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Forchette o Forconi?

E fu nella notte della lunga stella con la coda che trovammo mio nonno crocifisso sulla chiesa crocifisso con forchette che si usano a cena

Coda di Lupo, De André

Ho sempre pensato che la Storia non fosse qualcosa di eclatante.

Sì ci sono degli episodi che ricordiamo tutti perfettamente o che assurgono a diventare simbolo di un qualcosa, quale che sia lo schiaffo di Anagni, l’Obbedisco garibaldino, il Rivoltoso Sconosciuto di Piazza Tienanmen a Pechino, l’assassinio dell’Arciduca Francesco Ferdinando d’Asburgo.

Eppure, agli occhi di uno storico, tutti questi episodi non sono altro che…scintille. Splendide, luminose, fulminanti scintille nel furore perpetuo della notte. Ma pur sempre attimi. E si sa: un attimo conta più nella vita di un uomo, che non nel grande ciclo storico, troppo distratto e chiassoso per aver tempo di compatire le nostre miserrime esistenze.

Così Polibio usava distinguere fra Aitia (la causa vera e remota di un avvenimento, dal greco αἴτιον) e Prophasis (il pretesto, la scintilla, l’episodio per l’appunto). Insomma dietro l’assassinio dell’Arciduca c’era un pentola a pressione sul punto di esplodere, e il suo esecutore è stato solo uno strumento nelle mani di una Storia sempre più grande degli uomini che s’illudono di governarla, in quel caso la Prima Guerra Mondiale.

Che poi è come dire che l’Aitia è la mia voglia di cappuccino e la prophasis è il bar sotto casa. O per i più romantici, l’Aitia è la voglia di innamorarsi, e la prophasis è la prima che incontrano per strada…A ripensarci non è così romantico…ma ci siamo capiti!

Le forchette ci parlano! [Forchette parlanti - Opera di Bruno Munari 1958]

Ecco, questa struggente premessa, che poi è il succo vero della storia, poiché è ciò che segue le premesse che è superfluo, era per dire che probabilmente la Storia la si decide a tavola con le forchette più che in piazza con i forconi. Mentre vostro zio è lì che vi chiede “Vuoi ancora della pastasciutta?” “Mi passi il sale?” o ancora “C’è una bistecca in più, chi la vuole?”, ecco lì si sta facendo la Storia. Mentre cospargete di sale la vostra insalata potrete ancora sentire l’eco delle ruote delle bighe e del passo di marcia dei soldati romani su Cartagine che spargevano il sale sulle rovine. E mentre addentate la bistecca, state strappando un trattato di pace a qualche potente della terra, o se state mangiando del sushi, con tutta probabilità state segnando il destino del Giappone. O dell’Italia, dipende dai punti di vista.

In fondo Cesare fu assassinato con posate da tavola, non con coltelloni da macellaio.

Insomma la Storia non la fa la piazza, ma la pancia.

Buon Appetito!

Palomar 2012: Odissea nell’Italia del Caffè Espresso

devo pensare non solo a quel che sto per dire o non dire, ma a tutto ciò che se io dico o non dico sarà detto o non detto da me o dagli altri – Palomar

Sono stato zitto, ho taciuto, ma non mi sono distratto. Al contrario, sono stato vigile (non urbano, ma della giungla che mi circondava). Ho osservato e ho preso nota di molte cose. Mi sono sentito un po’ Roy Batty in Blade Runner, per quanto riguarda il suo monologo finale. Ma i bastioni in fiamme li ho visti al largo di Israele e ho visto i raggi B balenare alle porte dell’Iran. Non ho visto soltanto questo però: questo l’ho visto da lontano, oltre le fiamme più vicine.

Blade Runner lo hanno rifatto HD. Ehy, se siete rivoltosi niente svago o dvd per voi. Andate a fare la rivolta. Che c’è crisi.

La prima cosa che trovo molto importante da abbattere è il provincialismo caotico e noioso delle riunioni di partito nei piccoli paesi. Questi non sono più i tempi di Peppone e Don Camillo, per quanto ci piacerebbe che lo fossero, tutto sommato, non fosse altro che alcuni schemi sarebbero garantiti, sicuri, alcuni paletti sarebbero fermi. La guerra fredda era la vera culla della pace, le minacce erano l’impalcatura dell’ordine, malgrado dei sacrifici da una parte e dall’altra. Sì, qualcuno potrebbe persino pensarla così. Ma io no: io mi fido più della Storia che senza pietà prosegue occupando ogni spargimento di tempo a vuoto, inghiottendolo per restituirlo convertito all’eternità.

Quando mi sono avvicinato ai primi circoli paesani della sinistra ho avvertito da subito che qualcosa non tornava, non quadrava. Chi c’era a sbandierare la pace e l’uguaglianza? Non i figli degli operai, ma, almeno in gran parte, figli di persone al di sopra di un certo reddito.

Lui ha un passato nei figli di fiori. Poi si è pentito. E, come per tutti i pentiti, è stato inserito nel programma sicurezza testimoni.

Caro Pasolini, non ti sbagliavi. I figli degli operai erano troppo impegnati a procacciarsi un presente, per poter progettare un futuro glorioso. Ecco perché nel giro di tre secondi avevo capito l’arcano: era tutto un passarsi la canna, applaudire a Marx e al Che, da bravi figli intellettuali di papà, e tirare avanti così a riunioni di “giovani”. Questi maledetti “giovani” che non sono altro che un’invenzione del mercato, una fascia di consumatori. Mentre gli altri, lì fuori, erano a spalare merda nei campi o a darsi un’istruzione decente.

Mal sopporto quindi tutte le categorie cadute nel tranello dell’uno o dell’altro partito. Sfuggiva ai più una visione politica e nobile del mondo. La crisi della politica non mi era arrivata attraverso i telegiornali, ma attraverso i miei coetanei. Mi piacerebbe che si fosse fatto come Silvio Orlando in quel suo film, che divise i figli degli uni dai figli degli altri: i primi a leggere l’Eneide, i secondi Il Capitale, se ricordo bene. Chiaramente, si tratta di provocazione: leggasi sarcasmo.

Eh sì che poi ti ritrovi questa massa di geni a pubblicare link sui social network che mettono in comparazione due situazioni: la folla rivoltosa a Madrid e la folla in fila per l’I-Phone in Italia. Mi chiedo quale sia la connessione. Gli uni sono migliori degli altri? C’è stata una rivolta sociale o una manifestazione a Madrid? E che colpa hanno gli italiani se preferiscono pagare le tasse e comprarsi un i-phone piuttosto che “rivoltarsi”? Chiedo a questi utenti di Facebook che in gran parte sono sempre i soliti seduti dietro la scrivania se loro sono scesi in piazza a “cambiare la situazione”. Per non parlare poi del fatto se sono davvero preparati a una rivoluzione, che la rivoluzione, come disse qualcuno, non è prendere un tè in salotto, se sono pronti ai tradimenti, ai voltagabbana, agli opportunismi, ai giacobinismi.

Modello per gli indecisi

In fondo questi facebookiani non sono tanto diversi da quelli in fila per soddisfare un proprio legittimo desiderio.

Questo è un prezzo che non voglio pagare. Preferisco restare cittadino e usare i miei strumenti democratici. Ciò non significa “non protestare” o “non ribellarsi”. Ma significa essere tolleranti e moderati, mantenere la calma e la lucidità…perché lo Stato siamo Noi. Noi dobbiamo avere il senso dello Stato. Lasciamoci alle spalle vecchi schemi demagogici prossimi a preparare il terreno per gli autoritarismi (consiglio a tutti lo studio del giurista Carl Schmitt a tal proposito).

E io sono fiero di essere Italiano per questo motivo: perché so governare la mia anima. Attenti a chi vi dice “ribellatevi”. Chiedetevi sempre “perché?”

E poi…

Attenzione: il suddetto è un articolo anti-zecche. Né unti né punti. E anche contro i rosiconi che non possono comprarsi l’I-phone e invitano gli altri a manifestare contro il governo. Sempre gli altri.

Occupy myself

mi sento occupato da forze nemiche

ti faccio un esempio:  loro Pechino io Tibet

 (J Ax, Aumentaci le dosi)

Ciò che finora non è andato in porto è stato occupare se stessi. Il problema di occupare se stessi non è capire cosa fare a Capodanno, Cenone, Natale, Pasqua, Compleanni, Corsi di Cucina o fitness-fatto-in-casa mentre si vedono classici della commedia americana. Non è nemmeno capire cosa fare con gli amici oppure come affrontare una delle serate più noiose a cui, prima o poi, vi troverete a farne parte, anche senza la vostra volontà. Non vi si chiederà nemmeno di comprare fantastiche video-enciclopedie per i tristi propositi del nuovo anno. Questo sicuramente vi farà prendere qualche chilo, ma potrete sempre comprare delle pillole per ammazzare tutti i grassi, uno a uno. Ma non occuperete nemmeno un grammo di voi stessi.

Potrete, sicuro, chiedere consiglio a Google. How to occupy myself. C’è di tutto. Ma non si parlerà mai di occupare se stessi dimenticando proprio di essere se stessi. La fregatura è tutta lì. Occupare se stessi non è una mera questione temporale. L’occupazione non si misura a colpi di lancette, che, tra l’altro, possono anche fermarsi e, anzi, continuare a girare nello stesso modo. Quella è un’occupazione piatta, magari importante, ma mancante: a metà.

Occupare se stessi vuol dire capire che si vuole da se stessi. Non tanto chi si è, perché nessuno vuole scomodare Socrate che nemmeno lui aveva capito chi fosse. Quando si parla di se stessi si mettono sempre le mani avanti. E noi lo facciamo volentieri. Per occupare finalmente se stessi nel senso di riconquistarsi in quanto se stessi.  Non è fare la dichiarazione dei redditi, ma fare la dichiarazione  ai redditi. Quando si parla di occupare se stessi non si fa in cifre. Occupare se stessi è un passo prima dell’egoismo. Non parliamo di occuparsi di se stessi, ma di occupare se stessi, di calpestare le proprie aiuole, contravvenire ai divieti che ci siamo imposti, tradire i buoni propositi, falsificare i bilanci del vecchio anno.

Quando sappiamo ciò che possiamo fare, sappiamo ciò che vogliamo fare. Ovviamente non è una panacea. Come prossimo proposito per l’anno nuovo datevi questo: avere almeno un’idea rivoluzionaria in mente. La mente farà il resto.

Teoria quasi universale del budino sovversivo

Confesso che ho vissuto, avrebbe detto Pablo Neruda. Io vi confesso che spesso ho difficoltà a comprendere in che modo si faccia. Non apro né discorsi che partono con ‘Ah, vivere’ , né vi regalerò un manuale su come vivere. Semplicemente una considerazione. Certe volte mi appare che intorno a me ci sia un universale budino che rende tutto scontato: esci-da-casa, prendi-l’autobus, corri-in-ufficio . Oppure che tutto accada nella budinità di tutti i giorni: cade la borsa, genocidi vicino casa tua.

Tutto perfettamente inserito nell’ ottica del budino. Tutto rimbalza, tutto è incollato e colloso, tutto ha un monocolore leggermente patinato. Non si tratta di vedere il bicchiere mezzo vuoto o mezzo pieno: si tratta, prima di tutto, di mangiare il budino. Finalmente ho capito le parole di mia nonna che a tutti i costi mi voleva far ingoiare il suo immancabile budino.

Siamo a favore di un governo tecnico del budino

Io l’ho mangiato quel budino. Proprio per questo provo i suoi effetti. Che il prologo dell’umanità sia nascosto nella gelatinosa sostanza? Forse.

La budinità si espande veloce, semplice e calorica. Mi pare certe volte di ‘essere stato vestito‘ da qualcun altro, di ‘essere stato camminato‘ da qualcun altro, di ‘essere stato pensato‘ da qualcun altro, di ‘essere stato parlato‘ da qualcun altro. (so che questo uso dell’italiano in realtà non esiste e farebbe rabbrividire chiunque e che questo passivo fa girare anche l’ultimo degli analfabeti sulla terra, ma fa parte del gergo della nave in cui mi sono buttato a lavorare come mozzo. Maestra perdonami!)

Chissà chi era allora che comandava mia nonna mentre cercava di abbattere il sistema facendo mangiare il budino? Che anche lei facesse parte della cospirazione universale contro il budino?

Non credere a tutto quello che leggi e vedi in Wikipedia

Gramsci al cesso

Come distinguere un bagno di Scienze Politiche.

De-generazione

Io , a differenza degli altri, non faccio parte di una generazione particolare. Non ho visto andare l’uomo sulla luna, né ho visto cadere alcun muro. Al massimo due torri. Che poi di muri, ce ne sono altri, come quello del pianto. Ma , ve lo posso assicurare, non è solo a Gerusalemme.

Comunque, parlo di altri muri. Me ne sono accorto l’altro giorno. Camminavo più o meno sull’imbrunire, erano quasi le otto. Una donna alla sua amica: “Ancora disoccupata?” “Sì, ancora”. Hanno qualche anno più di me. Mi sono accorto che esiste effettivamente la disoccupazione. Non che non sapessi che prima non esistesse. La disoccupazione è sempre esistita, ma non nella mia testa, non nei miei pensieri.

Sono uno studente, ma da oggi sono uno studente e disoccupato. Così fra qualche anno ci sarà scritto sulle carte d’identità. La disoccupazione fa parte della mia identità. Chi si chiama inoccupato è solo per motivi di politically correct. Conoscere da vicino che tra qualche anno anch’io sarò finalmente disoccupato ha determinato un cambiamento. Lo stesso che ho avuto quando appena compiuti 16 anni potevo tornare dopo mezzanotte. Non più Ritorna a mezzanotte, non più Stai a casa per cena.

Dopo i 16 anni lentamente quelle barriere sono cadute. Oramai torno quando e come voglio a casa. Ecco, scoprire che la disoccupazione esiste è stato come poter ritornare a casa a qualsiasi orario. Ma ritornare a casa in maniera diversa. Comincio infatti a vedermi, quando appunto sono a casa, come l’ospite di un hotel, ma con la differenza che i padroni non fanno caso mai al conto da pagare a fine settimana.

Benvenuto, si accomodi. La stanza da Lei prenotata è libera per altri 365 giorni. Mi aspetto i miei che mi dicano questo quando ritorno dalla festa di capodanno.

Volevo chiamarmi Batman! E anche essere Svizzero per poter mangiare tutto il giorno cioccolato!

Sono un disoccupato, non più uno studente esaltato con tante idee per la testa. Capisco mia madre, mio cugino, il mio amico. Mi sento di nuovo umano, ora che sono disoccupato. Fino ad ora non avevo ben compreso l’umanità. È che si condividono le cose, o quasi tutte. Tranne il lavoro, per esempio.

Però scusate, non posso fare troppo tardi. Oggi devo tornare a casa.

I colori della libertà

 

Quell’angolo di quartiere mai era stato intaccato da alcun desiderio di bizzarria estetica, ma erano chiari i segnali di stanco convivere tra i membri della famiglia Raminghi. Un caldo pomeriggio, con l’afa ben delineata tra i piccoli anfratti del centro storico, la nonna della famiglia, la Signora Berta, affermò che il colore della casa era fuori moda e che doveva essere rinnovato. Il colore doveva essere palesemente il rosa.

Lo annunciò mentre si svolgeva il solito pranzo domenicale, consumato quasi in silenzio dai commensali famigliari, venuti lì per il solito calcolo delle eredità che per sincera passione per la cucina della vecchia arpia. Sebastiano , il genero, sorpreso nel sorseggiare un Cacchione di qualche anno prima, quasi sputò il contenuto in faccia a Roberto, fratello della moglie.

Che cosa stai dicendo? Farfugliò , quasi. Questa casa è orrenda, ma così lo diventerà ancor di più. Il colore dovrà essere un marrone cotto che si intonerà perfettamente con le altre case dei vicini. Interruppe la discussione Claudia, moglie di Sebastiano. Questa casa non si tocca e se si tocca si farà sentendo il parere dei vicini e delle autorità e del potestà, se necessario. Anzi, oggi pomeriggio sentirò anche il prete, forse dio potrà illuminarci di più. Sebastiano ruotò vistosamente gli occhi in segno di disappunto. Si sa che i panni sporchi è meglio lavarli in casa.

Lo stesso pomeriggio l’argomento divenne di pubblico dominio all’interno della cittadina. Si risvegliò il buon gusto di ciascuno, ma si sa che l’arte nasce dalle opinioni e che le opinioni sono mutevoli. L’imbarazzo sull’opinione della vecchia fu totale, le pressioni sui capimastri dell’edilizia divennero troppe. Il prete disse che dio in queste faccende non avrebbe messo piede, però un colore sul mattone spento non sarebbe stato male.

Parole sacre, disse la moglie. Si sa però che gli uomini sono destinati a disobbedire alle autorità, soprattutto a dio. Ecco i nuovi Adamo che si susseguirono, un partito fu finalmente preso. La maggioranza era d’accordo con un cotto, annacquato si disse, che poi non si sapeva bene che fosse, ma era per far dispetto a dio, alla vecchia arpia e lo stesso podestà che aveva accennato ad un rosso spento.

Viva la libertà, si sentì gridare per le vie. La situazione stava sfuggendo di mano, il capomastro dei futuri lavori della casa dei Raminghi era momentaneamente l’autorità riconosciuta. Demiurgo della nuova primavera di quel paesotto.

Il podestà gridò alla pubblica piazza nella domenica della Pasqua di quell’anno Voi siete dei pazzi! Ve l’avevo detto che era meglio rosso spento!

Posizioni eco-logiche

 

Abbiamo un compito: tenere la lampadina accesa. Quella delle coscienze, che non deve mai essere a risparmio energetico.

 

 

Diventiamo indign-amici?

Alla peggiore parte d’Italia

A chi, dopo le 14, non fa nulla in casa

È vero: oggi le ragioni per cui indignarsi sono sottili e spesso facciamo fatica a capirle. Viviamo in un mondo interdipendente in cui il concetto di responsabilità di sartriana memoria ci avvolge. Ci forma. Eppure, nella maggioranza dei casi, ci troviamo inermi e racchiudiamo le nostre preoccupazioni nel mantra ‘Ma io che ci posso fare’.

Parliamoci chiaro: nella seconda guerra era semplice schierarsi. Semplice nel senso che il nemico, o chiamatelo come volete, era lui, il fascista, il nazista. Era chiaramente identificabile: era il pus che era uscito dal sistema che, inizialmente, ben pochi avevano intravisto. Proprio come allora, oggi non combattiamo verso fascismi espliciti. Parliamo qualcosa che è molto più semplice, più naturalizzato nel sistema, più subdolo. Qualcosa che è sistema stesso.

La Resistenza chiedeva la possibilità per tutti di studiare, chiedeva per tutti lo Stato sociale. Chiedeva per tutti uno Stato che fosse per la società. Una società che non fosse solo per azioni, ma azioni che fossero per la società. Ecco cos’era l’indignazione che riuscì ad innescarsi. Una Resistenza che ha come suo motore l’indignazione.

Null’altro. Non possiamo venderci ai dividendi della società. Ma non possiamo nemmeno svenderci alla violenza. La violenza ha forme subdole che ci stanno trattenendo. La violenza è la negazione dell’indignazione. L’aggressività che stiamo insegnando ci condanna all’acquiescenza. L’iperattività, la competizione, l’arrivismo sembrano farci combattere, lottare per il nostro destino. Ma è un destino chiuso, confinato, che finirà con noi. La nostra responsabilità la pensiamo solo per noi.

Un librettino che vi consiglio davvero di leggere ed applicare

Il destino non è privato, ma proprio per questo ci siamo privati del nostro destino. Il destino è comune: l’indignazione ci ricorda e rivendica il luogo comune dell’umanità. Un nuovo luogo comune: la terra. La civiltà non è niente senza terra:  il bancomat ha un bisogno smodato del reale. Noi abbiamo un bisogno smodato di sentirci NOI.

CREARE E’ RESISTERE

RESISTERE E’ CREARE (Stéphane Hessel)

Rivoluzione XL

 

Per me, la rivoluzione , oggi, in Italia, l’ho vista solo sulle magliette.

Che Guevara in realtà avrebbe voluto questa maglietta

Ciak: indign…AZIONE!

 

“Non è cambiato niente. E’ proprio come allora. Lo hanno ricostruito, dopo la guerra, rimettendo insieme tutte le pietre che erano finite nel letto del fiume quando l’avevamo fatto saltare…” (Per chi suona la campana, Ernest Hemingway)

Siamo indignati. Bisogna decidere ora chi decide. Chi comanda, ora.

Ci dicono che la Repubblica è fondata sul lavoro, che bisogna stare buoni e pagare le tasse, che i magistrati sono comunisti , che tutti hanno le stesse opportunità, che le chiamate al call-center sono fatte a costi di mercato, che i lavori a progetto ci sono finché i progetti saranno in piedi. O finché si chiameranno progetti.

Quando non c’è futuro, e non solo filosoficamente, ci siamo giocati noi stessi. Come possiamo essere manifesto vivente del futuro se siamo morti del nostro presente? Vivere fra morti che vivono è quanto mai avere la morte in casa. Una tomba familiare, dopo tutto.

L’indign-azione supera le sfasature temporali, supera le fazioni, supera le rotture: le cuce con il sangue, con la terra, con il mondo. La finanza ha bisogno del mondo reale; ‘ci diranno che non lo faranno più, che spenderanno miliardi per combattere una riforma. Vale la pena di combattere

Non ci saranno scrittori a scrivere questa rivoluzione, ci sarà il web, la puerta del Sol da cui, invece, uscirà un nuovo Hemingway. È uno scrittore collettivo che scrive collettivamente. Che scrive una mente collettiva. Per chi suonerà la campana, stavolta?

Lo dirà la storia, che racconterà gli indignati. La storia sarà storia di indignazione di azione che in un certo senso si è fatta indegna, cioè che si è ficcata dentro la dignità, che rincorre se stessa per ficcarsi dentro le cose, dentro la materia bruta che dobbiamo tollerare ogni giorno.

Per chi suonerà la campana, stavolta?

Per il Manchester, battuto dal Barcellona.

“Nessun uomo è un’Isola, intero in se stesso… Ogni morte di uomo mi diminuisce, perché io partecipo dell’umanità. E cosi non mandare mai a chiedere per chi suona la campana. Essa suona per te” (ibidem)

(In)Differenza

 

per quanto voi vi crediate assolti
siete per sempre coinvolti
Fabrizio De Andrè
L’indifferenza è la chora attraverso cui il demiurgo di Platone plasmò l’universo. Le cose accadono non perché qualcuno vuole che esse accadano, ma perché esse si sviluppano da un non progetto che non è quello che chiamano caos, ma apatia.

Caos è mancanza di progetto; indifferenza è rinvio del progetto.

La linea tra astenersi ed essere complici è labile. Partecipare con indifferenza è essere traditori. È appoggiare la storia che matura solo con il principio indifferente. Non matura: ripete se stessa con schemi diversi.

Scriveva Gramsci:

Ciò che avviene, non avviene tanto perché alcuni vogliono che avvenga, quanto perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia fare, lascia aggruppare i nodi che poi solo la spada potrà tagliare, lascia promulgare le leggi che poi solo la rivolta farà abrogare, lascia salire al potere gli uomini che poi dolo un ammutinamento potrà rovesciare.

L’abrogazione è il momento della vera Storia che blocca la sua inesorabilità. La forza dell’inerzia castiga il rivoluzionario che ritorna borghese, conservatore, opportunista. Così, le opportunità ridiventano elargizioni della Storia, ritornano alla maschera del panem et circenses, al sultano e i suoi figli: la grandezza del pubblico diventa affare privato.

La società di massa è tale perché basata sull’indifferentocrazia: l’assenteismo è punito in quanto economia, non in quanto morale. L’etica, infatti, si pone come momento eccezionale e, piuttosto, come oligarchia di poche mani che cambiano le regole del mercato dell’economia dei destini.

Poca domanda e tanta offerta: il prezzo dell’indifferenza è basso, per ora.

Il pane della rivoluzione

 

Era Rousseau colui che istituì la professione della fede civile. Nessuno può essere neutrale, nessuno può escludere l’opposizione. La volontà generale non ha limiti e il castigo di chi si oppone ad essa non è che la rivolta, la deificazione della ragione universale. Il nuovo dio sta nell’emancipazione.

Eppure ragioniamo così solo per quanto riguarda l’Occidente. Per quanto riguarda quella che consideriamo essere la civiltà. La fede civile, ammesso che ancora ci sia,  è sempre stata esclusiva, mai inclusiva. Se ogni popolo potesse avere come dono l’espressione, l’autorealizzarsi, ognuno dovrebbe diventare assassino per trarre il re a morte.

 

L’utilità della rivolta, però, non sta nel dare agli uomini la felicità, ma nel restituire se stessi alla tragica condizione in cui perversano. In Tunisia, Marocco, Giordania, Egitto volano le nostre fantasie inespresse che finora hanno allontanato l’inganno, l’artificiale pace che dipingeva l’artificiale benessere. Il Mediterraneo è sempre stato mare Nostrum: ancora eravamo convinti, peraltro, della pax europea. Invece i venti nordafricani della rivolta hanno scoperto che l’artificiosa condizione sociale era lucchetto della precarietà umana.

La rivoluzione non è di per sé un mito consolatore, non è qualcosa che si manifesta come sentimento di amore verso il genere umano: è il suo delitto più efferato, nato dalla libertà e contro di essa. Senza legge e senza nessuna libertà?

No. “Chi non può mantenersi al di sopra della legge, deve in realtà trovare un’altra legge, o la demenza” scriveva Nietzsche. La rivolta del Nord Africa non è anarchia. Lo spirito dei popoli non può che trovare se stesso se non nell’accettazione di nuovi doveri, in un nuovo ordine che ha come fine ultimo quello di darsi dei valori. E dei fini.

La morte, la violenza, l’odio non possono che manifestarsi come condizione della successiva resurrezione. Ed essa non è che la Giustizia, non è che integrità dell’essere che parte dal pane, dall’elettricità, dal fuoco, dai generi la cui mancanza minaccia la stessa integrità dell’essere. La rivolta è materiale, prima che spirituale. La rivoluzione si innesta sull’idea, invece, che sprigiona dalla storia.

Finora il progresso, il fatto che il domani sarà sicuramente migliore dell’oggi ha spinto al conservatorismo. Se questo mito è nato alla fine dell’Ottocento e non si è staccato dalle nostre menti occidentali, si tratta di renderlo vecchio, strano, rimbambito. I cambiamenti li producono solo i pionieri, fin dal presente.

L’ingiustizia si accetta solo con la promessa del miracolo. E’ ora di smetterla.

 

Undicesimo comandamento: non puoi

Vivere come se fossimo liberi. E, soprattutto, ficcandoci in mente diverse teorie.  Quella del postulato del libero arbitrio, dei condizionamenti sociali, del riscatto. Della rivolta.

E poi dell’emergenza eterna.  Da pochi anni è di moda la precarietà permanente. Quando cioè la crisi diventa normalizzata, naturale, consona, asettica, apoliticizzata perché parte inevitabile del sistema. Una dimensione di precarietà che sta diventando uno stile di vita nei moderni stati socialdemocratici.

Appare tra l’altro evidente che lo Stato sociale stia tirando le cuoia.

Ma non per questo si deve accettare l’impossibilità come un dato di fatto: le proteste di questi giorni lo dimostrano. Contro l’undicesimo comandamento del non puoi. Si può invece operare attraverso grandi azioni collettive.

Non ci si deve accontentare di fare i grandi intellettuali dietro le tendine che guardano le rivolte. Producendo e riproducendo teorie.

Solo per ciò si dovrà modernizzare lo Stato sociale vecchio. Quello però delle clientele, dei favori, dei soldi dati a sfascio. Facendo casino, senza mezzi termini. Rifiutando la compravendita: tracciare una linea. Ecco come si salva lo stato sociale.

La semplice idea di un cambiamento sociale radicale potrebbe sembrare un sogno impossibile. «Slavoj Žižek»

E’ cosa ‘e  niente.

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