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Quotidiani #4: la capacità di scrivere

Il problema di quando scrivi una storia è scegliere ciò che non vuoi scrivere, ma, allo stesso tempo, diventare in qualche modo ossessionato con le cose che vorresti scrivere e con quelle che non stai affatto menzionando, ma che dovrebbero comunque essere nella tua storia.

Parlare poi della mia storia richiede tempo, come tutte le storie delle persone. Probabilmente raccontare una vita richiede un’altra vita mentre la vita reale scorre e, allora, si avrà bisogno di un’altra vita per raccontarla e così via.

Il viziaccio.

 

Scrivere uccide.

Ma nessuno te lo dirà mai.

Sì, confesso: sono uno scrittore. Uno di quelli spacciati, fatti e finiti: il medico mi ha dato solo sette capitoli da scrivere. Mi ha detto “Scrivi una postfazione”, che è il loro modo gentile per dirti che sei finito. Ho cominciato a scrivere quando ero ancora minorenne. La penna me la passò la maestra. Cristo, se ci ripenso. Ero proprio piccolo. Ma allora non c’erano tutti quegli avvertimenti: la scrittura provoca dipendenza, fa male all’anima, è la prima causa di spleen. No. Allora c’erano queste penne nere, questi fogli bianchi.

 

La scrittura elettronica è venuta dopo, e lì mi si è aperto un mondo. Facevo certi racconti… Spesso in solitaria. Poi anche in compagnia. Qualche sera con gli altri miei amici scrittori ci chiudevamo dentro una stanza e stavamo tutto il tempo a scrivere. Alla fine si formava una cappa nera e sgocciolante d’inchiostro tutta intorno a noi. Ma eravamo sazi. Per scrivere ci vuole fisico. Non è roba da mingherlini. Uno scrittore dovrebbe sapere anche tirare di boxe, e andare a caccia.

Non ho mai conosciuto uno migliore di Hemingway. Quando ho letto Hemingway, ho capito che difficilmente avrei trovato dell’inchiostro migliore di quello. C’erano i tori, e il sangue e l’amore, e il sale dell’oceano in quell’inchiostro. Ma il primo è stato Arthur Conan Doyle: la sua scrittura sciolta, lucida, chiara come i ragionamenti di Holmes. Poi ho provato un po’ tutte la marche. Dal noir di Chandler al verismo di Verga, dalla maledizione di Baudelaire a quella di Kerouac. Poi ho cominciato a farmele da me, le storie. A rollarle con quello che avevo a disposizione. All’inizio non era facile, un bel po’ d’inchiostro andava sprecato, la carta non era sempre delle migliori, alle volte erano troppo compatte, altre troppo dispersive. Sempre una questione di trama o di quello che ci vuoi mettere dentro. Io sono uno di quelli che dentro finisce per metterci un po’ tutto, anche perché se provi a tener fuori qualcosa, quel qualcosa ti distruggerà. Tanto vale allora scrivere, anche perché finisco sempre per ritrovarmi nel bel mezzo delle storie, e la scrittura passiva si sa, nuoce più di tutto. Ho provato a smettere. A frequentare posti nei quali fosse vietato scrivere, come i salotti letterari, le mostre radical chic, le conferenze dell’ultimo criminologo alla moda. Ho provato di tutto. Anche leggendo le riviste di vogue o i libri di Fabio Bolo. Ma niente, finisce sempre che alla fine della giornata qualcosa scrivo comunque. Finisce che torno in mezzo ai soliti posti, dove scrivere è un obbligo, certi posti abbandonati dell’anima, frequentati solo da viaggiatori di confine. Scrivere è un viziaccio, e prima o poi ci rimarrò secco.

Adesso scriverò gli ultimi sette capitoli vivendo appieno quello che mi resta da scrivere. E poi fanculo ai medici, ai becchini e ai giardinieri dei fiori del bene. 

 

WikiLove, parte due.

Ci sarà sempre qualcosa non di “più importante”, ma qualcosa che “distrae” dal mantenere occhi negli occhi, qualcosa che distrae dall’attenzione a “non ferire”. Una partita, una vetrina più colorata del solito, una quantità di pioggia non prevista, l’ultimo taglio alla moda.
Per questi motivi gran parte dei rapporti si deteriorano, perché non si mantiene la concentrazione sull’obiettivo. Puoi ricordati del latte da comprare mentre sei in quota, ma non scendi e lasci la missione a metà.
Molti si perdono dietro a delle grandi puttanate.
Questa è l’assoluta mancanza di sensibilità degli altri. Si perdono come bimbi curiosi appresso alle puttanate. E intanto il cancro dell’abitudine, della noia, del tacito compromesso, insomma la Morte, avanza insidiosa.
Così naufragano molte “storie d’amore”. Ci hai mai fatto caso all’ossimoro? Come può l’amore essere una storia, e come può una storia essere d’amore!? Non c’è inizio, svolgimento e fine. Beh, sì, in qualche modo sembra sempre cominciare e in qualche modo sembra che debba sempre andare a finire. Ma se socchiudi gli occhi, se escludi tutto il superfluo e ti concentri sull’unica linea fissa all’orizzonte, allora lo vedi: l’infinita essenza dell’amore vero.
Quando si è innamorati ci si chiede come si faceva prima e non si vede mai la fine, mai. I concetti di prima, dopo vengono completamente annullati dall’adesso. Non hanno senso nemmeno i ricordi, perché, quando l’amore è condiviso, costruito, si è troppo impegnati a vivere per ricordarsi di quando si era vivi.
Era tutta un’illusione, questo tempo balordo, questa danza di cretini cinici che mi ispirano soltanto tenerezza. Tutti cercano disperatamente di abbordare un senso, una felicità, una gloria personale da vivere costantemente.
Ma poi si dimenticano che ci vuole coraggio, una volta saliti, a restare sulla cresta dell’onda, ci vuole tenacia, pazienza, volontà.
E invece eccoli lì, a furia di rincorrere ombre, sono diventati l’ombra di se stessi. E l’altro, che è lì, ad aspettarli, a perdonarli, a cercare di tenerli su, prima o poi, cede e non può fare altro che pregare, e sperare.
Sogno ancora un giorno di darti la buona novella, la ventata d’aria fresca, di dirti “Vedi, ora sono felice. Non la felicità dei saggi, ma quella delirante, quella luminosa di avere accanto la persona della propria vita o del proprio mese, o del proprio piccolo maledettissimo istante.” Perché se questa vita è soltanto un sogno, a me basterebbe accontentarmi anche di un solo momento con Lei.

Sine titulo domenicale.

Il panorama della scrittura italica è vasto, fatto di realtà in frantumazione e altre più solide. Le prime sono sotterranee. Nel “sottosuolo” fermenta l’humus dal quale solo può rinascere una pianta vigorosa. Più sopra, esposte malamente ai venti cangianti del clima politico e del mercato, troviamo piante certamente più belle a vedersi ma che durano ben poco, forse neanche il tempo di una stagione. L’olivo secolare resiste, certo richiede pazienza, richiede costanza, nella sua semidomesticità al contrario di piante per le quali non possiamo trovare un nome-metafora, dal momento che i raffronti biologici sono tutti di pieno rispetto.
Così nella vita, si finisce per preferire spesso il polline leggero rispetto all’insostenibilità massiccia di un olivo. Pochi scavano e si affidano alle radici.
Mi sento come Ulisse nella sala dei proci, e un vento di fuoco sta per travolgerli tutti, non per logiche meccaniche o volontaristiche, ma per divina previdenza. Per citare le Baccanti: quando l’atteso non si compie, un dio arriva e realizza l’inatteso.

Come mettere in crisi uno scrittore

Se avete la sfortuna di conoscere uno scrittore e volete per qualche vostro motivo metterlo in crisi ecco una serie di punti per condurlo nel tunnel della scarsa lucidità:

1. Rivolgersi allo scrittore in questione affinché scriva di suo pugno vostre parole, in quanto se è uno scrittore deve avere per forza una bella grafia

2. Chiedergli consigli e ispirazioni per frasi e biglietti d’auguri seriali (cresime, matrimoni, comunioni): tra l’altro più lo scrittore è lontano dal modello Moccia e più è prossimo al modello Baudelaire, e più questa richiesta potrebbe essere fonte di stati di stress e frustrazione

3. Chiedergli quando la smetterà di dedicarsi alle poesie e alla letteratura, per scrivere finalmente una storia d’amore su adolescenti figli di papà ambientata al liceo o una bella saga…fantasy con protagonista piagnucolante che non vede l’ora di cavalcare un drago

4. Chiedergli di compilare la lista della spesa (tu sai scrivere, sicuramente non dimenticherai niente!)

5. Vietargli di riparare un tubo in casa o di avvitare o svitare una lampadina (tu sai soltanto scrivere!)

6. Regalargli un set di penne (quando sappiamo benissimo che allo scrittore in questione probabilmente interessano più le penne al sugo o al limite in bianco, con olio e parmigiano)

7. Comprargli un vecchio modello di macchina da scrivere (non le usa più nessuno e lo scrittore in questione non sopporta oggetti di arredamento ad indicare un ego che lui stesso non possiede al 90%)

8. Chiedergli un autografo o una dedica su un libro non suo

9. Chiedergli quand’è che si deciderà finalmente a fare un po’ di grana

10. Complimentarsi con lui chiedendogli quando farà la prossima esposizione di quadri d’autore

P.s.: nella maggior parte dei casi lo scrittore al quale vi siete rivolti compilerà anche la lista della spesa, accettando con rassegnazione l’infausto fato.

Casa, ehm scusate “dimora”, di Stephen King, non male per uno scrittore

Attico a New York

Continuano gli appuntamenti con Altre Narratività su Flanerì Magazine!

Un attico a New York, lui e lei che dormono. Lui però non prende sonno: una domanda lo ossessiona….

Per leggere il racconto seguire il link:

Attico a New York

Vivere nuoce gravemente alla salute

Ci ho provato, sbagliando.

Fin quasi a rischiare il cancro o un infarto.

D’altronde me lo avevano detto di stare attento: vivere nuoce gravemente alla salute.

Ho un sacco di vizi: scrivo, provo sentimenti, parlo, rido, piango, leggo.

Scrivo almeno una volta al giorno, e quando non sono impegnato in un vizio, ce n’è sicuramente un altro che mi occupa la giornata, o più vizi contemporaneamente.

Devo smettere di pensare e di provare sentimenti, devo anche smettere di scrivere e di leggere. Devo limitarmi a respirare, d’ora in poi.

Il medico è stato chiaro: respira e basta. Non farti domande, non cercare risposte. Respira, come una pianta.

Stai al tuo posto, e vedrai che vita meravigliosa che avrai.

Quindi ho deciso di seguire i consigli del medico, perché vivere è pericoloso, nuoce gravemente alla salute.

Vabbè, magari, domani smetto.

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