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Quotidiani #4: la capacità di scrivere

Il problema di quando scrivi una storia è scegliere ciò che non vuoi scrivere, ma, allo stesso tempo, diventare in qualche modo ossessionato con le cose che vorresti scrivere e con quelle che non stai affatto menzionando, ma che dovrebbero comunque essere nella tua storia.

Parlare poi della mia storia richiede tempo, come tutte le storie delle persone. Probabilmente raccontare una vita richiede un’altra vita mentre la vita reale scorre e, allora, si avrà bisogno di un’altra vita per raccontarla e così via.

Il viziaccio.

 

Scrivere uccide.

Ma nessuno te lo dirà mai.

Sì, confesso: sono uno scrittore. Uno di quelli spacciati, fatti e finiti: il medico mi ha dato solo sette capitoli da scrivere. Mi ha detto “Scrivi una postfazione”, che è il loro modo gentile per dirti che sei finito. Ho cominciato a scrivere quando ero ancora minorenne. La penna me la passò la maestra. Cristo, se ci ripenso. Ero proprio piccolo. Ma allora non c’erano tutti quegli avvertimenti: la scrittura provoca dipendenza, fa male all’anima, è la prima causa di spleen. No. Allora c’erano queste penne nere, questi fogli bianchi.

 

La scrittura elettronica è venuta dopo, e lì mi si è aperto un mondo. Facevo certi racconti… Spesso in solitaria. Poi anche in compagnia. Qualche sera con gli altri miei amici scrittori ci chiudevamo dentro una stanza e stavamo tutto il tempo a scrivere. Alla fine si formava una cappa nera e sgocciolante d’inchiostro tutta intorno a noi. Ma eravamo sazi. Per scrivere ci vuole fisico. Non è roba da mingherlini. Uno scrittore dovrebbe sapere anche tirare di boxe, e andare a caccia.

Non ho mai conosciuto uno migliore di Hemingway. Quando ho letto Hemingway, ho capito che difficilmente avrei trovato dell’inchiostro migliore di quello. C’erano i tori, e il sangue e l’amore, e il sale dell’oceano in quell’inchiostro. Ma il primo è stato Arthur Conan Doyle: la sua scrittura sciolta, lucida, chiara come i ragionamenti di Holmes. Poi ho provato un po’ tutte la marche. Dal noir di Chandler al verismo di Verga, dalla maledizione di Baudelaire a quella di Kerouac. Poi ho cominciato a farmele da me, le storie. A rollarle con quello che avevo a disposizione. All’inizio non era facile, un bel po’ d’inchiostro andava sprecato, la carta non era sempre delle migliori, alle volte erano troppo compatte, altre troppo dispersive. Sempre una questione di trama o di quello che ci vuoi mettere dentro. Io sono uno di quelli che dentro finisce per metterci un po’ tutto, anche perché se provi a tener fuori qualcosa, quel qualcosa ti distruggerà. Tanto vale allora scrivere, anche perché finisco sempre per ritrovarmi nel bel mezzo delle storie, e la scrittura passiva si sa, nuoce più di tutto. Ho provato a smettere. A frequentare posti nei quali fosse vietato scrivere, come i salotti letterari, le mostre radical chic, le conferenze dell’ultimo criminologo alla moda. Ho provato di tutto. Anche leggendo le riviste di vogue o i libri di Fabio Bolo. Ma niente, finisce sempre che alla fine della giornata qualcosa scrivo comunque. Finisce che torno in mezzo ai soliti posti, dove scrivere è un obbligo, certi posti abbandonati dell’anima, frequentati solo da viaggiatori di confine. Scrivere è un viziaccio, e prima o poi ci rimarrò secco.

Adesso scriverò gli ultimi sette capitoli vivendo appieno quello che mi resta da scrivere. E poi fanculo ai medici, ai becchini e ai giardinieri dei fiori del bene. 

 

Il confine

Era una cosa che non faceva da molto tempo: superare il confine.

Almeno da quando i due Smocciolosi avevano rimediato la loro porzione di bastonate gratuite. “Voglio vedere se lo rifate più!” – aveva urlato loro in faccia il fattore mentre teneva i corpi dei due ragazzi quasi privi di sensi per le rispettive collottole. “No, Signor Jones…Noi non volevamo superare il confine. Noi volevamo soltanto…”

Volevano soltanto riprendersi il pallone. Cristo. Era così difficile? Lui stesso era stato chiaro più volte. Amici, solo una partita di calcio. Ma niente quelli si credevano di essere i campioni del Sud America o di là dell’oceano, roba da italiani o da inglesi. Se si fosse trattato di baseball e avessero cercato di imitare le gesta di Joe Di Maggio, il tipo di cui suo nonno parlava spesso, bé allora sarebbe stata un’altra storia. Magari anche il vecchio fattore, il Signor Jones, l’avrebbe pensata diversamente. Un conto è ritrovarsi nel campo un pallone di calcio. Un altro conto è ritrovarsi nel campo una palla di baseball. Quel pallone era come un incidente di Roswell in quella fattoria. Faceva più casino della morte di Kennedy.

Smoccioloso Uno sanguinava dal naso. Smoccioloso Due aveva una mano dolorante e un dente rotto. “E se dite chi è stato…giuro che vi impicco lì.” E la mano malferma ma in un certo senso sicura dei propri movimenti, quelli di chi conosce ogni centimetro della propria terra, senza doversi voltare a guardarla, aveva indicato un albero secco. Quell’albero non aveva mai foglie, almeno da quando lo aveva visto, lo ricordava sempre così, nodoso, solitario a ridosso della casa del fattore, forse aveva già visto più di qualche impiccagione.

“Dicono che se impicchi un giusto a un albero, sull’albero non crescono più le foglie.” – gli aveva detto Jerry.

“E questa cosa chi te l’ha detta?” – gli aveva risposto lui.

“Me l’ha detta Patty.”

“Hai mai visto Patty nuda?” – Jerry era rimasto interdetto a quella domanda, aveva sollevato le spalle, senza rispondere.

“Allora, hai mai visto tua sorella nuda?”

“No, ma che domande sono?”

“Sono domande, Jerry. Tutti ci facciamo delle domande.”

“Bè falle a tua sorella le domande.” Lì gli aveva allungato un pugno e Jerry era caduto. “Mia sorella non si tocca. La tua sì. La mia no, è fuori discussione.” Non ne avevano più parlato. Almeno finché non venne la notte, tre anni dopo, in cui lui, Kevin, si trovò costretto a superare il confine.

Le gambe di Patty ciondolavano sulla cassapanca. A Kevin sarebbe bastato questo spettacolo. Poteva anche morire adesso, perché ogni volta che le ginocchia si allontanavano l’una dall’altra, il suo sguardo era calamitato dal centro di ogni cosa, dal motivo principale per cui sentiva di essere nato: una mutandina bianca. Fu la voce di Patty a riportarlo alla realtà. “Dovremmo risalire? Non credi che ci stanno cercando?” “Non penserebbero mai che siamo qui giù…”- rispose Kevin, la voce gli tremava un po’. “Tu, Kevin Donald, sei un discreto figlio di puttana.” Kevin rise nervosamente, un qualcosa tra una risata e un piagnucolio. “Patty…” “Cosa vuoi chiedermi Kevin?” “Posso…?” – Kevin si era alzato, era arrivato davanti a Patty, al punto che poteva sentire l’odore del suo sudore. Lì giù in quello scantinato si sudava un sacco, non aveva niente delle comuni cantine. Oppure era la giornata particolarmente calda. Una di quelle afose giornate texane. Poteva distinguere i suoi capezzoli spuntare fuori dal vestito quasi, poco sotto i seni era inzuppato di sudore, e ci scommetteva che la sua maglietta non solo era macera, ma – lo avrebbe giurato – poteva distinguere il profilo del cuore gonfiare la parte sinistra del petto. Con la gola secca farfugliò qualcosa. “Ripeti…” – Patty continuava a ciondolare le gambe ora tra i due non c’era che la misura di un braccio, lo stesso che lei aveva allungato verso il suo viso, mentre con la mano gli accarezzava la guancia. “Voglio vedere…” “Dillo.” “Voglio … vedere la tua …cosa Patty.” Patty esplose in una grande risata, piegando la testa in avanti e i capelli sudaticci presero in pieno la faccia di Kevin arrossito di colpo e sul punto di retrocedere, ma era impossibile muoversi adesso, era come affondare nelle sabbie mobili. Ecco – pensava – lo sapevo. Adesso muoio. Adesso muoio, qui ora, la mia vita è finita, dio mi farà precipitare all’inferno. Patty tornò a guardarlo negli occhi. Chiuse le gambe.

“A una condizione, Kevin Donald.”

(continua..)

Eccoti qui.

Eccoti qui, sdraiata. Sognante. Un corpo immacolato, il tuo. Che acquista un tendaggio di ingorda purezza, oggi, che è mattina, che è Natale. E i riflessi delle future campane di latta che ormeggeranno di alleluia i petti dei fedeli confluiscono nella fluviale schiena che imprime i seni sotto un intimo zerbino bianco. A vederti, saresti meta ambita delle formiche, che mai avranno percorso terricci più naturali. A toccarti, faresti vacillare il sandalo di qualunque male. L’ignoto, con te, diverrebbe miele succoso e colante. Nessun timore. Si lascerebbe il porto, ora. Pur sapendo dei pirati ad est. A chi importa. Non di certo. Eppure, mentre dormi rigetti nastri di salmone.

La vita sembra facile. E’ una balla certo, ma una balla in più cosa vuoi che conti. Una balla ti rende coraggioso, ed è l’unica bugia che regge le mutande da dinosauro che indosso. Dirò di più, sembra anche bella. La vita. Sì, grazie a te. L’ho detto? Effettivamente l’ho sentito anch’io. E’ così, ma non chiedermi di spiegarti altro. Semplicemente questa volta mi hanno spiazzato. Lassù, dalle parti del grande capo. L’ho insultato fino a seccarmi il gargarozzo che quel figlio di puttana mi ha spedito un pacco regalo col tuo nome, il tuo cognome, e il tuo culo. Con tanto di ricevuta di ritorno, tra le altre cose. Un ringraziamento è doveroso. Che ne pensi? Cosa vuoi pensare. Hai i tuoi sogni, ed è giusto che tu sia sorretta da questo piedistallo ballante. Finché. Ma non lo farai. Non prima delle undici di stamane. Hai la faccia stanca ed il sonno ha preso possesso delle tue narici. Avrai fatto tardi, ieri sera. C’era un bicchiere vuoto e uno che conservava ancora poche ninfee al suo interno, nel lavandino. Due giorni. Niente. Sebbene non abbia pensato altro che all’impronta del tuo essere nell’aria, che avrei inghiottito, se non fosse labile e polverosa come le strade di campagna. Il lavoro uccide, altro che rendere liberi. Sai cosa me ne importa dei quattro soldi piazzati in banca come soldatini di piombo sulla credenza? Ho la donna più bella del mondo ad un fiato da me e volete che io pensi a quei quattro soldi che puzzano di piedi, poiché qualcuno troppo premuroso non sapeva dove nasconderli? Avete errato. Dunque, tieniti forte. Ho ricevuto il trasferimento. Già. Così potremmo stare insieme e svegliarci insieme e dormire insieme e… Avevi ragione in fondo. Si è veramente su una montagna russa. Si respira il vento d’alta quota e si mangia la merda dei porcili. Dipende. Da chi? Da cosa? No, non importa. Mi costringi qui, su questo tappeto persiano comprato da quel marocchino che ce lo fece passare per autentico, ed è splendido.

Sono un alieno. La strana creatura poggiata alla scrivania della camera da letto che ti cova come un bozzolo, è un alieno. Ti guardo come uno di questi strani tipi che mi porto dall’infanzia tanto da assumerne le sembianze. Quando guardano il rotolo terrestre e pensano chissà quale stranezze articolate. Magari per loro siamo un pascolo o un tipo di pesce raro. Zuppa di umano all’indice. Ma il mio è un pensiero preciso, una palla da bowling che percorre una traiettoria ritta e impeccabile. Il risultato irrilevante. Ti amo. Voglio scrivertelo. Ecco, lo appoggio sul comò. Il foglio è un po’ stropicciato. Uno scontrino. Le migliori poesie vengono scritte sugli scontrini. Un ti amo fresco di giornata. Certo, da abbinare con una pasta calda, e un buon caffè, lungo macchiato e al vetro, come piace. Non svegliarti, torno, vedi che torno, il bar è qui sotto, ti lascio una sigaretta. Sul foglio. Dopo la ti e prima del amo.

Eccoti qui, sempre sdraiata, sempre sognante. Non ti sei neanche rigirata. Dormi, e non badi. Al tempo, sì. Quello atmosferico. Fuori c’è il sole, e le nuvole  si sono fatte piccole. Non si sta male. Ed a quello che passa, anche a quello sei indifferente. Te ne stai in pace. Non biasimo. Dovresti dormire più spesso. No, che dico. Ti perderai l’attimo. Farà la differenza. Certo che ne sono sicuro. Natale. È il trentaquattresimo. Trentaquattro modi diversi di vederlo e di viverlo. L’innocenza? Dove? Eccola lì che corre via reggendosi il soprabito. Cosa vuoi, è per tutti. Alla stessa maniera. Non possiamo farci niente in fondo. Prenditela pure con me. Hai bisogno di un capo espiatorio, fa pure. La colpa è tua. E’ mia. E’ sua. Chi se ne fotte. C’è colpa. Mancanza di buon senso, dici? Sarà. Credo che non faccia che imborghesire l’anima, il buon senso.

Eri, e non sei. Poteva succedere a chiunque. A noi. Non bramo la salivazione della tua lingua. Baceresti una carcassa? Così non baceresti me, fatto del putrido collante che ci tenne insieme. I ricordi, certo. Non li tocco. Conserveranno quel paesaggio romantico in cui mi permettevi di abitare. La boscaglia, attualmente, ha preso fuoco. Corri. Fa presto. Esci da questo bozzolo di filigrana, e confonditi le idee. C’è ordine nel cosmo. E dove questo erige le sue pretese, lì è più facile organizzare disordini. Con lo spirito, è ovvio. Ecco. Sì, sì. Il tuo spirito. Dov’è finito? Non lo sento più. Non l’ho più sentito. Sono andato via, per un po’ di giorni. Lo consigliano a tutte le coppie: “prendetevi tempo, vi farà bene.”

Sono tornato. Mi aspettavi? Sì, no, può darsi. Hai cambiato le carte in tavola. Le hai mischiate male. Hai guardato la mia mano mentre ero via. Qualcosa è successo, i conti non tornano. La patta non fa per me. Tienilo te il piatto. Ridammi il coraggio. Ce ne sono migliaia. Quelle navi non salpano più. Chi l’avrebbe detto, già. Tu di certo no. Risolvi tutto col dormire, e le biglie agli altri. Ho voglia di giocare a flipper. Lo so che sono un ragazzino: lo vedi qual è il punto? La chitarra di Hendrix del secondo minuto e trenta non ti lega al Mi bemolle del quinto minuto e due.

  Ho cinquanta centesimi. Il resto. Il caffè, fumante. La pasta calda, calda. Te la lascio, ok. Bevo il caffè. Lungo macchiato e al vetro. Una ciofeca. Che dirti. Svegliati, vado, vedi che vado, il bar è qui sotto, prendo la sigaretta. Fumo, non dispiacerti. Un ti amo, stantio, a mosca cieca. Dammi un attimo. Ecco. Sul foglio. Un non, un più. Prima della ti e dopo del amo.

Niente più uova al mattino

Antepost: Paolo Rigo nasce a Roma il 9 marzo 1985. Cresce a Latina e si ritrasferisce a Roma dove si laurea in Italianistica nel Novembre 2011. Esordisce nel mondo della letteratura con una raccolta poetica dal titolo Anima Piange (Edizioni della Sera, 2011).

Ha collaborato con Flanerì e pubblicato una raccolta di racconti, Littoria Blues City nell’estate del 2012 (Il foglio letterario). Appassionato di letteratura, ha curato il volume completo delle poesie di Otello Soiatti. Sempre nel 2012 esce una raccolta di saggi su Mario Luzi (Squillò luce, Arduino Sacco) mentre su alcune riviste scientifiche trovano spazio suoi interventi sulla poesia del ‘900 ed in particolar modo su alcuni aspetti relativi alla metafora ed alla topica.

Di recente è stato tra gli organizzatori del concorso poetico Latina in Versi, si è classificato 2° al premio letterario GialloLatino sez. Giovani con il racconto Atlantide. Attualmente è dottorando presso il dipartimento di Italianistica di Roma Tre.

I pirati di Vongole & Merluzzi danno il benvenuto a Paolo Rigo a bordo della nave! Vento in poppa, ciurmaglia!

La notte si impossessa delle luci, dei viali, delle case, delle strade. Rimane accesa una piccola, piccolissima scheggia luminosa. Una finestrella. Lui guarda la televisione alle ventiquattro. Cerca qualche bella in piume d’oca. Non si eccita più da tempo.
La porta del bagno si apre. Insieme a lei, esce un profumo dolce di zagara e muschio albino. Una nuova essenza. Desiderio notturno. I passi sinuosi di lei delineano dei piccoli cerchi di rumore sulla superficie della notte. Lui spegne la tv e la osserva, la osserva immerso nella notte. Non dice nulla. Lei arriva alla porta di casa a passi felpati. Uno dopo l’altro, lenti ed attenti, crede che stia dormendo davanti alla tv. Non vuole svegliarlo.
«Me la prendi una birra?»
«Pensavo dormissi..»
«No..non stavo dormendo..me la prendi una birra?»
«Non avevi smesso di bere?»
«E tu non avevi smesso di uscire?»
Sul viso di lei una lacrima solca le rughe, scende sul viso, e si perde tra le piume. È bellissima. Con il suo foulard rosso ed il suo vestito nero che si spande sui fianchi provocanti. Non è più giovanissima ma non sfigura. Non ha mai sfigurato. Si gira, sospira, si porta in cucina. Accende una ad una le luci. Fa rumore con i tacchi, i passi felpati ora non servono più. Lui l’ha vista. Avrebbe preferito di no. La umilia farsi vedere mentre esce. Prende una birra, la apre, e va da lui. Lo trova in piedi appoggiato alla poltrona.
«Vai da lui?»
«Ti ho preso la birra»
«Avevi detto che non ci saresti più andata»
«Ti ho preso la birra..dai..non voglio parlarne..»
«Perché fai così? Perché cazzo?» Lei lo guarda. Il braccio destro è proteso verso di lui con la birra in mano. Delle lacrime si formano tra i bulbi oculari e lui continua a guardarla in cagnesco. Non la capisce. Non riesce a capirla. Non vuole capirla. Ha sempre vissuto nei suoi sogni. “A te”, pensa a te, pensa, pensa: perché non prende la birra e sta zitto? Pensa ancora, pensa ancora a te, beve un sorso di birra e si siede sulla poltrona. Le piume alzano la polvere e fanno un leggerissimo sbuffo, che si accompagna al suo uffa.
«Mi farai fare tardi..Cosa vuoi da me?»
«Voglio che la smetti..Ora..subito..sono stanco..»
«Anch’io sono stanca, e che dovrei fare? Come mangiamo poi?»
«I miei nipoti mi hanno detto che c’è un lavoro per me, si tratta solo di tirare avanti qualche altra settimana..»
«I tuoi nipoti..i tuoi nipoti..Qualche settimana? E con cosa? Non abbiamo più niente..Vuoi capirlo che i tuoi nipoti sono solo dei drogati? Vuoi capirlo che sono dei falliti? Che siete dei falliti? Che sei un fallito!»
«Non parlarmi così cazzo!» E più veloce di un riflesso. Il battito d’ali è involontario -non è controllabile- è così e basta, e la colpisce in faccia. Dritto sul becco. Il rossetto la macchia e un rivolo di sangue le si forma ai lati. Le lacrime si liberano del peso.
«Credi che sia facile per me? Eh? Dimmi cazzo! Sei solo uno stronzo..»
«Scusa..Cioè dai..scusami..non volevo colpirti..eh che..»
«È che sei solo un buon annulla. Mi sistemo in macchina sennò faccio tardi..»
«Io..io ti..io ti amo..»
«Ciao»

Sarebbe potuta andare così

La notte ripiomba nella casa. Lei esce e spegne tutte le luci. Lui rimane lì e pensa all’altro. Pensa a suo cugino. A Gastone. Perché? Beve la birra e la getta a terra. Il vetro si spacca e fa un rumore intenso. A lui non importa. È già in cucina davanti al frigo per prenderne un’altra.
«Perché non sei venuta prima? Eh? Mi avrebbe fatto piacere portarti a cena dalla contessa..Questo abitino nero che ti ho regalato ti fa veramente molto carina..»
«Lo sai che non voglio uscire presto non mi va che..»
«..Che mio cugino ti veda? Quello è un fallito tesoro. E tu stai perdendo tempo con lui. Glieli hai fatti vedere i documenti del divorzio?»
«No..»
«Oh cazzo..sei proprio un’oca imbecille..Che cazzo. Cristo»
«Dai calmati..non fare così» Lei prova a calmarlo e lui le molla una sberla sulla faccia. È la seconda. Ma stavolta sente davvero di non avere colpa. Questa è gratuita, non ha un prezzo ma deve stare zitta. Il prezzo è il silenzio.
«Che ti ho fatto male? Su non fare la scena, che me lo dici sempre che te le dà pure quel cornuto, eh? Dai che sotto sotto ti piace anche..Su..Ci scommetto»
«Senti non parlare più di Paperino così..ti prego Gastone: non parlare più di Paperino..»
«E se non parlo più di quell’impotente di un papero che cosa mi dai?» La testa di Paperina scivola tra le gambe ossute di Gastone. Il becco scansa le piume. Gastone geme. La cosa si conclude in una manciata di secondi.

«Ora vieni fuori. Ti voglio fottere sul cofano della macchina!» E lei esce. Lui le solleva la gonna sulla testa. La prende da dietro. Lei sta zitta e chiude gli occhi. Sono mesi che non fa l’amore con Paperino. Pensa a quando erano giovani. Pensa a lui, ai nipoti, a Paperoga: perché sei morto così Paperoga? Senza dire niente a nessuno. Hai fatto tutto da solo: la cocaina non ti bastava? Quando c’eri tu Paperino era diverso. Non beveva così tanto. Non era così solo. Gastone le viene dentro. Vuole incastrala. Lo sa del problema del cugino. Lo fa per lui. Per fargli male. Viene con ululato che sa di lupo sotto la luce della luna. Tutto intorno è ombra. Lei nei suoi pensieri maledice la serata di maggio quando tutto ha avuto inizio. Pensa che quell’invito non avrebbe mai dovuto accettarlo. Ma ormai è troppo tardi. «Ti è piaciuto gallinella?». E la mano destra le schiaffeggia il collo. Stavolta sono trecento dollari. Stavolta è di meno. Ma lei ha fatto tardi, le regole con Gastone si devono rispettare. È sempre stato così preciso. Non sfida mai la sorte, nonostante l’eredità.
Prima di entrare in casa, alle cinque e mezza del mattino, mentre il sole ancora non è sorto, si dirige nel garage, si alza la gonna del vestito, e spinge forte. Fortissimo. Le sembra di morire. Pensa forte a Paperino. Pensa forte che lo ama. Ma non riesce più a dirglielo. Deve fare molta attenzione. Escono fuori tre uova. Una si rompe. Prende i fogli della richiesta di divorzio e pulisce, pulisce con i fogli. Vorrebbe vedere la faccia di Gastone. «Ecco questo è tuo figlio, vai a cagare stronzo» sì, le direbbe così. Ride e piange. Si asciuga le lacrime e si dirige in cucina. Paperino dorme per terra tra i cocci di vetro delle cinque o sei bottiglie di birra, e la televisione accesa su un canale regionale. Avrà visto di nuovo del porno. Dovrebbe fare piano. Ma lo vede che è strafatto. Non deve preoccuparsi più di tanto. Prende una padella, versa l’olio, rompe i gusci, aggiunge il sale, prepara le uova. Ad occhio di bue. Pensa a quante uova potrà ancora fare, sente che non ci saranno molte altre uova. Gastone non la chiamerà più. Però non sa se essere felice. Quando finiranno loro non mangeranno più. A Paperino ha detto che non può avere figli. Glielo ha detto quando è iniziata la cosa con Gastone. Mentre le uova sfrigolano in padella, attraversa la cucina e se ne va in salone, spegne la tv, e guarda Paperino mezzo svenuto per terra. Pensa che dovrà pulire tutto lei, e che ha bisogno di riposare.
«Tesoro..dai che sono quasi le sei..Devi andare a cercare lavoro..La colazione è quasi pronta..»
«Sei rientrata? Ho sempre paura che non rientri..di non trovare la colazione..»
«Guarda: trecento dollari»
«Tienili tu..Non voglio sapere niente»
È un altro colpo sulla faccia che fa più male degli altri, Paperina respira forte, incrocia il suo sguardo con quello dell’immagine riflessa nello specchio, si guarda bene, si trova bella, bella ma sciatta, volgare, bella come una puttana. Inghiotte della saliva e dice:
«Vieni, di là ci sono le uova..»
In cucina mette le uova nei piatti. Fissa il sole oltre il vetro della porta-finestra. Lui le mangia. Non sa niente. Il sole che sale. Fissa l’alba. Pensa che non vorrebbe più fare uova al mattino.

Paolo Rigo

Il colore dei pesci rossi

-Ciao-

-Come va?-

-Bene grazie, te?-

-Un po’ stanca, ma bene-

-Hai fame?-

-Ora no, mangio dopo!te?-

-Ho mangiato, non sapevo quando saresti tornata. Ho invitato Claudio ed Elisa a cena venerdì, va bene?-

-Si, va bene. Sabato usciamo in barca con Andrea e Ilaria ricordi?-

-Si, ricordo. La sera poi siamo a cena da Paola per la festa di compleanno vero?-

-Si, e domenica a pranzo da tuo fratello in campagna-

-Certo!-

-Tesoro, credi che dovremmo avere un figlio?-

-No cara, non abbiamo tempo vedi?-

-Vero! E che ne dici di un cane?-

-Troppo impegnativo, magari un gatto-

-Il gatto strappa i divani però-

-Hai ragione, non avremmo tempo per il tappezziere poi. E un pesce rosso?-

-Allora un enorme acquario da mettere in sala, con centinaia di pesci tropicali!-

-Mi piace, darebbe colore alla casa-

-Ok, allora domani vado al negozio e…no aspetta, domani ho l’estetista, vai te?-

-Domani ho il massaggio shiatzu-

-Vabbè, andremo un’altra volta magari, siamo pieni d’impegni-

-Va bene, un’altra volta cara. Adesso scusa, sono in chat con Filippo, è stato lasciato dalla moglie, sta male ed io non ho mai tempo di ascoltarlo-

-Va bene, io vado a giocare a farmville di là.-

-‘Notte cara, se ho tempo poi ti do il bacio della buona notte-

-‘Notte-….-Certo l’acquario darebbe davvero un sacco di colore in questa casa- Pensò lei accendendo il computer.

Laetitia

Il tuffo del granchio

Si portò una mano sopra gli occhi per ripararsi dai raggi del sole, anche se non ce n’era bisogno, perché il sole era basso.

“Che fai?” – chiese lei, seduta a ridosso di una barchetta.

Lui scrollò le spalle.

“Forza dell’abitudine, a stare tutto il giorno sotto il sole.”

L’ombra di un gabbiano attraversò rapida quel pezzo di spiaggia.

“Dovevi dirmi qualcosa?” – domandò lei. I piedi ciondolavano. Con il destro spostava la sabbia verso il sinistro e con il sinistro si divertiva a lanciarla in direzione di un granchio. A volte il granchio si fermava, scrutava quello che accadeva, poi riprendeva a muoversi verso il mare, avvicinandosi alle spalle di Paul.

“A quest’ora si sta bene al mare.” – disse lui, seduto a riva, le gambe reclinate verso il petto, le braccia intorno alle ginocchia.

“Sei banale, il solito scontato amante dei tramonti.” – replicò lei alle sue spalle.

Lui scosse la testa.

“No, invece. Come fai a dirlo? Solo perché mi piace questo tramonto, non vuol dire che mi piaccia l’idea del tramonto. Anzi, a me piace l’alba, l’inizio, e mi piace anche quando il sole è alto, il pomeriggio poi lo trovo spettacolare, non trovi? Non ci ho mai trovato niente di bello nei tramonti, mi rendono triste.”

Lei non rispose. Neanche lui parlò. Se ne stettero per un pezzo così, senza parlare, di tanto in tanto al rumore del mare si aggiungeva quello di qualche motorino o qualche automobile che sfrecciava sulla strada d’asfalto al di là delle dune.

“Sta arrivando una barca. – disse lui. A qualche centinaio di metri una barca si avvicinava verso riva. Potevano vedere un uomo a bordo che lentamente alzava i remi e li riabbassava in acqua. – Forse qualcuno che si è attardato, un pescatore. Mi ricorda Hemingway.”

“Il solito letterato. Non sei dentro un romanzo ti avverto eh.” – disse lei. La sabbia seppellì il granchio, questi accelerò il passo e si portò all’altezza di Paul, quindi, con più calma, si avviò verso la battigia.

Lui sospirò e scosse la testa.

“E la gente lo sa che sai suonare e suonare ti tocca per tutta la vita.” – sorrise, poi portò le labbra in dentro e chiuse gli occhi.

“Non ho capito che hai detto. Che c’entra? Sai suonare?”

“Era una citazione di De Andrè. – lui voltò la testa un attimo per guardarla, poi tornò a guardare il mare, il rematore era più vicino – Un giorno imparerò a suonare qualcosa.”

“Sì, un giorno… – lei si era alzata – si sta facendo tardi. Andiamo?”

“è sempre troppo tardi per te…aspettiamo altri dieci minuti.” – disse lui.

“Che devi fare? Mi sto annoiando. E poi ho delle cose da fare.” – lei aveva iniziato a piegare l’asciugamano, con metodo metteva le cose dentro la borsa da mare, preparandosi a tornare verso la strada, dove diverse ore prima avevano lasciato l’automobile.

Aspettarono fintanto che la barca arrivò a riva, attraccando con un rumore quasi impercettibile, coperto più dai remi che venivano tirati all’interno.

“Ehi tu, puoi darmi una mano?”

Ted si alzò. “Volentieri che devo fare?” Il rematore scese dalla barca, gli lanciò una corda. Tira verso di te, io la sospingo da poppa. Così fecero finché la barca non fu completamente fuori dall’acqua.

“Hai pescato?” – gli chiese Ted.

“Non sono andato in mare per pescare. Mi stavo soltanto godendo il mare.”

“Ti piace navigare?”

“Sì, diciamo così. – l’uomo aveva preso a controllare l’interno della barca. – Scusami, vi ho disturbato? – chiese, accennando con il capo verso di lei. Lei si era allontanata, stava tornando verso le dune.

Ted la guardò. “No, nessun disturbo. Stavo giusto andando via.”

“Torni a casa?”

“Sì, è stato un piacere – si strinsero la mano – Buona serata.”

Ted aveva già percorso qualche passo poi si sentì chiamare.

“Posso dirti una cosa?” – gli disse il rematore.

“Cosa?”

“Quando non sai che fare, rema, o cammina, o corri, o striscia. Ma fai qualcosa. Non restare fermo. Il pericolo maggiore per un navigante non è una tempesta. Una tempesta potrebbe persino salvarlo: è la calma piatta. Quando non tira un filo di vento e tu hai percorso chilometri e ti ritrovi al largo nell’oceano. L’unica cosa che puoi fare pregando che il vento ricominci a soffiare, è remare. Non importa in quale direzione. Rema e spera. Da qualche parte arriverai.”

Ted lo guardò a lungo per diversi secondi. L’altro sosteneva lo sguardo.

“Grazie.”

L’altro allargò le braccia e sorrise, si salutarono così.

Il granchio si tuffò nel mare.

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