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Hamtaro Corporations United

Non che a nessuno possa importare qualcosa, ma vi volevo parlare della morte di un roditore: Hamtaro.
Non lo dico solo per la gioia dei bambini italiani, che in fondo amavano Hamtaro solo perché Cristina D’Avena cantava la sigla, ma anche per tutti gli aspiranti futuri padroni di criceti.

In fondo, Hamtaro ha fatto la stessa fine dell’Uomo Ragno. In un certo momento nessuno ne parla più e i criceti neanche sono più di moda. Tra l’altro, penso, i criceti si siano anche stufati di stare a correre in quella stupida ruota tutto il giorno. In fondo è pur giusto che Hamtaro si sia suicidato. Era tremendamente ossessionato dal fatto di essere preso ad esempio dagli umani.

In realtà ho scherzato finora.

Hamtaro non è morto, ma come tutte le altre cose è stato predetto dai Maya. Forse anche i Maya avevano particolari rapporti con i roditori, ma sicuramente non avevano gli stessi problemi psichici di chi dà alla propria sposa il nomignolo Hamtaro.

C’è invece chi immediatamente ha tirato fuori la storia di “Fa’ uscire il tuo criceto interiore. Lo Spirito Criceto è immortale”.

A dirla tutta l’ultima stagione di Hamtaro si chiude con “Matrimonio” e, se la memoria non mi inganna, “matrimonio” era anche il titolo dell’ultima puntata della prima stagione di Goku.
Insomma sembra che il matrimonio ponga fine alle speranze della vita selvaggia dei criceti.

“Hamtaro: piccoli criceti, grandi avventure”: poi si sposano e fine dell’avventura. Insomma, perché non venite a raccontarci cosa succede dopo il matrimonio? Cosa c’è dopo il “si sposarono e vissero per sempre felici e contenti?” Immagino Hamtaro stravaccato sul divano, con una birra in mano che ha appena tradito la sua donna-criceto con un suo amico.

Un Hamtaro gay, impegnato per di più nella lotta per il riconoscimento del matrimonio dei gay. Il Pontefice però si è dimostrato contrario, se infatti i criceti maschi si sposassero con i maschi e le femmine con le femmine, chi di loro girerebbe più nella Sacra Romana Rota?

In cricetum, veritas.

Miracolo all’italiana

Chissà se quando Gesù moltiplicò i pani e i pesci si preoccupò anche del contenuto calorico delgi alimenti moltiplicati! Scelse di moltiplicare i panini all’olio o solo quelli di farina e grano? E i pesci? Servì una impepata di cozze, una frittura di calamari, o una più semplice sogliola con aglio e prezzemolo? Di sicuro al tempo non c’erano i dietologi né i fissati con le diete. E poi ve lo immaginate Giuseppe che, chiusa la bottega di falegname, si metteva a fare jogging, magari al parco degli olivi?

O l’arcangelo Gabriele che per l’annunciazione avrebbe mandato un sms o un tweet? E i re Magi? Sarebbero arrivati sicuramente prima di tutti, con tre limousine, e con tanto di tomtom “Per Betlemme svoltare a destra, dopo cinquecento metri siete arrivati.”
A Giuda invece avrebbero mandato tanto di avviso di garanzia per essersi comprato le partite del Campionato. Avrebbe dovuto scommettere sul vincente invece! Lo avevano dato tutti per morto, e invece lui che fa? Ecco che ti risorge e si proclama nuovamente e definitivamente il Messia, fondando un nuovo partito…Ah, no scusate questa è tutta un’altra storia!

Evolution! Evolution!

Non dobbiamo fare nessuna Rivoluzione.

Noi dobbiamo fare l’ Evoluzione.

E stavolta facciamo in modo che Darwin non finisca sulle magliette.

Ssssh!!! Evolution is coming!

 

Tu vivi

TU VIVI!!!

Tranquillo, era solo un merluzzo, d’aprile.

Neoateismo

Devo dire che non c’è poi molto gusto nell’affrontare oggi un dibattito con un ateo avente come fulcro della questione l’esistenza di Dio. Questo non perché l’argomento sia passato di moda: non è proprio uno di quei temi che “vanno di moda”: è piuttosto di quelle domande ultime sulle quali la filosofia si è a lungo interrogata.

Ma questa ultima generazione di atei (neoatei li chiameremo) è spesso priva degli strumenti filosofici, teologici, culturali, di valore, con i quali affrontare un tema così delicato, thema dalla portata vasta, giacché si scontra con le radici antropologiche di ciascuno, nonché in grado di toccare diversi gradi di sensibilità.

Quando si affrontano “domande ultime”, quando si entra nell’ambito escatologico, lo si deve sempre fare in punta di piedi, con umiltà, ma anche con curiosità ed apertura mentale.

Questo senso della curiosità viene però meno se dall’altra parte del tavolo c’è un interlocutore che ha eretto feudi mentali ai quali non è possibile accedere con gli strumenti della logica e del dialogo.

Dal momento che il dialogo presuppone uno scambio di opinioni, un confronto tra misure (ed anche una misura del confronto che sia la più ampia possibile), i protagonisti della comunicazione devono essere leali prima che tra loro con se stessi.

Se il fine dello scambio di idee non è un incontro, ma uno scontro, allora è inevitabile che ad uscirne perdenti saranno tutti i punti di vista in gioco.

Per entrare nel merito della questione, il neo ateo è, per me, abbastanza rude e rozzo nella trattazione di una tematica così forte, così complessa, con i suoi annessi e connessi.

Insomma non si può contrapporre un muro basato su prove scientifiche, anzi su non-prove. Mentre nel processo il fatto non sussiste per mancanza di prove, qui per assurdo sussiste l’inesistenza di dio per lo stesso motivo.

Ma dall’assenza non si può dedurre un’altra assenza, da una negazione non può necessariamente derivare un’altra negazione. Quando gli strumenti della ragione diventano le corte spade di un combattimento senza vincitori né vinti, allora non è con la ragione che stiamo supponendo teorie, ma con l’assurdo, con l’assenza di ragione. E come può (di nuovo) l’assenza portare a un ragionamento? Dal vuoto non può derivare il pieno. Mi si dirà che se riempio un bicchiere vuoto, allora esso diventa pieno. In verità non è quel vuoto che ha generato il pieno. Il pieno, l’esistente, deriva da altro esistente oppure si può ammettere che derivi da sé, che esista da sempre e per sempre. Il vuoto è vuoto, è horror vacui, è…mancanza di pieno, è teoria della relatività pronta a cedere.

Vecchio assioma logico quello per il quale chiaramente l’ateo non sarebbe altro che un dipendente dall’idea di dio. Per negare l’esistenza di un qualcosa se ne deve in qualche modo comprovare l’esistenza, inquadrare il soggetto in un ragionamento logico che gli dia un nome. E da quando assegniamo nomi a caso?

Se si ammette che il nome è la cosa, e la cosa è il nome, allora è inscindibile il rapporto tra esistente ed idea dell’esistente. Ma qui ci stiamo incamminando su altre strade. Abbiamo già aperto la breccia a un dibattito. Un neoateo si sarebbe tappato le orecchie e avrebbe urlato che due più due fa quattro, ignaro (volutamente?) che nessuno parlava di addizioni, ma di un’equazione, di un’incognita (mi si consenta di giocare con qualche termine matematico) più complessa.

Non da ultimo l’atteggiamento è sempre criticabile e non approvabile quando è segno di una clausura mentale che non vede al di là della siepe che il guardo esclude.

L’infinito è per tutti, ma pochi osano avventurarvisi.

Il mio pesce rosso si chiama Orazio

“Vi chiedo di prendere seriamente in considerazione l’ipotesi di plasmare la vostra vita, non alla mainera del Dalai Lama o di Gesù – per quanto ritenga che sarebbero senz’altro di aiuto- ma come qualcosa di un po’ più terra terra: come il Carassius auratus auratus, volgarmente noto come pesce rosso comune”.

Questo titolo forse non significa assolutamente nulla e nel gioco metafisico delle cose non cambierà nulla (magari mi direte che Orazio sia un nome da filosofo e non sia degno dell’abitante silenzioso di casa). Continuerete a dimenticare le chiavi dove le avete appena lasciate, chiamerete il vostro cellulare perché l’avete buttato sotto decine di libri, dato che non lo riuscite a ritrovare. Ritornerete nello stesso modo indietro per controllare se l’auto è aperta o chiusa. E, come sciagurati, dimenticherete di cambiare l’acqua al vostro pesce rosso.

Il vostro pesce rosso lo state in realtà allenando alla sfida che avete perso: quella di godere il presente. Ecco perché se fossimo pesci rossi riusciremmo a raggiungere la piena realizzazione di noi stessi. La vaschetta non ci basterebbe più.

“Se vivrete come i pesci rossi potrete sopravvivere alle situazioni più sfavorevoli e negative. Potrete superare avversità che manderanno i vostri compagni – il guppy, il pesce neon – pancia all’aria alle prime avvisaglie. Una rivista pubblicata dall’Associazione Americana Pesci Rossi segnala un episodio davvero increscioso: una sadica bambina di cinque anni aveva scagliato il suo pesce rosso sul suo tappeto e lo aveva calpestato, non una volta ma due volte: per fortuna si trattava di un tappeto a pelo lungo e così il tacco non aveva schiacciato completamente il povero esserino. Dopo trenta  strazianti secondi lo aveva ributtato nell’acquario. Il pesce sopravvisse per altri quarantasette anni”

Senza parole, solo sopportazione: e grandezza celata. Il pesce rosso è dotato di uno spirito di adattamento illimitato che si manifesta subito, nell’immediato. Vasca grande? Pesce grande. Acquario piccolo? Pesce piccolo. Si fanno vendere e prendere dai bambini piccoli, si fanno mettere dentro i sacchetti trasparenti di plastica dopo aver beccato l’obiettivo alle giostre almeno 3 volte. Subiscono, ma rimangono se stessi. Sono dei soldati. Hanno compreso il male del mondo e per questo sono senza parola. La sprecherebbero, se parlassero, ad un mondo che non ha mai voluto ascoltarli.

Il mio pesce rosso ha capito che è un pesce grosso

“La cosa più incredibile dei pesci rossi, tuttavia, è la loro memoria. Tutti li compiangono per la caratteristica di ricordare solo gli ultimi tre secondi ma, in effetti, essere così saldamente legati al presente è un dono. Sono liberi.”

Si fanno barba dei nostri acquari, del nostro mondo. I pesci rossi sono dei puri edonisti. Distruggono continuamente il passato per rifare il loro presente. 3 secondi la volta.

“Che meraviglia sapere che la tua Età dell’oro non era quarant’anni fa, quando avevi ancora tutti i capelli, ma appena tre secondi fa e , dunque, con ogni probabilità , ancora in corso, in questo preciso istante”.

“E anche in questo istante” Altri tre secondi “E anche in questo istante”

Il pesce rosso ci ricorda che non abbiamo il controllo sulle creature. È un solitario, non ama  i ghirigori. Va all’essenza diretta della vita. Niente fronzoli, niente pensieri. Dategli 3 secondi. S’affaccia direttamente dall’oblò della sua vaschetta al centro della vita.

PS: Tutte le citazioni derivano dal libro “Teoria e pratica di ogni cosa” di Marisha Pessl.

Parola di prostituta.

Siamo lieti di inaugurare, o forse è meglio dire “sono lieto” di inaugurare, visto l’estremo pudore che contraddistingue il resto della ciurma che io considero degli ottimi marinai, seppur da vasca da bagno, lontani dall’essere, come me, degli autentici pirati d’acqua salata;  certo, loro a differenza di me ben sanno cosa vuol dire tracciare e seguire una rotta, si divertono a sturare pensieri tirando via il tappo della prevenzione “intellettuale”, ma ognuno è chiamato al mondo per una ragione ben precisa, e la mia è alquanto incerta; in ogni modo, credo che questa nuova sezione farà contenti loro e molti fan del blog. Me compreso.

La  sezione di cui parliamo si chiama “Sottocoperta”, e conterrà post che parleranno di erotismo e pornografia.

Voglio dare il via a questa sezione con un’intervista fatta ad una prostituta, o meglio una chiacchierata, che prima di essere definita tale, è una cara amica. E soprattutto, una donna.

 

Non perdiamo tempo, tiriamo un cazzotto allo sterno di chi ci leggerà: ti piace scopare?

Sì. Mi è sempre piaciuto. Come piace a tutti, del resto. Non facciamo gli ipocriti. Si ucciderebbe, per il piacere.

E c’è una differenza tra scopare e prostituirsi, secondo te?

La differenza è palese. Il sesso è il comune denominatore. Se lo fai per “beneficenza” stai scopando. E sei anche contenta, il più delle volte. O almeno dovresti. Altrimenti sei un/una fuori di testa. Se lo fai con altri scopi, qualunque essi siano, allora ti sta prostituendo.

C’è una linea sottile che separa le due sfere, tutto sta nell’intenzione, è possibile?

Certamente. E’ tutta lì, la vita è sempre un’intenzione sbagliata. E poi sai cosa penso?

Cosa?

Penso che la gente giudica soltanto. Non sai quante si prostituiscono senza stare sulla strada. Senza farsi pagare. Ma la maggior parte non vede quelle persone. Ognuno di noi si prostituisce a modo proprio.

C’è, secondo te, un malessere, o meglio una solitudine di fondo in tutto ciò?

Sta tutto nella solitudine. E’ tutta colpa della solitudine che ci portiamo dentro, anche quando stiamo insieme.

Da quanto tempo fai questo lavoro, se così lo si può chiamare?

Chiamalo come desideri, tesoro. Il nocciolo è sempre quello. Scopare. Poi se mi arricchisco facendolo è un’altra questione. Ormai sono tre anni. Ma sto per smettere.

Cosa vuoi dire? Ti sei stufata?

Sì. C’è una parte di me che si è stufata. All’inizio per me era una trasgressione. Poi, ci si abitua anche a quel limite che si vuole superare. L’emozione è un cane in catena, ma senza la catena. Non so se mi hai capita. Mi divertivo. Volevo provare qualcosa di nuovo. Quando ho capito che potevo andare oltre, ho cominciato a farlo diventare un lavoro a tempo pieno. Poi ci si abitua a fare anche la prostituta. Tutto diventa uguale, quella che prima vivevi come una trasgressione, ripeto, oggi lo vivo come se stessi facendo un lavoro qualsiasi.

Ti permette di vivere bene?

Tesoro, eppure dovresti saperlo… al mese guadagno più di tuo padre in un anno.

Adesso non dire così, che altrimenti pensano…

Che abbiamo scopato? Ahah! State tranquilli, con lui è sempre stato gratis.

Sì! Ma le ripetizioni sono sempre state gratis, precisiamo.

Certo! Perché, pensi che qualcuno aveva capito qualcos’altro? (sorride). Sì. Ti ho dato ripetizioni di latino per quanto, due anni?

Più o meno.

Chi leggerà, penserà che sia tutta una messa in scena, ed invece…  la vita è così. E’ strana. Sono laureata in Filosofia. Una mignotta laureata in filosofia, non se ne trovano molte in giro. E crea delle alchimie bizzarre, sai? Anche con i miei clienti, ne capita qualcuno un po’ più curioso, e quando gli dico che sono laureata spalanca la bocca. Ne ricordo uno, un po’ perverso devo dire, che mi chiese di leggergli qualche passo di un filosofo, a caso, mentre mi penetrava da dietro.

E tu?

Gli ripetevo “panta rei”. Lui non capiva. Solo mentre se ne veniva su una chiappa ha voluto sapere cosa significasse.

Se non ti conoscessi direi che sia la tua filosofia di vita: tutto scorre.

Ogni notte, quando torno a casa, me lo ripeto. E me lo ripeto più forte quando faccio sesso con i miei clienti. Per quanto mi piaccia, è bene ricordarselo.

Cos’è che in fondo ti piace?

Dire che mi piace godere lo trovo banale. Mi piace vedere il volto degli uomini che mi faccio cambiare d’espressione. Mi piace osservare come delle apparenti persone perbene diventino durante l’orgasmo dei veri porci indomabili.

Che gente fa parte dei tuoi clienti?

Tutti i tipi. Imprenditori. Politici. Padri di famiglia. Vedovi. Gay. Trans. Lesbo. Operai. Muratori.

Quanto ti prendi?

Due, trecento euro per una manciata di ore. Oppure vado ad orgasmi. Ogni orgasmo cinquanta euro.

Ti hanno mai chiesto cose assurde? Posizioni strane?

Un ragazzo di una trentina d’anni. Era un habitué, voleva possedere ed essere posseduto. Si portava con se tutti gli oggetti più strani del mondo. Perfino un pezzo di legno intagliato. Se l’è fatto mettere dietro. L’aveva creato lui stesso. Un giorno dopo aver fatto sesso su una spiaggia, col pene ancora dritto mi ha chiesto di sposarlo. Mi ha dato un anello. Era dell’ex moglie. Io non ho risposto. L’ho guardato, gli ho fatto un pompino e lui se n’è dimenticato.

Si è dimenticato di sposarti?

Sì. Ha fatto cadere l’anello che aveva in mano tra la sabbia, tanta era la voglia possedere. Se l’è dimenticato lì.

Cosa ti ha spinto a fare questa scelta?

E’ semplice. Non c’è lavoro. Devo pur campare. Ormai non lo si riesce più a fare. Ma soprattutto, come ti ho detto, la solitudine. Il bisogno d’amore. Non c’è stato mai nessuno che mi ha amato seriamente. Così, mentre faccio sesso con degli sconosciuti, penso che almeno per un attimo qualcuno è disposto ad amare qualcosa di me, pure se si tratta semplicemente del mio corpo.

E’ duro ciò che dici.

Ma è la verità. Da soli non si vive. Non si può vivere. Chiunque sarà portato a farlo o finisce matto, o va a puttane.

C’è pur sempre la masturbazione.

Non è la stessa cosa. C’è bisogno dell’odore della pelle dell’altro. La mastrurbazione, per come la vedo io, ad una certa età è da sfigati.

Prima dicevi che vuoi smettere. Non ho capito bene il motivo.

Voglio smettere perché sono incinta. Perché ho guadagnato tanto, e posso permettermi di smettere. Ho incontrato un uomo. Un mio cliente. Ci siamo innamorati. La cosa è andata troppo oltre, a lui non gli interessa se continuo a fare questo mestiere o no. Abbiamo deciso di tenere questo bambino. Smetto per lui.

Quindi da oggi, smetti di essere Gaia Amor proprio, come ti fai chiamare.

Sì. Da oggi torno ad essere Vanessa. Quella Vanessa che hai conosciuto, e che tutti si sono dimenticati chi è sempre stata.

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