per la parola “amore”. Dovrebbero avere il pudore di non suddividerla in sillabe. Non si spezza come una pastiglia quando la si pronuncia: la si inghiotte. Dovrebbero ammettere la possibilità che si può amare qualsiasi genere e qualsiasi numero. Sostituire “singolare maschile” con “sentimento morente” e cancellare ogni significato pressoché vago. Scrivere “oltraggio alla decenza umana” e affiancargli sinonimi che non hanno nulla a che fare con la misericordia.
L’amore è egoismo, destrutturazione, vilipendio, desiderio lancinante e bilaterale. Ci si ama per bisogno, per necessità, per passare da “perdere tempo” a “occupare il tempo”, per paura di estinguersi.
E’ tutta una fuga dall’aridità che ci portiamo dentro, dall’accartocciarsi della pelle all’impatto con i vagiti adornati da sorrisi ebeti e dai “benvenuto nel mondo”.
Eppure, se taluni occhi sguazzano accanto al mio profilo come arazzi alati e mi inseguono con la fede di chi non ha mai creduto, credo di aver sbagliato, di aver dimenticato di trasformare la parola estinzione con estensione.
Devo rivedere i dizionari. Devo avere il coraggio di sperare che l’amore non è che l’eco che ci dà percezione di noi.

Bicchieri di carta che però sono di plastica

-Caro, per caso, hai rotto un bicchiere?-

-Ehm….no tesoro….figurati…perché?-

-No, chiedevo, mi sembrava di aver sentito il crash! tipico del bicchiere che si infrange, seguito anche dal crock! del bicchiere calpestato da una scarpa-

-Ma no, tesoro, figurati!-

-Ne sei sicuro? fammi vedere i bicchieri nella credenza…1,2,3,4…..vedi? sono quattro, sono sicura che fossero cinque….hai rotto un bicchiere!-

-E va bene si, ho rotto un bicchiere, scusa, non l’ho fatto apposta! contenta?-

-E l’hai pure calpestato!-

-Si, l’ho pure calpestato, amore, dov’è il problema? È un bicchiere!-

-Ecco! Lo vedi dov’è il problema? Non è un bicchiere, è il MIO bicchiere!-

-Il tuo bicchiere, il bicchiere, ma che differenza fa?-

-Certo che fa differenza, se te non hai rispetto per le mie cose, non hai rispetto per me! Ed il fatto che te non colga queste sfumature, beh, mi fa riflettere e neanche poco!-

-Tesoro, adesso stai esagerando, era un bicchiere, non ho ucciso tua madre. Ho, semplicemente, rotto un fottutissimo bicchiere!-

-Non dirmi che esagero, trattandomi come una pazza psicopatica perché peggiori la situazione, sto cercando di farti capire l’importanza del rispetto reciproco, non sono pazza!-

-Ma sempre di un bicchiere stiamo parlando! Te lo ricompro ok?-

-Ah! Adesso mi tratti pure da pezzente! Certo te sei l’uomo, quello con la stabilità lavorativa, quello che guadagna bene, a cui non frega nulla del bicchiere di questa povera pezzente che, in quanto donna, sarà sempre un gradino più in basso, vero?-

-Sai bene che ho molta considerazione del tuo lavoro e della tua carriera!-

-Certo, fin quando non ci sposiamo ed avremo dei bambini no? Poi diverrò come quel bicchiere per te, solo un fottutissimo bicchiere! Se si rompe, si può calpestare e ricomprare, che problema c’è? La verità è che forse dovremmo lasciarci!-

-Lasciarci per un bicchiere rotto? Ti senti male oggi?-

-Ancora mi tratti come una pazza? Vedi? Dobbiamo lasciarci, perché te non hai il minimo rispetto per me!-

-Ok tesoro, calmati, io ti amo, sto benissimo con te, ho rotto un bicchiere perché sono un imbranato che non sa lavare i piatti, e mentre cadeva stavo per inciampare, e per non farmi male ho pestato il bicchiere, ma solo perché sono un imbranato, e non te l’avrei detto solo perché non voglio fare la figura dell’imbranato davanti a te, perché ti stimo talmente tanto che, a volte, mi sento meno di te! Ora, non voglio lasciarci per un bicchiere! Adesso, metti la giacca ed usciamo!-

-E dov’è che andiamo?-

-A comprare bicchieri di carta!-

-Non son di carta, sono di plastica!-

-A comprare bicchieri di plastica! Però tutti li chiamano di carta! Mah!-

-Me lo sono sempre chiesta anche io…..mah….Colorati?-

-Coloratissimi, amore-

Laetitia

 

Il colore dei pesci rossi

-Ciao-

-Come va?-

-Bene grazie, te?-

-Un po’ stanca, ma bene-

-Hai fame?-

-Ora no, mangio dopo!te?-

-Ho mangiato, non sapevo quando saresti tornata. Ho invitato Claudio ed Elisa a cena venerdì, va bene?-

-Si, va bene. Sabato usciamo in barca con Andrea e Ilaria ricordi?-

-Si, ricordo. La sera poi siamo a cena da Paola per la festa di compleanno vero?-

-Si, e domenica a pranzo da tuo fratello in campagna-

-Certo!-

-Tesoro, credi che dovremmo avere un figlio?-

-No cara, non abbiamo tempo vedi?-

-Vero! E che ne dici di un cane?-

-Troppo impegnativo, magari un gatto-

-Il gatto strappa i divani però-

-Hai ragione, non avremmo tempo per il tappezziere poi. E un pesce rosso?-

-Allora un enorme acquario da mettere in sala, con centinaia di pesci tropicali!-

-Mi piace, darebbe colore alla casa-

-Ok, allora domani vado al negozio e…no aspetta, domani ho l’estetista, vai te?-

-Domani ho il massaggio shiatzu-

-Vabbè, andremo un’altra volta magari, siamo pieni d’impegni-

-Va bene, un’altra volta cara. Adesso scusa, sono in chat con Filippo, è stato lasciato dalla moglie, sta male ed io non ho mai tempo di ascoltarlo-

-Va bene, io vado a giocare a farmville di là.-

-’Notte cara, se ho tempo poi ti do il bacio della buona notte-

-’Notte-….-Certo l’acquario darebbe davvero un sacco di colore in questa casa- Pensò lei accendendo il computer.

Laetitia

Colpevole

Ma che colpa abbiamo noi? – si chiedeva Carlo Verdone.

La verità, invece, è che è soltanto colpa nostra.

Assumersi la colpa, colpevolizzarsi, provare un senso di colpa, non nei confronti di qualcuno, ma nei confronti di noi stessi. Non un senso di vergogna, ma un senso di colpa. Di assunzione matura delle proprie responsabilità.

Ammettere di aver fallito, ammettere che ci eravamo confusi, che eravamo caduti, per colpa nostra.

Non è colpa di nessun altro all’infuori di me.

E so quanto possa essere bruciante la sconfitta, quanto possa essere profondamente deludente perdere tutto perché avevi scommesso tutto, e poi dovere anche ammettere l’errore.

Ma è necessario continuare a cercare un senso alla vita e non darla vinta a quella terribile percezione di sentirsi morti dentro.

Sì, lo ammetto, Vostro Onore, Signori della Corte, io sono colpevole.

Colpevole di aver vissuto, colpevole di essermi illuso contro ogni probabilità di vittoria, colpevole di essere ricascato per l’ennesima volta nel Sogno, colpevole per non essermi mai arreso.

Chiedo l’aggravante della recidiva, e, mi sia testimone l’universo, ho intenzione di continuare ad essere colpevole, fino all’ultimo istante di vita.

Non buttatevi giù

Il suicidio è un atto di egoismo secondo te?

Sì, sei talmente assorto nel tuo dolore che non pensi al dolore che potresti provocare agli altri.

Secondo me non è così. Chi si suicida è tutt’altro che egoista.

Perchè?

Perché è talmente assorto nel proprio dolore che non pensa all’amore che potrebbe ricevere. Rinuncia ad essere al centro della propria vita per sempre. 

Beh, è la stessa cosa, forse.

Non penso, è sempre così difficile giudicare. 

In questo caso penso sia impossibile.

Egoista o no, chi si suicida o chi muore merita rispetto, fosse anche il più malvagio fra i malvagi.

Sì, ma sai…Forse non è questo il punto. Il punto è: vale la pena?

Dimmelo te. Vale la pena?

Secondo me no. Secondo me non ne vale la pena. La vita è così bella, così piena di cose meravigliose e di possibilità…

Perché menti?

Non sto mentendo. Ti sto dicendo che…

Dovresti dirmi che la vita fa schifo. Che magari è degna di essere vissuta, con tutta la sua merda. Ma non venirmi a dire menzogne sul fatto che la vita sia bella.

Ma…

Ma niente. La verità è che nessuno può decidere al posto di qualcun altro quanto sia sopportabile il male di vivere.

La versione di Lordbad (in tutta sincerità)

A te che fra cent’anni leggerai non capisco in che modo questa testimonianza possa rivelarsi preziosa, ma mi piace immaginare che magari anche tu fai parte della mia vita, malgrado non abbia fatto in tempo a vederti per causa dello spazio-tempo e del deterioramento biologico che avrà condotto il mio corpo alla morte.

Tanto per cominciare non sono un ambientalista nel senso che non ho bisogno di un’ideologia ufficializzata per proteggere l’ambiente. Ma mi incazzo se penso che il mio amico getta con indifferenza un fazzoletto dal finestrino. Questa cosa mi manda in bestia.

Non sono molte delle cose che hanno attraversato la generazione precedente: qualunquisti, rivoluzionari e reazionari. Se ho bisogno di pregare, prego, ma non mi accanirò in qualche discorso tra atei e bigotti. Se ho bisogno di ammettere che non c’è nessun dio, lo ammetto senza problemi.

Non mi precipiterò a manifestare o ad indignarmi, è come se qualcuno mi avesse detto a distanza di secoli che non serve a niente. Ma mi precipiterò a dare il mio voto e a fare il mio dovere di cittadino.

Non giustificherò tutti questi fans dello spinello e della droga. Da questo punto di vista sono sempre stato molto rigido, anche rischiando l’emarginazione, perché in fondo ero quello normale, quello che non avvertiva il disagio generazionale al punto da doversi fumare chili d’erba.

Ho sempre seguito la retta via, e a quelli che mi chiamavano “secchione”, rispondo che non è stato facile. Non è mai stato facile per nessuno, certamente.

La scrittura è solo un espediente momentaneo per dare un senso a molte cose che non hanno nessun senso. Vivere un sogno m’interessa poco, ma farlo vivere a molti, questo sì, m’interessa. Ho visto la bellezza della luce su volti in ombra che uscivano dalla caverna, assetati di luce e di verità.

Il perdono non esiste perché possiamo perdonare gli altri, esiste in quanto possiamo essere capaci di perdonare noi stessi dell’incapacità di amare gli altri.

Non ho molte altre conclusioni per il momento. Le considero parziali, ma se dovessi morire, diventerebbero, amara ironia della sorte, straordinariamente definitive.

Scegliere.

Scegliere sempre e comunque: in questo consiste la vita.

Io ho sempre scelto e continuerò a scegliere profondamente convinto delle mie scelte.

Scegli quel che più consideri giusto, scegli le persone alle quali voler bene, scegli il lavoro che ti piace, scegli il sogno da inseguire.

Ti aspetto in spiaggia, sconosciuto lettore. Una grande spiaggia bianca. Sarò il tipo con gli occhiali da sole che sorriderà scegliendo conchiglie. E avrò con me un sogno da regalarti.

Metti su qualcosa, Joe

Joe, amico mio, metti su qualcosa.

Un disco, uno vecchio.

Uno di quelli dove la polvere si è posata.

Uno che può portarmi via, per qualche momento.

Che mi aiuti a dimenticare.

A dimenticare cosa?

Non lo so Joe. Penso che sia una ferita, o più ferite insieme, non lo so più. Che importanza ha ormai? Metti su qualcosa, Joe.

Ragion di Stato (d’animo)

Magari fra duecento o trecento anni apriremo gli archivi di Stato d’animo e tu saprai.

Ma se vuoi, puoi sempre ribellarti, fare una Rivoluzione, scoprirlo adesso.

L’unica rivolta che conta è quella del cuore.

L’unica che converte i morti in vivi.

L’unica rivolta che io farei, per te.

La leggenda della lacrima velenosa

Me lo ricordo quasi come fosse un sogno, ma in quel “quasi” c’è tutto un distacco che riporta alla realtà.
Quando ero piccolo, in un’occasione, per farmi smettere di piangere, qualcuno mi raccontò che la lacrima era velenosa.
Che avrebbe potuto cadere nel bicchiere, e avvelenarmi.
Quindi bisognava stare attenti quando si piangeva. Occorreva piangere con discrezione: è la dose che fa il veleno.
Dopo molto tempo penso di aver sviluppato una certa immunità naturale al veleno della lacrima.
Solo che quando ne cade una, qualcosa dentro si spezza per sempre.
Resta ad un passo perchè mi fa paura quel tuo sorriso, quel tuo paradiso che non è per me. 

E se…fossi una malattia

E se da qualche parte dovessi un giorno incontrarti,

non voglio essere la patologia del tuo passato,

l’armadio delle tue insicurezze,

ti curerò soltanto se sarai sana.

Non con tutte quelle strane ranocchie per la testa che molte hanno,

le loro stupide incertezze nel non buttarsi.

Sono il re del mondo.

Se tu fossi una malattia,

vattelo a cercare da qualche parte il principe azzurro

che ti farà da medico.

A me occorre un’aquila

non ossessionata

dalle ferite del passato come se fosse Matusalemme,

e invece sono solo quattro cretini che l’hanno lasciata

niente di più niente di più niente di più.

Sii sana.

Sì sì, il male di vivere okay.

Ma altre banalità non le tollero.

Vado a comprare le sigarette.

Torno subito, cara.

Niente di che

Niente di importante, niente di urgente.

Niente di che.

Nascere.

Conseguire una serie di funzioni fisiologiche.

Sbagliarsi, indovinare, piccole soddisfazioni.

Conoscere la morte da vicino: un freddo cadavere, una veglia infinita.

Cercare il sole con tutte le proprie forze.

Ciò che conta, dicono, è il percorso.

Incontrare la donna che decidi di amare.

Amarla.

Amarla.

Amarla.

Come uno stupidoscioccoostinatocretino.

Amare ogni centimetro della sua pelle.

Sentirsi come in certe canzoni che prima dicevi che erano banali.

E perdere tutto.

E dover ricominciare.

Per poter raccontare qualche altra cosa.

Ma dentro resta una malattia, una morte, un graffio.

Sentimenti dai quali non ci si redime.

Amarla,amarla,amarla.

Quando il mondo sarà finito, e non ci sarà più nessuno, non ci sarà più nemmeno lei

Tu sarai ancora lì.

In un grande cosmico caos di Nulla

Tu Ami Lei.

E come un dio

la crei, e le crei un mondo,

è la genesi e l’apocalisse

di ogni tuo respiro.

Amarla, oltre l’eternità.

Fino al punto estremo:

tentare di non amarla più.

Da un altro mondo

A Lei

che forse un giorno capirà

Amor Banale

Sai di cosa ho voglia?

Ho voglia di una di quelle storie d’amore banali.

Ma una storia d’amore non è mai banale.

Dai, lasciami libero di giudicare.

Ok,ok. Scusami.

Perché rovini sempre tutto? Perché devi analizzare con il tuo pseudoidealismo presuntuoso?

No, veramente io…

Tu devi stare zitto.

Io sostenevo che una storia d’amore è unica.

Certo, proprio come tutte le altre storie.

Ma…

Ma niente! Sai cosa rovina l’unicità di una storia d’amore? La teoria dell’unicità! Riflettere sulle cose rovina le cose! Scrivere equivale a non vivere.

Non ti seguo più.

Non ti ho detto di seguirmi.

Quindi cosa dicevi…?

Dicevo che ho voglia di una storia d’amore banale.

Banale come?

Banale. Di quelle che una ti rompe i coglioni, e ti chiama, e tu chiami lei. E tutte quelle cose lì, i cioccolatini, le coccole, i litigi, qualche lacrimuccia, andare a letto insieme, e anche da soli.

Ah tutto qui?

Sì, tutto qui. Ma non devi spenderci troppe energie. Devi annoiarti. Annoiarti così tanto che non provi nemmeno gusto a tradirla. Una fottuta storia d’amore senza complicazioni. Una che ti annulla il cervello, alla Grande Fratello. 

Ma io credevo che l’amore…

Credevi male. Vammi a prendere una coca cola.

Ghiaccio e limone?

Senza ghiaccio. Solo limone.

Comunque tu non sei così. Non avrai mai una storia d’amore scontata, lo sai.

Sì, lo so. Fantasticavo. 

Ruba cuori, ruba bandiera, ruba vita

Solo una mi ha rubato il cuore: si chiama Libertà. 

Potrei essere piuttosto incazzato per quello che mi è successo, come diceva il protagonista del monologo finale in American Beauty.

Ma non lo sono. Non riesco ad incazzarmi con la Libertà.

C’è sempre qualcosa che desideriamo ci venga rubato per sempre, per essere custodito in mani preziose.

Quando capirai l’esigenza di questo desiderio, allora sarai in grado di amarmi.

Deve far male

Sembra facile, 
invece non lo è quasi mai 
chiudi gli occhi se ami davvero 
non ti dirò segui il sentiero 
sarò, io sarò, luce nel cielo 
quando penserai: “io non ci vedo” 
non lo perderai l’amore vero. 

Hello, Cremonini

Deve far male.

Deve far male quando hai la gamba addormentata e vorresti che restasse così, ma hai anche l’esigenza di alzarti e quindi devi scuoterla, svegliarla.

Deve far male quando hai contratto una malattia e l’unico modo per abbatterla e tornare sani è quella di iniettare antibiotici per via endovenosa, usando le siringhe.

Deve far male quando tiri via i punti che ti hanno tenuto chiusa la ferita ma che hanno permesso che tornasse a rimarginarsi con più facilità, riducendo il rischio di infezioni.

Deve far male quando sei in mezzo alla folla, una folla di conoscenti, di parenti, di amici e nessuno ti ascolta davvero e non vedi altro che deserto intorno a te.

Deve far male quando scagli l’atto d’accusa più prepotente che possa esserci “Quando io ho chiesto aiuto, tu dov’eri?” e misuri un dato di fatto, cioé che il tradimento consiste nell’oblio.

In piedi!

Deve far male quando ti riscatti, quando ti rialzi, quando dici “Non è finita qui”, quando urli che non sei finito, e hai intenzione di fargliela pagare, di fargliela vedere chi sei, anche se non ti reggi in piedi, perché stavolta le hai prese brutte, anche se hai contusioni e lacerazioni, anche se il medico ti ha prescritto un lungo periodo di convalescenza, ma tu sei già lì sul ring, i guantoni li indossi di notte e quando sogni sei sveglio, e combatti.

Deve far male, ma è necessario.

Si vis pacem, para bellum. 

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