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Sine titulo domenicale.

Il panorama della scrittura italica è vasto, fatto di realtà in frantumazione e altre più solide. Le prime sono sotterranee. Nel “sottosuolo” fermenta l’humus dal quale solo può rinascere una pianta vigorosa. Più sopra, esposte malamente ai venti cangianti del clima politico e del mercato, troviamo piante certamente più belle a vedersi ma che durano ben poco, forse neanche il tempo di una stagione. L’olivo secolare resiste, certo richiede pazienza, richiede costanza, nella sua semidomesticità al contrario di piante per le quali non possiamo trovare un nome-metafora, dal momento che i raffronti biologici sono tutti di pieno rispetto.
Così nella vita, si finisce per preferire spesso il polline leggero rispetto all’insostenibilità massiccia di un olivo. Pochi scavano e si affidano alle radici.
Mi sento come Ulisse nella sala dei proci, e un vento di fuoco sta per travolgerli tutti, non per logiche meccaniche o volontaristiche, ma per divina previdenza. Per citare le Baccanti: quando l’atteso non si compie, un dio arriva e realizza l’inatteso.

Come mettere in crisi uno scrittore

Se avete la sfortuna di conoscere uno scrittore e volete per qualche vostro motivo metterlo in crisi ecco una serie di punti per condurlo nel tunnel della scarsa lucidità:

1. Rivolgersi allo scrittore in questione affinché scriva di suo pugno vostre parole, in quanto se è uno scrittore deve avere per forza una bella grafia

2. Chiedergli consigli e ispirazioni per frasi e biglietti d’auguri seriali (cresime, matrimoni, comunioni): tra l’altro più lo scrittore è lontano dal modello Moccia e più è prossimo al modello Baudelaire, e più questa richiesta potrebbe essere fonte di stati di stress e frustrazione

3. Chiedergli quando la smetterà di dedicarsi alle poesie e alla letteratura, per scrivere finalmente una storia d’amore su adolescenti figli di papà ambientata al liceo o una bella saga…fantasy con protagonista piagnucolante che non vede l’ora di cavalcare un drago

4. Chiedergli di compilare la lista della spesa (tu sai scrivere, sicuramente non dimenticherai niente!)

5. Vietargli di riparare un tubo in casa o di avvitare o svitare una lampadina (tu sai soltanto scrivere!)

6. Regalargli un set di penne (quando sappiamo benissimo che allo scrittore in questione probabilmente interessano più le penne al sugo o al limite in bianco, con olio e parmigiano)

7. Comprargli un vecchio modello di macchina da scrivere (non le usa più nessuno e lo scrittore in questione non sopporta oggetti di arredamento ad indicare un ego che lui stesso non possiede al 90%)

8. Chiedergli un autografo o una dedica su un libro non suo

9. Chiedergli quand’è che si deciderà finalmente a fare un po’ di grana

10. Complimentarsi con lui chiedendogli quando farà la prossima esposizione di quadri d’autore

P.s.: nella maggior parte dei casi lo scrittore al quale vi siete rivolti compilerà anche la lista della spesa, accettando con rassegnazione l’infausto fato.

Casa, ehm scusate “dimora”, di Stephen King, non male per uno scrittore

Attico a New York

Continuano gli appuntamenti con Altre Narratività su Flanerì Magazine!

Un attico a New York, lui e lei che dormono. Lui però non prende sonno: una domanda lo ossessiona….

Per leggere il racconto seguire il link:

Attico a New York

Vivere nuoce gravemente alla salute

Ci ho provato, sbagliando.

Fin quasi a rischiare il cancro o un infarto.

D’altronde me lo avevano detto di stare attento: vivere nuoce gravemente alla salute.

Ho un sacco di vizi: scrivo, provo sentimenti, parlo, rido, piango, leggo.

Scrivo almeno una volta al giorno, e quando non sono impegnato in un vizio, ce n’è sicuramente un altro che mi occupa la giornata, o più vizi contemporaneamente.

Devo smettere di pensare e di provare sentimenti, devo anche smettere di scrivere e di leggere. Devo limitarmi a respirare, d’ora in poi.

Il medico è stato chiaro: respira e basta. Non farti domande, non cercare risposte. Respira, come una pianta.

Stai al tuo posto, e vedrai che vita meravigliosa che avrai.

Quindi ho deciso di seguire i consigli del medico, perché vivere è pericoloso, nuoce gravemente alla salute.

Vabbè, magari, domani smetto.

Una giornata normale

Il libro è ordinabile presso qualsiasi libreria fisica o punto vendita online.

Sono le prime ore del mattino e vorresti scrivere un pezzo.

Su cosa di preciso non hai idea, ma pensi “Devo scrivere qualcosa.” Magari un racconto, ti va di scrivere un racconto? No, non sei in vena. Magari una poesia, no troppo facile, troppo breve. Magari potresti fare pubblicità al tuo ultimo libro di poesie, “State scherzando, vero?”, edito da Edizioni Ensemble.

Insomma, sì potresti fare tutto questo.

Ma anche no. Diciamo che non ti va di scrivere e lasci che le parole dei grilli parlanti “Il blog ha bisogno di pezzi, è urgente riprendere l’attività!” si infrangano contro l’ultimo modello di ventilatore comprato apposta per combattere il caldo massiccio di questi giorni.

Hai l’impressione che le pale del ventilatore riescano persino a spostare le idee, a rendere più dinamica e attiva la tua mente, anche se poi, in televisione, sui giornali, nei trafiletti riportati fuori dalle edicole, continui a leggere sempre le stesse cose.

E i giornalisti in televisione hanno sempre lo stesso tono e lo stesso stile, come stegosauri in attesa della fine della loro era, causa caduta di un meteorite.

Vorresti, per il blog, uno di quei bei pezzi brillanti come un tempo, magari una bella citazione a capoverso, che le citazioni fanno sempre comodo, sono come la coccarda sui regali, ci stanno bene.

Ma poi queste temperature ti sfiancano, le pile di libri depositati sulla scrivania ti ricordano che devi studiare, le tue energie sono canalizzate altrove, per adesso.

E quindi non ti resta che sospirare e rimandare anche per oggi il miracolo della moltiplicazione delle vongole e dei merluzzi.

Porca miseria! Ho il latte sui fornelli! Devo andare!

 

Piccolo Spazio Pubblicità

Piccolo Spazio Pubblicità

Piccolo Spazio Poesia

Piccolo Spazio in Espansione

Piccolo piccolo piccolo!!!

State scherzando, vero?

Non avete ancora acquistato il nostro libro di poesie?

Acquistatelo pure…a vostro rischio e pericolo!

Effetti collaterali: vivere.

Si può ordinare presso qualsiasi libreria (fisica o online, nonché presso il sito dell’Editore)

Dulcis in fundo: ecco qui il link della registrazione dell’intervista agli autori presso gli studi della web radio Radio Libera Tutti  :

Intervista agli autori

dove tra l’altro potete trovare qualche assaggino…

Lettera unta

Ho la sensazione che con te, ultimamente, la conversazione sia rimasta al come-stai-bene-e-tu-io-tutto-bene fino a chiederlo all’infinito, tutti i ‘come stai’ dimenticati dalla storia che nessuno ricorda perché troppo indaffarati a studiarla, la storia.

Mi ritrovo a scriverti queste righe amare perché oggi ho la sensazione che il mondo si sia preso gioco di noi, che ogni storia che pensiamo essere unica è fagocitata da una, grande Storia, che annulla tutto, che ci rende superstiti ai nostri stessi sogni. Che ci rende disillusi , ma facendo finta di essere degli illusi.
Oggi mi trovo sputato, su un piatto non pulito bene su cui abbiamo litigato perché anche questo fa parte della Storia, anche se tu non lo sai. Le storie non sono mai originali. La Storia ha già previsto e contiene in sé tutto, ci ritroviamo solo a giocare una partita a scacchi in modo diverso, una partita forse giocata già centinaia di anni fa. Oggi sogniamo le automobili ad idrogeno magari prima si sognava e basta.
Non me la prendo con il piatto non pulito: effettivamente lui non ha colpa se non quella di esistere. La colpa di tutta questa digressione sta proprio sull’unto che non si leva. Le colpe non si cancellano, si semplicemente dimenticano. Facciamo finta di avere dimenticatoi infiniti già collaudati dalla Storia. Quell’unto serviva invece a ricordarci di essere sporchi, esseri infetti e nocivi che pretendono il controllo. Che mirano al controllo.
Il piatto, mi dispiace, l’ho lasciato sporco. Tu non chiedermi come stai, perché oggi non te lo dico.

State scherzando, vero?

SIETE PRONTI? SIETE CALDI? SIETE AFFAMATI?

Vi presentiamo la nostra Antologia Poetica in quanto autori del blog Vongole & Merluzzi.

La raccolta si intitola “State scherzando, vero?” e si propone l’ambizioso scopo di riportare l’Uomo al centro della Storia.

Dopo l’I-pad, l’I-pod, l’I-phone , occorre stabilire “I Poetry”: cambiare il mondo e risvegliare la propria coscienza tramite l’azione poetica.

Non è una striscia defilata della solita rivoluzione pseudo sessantottina, né l’urlo patinato dei soliti poetucoli che riempiono librerie e strade. Siamo piuttosto poet-astri.

E questo è un libro di poesie per chi odia la poesia, per chi ama ed odia la vita, questo è rock.

Autori: Macale, Appetito, De Cave (alias Lordbad, Franklinguamozza, Fishcanfly su questa nave).

Edizioni Ensemble.

Il libro è ordinabile presso qualsiasi libreria italiana, o presso il sito dell’editore o anche contattandoci personalmente.

Link Edizioni Ensemble:

Attenzione: 
è severamente vietato leggere questo libro prima e dopo i pasti 
e durante le ore diurne; 
si consiglia vivamente di non sostare in posti pubblici con il presente, 
onde evitare di suscitare reazioni di eccitamento improvviso 
da parte di sconosciuti; usare con cautela. 
In caso di eccessiva lettura consultare direttamente i poeti; 
tenere lontano dalla portata degli adulti, dei disillusi, e dei sani; 
il contenuto è altamente infiammabile. 
Le statistiche riportano stime di milioni di anime bruciate; 
è infine assolutamente sconsigliato cambiare dopo la chiusura del libro. 
Ogni abuso verrà punito con un sogno.

Lettera aperta a LordBad.

Porthos è il mio cane. Porthos è vivo. Oggi è stato investito. E’ uscito fuori dal suo territorio. Dalla sua casa. Si è spinto oltre, come un Ulisse al di là delle colonne. Una macchina in velocità. L’ha colpito. Lui è balzato.

Ho capito che la morte è fantasiosa. Questo non vuol dire che la morte non è uguale per tutti.

La morte è morte.

Anche quando scherza.

Anche quando fa finta di prenderti e poi ti molla di colpo.

Provo invidia per chi ama la vita. Ignaro. Per inconsapevolezza; per troppo ardore; per ignoranza.

Ignaro che la vita è esattamente come la morte. Ti coglie alla sprovvista. Un giudice che sbatte forsennato il martelletto e decreta se tu devi vivere o devi morire.

Basta un tanto. Una parola. Una parola e tutto diventa Storia.

Il verbo si è fatto carne ecc… , ecc…

Non tutti sanno quanto le parole sono inutili. Non tutti gli scrittori se ne accorgono. Pochi sono quelli che lo dimostrano.

Vedete, siamo degli abusatori. Di parole e quindi di promesse. E il coraggio è la rogna dell’anima. Nessun antibiotico lo combatterà.

Viviamo impauriti. Viviamo miseri.

Siamo plasmati con la miseria. I “plasmon” dell’emozione.

Ed il tempo non è fermo come l’orologio della mia stanza. Il tempo va. Su un purosangue e non un ronzino, come spesso si crede.

Per quanto la vita non si presta alla vita, e quindi ad essere vissuta nella sua interezza, noi abbiamo il diritto e il dovere di sacrificarci, o quantomeno di sforzarci, di andare oltre le nostre potenzialità. I nostri limiti.

Potremmo essere e diventare tutto ciò che vogliamo, se solo lo volessimo.

Cosa ci ferma? Cosa ci blocca? Perché abbiamo tanto timore? Cos’è questo timore che ci impedisce di…?

E’ il non voler perdere quello che si ha. Perché siamo persone comode, fondamentalmente. Comodi comodini accomodati.

Stiamo buttando un sacco di tempo in attesa di un tempo.

Migliore.

E se quel tempo non arriverà mai?

Cosa conta maggiormente: l’attesa del tempo o il tempo dell’attesa?

Qualunque sia la domanda, noi ci stiamo accontentando.

Comunque ci accontenteremo. Ecco perché credo fermamente che bisogna fare almeno il possibile per cambiare le carte in tavola e stravolgere la partita.

Stravolgerci. Sì. Vi rendete conto che la materia, il tatto sarà una delle primissime cose che non ci saranno concesse, domani?

Troppo spesso si ha il timore di accorgersi che si può essere felici anche non essendo se stessi, non essendo uguale a ieri.

Spesso si ha paura di accorgersi che si può perfino non essere felici. Perché fa parte della vita. Del gioco.

Sono franlinguamozza. E come i sette venti sanno, ho il vizio di parlare e dire ciò che penso.

Ora tu, Lordbad, puoi fare orecchie da mercante. Riderci su o perfino commentare con la tua forbita dialettica.

La verità sarà sempre una: potrai guidare questa barcaccia su qualsiasi oceano tu voglia, ma non sarai in grado di guidare il veliero della tua vita se continuerai ad usare la bussola.

Tuo, frank.

Sostiene Tabucchi

Antonio Tabucchi (Pisa, 24 settembre 1943 – Lisbona, 25 marzo 2012

 

L’ultima pagina che hai letto è stata un toro in mezzo al petto

…ma è solo vita che entra dentro!

 

Appunti post-buongiorno.

Ho la sensazione che ci sia bisogno di silenzio. Si fermassero per un attimo i calzolai, quei pochi rimasti; i barbieri; i panettieri; gli impiegati d’ufficio ruba stipendio; i preti; i baristi; i braccianti convenienti; le puttane economiche; i malfattori; i secchioni e gli asini; gli edicolanti; gli attacca briga; i nulla facenti; i “tutto fare”; i precari; i sistemati; i sognatori e i rivoluzionari; gli sniffatori.

Si fermassero. Non per la patria né per politica altrui. Bensì per loro stessi.

Spazio a quel vano senso di pace che è tutto un dire e un professare dall’altare immacolato.

Dal seggio del silenzio sono convinto che le cose apparirebbero definite. Questo paese di vecchi vecchi e di giovani vecchi sarebbe migliore per un microfrangente di disperata anomalia. Niente più vanità e ridicolezze. Accuse e diatribe. Il pettegolezzo diverrebbe complimento. L’offesa, perdono. Niente più gare. Arrivismi.

Saremmo la fotografia perfetta di un presepe assopito e progredito. Sussultando con tutta la bellezza appartenutaci da secoli, potremmo espandere questo retaggio ghettizzante ad un’intera umanità. Un’immobile quiete lunga la cruna di un ago concederebbe un pezzo di “paradiso perduto”.

Tuttavia, i sogni giacciono sempre altrove. E Milton era un poeta, fallibile, come tutti i grandi scrittori. Ho una sensazione che non sarà mai sensazione. Costretto a girovagare come carro trascinato da nessun bue per strade su cui sono cresciuto, e che disconosco per la loro infedeltà. Non può un paese appartenerti. Non può una nazione appartenerti. Non può la vita, altresì, appartenerti. Mi chiamano “compaesano”. Mi credono “fratello”. Mi convincono di essere un “compagno”. Addirittura c’è chi aleggia la parola “figlio”. C’è una rete di legami inesistenti che lega l’uomo all’uomo rendendoci alghe attaccate a pescherecci. Non saremo mai liberi. Mai del tutto. Io non sono nessuno; dunque non posso essere “di” nessuno. La fratellanza è pura sopportazione. Dialettica. Quando osservo alcune personalità che scimmiottano la vita pagando con il loro tempo il mutuo della morte, statue di terracotta ferme ad una piazza pronte a sfilare, tacchini su tacchi, e civettano di confessionale in confessionale spogliando spudoratamente l’immagine di poveri Cristi ancora da martirizzare, quando parlo con gente altolocata che firma autografi su pezzi di carta igienica in cambio di una (t)rombante macchina che riverbera di colle in colle, capisco che non c’è niente di fraterno tra me e loro.

Ho pena per queste povere esistenze che sono solamente delle povere esistenze che ripetono un “mia culpa” interminabile di stupidità.

Nondimeno, vien da sollecitare a salvare le anime. Che le nostre siano, come voleva De André, delle anime salve.

Fuori l’estate stenta ad arrivare. I bar si riempiono. Le menti si sono sfollate.

C’è sempre qualcosa destinata ad essere tardiva, altre a non sopraggiungere affatto, come queste parole, presumibilmente.

Nerd Funeral Party

Ci sono oggetti ai quali ti affezioni senza nemmeno saperlo, è così che ci si innamora. Quando ti rendi conto di amare una persona, in realtà hai cominciato ad amarla da un pezzo: è che il cervello arriva sempre dopo il cuore.

Così mentre scrivevo articoli e post ultimamente venivano a mancare in molte parole le lettere. Una volta toccava alla “i”, un’altra volta toccava alla “a”, altre volte ancora le parole risultavano attaccate fra di loro, come se non avessi premuto il tasto “spacebar”.

Ma fino all’ultimo ho cercato di salvarla, la mia cara vecchia Logitech Deluxe. La Tastiera per eccellenza. Quella che per più di otto anni mi ha servito con onore.

Posso dire che le migliori cose che ho scritto, non sono opera mia o delle mie dita. Sono opera della tastiera. Era lei la vera scrivente. Tutto passava dai suoi circuiti, ogni mio pensiero, ogni mio input era filtrato dal suo silicio.

Come una silenziosa e fidata alleata che di me sapeva ogni cosa. Porterà con sé il ricordo dei miei polpastrelli, continuerà a scrivere al mio posto nel paradiso delle tastiere, finalmente libera di far cavalcare i suoi input verso l’infinito spazio di bit.

L’esame autoptico ha rilevato una grande quantità di polvere e batteri. Le cause di morte, hanno dichiarato i medici, sono vecchiaia, certo un decesso accelerato da una grave setticemia in corso. Malgrado il disperato tentativo di salvarla in sala operatoria, non c’è stato nulla da fare.

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Alla fine è stato necessario premere il tasto “Escape”, facendola morire di una dolce morte. Le tre luci in alto a destra hanno lampeggiato per l’ultima volta, di un verde speranza e poi l’addio.

Rendiamole onore per l’ultima volta.

Era una Tastiera dell’Impero.

P.s.: questo post è stato silenziosamente scritto con una nuova tastiera, una Microsoft. Lei è appena agli inizi e non è un rimpiazzo della precedente. Sono certo che la mia fiducia è ben riposta. (Altrimenti Bill Gates sentirà le mie urla!)

Ave Logy! Coloro che stanno per scrivere, ti salutano.

All’università si mangiano solo tramezzini

 

Scrivere poesie non è difficile; è difficile viverle.

Charles Bukowski

Stamattina l’università sembra un grande stomaco. Pronto a digerire. Tutto è teso alla masticazione, dalle barrette ipocaloriche kellogs ai piccoli kinder pinguì che costano ben 80 cent. Un vero furto. Le persone vanno e vengono, indaffarate dalla sapienza. Credo che conquistare la sapienza sia un affare difficile. Anche perché i muri e i pavimenti crollano. Ma nessuno se ne accorge. Da quando sono entrato dentro l’università ho capito che vestirsi bene dà la sapienza. Ecco perché io mi sento insipiente.

L’odore del caffè pare cannibale. Stacca tutto dalle narici. Dà il contentino. Ma almeno ti fa conoscere la gnocca che hai visto a lezione, se ti va bene.  Deve farti riprendere dal caldo della biblioteca, togliere quel culo un po’ flaccido dalla sedia. La biblioteca dovrebbe essere fatta per leggere e stare in pace. Invece ti fa stare in guerra, a partire dal vicino.

Che mangia un panino al prosciutto. Un casino con le sue mascelle. Un casino con le briciole.

Ecco perché dentro l’università si mangiano solo tramezzini.

Allora mi siedo. Leggo Bukowski. Anche lì si mangia un sacco. Soprattutto polpette e spaghetti. Sugo che cade dalle labbra unte e sporgenti.

Ancora casino con le briciole di pane. La gente che guarda il tizio mentre mangia il panino al prosciutto. Mentre leggo, guardo con distacco chi mi gira intorno. Il tal esame è tosto, assicura un ragazzo con gli occhiali un po’ troppo sporgenti, sempre lì lì per scivolare definitivamente. Un altro annuisce con l’aria di chi ha studiato davvero tutto. Poi becco la sua prova: aveva un minuscolo rivolo di maionese sull’angolo sinistro della bocca. Ma noto che anche l’altro ha un rivolo di maionese.

Mi fissa una ragazza che va di fretta. Due occhi enormi. Anche lei un rivolo di maionese.

E un professore. E l’inserviente delle macchinette, dalla barba rossiccia della penombra delle scalette. Rivoli di maionese.

Abbasso gli occhi: ho un casino di briciole e di merde varie. Sono fottuto, ho pensato.

Flanerì: venerdì pesce!

Negli agitati mari del web abbiamo stretto una collaborazione con l’associazione culturale Flanerì.

Flanerì è soprattutto una “piattaforma plasmabile e in continuo movimento”.

Ci è piaciuto fin da subito lo spirito dinamico che la contraddistingue: dalle recensioni agli articoli alla narrativa al magazine cartaceo!

La collaborazione consiste in una parallela pubblicazione di racconti inediti degli autori di questo blog, che hanno l’onore di essere ospitati nelle acque di Flanerì, ogni due venerdì del mese.

Per cominciare si è scelto un racconto già edito, ma per molti lettori certamente ancora inedito: Amore (a qualcuno piace parallelo).

Seguiteci come sempre sia qui che su Flanerì: vi faremo pescatori di vongole e di merluzzi.

Link:

Amore (a qualcuno piace parallelo)

Flanerì 

FLANERÌ: “O FRASTUONI E VISIONI! PARTO PER AFFETTI E RUMORI NUOVI!”

Il pezzo della vita

Dedicato agli scrittori e alle scrittrici in genere.

Ho immaginato spesso come avrei scritto il mio pezzo della vita. Stavolta, mi dice il capo, piazzami il miglior pezzo di sempre. Io penso Certo che lo avrà, scrivo continuamente pezzi della vita. Poi mi ritrovo davanti al foglio e puntualmente diventa un pezzo che non scrivo. Un pezzo che non è della vita, ma un pezzo. Uno qualsiasi mangiato da chiunque. Propriamente che farà da foglio di giornale per una pizza mezza unta comprata a fine giornata con sotto le notizie troppo vecchie.

Grazie anche a Giò e al suo staff che ci hanno aiutato a capire come usare i giornali

No, stavolta immagino il pezzo della vita. Il pezzo della vita è qualcos’altro. Il pezzo della vita è fatto di vita, non c’è nessuna alternativa. Stai lì con la tua vita, nient’altro, che devi far diventare pezzo. Allora ho immaginato che per trasferire vita lì sopra dovrei innanzitutto dire qualcosa ai posteri. Devo dire qualcosa a loro perché io non sono riuscito a farlo io nella mia vita. Ma allora, non sto parlando della mia vita: sto parlando di qualcosa che avrei voluto fare. Il pezzo della mia vita non inizierà con su scritto “Tra cent’anni il mondo sicuramente sarà diverso”. No, il pezzo della vita è qualcosa che non cambia.

Sono convinto che certe cose durino nel tempo. Come si fa a giudicare, altrimenti, un’opera d’arte del passato e dire che sia bella anche se è di cinquecento anni fa? Considerazione banale? Ecco, il primo pezzo del pezzo sulla vita sarà la bellezza. Non perché penso sia un valore a cui ambire nella vita, ma perché penso sia la vita stessa: non è solo questione di estetica. È una questione di etica e la bellezza non può essere privata.

Il pezzo della vita è per chi legge, per chi è arrivato troppo tardi per leggere, chi non c’era per leggere e per chi leggerà, per chi non vuole leggerlo e per chi pensa che leggere sia una fatica. Il pezzo della vita non sta in ciò che deve ancora venire, ma in ciò che è. Ho deciso che il pezzo della vita lo può anche leggere chi non lo conosce. Questo lo vedo come un problema. Il pezzo della vita penso proprio, a questo punto, che non lo scriverò sennò diventerà un pezzo. Altrimenti inizierebbe con qualcosa e finirebbe con altro.

In realtà al mio capo come faccio a spiegarle che non esiste il pezzo della vita? Come darle torto che in fondo la vita ce la stiamo scordando da un pezzo?

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