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Fuffa

La vita non ha senso, anzi è la vita che ci dà un senso, sempre che noi la lasciamo parlare… perchè prima dei poeti parla la vita. Dobbiamo ascoltarla la vita.

 (Alda Merini)

La fuffa è la tipica lanetta che si forma nei tessuti e che in genere si rimuove poiché anti-estetica. Proprio questa connotazione ha fatto sì che venisse usato in senso lato per indicare un eccesso inutile. Può indicare anche l’accumulo di peli che si verifica negli animali o l’accumulo di polvere in batuffoli.

(Wikipedia)

“Sì, alle volte sento che mi sto perdendo in eccessi inutili. Non che faccia cose che non mi piacciono, al contrario ne faccio fin troppe. Solo che sento che tutte queste cose, prima o poi, andranno perdute come…”

“Come lacrime nella pioggia?” – completò Paolo citando il suo film preferito, mentre apriva una lattina di coca-cola. C’erano soltanto loro due al bar, faceva caldo: Minosse stava colpendo furiosamente l’asfalto e i pochi temerari astanti che si avventuravano a lasciare le case in penombra o gli uffici ronzanti per i ventilatori accesi.

“Esattamente – annuì Roberto – come lacrime nella pioggia. Solo che qui di pioggia se ne vede ben poca per adesso.”

“Attendi, devi imparare ad attendere. L’estate prepara sempre un nuovo inverno e l’inverno prepara sempre una nuova estate, è un ciclo, abbiamo un sacco di cose da imparare dalla natura.” – aggiunse Paolo, tirando su la coca cola con la cannuccia.

“Disse l’uomo della coca cola. – soggiunse Federico arrivando. Spostò la sedia e si accomodò insieme a loro due. – Che si dice, ragazzuoli?”

“Le solite minchiate – gli rispose Roberto – si parla del senso della vita.”

Federico annuì “Già, già…Da un po’ non si fa altro qui, eh?”

“Eh già. Hai visto che culo quella?” – ammiccò Paolo

“Vista e inquadrata da un pezzo. – disse Federico – Che voto gli diamo? Io opto per un 8 e mezzo.”

“Nove.” – rispose Paolo.

“Quattro.” – disse Roberto.

“Cazzo, Roberto! Oggi sei severo, eh? Ti sei svegliato con la luna storta?”

“Guardati attorno, se trovi un motivo sufficiente per vivere, dimmene uno.”

“Quel culo, ad esempio.” – gli rispose Paolo.

“Sì, quel culo!” – fece eco Federico.

Roberto alzò il bicchiere di birra.

“Al culo, ragazzi. è tutto qui!”

“Al culo!” – risposero all’unisono gli altri due.

“E che il vento ce lo porti qui.” – soggiunse Roberto.

“Amen.”

“Amen.”

Nota a margine dell’autore: in letteratura i bei culi scarseggiano. Caro Giacomo, avrei tanto voluto sapere com’era il lato b di Silvia, e se poteva dar filo da torcere a tutto questo gossip moderno. Chissà come sarebbero stati i jeans a Beatrice o a Laura!

Una giornata normale

Il libro è ordinabile presso qualsiasi libreria fisica o punto vendita online.

Sono le prime ore del mattino e vorresti scrivere un pezzo.

Su cosa di preciso non hai idea, ma pensi “Devo scrivere qualcosa.” Magari un racconto, ti va di scrivere un racconto? No, non sei in vena. Magari una poesia, no troppo facile, troppo breve. Magari potresti fare pubblicità al tuo ultimo libro di poesie, “State scherzando, vero?”, edito da Edizioni Ensemble.

Insomma, sì potresti fare tutto questo.

Ma anche no. Diciamo che non ti va di scrivere e lasci che le parole dei grilli parlanti “Il blog ha bisogno di pezzi, è urgente riprendere l’attività!” si infrangano contro l’ultimo modello di ventilatore comprato apposta per combattere il caldo massiccio di questi giorni.

Hai l’impressione che le pale del ventilatore riescano persino a spostare le idee, a rendere più dinamica e attiva la tua mente, anche se poi, in televisione, sui giornali, nei trafiletti riportati fuori dalle edicole, continui a leggere sempre le stesse cose.

E i giornalisti in televisione hanno sempre lo stesso tono e lo stesso stile, come stegosauri in attesa della fine della loro era, causa caduta di un meteorite.

Vorresti, per il blog, uno di quei bei pezzi brillanti come un tempo, magari una bella citazione a capoverso, che le citazioni fanno sempre comodo, sono come la coccarda sui regali, ci stanno bene.

Ma poi queste temperature ti sfiancano, le pile di libri depositati sulla scrivania ti ricordano che devi studiare, le tue energie sono canalizzate altrove, per adesso.

E quindi non ti resta che sospirare e rimandare anche per oggi il miracolo della moltiplicazione delle vongole e dei merluzzi.

Porca miseria! Ho il latte sui fornelli! Devo andare!

 

Veglia al fiume

Stavano in macchina.  All’orizzonte si vedevano solo alcuni dettagli, che in fondo rimanevano ancora dettagli. Era buio, dopo la festa i tre della compagnia erano stanchi, ma parlavano. A bassa voce, senza dar troppo fastidio al rumore del motore lungo la strada.

Ettore è morto la settimana scorsa, disse improvvisamente il primo.

Il secondo disse che era stato un buon diavolo, dopo tutto. Niente da nascondere o da condannare. Uno dei tanti se n’era andato. Era morto. Questo lo turbava. Nel silenzio tutti stavano misurando quelle parole. Tutti erano turbati, non dalla morte in sé – dalla paura di scomparire – ma dalla paura di sparire per davvero, che è diverso.

Il primo, che guidava, prese la curva veloce e al che disse Nella vita seguiamo solo le strade già fatte, ecco qual è il punto. Le piazzole di sosta esistono, c’è chi si ferma prima o dopo. Ecco tutto. Voi la chiamate vita?

Il terzo, che non aveva parlato, ripensò ad Ettore buonanima. Cosa aveva fatto Ettore, dopo tutto? Non aveva accusato la sconfitta della vita? forse c’erano stati momenti in cui aveva colto l’attimo e momenti in cui gli attimi l’hanno colto di sorpresa. Ma se ne è andato in punta di piedi.

E se non fosse mai esistito, Ettore, disse il secondo, che sarebbe accaduto? Niente, disse rammaricato il primo che guidava concentrato. Questo è il guaio. I sogni l’aveva lasciati nel cassetto, cioè ne aveva lasciati da parte per le evenienze del futuro. Un futuro che non ha mai avuto, perché oramai è tutto passato.

Vita, disse sospirando il terzo, il più riflessivo dei tre. Ecco il nodo, pensò. Sognare non costa nulla, non si ricordava chi lo avesse detto, ma il problema era quanto costava ammettere di sognare. Seguire i propri sogni è prendere altre strade, non quelle già fatte. Il primo, quasi captando i pensieri del terzo, disse che quasi quasi cambiava strada e tagliava nelle campagne.

Il primo, ad un trattò sterzò. Il fuoristrada si diresse dritto in un sentiero sterrato di campagna. Non si vedeva quasi nulla, fuori c’era silenzio assoluto. Vide di sfuggita un segnale che indicava l’interruzione della strada. Bloccò di botto. Si ritrovarono di fronte al vuoto. Gli altri due guardarono il primo con aria interrogativa.

Eccolo, Ettore, indicando il vuoto di fronte a loro. Sotto si sentiva scorrere l’acqua quieta e lenta. Niente di nuovo, tutto in movimento. Ettore viveva nel fiume. Tutti loro lo sapevano. I dettagli erano nascosti alla luce dei fari. Capirono. Capirono e si spaventarono.  Ettore era davvero sparito. E loro erano gli unici a saperlo.

Avrai dei momenti difficili

Perché avrai dei momenti difficili ma ti faranno apprezzare le cose belle alle quali non prestavi attenzione!

Lettera semifredda affogata al caffè semiaperta a Franklinguamozza

Caro Frank,

Ho letto la tua lettera e te ne ringrazio.

Mi consigli di buttare via la bussola, di non affidarmi più alle costellazioni o alla falsariga di un oceano. Ma io sono un navigatore che ripone fede in sé e che si accorge di essere cambiato solo quando la tempesta è passata.

Quando ero piccolo, ho vissuto al mare, per un po’. C’era un signore anziano che per farmi star buono, poco prima di cena, mi raccontava sempre la solita storia. La storia diceva che dovevo aspettare, che non dovevo aver fretta di scendere in spiaggia, perché presto sarebbe arrivato un grande veliero alato, di là dall’orizzonte, e mi avrebbe portato a fare il giro del mondo. Quindi valeva la pena aspettare la nave volante non bagnata dalle acque e portata dai venti.

Così io stavo ad aspettare.

Aspettavo.

Aspettavo.

Aspettavo.

Aspettavo.

Quella manciata di minuti durava un’eternità.

I miei occhi scrutavano la linea dell’orizzonte, in attesa di un segnale, un vago profilo, di un’ombra che spezzasse la luce disperata del tramonto adagiata sulle acque del mare.

Ho aspettato per ogni tramonto che la nave volante arrivasse a prendermi.

Non arrivò mai.

I miei occhi si sono consumati nell’attesa.

Poi l’estate finì e quel signore anziano che mi raccontò questa storia morì e mi dispiacque molto per questo.

Non capii subito la morte, allora, cosa volesse dire.

Ma capii che non lo avrei più rivisto.

Forse, pensai, la nave volante era arrivata e io mi ero distratto un attimo, e lui era salito e adesso se ne stava beato nelle Indie o in Patagonia a guardare altri tramonti.

Forse…

Forse ciascuno aspetta la sua nave.

Poi si cresce, si capisce la morte, si apprende il significato del tempo, e sempre meno aspettiamo. Sempre meno restiamo a guardare l’orizzonte, disperatamente fiduciosi.

In verità ti dico che non ho mai smesso.

E ogni tanto, la sera, quando il sole tramonta, i miei occhi si perdono all’orizzonte. E mi sembra di vedere, e allora il mio cuore ha un palpito. Ecco, è arrivato il Veliero, penso. E non esiste nient’altro.

Bisogna essere pronti. Bisogna saper aspettare.

La mia bussola non ha tempo. E quando decidi che hai tutto il tempo del mondo e non piuttosto di farti possedere dal tempo, l’hai deciso. E il tempo è nulla all’infuori di te.

Sai, non è questione di azione, di punti di vista, no. È qualcosa di molto, molto più vicino alla fede e alla speranza.

Gli uomini non sanno più aspettare perché credono che il tempo esista davvero.

Sai chi sono io, anche se non hai letto né Freud, né Jung.

Romantico? Nevrotico? Patetico? Certo unico?

Sinceramente, comunque,

Lordbad

Oggi mi sento un dio, domani non sto in piedi

Ci sono mattine in cui ho idee rivoluzionarie che, arrivata la sera, non sembrano più così “rivoluzionarie”, anzi sbiadiscono nella nebbia della noia e della routine.

Un attimo prima mi sento imperatore del mondo, l’attimo dopo l’ultimo fra gli ultimi, con la considerazione che probabilmente non sono né l’uno né l’altro, e quindi nessuno.

Alla costante ricerca di un equilibrio sopra la follia.


Il mio pesce rosso si chiama Orazio

“Vi chiedo di prendere seriamente in considerazione l’ipotesi di plasmare la vostra vita, non alla mainera del Dalai Lama o di Gesù – per quanto ritenga che sarebbero senz’altro di aiuto- ma come qualcosa di un po’ più terra terra: come il Carassius auratus auratus, volgarmente noto come pesce rosso comune”.

Questo titolo forse non significa assolutamente nulla e nel gioco metafisico delle cose non cambierà nulla (magari mi direte che Orazio sia un nome da filosofo e non sia degno dell’abitante silenzioso di casa). Continuerete a dimenticare le chiavi dove le avete appena lasciate, chiamerete il vostro cellulare perché l’avete buttato sotto decine di libri, dato che non lo riuscite a ritrovare. Ritornerete nello stesso modo indietro per controllare se l’auto è aperta o chiusa. E, come sciagurati, dimenticherete di cambiare l’acqua al vostro pesce rosso.

Il vostro pesce rosso lo state in realtà allenando alla sfida che avete perso: quella di godere il presente. Ecco perché se fossimo pesci rossi riusciremmo a raggiungere la piena realizzazione di noi stessi. La vaschetta non ci basterebbe più.

“Se vivrete come i pesci rossi potrete sopravvivere alle situazioni più sfavorevoli e negative. Potrete superare avversità che manderanno i vostri compagni – il guppy, il pesce neon – pancia all’aria alle prime avvisaglie. Una rivista pubblicata dall’Associazione Americana Pesci Rossi segnala un episodio davvero increscioso: una sadica bambina di cinque anni aveva scagliato il suo pesce rosso sul suo tappeto e lo aveva calpestato, non una volta ma due volte: per fortuna si trattava di un tappeto a pelo lungo e così il tacco non aveva schiacciato completamente il povero esserino. Dopo trenta  strazianti secondi lo aveva ributtato nell’acquario. Il pesce sopravvisse per altri quarantasette anni”

Senza parole, solo sopportazione: e grandezza celata. Il pesce rosso è dotato di uno spirito di adattamento illimitato che si manifesta subito, nell’immediato. Vasca grande? Pesce grande. Acquario piccolo? Pesce piccolo. Si fanno vendere e prendere dai bambini piccoli, si fanno mettere dentro i sacchetti trasparenti di plastica dopo aver beccato l’obiettivo alle giostre almeno 3 volte. Subiscono, ma rimangono se stessi. Sono dei soldati. Hanno compreso il male del mondo e per questo sono senza parola. La sprecherebbero, se parlassero, ad un mondo che non ha mai voluto ascoltarli.

Il mio pesce rosso ha capito che è un pesce grosso

“La cosa più incredibile dei pesci rossi, tuttavia, è la loro memoria. Tutti li compiangono per la caratteristica di ricordare solo gli ultimi tre secondi ma, in effetti, essere così saldamente legati al presente è un dono. Sono liberi.”

Si fanno barba dei nostri acquari, del nostro mondo. I pesci rossi sono dei puri edonisti. Distruggono continuamente il passato per rifare il loro presente. 3 secondi la volta.

“Che meraviglia sapere che la tua Età dell’oro non era quarant’anni fa, quando avevi ancora tutti i capelli, ma appena tre secondi fa e , dunque, con ogni probabilità , ancora in corso, in questo preciso istante”.

“E anche in questo istante” Altri tre secondi “E anche in questo istante”

Il pesce rosso ci ricorda che non abbiamo il controllo sulle creature. È un solitario, non ama  i ghirigori. Va all’essenza diretta della vita. Niente fronzoli, niente pensieri. Dategli 3 secondi. S’affaccia direttamente dall’oblò della sua vaschetta al centro della vita.

PS: Tutte le citazioni derivano dal libro “Teoria e pratica di ogni cosa” di Marisha Pessl.

Teoria quasi universale del budino sovversivo

Confesso che ho vissuto, avrebbe detto Pablo Neruda. Io vi confesso che spesso ho difficoltà a comprendere in che modo si faccia. Non apro né discorsi che partono con ‘Ah, vivere’ , né vi regalerò un manuale su come vivere. Semplicemente una considerazione. Certe volte mi appare che intorno a me ci sia un universale budino che rende tutto scontato: esci-da-casa, prendi-l’autobus, corri-in-ufficio . Oppure che tutto accada nella budinità di tutti i giorni: cade la borsa, genocidi vicino casa tua.

Tutto perfettamente inserito nell’ ottica del budino. Tutto rimbalza, tutto è incollato e colloso, tutto ha un monocolore leggermente patinato. Non si tratta di vedere il bicchiere mezzo vuoto o mezzo pieno: si tratta, prima di tutto, di mangiare il budino. Finalmente ho capito le parole di mia nonna che a tutti i costi mi voleva far ingoiare il suo immancabile budino.

Siamo a favore di un governo tecnico del budino

Io l’ho mangiato quel budino. Proprio per questo provo i suoi effetti. Che il prologo dell’umanità sia nascosto nella gelatinosa sostanza? Forse.

La budinità si espande veloce, semplice e calorica. Mi pare certe volte di ‘essere stato vestito‘ da qualcun altro, di ‘essere stato camminato‘ da qualcun altro, di ‘essere stato pensato‘ da qualcun altro, di ‘essere stato parlato‘ da qualcun altro. (so che questo uso dell’italiano in realtà non esiste e farebbe rabbrividire chiunque e che questo passivo fa girare anche l’ultimo degli analfabeti sulla terra, ma fa parte del gergo della nave in cui mi sono buttato a lavorare come mozzo. Maestra perdonami!)

Chissà chi era allora che comandava mia nonna mentre cercava di abbattere il sistema facendo mangiare il budino? Che anche lei facesse parte della cospirazione universale contro il budino?

Non credere a tutto quello che leggi e vedi in Wikipedia

#occupyyourlife

Ultimamente va di moda l’occupazione, l’occupazione fine a se stessa: c’è chi occupa la propria vita e chi addirittura arriva a occupare tutto. Tutto, niente sarò più vuoto, avremo l’aristotelico horror vacui. Purché si riempia tutto, basta che niente rimanga come prima: non è importante chi ci si mette dentro, chi rischia in primo luogo, che genere di impegno ci mettono le persone lì dentro. Venite dentro, c’è posto: occupiamo. Occupare diventa la trasposizione consumistica della protesta, pensateci bene. Tutti possono farlo, non si sa bene chi organizza, chi fa cosa.

#occupyyourbau : il primo ad essere occupato sarà il tuo cane

Purché nemmeno uno spillo passi.

L’occupazione è solo una fase, in realtà. C’è una grande differenza tra occupazione e riappropriazione. C’è una grande differenza tra l’inizio del progetto e il palazzo bell’e fatto. Non è solo una questione terminologica: è capire il termine che si vuole dare a ciò che si fa.

L’occupazione fa parte del momento; è ben raro che diventi progetto politico, anche perché è di questo che si parla. L’indignazione non farà che sfociare nella rabbia, nel pessimismo, nell’antipolitica. Da sola l’indignazione non basta: al massimo verrà twitterata e fagocitata nel ciclo inesauribile dell’informazione.

La riappropriazione è diversa. Non è improvvisa: è meditata; non è d’impatto: è silenziosa. La riappropriazione è forse la categoria a cui bisogna ridar respiro, ridare valore di convivenza, di impegno pacifico nella lotta politica. Quella politica che sottintende dialogo, partecipazione, confronto, che ognuno può praticare autonomamente e collettivamente. L’occupazione invade; la riappropriazione concilia. Non che scenda a compromessi: la riappropriazione concilia perché ristruttura. E ristruttura a partire da persone che si incontrano nel foro pubblico.

Occupare non è esattamente un sinonimo di riappropriare: lo è solo se non esclude una nuova fase di pratica quotidiana dell’occupazione. Ovvero, da una fase straordinaria, dovremo riassumerla in una ordinaria: nell’esempio, dunque. Nella democrazia che, a duemila e passa anni dalla sua ‘invenzione’, pare che qualcuno abbia riscoperto.

Pensiero Crudele

Prima o poi l’abbiamo provata tutti, la voglia di morire.

Non dico che siamo tutti aspiranti suicidi, o a un certo punto lo siamo certamente stati, ma questo “pensiero crudele”, questo ravvicinato contatto con la vita al punto da farci rompere la scorza per capire, per intuire cosa c’è…oltre, questo sì, ci ha attraversato come fa il vento con deboli steli.

Anche se non siamo disposti ad ammetterlo, anche se abbiamo rimosso quel momento.

A volte è la suprema disperazione, a volte invece è la suprema gioia che ci porta a compiere questo pensiero perfetto.

Questo pensiero crudele tutto rannicchiato in una lacrima…

Non so nemmeno se riesco a farmi capire. Forse non si tratta nemmeno di capire. Si tratterebbe di sentire.

Sentire che quando vedi una stella cadente attraversare il cielo, che quando lei ti bacia in un momento del tutto inatteso, che quando tuo figlio ti sorride, che quando quella serata è stata meravigliosa, che quando le emozioni sono piccole e ciclopiche…sentire in tutto questo che in un certo senso la vita non basta.

Che hai voglia di morire per potere in qualche modo rinascere in più vite.

Una meravigliosa sensazione che per qualche infinito istante ti distrae dal posto e dal tempo in cui ti trovi.

Pensiero crudele, perché crudo.

Questa vita ce l’ha un senso, solo che si può solo capire e non si può spiegare.

Forse alcuni mi avranno capito, altri, certamente, capiranno.

Spleen domenicale

La domenica pomeriggio è uno di quei giorni che si lascia odiare di più.

Di solito è scialba e piena di colpe, di rammarico, di cose non dette, di cose da dire e rimandate di domenica in domenica.

Vorrei emanciparmi dal tempo.

Vivere dentro una canzone.

E avere qualcuna da amare.

E che mi ami.

Allora, forse, la domenica pomeriggio sarebbe tollerabile.

Questa vita sarebbe tollerabile.

Lordbad,Tangeri, Marocco, 22 Agosto 2009

Teoria e pratica della fuga

NB: c’è qualche pazzo, anzi pazza che inizia ad aggiungersi alla ciurma. Pubblichiamo oggi il testo di una nostra, per ora, generica lettrice!

“ … ma sai che c’è? Che io me ne andrei, sì. Mollerei tutto e mi aprirei una pizzeria a Lipsia. Una casa in affitto e vaffanculo. Sai farla tu la pizza?”

È mio padre. È giù in salone che parla con mia madre, o forse con se stesso. Guardano la tv.

Riesco tranquillamente a visualizzarli nella mia mente: lui, semidisteso sul divano, con un braccio dietro la testa, e lei, appollaiata sul bracciolo, le braccia incrociate e l’espressione assorta e annoiata.

E’ decisamente singolare che qui dalla mia stanza, dal mio “Aventino”, non abbia captato null’altro se non questa frase, queste poche parole, frammenti di chissà quale discorso.

Talmente singolare che non posso fare a meno di rifletterci su.

In psicologia è ormai assodato che ci sono casi in cui attenzione e coscienza sono dissociate. Infatti, abitualmente gli stimoli accedono alla coscienza attraverso l’attenzione, ma può anche accadere che vi arrivino direttamente. Avete presente quando siete davanti alla tv, concentrati sulla spazz … ehm, volevo dire sul programma in onda e non prestate la minima attenzione a quello che si dice nell’altra stanza? Beh, di punto in bianco, se viene pronunciato il vostro nome, lo riconoscete: lo stimolo è arrivato alla coscienza senza passare per l’attenzione. Fico eh? A me capita spesso, solo che di solito me ne esco con frasi che non c’entrano niente, facendo la figura dell’idiota … ma non divaghiamo. Ora quello che ci interessa è che non TUTTI gli stimoli possono passare per questa “via preferenziale”. Si deve trattare di qualcosa che ci riguarda da vicino, qualcosa che riconosciamo al volo come nostra e che istantaneamente cerchiamo di riafferrare con il lazo dell’attenzione: il nostro nome, qualcosa che abbiamo fatto, qualcosa che stavamo pensando anche noi.

Già. Deve essersi trattato proprio di questo. Inutile negarlo … pensavo alla FUGA.

Più che di un pensiero si trattava di una sensazione, una sorta di fastidio, come quando ti prude “dentro” e non ti puoi grattare. Un’urgenza, ecco.

 

Non so, è come quando ti alzi la mattina presto, sei rimbambito di sonno, apri l’armadio, peschi la prima cosa che ti capita sottomano e, dopo pochi secondi, ti accorgi di aver malauguratamente indossato i jeans appena lavati. Rigidi, stretti, incartapecoriti. Quelli che tua madre ha lavato da poco (se sei fortunato, sennò te li sei dovuti lavare da solo) e che tieni lì in un angolo e non li usi finché non sono l’ultima opzione rimasta. Il motivo? Quella sensazione. Non sopporti l’idea di dover passare un’intera giornata con la sensazione di limitatezza che ti danno quei cavolo di jeans.

Ecco. È così che mi sentivo nel momento in cui mi sono arrivate alle orecchie quelle fatidiche parole.

“]”]

Io me ne andrei.”

Si. Pure io me ne andrei. Salirei su un autobus e poi prenderei una metro e alla prima stazione prenderei il primo treno, con un po’ di fortuna potrei anche beccare la coincidenza giusta con un aereo diretto nonimportadove e poi potrei camminare, camminare fin quando mi reggono le gambe. E una volta arrivata  potrei finalmente levarmi quei dannati jeans. Potrei fare un respiro profondo e finalmente sentire la mancanza di quel prurito interiore.

Pensate che al giorno d’oggi, nel nostro mondo, un mondo senza più confini, un mondo globalizzato, un mondo in cui basta un click per ritrovarti ovunque vuoi e per avere ciò che vuoi, un mondo in cui spazio e tempo non sono più limiti ma concetti, non dovrei sentirmi così? Che in fondo non sia normale sentirsi in trappola in un mondo in cui puoi andare dove vuoi, quando vuoi, raggiungere chiunque, ottenere tutto ciò di cui hai bisogno in 3 – 5 giorni lavorativi, comodamente seduto sulla poltrona di casa tua, pagando con la tua fantastica carta prepagata nuova di zecca, ricaricabile anche telefonicamente?

Forse avete ragione. Forse sono io che non ho capito niente.

È che ho l’impressione che le pareti abbiano iniziato ad avanzare ogni giorno di un centimetro. O esco o farò la fine del formaggio negli stabilimenti della kraft: omogeneizzato e ricompattato in qualcosa di più appetibile e carino.

Questo “tutto” che ho intorno mi sta troppo intorno.

Cazzo, adesso il cellulare mi prende anche in metropolitana.

firmato

smartiesdimare 

(nuovo acquisto della ciurma, a breve su questi schermi) 

La vita in giallo

Le luci delle lanterne semaforiche veicolari normali sono di forma circolare e di colore: 

a) rosso, con significato di arresto; 

b) giallo, con significato di preavviso di arresto; 

c) verde, con significato di via libera. 

(art. 41, co.2, Codice della Strada)

Nella mia vita ci sono stati pochi semafori verdi e pochi semafori rossi.

Pochi momenti nei quali tutto andava liscio e pochi momenti nei quali tutto era impossibile.

Più che altro ho vissuto giorni pieni e costellati di semafori gialli. Di quelli che devi decidere, quando hai già impegnato l’incrocio, essere cauto, fare attenzione, nell’attesa che quella decisione che hai preso o stai per prendere sia quella giusta.

Ogni giorno impegno incroci.

Impegniamoci!

NB: questo è un attacco filosofico di fishcanfly. Leggere attentamente il foglietto illustrativo. Può avere effetti collaterali catastrofici.

La validità di certi temi quali Idea, Storia, Libertà, Giustizia, Uguaglianza trae veridicità da se stessa, cioè la propria giustificazione e il proprio sussistere in quanto chimere, appunto, dallo stesso schema di produzione che le ha determinate. Un sistema di produzione-repressione che mentre le nega le crea.

In altre parole, molto meno vecchie: esistono perché non esistono, vengono spesso evocate dalla gente perché nella realtà non esistono. (cit. traduttore istantaneo di fishcanfly)

Il grande abbaglio della società scientifico-tecnologica è stata quella di confondere l’ambito della norma con l’ambito dell’esistente. Cioè effettivamente la presenza di una norma coincide con ciò che esiste. La metafisica, perciò, è la ripercussione speculativa della schiavitù. Non si avrebbe bisogno di discutere di Libertà se effettivamente essa esistesse.  La metafisica serve a parlare dei rapporti di schiavitù esistenti. Lo so, sono brutale.

Anche i filosofi fanno sciopero

Così abbiamo bisogno di espertizzare ogni nostra conoscenza, di affidare non più l’azione al vero Esistente, ma di trasformare quello che doveva essere il riscatto dalla nostra schiavitù, cioè la manipolazione del Reale, quindi tecnologia, tecnica, ricerca, in una comunicazione dilagante , massificata, ineludibile. Un’amministrazione totale del pensiero che pretende di dare nuove direzioni mentre le annienta .

Quella che sostanzialmente afferma di dare libertà, ovvero un pacchetto razionalmente tollerabile all’interno di un sistema precostituito. Una libertà che si libera della critica, che usufruisce della cultura in maniera unidirezionale, scarna, superficiale, piuttosto che utilizzarla come mezzo della critica. Perciò critica della cultura della critica.

Il problema, forse troppo italiano, è quella dell’intellettualismo che, appena arriva ad un grande livello di astrazione e di forza intellettuale, si perde nella nebulosa dell’illogica, nel delirio dell’onnipotenza mediatica. Una medietà che è molto, come dire, al di là della sua neutralità informativa. La neutralità dei mezzi diventa neutralizzazione dei mezzi stessi, assoggettati al processo stesso di nullificazione. Così si parla, si razionalizza il Reale e ci si ferma. Patina del tutto.

Parola di zanzare

Si perde il treno della critica dell’esperienza, fermandosi al livello di quella che Marcuse definiva esperienza mutilata. Un’esperienza che si compie a pacchetti, perché no?, app del nostro ultimo Iphone 4, senza risvolti pratici. Ci piace parlare, ecco.

Proprio questa speculazione che tento di fare con discorso erudito ed un blabla incredibile potete buttarla alla carta straccia, riciclarla e fare nuovi buoni fogli. Quello già sarebbe un passo avanti per smetterla. Preferisco fare qualcosa di reale, verosimile, tagliente con la mia ciurma. Preferisco che mi diate della vongola piuttosto che professare un falso merluzzismo.

Per questo vi dico, alla Stephan Hessel, impegnatevi! (io direi, dato che non ho 92 anni, impegniamoci!)

Un regalino da comprare in Italia che vi consiglio

Io sono un indignato

Con tutto il sangue andato a male….

Liga

Non sono sceso in piazza a protestare l’altro ieri, a Roma.

Ma mi proclamo comunque un indignato.

Ma non mi indigno per questo governo. So bene che i governi nascono e muoiono, che la pubblica opinione è il mito di se stessa, che le cose a livello nazionale e individuale potranno anche peggiorare, e migliorare, e peggiorare.

Occorre avere la visione di un dio o di un superuomo per capire questo? Probabilmente no. Probabilmente occorre essere soltanto un uomo.

I miei diritti sono stati calpestati da tempo, qualcuno ha vinto, qualcuno ha perso, sono molto chilometri fuori dall’autostrada della società, sono molto al di là delle nuvole, e delle montagne e dei mari.

Non sono sceso in strada a protestare l’altro ieri, a Roma.

Ma mi proclamo comunque un indignato.

Un indignato perché la vera rivoluzione comincia dal cuore degli uomini, e non dalla carta dei diritti del cittadino. Il cittadino oggi c’è, domani non c’è più. La sua costituzione dipende dalla consistenza dello Stato. Siamo fantasmi vagabondi.

Un indignato perché la gente non sa più amare, non sa più perdonare, ma soprattutto non sa riconoscere l’amore. A cominciare da me.

Sono un indignato perché sono il più infimo dei peccatori. Sono un indignato perché concordo con Don Gallo che da Fazio ha detto che il peccato non esiste, che si tratta di un percorso.

Non sono sceso in strada a protestare l’altro ieri, a Roma.

Ma sono sceso e sono venuto sotto casa tua.

Indignato del mio amore per te.

Ignorante se ti merito oppure no.

Ma poi mi hai baciato, e tutto il resto non esisteva più.

Mi proclamo: innamorato di te e della vita.

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