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Ero lì

Io ero lì, quando il vostro muro è caduto, sotto i colpi degli Achei del Pelide Furioso. Io ero lì, quando Cesare cadde sotto i coltelli dei suoi figli, i figli della Sacra Repubblica. Io ero lì, quando camicia rossa disse: “Obbedisco!” e anche più tardi quando gridò “Rivoluzione!” nella piazza di Stalingrado a dieci gradi sotto lo zar. Io ero lì quando le camicie nere pendevano dalle lavatrici della storia, obitori di centrifughe in fuga da borghesi e casalinghe.

Ero lì, quando lui bevve la sua cicuta e mi abbracciò, Sacra Libertà degli Uomini. Ero lì, quando oltre la siepe ho visto prima il buio e poi la luce.

Ero lì, nelle pupille transgeniche dei bovini che ripetevano “I maiali sono più uguali di noi” e la voce di un generale impazzito di gioia “Meglio porco che fascista!”

Ero lì, mentre il vitello d’oro volava sui greggi grigi e fiochi di chi, credendosi uguale, abbatteva muri a casaccio in nome di Dio.

Ero lì, a Capaci, a Palermo, a Bologna, a Milano, per un soggiorno di cinque giornate e una vita a centomila volti.

Ero lì, quando l’America piantò la sua bandiera nella terra di nessuno e Astolfo non protestò. Ero lì, quando le torri crollarono, ribellandosi al peso di un’insostenibile libertà.

Ero lì, quando mi dicesti “ciao, ci vediamo in un’altra vita” e sarò ancora lì, mentre tutti i muri cadono, ed io t’amerò per sempre.

Il post sulla domenica post-Pasqua

La domenica, come si sa, è il giorno del Dominus. Oggi mi sento servo hegeliano e non parlo. E domani che è lunedì si potrebbe  far partire la rivoluzione, ma come al solito, barbieri, parrucchiere et affini  la scamperebbero. Allora, ecco.

È il martedì il giorno in cui scoccare il dardo rivoluzionario.

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La Rivoluzione Ruttista

Lo spread è un soltanto un rutto

Dire che il ruttismo è nato con la rivoluzione ruttista, sarebbe come dire che prima di Gesù non c’era un senso religioso. Questo era ciò che intendeva Kuntakinte quando disse che “La religione è il rutto dei popoli”.Quindi quando è nato il ruttismo? Prima di definire il movimento ruttista, dovremo porci il problema del rutto. Da sempre l’uomo ha cercato di dare un senso ai grandi misteri della vita. Respirando l’odore di certe caverne abitate dagli uomini primitivi, gli scienziati sono riusciti a stabilire la datazione di antichissimi rutti.

La comunicazione tramite il rutto si rivelò poi determinante nello sviluppo delle società civili. Dal mito universale del Grande Ruttatore che creò l’Universo alla spiegazione scientifica del Grande Rutto, possiamo vedere più fattori che coincidono anziché collimare. In fondo si tratta di due diverse visioni della vita: da una parte quella mistica “Egli li creò ruttatori, a sua immagine e somiglianza”, dall’altra quella più scientifica “Il Grande Rutto da cui originò la materia gassosa che ha dato vita all’universo per come oggi lo conosciamo”.

La rivoluzione ruttista, dal canto suo, non fa altro che liberalizzare il rutto, rendendolo da sacro un concetto comune per tutti. I famosi motti “Rutto libero” “Più rutti per tutti” e “Il rutto al potere” rimarranno sempre impressi nella storia moderna. Quella generazione, la generazione del rutto, i figli dei rutti, ha cambiato la storia della comunicazione, nel bene e nel male. Se oggi possiamo rispondere al telefono ruttando, è grazie a loro.

Se oggi possiamo fare rutti in pubblico (fino al 1968 era vietato: ricordiamo anche l’epoca del proibizionismo negli anni ’20, in cui erano applicate sanzioni severissime per i ruttatori clandestini, il mercato del rutto nero) di ogni genere, e se conosciamo perfino i cosiddetti rutti silenti, o trasparenti, è grazie alla rivoluzione ruttista, che ha riportato al centro del discorso civile la questione ruttista.

Certo, a una dettagliata analisi, la rivoluzione, come tutti i grandi moti, ha comportato anche dei fallimenti: molti ruttatori sono diventati schiavi del sistema, il rutto è diventato perfino un sintomatico simbolo fisico tipicamente conformista. In un mondo dove tutti sono liberi di ruttare, il rutto ha ancora un senso? Questa è la sfida del nuovo secolo: ridare al rutto quella dignità originaria a fondamento dell’umanità tutta. Ce la faremo? Non possiamo saperlo, ma ciò che possiamo fare è un ruttino al giorno. Con moderazione, senza esagerare i toni del discorso e del problema. Ruttatori, lo sappiamo, si diventa.

Fonti ruttografiche:

- Fenomenologia epistemologica della peristalsi aerobica, De Ruptis A.

- Dal rutto al rotto: etimologia della rivoluzione, De Paperinis

- Ruttismo ed evoluzione dell’uomo, Darwin Charles

Palomar 2012: Odissea nell’Italia del Caffè Espresso

devo pensare non solo a quel che sto per dire o non dire, ma a tutto ciò che se io dico o non dico sarà detto o non detto da me o dagli altri – Palomar

Sono stato zitto, ho taciuto, ma non mi sono distratto. Al contrario, sono stato vigile (non urbano, ma della giungla che mi circondava). Ho osservato e ho preso nota di molte cose. Mi sono sentito un po’ Roy Batty in Blade Runner, per quanto riguarda il suo monologo finale. Ma i bastioni in fiamme li ho visti al largo di Israele e ho visto i raggi B balenare alle porte dell’Iran. Non ho visto soltanto questo però: questo l’ho visto da lontano, oltre le fiamme più vicine.

Blade Runner lo hanno rifatto HD. Ehy, se siete rivoltosi niente svago o dvd per voi. Andate a fare la rivolta. Che c’è crisi.

La prima cosa che trovo molto importante da abbattere è il provincialismo caotico e noioso delle riunioni di partito nei piccoli paesi. Questi non sono più i tempi di Peppone e Don Camillo, per quanto ci piacerebbe che lo fossero, tutto sommato, non fosse altro che alcuni schemi sarebbero garantiti, sicuri, alcuni paletti sarebbero fermi. La guerra fredda era la vera culla della pace, le minacce erano l’impalcatura dell’ordine, malgrado dei sacrifici da una parte e dall’altra. Sì, qualcuno potrebbe persino pensarla così. Ma io no: io mi fido più della Storia che senza pietà prosegue occupando ogni spargimento di tempo a vuoto, inghiottendolo per restituirlo convertito all’eternità.

Quando mi sono avvicinato ai primi circoli paesani della sinistra ho avvertito da subito che qualcosa non tornava, non quadrava. Chi c’era a sbandierare la pace e l’uguaglianza? Non i figli degli operai, ma, almeno in gran parte, figli di persone al di sopra di un certo reddito.

Lui ha un passato nei figli di fiori. Poi si è pentito. E, come per tutti i pentiti, è stato inserito nel programma sicurezza testimoni.

Caro Pasolini, non ti sbagliavi. I figli degli operai erano troppo impegnati a procacciarsi un presente, per poter progettare un futuro glorioso. Ecco perché nel giro di tre secondi avevo capito l’arcano: era tutto un passarsi la canna, applaudire a Marx e al Che, da bravi figli intellettuali di papà, e tirare avanti così a riunioni di “giovani”. Questi maledetti “giovani” che non sono altro che un’invenzione del mercato, una fascia di consumatori. Mentre gli altri, lì fuori, erano a spalare merda nei campi o a darsi un’istruzione decente.

Mal sopporto quindi tutte le categorie cadute nel tranello dell’uno o dell’altro partito. Sfuggiva ai più una visione politica e nobile del mondo. La crisi della politica non mi era arrivata attraverso i telegiornali, ma attraverso i miei coetanei. Mi piacerebbe che si fosse fatto come Silvio Orlando in quel suo film, che divise i figli degli uni dai figli degli altri: i primi a leggere l’Eneide, i secondi Il Capitale, se ricordo bene. Chiaramente, si tratta di provocazione: leggasi sarcasmo.

Eh sì che poi ti ritrovi questa massa di geni a pubblicare link sui social network che mettono in comparazione due situazioni: la folla rivoltosa a Madrid e la folla in fila per l’I-Phone in Italia. Mi chiedo quale sia la connessione. Gli uni sono migliori degli altri? C’è stata una rivolta sociale o una manifestazione a Madrid? E che colpa hanno gli italiani se preferiscono pagare le tasse e comprarsi un i-phone piuttosto che “rivoltarsi”? Chiedo a questi utenti di Facebook che in gran parte sono sempre i soliti seduti dietro la scrivania se loro sono scesi in piazza a “cambiare la situazione”. Per non parlare poi del fatto se sono davvero preparati a una rivoluzione, che la rivoluzione, come disse qualcuno, non è prendere un tè in salotto, se sono pronti ai tradimenti, ai voltagabbana, agli opportunismi, ai giacobinismi.

Modello per gli indecisi

In fondo questi facebookiani non sono tanto diversi da quelli in fila per soddisfare un proprio legittimo desiderio.

Questo è un prezzo che non voglio pagare. Preferisco restare cittadino e usare i miei strumenti democratici. Ciò non significa “non protestare” o “non ribellarsi”. Ma significa essere tolleranti e moderati, mantenere la calma e la lucidità…perché lo Stato siamo Noi. Noi dobbiamo avere il senso dello Stato. Lasciamoci alle spalle vecchi schemi demagogici prossimi a preparare il terreno per gli autoritarismi (consiglio a tutti lo studio del giurista Carl Schmitt a tal proposito).

E io sono fiero di essere Italiano per questo motivo: perché so governare la mia anima. Attenti a chi vi dice “ribellatevi”. Chiedetevi sempre “perché?”

E poi…

Attenzione: il suddetto è un articolo anti-zecche. Né unti né punti. E anche contro i rosiconi che non possono comprarsi l’I-phone e invitano gli altri a manifestare contro il governo. Sempre gli altri.

Evolution! Evolution!

Non dobbiamo fare nessuna Rivoluzione.

Noi dobbiamo fare l’ Evoluzione.

E stavolta facciamo in modo che Darwin non finisca sulle magliette.

Ssssh!!! Evolution is coming!

 

Sono solo una pedina

Non c’è montagna più alta

Di quella che non scalerò

Agli occhi di un novizio la pedina è certamente la parte più sottovalutata nel gioco degli scacchi.

L’esperienza mi suggerisce invece che il destino di una partita dipende spesso da come si muove o non si muove una pedina, piuttosto che un alfiere, una regina, una torre o un cavallo. Magari non sarà una pedina a mettere sotto scacco il Re, ma tocca comunque alla fanteria avanzare nel fango casella dopo casella.

La pedina mi ha sempre affascinato per questo suo muoversi lento e significativo, per questo senso del sacrificio più ardente che non in tutti gli altri pezzi, per questo suo non uccidere l’avversario in modo diretto ma sempre nella più prossima casella in diagonale: obliquità della lama assassina che scivola furtiva nella gola del nemico.

Del resto se gli scacchi fossero un’opera narrativa, ed in effetti lo sono dal momento che ogni partita è il racconto di uno scontro sanguinario, la pedina sarebbe l’unico personaggio non a tutto tondo ma potenzialmente capace di un’evoluzione.

Infatti, una volta arrivata nell’orizzonte delle file nemiche, i suoi sacrifici vengono ampiamente ricompensati. La pedina si elegge a torre, ad alfiere o persino a regina contestando quel ruolo che sembrava fino a un attimo prima un’esclusiva dinastica dei pezzi superiori.

Ma questo premio infine risulta per certi versi anche una condanna.

La pedina perde quell’originaria libertà degli umili per assurgere ed incarnare a un ruolo dal quale non potrà più sfuggire, se non con la morte. In un certo senso quando i poveri diventano ricchi, quando i vinti diventano vincitori, si perde qualcosa nel passaggio.

E questa è stata la storia di molte rivoluzioni: una sostituzione di persone sul carro dei vincitori, ma non di ruoli.

Una volta al potere, la potenzialità è finita, si cristallizza e si eclissa.

Morirò pedina. Morirò libero.

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Dulcis in fundo: ecco qui il link della registrazione dell’intervista agli autori presso gli studi della web radio Radio Libera Tutti  :

Intervista agli autori

dove tra l’altro potete trovare qualche assaggino…

Oggi mi sento un dio, domani non sto in piedi

Ci sono mattine in cui ho idee rivoluzionarie che, arrivata la sera, non sembrano più così “rivoluzionarie”, anzi sbiadiscono nella nebbia della noia e della routine.

Un attimo prima mi sento imperatore del mondo, l’attimo dopo l’ultimo fra gli ultimi, con la considerazione che probabilmente non sono né l’uno né l’altro, e quindi nessuno.

Alla costante ricerca di un equilibrio sopra la follia.


La rivoluzione della Schiuma

Schiuma soffice, morbida, bianca, lieve lieve
sembra panna, sembra neve.

Gaber

In principio fu la Schiuma.

La schiuma è stato il simbolo del benessere e del progresso, sinonimo di quel boom economico che oggi appare un miraggio, incastrati come siamo tra un passato duro a passare e un futuro impossibile a venire.

Ci manca la schiuma a lubrificare dolcemente gli ingranaggi.

Quando ero piccolo e innocente, inconsapevole del problema dell’inquinamento, lontano mille miglia dall’avere una coscienza ecologica, privo di freni inibitori non per una smodata lussuria, ma per una innocua e quanto mai definita concezione del mondo, non teorico ma inconsapevole applicatore pratico di un’utopia di felicità uterina, mi crogiolavo beato nella vasca da bagno sommerso dalla bianca e soffice aura protettiva di una schiuma, corroborante e perfetto sostituto della mamma, pur in tutta la sua artificiosità.

La schiuma è il risultato del caos.

Nel crearla mi sentivo il padrone dell’universo chiamato vasca. Con un po’ di bagnoschiuma e di acqua ecco spuntare fuori questa informe e massiccia meraviglia di disincantato candore.

Quanto mi piacevano quelle bolle? Quanto a lungo si perdeva la mia fantasia nell’inseguire i fragili frattali che il sapone creava nell’accatastarsi di bolle, dentro le quali potevo percepire l’espansione dell’universo. Presto tutto l’esistente sarebbe stato riempito e perpetuato di schiuma.

Poi arrivò l’entropia.

Arrivò la coscienza ambientale, arrivò il risparmio di quel prezioso oro blu dalla sigla chimica di H2O, arrivò il ritmo della scuola e del lavoro, niente più vasca, doccia, velocità, efficienza.

Ok, siamo d’accordo.

Ma quanto mi manchi, mamma schiuma?

Basta Maya e rivoluzioni.

Se molti si sono lasciati andare la colpa non è loro: è dei Maya.

Il lassismo oscurantista che serpeggia funesto in Europa si regge su “Tanto fra meno di un anno finisce il mondo. Lo hanno detto i Maya.”

Poi però, nel dubbio, anziché affrontare la vita con filosofia e leggerezza, oppure con una visione tragica delle cose, restano introiettati in un limbo di ombre, vagando tra chi interpreta la profezia dei Maya come la fine di “un mondo” per l’inizio di un altro, e chi invece parla della fine dell’unico mondo possibile, aggiungendo catastrofismi a go-go.

Ciò di cui invece occorre tener conto è che se vuoi una vita migliore, una vita diversa, non sarà lo Stato o il Presidente del Consiglio a farti questo regalo, né i compagni di partito o i colleghi di lavoro.

La rivoluzione inizia dentro di te e dentro di te deve terminare o perpetuarsi.

Io non voglio cambiare la Storia e rifiuto, per una benedetta volta, di adeguarmi a un lessico aulico che richiami valori di identità nazionale.

Potrei cucire un testo che sia l’esatto contrario di questo, ma non sarebbe veritiero.

Viene prima l’ homo, poi il civis. Ciò non vuol dire che dobbiamo rinunciare al cambiamento, ma non possiamo farlo in modo rumoroso. Ho sempre diffidato dei gridi rivoluzionari, mi sono sempre fidato delle parole bisbigliate nell’orecchio dalla persona amata.

Un rivoluzionario.

Ho dei precisi diritti e dei precisi doveri.

Non sono un rivoluzionario, e nel mio “non esserlo” lo sono certamente molto di più di quanti, “sembrandolo”, cadono nel tranello del “cambiamento”.

Non innamoratevi dello Stato, o dello stato delle cose, della nazione, degli ideali importati dall’estero e svenduti al saldo, dei complottisti e di chi cavalca l’onda dell’ultima ora, della paura del futuro e della paura della mancanza di prospettive economiche giuste, infine della paura. Rifiutiamo l’idea di una vita di inutili affanni.

Innamoratevi dei sacrifici.

Innamoratevi della saldezza dei princìpi e del metodo del dubbio.

Innamoratevi degli occhi di vostra madre e di vostro padre.

Innamoratevi della vostra vita, perché è l’unica che avete.

I Maya, che se ne andassero a fare in culo.

Occupy myself

mi sento occupato da forze nemiche

ti faccio un esempio:  loro Pechino io Tibet

 (J Ax, Aumentaci le dosi)

Ciò che finora non è andato in porto è stato occupare se stessi. Il problema di occupare se stessi non è capire cosa fare a Capodanno, Cenone, Natale, Pasqua, Compleanni, Corsi di Cucina o fitness-fatto-in-casa mentre si vedono classici della commedia americana. Non è nemmeno capire cosa fare con gli amici oppure come affrontare una delle serate più noiose a cui, prima o poi, vi troverete a farne parte, anche senza la vostra volontà. Non vi si chiederà nemmeno di comprare fantastiche video-enciclopedie per i tristi propositi del nuovo anno. Questo sicuramente vi farà prendere qualche chilo, ma potrete sempre comprare delle pillole per ammazzare tutti i grassi, uno a uno. Ma non occuperete nemmeno un grammo di voi stessi.

Potrete, sicuro, chiedere consiglio a Google. How to occupy myself. C’è di tutto. Ma non si parlerà mai di occupare se stessi dimenticando proprio di essere se stessi. La fregatura è tutta lì. Occupare se stessi non è una mera questione temporale. L’occupazione non si misura a colpi di lancette, che, tra l’altro, possono anche fermarsi e, anzi, continuare a girare nello stesso modo. Quella è un’occupazione piatta, magari importante, ma mancante: a metà.

Occupare se stessi vuol dire capire che si vuole da se stessi. Non tanto chi si è, perché nessuno vuole scomodare Socrate che nemmeno lui aveva capito chi fosse. Quando si parla di se stessi si mettono sempre le mani avanti. E noi lo facciamo volentieri. Per occupare finalmente se stessi nel senso di riconquistarsi in quanto se stessi.  Non è fare la dichiarazione dei redditi, ma fare la dichiarazione  ai redditi. Quando si parla di occupare se stessi non si fa in cifre. Occupare se stessi è un passo prima dell’egoismo. Non parliamo di occuparsi di se stessi, ma di occupare se stessi, di calpestare le proprie aiuole, contravvenire ai divieti che ci siamo imposti, tradire i buoni propositi, falsificare i bilanci del vecchio anno.

Quando sappiamo ciò che possiamo fare, sappiamo ciò che vogliamo fare. Ovviamente non è una panacea. Come prossimo proposito per l’anno nuovo datevi questo: avere almeno un’idea rivoluzionaria in mente. La mente farà il resto.

Super Carletto ti farà venire più fame di Steve Jobs

Il problema non è del gelato che mangi o del panettone che metti in bocca anche 30 giorni prima di Natale o a Ferragosto. Il problema è del sistema che l’ha prodotto. In altre parole non puoi incazzarti con l’uovo strapazzato se non hai la padella antiaderente. Non so se rendo l’idea.

Quando mangi il gelato ti devi arrabbiare prima con il barista, ma non è nemmeno lui la chiave della soluzione. Se il gelato è artigianale anche lui ha parte della colpa, ma se è confezionato ha solo colpa in quanto cieco che ha usufruito di un sistema in maniera passiva, sbagliando tra l’altro il gusto dei gelati dei suoi marmocchi fedelissimi.

Devi dare la colpa al sistema che ha prodotto il gelato, che ha fatto fare le uova sfigatamente dalle galline, super produttive con super mangimi con super becchime che nemmeno super Carletto che ha super fame mangerebbe. In effetti, la colpa ultima è proprio di lui: super Carletto che ha super fame.

Come da contratto, ti augura anche un futuro buon Natale

Lui non ha mai avuto fame: è uno squallido bugiardo che ti ha indotto ad aver fame. Ma quella fame che non ti fa venire veramente fame. È la fame del gesto, dell’attimo dello scontrino battuto. Mica ti fa venir fame di giustizia o di passione. Carletto ti butta giù i super polli, ancora più tristi del gelato con il gusto sbagliato.

Chissà come sarà la vita di un super pollo martire dell’umanità? Se è un super pollo perché diventa una cotoletta? Carletto fa parte della congiura del sistema, ecco la spiegazione.

Il mio barista, che tutti chiamano per sua malasorte Carletto, non sa che un gelato dopo una cotoletta è uno dei crimini contro l’umanità più efferati. D’altronde anche lui mangia super polli.

Teoria quasi universale del budino sovversivo

Confesso che ho vissuto, avrebbe detto Pablo Neruda. Io vi confesso che spesso ho difficoltà a comprendere in che modo si faccia. Non apro né discorsi che partono con ‘Ah, vivere’ , né vi regalerò un manuale su come vivere. Semplicemente una considerazione. Certe volte mi appare che intorno a me ci sia un universale budino che rende tutto scontato: esci-da-casa, prendi-l’autobus, corri-in-ufficio . Oppure che tutto accada nella budinità di tutti i giorni: cade la borsa, genocidi vicino casa tua.

Tutto perfettamente inserito nell’ ottica del budino. Tutto rimbalza, tutto è incollato e colloso, tutto ha un monocolore leggermente patinato. Non si tratta di vedere il bicchiere mezzo vuoto o mezzo pieno: si tratta, prima di tutto, di mangiare il budino. Finalmente ho capito le parole di mia nonna che a tutti i costi mi voleva far ingoiare il suo immancabile budino.

Siamo a favore di un governo tecnico del budino

Io l’ho mangiato quel budino. Proprio per questo provo i suoi effetti. Che il prologo dell’umanità sia nascosto nella gelatinosa sostanza? Forse.

La budinità si espande veloce, semplice e calorica. Mi pare certe volte di ‘essere stato vestito‘ da qualcun altro, di ‘essere stato camminato‘ da qualcun altro, di ‘essere stato pensato‘ da qualcun altro, di ‘essere stato parlato‘ da qualcun altro. (so che questo uso dell’italiano in realtà non esiste e farebbe rabbrividire chiunque e che questo passivo fa girare anche l’ultimo degli analfabeti sulla terra, ma fa parte del gergo della nave in cui mi sono buttato a lavorare come mozzo. Maestra perdonami!)

Chissà chi era allora che comandava mia nonna mentre cercava di abbattere il sistema facendo mangiare il budino? Che anche lei facesse parte della cospirazione universale contro il budino?

Non credere a tutto quello che leggi e vedi in Wikipedia

Responsabilità: leggere attentamente il foglio illustrativo

sono stupefacente! (Franklinguamozza)

L’assunzione di responsabilità sta diventando un fenomeno sociale così forte da rendere difficile il porre un limite al suo consumo dilagante. Non più solo eroina, cocaina, droghe sintetiche da nomi improbabili, ma responsabilità. Sebbene, ancora non sappiamo se essa possa essere equiparata alle ben note prime.

La responsabilità , pare, sia assunta principalmente dalle élite politiche e dagli altri gradi della finanza. Non si sa bene chi la assuma, sebbene ci siano numerose voci ufficiose che appoggino questo fatto. Purtroppo le procedure legate ad eventuali indagini sono difficili da compiere in quanto tale responsabilità è in una situazione alegale, ovvero, non vi è normativa , passatemi il termine, responsabile.

La responsabilità è una scelta, si sente da una parte; c’è invece chi la attende, sebbene non si capisca chi siano i veri pusher e da quali sostanze sia costituita tale responsabilità. Gli effetti, a dire di tutti, sarebbero catastrofici. Ma per ora sono solo voci. Non c’è scientificamente nessuna attestazione che la responsabilità sia rischiosa o cagionevole alla salute.

Tentiamo la via su Google. Per trovare l’introvabile. Ritorniamo sulla tesi iniziale: tutti citano questa nuova sostanza di cui non si conosce la sua origine, naturale o sintetica. Si trovano oltre 150mila risultati nelle ultime 24 ore. C’è un picco che è incredibile e che sicuramente porterà alla nascita di un mercato di contrabbando della responsabilità in quanto, per come funziona ora, lo Stato non ha considerato affatto prendere in visione il monopolio della responsabilità o trovare un accordo con le eventuali case produttrici di responsabilità.

Purtroppo, per chiari motivi di segreto industriale, non possiamo dare nessuna informazione aggiuntiva sulla produzione e le modalità distributive.

Per ora ci resta soltanto di aspettare rispetto agli effetti collaterali.

La Rivoluzione non è una cosa seria

Fare la Rivoluzione oggi. Più che un manuale di un bolscevico di vecchia fattura, potrebbe benissimo essere invece il manuale di una rivista di bricolage allegato al costo eccezionale, solo per la prima uscita, di 1,90€ iva inclusa. Un affare che la rivista giura non dovreste perdere.

Se davvero, date le premesse, decidiate veramente di comprare quella rivista, ammesso che il bricolage sia la vostra passione, vi appassionerete alla rivoluzione fai-da-te a soli 1,90€. Un affare che non avete potuto perdere.

Aprirete il libro. Ci sarà una bella introduzione, anche perché la rivoluzione ha bisogno di una buona introduzione, di una bella immagine, magari di una figa che, ammiccante, vi guarda dicendo che lei, la sua rivoluzione l’ha fatta (a questo punto effettivamente ci si domanda dove l’abbia fatta, se nel suo letto, a casa, in ufficio, al bar, in giardino, in spiaggia. Ovviamente mi direte che avevate pensato solo al primo posto)

Perfetto. Passo primo , compiuto. Avete comprato o siete entrati in contatto con la vostra rivoluzione.

Passo secondo. Farla, la rivoluzione. Pare un accessorio talmente indispensabile, la rivoluzione, che perdinci, non la si può lasciare a casa. È una bella bestiolina da esibire quando si ha tempo e nei momenti di noia quotidiana. Ti va un tè? O piuttosto te la bevi un po’ di rivoluzione?

Ci stiamo avvicinando. Magari, immaginate di essere Britney Spears, Lady Gaga, Beyonce, Rihanna, il-fu dj Francesco , Vasco Rossi , Ligabue eccetera eccetera. A vostro modo avreste fatto la vostra rivoluzione. Tutti a far rivoluzioni, abbiamo cresciuto un esercito di rivoluzionari. Il rivoluzionismo è una malattia sociale, discreta, ma nessuno se n’è accorto.

Grossi bevitori di rivoluzione del circolo rivoluzionisti anonimi. Scherzo : i rivoluzionari hanno tutti nome e cognome.

Si dice una cosa e la rivoluzione è fatta. Semplice no? Non importa cosa, basta che si fa.

Passo terzo. La rivoluzione non basta farla, bisogna vendersela, possibilmente con allegati in riviste a solo 1,90€ nella prima uscita o con milioni di cd che tutti compreranno. Per chi non li compra, se li scarica, magari in esclusiva distributiva.

Con la rivoluzione sarà tutto più semplice, soprattutto da quando è pagabile in comode rate o con la poste-pay con il filtro antispam.

Monetizza, ca**o!!

 

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