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C di #comestai

Fammi una domanda facile. Una ovvia, tipo come stai.

In realtà no, non è così ovvia perché ‘come stare’ indica diversificare la posizione; ora sono per esempio seduto davanti al pc, ma poi potremo considerare come io sono rispetto al mondo, e lì si aprirebbe una nuova domanda : metafisico o reale? Probabilmente sono in un pezzo di universo e non mi rendo bene conto dove, e dunque potrei rispondere, non lo so, o forse poco più in là della via lattea e varie cose stellari che nn si sanno, quindi se invece consideriamo la parte metafisica, potrei dire che sono un cervello nella vasca, che dio non esiste o che ci sono dei che mi soffocano. Insomma, se poi prendi in considerazione ‘come’ nel senso di ‘quanto bene hai addosso’, allora dovremmo fare un gradiente di concentrazione del bene, ma partiremmo con un’analisi del concetto di bene e dovremmo vedere un bel po’ di filosofia, da Socrate fino a Briatore. Giusto per darti esampi sul fatto che non è così banale, ma le persone, per tagliar corto, non pensano a tutto ciò solo perché fa male alla mente e non staresti più bene per rispondere ‘bene’. Ma qualunque altra risposta porterebbe gravi conseguenze di umore. Non rispondere potrebbe essere la soluzione, ma dopo come la prenderebbe la persona? In questo senso, potrei risponderti che sono seduto davanti al pc e contemplo notizie, provo una buona sensazione, sento i Simpson nell’altra stanza e piatti che si toccano. E non penso al futuro, se non solo domani inizierò a farlo.

(Ovviamente tutto ciò che ho detto nasce dal confondere essere e stare, ma poco importa. Sul confine ci giochiamo i significati: il bene e il male non si capiscono con le invasioni di campo. Consiglierei al prossimo scrittorediturno di fare un bel libro sul ‘comestai’, magari riesce a far uscire le sue sottodoti di aneddotista.

Walking DeadBook: 10 anni con Mark

Oggi “accendo” facebook.

E questa è la prima illusione, perché “Facebook” non si accende. Facebook è lì, già acceso, anche se tu non lo vuoi, con la capacità di sopravviverti post mortem.

Sono abbastanza sicuro che le agenzie funebri del futuro offriranno anche lapidi elettroniche con slides, video e foto del defunto.

Una società che teme la morte e resta troppo vincolata alla memoria dei “sè” individuali è una società di incesti storici, che non vuol morire, ma non può nemmeno vivere. Perché è anche con l’oblio che si torna a ricordare davvero, a rigenerare.

Okay, sono partito con il pippone filosofico. Lo so. Non è il momento, non è mai il momento, per molti di voi.

Bè, ve la faccio breve. Accedo sul noto social network e lo trovo pieno di questi filmati che festeggiano i 10 anni dalla sua nascita. In più ti propone un video che si genera in automatico in base al tuo profilo e ti riassume in pochi secondi i momenti salienti della tua vita.

Ed è in quel momento, in quel video brevissimo che capisci: non conta chi sei o chi sei stato, ma il numero di “mi piace” ricevuti.

A rimetterci saranno i fiorai fuori dai cimiteri, spogli di fiori e pieni di “mi piace”.

Macabri, spiacevoli, disdicevoli “mi piace”…che sei schiattato!

Vacanze Low Fly

Dove vai?

Su Twitter!

Mandami una cartolina!

Sarà fatto!

Twittvolution

 

Queste vacanze vola basso: twitta!

Questo è quello che i francesi chiamano “la démocratie”!

Holla-la-land!

Agendarmi

Inizia l’anno, come ogni anno e l’agendina verrà a cercarti. Anzi, ti verrà spesso regalata. Chi non ne ha mai ricevuta dal proprio macellaio di fiducia o dal proprio barbiere? Oppure, quando vai da Mario, dopo l’ennesimo caffè, e ti dice con cuore generoso “ho qualcosa per te” e tu pensi già ad una storia da gangster con una porta a scomparsa e lui che ti introduce dentro, tra whisky, donne, sigari e poker infiniti. No. Era lui che ti toglieva la polvere da un’agendina che ti annuncia con solennità essere “nuova nuova” con addirittura un pennino. Che puntualmente non scrive. E tu che te ne ritorni, pensando ai caffè spesi.

Ma allora ti consoli del macellaio, in cui l’agendina ha un bel maialino rosa rosa che neanche tuo figlio o figlia avrebbe il coraggio di far vedere ai suoi amici. E il porco ti dice “grazie e buon anno”. Certo, ti ringrazia perché sei vegetariano. Decidi che quell’agendina la regalerai a tua volta a qualcuno a caso.

Meno male che c’è il parrucchiere. Agendina pulita, precisa, che non t’è venuta a cercare. In realtà te l’ha data tua moglie o il tuo ragazzo o il tuo amante o chi ti pare (PS diffiderei da amanti che danno tal agendina). In ogni modo, ormai ci sei dentro. Devi accettare un’agendina. Ti senti come Harry Potter quando desidera di essere Grifondoro, ma tu vuoi solo avere un’agendina che, comunque, non vuoi comprare.

Comprare un’agendina sarebbe la Sconfitta, l’Irrimediabile Condanna, l’Annuncio del Male. Il tuo cartolibraio di fiducia è un tirchio. Le cose non cambiano mai; solo gli anni lo fanno.

Decidi allora che farai la raccolta punti. Magari per fine anno un’agendina ce l’avrai. Meglio non appuntarsele le cose, ma viverle.

Un giorno, un anno

Questo testo è stato costruito attingendo a titoli di canzoni più o meno famose, più o meno note, una per ogni nome di un mese.

Chi le riconosce?

Svegliami a settembre, dolcezza, e so già che sarai troppo forte per permettermi di lasciarmi andare quando sarà ottobre, così aspetteremo insieme la pioggia di novembre che cadrà sui sentieri come la neve che ci riporterà indietro a dicembre per fare, stavolta sul serio, le cose che andrebbero fatte, come non lasciar morire le rose e capire che non si è liberi da soli. Così gennaio ci proteggerà con la sua nebbia sul Tyne, mentre leggeremo una copia del Time ancora da stampare per capire se ci sarà un futuro per i nostri figli, che arrivino almeno a un febbraio di stelle appese a fiutare la notte che incombe sui giardini di marzo, per un’ultima volta prima che il sole più crudele venga con te, Aprile. Maggio è già un record se siamo arrivati fin qui insieme, giugno durerà soltanto sette giorni, perché ci servirà luglio per seccare le lacrime, quelle gelate e quelle ancora da scendere quando una domenica d’agosto ti dirò che è già passato un anno, e siamo ancora qui.

Buon Anno Vecchio

adesso cosa ho guadagnato?
adesso voglio esser pagato!

…Stipendiato!!!

Komandante Vasco Rossi

E buon anno, sì.

Buon anno. Ma non “buon anno nuovo”, no. Sarebbe troppo facile scommettere sul futuro, che poi è come scommettere sul niente. Buon anno vecchio! Ecco, io voglio davvero augurarvi che ciò che vi lasciate alle spalle sia di buona qualità. Buon anno vecchio allora! Con tutte le cose che non sono da buttare via, che alla fine scopri che non c’è mai niente da buttare via. Buon anno vecchio, con i vecchi amici di sempre, i soliti nemici e gli antichi demoni che ti fanno compagnia da quando sei nato. Con i vecchi baci, che hanno il sapore della saliva che non è di nessuno, ma è un po’ di tutte quelle labbra alle quali l’hai rubata. I vecchi libri, quelli letti, quelli lasciati a prendere polvere, quelli che non leggerai mai come tutti quegli occhi incontrati per strada e lasciati andar via a inseguire qualche chimera più vecchia ancora. Le vecchie illusioni messe da parte in qualche scatolone come giocattoli che ci hanno insegnato la guerra. E tutto quel fiume di parole, quelle urlate, quelle strascicate, quelle venute su per la gola sempre troppo tardi. I vecchi sogni perduti come i coiti interrotti in stanze d’albergo ad ore. I “ti amo”, che non invecchiano mai, certe rughe lunghe come autostrade che portano ai caselli di una vita in libera uscita sulla Salerno-Reggio Calabria, millenaria come i cantieri pieni di speranze precarie per un passato che avrebbero voluto migliore. E le vecchie carte, quelle unte di kebab consumati ai confini dell’Europa e quelle annerite dall’inchiostro di tutti i poeti che hanno tentato di cantarti. Vecchia umanità che cambiando qualcosa s’illude di cambiare tutto, ma ancora si perde dietro un mito antico: la felicità. Vecchio come Dio che a furia di essere Dio, sembra perfetto, ma tiene nel taschino un po’ di tabacco, un’armonica e un carillon da far girare a suo piacimento. Vecchia questa luna, questi versi che fuggono via da me e da te, questa pioggia che diventa una pozzanghera ai nostri piedi che hanno camminato sulle acque, sui mari e sui cieli.

Buon anno vecchio, così solito e così nuovo, così sfuggente e così eterno.

#iostoconlaragione

Il vostro Claudio è fuggito, Messalina trema… Era obbligato il popolo a saper la storia romana per conoscere la sua felicità?

Allora, voglio fare anch’io la mia riflessione. So che non si inizia con allora, ma lo dico per tirare le fila di cosa sta accadendo nella nostra Italietta in una discussion infinita tra “metodo stamina” e la discussione sulla sperimentazione animale e i limiti etici. Credo che, ancora una volta, sia l’ignoranza che vinca: non piuttosto una verità condivisa da una maggioranza, ma si tratta di minoranze organizzate e agguerrite che polarizzano il resto. Per cui la verità di tante storie, di tanti aspetti si perdono inevitabilmente nella grande marea umana.

Non sto dicendo chiaramente di fidarsi delle case farmaceutiche, né tantomeno lasciarsi trasportare dall’onda forconista.

È diventata, ancora una volta, una battaglia tra tifosi, tra volontà di potenza, in un viralismo emozionale passato attraverso reti orizzontali.  I messaggi di #iostoconcaterina ne sono un’evidenza. Si perde la causa e si pensa al feticcio. Come una volta, quando il popolo passava parola, tra un quartiere e l’altro e la rivolta si alimentava, grande. Senza comprendere il perché, senza comprendere le ragioni: come anche questa volta non si tratta dunque di animali, ma di idolatria, di sentimenti irrazionali arrivati fino al disprezzo degli umani nei confronti degli animali.

Ecco, per un attimo vedo gli X-men, in un momento di enorme decadenza e vuoto culturale. La fiducia incondizionata verso Vannoni, per esempio, è il nuovo sostituto della religione: è il sentimento anti. Anti-casta, anti-sistema, anti-establishment, anti-cultura. È il forcone che grida la ricerca della speranza. Vannoni sarebbe il guru, quello fuori dal sistema, vittima, simbolo degli oppressi. E, nello stesso tempo, l’adorazione quasi sacrale degli animali va ad occupare un vuoto, quello ideologico, che grida al sabotaggio, che si erge contro la distruzione prodotta dall’Occidente.

Ma in questo amalgama di forze, sentimenti, rabbia, non si tratta di discernere chi abbia o no ragione. Non siamo qui per questo. Il diritto all’autodeterminazione delle idee che entrambe le parti invocano rimane nel dubbio, in un paese come l’Italia in cui le rivolte esistite sono state semplici fiammate, soprattutto per la presenza di indici di scolarizzazione avanzata estremamente bassi. Ciò che mi viene in mente è dubitare quanta capacità democratica abbia la nostra comunità.

Non sto dicendo che sono a favore dello status quo, ma da persona di sinistra mi trovo perso, per un attimo, nel non poter dar fiducia alle masse. Sono combattuto nel credere alle istanze di giustizia sociale e, nello stesso tempo, tradito dalla massa stessa (vedi esempi come le dittature coscientemente appoggiate dalle masse o il fenomeno del berlusconismo).

Una sorta di giacobinismo della rete sociale online, per giocare, dalla casella iniziale, con il monopoli della storia.

L’aspettativa di vita

Un uomo dovrebbe avere una sola aspettativa dalla vita: la vita stessa.

Può essere banale, ma questa cosa me l’ha detta un orango con un casco di banane sotto il braccio, fuori da un negozio di liquori.

Ora sembra tutto meno banale e più banane.

Il trono di banane

Smog Club

Prima regola dello  Smog Club:

INQUINA COME SE NON CI FOSSE UN DOMANI

C’era un odore denso di disinfettante che permeava dalle pareti del sottopassaggio. Cristo, gli Ambient erano arrivati anche lì, con quella loro smania di tenere un mondo pulito e lontano dai batteri. Ma Alex c’era abituato. Persino lui si teneva pulito come il Sistema richiedeva. Si lavava tre volte al giorno, aveva vinto diversi premi come “cittadino di Salinsbury più igienico” per anni consecutivi, il 2056, il 2057 e il 2058. Ogni giorno eseguiva la raccolta differenziata, se e quando vi fossero prodotti da differenziare. Per il resto andava spesso in bicicletta, indossava vestiti ottenuti soltanto con fibre vegetali e abitava in una di quelle case conformi alla natura, termovalorizzate, a zero impatto ambientale e a bassa tecnologia. Alex Fen era un cittadino al di sopra di ogni sospetto: la sua fedina penale era più pulita delle aiuole del Comune.

Eppure…

Alex Fen era uno Smogger. Uno di quelli che aveva capito che se vuoi fregarli, allora devi apparire come loro. Già:loro. In fondo non era così difficile: questa storia dell’ambiente era solo una questione di apparenze, e dietro le apparenze, ormai era chiaro, c’erano loro. I poteri forti, gli interessi, le multinazionali. Avevano solo cambiato vestito, in qualche caso avevano cambiato volto, ma il meccanismo era lo stesso. Non importa se li comandi con il petrolio o con le pale eoliche, se con le pellicce di leopardo o le fibre di canapa: ciò che importa è comandarli, avere il coltello sempre dalla parte del manico.

Alex Fen ricordava i racconti di suo nonno Alan: “Ai miei tempi potevi stirare una Ferrari e respirare smog e piombo veri. La benzina, figliuolo, quell’odore ti manda in bestia. Non questo idrogeno del cazzo. Non c’è niente che bruci come la benzina.”

“Ma nonno, qui c’è scritto che le risorse energetiche del pianeta terra sono finite e quindi…” Allora suo nonno Alan, un energumeno di ottant’anni, ottanta chili e un metro e ottanta di altezza, si sollevò dalla sedia a dondolo, afferrò il libro del nipote “Terra Vergine” e lo scaraventò nel fuoco del camino, urlando:

“Boiate. Tutte stronzate. Di petrolio ce n’è ancora per generazioni. – poi fece per calmarsi, si risedette e avvicinò il nipote toccandogli una spalla con la sua grossa mano – Vedi Alex, tutto è destinato alla decadenza, alla morte, al deterioramento, ma anche all’evoluzione. L’uomo del domani respirerà smog, il nostro dna si modificherà in base alle modifiche che noi abbiamo apportato al mondo…ci sono già uomini e donne in giro i cui polmoni sono in grado di respirare in tal modo, e anche parte della natura si è adattata. L’estinzione fa parte dell’evoluzione, figlio mio.”

“I grigi esistono dunque?”

“Sì, esistono. E c’è un mondo grigio lì fuori, lontano da questi falsi colori che ci impongono gli ambientalisti con il loro fanatismo. Forse non è colorato come il loro, ma è vero.”

Cartolina dal 2013

Quel pomeriggio e i successivi, Alex Fen aveva capito.

I ricchi vivevano in case a zero impatto ambientale e i poveri, sempre più poveri, erano costretti a rispettare l’ambiente vivendo come primitivi nelle giungle, costantemente controllati dagli Ambient, che avevano imposto il Regime “Natura Sicura” a tutte le nazioni del mondo.

Alex Fen respirò ancora quel disinfettante del sottopassaggio, si portò una mano dentro la giacca e ne tirò fuori una bomboletta spray.

Lesse:

“NOCIVA O BENIGNA DIPENDE DA COME LA PENSIATE: CONTIENE CFC. USATELA PER LIBERARE IL MONDO DALLA PESTE DEGLI AMBIENT”

Alex sorrise pensando all’ironia del tipo che aveva fatto stampare quell’avvertimento sulla bomboletta comunque proibita. Poi lo fece. Sollevò la mano destra e iniziò a spruzzare vernice sul muro, muovendosi lateralmente alla parete.

Scrisse: “Smog Vivo, Natura Morta.”

E poi si firmò “Caravaggio”. Si voltò, guardò la telecamera, sorrise e poi spruzzò sulla lente la vernice. E attese.

Un minuto. Due minuti. Tre minuti. Sentì dei passi. Stavano arrivando. Loro: gli Ambient.

Sentì salire l’adrenalina. Poi li vide. Per qualche attimo. Tre Ambient Poliziotti che correvano nella sua direzione al grido di “Ti uccideremo, piccolo bastardo.” Alex voltò loro le spalle e scappò.

Imboccò le scale.

“Scappa, bastardo smogger. Tanto ti prendiamo.”

Uscì fuori e prese la direzione opposta alla strada deserta, inoltrandosi nel bosco. Quelli tenevano il suo passo e gli stavano alle calcagna.

Ma Alex conosceva il sentiero più di un Ambient. A tratti rallentava e si voltava per assicurarsi che tenessero il passo. Poi riprendeva, scattante come una Porsche del 2013. Infine arrivò al punto concordato. Si appoggiò a un albero, ansimante. Quelli erano sempre più vicino e poteva leggere nei loro volti il sorriso beffardo di chi stava per farcela. Lo avrebbero preso e giustiziato all’istante. Così si faceva con gli Smogger. Morte per chi non rispettava le regole ambientali.

Niente processi, nessuna attenuante, nessuna valutazione della pena e del crimine. Un crimine qualsiasi contro l’ambiente era punito con la morte.

Ma quel giorno Alex Fen non incontrò la morte. Non appena i tre Ambient con le loro tute verdi e blu furono ad un passo da lui, la trappola scattò. I proiettili li avevano centrati tutti e tre in pieno.

I cadaveri dei tre Ambient giacevano ai piedi dello Smogger Alex Fen. Altri uscirono allo scoperto, imbracciando fucili e mitraglie. Mentre uno si assicurava che fossero morti, un altro che doveva essere il capo si sincerava che Alex stesse bene. Gli fece cenno di sì, poi aggiunse:

“è stato un gioco da ragazzi.”

“Un gioco da Smogger, vorrai dire.”

“Sì, Jhon. – si corresse Alex ridendo – Ora che ne facciamo?”

“Tagliamo loro la testa e le mandiamo alla piazza pubblica, una in ogni aiuola del Comune.”

Alex sorrise. “Lunga vita a GreyWar”

“Lunga vita a GreyWar” – risposero tutti in coro. La luna splendeva alta sui loro impavidi volti.

Forchette o Forconi?

E fu nella notte della lunga stella con la coda che trovammo mio nonno crocifisso sulla chiesa crocifisso con forchette che si usano a cena

Coda di Lupo, De André

Ho sempre pensato che la Storia non fosse qualcosa di eclatante.

Sì ci sono degli episodi che ricordiamo tutti perfettamente o che assurgono a diventare simbolo di un qualcosa, quale che sia lo schiaffo di Anagni, l’Obbedisco garibaldino, il Rivoltoso Sconosciuto di Piazza Tienanmen a Pechino, l’assassinio dell’Arciduca Francesco Ferdinando d’Asburgo.

Eppure, agli occhi di uno storico, tutti questi episodi non sono altro che…scintille. Splendide, luminose, fulminanti scintille nel furore perpetuo della notte. Ma pur sempre attimi. E si sa: un attimo conta più nella vita di un uomo, che non nel grande ciclo storico, troppo distratto e chiassoso per aver tempo di compatire le nostre miserrime esistenze.

Così Polibio usava distinguere fra Aitia (la causa vera e remota di un avvenimento, dal greco αἴτιον) e Prophasis (il pretesto, la scintilla, l’episodio per l’appunto). Insomma dietro l’assassinio dell’Arciduca c’era un pentola a pressione sul punto di esplodere, e il suo esecutore è stato solo uno strumento nelle mani di una Storia sempre più grande degli uomini che s’illudono di governarla, in quel caso la Prima Guerra Mondiale.

Che poi è come dire che l’Aitia è la mia voglia di cappuccino e la prophasis è il bar sotto casa. O per i più romantici, l’Aitia è la voglia di innamorarsi, e la prophasis è la prima che incontrano per strada…A ripensarci non è così romantico…ma ci siamo capiti!

Le forchette ci parlano! [Forchette parlanti - Opera di Bruno Munari 1958]

Ecco, questa struggente premessa, che poi è il succo vero della storia, poiché è ciò che segue le premesse che è superfluo, era per dire che probabilmente la Storia la si decide a tavola con le forchette più che in piazza con i forconi. Mentre vostro zio è lì che vi chiede “Vuoi ancora della pastasciutta?” “Mi passi il sale?” o ancora “C’è una bistecca in più, chi la vuole?”, ecco lì si sta facendo la Storia. Mentre cospargete di sale la vostra insalata potrete ancora sentire l’eco delle ruote delle bighe e del passo di marcia dei soldati romani su Cartagine che spargevano il sale sulle rovine. E mentre addentate la bistecca, state strappando un trattato di pace a qualche potente della terra, o se state mangiando del sushi, con tutta probabilità state segnando il destino del Giappone. O dell’Italia, dipende dai punti di vista.

In fondo Cesare fu assassinato con posate da tavola, non con coltelloni da macellaio.

Insomma la Storia non la fa la piazza, ma la pancia.

Buon Appetito!

L’Italia che muore

L’Italia che muore è quella che salta la fila perché va di fretta, mentre va più lenta di tutti gli altri.

L’Italia che muore si stressa per arrivare in anticipo sul ritardo del treno.

L’Italia che muore è quella di chiedere scusa, Monsignore, ma sono ateo e non lo posso dire.

L’Italia che muore è l’Italia femminile singolare fatta di uomini che picchia le donne. E le violenta.

L’Italia che muore è quella che io non sono razzista, ma seguo sempre Balotelli.

L’Italia che muore è lo stereotipo di se stessa.

L’Italia che muore è dove l’aborto si fa solo in privato perché l’obiezione di coscienza aiuta. La carriera.

L’Italia che muore è quella che si stava meglio quando si stava peggio, perché al peggio siamo sempre stati abituati.

L’Italia che muore è quando senti dire che Napoli è ancora sotto i rifiuti.

L’Italia che muore è quando ti chiedono come sia possibile che Berlusconi sia ancora lì, sul suo trono. E non hai veramente risposte razionali da dare.

L’Italia che muore è quella che ti prostituisce per un dottorato che nessuno ti riconoscerà perché hai studiato troppo.

L’Italia che muore è quella del troppo poco o del troppo bene che nessuno mai conoscerà.

L’Italia che muore è quella che all’estero nessuno conosce e che è la vera Italia fatta di sogni, convivenza, giustizia, fratellanza, rispetto, legalità. Ma muore.

L’Italia che muore sono i broccoli coltivati sull’immondizia.

L’Italia che muore è quella dei compromessi.

L’Italia che muore è quella storicamente revisionata.

L’Italia che muore è quella che ancora sogna di un nuovo Leonardo, di un Cesare, di un Fermi, di una Montessori, di una Montalcini.

L’Italia che muore è quella che è muta, perché non parla le lingue.

L’Italia che muore è quella provinciale.

L’Italia che muore si muove su gomma.

L’Italia che muore, muore ogni estate al suono di Delenda Carthago.

L’Italia che muore è quella che vuole far mangiare le banane ai ministri.

L’Italia che muore è quella ferma, che ha paura, che non spera, che pensa al giorno stesso perché non sa se arriva.

L’Italia che muore è l’Italia di Pasolini senza futuro.

L’Italia che muore è quella senza wifi negli hotel.

L’Italia che muore è quella che ha una dieta troppo ricca di calcio.

L’Italia che muore è quella che con la cultura non si mangia.

L’Italia che muore è quella che prima o poi morirà, se non diventa medico di se stessa.

Buon Ferragosto…

Buon Ferragosto a tutti i Cristiani.

Buon Ferragosto a chi va in ferie, malgrado il contratto a termine, malgrado il contratto a prova, malgrado si esibisca in un circo come precario su un filo, senza rete e senza assicurazione sulla vita. 

Che poi uno dovrebbe riuscire a farsi prima una vita, e poi un’assicurazione sulla vita.

Buon Ferragosto a certi squali che navigano in acque sempre più sicure, intorno all’unica specie in via d’estinzione: la persona.

Buon Ferragosto ai subacquei che hanno deciso di andare a fondo nelle cose e troppo spesso si dimenticano che la leggerezza del vivere ama la superficie. 

Buon Ferragosto a chi lavora tutto l’anno, a quei pochi fortunati che godono del posto fisso per quattro stagioni su quattro, prima dietro una scrivania o un tornio, e poi sotto l’ombrellone.

Buon Ferragosto a chi è abituato, alienato, appostato per sempre con le sue certezze, a chi tenta di non guardare al sismografo della vita. Non sarà la povertà di denaro a fare lo sgambetto, ma la scarsità di nuove idee e prospettive. La povertà di entusiasmo è il sintomo di una crisi e non sta scritta sul cartellino del prezzo.

Buon Ferragosto a chi dà un prezzo a tutto e un valore a niente come diceva qualcuno, buon ferragosto ai vacanzieri last-minute, a chi cerca un affare per procurarsi un pacchetto serenità. A chi è felice e rilassato in un tempo determinato, a chi si lascia vivere, a chi non prende in mano il timone della propria vita.

Buon Ferragosto a me, che poi sono esattamente come tutti gli altri.

O forse no.

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Et cetera

Alle volte c’è sempre troppo da fare per poter spiegare.

Spiegare al proprio capo le motivazioni valide in base alle quali rivendicate un aumento di stipendio, o spiegare le fondamenta filosofiche in base alle quali le tesi kantiane sulla ragion pura sono assolutamente errate, o spiegare qual è il senso della vita, la risposta a tutto, dai piatti che sgocciolano nel lavandino e attendono di essere asciugati al “perché siamo qui, dove andiamo” etc etc.

Sì, avete letto bene: etc etc, che significa “et cetera” o dal greco “καὶ τὰ ἕτερα” (kai ta hetera, “e le altre cose”). C’è sempre un mucchio di altre cose, un infinito universo dentro un altro universo. Astolfo, quando arrivò sulla luna per ritrovare il senno di Orlando, si trovò di fronte a una montagna di eccetera.

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La prima volta che ho guardato lei negli occhi i dettagli erano così tanti, così…innumerevoli, che soltanto un’espressione così simile all’idea di eternità poteva riassumere quel momento: et cetera.

Perché alle volte non basterebbe una vita per poter elencare tutte le buone ragioni e la bellezza che vediamo in una persona.

A differenza della guerra e della morte e delle cose cattive: un genocidio non può essere riassunto in un “etc”: vanno ricordati tutti, nome e cognome, volto, mani, unghie, vizi, abitudini. La memoria storica non è cumulabile all’infinito: è racchiusa in un tempo definito.

Invece per la bellezza, non è la fretta, ma è il tempo che scorre, che inesorabilmente avanza, ruga dopo ruga, scava trincee dentro e fuori, che ci consente di ricorrere a un etc e allora non possiamo permetterci di perderci nelle miniature del tutto. Talvolta tutta questa bellezza deve essere riassunta, osservata da lontano, per quanto possibile: un immenso et cetera.

Finché non vedremo Dio: il primo e ultimo “et cetera” della storia, per scoprirlo dentro di noi.

E poi…e poi…ci sarebbe molto da aggiungere, etc etc

Quali sono “le altre cose”? Ecco, siate curiosi, avvicinatevi, sempre di più, sempre di più…

Il bisogno di avere schermi elettronici per difendere varie menate.

Dunque, è estate e fa caldo. Le forze personali sono al minimo, eccetto per controllare da uno schermo elettronico il destino del mondo. Avete presente quegli schermetti elettronici che sono presenti in tutti i film abbastanza-tecnologizzati? Tipo, X-Men, i Fantastici 4, Iron Man oppure Justin Timberlake che fa Ayo Technology con tope e bei ragazzoni dotati che toccano schermetti elettronici mentre cantano.

Cioè il bello di toccare uno schermo elettronico è proprio avere l’impressione di stare a far qualcosa. Io ne avrei bisogno quando mi dicono: “Sei libero domani?”. Il mio unico impegno d’estate è mangiare il cocomero (o meglio detto anguria) senza a. Sporcarmi i pantaloni b. Senza iniziare una battaglia di “sputa-i-semini-addosso-a-chi-hai-vicino”.  Allora vorrei che lo schermetto elettronico con prototipi di bombe H o di camioncini della nettezza urbana lunari comparissero in modo da far vedere che anch’io faccio qualcosa per dire “L’unico tempo libero che ho avuto è quando l’ho liberato dal carcere di massima sicurezza a Guantanamo l’anno scorso”.

Il mio amico sgranerebbe gli occhi. Io sgranerei a mia volta un Tronky, facendo pubblicità occulta durante il film.

Insomma, ecco. Il prossimo regalo per il Natale 2013 (non si pensa a Natale già da quasi-ferragosto?) è uno schermetto elettronico impalpabile, con alta definizione e raggi in multi-color. Voglio poi un’immagine olografica 3-D del mio maggiordomo personale che mi dice: “E’ tempo di sputare i semini”. Cose così, ecco. Anche perché ritengo di avere i numeri di Justin Timberlake, ma non il numero. No, quello ancora no.

Poi, ammettiamolo. Guardare il nulla e fare il nulla è una delle cose più in mai sponsorizzate dalla nostra società. Poiché il nulla va di moda, anch’io voglio fare il nulla. Avere uno schermo elettronico tutto mio mi salverebbe da situazioni imbarazzanti. Avere poi all’orecchio un auricolare bluetooth (detto anche Dente-Blu) che fa la lucetta con l’intermittenza delle lucette di Natale sarebbe spassoso. (Caro Babbo Natale, te lo chiederò per il Natale 2014, almeno iniziano anche i nuovi programmi Europei, per cui potrò inserirlo nelle mie richieste di finanziamento).

Questa sicuramente sarebbe la mia faccia davanti al regalo.

Non sentire gente che ti urla nell’orecchio e dire con viso-giacca-cravatta: “Noi delle Stark Industries siamo cool, perché siamo freddi”. Insomma, ecco. Uscire da situazioni così. A meno che mi arrivi un semino addosso. Non importa che sia melone o anguria, ma mai perdere la calma. Con masticazione lenta, smitragliare l’avversario.

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