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Oggi mi sento un dio, domani non sto in piedi

Ci sono mattine in cui ho idee rivoluzionarie che, arrivata la sera, non sembrano più così “rivoluzionarie”, anzi sbiadiscono nella nebbia della noia e della routine.

Un attimo prima mi sento imperatore del mondo, l’attimo dopo l’ultimo fra gli ultimi, con la considerazione che probabilmente non sono né l’uno né l’altro, e quindi nessuno.

Alla costante ricerca di un equilibrio sopra la follia.


La rivoluzione della Schiuma

Schiuma soffice, morbida, bianca, lieve lieve
sembra panna, sembra neve.

Gaber

In principio fu la Schiuma.

La schiuma è stato il simbolo del benessere e del progresso, sinonimo di quel boom economico che oggi appare un miraggio, incastrati come siamo tra un passato duro a passare e un futuro impossibile a venire.

Ci manca la schiuma a lubrificare dolcemente gli ingranaggi.

Quando ero piccolo e innocente, inconsapevole del problema dell’inquinamento, lontano mille miglia dall’avere una coscienza ecologica, privo di freni inibitori non per una smodata lussuria, ma per una innocua e quanto mai definita concezione del mondo, non teorico ma inconsapevole applicatore pratico di un’utopia di felicità uterina, mi crogiolavo beato nella vasca da bagno sommerso dalla bianca e soffice aura protettiva di una schiuma, corroborante e perfetto sostituto della mamma, pur in tutta la sua artificiosità.

La schiuma è il risultato del caos.

Nel crearla mi sentivo il padrone dell’universo chiamato vasca. Con un po’ di bagnoschiuma e di acqua ecco spuntare fuori questa informe e massiccia meraviglia di disincantato candore.

Quanto mi piacevano quelle bolle? Quanto a lungo si perdeva la mia fantasia nell’inseguire i fragili frattali che il sapone creava nell’accatastarsi di bolle, dentro le quali potevo percepire l’espansione dell’universo. Presto tutto l’esistente sarebbe stato riempito e perpetuato di schiuma.

Poi arrivò l’entropia.

Arrivò la coscienza ambientale, arrivò il risparmio di quel prezioso oro blu dalla sigla chimica di H2O, arrivò il ritmo della scuola e del lavoro, niente più vasca, doccia, velocità, efficienza.

Ok, siamo d’accordo.

Ma quanto mi manchi, mamma schiuma?

Basta Maya e rivoluzioni.

Se molti si sono lasciati andare la colpa non è loro: è dei Maya.

Il lassismo oscurantista che serpeggia funesto in Europa si regge su “Tanto fra meno di un anno finisce il mondo. Lo hanno detto i Maya.”

Poi però, nel dubbio, anziché affrontare la vita con filosofia e leggerezza, oppure con una visione tragica delle cose, restano introiettati in un limbo di ombre, vagando tra chi interpreta la profezia dei Maya come la fine di “un mondo” per l’inizio di un altro, e chi invece parla della fine dell’unico mondo possibile, aggiungendo catastrofismi a go-go.

Ciò di cui invece occorre tener conto è che se vuoi una vita migliore, una vita diversa, non sarà lo Stato o il Presidente del Consiglio a farti questo regalo, né i compagni di partito o i colleghi di lavoro.

La rivoluzione inizia dentro di te e dentro di te deve terminare o perpetuarsi.

Io non voglio cambiare la Storia e rifiuto, per una benedetta volta, di adeguarmi a un lessico aulico che richiami valori di identità nazionale.

Potrei cucire un testo che sia l’esatto contrario di questo, ma non sarebbe veritiero.

Viene prima l’ homo, poi il civis. Ciò non vuol dire che dobbiamo rinunciare al cambiamento, ma non possiamo farlo in modo rumoroso. Ho sempre diffidato dei gridi rivoluzionari, mi sono sempre fidato delle parole bisbigliate nell’orecchio dalla persona amata.

Un rivoluzionario.

Ho dei precisi diritti e dei precisi doveri.

Non sono un rivoluzionario, e nel mio “non esserlo” lo sono certamente molto di più di quanti, “sembrandolo”, cadono nel tranello del “cambiamento”.

Non innamoratevi dello Stato, o dello stato delle cose, della nazione, degli ideali importati dall’estero e svenduti al saldo, dei complottisti e di chi cavalca l’onda dell’ultima ora, della paura del futuro e della paura della mancanza di prospettive economiche giuste, infine della paura. Rifiutiamo l’idea di una vita di inutili affanni.

Innamoratevi dei sacrifici.

Innamoratevi della saldezza dei princìpi e del metodo del dubbio.

Innamoratevi degli occhi di vostra madre e di vostro padre.

Innamoratevi della vostra vita, perché è l’unica che avete.

I Maya, che se ne andassero a fare in culo.

Occupy myself

mi sento occupato da forze nemiche

ti faccio un esempio:  loro Pechino io Tibet

 (J Ax, Aumentaci le dosi)

Ciò che finora non è andato in porto è stato occupare se stessi. Il problema di occupare se stessi non è capire cosa fare a Capodanno, Cenone, Natale, Pasqua, Compleanni, Corsi di Cucina o fitness-fatto-in-casa mentre si vedono classici della commedia americana. Non è nemmeno capire cosa fare con gli amici oppure come affrontare una delle serate più noiose a cui, prima o poi, vi troverete a farne parte, anche senza la vostra volontà. Non vi si chiederà nemmeno di comprare fantastiche video-enciclopedie per i tristi propositi del nuovo anno. Questo sicuramente vi farà prendere qualche chilo, ma potrete sempre comprare delle pillole per ammazzare tutti i grassi, uno a uno. Ma non occuperete nemmeno un grammo di voi stessi.

Potrete, sicuro, chiedere consiglio a Google. How to occupy myself. C’è di tutto. Ma non si parlerà mai di occupare se stessi dimenticando proprio di essere se stessi. La fregatura è tutta lì. Occupare se stessi non è una mera questione temporale. L’occupazione non si misura a colpi di lancette, che, tra l’altro, possono anche fermarsi e, anzi, continuare a girare nello stesso modo. Quella è un’occupazione piatta, magari importante, ma mancante: a metà.

Occupare se stessi vuol dire capire che si vuole da se stessi. Non tanto chi si è, perché nessuno vuole scomodare Socrate che nemmeno lui aveva capito chi fosse. Quando si parla di se stessi si mettono sempre le mani avanti. E noi lo facciamo volentieri. Per occupare finalmente se stessi nel senso di riconquistarsi in quanto se stessi.  Non è fare la dichiarazione dei redditi, ma fare la dichiarazione  ai redditi. Quando si parla di occupare se stessi non si fa in cifre. Occupare se stessi è un passo prima dell’egoismo. Non parliamo di occuparsi di se stessi, ma di occupare se stessi, di calpestare le proprie aiuole, contravvenire ai divieti che ci siamo imposti, tradire i buoni propositi, falsificare i bilanci del vecchio anno.

Quando sappiamo ciò che possiamo fare, sappiamo ciò che vogliamo fare. Ovviamente non è una panacea. Come prossimo proposito per l’anno nuovo datevi questo: avere almeno un’idea rivoluzionaria in mente. La mente farà il resto.

Super Carletto ti farà venire più fame di Steve Jobs

Il problema non è del gelato che mangi o del panettone che metti in bocca anche 30 giorni prima di Natale o a Ferragosto. Il problema è del sistema che l’ha prodotto. In altre parole non puoi incazzarti con l’uovo strapazzato se non hai la padella antiaderente. Non so se rendo l’idea.

Quando mangi il gelato ti devi arrabbiare prima con il barista, ma non è nemmeno lui la chiave della soluzione. Se il gelato è artigianale anche lui ha parte della colpa, ma se è confezionato ha solo colpa in quanto cieco che ha usufruito di un sistema in maniera passiva, sbagliando tra l’altro il gusto dei gelati dei suoi marmocchi fedelissimi.

Devi dare la colpa al sistema che ha prodotto il gelato, che ha fatto fare le uova sfigatamente dalle galline, super produttive con super mangimi con super becchime che nemmeno super Carletto che ha super fame mangerebbe. In effetti, la colpa ultima è proprio di lui: super Carletto che ha super fame.

Come da contratto, ti augura anche un futuro buon Natale

Lui non ha mai avuto fame: è uno squallido bugiardo che ti ha indotto ad aver fame. Ma quella fame che non ti fa venire veramente fame. È la fame del gesto, dell’attimo dello scontrino battuto. Mica ti fa venir fame di giustizia o di passione. Carletto ti butta giù i super polli, ancora più tristi del gelato con il gusto sbagliato.

Chissà come sarà la vita di un super pollo martire dell’umanità? Se è un super pollo perché diventa una cotoletta? Carletto fa parte della congiura del sistema, ecco la spiegazione.

Il mio barista, che tutti chiamano per sua malasorte Carletto, non sa che un gelato dopo una cotoletta è uno dei crimini contro l’umanità più efferati. D’altronde anche lui mangia super polli.

Teoria quasi universale del budino sovversivo

Confesso che ho vissuto, avrebbe detto Pablo Neruda. Io vi confesso che spesso ho difficoltà a comprendere in che modo si faccia. Non apro né discorsi che partono con ‘Ah, vivere’ , né vi regalerò un manuale su come vivere. Semplicemente una considerazione. Certe volte mi appare che intorno a me ci sia un universale budino che rende tutto scontato: esci-da-casa, prendi-l’autobus, corri-in-ufficio . Oppure che tutto accada nella budinità di tutti i giorni: cade la borsa, genocidi vicino casa tua.

Tutto perfettamente inserito nell’ ottica del budino. Tutto rimbalza, tutto è incollato e colloso, tutto ha un monocolore leggermente patinato. Non si tratta di vedere il bicchiere mezzo vuoto o mezzo pieno: si tratta, prima di tutto, di mangiare il budino. Finalmente ho capito le parole di mia nonna che a tutti i costi mi voleva far ingoiare il suo immancabile budino.

Siamo a favore di un governo tecnico del budino

Io l’ho mangiato quel budino. Proprio per questo provo i suoi effetti. Che il prologo dell’umanità sia nascosto nella gelatinosa sostanza? Forse.

La budinità si espande veloce, semplice e calorica. Mi pare certe volte di ‘essere stato vestito‘ da qualcun altro, di ‘essere stato camminato‘ da qualcun altro, di ‘essere stato pensato‘ da qualcun altro, di ‘essere stato parlato‘ da qualcun altro. (so che questo uso dell’italiano in realtà non esiste e farebbe rabbrividire chiunque e che questo passivo fa girare anche l’ultimo degli analfabeti sulla terra, ma fa parte del gergo della nave in cui mi sono buttato a lavorare come mozzo. Maestra perdonami!)

Chissà chi era allora che comandava mia nonna mentre cercava di abbattere il sistema facendo mangiare il budino? Che anche lei facesse parte della cospirazione universale contro il budino?

Non credere a tutto quello che leggi e vedi in Wikipedia

Responsabilità: leggere attentamente il foglio illustrativo

sono stupefacente! (Franklinguamozza)

L’assunzione di responsabilità sta diventando un fenomeno sociale così forte da rendere difficile il porre un limite al suo consumo dilagante. Non più solo eroina, cocaina, droghe sintetiche da nomi improbabili, ma responsabilità. Sebbene, ancora non sappiamo se essa possa essere equiparata alle ben note prime.

La responsabilità , pare, sia assunta principalmente dalle élite politiche e dagli altri gradi della finanza. Non si sa bene chi la assuma, sebbene ci siano numerose voci ufficiose che appoggino questo fatto. Purtroppo le procedure legate ad eventuali indagini sono difficili da compiere in quanto tale responsabilità è in una situazione alegale, ovvero, non vi è normativa , passatemi il termine, responsabile.

La responsabilità è una scelta, si sente da una parte; c’è invece chi la attende, sebbene non si capisca chi siano i veri pusher e da quali sostanze sia costituita tale responsabilità. Gli effetti, a dire di tutti, sarebbero catastrofici. Ma per ora sono solo voci. Non c’è scientificamente nessuna attestazione che la responsabilità sia rischiosa o cagionevole alla salute.

Tentiamo la via su Google. Per trovare l’introvabile. Ritorniamo sulla tesi iniziale: tutti citano questa nuova sostanza di cui non si conosce la sua origine, naturale o sintetica. Si trovano oltre 150mila risultati nelle ultime 24 ore. C’è un picco che è incredibile e che sicuramente porterà alla nascita di un mercato di contrabbando della responsabilità in quanto, per come funziona ora, lo Stato non ha considerato affatto prendere in visione il monopolio della responsabilità o trovare un accordo con le eventuali case produttrici di responsabilità.

Purtroppo, per chiari motivi di segreto industriale, non possiamo dare nessuna informazione aggiuntiva sulla produzione e le modalità distributive.

Per ora ci resta soltanto di aspettare rispetto agli effetti collaterali.

La Rivoluzione non è una cosa seria

Fare la Rivoluzione oggi. Più che un manuale di un bolscevico di vecchia fattura, potrebbe benissimo essere invece il manuale di una rivista di bricolage allegato al costo eccezionale, solo per la prima uscita, di 1,90€ iva inclusa. Un affare che la rivista giura non dovreste perdere.

Se davvero, date le premesse, decidiate veramente di comprare quella rivista, ammesso che il bricolage sia la vostra passione, vi appassionerete alla rivoluzione fai-da-te a soli 1,90€. Un affare che non avete potuto perdere.

Aprirete il libro. Ci sarà una bella introduzione, anche perché la rivoluzione ha bisogno di una buona introduzione, di una bella immagine, magari di una figa che, ammiccante, vi guarda dicendo che lei, la sua rivoluzione l’ha fatta (a questo punto effettivamente ci si domanda dove l’abbia fatta, se nel suo letto, a casa, in ufficio, al bar, in giardino, in spiaggia. Ovviamente mi direte che avevate pensato solo al primo posto)

Perfetto. Passo primo , compiuto. Avete comprato o siete entrati in contatto con la vostra rivoluzione.

Passo secondo. Farla, la rivoluzione. Pare un accessorio talmente indispensabile, la rivoluzione, che perdinci, non la si può lasciare a casa. È una bella bestiolina da esibire quando si ha tempo e nei momenti di noia quotidiana. Ti va un tè? O piuttosto te la bevi un po’ di rivoluzione?

Ci stiamo avvicinando. Magari, immaginate di essere Britney Spears, Lady Gaga, Beyonce, Rihanna, il-fu dj Francesco , Vasco Rossi , Ligabue eccetera eccetera. A vostro modo avreste fatto la vostra rivoluzione. Tutti a far rivoluzioni, abbiamo cresciuto un esercito di rivoluzionari. Il rivoluzionismo è una malattia sociale, discreta, ma nessuno se n’è accorto.

Grossi bevitori di rivoluzione del circolo rivoluzionisti anonimi. Scherzo : i rivoluzionari hanno tutti nome e cognome.

Si dice una cosa e la rivoluzione è fatta. Semplice no? Non importa cosa, basta che si fa.

Passo terzo. La rivoluzione non basta farla, bisogna vendersela, possibilmente con allegati in riviste a solo 1,90€ nella prima uscita o con milioni di cd che tutti compreranno. Per chi non li compra, se li scarica, magari in esclusiva distributiva.

Con la rivoluzione sarà tutto più semplice, soprattutto da quando è pagabile in comode rate o con la poste-pay con il filtro antispam.

Monetizza, ca**o!!

 

Roulette Italiana

Abbiamo i numeri per arrivare fino al 2013. 

(cit. anonimo)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Gramsci al cesso

Come distinguere un bagno di Scienze Politiche.

Consulenti d’immagine al telefono

 

Si rilassi, deve soltanto rimboccarsi le maniche. Rimboccarsi le maniche la farà star bene, si figuri, sarà una passeggiata. È un ottimo slogan, studiato dai più esperti psicologi. Sì. Sì, non si preoccupi ci pensiamo noi. Sa com’è la gente. Deve avere un’idea, un’immagine, avrà davvero la certezza che lei stia facendo davvero qualcosa. Cioè , no, non volevo dire che lei non fa niente, volevo solo dire che pare che faccia più di quello che fa, che già è molto.

Ha, ha, le ho detto che può andar tranquillo, stile più sciolto, parlata veloce, deve far vedere l’incazzatura che ha con me quando non trova l’ufficio in ordine. Uno stile un po’ più young, così va di moda. Non si finisce mai di essere giovani, non che lei sia vecchio per carità, ma sa… la maggioranza è davvero convinta che il botulino sia per tutti , sì come no, e che magari riescano anche a pagarsi il viaggio sulla luna.

Non voglio essere sfrontato, sì , ha ragione, ma sa ogni tanto le parole scappano, come curatore della sua immagine non posso esimermi dal fare critiche e dare consigli, purtroppo viviamo in una brutta società. C’è chi crede di cambiare il mondo senza rimboccarsi le maniche! Chissà cosa pensano le persone! Tutte questi idioti, sì, sì, a correre avanti e indietro, come formiche per un lavoro. Ce n’è fin troppo di lavoro! È la gente che non vuole lavorare. Ma mi raccomando, questo non deve uscire dalla sua bocca, lei deve stare dalla loro parte, solo così li conquista.

Mmm, mmm, sì , ho capito. Allora , ricapitoliamo: anche lei  mangerà con questi precari, si rimboccherà le maniche, farà discorsi sui giovani, rassicurerà i nostri cari nonni e il gioco è fatto. Lei deve fare qualcosa, semplice no? Mi pare intuitivo, quasi palese fare qualcosa al giorno d’oggi. Deve essere occupato, pieno, virile. Gli stereotipi vanno a gonfie vele , oggigiorno.

Perciò, mi raccomando. No all’aria da minchione, ma neanche da volpone. Una  camicia bianca e un po’ gualcita, ma non troppo. E per dio, si tolga quella faccia annacquata. Ci serve carattere, determinazione! Faccia qualcosa! Si ricordi, si rimbocchi le maniche, è essenziale!

Ah, ha-ha. Okay, a presto. Mi faccia sapere.

Ripensare la crisi

Piuttosto dovremmo vedere la crisi come un momento di apparizione della verità. (tengo a sottolineare che piuttosto presuppone un lungo discorso precedente abbastanza noioso che avrebbe dovuto controbattere questa semplice posizione, ma siccome va di moda il pensiero unico, lo adotto anch’io in questo articolo checché i nostri più fedeli collaboratori di ciurma siano appassionati di un corretto uso dell’italiano e facciano smorfie verso il ‘checché’. Dunque punto a capo)

La crisi dovrebbe essere, anzi, il momento di restituzione della stessa, il momento in cui tutto ciò che era stato occulto e faceva parte di quel generico bene che scorre ogni giorno e in cui presumiamo essere si svela come un’accozzaglia di tante realtà che, per caso, trovavano il proprio strutturarsi in bene. Ovvero, detto diversamente: la crisi scopre le carte.

La crisi deve appunto essere il momento in cui le realtà che avevano giocato pulito riemergano. Dicano: eccomi, sono pronto a vincere. Perciò è nella crisi che si misura il genio perché il genio presuppone una cesura, una rottura con la realtà borghese, ordinaria. La crisi richiede genialità che si ritrova proprio nella borghesia del pensiero. I rapporti , per un breve periodo vacillano, cercano nuovi equilibri. I nuovi equilibri superano il medioevo: i medioevi sono periodi non solo di passaggio, ma momenti di preparazione, di fermento, di brio occulto. Ecco che la crisi c’è: dà modo alle energie inespresse di essere rilasciate.

Certo: le crisi fanno male. Vallo a dire alla classe media greca e a quella italiana. Fanno male perché costringono il pensiero in una nuova direzione e lo costringono a pensare alla dimensione vecchia in modo diverso.

Il pensiero unico, oggettivizzante richiede un nuovo soggetto che lo pensi. E che lo pensi diversamente. Può occorrere molto tempo prima che il pensiero si superi di nuovo, anche perché deve fare in modo di mettere i piedi in un terreno paludoso. Non può continuare a puntellare qualcosa di vecchio.

La faccio troppo lunga? Forse. Di medioevi ne scorrono molti e, ripeto, dovrebbero essere visti positivamente, con il dolore della sopportazione e dell’inventiva.

Purché non si rinunci, purché non ci si concentri solo sui problemi, quanto sulle soluzioni.

Cliché

A volte penso che questa vita vada avanti a cliché.

Che la vera battaglia non dovrebbe essere combattuta in nome della “meritocrazia”, ma contro i pregiudizi e le impostazioni mentali e culturali che ogni giorno predeterminano con grande anticipo le nostre scelte, al punto che non si tratta più di “scelte”, ma di risposte preprogrammate dal Sistema. Matrix è dentro la nostra mente. La libertà di scelta è stata bastonata a furia di randellate nel corso della nostra misera vita che vanno sotto il nome di:

1. educazione familiare

2. valori culturali

3. grado di istruzione

Non abbiamo scelto noi di essere quelli che siamo. Probabilmente è colpa di Adamo ed Eva. Abbiamo sulle spalle una responsabilità biblica.

Ieri mi trovavo in biblioteca a fare una ricerca sugli Aztechi in quanto sono ormai anni che cerco, frusta alla mano, di mettere le mani su un tesoro, previa commissione di un magnate russo, un filantropo interessato soltanto a salvare l’umanità dalle maledizioni dei Maya.

Tra una pagina e l’altra i miei occhi cadono (cioè non è che me cascano l’occhi pe tera, come dice Proietti in “Poro Toto”) su un’esemplare femminile della specie homo sapiens sapiens. Insomma, una ragazza.

Una di quelle “acqua e sapone” (magari invece non si lava mai con il sapone, magari usa l’idromele, chi può saperlo?), con i capelli raccolti, una biondina (ho detto biondina, non bionda, okay? C’è differenza!) e gli occhiali grandi, contornati color nero.

Mi aspettavo che da un momento all’altro entrasse un Clark Kent e, rovinando l’ennesima camicia (cazzo, Superman hai rovinato un sacco di abiti, quand’è che cresci e diventi un uomo adulto anziché andare a giocare a fare il supereroe in giro per il mondo?) mostrasse sul petto la “S” e dicesse qualche frase storica tipo “Biondina con gli occhialoni, donna semplice, io sono l’uomo per te!”

E sposatevi e toglietevi dalle palle, dai! Due imbranati!

Ibridi

Almeno mi lasceranno studiare in pace gli Aztechi.

Ah, no….ora è entrato il tipo nerd. E dov’è la gran figa che le viene dietro? Visto che ormai va tanto di moda…

Gheddafi è morto. Come tutti i dittatori non aveva aperto un solo libro di storia alle elementari.

Cliché, sono tutti quanti dei cliché! Chiudo il libro. Indosso il mio cappello a falda larga e schioccando la frusta a destra e manca vado a prendermi un caffè in un bar del centro.

Indiana Lordbad

Impegniamoci!

NB: questo è un attacco filosofico di fishcanfly. Leggere attentamente il foglietto illustrativo. Può avere effetti collaterali catastrofici.

La validità di certi temi quali Idea, Storia, Libertà, Giustizia, Uguaglianza trae veridicità da se stessa, cioè la propria giustificazione e il proprio sussistere in quanto chimere, appunto, dallo stesso schema di produzione che le ha determinate. Un sistema di produzione-repressione che mentre le nega le crea.

In altre parole, molto meno vecchie: esistono perché non esistono, vengono spesso evocate dalla gente perché nella realtà non esistono. (cit. traduttore istantaneo di fishcanfly)

Il grande abbaglio della società scientifico-tecnologica è stata quella di confondere l’ambito della norma con l’ambito dell’esistente. Cioè effettivamente la presenza di una norma coincide con ciò che esiste. La metafisica, perciò, è la ripercussione speculativa della schiavitù. Non si avrebbe bisogno di discutere di Libertà se effettivamente essa esistesse.  La metafisica serve a parlare dei rapporti di schiavitù esistenti. Lo so, sono brutale.

Anche i filosofi fanno sciopero

Così abbiamo bisogno di espertizzare ogni nostra conoscenza, di affidare non più l’azione al vero Esistente, ma di trasformare quello che doveva essere il riscatto dalla nostra schiavitù, cioè la manipolazione del Reale, quindi tecnologia, tecnica, ricerca, in una comunicazione dilagante , massificata, ineludibile. Un’amministrazione totale del pensiero che pretende di dare nuove direzioni mentre le annienta .

Quella che sostanzialmente afferma di dare libertà, ovvero un pacchetto razionalmente tollerabile all’interno di un sistema precostituito. Una libertà che si libera della critica, che usufruisce della cultura in maniera unidirezionale, scarna, superficiale, piuttosto che utilizzarla come mezzo della critica. Perciò critica della cultura della critica.

Il problema, forse troppo italiano, è quella dell’intellettualismo che, appena arriva ad un grande livello di astrazione e di forza intellettuale, si perde nella nebulosa dell’illogica, nel delirio dell’onnipotenza mediatica. Una medietà che è molto, come dire, al di là della sua neutralità informativa. La neutralità dei mezzi diventa neutralizzazione dei mezzi stessi, assoggettati al processo stesso di nullificazione. Così si parla, si razionalizza il Reale e ci si ferma. Patina del tutto.

Parola di zanzare

Si perde il treno della critica dell’esperienza, fermandosi al livello di quella che Marcuse definiva esperienza mutilata. Un’esperienza che si compie a pacchetti, perché no?, app del nostro ultimo Iphone 4, senza risvolti pratici. Ci piace parlare, ecco.

Proprio questa speculazione che tento di fare con discorso erudito ed un blabla incredibile potete buttarla alla carta straccia, riciclarla e fare nuovi buoni fogli. Quello già sarebbe un passo avanti per smetterla. Preferisco fare qualcosa di reale, verosimile, tagliente con la mia ciurma. Preferisco che mi diate della vongola piuttosto che professare un falso merluzzismo.

Per questo vi dico, alla Stephan Hessel, impegnatevi! (io direi, dato che non ho 92 anni, impegniamoci!)

Un regalino da comprare in Italia che vi consiglio

De-generazione

Io , a differenza degli altri, non faccio parte di una generazione particolare. Non ho visto andare l’uomo sulla luna, né ho visto cadere alcun muro. Al massimo due torri. Che poi di muri, ce ne sono altri, come quello del pianto. Ma , ve lo posso assicurare, non è solo a Gerusalemme.

Comunque, parlo di altri muri. Me ne sono accorto l’altro giorno. Camminavo più o meno sull’imbrunire, erano quasi le otto. Una donna alla sua amica: “Ancora disoccupata?” “Sì, ancora”. Hanno qualche anno più di me. Mi sono accorto che esiste effettivamente la disoccupazione. Non che non sapessi che prima non esistesse. La disoccupazione è sempre esistita, ma non nella mia testa, non nei miei pensieri.

Sono uno studente, ma da oggi sono uno studente e disoccupato. Così fra qualche anno ci sarà scritto sulle carte d’identità. La disoccupazione fa parte della mia identità. Chi si chiama inoccupato è solo per motivi di politically correct. Conoscere da vicino che tra qualche anno anch’io sarò finalmente disoccupato ha determinato un cambiamento. Lo stesso che ho avuto quando appena compiuti 16 anni potevo tornare dopo mezzanotte. Non più Ritorna a mezzanotte, non più Stai a casa per cena.

Dopo i 16 anni lentamente quelle barriere sono cadute. Oramai torno quando e come voglio a casa. Ecco, scoprire che la disoccupazione esiste è stato come poter ritornare a casa a qualsiasi orario. Ma ritornare a casa in maniera diversa. Comincio infatti a vedermi, quando appunto sono a casa, come l’ospite di un hotel, ma con la differenza che i padroni non fanno caso mai al conto da pagare a fine settimana.

Benvenuto, si accomodi. La stanza da Lei prenotata è libera per altri 365 giorni. Mi aspetto i miei che mi dicano questo quando ritorno dalla festa di capodanno.

Volevo chiamarmi Batman! E anche essere Svizzero per poter mangiare tutto il giorno cioccolato!

Sono un disoccupato, non più uno studente esaltato con tante idee per la testa. Capisco mia madre, mio cugino, il mio amico. Mi sento di nuovo umano, ora che sono disoccupato. Fino ad ora non avevo ben compreso l’umanità. È che si condividono le cose, o quasi tutte. Tranne il lavoro, per esempio.

Però scusate, non posso fare troppo tardi. Oggi devo tornare a casa.

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