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Dove non nevica

- Ci sono posti dove non nevica mai.

- Che intendi?

Lui guardava la città, un alone di luci si sollevava come un mantello a sfidare la volta oscura del cielo. Qualche stella occhieggiava solitaria.

- Intendo quello che intendo.

- Non ti seguo Marc.

Marc sorrise, guardò il bicchiere di whisky che stringeva nelle mani. Veleno – pensò – non sapeva davvero cosa ci trovassero tutti quegli attori a bere quel “veleno”, eppure…lo aveva accettato, forse per sentirsi un attore dentro certi film, per illudersi che in qualche modo, da qualche parte la parola “The End” alla fine sarebbe arrivata.

- Intendo che lei non mi amerà mai.

- Lo farà qualcun’altra Marc. – gli rispose Philip versandosi dell’altro whisky nel bicchiere, mentre si adagiava sul divano.

- Qualcun’altra? Andiamo Philip! Mi prendi in giro? Mi chiedo dove ho sbagliato, che cosa ho mancato di fare…Non sono perfetto, non sarei stato perfetto ma…era tutto per me…Non era nient’altro che amore, non è nient’altro che amore.

- Per certe persone amare non basta, Marc. Fattene una ragione.

- Forse hai ragione, o forse no. Non è quello il punto. Non ha importanza nessuna spiegazione razionale, quando ami e non sei amato… – scagliò il bicchiere contro il muro. Il whisky macchiò la parete, e si disperse in piccoli rivoli tra i pezzetti di vetro frantumato.

- Mi chiedo come fai Marc?

- Come faccio cosa?

- Ad amarla.

- Amare lei per me è naturale, è come respirare. Nessuno me l’ha insegnato, né ho dovuto impararlo. Da qualche parte, in qualche modo l’amavo già prima ancora di conoscerla.

- Vuoi dell’altro whisky, Marc?

- No, grazie. Me ne vado.

- Dormici su.

Marc prese l’impermeabile, aprì la porta, si voltò e il suo sguardo incrociò quello di Philip.

- Sì, amico, è giusto che tu la ami – gli disse Philip.

Marc accennò un sorriso. Si richiuse la porta alle spalle. Fuori stava cominciando a nevicare.

Dedicato a Whitney Houston. Perché ognuno sceglie di andarsene nel modo che preferisce e non può essere giudicato per questo. Ci hai lasciato una meravigliosa canzone, e la tua voce ha fatto da colonna sonora a molte lacrime sincere. E questo penso che può bastare a meritarsi il paradiso. Bye Bye, Baby. 

Per ciò che conta e per quel che si spera.

E’ uscito un racconto.

Nelle notti di bufera e gelo, mentre passavamo il confine del grande stretto dei lupi marini.

Il rum ha fatto il suo dovere.

Le stelle hanno dettato. Gli squali hanno corretto.

Io ho riportato alla lettera, per ciò che conta e per quel che si spera, una storia. Una storia vera.

http://www.flaneri.com/index.php/altre-narrativita/leggi/ho_bevuto_ubriacandomi_sulle_tette_del_mondo/

Girasoli sotto la neve

“Alla fine non ci rimane che questa vita… stupida, appesa a un filo, sorniona, che si prende gioco delle nostre insicurezze e dei timori che ci pervadono. L’unico atto che possiamo compiere è di amarla di un amore smisurato.”

C. Bukwoski

-          Sai a volte ti trovi davanti a questa pagina bianca e non sai che scrivere.

-          Scrivi di te.

-          Sarebbe noioso. E poi richiederebbe molto lavoro: non so nulla di me.

-          Allora non scrivere. – disse lei, ciccando nel posacenere. Una nuvoletta di fumo svanì piano nella stanza. Tenevano la finestra chiusa per evitare che facesse troppo freddo. Fuori nevicava e lei non sapeva rinunciare al vizio del fumo.

-          Devo farlo, cara. Scrivere è un imperativo morale. – mentre parlava Henry si grattava la barba vecchia di due giorni.

-          Non è vero – negò Janet aspirando un’altra boccata di fumo – scrivere per te non è un imperativo morale, ma un obbligo lavorativo. Lo fai per i soldi. Perché ci servono i soldi, per vivere.

Henry restò per un paio di minuti a fissare l’unico quadro della stanza: una copia del celebre campo di grano di Van Gogh. Era stata Janet a volere quel quadro. Aveva detto che le dava un senso di libertà. “Immagino che debba essere così il paradiso, un campo di girasoli con neri corvi in volo” Lui aveva replicato che quel quadro era tutt’altro che il paradiso, che quello non era un campo di girasoli ma di grano ed era piuttosto l’inferno e quei corvi si erano alzati perché Vincent aveva premuto il grilletto della pistola, la canna puntata contro la sua testa, e li aveva spaventati. “Questa è la tua visione.” – le aveva semplicemente replicato lei. Lui pensava che comunque fossero andate le cose, lei avrebbe avuto sempre ragione. Era così che andava: Henry amava Janet. E l’amore consiste in questo, nella resa totale. Questo pensava Henry dell’amore. Altre opinioni, al riguardo, non ne aveva. Non aveva nemmeno la televisione in casa. Non per una scelta chic e radicale. Ma per una radicale povertà. Avevano fatto qualche rinuncia.

-          Quindi tu mi stai dicendo che io scrivo per fare soldi? Per tirare avanti il carretto? Scrivo per loro, per il sistema? – la interpellò lui, pensieroso.

-          Sto dicendo che tu scrivi per poter far sì che ogni giorno possiamo sopportarci senza troppi problemi.

-          E se smettessi?

-          Allora potresti trovarti un lavoro decente, io andrei a messa con il vestito nuovo, frequenterei gallerie d’arte e moriremo guardando i nostri nipotini negli occhi. Quegli stupidi nipotini.

-          Sarebbe bello, vero? – lui si era alzato, si era diretto in cucina e stava armeggiando con qualche pentola. Era ora di pranzo.

-          Sarebbe finto. Come la tua scrittura, Henry. Bella e finta.

-          Janni?

-          Sì, Henry.

-          Manca il burro.

-          Scendo al supermercato, vado a comprarlo.

-          Sai una cosa Janni?

-          Sì, Henry, la so. – lei aveva terminato la sua sigaretta, aveva spento il mozzicone e guardava fuori dalla finestra – Ho freddo.

Henry andò a prenderle un plaid. Lei se lo sistemò sulle spalle. Fuori nevicava ancora. Avrebbe nevicato per quattro giorni di seguito.

La fine

Contrasse il respiro, ma nessuno poteva sentire il suo pianto silenzioso. Spalancò la bocca per urlare, ma non una sillaba vibrò contro l’aria della notte. Gli sembrò di portare d’un colpo solo tutto il peso del mondo. Sapeva in cuor suo che, malgrado quella decisione, il mondo avrebbe continuato a girare sempre per lo stesso verso, indifferente ai suoi vagiti.

Rannicchiato contro la parete, come un feto abbandonato, chiuse gli occhi e attese. Rivide ogni immagine della propria vita. Si era circondato di foto che galleggiavano sulla polvere del pavimento, vecchi ricordi, cose scritte, cose dette: tutto gli tornò in testa.

Si concentrò su alcune cose: il vecchio odore nella cucina di zia Sybil, il profumo dell’acqua di colonia di suo nonno, il cinguettio dell’upupa che per mesi lo aveva accolto al risveglio, l’umido sapore del primo bacio, il sorriso del suo primo amico e la sua perdita, i volti intorno al cadavere della sua prima veglia, il sapore dello yogurt rappreso intorno ai bordi del vasetto, il primo scrosciante applauso della sua vita, il vento negli occhi mentre scendeva a razzo con la bicicletta in una discesa di campagna, la paura di non potercela fare e aver dimostrato il contrario.

Sorrise. Le lacrime gli bagnarono i denti.

Scrisse su un biglietto.

Il mondo, tutto sommato, è stato buono. Ma è meglio andare, è tardi. D.

Quindi afferrò il manico del coltello, lo appoggiò alla gola e spinse in dentro la lama.

Non so dirvi quanto abbia sofferto, cosa abbiano visto i suoi occhi, quale sia stato il suo ultimo pensiero, e se poi è davvero così importante.

Il funerale fu solenne, commosso. Il vero motivo, penso, non lo conosce nessuno.

Circolo dei felici e contenti e anonimi

Io rivendico il diritto all’infelicità – Charles Baudelaire

La stanza è tetra e ci sono ragnatele ovunque. Se non fosse per il respiro degli astanti e per il rumore che fanno spostando le sedie, e per lo scricchiolio del legno dei vecchi mobili, si potrebbe sentire lo zampettare degli aracnidi.

Ogni tanto Pinocchio ne fissa uno e resta per tutto il tempo della terapia a fissare l’aracnide. Che non si muove. In attesa della sua preda.

La Strega Cattiva dirige il circolo. Li fa radunare a cerchio, sono una dozzina di persone. Le sedie avanzano rispetto alla necessità. Qualche sedia nel cerchio resta vuota.

La Strega Cattiva sfoglia un elenco, un colpo di tosse, cerca di darsi un contegno sollevando appena gli occhiali con il pollice e l’indice della mano destra. Ingialliti per il vizio del fumo.

“Abbiamo una nuova recluta, oggi…signorina…Cenerentola, giusto?”

Tutti osservano la nuova arrivata. Una ragazza magrissima al punto che le si vedono le ossa sporgere sotto la pelle bianca e pallida. Il volto emaciato è attraversato da una cicatrice lunga dalla fronte al collo. Altre cicatrici sono evidenti sul collo, all’altezza della carotide. E sulle vene.

“Ciao, mi chiamo Cenerentola, e come tutti voi vengo dal mondo delle favole”

“Ciao, Cenerentola!” – il coro è unanime, ma le voci non sono allegre, sono svogliate, sommesse.

“Raccontaci di te Cenrentola.” – le suggerisce la Strega.

“Io mi sono sposata.”

Un lieve mormorio di disapprovazione attraversa la stanza. Il grillo parlante scuote la testa, battendo due volte le ali. Raperonzolo fa un segno di diniego. La principessa sul pisello ha un sobbalzo. Biancaneve alza un sopracciglio e si guarda le unghie, soffiando sullo smalto.

“Quante volte Cenerentola?”

“Molte volte. Per ogni vita che rivivevo finiva che mi sposavo con quel…testa di cazzo! Io non ho mai voluto sposarlo quel perfettino! Anzi secondo me è gay! A letto non è un granché…Ma sono qui per smettere. Nella prossima vita voglio essere una donna felice, voglio essere una punkettona, tradire, fumare erba a volontà. Tutte cose che prima non potevo fare! Dovevo scoparmi il lupo cattivo…Scusate la volgarità ma non ce la faccio più!”

Alice ride tra sè e sè e dà di gomito a La bella addormentata che si sveglia di soprassalto.

“Hai sentito? Il tuo principe azzurro non è tanto dotato!”

“Ti credo…mi addormento sempre!” – le risponde la bella.

“Ti piaceva il lieto fine, Cenerentola?” – le chiede la Strega.

“No. Penso che a nessuno piaccia. Però per me è sempre stata l’unica via d’uscita. Non riuscivo a smettere. Ogni vita mi sposavo e finivo per vivere felice e contenta. Capite tutti voi che non si può vivere così per sempre! Una tortura! Una maledizione!”

“Quante vite hai vissuto, Cenerentola?”

“Tante. Ne ricordo una in cui ero la figlia di un sultano. E un’altra in cui ricamavo tappeti persiani. In un’altra ero un operaio di Philadelphia. In un’altra ancora…che importanza ha…Ogni volta le vite che vivevo mi sembravano tutte eguali.”

“Come hai conosciuto questo circolo, Cenrentola?”

“Tramite un amico. Lui sapeva che un amico di un suo conoscente era venuto fuori dalla dipendenza dal lieto fine grazie a questo circolo. Ora mi hanno detto che quel tizio vive una vita infelice.”

“Questo è un tuo compito, lo sai Cenerentola? Non siamo qui per rimandarti indietro e vivere una vita infelice. Siamo qui per aiutarti a smettere di essere felice. Alla società le persone felici non piacciono.”

“Sì, lo so…”

La Strega guarda l’orologio a pendolo in un angolo della stanza.

“Mi dispiace per tutti, ma è tardi. Sono le otto e trenta.”

“Mi scusi, Strega Cattiva. Ma quell’orologio è fermo. Quando sono arrivata segnava le otto e trenta.” – dice Alice.

“Lo so. Segna sempre la stessa ora. Non esiste il tempo qui: è sempre troppo tardi per tornare indietro, Alice. Si può solo andare avanti.”

Pinocchio fissa l’aracnide. Sa che prima o poi l’aracnide mangerà tutti. E sarà il migliore dei finali.

URBAN LITTLE FANTASY, capitoli 1 e 2

Non era un progetto annunciato ma a me piace venirmene fuori così. Proprio come una di quelle rockstar in pensione (sì, ho manie di grandezza) che in un caldo giorno di agosto, in mezzo alla settimana, ti lanciano il pezzone destinato a scalare le classifiche. Solo che io non sono una rockstar, e questo assolo non è destinato a restare nella storia del rock, men che meno della letteratura di genere. Urban Little Fantasy è un’opera urban fantasy che mi sono divertito a scrivere, non priva di molte imperfezioni, malgrado varie revisioni, di cui un’ultima ancora in corso. L’uscita dei capitoli non avrà una netta scadenza, ma sarà decisa a mia totale discrezione. Preparerò, quando avrò tempo, anche un pdf e vi prometto che sarà scaricabile per chi vorrà, gratuitamente, rilasciato sotto licenza CC. Questo lavoro richiama esclusivamente nel titolo il telefilm Little Pretty Liars: dico questo per i patiti di serie tv. Ma potrebbe richiamarne anche altri di titoli, a mia ignoranza. I capitoli saranno contrassegnati come gli episodi di una serie tv, a contrassegnare l’ormai evidente contaminazione tra serie tv e letteratura, della quale avremo modo di parlare successivamente. Ovviamente sono bene accetti critiche e suggerimenti riguardo correzioni da fare etc. Non voglio anticiparvi altro. Spegnete i telefoni, accendete il cervello. Buona Lettura.

ULF s01e01, Una noiosa premessa

Questa che sto per raccontarvi è la mia storia, ma è anche la storia di chi non si è arreso. I fatti che vado a riferire sono tutti veri. Francamente non capisco la ragione per la quale sto scrivendo. E già questo dovrebbe indurvi a chiudere il libro. Ritengo infatti che uno scrittore che non abbia ragioni per scrivere è anche uno scrittore che non ha rispetto dei suoi lettori. D’altronde ve lo dico molto liberamente. Io non ho rispetto di voi. Non ho rispetto di nessuno, dal momento che, come i fatti che andrò a narrare dimostreranno, non ne ho avuto per molto tempo nemmeno di me stesso.

Non vi aspettate nulla di eccezionale, per quel poco di eccezionale che possa esserci nella vita di un uomo. Questa è una storia noiosa. Io vi ho avvertito: fate ancora in tempo a riporre il libro nello scaffale, e a scegliere quello accanto al mio, così in modo del tutto casuale. Qualsiasi libro non può essere peggiore o più noioso o più detestabile di questo.

Bene, penso sia il momento di cominciare. Da questo momento in poi non si torna indietro, i soldi che avete speso non ve li ridarà nessuno, men che mai il sottoscritto.

Potrei dirvi che la mia storia inizia con la mia nascita. Cosa scontata, banale, non vera. Ho ragione di ritenere che la storia di una persona inizia, si interrompe e può persino riprendere solo ed esclusivamente a condizione che quella persona lo decida in modo del tutto autonomo. Proprio come un romanzo. Non assistete il più delle volte alla nascita biologica del protagonista, ma, se è un buon romanzo, alla sua nascita letteraria, di personaggio, più che di persona.

Parimenti, nel teatro della vita, una persona nasce in determinati punti del suo percorso. Penso anzi che ci siano persone mai nate che camminano in mezzo a noi, morti viventi, zombie, grigi automi che hanno fatto dell’abitudine e del cliché uno stile di vita, anzi un modo di morire.

Ora se sezionate la vostra vita vi renderete conto, se siete fortunati, se siete vivi, che ci sono stati dei capitoli assolutamente noiosi, che sembrano essere stati scritti solo per allungare il brodo tra un attimo e l’altro. La letteratura è una collezione di colpi di scena destinati a succedersi l’uno all’altro, la vita è molto più difficile da gestire: con la sua lentezza se non siete dei bravi autori rischiate di non vendere nemmeno una copia del vostro libro, di non vivere degnamente nemmeno un secondo del tratto che ci è concesso esistere.

Tuttavia, reputo ancora che il mio libro risulti tra i più noiosi. Odio le autobiografie. Chi le scrive di solito non sa di cosa sta parlando. Pensa che sta parlando della propria vita magari, invece sta parlando solo della vita di qualcun altro che ha creduto di essere. Se un’altra persona scrivesse di me, che vita mi attribuirebbe, quali ricordi, quali sensazioni? Pirandello ha già constatato l’amarezza di essere uno, nessuno e centomila al tempo stesso. L’identità è uno specchio destinato a frantumarsi.

Ma ancora, quando si scrive, scegliere un punto di vista è importante, fondamentale. Da quello dipenderà la bilancia degli eventi, un loro grado di giudizio, una loro inclusione o esclusione dal corso della Storia. Nondimeno in un’autobiografia non è scontato che il punto di vista sia quello di chi scrive. Il cervello sa sviluppare argute macchinazioni, disoneste raffigurazioni, mezze verità interscambiabili tra loro. Dunque: quale versione scegliere degli infiniti me che sono stato? Da quale universo parallelo della mia immaginazione andrò a pescare la mia vita? M’illuderò in qualche modo di essere vissuto, erigendo un monumento, una tangibile testimonianza dei fatti che mi hanno attraversato, dai quali, spesso, mi sono lasciato attraversare. Nello stesso tempo la scelta comporterà, come sempre, dei sacrifici, infiniti sacrifici. Per una strada che si sceglie, infinite altre vengono scartate dalla mappa, percorsi che non esploreremo mai, persone che non abbiamo conosciuto perché quella sera eravamo impegnati a fare altro.

Magari abbiamo vissuto la nostra vita a fianco dell’anima gemella. Ma potrebbero esserci state molte altre anime gemelle, magari peggiori, magari migliori, certamente diverse, che non abbiamo mai incontrato. Il solo pensiero delle “occasioni necessariamente perdute” può dare un senso di vertigine, per il semplice fatto che questo ragionamento conduce a una sola, inequivocabile, conclusione: il destino non esiste.

E se il destino non esiste, voi non state effettuando nessuna scelta (predestinata), ma state obbedendo a una casuale connessione di causa-effetto. Le persone sottovalutano quanto la sorte governi la loro esistenza. Questa è la mia storia. Storia di una sottovalutazione della fortuna.

ULF, s01e02, Sorpresa!

Ve l’avevo detto che non sarei stato onesto. E finirete questa lettura completamente gabbati dalla mia disonestà. Tuttavia, se siete arrivati al capitolo due, e io ancora non vi ho detto nulla di me come vi avevo promesso di fare allora o siete degli sciocchi, o siete degli sciocchi curiosi. Ad ogni modo questi restano affari vostri.

Io sono nato quando qualcun altro è morto. È allora che ho aperto gli occhi. Ma prima di quelli ho aperto la porta della mia dimora, sono entrato, ho poggiato l’ombrello, mi sono tolto l’impermeabile e mi sono diretto verso la stanza dove dormo. Avevo fame, ma ero anche stanco. Le lezioni universitarie mi avevano stressato. E prima di cenare mi sarei concesso un breve sonno ristoratore, almeno queste erano le mie intenzioni poco prima di aprire la porta della stanza.

La prima cosa che ho visto era una zampa. Una zampa bianca, enorme, appoggiata sul letto. Bianca e rossa. Una zampa insanguinata. La zampa di un coniglio agonizzante. La zampa di un coniglio agonizzante, con la lingua in fuori, che blaterava qualcosa. Vestito di tutto punto, con un cilindro blu e un soprabito color oro sgargiante.

Il coniglio blaterava, emetteva dei suoni, parlava. Ho richiuso la porta. Ho tentato di capire se mi fossi fatto di acido. Ma no, la giornata era trascorsa tranquillamente. O forse era un’allucinazione, certamente dovuta alla stanchezza eccessiva. Riaprii la porta, cautamente, lentamente, mentre con lo sguardo mi affacciavo piano verso l’interno. La zampa era ancora lì.

“Vieni…avanti…” – sbigottito trovo il coraggio di posare lo sguardo su quello del coniglio. La sua testa è grande almeno quanto la mia: mi fissa con i suoi occhi rossi. Arretro.

“No…lo so che ti sembra strano che io parli…ma non c’è tempo per questo…ho bisogno che tu faccia una cosa per me!” – ecco, lo sapevo! – mi sono detto – ho letto troppe storie fantasy e ora le conseguenze si fanno sentire tutte insieme. Potevi fare anche qualcosa di meglio che sognare un coniglio sul punto di morte che chiede all’eroe di poter fare qualcosa per lui! Insomma, andiamo, abbastanza ridicola come allucinazione.

Già, ma l’allucinazione si muove. Con la zampa destra, quella sana, solleva un bastone e si porta il pomello sul soprabito.

“Io sto per morire…Qui c’è un indirizzo…Prendilo e vai subito lì. Dì che ti manda Zach il Nero. Dì che sei il Passante. E dì anche…”

Non fa in tempo a riferirmi il resto. Mi sono chiuso la porta alle spalle e scappo, lascio l’ombrello e l’impermeabile e sono fuori. La pioggia mi bagna da capo a piedi, mi appoggio al muro. Respiro a fatica, le mie gambe tremano, ho bisogno di sedermi. Aspetto. Non so cosa, ma aspetto.

 

Quando il gioco si fa duro (uno pseudogigolò)

è un lavoro pulito, perciò pochi possono farlo

Molte mi vogliono.

Mi cercano, chiedono appuntamenti, come se fossi un professionista. Di cosa? Del sesso. Ma la verità è che non sono solo un professionista del sesso, sono anche un amante di quest’arte. Inizialmente ero convinto che mischiare il piacere al dovere fosse un’ottima cosa. Quando ero piccolo me lo dicevano tutti: insegnanti, genitori, istituzioni. “Da grande non ha importanza cosa farai. L’importante è che farai qualcosa che ti piaccia!”

E così eccomi qui. A fare quello che mi piace.

Ma ultimamente ho qualche dubbio. Ho il dubbio che non mi piaccia più, o meglio che piaccia solo a chi fa piacere farlo, con me naturalmente. Per me è diventato qualcosa di meccanico. Credo anche di soffrire di “mobbing”, d’altronde a chi faccio causa? A me stesso? A lui?

Anzi è lui che dovrebbe fare causa a me. Vado avanti oltre le otto ore lavorative. Gestire gli appuntamenti è sfiancante, inoltre quando si impara a riconoscere le clienti, si cerca di distanziare quelle più pretenziose, e di inserire fra l’una e l’altra quelle più accomodanti. Ci sono volte in cui alcune clienti vogliono solo parlare, in quel caso faccio pagare il doppio.

Stare ad ascoltarle è qualcosa di estremamente irritante, specie se a richiederlo è il lavoro, a volte. Se avessi voluto ascoltare le clienti, avrei fatto un altro mestiere. Questo non è fatto per “ascoltare”, ma per “sentire”.

Nella mia stanza di lavoro ho messo anche una targa “Sul letto tutte sono uguali”: voglio garantire a tutte un pari trattamento, sempre che paghino. Qui non si effettua credito, né sconti. Sono uno dei pochi che non effettua prestazioni a domicilio. Il lavoro si fa solo sul luogo di lavoro, in condizioni igieniche garantite e a norma.

Con questa crisi diventa difficile anche farsi pagare, così sono costretto a ricorrere al pagamento anticipato. Per non parlare della concorrenza. Stanno spuntando nuovi centri di piacere ovunque, come funghi. Incredibile! Pivelli, chiaramente! Qualche cliente ha anche provato ad allontanarsi da me, salvo tornare e dire “Hai ragione, questa nuova generazione non sa nemmeno cosa significa far provare piacere a una donna: pensano solo al profitto!”

Ciò mi consente di tenere una certa tariffa e di non temere eccessivamente la concorrenza.

Fin qui tutto bene. Solo che poi finisce che ti innamori della persona sbagliata: la cliente.

Si capisce che è enormemente più complicato gestire questo tipo di lavoro con un pensiero simile nella testa. Non riesco più a dare alle donne l’unicità che loro pretendono, o meglio la parvenza di unicità, e non posso permettermi una tale caduta di stile. Sarei contrattualmente inadempiente! L’amore deve restare fuori da questa porta, non deve nemmeno pulirsi i piedi sul tappeto dell’ufficio.

DRIIIIIIIIIINNNNNNN!!!

Oddio, è lei. Cosa mi metto? Porcaccia ladra! Puzzo di sudore, e devo ancora lavarmi per l’appuntamento delle otto con Janet! Le avevo comprato quei cioccolatini…! Ah, sì eccoli qui! Okay, calma. Rallenta i battiti cardiaci.

Ricordati chi sei: un professionista. Uno tosto, un duro. Ora vai e apri quella porta. Le dici “Così non possiamo andare avanti, io ho un lavoro, una vita. Non posso essere coinvolto.” Cioccolatini e tanti cari saluti.

“Ciao!” – fa lei, sorridendomi.

“…”

“Ti sei mangiato la lingua?”

“…Questi sono per te…”

“Ah, grazie! I miei preferiti!”

“Prego…Senti così non possiamo andare…” – balbetto

“Cosa?”

“Dicevo non possiamo uscire così. Mi cambio e andiamo a prendere qualcosa, ok?”

“Sì amore!” – mi dice lei.

Ci tenevo a dirlo. Io non sono Richard Gere. E qui non siamo in American Gigolò.

Ecco, è così che ho conosciuto tua madre. 

Amore (a qualcuno piace parallelo)

Prendo un uovo e lo rompo.

Probabilmente doveva essere un uovo molto particolare, qualche neutrino del tuorlo deve essersi scontrato con qualche altro neutrino della chiara, ed è lì che è cominciato un nuovo universo.

Non l’ho notato subito, soltanto dopo. Il frigo é viola. Invece il frigo che vedo ogni mattina é blu. E le mattonelle della cucina sono completamente bianche, invece le mattonelle che vedo ogni mattina sono di un caldo colore arancio. Rimango perplesso ad osservare il frigo.

Quando era accaduto? Possibile che Laura non mi avesse detto nulla del frigo nuovo? O lo aveva fatto solo riverniciare? No, impossibile. Nessuna riverniciatura, avrei sentito l’odore. E poi é perfetto, nuovo, e anche i maniglioni, a ben guardare, sono differenti.

Ne avrei immediatamente parlato con lei, non appena si fosse svegliata. “Cara, avevamo un frigo blu, ora è viola.” Le avrei detto. Mi stropiccio gli occhi. Il frigo continua ad essere viola. Poi faccio la mia prima azione razionale: decido di aprirlo.

è stato come se le cose all’interno del frigo fossero anch’esse diventate color viola, diverse. Da quando in qua in casa si beve il latte scremato? Erano anni che si beveva il latte intero. E cos’è questo penetrante odore di formaggio? Pecorino romano? Ma se Laura è allergica al pecorino romano! E le birre? Nessuno  ha mai bevuto una birra tra quelle pareti.

Già, le pareti…Cosa ci fa la riproduzione di Marilyn Monroe nuda sopra il televisore? Le domande iniziano ad affollarsi. Nulla é come prima. I manicotti delle pentole, il numero delle posate, gli ingredienti stivati nella credenza, la forma dei piatti, il lampadario a forma di stella che pendeva dal soffitto, il numero dei cassetti, le dimensioni dei fornelli…

“Sei già sveglio?” – mi volto d’improvviso. Una strana sensazione ha preceduto i sensi dell’udito e della vista. Una ragazza bionda vestita soltanto dei propri capelli lunghi e del proprio corpo avanza verso di me, e fa per baciarmi. “Prepari la colazione tesoro?”

La scanso.

“Lasciami stare. Tu chi sei?”

Rimane interdetta per qualche istante, poi riprende a sorridermi.

“Hai voglia di giocare?” – e di nuovo tenta di abbracciami.

“Tu non sei Laura, e questa non è la mia cucina. Anzi questa non è decisamente la mia casa.” – urlo e mi allontano da lei.

“Ma che ti prende?”

“Dimmi dove sono, e dimmi dov’è Laura?”

“Forse è stata una notte troppo focosa per te? Non pensavo di averti sconvolto a tal punto!” – replica lei continuando a giocare, portandosi una mano sul pube. – “Se non ricordi chi sei, posso sempre trovare un modo per farti tornare la memoria!” – salta e si avvinghia a me, si struscia, cerca di baciarmi, lotto e infine mi divincolo e mi porto dall’altra parte della stanza.

Alzo il dito indice e lo punto contro di lei:

“Cosa sta succedendo?”

Forse deve aver notato qualcosa nella mia espressione, perché anche lei cambia improvvisamente tono e con l’aria di chi è preoccupata mi fa:

“Caro, cosa ti sta succedendo? Davvero non mi riconosci? Oddio…chiamo un medico…” E comincia a digitare un numero dal telefono portatile.

Glielo tolgo di mano e grido:

“Questo non è il mio telefono, non è il nostro telefono, mio e di Laura. E io…io non sono malato, sto bene.” – ma comincio a non crederci nemmeno io. Forse sono in preda alle allucinazioni, ma ricordo di aver letto da qualche parte che chi è in preda alle allucinazioni non ne è consapevole.

Tutto precipita. Lei urla. Tutto ruota intorno a me. Millenni di frigoriferi e di telefoni e di posate. Marilyn Monroe ride, ride sguaiatamente dal suo immenso poster.

L’uovo cade nel pentolino. Mi volto. Il frigo è blu. Lo apro. Niente pecorino romano. Il latte è intero. Niente Marilyn Monroe. Tutto sembra essere tornato alla normalità. Attraverso le stanze e il corridoio, arrivo in camera da letto.

Una ragazza bruna sta ancora dormendo sotto le lenzuola, mezza svestita.

“Laura?”

Lei si agita e continua a sonnecchiare, con la voce impastata di sonno mi risponde:

“Lasciami dormire.”

Sorrido, rassicurato. Torno in cucina. Basta con le colazioni al bacon. Getto via l’uovo. Meglio un caffellatte. Inizio a prepararlo. Tutto sembra essere tornato alla normalità.

Mentre aspetto mangio un biscotto. Poi sputo, ho qualcosa in bocca. Tiro con un dito.

Alla luce è un capello. Un lungo capello biondo.

“Sei già sveglio?” – mi volto e una ragazza bionda, nuda, avanza verso di me.

L’incontro

N.B.: è un racconto un po’ surreale che avevo scritto più di un anno fa. Voleva esprimere nel suo intento il mio punto di vista sulla scrittura. Uno scrittore è un uomo che boxa con se stesso, e ne esce chiaramente, ogni volta, perdente. Perché quello scrittore non fa “letteratura” per vincere la propria ombra o il proprio inferno. Lo fa perché è uno scrittore. Tutto qui.

Ho le dita anchilosate. In testa un mare di idee, la penna a far da remo, l’inchiostro è ovunque. L’ho dentro gli orecchi.

Sotto le unghie. Nei polmoni. Se sputassi una frase potrebbe essere epica, ma non ho la forza. Tutto è nero: l’oceano, la notte, la luna sgocciola pece. Intorno a me una folla invisibile di morti invoca giustizia per le loro vite, un cantore che sappia narrarle una ad una, senza dimenticare nulla. Ho dimenticato la mia, e gli urlatori di menzogne mi offrono piatti prelibati. C’è chi mi suggerisce un passato da prostituta, mangiatrice di mele, raccoglitrice di torsi. Chi mi dà un passato da principe del deserto, signore della sabbia, misuratore del peso di ogni granello. E chi un passato da pescatore, in lotta con lo stesso pesce da una vita, per novantanove anni, la lenza tesa giorno e notte.

Le metafore ruggiscono, volano intorno a me e mi artigliano la pelle, che ricresce ad ogni fantasia, alberi scuri scovano con le loro radici i miei ricordi, non trovano appiglio. Con la furia ho distrutto ogni rimasuglio di quotidianità, il velo della banalità è caduto, l’industria che produceva “amore” è andata in fallimento. Ho mostrato alle regole chiare il cuore cupo. Le regole sono diventate supernove e poi sono implose.

Il cofano è indaco e volti di uccelli vi si rispecchiano ma nessuno di loro è in volo, né intorno. La strada è un corridoio che si allarga sempre di più. La velocità una costante in crescita. Freno, gli ammortizzatori cigolano, qui la pressione dei sensi di colpa è minore, il carico è meno denso. L’automobile è un’idea e come tutte le idee muore. I miei piedi circondano un vago concetto di articolazione motoria. Cammino. Evito la luna saltando al bordo della strada, quella continua il suo gioco finché non va in buca, da qualche parte lontana.

Tutto è uguale. Un uomo mi ferma. Mi chiede:

“Vuoi descrivermi?”

“Ne vale la pena?”

“No, i tuoi lettori si dimenticheranno di me. Non descrivermi.”

“E allora cosa vuoi?”

“Quello che vuoi te.”

“E cosa?”

“Qualcosa da raccontare. Qualcosa di buono.”

“Dammi una realtà, allora. Dammi qualcosa, un nome, un posto.”

“Dicono che giù all’inferno ci siano parecchie storie.”

“Allora indicami la porta.”

“La porta dell’inferno è sempre dietro di te.” Lui diventa un orso viola e comincia a mangiare il proprio fegato. Mi volto. Inizialmente non vedo nulla. Poi vedo me stesso. Me stesso diventa una porta blu. Sono dentro.

Le voci sono la prima sensazione. Una grande folla impazzita che urla, grida, potrei quasi contare le gocce di sudore e di sangue alla luce del riflettore. Il sinistro è arrivato rapido. Ho il peso del corpo poggiato alle corde. “Questa ti piace, di storia da raccontare?” È sempre lui, l’orso viola, stavolta in forma umana. I suoi ganci sono eccezionali. Ogni parte di me gode quando vengo colpito. E gode nel colpire la carne. Spalla destra, spalla sinistra, spalla destra di nuovo. Il pubblico è Dio, il quale si compone delle facce di ogni spettatore. Non è tifo, è eccitazione collettiva. “Dacci il racconto” Il coro è unanime “Dacci il racconto”

“Hai sentito? Vogliono un racconto. Qualcosa. Dagli un racconto.”

Una palla nera si fissa all’occhio destro e non lo lascia più. Ho la destra scoperta. Alzo istintivamente un  braccio. Non c’è nessun pugno in arrivo, da quella parte, ma è troppo tardi quando realizzo questo pensiero. Veniva da sinistra.

“Non hai nulla da raccontare, vero? Vittoria o sconfitta, non hai mai avuto nulla.” La voce mi provoca. È fuori di me, ma è dentro di me. I neuroni si sono accasciati stanchi.

Esco dall’angolo, monto di ganci, destro, sinistro, pancia, pancia, pancia. È a terra. Mentre cade mi sento un artista che ha appena terminato un capolavoro. E poi cado anch’io. Mi proclamano vincitore.

Quindi è questo un racconto? Un incontro di pugilato con le proprie paure, con il passato immaginato. Ma non c’è tempo per la teoria. Subito una folla di giornalisti mi assedia “A quando il prossimo incontro?” Un manager al mio fianco dice una data, il nome di un avversario.

Dopo le cure mediche e le visite di routine, mi ritrovo solo nello spogliatoio. Esco. Non sono mai stato un tipo atletico, ma il ring mi ha sempre chiamato. Non c’è più nessuno. Sotto uno dei due faretti rimasti accesi, scorgo un tizio dalla pelle nera, gli occhi bianchi come il latte, un secchio lì vicino è pieno di inchiostro.

“Cosa fai?” Gli dico. Si ferma, inzuppa uno strofinaccio dentro il secchio, lo strizza.

“Sono quello che pulisce il sangue, dopo l’incontro.”

“Come ti chiami?”

“Mi chiamo Lettore.”

“E ti piace quello che sei?”

“A te piace quello che sei?”

Me ne vado via, mentre lui strizza l’ultima parola rimasta sul tappeto. Quella che non riesco mai a pronunciare. Domani è un altro giorno, domani ci riprovo, domani forse non verserò sangue.

Che sciocchezza

“Ero quasi convinto sai?”

“Di cosa?”

“Che non valesse la pena, o che almeno non valesse più la pena, come un tempo”

“E invece?”

“E invece no. Quel tizio che per primo disse carpe diem aveva ragione! Bisogna cogliere davvero l’attimo, perché non torna. Che tragedia!”

Lei si era accovacciata sulla roccia più alta. Dopo sei ore erano riusciti ad arrivare in cima. Da lì potevano vedere il rifugio più a valle. Lui se ne stava sdraiato in una piccola radura, attento a non calpestare troppi fiori. Aveva detto che aveva voglia di fumare una sigaretta ma, una volta tirato fuori il pacchetto, il desiderio era svanito. Kate tirò fuori una bottiglia d’acqua.

“Hai sete?”

“No” - rispose Jim.

“Guarda: da qui la vista è bellissima.”

“Vorrei che fosse così per sempre.”

“Così come?”

“Così, che nella vita si potesse sempre avere una vista così.”

Kate rimase a pensare a quello che aveva detto Jim. Iniziò a mangiare un panino.

“Penso che ogni volta che avrai bisogno di una vista del genere, potrai scalare tutte le montagne che vorrai.”

“Non tutte le montagne promettono la stessa vista.” – le replicò Jim.

Kate finì di mangiare, scese un po’ con le ginocchia e si sdraiò sulla roccia.

“Solo cielo!” – esclamò

“Ti piace, vero?”

“Sì” – lei sorrideva.

Lui salì accanto a lei.

“Questi sono quei momenti in cui il resto non ha più importanza…quei momenti in cui…” – lasciò la frase in sospeso.

“Quei momenti in cui?” – lo incalzò lei, guardandolo.

“Quei momenti in cui mi importa solo di te.”

“Come fai a dirlo?”

“Come faccio a dire cosa?”

“Che ti importa solo di me. Come fai a dire che sei innamorato di me? Hai una vaga idea di chi sono io?”

Lui rise.

“E tu ce l’hai una vaga idea di chi sei?”

“Io so chi sono e cosa voglio per essere felice” – disse lei annuendo. Ancora non staccava lo sguardo da lui.

“Io so chi amo, e per questo posso dire di essere innamorato.”

“Che sciocchezza!”

“Bisogna pur cogliere l’attimo, fallo!”

“Cosa dovrei fare?” – lei si era tirata su con i gomiti.

“Vivi…” – le disse lui.

Il sole era alto, a mezzogiorno.

non c’è montagna più alta di quella che non scalerò
non c’è scommessa più persa di quella che non giocherò – Jovanotti, Ora, 2011

Nessuna aspettativa (tutto questo per amore)

Noel tirò i dadi per l’ennesima volta.

“Sembra che tu sia destinato a perdere” – gli disse Candice, mentre si sistemava la ciocca dei capelli da una parte.

Noel sorrise. “Penso che la gente sopravvaluti la fortuna nella propria vita.”

Candice scosse la testa “Al contrario, la gente sottovaluta la fortuna e troppo spesso fa affidamento sulle proprie capacità, sul talento.”

“Tocca a te tirare.”

Candice afferrò i dadi e tirò. “Ho fatto dodici” – disse sorridendogli.

Noel si alzò dal tavolo. Nella stanza entrava una luce chiara, la luce del primo mattino.

“Sono stanco di questo gioco. Finisce sempre in un modo.”

“In quale modo?” – gli replicò lei aggrottando la fronte, mentre iniziava a smaltarsi le unghie.

“O vinco io e perdi tu, o perdo io e vinci tu. Non si può vincere entrambi.”

“Ma è il gioco, è così che vanno le cose.” – disse lei, mentre si specchiava.

“E chi l’ha detto? Le hai scritte tu le regole? Solo perché il gioco te l’hanno spiegato così, non significa che non ci sia un modo per poter vincere entrambi.”

“Avanti, dimmelo.”

“Ci si alza dal tavolo di gioco e si va via insieme.”

“Che significa?”

“Questo.” – Noel prese le sue cose e uscì dalla stanza.

Candice non lo seguì e Noel continuò per la sua strada, per un po’.

Poi si sentì chiamare.

“Ho vinto a tavolino, vero Noel? Hai abbandonato il gioco, quindi ho vinto io, giusto?”

“Se ti piace pensarla così, pensala così.” – le rispose Noel senza voltarsi, facendo spallucce.

Candice lo raggiunse.

Improvvisamente il paesaggio intorno a loro cominciò a cambiare, le case scomparvero, al loro posto una distesa di fiori multicolori. Candice si guardò intorno stupita.

“Cosa sta succedendo?”

“Hai deciso di infangere le regole…Non era poi così difficile!” – le disse Noel.

Si baciarono.

“Tutto questo tempo buttato via…Se l’avessimo deciso prima”

“Non è buttato via, ora siamo qui. Vedi…non ti ho incontrata per caso, né per fortuna. Ero in cerca di te.

Come se io dovessi mostrar di me quello che ancora non sono stato mai – Negramaro

Quel che finisce bene, non è sempre un bene

“Vivi ogni giorno come se fosse l’ultimo” – disse lui.

“Ma questa è la disperazione di un uomo pronto a tutto.”- gli rispose lei, posando il libro sull’asciugamano. Quel pezzo di spiaggia era sempre poco affollato. Un po’ di sabbia si sparpagliò nelle pagine che stava leggendo, “Il gabbiano Jonathan Livingston” di Bach.

“Ah sì, e tu come diresti?”

“Vivi ogni giorno come se fosse il primo!”

“Questa è l’infantile curiosità di un bimbo pronto solo a scoprire tutto!”

“E mi hai detto poco!”

“Ma i bimbi crescono, le cose cambiano, i giorni passano”- concluse lui distendosi.

Per un po’ ascoltarono le onde del mare sbattere sul bagnasciuga, o erano le onde che ascoltavano loro. Un venditore di cocco passò sbandierano a tutti una fresca verità, consumabile all’istante.

“Che cosa dovremmo fare adesso?” – disse lei.

“Dimmelo tu.” – rispose lui.

Un bambino prendeva a calci un pallone sulla riva. Il pallone tornava sempre indietro.

“Vedi quel ragazzino?” disse lui, ammiccando.

Lei alzò la mano destra a ripararsi gli occhi dal sole mentre guardava, e annuì.

“Quel ragazzino s’illude che il pallone torni da lui. Crede che ci sia quasi un legame tra lui e la palla.”

“E invece?” – lo articolò lei, perché la sua espressione e il tono lasciavano tutta l’aria di far presupporre un “invece”, quasi retorico, naturale.

“E invece il pallone torna indietro, per effetto della forza di gravità.”

“Quindi mi stai dicendo che non c’è nessun legame tra lui e il pallone. Che questi fa comunque quel che vuole.”

Lui riflettè un attimo.

“No – scosse la testa – No, è proprio questo il punto. Non solo non esiste un legame, ma il pallone agisce a causa di vettori fisici, non secondo la propria volontà. Anzi, è probabile che se agisse secondo la propria volontà un legame si potrebbe instaurare. C’è bisogno sempre di due volontà per iniziare un legame.”

“E come finisce?”

“Finisce che il bimbo continuerà a illudersi e il pallone continuerà a tornare.”

“Sembra che finisca bene, tutto sommato.”

“Quel che finisce bene, non è sempre un bene”

Poi sentirono una voce di donna che richiamava il ragazzino.

“Sunny, è ora di andare!”

“Sì, mamma!”

Il bimbo raccolse il pallone fra le braccia e corse verso l’ombrellone.

“E a quest’ultima scena che metafora associ, signor scrittore?” – disse lei, sorridendo.

“Che siamo disposti a prendere in braccio le nostre illusioni e a portarne il peso, pur di salvarle.”

“Ma perché?”

“Perché…- lui s’interruppe, rimase a pensare per un po’ – Perché è giusto così.”

Se tu non mi ami, io ti amo abbastanza per tutti e due – E. Hemingway, Per chi suona la campana

Risveglio

Si era appena svegliato, solo. Il rumore dell’oceano si infrangeva da secoli sul confine della terra. Uscì sulla veranda: quel giorno ancora non c’era nessuno in spiaggia, ma non c’era da stupirsene. Non era ancora l’inizio della bella stagione e i visitatori, grazie a dio – pensò , anche se non credeva molto in dio – tardavano ad arrivare.

Scansò gli occhiali da sole, appoggiati sul tavolino, da qualche giorno. Non ne aveva gran bisogno, sia perché il sole giocava a nascondino con le nuvole capricciose, sia perché aveva deciso in quel momento che non c’era nessun pubblico con il quale illudersi di apparire carismatico. A dire il vero, pensò, non c’era un gran bisogno di apparire carismatici, non perché lo fosse già, ma, al contrario, ne avvertiva ormai, tutta l’inutilità.

Il rischio era quello di svegliarsi constatando la propria, infinita, inutilità di essere al mondo. Fintantoché il mondo era quello lì fuori: le pareti di casa, i metri di spiaggia, la superstrada che violentava la linea costiera, il frangiflutti marino. Si era potuto permettere quell’ampia casa lavorando per il mondo del cinema. Come scrittore, aveva già capito a vent’anni di non valere granché, ma come sceneggiatore, bè aveva avuto dei bei colpi di fortuna. Perché in fondo, sosteneva, la vita non era questione di talento, ma di fortuna.

Era la maledetta fortuna – e “maledetta fortuna” era anche il titolo che aveva dato a un suo film – che aveva condizionato e continuava a condizionare la storia dell’umanità e anche la sua storia dall’alba dei tempi. La sua vita gli pareva una linea casuale di unione di puntini che producevano alla fine un determinato risultato. Lui era il risultato delle proprie scelte, schiavo di un libero arbitrio, sosteneva sempre, che pur sembrando ragionato e logico, era in verità il verbo dell’Irrazionalità.

Cosa lo aveva spinto a dormire su un lato del letto piuttosto che sull’altro? Una ragione logica? No, si rispondeva, il caos! Una pura scelta casuale, innocente, banale, nascosta, poteva condizionare un’intera esistenza costellata di apparenti opzioni ragionate.

Guardò l’origine del caos: la foto di una donna, circondata da una cornice di legno, appoggiata sul comodino della credenza. Rita lo aveva lasciato senza nessuna valida ragione. Nessuna giustificazione poteva essere passata al vaglio della logica, d’altronde non c’era niente di logico nei sentimenti, lo sapeva bene.

Si ama senza un perché e senza un perché si può smettere di amare. Sospirò. Doveva tornare al lavoro. Il baluginio del monitor lo fissava. Non aveva molta fantasia. Doveva stendere gli ultimi capitoli della storia alla quale stava lavorando e consegnarli entro due settimane a Willie, il produttore. Ogni volta era una scommessa. Non era ancora uno sceneggiatore affermato al punto tale da poter incassare l’assegno totale in anticipo sulla prima battuta della pagina. Dubitò che sarebbe riuscito a diventarlo.

- C’è qualcuno?

Sussultò. Erano rari i visitatori in prossimità della veranda. Tornò ad affacciarsi. Una donna era ferma alla staccionata che limitava il cortile, indossava un vestito bianco ed era costretta con la mano destra a tener fermo il cappello di paglia per non lasciarlo volar via. Giudicò, a una prima occhiata, che dovesse avere un venticinque anni.

- Salve, disse, mi sono persa. Ho parcheggiato la macchina e mi chiedevo quale fosse la direzione per K. Devo riuscire a raggiungere il villaggio entro stasera. So già che non arriverò mai in tempo.

- Lei è del Kansas, vero? – l’apostrofò lui.

- Come fa a saperlo..? – disse lei.

- Mia nonna era del Kansas, vivevo con lei da piccolo, riconosco l’accento.

- Ho sempre cercato di coprirlo… – disse lei, abbassando un attimo gli occhi.

- Sai che ti dico…? Non si può sfuggire al passato. Siamo frutto del nostro passato. Tutto dipende da cosa abbiamo voluto, ma dipende anche da cosa vogliamo noi in futuro. – era passato spontaneamente a dare del tu, e la donna non ne sembrava dispiaciuta.

- Io veramente cercavo solo delle informazioni su come arrivare a K. – replicò lei, sorridendo.

- E invece hai trovato delle informazioni su come arrivare ovunque. La vita ci riserva sempre delle sorprese.

- Già. Sei di qui?

Lui si guardò intorno.

- Credo di sì. Resti per cena?

- Perché no?

Come si vive

- Com’eri? – gli chiese lei.

- Com’ero quando? – replicò lui guardando la collina che si stendeva sotto i loro piedi. Erano sul ciglio di un burrone, piedi scalzi e penzolanti nel vuoto.

- Ero uno che si credeva libero.

- Cioè?

- C’è una bella differenza sai cara, tra illudersi ed esserci davvero dentro. – lui annuiva mentre parlava e scrutava l’orizzonte, non una nuvola. Cielo terso, azzurro, cielo.

- Si, lo so. Ciascuno lo impara a suo modo.

- Non tutti. Sono sicuro che poche persone ci riescono davvero a…- fece una pausa – a capire.

- A capire questa differenza? – gli replicò mentre si toccava i capelli.

- Certe persone faticano a capire chi sta loro vicino.

- Tutti sbagliamo. Ma stai glissando l’argomento. Com’eri?

 - Ti ho risposto.

- Mi hai detto che ti credevi libero.

- Non ti è sufficiente?

- No, sono una donna.

- Già, curiosa per natura. – lui gli gettò uno sguardo di traverso e tornò a guardare l’orizzonte. Si accese una sigaretta, poi riprese a parlare:

- Pensi di poter avere il mondo in mano, ma in realtà del mondo non te ne frega molto. Se cade una bomba da qualche parte è una questione che non ti interessa. Se muore un tuo vecchio parente che non vedevi da tempo e passa qualche mese, dimentichi che quel parente è morto e distrattamente pensi che possa essere lui al telefono. Hai uno smagliante aspetto fisico, ma un capello è fuori posto, il resto è tutto artificio. È artificioso ogni tuo sorriso. Lo stomaco si chiude. Fai fatica a respirare. Per gli altri diventi addirittura un mito. Riesci persino a far felice qualcuno. Ma tutto quello che volevi e di cui ti eri dimenticato…era di far felice te stesso. Ecco, come si muore. Lentamente, credendo di vivere, e invece sopravvivi. Respiri a stento.

- Insomma eri innamorato. – gli disse lei.

- Cosa ti fa pensare che lo fossi?

- Lo stomaco. Non è una questione di testa, o di cuore. È una questione di stomaco. È lì che l’amore nidifica, prendendo il posto del bolo.

- Vedo l’esofago rosa volar – canticchiò lui.

- Dai, non farmi ridere, sto cercando di concentrarmi su quello che dici, sono seria.

- Non ero innamorato. Ero perduto. È diverso. Ero morto.

- Come ne sei uscito? Grazie a me?

- Mi piacerebbe dirtelo, ma mentirei. Probabilmente ne sono uscito per pura fortuna, o destino, o caso. Chiamalo come ti pare.

- O per istinto di sopravvivenza.

- L’istinto, in quei momenti, ti dice che puoi solo morire. La vita è una lotta contro l’istinto suicida.

Lei non parlò più. Anche lui. Per un pezzo si fece un gran silenzio. In lontananza potevano sentire l’eco dei clacson di qualche automobile. Più su alle loro spalle, il nitrito di un cavallo nel bosco.

- E ora?

- Ora?

- Ora come stai?

- Ho imparato a vivere.

- Dimmi come ci sei riuscito. Dimmi come si fa a vivere.

- Puoi solo imparare, non c’è modo di insegnarlo.

Lei lo abbracciò.

- Avrei voglia di dirti un sacco di cose, sai. Avrei voglia di capire fino in fondo. Avrei voglia di esserci stata mentre tu stavi così. – gli disse in un orecchio.

Lui la baciò e poi le disse:

- Non dire niente, è tardi per parlare. Ora dovremmo solo aspettare che si faccia notte.

- Perché hai intenzione di passare la notte qui?

Lui sorrise:

- È la notte che ha intenzione di passare di qui, aspetteremo l’alba.

Venne la notte e venne l’alba. Attesero insieme.

La Promessa

Il sole lasciava cadere i raggi a picco sulle loro teste svuotate durante il viaggio dalla musica della radio o troppo impegnate a cavalcare altri sentieri dalla strada che stavano percorrendo. Lui aveva accostato la macchina.

“Facciamo una breve sosta.”

Si erano persi, e quel paesaggio non sembrava appartenere a nessuno dei loro ricordi. Quando ti perdi ogni cosa è nuova, troppo nuova per ispirare un’immediata fiducia.

Così lui si fermò nei pressi di uno stagno, vicino una radura di alberi. E lei gli si fece vicino.

“Sai dove siamo?”

“Non lo sapevo più da un pezzo, anche mentre guidavo.”

“Allora perché hai continuato a guidare?”

“Perché l’importante è andare, perché se ci fossimo fermati quante probabilità avremmo avuto di ritrovare la strada?”

“Non mi sembra che abbiamo ritrovato nessuna strada.” – disse lei imbronciata, sistemandosi con le mani la coda dei lunghi capelli rossicci.

“Lentiggine – l’apostrofò lui, la chiamava spesso in quel modo per via delle sue guancie puntinate di rosso – l’unico modo per ritrovare una strada è perdersi.”

“E se non la ritrovassimo? – disse lei – Se ci perdessimo per sempre?”

“Vuol dire che non arriveremo mai in tempo per prendere il tè con la regina di cuori.” – ed esplose in una sonora risata. “Alice nel paese delle meraviglie” era uno dei loro libri preferiti, tra quelli in comune. Lei era rimasta a guardarlo mentre rideva. Era sempre così bella e inattesa la sua risata. Tentò di resistere e di reprimere il sorriso, ma esplose anche lei in un buffo sogghigno.

“Dai, fai il serio. Come facciamo? Dove andremo adesso? Non c’è neanche un’anima alla quale chiedere indicazioni!”

Lui annuì. Effettivamente Lentiggine non aveva tutti i torti. Si guardò intorno. Oltre a quella surreale radura e a quello stagno, il resto era pura sabbia, dune e dune di sabbia tagliate in due dalla superstrada asfaltata, ed erano due ore che percorrevano quella strada e nessuna macchina dietro di loro li aveva superati, nessuna era venuta loro incontro nel verso opposto. Tutto gli parve irreale.

“Potremmo fermarci qui a vivere per sempre.”

“Certo, come Adamo ed Eva!” – rispose lei.

“Guarda il lato positivo: se ti stanchi puoi sempre mordere una mela. Per questo il paradiso è perfetto.”

“Smettila! Hai un po’ d’acqua? Ho sete!”

Lui sbuffò. “Vuoi che vada a prenderti l’acqua?”

“Fallo per me. E non tonare senza.”

“Ok, Lentiggine.” Lui uscì dalla radura d’alberi e si avviò in direzione della macchina. Lei lo attese a lungo, molto più a lungo di quanto avesse pensato di attenderlo. Lei anche uscì dalla radura e vide che non c’era nessuna macchina. Quel gran figlio di buona donna mi ha lasciata qui, come un cane – pensò. Era venuto il tramonto e si stava facendo notte. “Quel bastardo.”

Ma lui tornò, lei riconobbe il rumore della sua automobile.

“Dove sei stato eh?”

“A cercarti dell’acqua.” – disse lui, chiudendosi lo sportello alle spalle.

“Ma quella che avevamo portato con noi?”

“Era finita. Quindi sono tornato indietro fino a trovare un bar, ed ecco. Una promessa è una promessa.”

Lei bevve. Poi disse:

“Avrei potuto bere dallo stagno.”

“Sapevo che non l’avresti fatto.

“Avrei potuto pensare che mi avessi lasciata qui per sempre.”

“Ma non l’ho fatto.”

“Avrei potuto morire.”

“Caspita, questo non te l’avrei permesso.”

Si abbracciarono.

“Ho trovato una cartina. Ho capito dove siamo e ho capito dove dobbiamo andare.” – disse lui sventolando un foglio colorato davanti ai suoi occhi.

“Quindi si riparte?”

“Sì.”

Presero la macchina e si avviarono lungo la strada. Lei rimase a guardare a lungo il boschetto dello stagno allontanarsi nello specchietto laterale, finché non divenne un puntino invisibile, un ricordo.

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