Rock

Era perfetta.
Perfetta come un orologio svizzero al polso di Dio. Nessuna sorpresa, nessuna alterazione, nessuna meraviglia al di là di quelle programmate e scelte con cura.
Un cammino predefinito, non privo di rischi, tutto in salita in verità, ma comunque un percorso, una impossibilità ad uscire fuori dai limiti consentiti, impliciti e naturalmente artificiali.
Poi un giorno ho deciso di incasinarla.
Non ho capito bene ancora se è stata una decisione repentina, graduale, consapevole: che importa? Quando si prende una decisione, in qualsiasi modo accada, ciò che conta è prenderla.
Insomma mi sono detto che non avrei avuto un cazzo da raccontare a nessuno un giorno, a meno che non facessi qualcosa, non inventassi qualcosa, una diavoleria, una genialata.
Così mi sono trasformato.
E se prima credevo di essere una crisalide, ora so cosa significa essere un’aquila.
Conosco la caduta, il cambiamento, il rischio, il pericolo.
Ciascuno lo conosce e lo affronta a modo suo, quando decide di cambiare.
Ma è questo che distingue le anime rock dalle anime perse.
Io sono un’anima rock, e non me ne andrò via se prima non avrò scaricato un bel po’ di adrenalina su questo palco chiamato “vita”.
Adamo, il sindacato e la Apple.
Questa mela sarà la mia maledizione. E poi non mi porterà niente sul curriculum, anzi al massimo mi porterà una nota di biasimo. Il posto di guardiano me l’hanno appioppato senza neanche chiedermelo e già il fatto di non aver saputo niente su tutti i tipi di alberi mi dà un po’ di noia. In realtà ho dovuto per forza accettare il lavoro perché di questi tempi nessuno te lo offre. Per non parlare poi dei serpenti: sto qui con una che vuole darmi una mela e ha la fissa dei pitoni.
Quella sciagurata, per giunta, non sa quanto è tosto mangiare quella mela. Poi ho appena finito di pranzare: almeno il pranzo me lo passa la ditta. Un lusso, direi. Ma chissà come fanno gli altri a mangiare una mela a fine pranzo. A parte che non c’è nessuno da queste parti o comunque non l’ho mai visto, a parte lei, Eva. Ora che ci penso, anche il nostro datore di lavoro non è il massimo dell’appariscenza. Non si fa mai vedere.

Aveva accettato una sfida: bisognava vincere!
Comunque, rieccola con la mela. Mi potrebbe costare, a livello lavorativo, l’ira di dio. E neanche sono a dieta. Certe volte pensare solo che dopo averla mangiata rimarrà il torsolo mi fa perdere la voglia. In ogni modo, quel pomo è sintomo della poca trasparenza lavorativa. Sfido io: nessun contratto e nessun coltello. Come diavolo pensa il proprietario che mi si ficchi nello stomaco l’ananas? Alla fine è normale che uno vada sulle mele. E poi, nei miei tempi, debbo dire che mangiare la mela può essere l’unico modo per avvicinarmi al sindacato. Che figura ci faccio fare sennò? Io contro la poca trasparenza che poi nemmeno mi iscrivo al sindacato? Non se ne parla.

Non so se il serpente che è con Eva è in sciopero o cosa. Pare che Eva sia in riunione con lui. Ma cosa c’è da dire? Non gli sta forse bene il nome che gli ho dato? Il contratto parlava chiaro. Immagino che quei due siano in sciopero contro la creazione, ma come al solito toccano a me i lavori sporchi: la faccia ce la metto io, mica i sindacati. E la mia ricreazione? Qui c’è scritto che ho diritto al riposo. Non sapevo che essere creati , almeno così ci è stato detto, fosse così impegnativo da sostenere, nemmeno c’è stato detto qualcosa sulle agevolazioni per le coppie nuove per la locazione.
Come al solito poi si fa man bassa dei diritti e si spaccia il fatto che le mele costano poco solo per la globalizzazione della creazione, ma poi vai a vedere chi produce le mele. A proposito, chi produce le mele? Sì, ci credono ancora alla storia dei sindacati, del giardino e della contrattazione. Oramai si fa in quattro e quattr’otto. Eva e il serpente hanno un po’ ragione ad incazzarsi, in fondo.
Una cosa la ammetto: questo affare della mela non andrà a lieto fine.

La livella storta
Entrando nella metro, io ed un altro, non meglio precisato, tanto non ha importanza, ti ho visto nella metro. Ci conoscevamo, buoni amici, ma mi sono sorpreso, ti ho trovata altra. Ho trovato che eri storta. Proprio storta. Non si trattava di bruttezza, di poco gusto estetico, di respingere determinati canoni estetici. La tua stortura mi opprimeva.
Non me ne ero accorto fino ad ora. Avevo coltivato un’immagine di te che portava essenzialmente al mare. Portava al mare perché era essenziale, cioè l’avevo protetta dal tuo involucro di stortura. Avevi begli occhi, davvero: miele di castagno appena colato nel barattolo, con quei tenui cristalli di luce rappresi e venature rosa. Non lo scrivo per dare un’attenuante, anche perché al mare non si guardano i particolari, non si contano le gocce. Al mare si guarda alla linea di marea. Storta.

Un occhio leggermente più su dell’altro. Una goccia. Un occhio poco più chiuso dell’altro. Due gocce. Davvero mi stavo sbagliando, forse, o credo sia solo un’impressione. Forse sono i pazzi che poi salveranno questo mondo. Forse vi sto solo raccontando la mia di pazzia e io non sto affatto salvando il mondo.
Ti avrei potuto dire, vecchia mia come stai? Ti avrei potuto dare una pacca sulla spalla e dire ciò che volevo, che non possiamo scegliere le nostre compagnie, oramai, perché c’è la crisi e siamo scelti. Che l’impotenza ce la insegna l’università , che le avventure hanno ottime scuse per non essere intraprese, che è meglio tornare a casa perché i viaggi meglio lasciarli fare agli uomini e alle donne che non sanno che significa approdare perché il viaggio è finito, che la casa con la crisi vale di più se è di proprietà. Ti avrei potuto dire tutto questo, ma con una china che ti si versava addosso con la tua stessa linea.

Eri la mia tristezza, ma c’era qualcos’altro che stava andando storto. Era tutto il resto che era storto, che tu eri l’unica dritta perché effettivamente avevi qualcosa da dire dritto, che la metro era storta. I tuoi occhi nulla di diverso dal solito.
Terza goccia.
La livella non è più sufficiente per dare senso al mondo, caro Totò. La livella ho deciso di trovarla lì sotto, nella metro. In vita.
La vita è un paradosso
Questa vuole essere una premessa a un mio racconto sul tema del paradosso, che sarà prossimamente pubblicato in un’antologia che uscirà a breve e della quale vi terrò informati. La premessa è del tutto indipendente, a livello di comprensione, dal corpus letterario. Buona lettura, nell’attesa.
Non c’è cosa che vada più contro i luoghi comuni che la vita stessa.
La vita è essenzialmente tragica, in quanto contrassegnata dal conflitto tra la nostra parte razionale e la nostra parte ragionevole.
La razionalità ci suggerisce che un evento possa e debba essere modificato a nostro piacimento. Sembra, a primo sguardo, un assunto del tutto contraddittorio, ma così non è. Un atteggiamento razionale richiede di impostare la propria vita secondo alcuni precisi canoni. Fare dei progetti e agire secondo quei progetti, così come prefissati nella nostra mente. La nostra parte razionale ci suggerisce uno stato conservativo delle situazioni. Aspiriamo, drasticamente, utopicamente, a uno status quo, a una sedentarietà emotiva.
Ci illudiamo molto facilmente di poter coltivare una quotidiana serenità. E quando accade (perché comunque accade) che qualcosa va storto, fuori dai piani, la prima reazione è tentare di domare l’imprevedibile, riconducendo l’evento nei binari della razionalità.
Ma questa, a dirla tutta, è pura follia!
Anzi, più razionalizziamo l’accaduto, più quello si dilata nella sfera della non-logica. Abbiamo sempre creduto che
2 + 2 = 4
ma quando un giorno ci troveremo di fronte al fatto compiuto che
2 + 2 = 5
noi diremo che “C’è un errore!” e tenteremo di correggere l’errore. La nostra parte razionale ci sta dicendo che non è razionalmente accettabile un simile risultato diverso da quello previsto. Perciò abbiamo creato i computer a nostra parziale immagine e somiglianza.
Ma nella vita ci sono maggiori probabilità che 2 + 2 = 5, e non 4. L’esistenza quotidiana è costellata di paradossi, di situazioni che sfuggono a un giudizio razionale. La razionalità è statica, le circostanze sono dinamiche, l’attrito è fatale.
Ed è qui che entra in gioco una possibile chiave di soluzione: la ragionevolezza. Essa è una predisposizione (vuoi sociale, vuoi comportamentale) ad accettare l’imprevedibile…ed andare avanti.
Un essere razionale è ottuso, chiuso. Un essere ragionevole è aperto al cambiamento, maturo, responsabile, consapevole del proprio ruolo, cioè pedina di una scacchiera che non è e non sarà mai sotto il suo assoluto controllo. Ma consapevole anche che sotto il suo assoluto controllo è sempre (e soltanto) se stesso. L’unica barca che può controllare nel mare tempestoso di ogni giorno è la propria, nemmeno quella dei propri cari, degli amici, dell’amata, ma la propria. Ed in questo si ritrova splendidamente e assurdamente “solo”. Una solitudine però anche costruttiva che tende ponti e aiuti verso l’altro da sé.
Accettare un evento, non significa abbandonarsi del tutto alle sue conseguenze, facendo così propria una resa incondizionata. Al contrario la ragionevolezza, caposaldo democratico dei demoni che albergano nella nostra anima, è una strada che conduce al patto, alla trattativa.
Ma il Grande Imprevisto della nostra vita sapete qual è?
Non è la morte di una persona vicina, non è la persona amata che improvvisamente ci lascia senza alcuna spiegazione plausibile, non è la gomma della macchina che si sgonfia, anche quando è nuova e l’hai gonfiata poche ore prima, non è la legge di gravità che smette di funzionare.
La parte realmente imprevedibile…siamo noi stessi. Solo la ragionevolezza può trasformarci in Uomini e Donne al comando della propria nave, e non in marinai in balia delle onde, prossimi al naufragio.
Ora, io vi auguro una vita ricca di responsabilità, di consapevolezze, di demoni, di imprevisti. Vi auguro di essere l’unico Comandante al timone. Non sarà facile, ma sarà almeno avventuroso. Buona Sorte.

Cristo nella tempesta sul mare di Galilea, 1633, Rembrandt
Lettera ad Dio
Ciao Dio,
ti scrivo questa lettera sapendo che probabilmente tu conoscerai in anticipo il contenuto prima di aprire la busta o prima di connetterti.
Ma è vero che lì in Paradiso avete la fibra divina dove tutto è condivisibile in gioia e grazia? Perché qui si è scoperta l’adsl da poco e pare già una rivoluzione. Ma riconosco che lì state sempre avanti, d’altronde con il traffico quotidiano e ininterotto di chiamate da gestire è quantomeno d’obbligo una linea funzionante!
Ecco il punto è proprio questo. Chiamo sempre e trovo sempre occupato oppure non raggiungibile.
Qualcuno ha provato a rifilarmi la storiella del numero inesistente, ma non ci credo. In passato rispondevi sempre, qualche volta alzavi la cornetta prima che squillasse, qualche altra volta ti facevi un po’ desiderare (o magari ti beccavo proprio in quei momenti dove eri più indaffarato!), però alla fine della chiamata ero soddisfatto e rimborsato.
Ora invece…
Capisco che c’è la crisi un po’ ovunque, è un periodo nero per tutti e ce la passiamo male, ma male male, in generale. Ma non è che in tutto questo casino troveresti cinque minuti per il sottoscritto, in fondo hai tutta l’eternità davanti e io invece…se faccio due calcoli la vedo nera! Ma nera.
E non è l’Africa, che comunque bene non sta messa, specie di questi tempi, ti sarà arrivato sicuramente qualcosa. I ribelli avanzano, per fortuna.
Ecco a proposito di “ribellioni”, vorrei sapere se posso avere delle piccole anticipazioni sul mio “destino”. Insomma scommetto che sicuramente qualcosa in serbo ce l’hai. Sì, okay, il libero arbitrio, la facoltà di scelta, ma almeno sapere tra cosa devo scegliere, non sarebbe proprio male.
Tanto non è che starò lì a criticare eh, stai tranquillo.
Solo che ecco, una sbirciatina è possibile averla?
Così, magari, mi faccio qualche programma anch’io. Non ti preoccupare non ti ho confuso per l’oracolo di Delfi. E so bene che ho in mano tutte le carte, solo che l’asso ce l’hai te. E in questo gioco, avere le maniche conterà pure qualcosa.
Io mi sento di giocare in canottiera, così non so proprio dove potrei nasconderlo un asso, a patto di avercelo.
Ah, per quella faccenda lì, insomma ci siamo capiti, vedi di dare una sbozzata, indipendentemente dalla mia volontà. Hai carta bianca.
Aspetto una tua risposta,
Infedelmente tuo,
Lordbad

Progetto Eden/Matrix
P.s.: non costringermi a spammarti la casella di posta che poi dicono che è da maleducati!
Risveglio
Si era appena svegliato, solo. Il rumore dell’oceano si infrangeva da secoli sul confine della terra. Uscì sulla veranda: quel giorno ancora non c’era nessuno in spiaggia, ma non c’era da stupirsene. Non era ancora l’inizio della bella stagione e i visitatori, grazie a dio – pensò , anche se non credeva molto in dio – tardavano ad arrivare.
Scansò gli occhiali da sole, appoggiati sul tavolino, da qualche giorno. Non ne aveva gran bisogno, sia perché il sole giocava a nascondino con le nuvole capricciose, sia perché aveva deciso in quel momento che non c’era nessun pubblico con il quale illudersi di apparire carismatico. A dire il vero, pensò, non c’era un gran bisogno di apparire carismatici, non perché lo fosse già, ma, al contrario, ne avvertiva ormai, tutta l’inutilità.
Il rischio era quello di svegliarsi constatando la propria, infinita, inutilità di essere al mondo. Fintantoché il mondo era quello lì fuori: le pareti di casa, i metri di spiaggia, la superstrada che violentava la linea costiera, il frangiflutti marino. Si era potuto permettere quell’ampia casa lavorando per il mondo del cinema. Come scrittore, aveva già capito a vent’anni di non valere granché, ma come sceneggiatore, bè aveva avuto dei bei colpi di fortuna. Perché in fondo, sosteneva, la vita non era questione di talento, ma di fortuna.
Era la maledetta fortuna – e “maledetta fortuna” era anche il titolo che aveva dato a un suo film – che aveva condizionato e continuava a condizionare la storia dell’umanità e anche la sua storia dall’alba dei tempi. La sua vita gli pareva una linea casuale di unione di puntini che producevano alla fine un determinato risultato. Lui era il risultato delle proprie scelte, schiavo di un libero arbitrio, sosteneva sempre, che pur sembrando ragionato e logico, era in verità il verbo dell’Irrazionalità.
Cosa lo aveva spinto a dormire su un lato del letto piuttosto che sull’altro? Una ragione logica? No, si rispondeva, il caos! Una pura scelta casuale, innocente, banale, nascosta, poteva condizionare un’intera esistenza costellata di apparenti opzioni ragionate.
Guardò l’origine del caos: la foto di una donna, circondata da una cornice di legno, appoggiata sul comodino della credenza. Rita lo aveva lasciato senza nessuna valida ragione. Nessuna giustificazione poteva essere passata al vaglio della logica, d’altronde non c’era niente di logico nei sentimenti, lo sapeva bene.
Si ama senza un perché e senza un perché si può smettere di amare. Sospirò. Doveva tornare al lavoro. Il baluginio del monitor lo fissava. Non aveva molta fantasia. Doveva stendere gli ultimi capitoli della storia alla quale stava lavorando e consegnarli entro due settimane a Willie, il produttore. Ogni volta era una scommessa. Non era ancora uno sceneggiatore affermato al punto tale da poter incassare l’assegno totale in anticipo sulla prima battuta della pagina. Dubitò che sarebbe riuscito a diventarlo.
- C’è qualcuno?
Sussultò. Erano rari i visitatori in prossimità della veranda. Tornò ad affacciarsi. Una donna era ferma alla staccionata che limitava il cortile, indossava un vestito bianco ed era costretta con la mano destra a tener fermo il cappello di paglia per non lasciarlo volar via. Giudicò, a una prima occhiata, che dovesse avere un venticinque anni.
- Salve, disse, mi sono persa. Ho parcheggiato la macchina e mi chiedevo quale fosse la direzione per K. Devo riuscire a raggiungere il villaggio entro stasera. So già che non arriverò mai in tempo.
- Lei è del Kansas, vero? – l’apostrofò lui.
- Come fa a saperlo..? – disse lei.
- Mia nonna era del Kansas, vivevo con lei da piccolo, riconosco l’accento.
- Ho sempre cercato di coprirlo… – disse lei, abbassando un attimo gli occhi.
- Sai che ti dico…? Non si può sfuggire al passato. Siamo frutto del nostro passato. Tutto dipende da cosa abbiamo voluto, ma dipende anche da cosa vogliamo noi in futuro. – era passato spontaneamente a dare del tu, e la donna non ne sembrava dispiaciuta.
- Io veramente cercavo solo delle informazioni su come arrivare a K. – replicò lei, sorridendo.
- E invece hai trovato delle informazioni su come arrivare ovunque. La vita ci riserva sempre delle sorprese.
- Già. Sei di qui?
Lui si guardò intorno.
- Credo di sì. Resti per cena?
- Perché no?

Funambolismo
A differenza dello stunt-man, la cui prestazione è calcolata per enfatizzare ogni rischio che fa drizzare i capelli, un buon funambolo ce la mette tutta per fargli dimenticare i pericoli, per distoglierlo dai pensieri di morte con la bellezza di cio’ che esegue sul cavo. Lavorando in preda alla massima tensione, il funambolo sul cavo a grande altezza esegue esercizi che hanno lo scopo di creare una sensazione di libertà illimitata.
Diversamente dalle altre arti, l’esperienza del cavo a grande altezza è diretta, semplice, immediata, non richiede la minima spiegazione. L’arte è la cosa stessa, una vita nella sua più nuda evidenza. Se c’è bellezza, è la bellezza che sentiamo in noi.
Dalla prefazione di Paul Auster nel libro “Trattato di funambolismo” di Philippe Petit
Questa prefazione si trova sul sito di Vasco Rossi, funambolo della musica italiana e, a mio modesto parere, della vita. Ma non sono qui per tesserne elogi. Voglio anzi concentrarmi sulla bellezza di questa prefazione, cercando di coglierne uno spunto per sviluppare il thema del post.
Dovrebbe esistere un naturale diritto non tanto ad affermare la propria “felicità”, questa è secondaria, accessoria, ma, essenzialmente, ad affermare il proprio “equilibrio”, il che non significa “stabilità”, ma appunto “funambolismo“.
La vita ci ripropone costantemente situazioni quotidiane per le quali si richiede una scelta (che vanno dallo scegliere se mangiare un piatto di pasta al sugo o un piatto di pasta in bianco, quando siamo fortunati, allo scegliere tra la vita e la morte, in situazioni estreme).

La scelta è talvolta facile, talvolta difficile. Ma non focalizzando la nostra attenzione su di essa, ma sull’ambiente, sull’universo, ci accorgeremmo che quella scelta, del tutto contingente, appartiene a una serie illimitata e potenzialmente infinita di “libere scelte”: molteplici strade che si dipartono a ogni scoccare della lancetta dell’orologio, responsabilità comportamentali che si incrociano determinando atomo dopo atomo la caduta dei pezzi di domino, la loro direzione.
Ma la Scelta Suprema, a mio modo di vedere, consiste, se così vogliamo dire, se stare sopra o se stare sotto. Ehm, no, sporcaccioni, non parlo di posizioni sessuali! Oddio, anche lì è questione di equilibrio, eh! Anzi lì è tutta questione di equilibrio, specialmente se vi piacciono le posizioni funamboliche.

- Ho capito, dai! Facciamo un esame della vista!
Il sesso è funamoblismo, l’amore è caduta libera nella rete.
Stare sotto, per continuare a usare questa metafora, significa, in questo caso, “non consapevolezza”, stare sopra è associabile a “consapevolezza”. Essere consapevoli non tanto del filo sul quale camminiamo, non tanto se la rete c’è o manca, ma dello spazio che “rubiamo” al mondo, degli atomi che ci appartengono, una consapevolezza assoluta dell’essere.
Occorre essere consapevoli delle scelte che facciamo, consapevoli del sistema di responsabilità reciproche nel quale queste scelte vanno ad innescarsi. Solo così potremo aspirare a un miglior governo (delle emozioni umane e delle cose umane), a un mondo migliore, a migliorare sè stessi.
Sii consapevole, cammina sul filo, perché il filo è in te. La libertà è in te.

- Siate consapevoli di ciò che scegliete…specialmente se avete un cane!
Anche Rocco è in te (e non vorrei essere nei panni dei maschietti!)
Mentre sgranocchio un wafer, sento la vita scivolare via
Credo che ci sia un pericolo, tra gli altri, nelle cose umane. Quello dell’avvitamento. Quando ci si attorciglia attorno ad un pensiero e al pensiero che quel peniero richiama e a quello dopo ancora. Concetti, belle parole, la mente che si affina sempre di più roteando sempre più velocemente fino a che ci si accorge che ci si è -nel frettempo- dimenticati di vivere. E allora un respiro che svuoti la mente, porta la pace e riporta alla vita. – Pensierodud, blog http://ilpensierodeldud.wordpress.com/
Voglio partire da questo merluzzesco commento al post Piscofornication, proprio per parlare del rischio dell’avvitamento, di diventare “vite” (al singolare) anziché “vita”. A questo commento spetta infatti una menzione speciale, perché enuncia, a mio parere, una buona verità.
Premesso che pensare è essenziale e una civiltà che facesse a meno del pensiero risulterebbe essere, in ultima analisi, un’anticiviltà, è anche vero che un persistente rimuginare conduce alla follia, facendoci prigionieri del Palazzo di Atlante, di ariostesca memoria.
Un vano affaticamento ad inseguire fatui fantasmi potrebbe ridurre i nostri migliori anni (che sono in sostanza ogni nostro prezioso secondo di esistenza) a cenere. Quando mi seppelliranno piangeranno (forse) sul mio corpo, ma io sarò morto da molto più tempo, anzi vorrei che si dicesse di me, che vissi solo qualche volta, tuttavia, vi sono momenti per i quali vale la pena vivere un’intera sfilza di anni (?)

La domanda è duplice: da una parte c’è l’invito a non sprecare tempo, a fissare alcune priorità, dall’altra parte c’è la considerazione, anch’essa soggettiva, propria e personale, ad inseguire un unico sogno. Fallisci ancora, fallisci meglio, diceva qualcuno, penso Brecht. (non è importante citare l’autore talvolta, ma cogliere la sostanza del suo discorso, tentativo impossibile, non privo di una certa superbia)
Ma chi può giudicare, se non me stesso, se il gioco vale la candela? Chi può frenare il mio volo verso il Sole? Erano ali di cera, ti brucerai…sì, ma mentre scoppio in volo, parafrasando Ligabue.
Insomma, saltato, per certo, il rischio dell’avvitamento, resta pur sempre il rischio, anche per l’azione, e non solo per il pensiero (ammesso che si voglia o si possa dividere l’una dall’altro: per me no, ma l’analisi richiede categorie), della “vana azione”…
Io, nel referendum della mia anima, mi schiero per il sì: vale sempre la pena.
Non sarà un bel post / 2
Questo non è un bel mondo. E questa non è propriamente quella che si chiama “notizia”. Questa volta nella trafila dei post per aspiranti suicidi non vi parlerò della malinconia, ma di qualcosa di più consistente, di più latente: la nausea di essere.
Ho la strana sensazione che non riusciremo mai a liberarci di questo inquieto male di vivere, nonché la certezza che la sofferenza ci appartiene al punto tale che se tutto nella nostra vita va bene, siamo capaci di…distruggere. Sembra quasi che, di tanto in tanto, abbiamo la fisiologica necessità di stare male e di far star male.
Francamente riuscire a risolvere il mistero dell’origine del mondo non ci sarà molto utile se prima non saremo riusciti a penetrare il mistero dell’anima umana.
Questa nausea di essere non è l’anticamera della depressione, tutt’altro: è una lucida presa di coscienza, un’affermazione del proprio io sulla vita che fa schifo.
Chi ha rinuciato alla modalità dell’avere e ha perpetrato quella dell’essere può arrivare a definire la propria solitudine esistenziale, a carpirne i limiti, pertanto ad essere nauseato non da una, ma da entrambe le pillole, quella rossa e quella blu.

Qualsiasi cosa tu sceglierai, sarà game over.
Il fallimento è la costante della Storia Umana.
Siamo destinati a illuderci.
Ci vuole coraggio? Ci vuole passione? Ci vuole speranza?
Buona vita.
Le cose non dette
A centocinquant’anni dall’Unità d’Italia, mi guardo intorno. 2 giugno, e scopro che ad essere in crisi non è il patriottismo nè men che meno la Repubblica. Un’altra repubblica è in crisi, un’altra unità, ed è quella degli esseri umani. Perché prima che cittadini, prima che soldati, prima che elettori, noi siamo fratelli, siamo esseri umani.
Non è delle guerre che mi preoccupo. “Scendi – mi dirà qualcuno al citofono – è scoppiata la Rivoluzione!” “Aspetta, non so – risponderò – fammi fare colazione!”
Cosa succede se il più grande conflitto mondiale è già esploso ed è dentro di noi, nelle nostre teste, nei nostri cuori?

Noi siamo alieni a noi stessi: alla fine tutto è perduto. La terra desolata di Eliot non promette più lillà nel mese di aprile e le ore si fanno crudeli. Gli uomini giocano partite a scacchi, normalmente intorno al sesso, o ai soldi, o al potere.
Se c’è una cosa che ho sempre odiato sono le cose che le persone non dicono. Sono quelle le granate che esplodono più vicine ai nostri orecchi, che rischiano di farci diventare sordi, insensibili a nuovi suoni.
Con la speranza ci si fa poco, sostiene Monicelli e qualche altro ateo, ma se la speranza muore, cosa diventa la nuda azione? Un mero susseguirsi di calcoli che conduce a due tipi di risposta: vittoria o fallimento. Un sistema binario che ci tiene in scacco e ci impedisce di fare mosse non previste dal sistema, fuori dalle regole del gioco.
Per calpestare le aiuole ogni tanto, occorre tornare a riporre fiducia nella speranza. Speranza non vuole dire “inerte attesa”, ma fervida preparazione di un senso. Di qui a … Dio, il passo è breve. Non abbiamo paura. Perché dovremmo avere paura?
Una volta per tutte, c’è una linea di demarcazione. Ed è questa la scelta più grave che siamo chiamati a fare. Chi non è con me, è contro di me, disse un tale…
Attraverso la spada che recide, noi troviamo la ferita che è possibile ricucire. In una visione chiara che compendia l’armonia degli opposti e le analogie strutturali dell’universo, le porte della conoscenza si dischiudono e percepiamo ciò che non è vero e non è falso, poiché non è soggetto a dimostrazione. Ma mostra il sè in un’asettica ragione dell’essere. Proprio come i romani: si vis pacem, para bellum. Cercavamo la coerenza, ma dovevamo notare le incronguenze che ci rendono vivi.
Oggi è facile essere atei. La maggior parte di noi non si cura neanche della differenza tra agnostici e atei. Non ce ne frega proprio niente. Questa è la buona notizia. La cattiva notizia è che non ce ne frega niente di noi stessi.
Tutto ciò va ben al di là di una scelta di fede o non fede: questa è questione puerile che lascio in superficie. Nell’abisso c’è altro: abbiate occhi per vedere.
Non è solo un richiamo alla sincerità, ma un imperativo a ESSERE.

- avanza dalle tenebre perché attratto dalla luce
I sentimenti non sono un gioco a scacchi. Assomigliano piuttosto alla lotta libera e senza regole. Chi gioca a scacchi con i sentimenti è il primo a perdere.
E chi lotta? Vince?
L’importante non è vincere. L’importante è “provare un sentimento, sentirsi vivi”.
- Dispersioni , Anonimo del XX sec.
Gran Finale
N.B.: questo post è patinato.

Il Big Bang
È buffo. Non raccontate mai niente a nessuno. Se lo fate, finisce che sentite la mancanza di tutti.
Il giovane Holden, Salinger (l’unica parte che mi è rimasta impressa di questo libro è il finale, quod erat demostrandum)
Tutti i finali delle serie tv che ho visto, tutti i finali dei libri che ho letto, tutti i finali delle storie che ho vissuto, tutti i finali dei cartoni animati (i più atroci con il loro ridondante vissero felici e contenti), tutti i finali finivano per somigliarsi e confondersi…cosicché li ho dimenticati tutti, e nessun finale ha lasciato il segno (salvo probabilmente il rigore di Baggio, alto,oltre la traversa).
Si dovrebbe essere in un certo senso felici quando una storia finisce. Che sia una storia che avete letto, che vi hanno raccontato o che avete vissuto in prima persona, amici miei, dovreste esserne contenti. Il finale mette sempre un po’ malinconia, è vero. Ma se pensiamo alla vita come il Grande Show nel quale i protagonisti siamo noi, e soltanto noi, allora dovremmo guardare oltre tutti questi piccoli falsi finali in cui inciampiamo in continuazione.
Quello che ci spetta di diritto se siamo nel nostro One Man Show, è un Gran Finale, un finale con i fiocchi di neve, in stile Broadway-New York, cantato, magari da Frank Sinatra reci(divo).
Tant’è che sentiamo sempre annunciare “E ora Signore e Signori, il Gran Finale!” Non ci interessa l’inizio, non quello che c’è nel mezzo, lì avremo riversato a tratti luce e buio, polvere e gloria, ma il gran finale, l’ultimo atto, la nota estrema deve essere misericordioso, sublime, supremo, su.
È finita, si dice alla fine – Rocky Balboa, 2006, alias Capitan Ovvio
Non lasciamo che niente e nessuno ci distragga dal gran finale! Comunque sia la nostra vita: siamo stati protagonisti e da protagonisti moriremo.
Attenzione: non sto parlando tanto di morte. Troppo semplice. Parlo del Gran Finale che ogni volta è Unico Atto, e lo stabilite in ogni giorno e in ogni minuto. Studiate quel finale, amici miei, perché quando ogni luce sarà spenta, e l’ultima poltrona sarà stata abbandonata dal più insonnolito dei vostri scarsi spettatori, negli occhi del pubblico dovrà essere rimasta soprattutto la scintilla abbacinante e lungimirante di un finale che in verità finale non è….Tende all’infinito.
E il giorno dopo, quando tornerete lì sopra e ricomincerete da capo, pensate che Gran Finale che siete! Il mondo finirà in voi.
E come si diceva in certi vecchi film, non finisce qui…
Robotanasia
“La vita è piacevole. La morte è pacifica. È la transizione che crea dei problemi” [Isaac Asimov]
Quando ero giovane ho letto molti libri nei quali si deplorava l’infinita meschinità degli uomini, la loro inettitudine per un mondo per certi versi “perfetto”. Ne ho letti molti altri, e molti di questi erano gli stessi che condannavano l’essere umano, del quale si elogiava la straordinarietà con la quale la persona è in grado di affrontare anche gli avvenimenti più tragici nel corso della propria esistenza.
È incredibile come il sole risvegli antichi sensi, porti nuove speranze, induca a sognare per un destino migliore: si, è vero, allora, finché c’è vita, c’è speranza. Finché c’è vita.
- Il solito, signore? – mi volto al richiamo ormai famigliare della voce robotica che mi interpella non appena sono sveglio. “Richiamo famigliare”, che orribile espressione. Eppure…
- Si, Sheila, il solito. – Sheila va via dalla stanza, le sue forme sono così perfette, la sua camminata è così perfetta, la sua voce è così perfetta. Tutto in lei rasenta l’assurdità irreale della perfezione. Nulla la tradisce: d’altronde cosa dovrebbe tradire? Un marchio di fabbrica, un insieme di logaritmi, una matrice pseudo comportamentale? Cosa dovrebbe tradire? Ah, con quali strani pensieri mi sono svegliato questa mattina, ma forse accade proprio così. Di colpo un sasso ti colpisce la testa. Magari, fino a quel momento, hai messo insieme indizi di un mondo che non credevi avessero una qualche connessione fra di loro, poi basta un attimo e tutto va al suo incastro, proprio come uno di quei vecchi puzzle ancora in voga negli anni dieci. Un lontano ricordo. Mi siedo. “Televisione, canale 2” Uno schermo si accende di fronte a me. Dall’altra parte, in semitrasparenza, posso vedere Sheila la Perfetta che sta preparando la colazione.
- …E così il deputato Erich Van De Berg è stato defenestrato ieri, dopo l’insurrezione popolare che ha eletto come suo nuovo capo il giovane Furz Taimachi, di origine indo-laikane. Voci confermano che l’insurrezione, come da programma, non ha riportato vittime, né tra il popolo, né tra le forze dell’ordine. “In un clima pacifico di non belligeranza, la Nazione torna a respirare” – ha dichiarato il sottosegretario Reynard che ha subito appoggiato il nuovo premier. – stanno trasmettendo il notiziario internazionale delle otto. Penso che la giornalista si fa di giorno in giorno più bella. Anche lei ha qualcosa della mia Sheila, forse gli occhi azzurri. No, quelli di Sheila sono di un azzurro più cristallino. Forse i capelli bruni, neanche…
- La sua colazione è pronta,signore. – se non fosse per l’avvertimento non l’avrei nemmeno sentita arrivare. Le osservo le mani sistemare ogni cosa al suo posto, dosare lo zucchero, versarlo nel caffellatte, disporre le fette biscottate in fila: tutto come le è stato detto di fare, come da programma.
“E passiamo ora al dibattito che sta tenendo impegnati in questi giorni diversi esponenti del mondo etico, medico e giuridico, nonché i rappresentanti dell’ Unione Mistica a fronte della Divisione Razionalista. Ricordiamo ai nostri navigatori che tutta la vicenda ha avuto inizio con il “Caso Jenny”.
Jenny è un robot che ha subito un incidente nautico ben due anni fa. In seguito a questo è stata ricoverata nel reparto “Traumatica” dell’ Industria Biogenesis, specializzata nella riparazione di robot. Fin qui nulla di strano. Gli ingegneri sono stati però costretti a dichiarare la prognosi riservata. Lo stato di memoria funzionale di Jenny sarebbe così prezioso per il suo padrone, il quale ha preferito al momento restare anonimo, che non sarebbe possibile per gli ingegneri non alterarlo in fase di intervento. C’è chi sostiene quindi che Jenny debba essere sostituita da un nuovo robot, e quindi eliminata, e chi sostiene che la sua fonte di memoria sia invece tale da giustificare un suo mantenimento artificiale. Il padrone ha optato per quest’ultima soluzione, ma le pressioni del fronte politico razionalista sono pesanti. Il dilemma è: può un robot essere insostituibile? Voi cosa ne pensate?”
– “Spegnimento” – lo schermo sparisce. Sheila mi sta fissando con i suoi grandi occhi. Riesco persino a carpire la granulosità del suo sguardo.
“Il signore desidera?” – chiede.
“Che cosa pensi del Caso Jenny, Sheila?”
- “Non sono in grado di formare opinioni, signore.” – La guardo accigliato.
“E perché Sheila?” “Non sono programmata per questa funzione, signore. A tutela della sua libertà di pensiero.” – risponde.
– “Già…la libertà…”.

9 febbraio 3033 : giornata mondiale sulla libera scelta
Equilibrando(sì!). Per chi perde spesso l’equilibrio.
Ho trovato l’elisir che ci può rendere sani e felici. No. Belli no.
L’asso di fiori che ci permetterà una scala reale non contro la morte, bensì contro noi stessi.
La formula per una pace finalmente giusta ed irreversibile. Perché la pace deve essere irreversibile, se attuata.
Il pensiero di alcuni uomini, che si elevano sopra a Dio per la loro attenta bellezza euristica, è in grado di cambiare le cose. Di sorreggere il ponte ormai deteriorato del “mutamento benefico”.
Forse non tutti conosceranno John Nash.
Bene: matematico ed economista statunitense, premio Nobel per l’economia nel ’94, ha elaborato il concetto di Equilibrio nell’economia, all’interno della già inventata Teoria dei giochi.
Il concetto non è per niente semplice, ma sintetizzandolo possiamo dire che esiste, a suo parere, sempre una situazione di equilibrio tra due enti, anche avversari.

Cado, non cado. Cado, non cado.
Quest’ultimo, si ottiene quando ciascun individuo sceglie la propria mossa strategica ai fini di un successo ipotetico, sotto la congettura che il comportamento dell’avversario non varierà come risposta della sua scelta.
Vuol dire che anche conoscendo la mossa dell’avversario, il giocatore non farebbe una mossa diversa da quella che ha deciso.
Il punto essenziale, su cui ruota tutto, sta nell’operare una scelta dalla quale tutti possono trarne vantaggio. Si tratta di un teorema che ha le sue contraddizioni, la più esemplare è chiamata Ottimo Paretiano, che è agli antipodi, affermando che non si può migliorare la condizione di un soggetto senza peggiorare la condizione di un altro.
Ma questa è un’altra storia. Anzi, quest’ultima pare essere la nostra storia di umanità.
Ed è qui che volevo arrivare, ovvero alla trasposizione della Teoria dell’equilibrio di Nash nella vita comune, di tutti i giorni.
Azzardo inconsueto, provocatorio, forse per alcuni insensato. Ma pensateci: adoperare scelte che mirino al benessere personale, facendo sì che anche altre forme di vita (uomini, animali, piante) possano trarne beneficio e non esserne lese.
Lavorare di gruppo. Essere una squadra. Capire a fondo cosa sia necessariamente giusto e utile per uno sviluppo concreto della nostra società. Un agire che miri ad una cooperazione umana, in cui si agisce non col fine di ottenere il miglior risultato per sé , ma per ottenere il miglior risultato per il gruppo, e quindi, indirettamente, ottenendo un risultato migliore anche per sé (anche questo concetto è ben esemplificato nel dilemma del prigioniero, qui).
L’applicazione non è delle più facili. Ma sarebbe il segreto di un’ottima politica.
In un mondo di individualisti, dove al contrario, siamo pervasi dall’ottimo paretiano, forse, è l’unico cancello senza lucchetto che ci resta.

Apriamo la mente.


