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Metafisica dello squilletto

Se, per dirla con Stefano Benni, “la vita del puntuale è un inferno di solitudini immeritate“, allora è anche vero che la vita di chi telefona spesso è un inferno di chiamate effettuate e non corrisposte.

Ma alle volte anche queste chiamate lunghe un’eternità di squilli, finiscono per convertirsi dall’altra parte, sull’altro telefono cellulare, in un avviso di “chiamata non risposta”, quasi che sia una sorta di rimprovero.

Tentiamo però un’analisi metafisica dello “squilletto” che, prima delle offerte delle compagnie telefoniche riguardo la messaggistica breve (sms), è stato per tempo, e lo è ancora oggi, un simbolo dai mille significati.

D’altronde è la stessa scienza della comunicazione che ci insegna come il “silenzio”, a seconda dei contesti comunicativi, dei momenti, delle culture, può essere interpretato in svariati modi. Addentriamoci dunque nell’antropologia metafisica dello squilletto, facendone, proprio come richiede il metodo accademico, una classificazione per casi.

1. Lo squilletto del frustrato

Sotto questa prima categoria sono identificabili tutti quegli squilletti originati da una chiamata, spesso ripetuta più volte, all’indirizzo del destinatario. Di solito il destinatario della chiamata si trova in circostanze nelle quali gli è impedito di rispondere con immediatezza. Ciò provoca stati d’ansia e frustrazioni nel soggetto mittente, il quale impreca più volte nella varie lingue conosciute. Gli antropologi hanno spesso notato che questo tipo è rilevabile in percentuali maggiori nella fascia di destinatari che pur possedendo un telefono cellulare si comportano come se non l’avessero. Una curiosità: molti sostengono che il messaggio della Rousseau nel telefilm Lost non sia altro che un disperato tentativo di lasciare messaggi in segreteria, dopo gli squilli andati a vuoto.

2. Lo squilletto malizioso

Questo è un caso di squilletto tra i più frequenti. In questo caso il mittente è solito operare appositamente il cosiddetto “squilletto” all’indirizzo del ricevente per “controllare che l’altro telefono sia acceso”. Sembra che ciò sia più che sufficiente ad autorizzarlo a pensare maliziosamente che l’altro non voglia rispondere ai suoi messaggi o alle sue chiamate, di proposito, e non per cause di vis maior. Infatti, solitamente, questo tipo di squilletti sono effettuati, dopo uno o due sms ai quali non si è ricevuto risposta. La frase più comune del soggetto mittente è “Ah, lo/la stronzo/a ha il telefono acceso e neanche risponde.” Le statistiche rivelano che dall’altra parte c’è effettivamente, nel 75% dei casi, uno stronzo/a che non vi filerà di pezza.

3. Lo squilletto t.p./t.v.b., ossia “ti penso”

Questa terza categoria è l’esatto opposto della precedente, nelle finalità con le quali lo squilletto viene inoltrato. Di solito almeno uno dei due soggetti (mittente/ricevente, che è possibile anche definire squillatore/squillato) è innamorato (non necessariamente entrambi, e non necessariamente l’uno dell’altro). In questo caso lo squillo è interpretabile come un “ti penso”, “ti voglio bene”, “ti sto pensando in questo momento”. Molti si sono specializzati in “squillatori” professionisti che altrove (vedi il codice penale) sono definiti anche “stalker”. Questi soggetti scandiscono la propria giornata sulla tempistica prestabilita dello squillo o degli squilli da effettuare. Ma non sempre c’è da fidarsi: è il caso di Gustava Ilgelato, una signora che era solita effettuare squilli al proprio marito solo quando si trovava a letto con altri uomini. Insomma, non sono tutti squilli quelli che drillano.

Cosa c’è dietro uno squilletto

4. Lo squilletto anonimo

C’è una fascia anomala di squillatori che preferisce fare squilli all’indirizzo dello squillato, nascondendo l’identificazione del chiamante. Sotto questa categoria si raggruppano diverse tipologie di mittenti: dal fidanzato/a geloso/a al seriale killer professionista, ma anche amatoriale. Gli evasori fiscali ricevono squilletti anonimi dalla Guardia di Finanza: il tenente riattacca subito prima che l’altro risponda e ride insieme ai suoi colleghi.

5. Lo squilletto pattuito

C’è poi questa categoria che ha preso piede insieme alla crisi economica. Per risparmiare sui messaggi o sui costi delle chiamate, mittente e ricevente concordano prima il significato dello squillo. Questo va da “fammi uno squillo quando sei sotto casa mia” a “Fammi uno squillo appena fai partire i missili cruise”. Tuttavia, più frequentemente di quanto si pensi, i patti non sono rispettati, e così la storia è colma di squilli travisati i mai arrivati. La vera origine della seconda guerra mondiale sarebbe infatti da ricercare, secondo affermati storici, in uno squillo male interpretato di Hitler all’Ambasciata francese. L’ambasciatore francese aveva concordato soltanto “Adolf, fammi uno squillo quando le Sacher sono fuori dal forno.” Ma Adolf aveva in mente un altro tipo di forni.

6. Lo squilletto mai ricevuto

Così come la comunicazione oltre al detto studia il non-detto, è necessario annoverare nella tipologia dello squilletto, il caso di quello mai ricevuto, in quanto mai effettuato. Spesso lo pseudo-mittente dello squillo è solito dire “Ti ho fatto cinque squilli per avvisarti, possibile tu non li abbia ricevuti?” Lo pseudo-destinatario, che raramente mette in dubbio la parola dell’altro (cinque squilli, mica uno!), replica “Non li ho visti!”. E poi passa il resto della giornata a prendersela con gli operatori telefonici o con la casa produttrice del suo telefono. Conosco un tale che è arrivato a cambiare più telefoni prima di capire che non riceveva mai squilli. D’altronde questa categoria presenta un’altra faccia della medaglia: è il caso di tutti quei soggetti che aspettano da una vita lo squilletto che cambierà la loro esistenza. Molti fra questi sono stati ritrovati morti o in fin di vita con il telefono in mano.

7. Lo squilletto matriciano

Questa categoria è l’italica corrispondenza del celebre film “Matrix”. Da quando le squillo e gli squilletti si sono infiltrati nella politica italiana, è diventato sempre più difficile non cedere il passo a facili derive populistiche. Così, proprio come nel film, ci ritroviamo a immaginare questi palazzi del potere colmi di telefoni che squillano, un’interminabile filiera di squilli, mentre loro…sono in trattoria a mangiare l’amatriciana. Squilletto blu o squilletto rosso? Non ha importanza: la verità non sta in uno squilletto, ma nelle intercettazioni.

Gli antropologi stanno studiando molti altri tipi di squilletto, quindi l’elencazione non è del tutto terminata. Quando ci saranno aggiornamenti, non temete, vi faccio uno squilletto. 

Curriculum Amoris (solo i banchieri si innamorano)

Dunque, amici e, perché no, nemici, partiamo da un dato di fatto: il lavoro e l’amore ti vengono a cercare soltanto quando hai già entrambi.

Anzi, più è ben stipendiato il lavoro che avete, più il vostro amore vi rende sereno e felice, maggiormente le opportunità nuove sull’uno e sull’altro fronte si dispiegheranno con sovrana leggiadria e mirabile concupiscenza sulla vostra strada. La gloria, da un certo punto in avanti, non può che aumentare, somigliando essa più a una bestia senza controllo che altro.

Perciò molti saranno sempre in debito con l’amore semmai dovesse arrivare: partono con un dato di economia finanziaria per tentare di sostituire i titoli e le azioni con beni più materiali, appartenenti all’economia reale.

In un sistema dove i meccanismi sono principalmente questi, si va a costituire una casta del lavoro e dell’amore. E gli altri, fuori dalla casta, restano castrati. Se fossero dentro sarebbero incastrati…

D’altronde una volta che l’amore è Fiorito, tutto l’universo e la giunta regionale è felice.

Quindi si può sempre seguire la via del suonatore Jones: non al denaro, né all’amore, né al cielo…

Chissà se lo stesso discorso possa applicarsi anche alla fede.

Comunque non temete: ogni tanto il sistema si rinnova e un disoccupato diventa lavoratore, un cuore in affanno trova pace. Tutto sta a presentare il Curriculum giusto. Se proprio non avete mai lavorato o non vi siete mai innamorati, potete sempre dire che avete fatto l’università italiana.

Chissà come la prende la Fornero. Chissà se, almeno in amore, potremmo invece prenderci il diritto di essere “choosy”. O il fardello.

In ogni caso, ogni giorno è un giorno buono per rischiare. In borsa.

La Rivoluzione Ruttista

Lo spread è un soltanto un rutto

Dire che il ruttismo è nato con la rivoluzione ruttista, sarebbe come dire che prima di Gesù non c’era un senso religioso. Questo era ciò che intendeva Kuntakinte quando disse che “La religione è il rutto dei popoli”.Quindi quando è nato il ruttismo? Prima di definire il movimento ruttista, dovremo porci il problema del rutto. Da sempre l’uomo ha cercato di dare un senso ai grandi misteri della vita. Respirando l’odore di certe caverne abitate dagli uomini primitivi, gli scienziati sono riusciti a stabilire la datazione di antichissimi rutti.

La comunicazione tramite il rutto si rivelò poi determinante nello sviluppo delle società civili. Dal mito universale del Grande Ruttatore che creò l’Universo alla spiegazione scientifica del Grande Rutto, possiamo vedere più fattori che coincidono anziché collimare. In fondo si tratta di due diverse visioni della vita: da una parte quella mistica “Egli li creò ruttatori, a sua immagine e somiglianza”, dall’altra quella più scientifica “Il Grande Rutto da cui originò la materia gassosa che ha dato vita all’universo per come oggi lo conosciamo”.

La rivoluzione ruttista, dal canto suo, non fa altro che liberalizzare il rutto, rendendolo da sacro un concetto comune per tutti. I famosi motti “Rutto libero” “Più rutti per tutti” e “Il rutto al potere” rimarranno sempre impressi nella storia moderna. Quella generazione, la generazione del rutto, i figli dei rutti, ha cambiato la storia della comunicazione, nel bene e nel male. Se oggi possiamo rispondere al telefono ruttando, è grazie a loro.

Se oggi possiamo fare rutti in pubblico (fino al 1968 era vietato: ricordiamo anche l’epoca del proibizionismo negli anni ’20, in cui erano applicate sanzioni severissime per i ruttatori clandestini, il mercato del rutto nero) di ogni genere, e se conosciamo perfino i cosiddetti rutti silenti, o trasparenti, è grazie alla rivoluzione ruttista, che ha riportato al centro del discorso civile la questione ruttista.

Certo, a una dettagliata analisi, la rivoluzione, come tutti i grandi moti, ha comportato anche dei fallimenti: molti ruttatori sono diventati schiavi del sistema, il rutto è diventato perfino un sintomatico simbolo fisico tipicamente conformista. In un mondo dove tutti sono liberi di ruttare, il rutto ha ancora un senso? Questa è la sfida del nuovo secolo: ridare al rutto quella dignità originaria a fondamento dell’umanità tutta. Ce la faremo? Non possiamo saperlo, ma ciò che possiamo fare è un ruttino al giorno. Con moderazione, senza esagerare i toni del discorso e del problema. Ruttatori, lo sappiamo, si diventa.

Fonti ruttografiche:

- Fenomenologia epistemologica della peristalsi aerobica, De Ruptis A.

- Dal rutto al rotto: etimologia della rivoluzione, De Paperinis

- Ruttismo ed evoluzione dell’uomo, Darwin Charles

Favoletta regionale

È fiorito un giardino

Ma dopo la tormenta

Venuta dai monti

Non sono rimaste altro

Che le macerie e le polverini

Sottili.

Il Maschio Ribelle

Un grazie al Duca 

per aver ispirato inconsapevolmente

questo post

È arrivato il momento di dire “basta” alla ferocia di questa società matriarcale sempre più onnipresente ed espansiva.

Finalmente anche noi uomini possiamo far sentire la nostra voce e guardare le donne da pari a pari!

Ribadiamo il nostro diritto ad indossare reggiseni e gonnelle. Non capiamo infatti perché il femminismo abbia conquistato il diritto a vestirsi con i pantaloni, mentre invece il genere maschile è stato costretto a restare indietro di mille anni rispetto alla donna.

Rivoltosi durante una manifestazione maschilista.

Uomini!!! Ribelliamoci ai corpetti troppo stetti nei quali tengono incatenati i nostri diritti e conquistiamo la nostra libertà!

Chiediamo quote azzurre in un parlamento dove di uomini finora se ne sono visti ben pochi!

Chiediamo che la scienza ci venga in soccorso, e sia finalmente riconosciuta la legge in base alla quale anche noi possiamo avere il nostro bramato mestruo anale, privo però delle relative paturnie!

Giù le mani dal pene, donne!

Mai più violenze sugli uomini costretti a ore e ore di shopping natalizio, pasquale e pre-ferragostano!

Riprendiamoci la nostra libertà! E seguiamo l’esempio di Schwarzenegger, pioniere del nuovo maschilismo!

Ci sei sempre stato

Più ti guardo e meno lo capisco quale giro hai fatto

Ci abitueremo?

M’abituerò a non trovarti 
m’abituerò a voltarmi e non ci sarai 
m’abituerò a non pensarti quasi mai, quasi mai, quasi mai.. 

Alla fine 
c’è sempre uno strappo 
e c’è qualcuno che ha strappato di più 
Non è mai 
qualcosa di esatto 
chi ha dato ha dato e poi 
chi ha preso ha preso tutto quel che c’era 
non conta più sapere chi ha ragione 
non conta avere l’ultima parola.. ora 

M’abituerò a non trovarti 
m’abituerò a voltarmi e non ci sarai 
m’abituerò a non pensarti quasi mai, quasi mai, quasi mai. 

Alla fine 
non è mai la fine 
ma qualche fine dura un pò di più 
Da qui in poi 
si può solo andare 
ognuno come può 
portando nel bagaglio quel che c’era 
e le macerie dopo la bufera 
ricordi belli come un dispiacere.. ora 

M’abituerò a non trovarti 
m’abituerò a voltarmi e non ci sarai 
m’abituerò a non pensarti quasi mai, quasi mai, quasi mai 

M’abituerò a non trovarti 
io m’abituerò a voltarmi e non ci sarai 
m’abituerò a non pensarti io m’abituerò quasi mai quasi mai.. 

M’abituerò a non trovarti 
io m’abituerò a voltarmi e non ci sarai 
m’abituerò a non pensarti io m’abituerò quasi mai quasi mai.. 

Luciano Ligabue, M’abituerò

Io e te 3 metri fuori dall’Italia

Io e te, amore, 3 metri fuori dall’Italia.

E non in crociera.

In esilio.

(tratto da Le mie prigioni, di Silvio Moccia.)

 

Little Man Explosion

F. si svegliò e il telefono squillò. Dall’altra parte la voce del direttore minacciava “Voglio un pezzo sulla mia scrivania per mezzogiorno, altrimenti sei licenziato”. Non aveva avuto nemmeno il tempo di chiedere su cosa dovesse scrivere il pezzo. Forse non aveva importanza. Forse poteva scrivere qualunque pezzo, o nessuno. Probabilmente il giornale lo avrebbe licenziato comunque. Era tempo di tagli. Avevano cacciato persino il migliore dall’ufficio: era chiaro che adesso toccava ai pesci piccoli come lui.

Ma forse una possibilità c’era. Forse, se avesse scritto un pezzo decente, anzi non un pezzo qualsiasi, ma il pezzo, quello che doveva scrivere da tutta una vita, una vera lezione di giornalismo, allora sì, nessuno avrebbe avuto il coraggio di cacciarlo fuori dal posto che gli spettava di diritto. Magari gli astri, al contrario, stavano complottando per fargli avere un aumento di stipendio.

Altroché, decise che quello sarebbe stato il suo giorno di gloria. E lo decise mentre appoggiava i gomiti a letto e si tirava su, guardandosi intorno. Quindi si alzò, accese il computer, andò in cucina, e tornò con un caffè in mano. A caffè bevuto si ragiona meglio, si ragiona meglio.

Cliccò svariate volte, e finalmente si aprì la pagina bianca del programma di scrittura. Il monitor rifletteva sulla sua stanca faccia assonnata una fredda luce che attendeva di essere coperta di caratteri, di simboli, di frasi compiute.

F., d’altro canto, non aveva la più pallida idea di cosa scrivere.

A dire il vero F. aveva molte idee in mente: poteva fare un pezzo sulla crisi, economica, politica, sociale, di valori, poteva fare un pezzo satirico, poteva fare un pezzo sulle posizioni sessuali che attira sempre tutti, poteva fare un pezzo su di lui che non sapeva cosa scrivere, ma niente, ogni volta che provava a mettere le mani sulla tastiera, si bloccava.

Provò a distrarsi. Doccia, lettura dei primi quotidiani online, sfogliò persino un libro di fotografie di Man Ray (si ricordava ancora il consiglio del collega Investi su un libro di Man Ray, una bella monografia su di lui, vedi che figurone ci fai quando vengono i tuoi ospiti, e lui si era limitato a seguire il consiglio, era entrato nella prima libreria e aveva speso cento euro per un libro su Man Ray, di quelli editi da, curati da, con l’introduzione di, la postafzione di, ma mai nessuno era venuto a casa sua e mai nessuno aveva posato gli occhi su Man Ray. Ogni tanto veniva a trovarlo il suo amico di infanzia, ma questo era un appassionato di Moana Pozzi, altra arte).

Malgrado tutto, anche malgrado Man Ray, niente, non aveva niente da scrivere.

Decise di riposarsi dieci minuti e quando riaprì gli occhi aveva capito cosa doveva fare. Si recò acciabattando rapido verso la finestra del balcone, tirò la tenda, la luce del sole illuminò l’intera stanza, si guardò intorno: ogni cosa era illuminata adesso, aveva un senso. Un chiarissimo senso ai suoi occhi.

F. sorrideva come non aveva mai sorriso in vita sua. Si affacciò alla ringhiera del balcone. Dall’attico del condominio poteva notare ogni persona sulla strada. “Ehy – gridò – Ehy laggiù mi sentite?” Urlò più di qualche volta, solo un passante distratto aveva alzato lo sguardo, e anche una mamma con la carrozzina.

“Volete il pezzo? Volete il maledetto pezzo? Ora avrete il pezzo!”

Andò in cucina e la prima cosa che gli capitò sotto gli occhi era una caffettiera.

“Ecco il pezzo!” – buttò la caffettiera. Il bricco cadde sulla carrozzina, rapida una macchia di sangue si dilagò tra i panni che avvolgevano il bambino. Le grida della mamma e la scena bloccarono il traffico. Una folla si apprestò sotto il balcone “C’è un pazzo, un pazzo che scaglia le cose, state attenti!” “Chiamate la polizia!” “Chiamate l’ambulanza!” Qualcuno disse anche “Chiamate il parroco!”

F. sorrideva e rideva.

Rientrò e buttò giù il volume monografico di Man Ray. Questo andò a finire contro la coniuge di un violinista che usciva in quel momento dalla scuola di musica. F. andò avanti…per un pezzo. Per tutto il pezzo.

“George W. Bush!” – gridò e buttò giù il manichino del penultimo Presidente degli Stati Uniti.

“Silvio Berlusconi!” – e buttò giù l’altro manichino.

“Fondo Monetario Internazionale!” e buttò giù una riproduzione in formato souvenir della Torre Eiffel. Questo segnò il suo secondo omicidio. Colpì al cuore un francese.

“I parenti e gli amici!” – e caddero diversi manichini di sconosciuti.

Nel frattempo erano arrivate le volanti della polizia. La folla era dileguata in preda al panico. Gli oggetti continuavano a cadere.

Nessuno però riusciva a sparargli, né ad entrare nell’appartamento.

“Ispettore siamo arrivati all’ultimo piano, ma è disabitato!”

“Ma cosa mi sta dicendo, agente?”

“è impossibile, lo so, ma non c’è nessuno sul balcone! Quel tizio non esiste, non è nessuno!”

Nel mentre F. arrivò portando sulle spalle una bomba atomica. La sistemò sulla grondaia e si mise a cavalcioni. “Aaaahh! Aaaahh!” – urlò e la bomba cavalcò verso terra, proprio come in quel film.

Solo F. sopravvisse all’esplosione. Si trasferì a Filadelfia, la città che aveva dato i natali a Man Ray. Lì nessuno si sarebbe meravigliato del suo volume monografico.

Poi una mattina F. si svegliò e il telefono squillò Era il nuovo direttore del giornale che lo chiamava. E lo minacciava di licenziarlo se non gli avesse portato un pezzo per mezzogiorno. Era tempo di tagli.

E F. sapeva esattamente cosa fare.

Nonciclopedia, no party

 

Ma non è tanto la faccenda di Vasco, degli scrittori, degli anonimi attaccanti o dei nomi scritti sui muri. Niente di tutto questo voglio discutere che, di fondo, non mi interessa.

Piuttosto mi sorprende la grande mobilitazione del web. Non che la mobilitazione non sia buona di per sé, ma del tipo di mobilitazione che pare ci sia. Quella in cui un ‘like’ basta ad essere chiamati attivisti, difensori della libertà di parola, dell’ultima a chi la spunta. Colpo su colpo a suon di mediatico.

Un mediatico che corre sulla superficie , che non trasporta le persone. Che le incontra e le lascia uguali. Uguali con le proprie idee, censori di chi osa non farle esprimere. Esprimere come e cosa, questo è il punto. La satira ha avuto sempre un ruolo regolatore nelle democrazie, essa è stata persino eliminata dai regimi. Essa sprona a pensare, non solo a ridere. Non sprona al ridere del pensare. La satira è un sacrosanto diritto dell’osmosi democratica.

questo articolo è una scusa per sbloccare finalmente questa invenzione

Il ‘like’ al massimo è funzionale al nostro senso di non praticità, del nostro suicidio della praxis, del racchiudere in una scatola enigmatica – il like appunto – un misto di riconoscenza, visione, moda, superficialità, sincera convinzione: italiani, ripercorrendo immaginifici stereotipi, popolo di scrittori, ciarlatani, aguzzini della parola.

Scendere in piazza è importante, ma risulta anch’esso sterile se non inteso come esercizio quotidiano. La scrittura, come vuole il buon manuale del blogger, è anch’essa frutto e fatica quotidiana. Con la scrittura si scende in piazza e il contrario. Bisognerebbe far diventare la nostra vita quotidiana una piazza, piuttosto. Una piazza in cui scendiamo con dedizione, con lenti aggiustamenti giorno per giorno, per riappropriarci degli spazi di cui ci lamentiamo.

Ora scusate, ma ho da fare.

Lui più di me, però.

Refresh the Parliament! (messaggio dalla Stazione Cigno…)

Premere F5 per aggiornare il Governo.

Almeno ogni 108 giorni….

Mentre facevo la cacca

Scusate, ma per il momento, per quanto mi sforzi, non mi esce niente di meglio.

It’s like the same shit just happens over and over, then in a week it just all resets until it happens again. Every week it’s kind of the same story in a different way, but it just keeps getting more and more ridiculous. We just seem kind of shitty.
 South Park s15e07

Ho pensato a tante cose mentre ero seduto sul cesso e la mia faccia si contraeva in un’ indicibile espressione di piacere.

Probabilmente, mentre facevo la cacca, non ho risolto il Teorema di Fermat, né ho trovato una nuova fonte di energia rinnovabile.

Mentre facevo la cacca, ho pensato a te. Ho pensato a te, dentro l’urna elettorale che decidevi il futuro del nostro paese.

C’è voluto un po’. D’altronde non è un mistero. A forza di mangiare per anni la stessa minestra sei diventato stitico. Cosa del tutto naturale che a mandar giù sempre la stessa…roba, vengono a mancarti apporti che in una dieta dovrebbero invece essere tutti previsti, in modo equilibrato.

Mentre facevo la cacca ho pensato anche ad alcuni programmi tv. Ci pensavo mentre leggevo la composizione di alcuni detersivi, e sapevo, in cuor mio, che quei detersivi poi sarebbero finiti nelle fogne, e poi dalla fogna sarebbero passati nel mare, e passa oggi, passa domani, vuoi vedere che prima o poi il mondo diventa più pulito e profumato?

Un bel profumo di … pulito.

Mentre facevo la cacca, ho pensato che momentaneamente avevo risolto il problema della disoccupazione. Se ci pagassero per la cacca che produciamo ogni giorno, il tasso di discuccupazione si abbasserebbe notevolmente, e molti posti precari diventerebbero fissi. Poi però ho pensato anche che molti vengono pagati molto bene per la cacca che fanno ogni giorno, e quindi c’è cacca e cacca. Le cacche non sono tutte uguali.

Mr. Hankey

Si tratta delle mattonelle. C’è chi mentre fa la cacca fissa mattonelle da un euro, magari comprate al fai-da-te. C’è chi invece mentre fa la cacca fissa mattonelle da duecento euro. E mica se l’è fatte da solo, quelle mattonelle.

Però tutto sommato io ero contento. Ero contento perché almeno la cacca, quella, era mia. Nessuno poteva dirmi niente. A ciascuno la sua cacca. Solo che poi un giorno le cose iniziano a cambiare. Vengono alla mia porta, io interrompo la mia attività quotidiana, apro e entrano questi signori vestiti di nero, con le uniformi e mi dicono “Lei fa la cacca?” E io, che sono sempre stato un cittadino onesto, dico “Si, io faccio la cacca, come tutti gli altri cittadini.” “Si, ma quanta cacca fa?” E io, modestamente, sparo lì una misura, un qualcosa. E loro scrivono. Io dico “Tutto qui?” “Lei fa troppa cacca. Lei pagherà in base alla cacca che fa.” E io, che sono sempre stato un cittadino onesto, dico che va bene, pagherò.

Poi però vanno dal mio vicino, quello con le mattonelle da duecento euro, e anche a lui chiedono quanta cacca fa. E quello dice che non fa cacca. Ma come è possibile – penso – se passa tutto il giorno al bagno? Lo sento perché tira spesso lo sciacquone! Ma loro non battono un ciglio, anzi si complimentano con lui e dicono “Eh, ce ne fosse di gente come lei!” E tutto finisce lì.

Quando vado a dormire penso che va bene così. Che anche oggi sono stato un onesto cittadino. Domani mi alzerò e tutto sarà uguale a prima, rassicurante e profumato.

Mister Hankey

Hitler…ce l’aveva piccolo!

Tempo di erezioni in Italia e le misure, si sa, contano.

Interi rami dello scibile umano sono dedicati a queste fatidiche “misure”. Basti pensare all’architettura o all’ingegneria. Non possiamo costruire un ponte o un grattacielo senza tenere bene a mente, con la massima precisione, la misura.

Sulla lunghezza del pene è stato detto di tutto. Sostenitori e detrattori si sono schierati da una parte e dall’altra. Chi dice “la lunghezza non significa nulla in un rapporto sessuale, il piacere si misura in base al coinvolgimento”, altri replicano “si, ma anche gli organi sessuali, guarda caso, sono coinvolti!” e altri ancora “a ciascuna vagina il suo pene, a ciascun pene la sua vagina” con buona pace del mito di Platone che, almeno, si era fermato alla metà della mela, pur sempre un frutto proibito…secondo una certa dottrina!

Ma la cosa della quale sono abbastanza convinto è che, con tutta probabilità, la lunghezza del pene ha determinato la storia del mondo. Purtroppo non abbiamo molti dati a disposizione, ma sarebbe interessante uno studio sulla lunghezza dei peni dei dittatori o di altri leader mondiali, rapportando queste misure al giudizio della storia.

Randy Marsh, lo scienziato, spiega come misurare un pene (South Park)

Forse molte guerre potrebbero essere evitate con l’intervento di un sessuologo (o anche molte grandi opere pubbliche che con il tempo sono destinate ad usurpare il paesaggio chissà!) Dio non voglia che certi rigidi parametri costituiscano un requisito per l’assunzione delle cariche pubbliche, più che altro perché le campagne elettorali diventerebbero eccessivamente esibizioniste “Votantonio! Per una visione lunga!” “Vota Peppino: un duro intervento contro i criminali” e anche…maschiliste, a differenza di oggi… (uhm, ora che ci penso le quote rosa sono ancora in voga! Come dire: i ghetti sono duri a morire!) “Ma io ci metto la faccia!” “Mettici le palle, se ce l’hai!” (scambio di battute tra un candidato sindaco e un potenziale erettore)

Olimpiadi Invernali di Palle di Neve

Sono anche convinto che posizioni ideologiche estremistiche nascondano ansie da prestazioni o abnormi complessi di inferiorità. Il nonno di un mio amico diceva spesso “chi tanto si scalda, è freddo a letto”. La saggezza popolare coglie spesso nel segno.

Non possiamo tuttavia sottovalutare l’opinione degli Scienzzzziati!! in proposito.

Dopo anni di approfondite ricerche, un team di coraggiosi esploratori è stato in grado di redigere una mappa della misure medie dei peni mondiali.

Opinioni degli esploratori della missione scienti(poca)fica.

“è stata una bella avventura! Girare il mondo permette davvero di conoscere nuove lingue, nuovi costumi, e anche cosa c’è sotto i costumi!” – Ornitorinco52

“Siamo stati davvero bene! Tutto adesso è chiaro!” – fratelli di Rocco

“Ora posso davvero dire di essere il migliore! Garantisco che tutti i dati sono stati trattati con imparzialità e senza discriminazioni razziali!” – Rocco, finanziatore della missione

“Faceva freddo!” – Comitato Esquimese di Protesta in favore della revisione delle misurazioni

“è un complotto contro di me!” – Napoleone

“Il giro del mondo in 80 centimentri!” – la Nasa, sulla presentazione della missione

Di seguito il link della mappa:

http://0.tqn.com/d/weirdnews/1/0/V/k/-/-/world-penis-size-map.jpg

Ora, quello che salta fuori a colpo d’occhio è che, in generale, al sud del mondo, c’è una certa tendenza ad averlo più lungo rispetto al resto del pianeta (vedi zone in verde chiaro e in verde scuro).

Le zone in giallo-arancio si collocano a metà del percorso. Di quelle in rosso non mi preoccuperei eccessivamente, coincidendo con paesi in via di sviluppo ed economie crescenti.

Fatto sta che questo quadro mondiale resta una bella gatta da pelare per il Fondo Monetario Internazionale…!

Speriamo solo che i dati non siano stati truccati, magari con la scusa di un nuovo esporto di democrazia…

Nel paese dove tutto è puffibile…

Chi siano non lo so
gli strani ometti blu
sono alti suppergiù
un tacco e poco più
i funghi buffi assai
puffarli tu potrai
vicino al fiume blu
se il rosso Gargamella
sconfitto tu avrai…

Della fine del governo alla fine non importava nessuno. Tutto quello che volevano i puffi era succedere al governo. Si aprì una bagarre che non finì più nel paese di puffolandia perché si dà il caso che la legge di successione non era accettata. C’era stato un tentativo del grande Puffo, ma i Saggi del villaggio avevano detto che era contrario alla Legge presa in consegna dai Funghi del Sud. La successione doveva andare invece al puffo che se l’era puffato, dicevano. Ma molti non erano d’accordo e cercavano la raccomandazione per arrivare a succedere alla persona che era capo di governo. Ma a loro volta i puffi che raccomandavano anche loro volevano succedere al governo. La raccomandazione oramai non serviva più a nulla perché ogni raccomandato raccomandava raccomandati che raccomandavano ecc. Il grande puffo purtroppo era diventato molto debole con l’età e non riusciva più a capire bene se il suo successore potesse essere Forzuto o Puffetta. Ammesso che se l’erano puffato. Sui giornali un giorno usciva il primo e il giorno dopo la seconda. Le persone avevano smesso di leggere il Corriere del Fungo. Ormai pensavano solo a cercare di prendere il governo del Grande Fungo. Ecco gli effetti della polvere di Gargamella: ormai nessuno più pensava al bene del villaggio. C’era immondizia dappertutto e non si riusciva più a interpretare la parola ‘puffare’: c’era chi diceva che significava ‘cercato’ , chi diceva che ‘puffare’ era una parola ormai talmente vecchia che bisogna toglierla. Oramai non funzionava più così.

Triumvirato

Fior fior di filologi del Puffese si riunirono per capire che cosa intendessero i Saggi con l’affermazione ‘ Il posto toccherà al puffo che se lo sarà puffato’. Ma nulla poterono. La polvere di Gargamella aveva fatto perdere il concetto di ‘puffocrazia’ . Puffolandia era in preda al panico: si crearono gruppi di sostegno per ‘puffare = amare’ ; altri dicevano che ‘puffare=rubare’. Questo gruppo aveva molto sostegno. Ma in realtà questo gruppo era segreto. La giustizia era una puffonata, in quei tempi bui. Il grande puffo poteva solo far finta di capire che cosa stava accadendo. D’altronde era lui che aveva stretto un patto con Gargamella, ma non prevedeva questo caos. Voleva solo diventare il puffo più rispettato di tutti, più puffoso di tutti, più ricco di tutti.

Finalmente tra i puffi , un puffologo di stimata fama trovò la parola che poteva spiegare tutto: ‘merito’. Filava davvero tutto. Fu però accusato di calunnie, di difendere il puffismo e di aver calpestato la figura dei puffistrati, rappresentanti dei Saggi del Sud. Un gruppo di giovani puffi, che avevano trovato l’antidoto alla polvere di Gargamella in certi libri di storia del passato, capirono che il puffologo aveva ragione.

Gargamella venne ingannato: respirò anche lui la polvere e non capiva più come parlassero i puffi. La polvere venne tolta dalla circolazione, il grande puffo purtroppo morì per la sua veneranda età e al governo passò il puffologo famoso che governò con puffocrazia riportando il puffismo tra i puffi, ridando a tutti puffità e puffezza.

Puffa di qua, puffa di là…Beppe Puffo ti acchiapperà…

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