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Un po’ di guru

Ufficio di Collocamento Anime Perse

Oggi mi sono iscritto all’ufficio di collocamento.

Dieci minuti per sapere tutto quello che serve su di me, le mie qualifiche, la mia forza lavoro, le mie competenze, i miei voti, i risultati conseguiti.

L’impiegato pigiava stancamente sulla tastiera. Nell’ufficio c’era un’aria stantia. Sembrava quasi che ci fosse odore di etere, che da tutto traspirasse la lunga attesa del nulla, sembrava di essere dentro le pagine de Il potere e la gloria di Graham Greene: avevo l’inquietante sensazione che da un momento all’altro tutto sarebbe crollato, sotto i miei piedi, compreso il cielo.

Mi sarei risvegliato tra pezzi di cielo appuntiti. Nudo e sanguinante avrei camminato tra le macerie di una vita rivelatasi un’illusione, bestemmiando contro un dio silenzioso e impotente, chiedendogli a gran voce il prezzo da pagare, tutto e subito, anziché a rate.

Scendi giù e fammi vedere il tuo volto umano. No, nessun riflesso nel volto delle creature, io voglio te, per l’ennesima volta sul banco della Storia, ma stavolta è la mia Storia.

Sei te che mi hai messo in questi guai e ne risponderai.

Tutta la mia rabbia pura.

Dove collocherai la mia anima, dimmi, solerte impiegato?

Dove collocherai i miei sogni, ora che tutto ha smesso di avere un senso?

Sono qualificato per vivere, ma al momento, mi dicono, non c’è vita da vivere.

 

Colpevole

Ma che colpa abbiamo noi? – si chiedeva Carlo Verdone.

La verità, invece, è che è soltanto colpa nostra.

Assumersi la colpa, colpevolizzarsi, provare un senso di colpa, non nei confronti di qualcuno, ma nei confronti di noi stessi. Non un senso di vergogna, ma un senso di colpa. Di assunzione matura delle proprie responsabilità.

Ammettere di aver fallito, ammettere che ci eravamo confusi, che eravamo caduti, per colpa nostra.

Non è colpa di nessun altro all’infuori di me.

E so quanto possa essere bruciante la sconfitta, quanto possa essere profondamente deludente perdere tutto perché avevi scommesso tutto, e poi dovere anche ammettere l’errore.

Ma è necessario continuare a cercare un senso alla vita e non darla vinta a quella terribile percezione di sentirsi morti dentro.

Sì, lo ammetto, Vostro Onore, Signori della Corte, io sono colpevole.

Colpevole di aver vissuto, colpevole di essermi illuso contro ogni probabilità di vittoria, colpevole di essere ricascato per l’ennesima volta nel Sogno, colpevole per non essermi mai arreso.

Chiedo l’aggravante della recidiva, e, mi sia testimone l’universo, ho intenzione di continuare ad essere colpevole, fino all’ultimo istante di vita.

Cosa vuoi diventare?

A volte sono proprio stanco del mio mondo.

Di tutta questa letteratura, di tutte queste maledette parole che non servono a niente.

Di tutta questa cultura farlocca per radical chic incontentabili o troppo accontentati al punto che hanno rinunciato a trovarlo, un senso.

Ci vuole sempre del coraggio per trovare un senso, per cambiare davvero, per rivelare un’altra parte di noi.

Ecco domani voglio svegliarmi con altre abitudini, con dei tatuaggi, con qualche piercing, uguale a ieri e diverso da oggi.

Un’altra vita, e poi un’altra ancora, perché non mi basta una vita sola.

Occupy myself

mi sento occupato da forze nemiche

ti faccio un esempio:  loro Pechino io Tibet

 (J Ax, Aumentaci le dosi)

Ciò che finora non è andato in porto è stato occupare se stessi. Il problema di occupare se stessi non è capire cosa fare a Capodanno, Cenone, Natale, Pasqua, Compleanni, Corsi di Cucina o fitness-fatto-in-casa mentre si vedono classici della commedia americana. Non è nemmeno capire cosa fare con gli amici oppure come affrontare una delle serate più noiose a cui, prima o poi, vi troverete a farne parte, anche senza la vostra volontà. Non vi si chiederà nemmeno di comprare fantastiche video-enciclopedie per i tristi propositi del nuovo anno. Questo sicuramente vi farà prendere qualche chilo, ma potrete sempre comprare delle pillole per ammazzare tutti i grassi, uno a uno. Ma non occuperete nemmeno un grammo di voi stessi.

Potrete, sicuro, chiedere consiglio a Google. How to occupy myself. C’è di tutto. Ma non si parlerà mai di occupare se stessi dimenticando proprio di essere se stessi. La fregatura è tutta lì. Occupare se stessi non è una mera questione temporale. L’occupazione non si misura a colpi di lancette, che, tra l’altro, possono anche fermarsi e, anzi, continuare a girare nello stesso modo. Quella è un’occupazione piatta, magari importante, ma mancante: a metà.

Occupare se stessi vuol dire capire che si vuole da se stessi. Non tanto chi si è, perché nessuno vuole scomodare Socrate che nemmeno lui aveva capito chi fosse. Quando si parla di se stessi si mettono sempre le mani avanti. E noi lo facciamo volentieri. Per occupare finalmente se stessi nel senso di riconquistarsi in quanto se stessi.  Non è fare la dichiarazione dei redditi, ma fare la dichiarazione  ai redditi. Quando si parla di occupare se stessi non si fa in cifre. Occupare se stessi è un passo prima dell’egoismo. Non parliamo di occuparsi di se stessi, ma di occupare se stessi, di calpestare le proprie aiuole, contravvenire ai divieti che ci siamo imposti, tradire i buoni propositi, falsificare i bilanci del vecchio anno.

Quando sappiamo ciò che possiamo fare, sappiamo ciò che vogliamo fare. Ovviamente non è una panacea. Come prossimo proposito per l’anno nuovo datevi questo: avere almeno un’idea rivoluzionaria in mente. La mente farà il resto.

L’onda perfetta

 

Sii

come il surfer

che aspetta

l’onda perfetta

abbi fede

perché arriverà

e ti travolgerà.

Tu resta in mare

e sii pronto.

 

Ripensare la crisi

Piuttosto dovremmo vedere la crisi come un momento di apparizione della verità. (tengo a sottolineare che piuttosto presuppone un lungo discorso precedente abbastanza noioso che avrebbe dovuto controbattere questa semplice posizione, ma siccome va di moda il pensiero unico, lo adotto anch’io in questo articolo checché i nostri più fedeli collaboratori di ciurma siano appassionati di un corretto uso dell’italiano e facciano smorfie verso il ‘checché’. Dunque punto a capo)

La crisi dovrebbe essere, anzi, il momento di restituzione della stessa, il momento in cui tutto ciò che era stato occulto e faceva parte di quel generico bene che scorre ogni giorno e in cui presumiamo essere si svela come un’accozzaglia di tante realtà che, per caso, trovavano il proprio strutturarsi in bene. Ovvero, detto diversamente: la crisi scopre le carte.

La crisi deve appunto essere il momento in cui le realtà che avevano giocato pulito riemergano. Dicano: eccomi, sono pronto a vincere. Perciò è nella crisi che si misura il genio perché il genio presuppone una cesura, una rottura con la realtà borghese, ordinaria. La crisi richiede genialità che si ritrova proprio nella borghesia del pensiero. I rapporti , per un breve periodo vacillano, cercano nuovi equilibri. I nuovi equilibri superano il medioevo: i medioevi sono periodi non solo di passaggio, ma momenti di preparazione, di fermento, di brio occulto. Ecco che la crisi c’è: dà modo alle energie inespresse di essere rilasciate.

Certo: le crisi fanno male. Vallo a dire alla classe media greca e a quella italiana. Fanno male perché costringono il pensiero in una nuova direzione e lo costringono a pensare alla dimensione vecchia in modo diverso.

Il pensiero unico, oggettivizzante richiede un nuovo soggetto che lo pensi. E che lo pensi diversamente. Può occorrere molto tempo prima che il pensiero si superi di nuovo, anche perché deve fare in modo di mettere i piedi in un terreno paludoso. Non può continuare a puntellare qualcosa di vecchio.

La faccio troppo lunga? Forse. Di medioevi ne scorrono molti e, ripeto, dovrebbero essere visti positivamente, con il dolore della sopportazione e dell’inventiva.

Purché non si rinunci, purché non ci si concentri solo sui problemi, quanto sulle soluzioni.

Impegniamoci!

NB: questo è un attacco filosofico di fishcanfly. Leggere attentamente il foglietto illustrativo. Può avere effetti collaterali catastrofici.

La validità di certi temi quali Idea, Storia, Libertà, Giustizia, Uguaglianza trae veridicità da se stessa, cioè la propria giustificazione e il proprio sussistere in quanto chimere, appunto, dallo stesso schema di produzione che le ha determinate. Un sistema di produzione-repressione che mentre le nega le crea.

In altre parole, molto meno vecchie: esistono perché non esistono, vengono spesso evocate dalla gente perché nella realtà non esistono. (cit. traduttore istantaneo di fishcanfly)

Il grande abbaglio della società scientifico-tecnologica è stata quella di confondere l’ambito della norma con l’ambito dell’esistente. Cioè effettivamente la presenza di una norma coincide con ciò che esiste. La metafisica, perciò, è la ripercussione speculativa della schiavitù. Non si avrebbe bisogno di discutere di Libertà se effettivamente essa esistesse.  La metafisica serve a parlare dei rapporti di schiavitù esistenti. Lo so, sono brutale.

Anche i filosofi fanno sciopero

Così abbiamo bisogno di espertizzare ogni nostra conoscenza, di affidare non più l’azione al vero Esistente, ma di trasformare quello che doveva essere il riscatto dalla nostra schiavitù, cioè la manipolazione del Reale, quindi tecnologia, tecnica, ricerca, in una comunicazione dilagante , massificata, ineludibile. Un’amministrazione totale del pensiero che pretende di dare nuove direzioni mentre le annienta .

Quella che sostanzialmente afferma di dare libertà, ovvero un pacchetto razionalmente tollerabile all’interno di un sistema precostituito. Una libertà che si libera della critica, che usufruisce della cultura in maniera unidirezionale, scarna, superficiale, piuttosto che utilizzarla come mezzo della critica. Perciò critica della cultura della critica.

Il problema, forse troppo italiano, è quella dell’intellettualismo che, appena arriva ad un grande livello di astrazione e di forza intellettuale, si perde nella nebulosa dell’illogica, nel delirio dell’onnipotenza mediatica. Una medietà che è molto, come dire, al di là della sua neutralità informativa. La neutralità dei mezzi diventa neutralizzazione dei mezzi stessi, assoggettati al processo stesso di nullificazione. Così si parla, si razionalizza il Reale e ci si ferma. Patina del tutto.

Parola di zanzare

Si perde il treno della critica dell’esperienza, fermandosi al livello di quella che Marcuse definiva esperienza mutilata. Un’esperienza che si compie a pacchetti, perché no?, app del nostro ultimo Iphone 4, senza risvolti pratici. Ci piace parlare, ecco.

Proprio questa speculazione che tento di fare con discorso erudito ed un blabla incredibile potete buttarla alla carta straccia, riciclarla e fare nuovi buoni fogli. Quello già sarebbe un passo avanti per smetterla. Preferisco fare qualcosa di reale, verosimile, tagliente con la mia ciurma. Preferisco che mi diate della vongola piuttosto che professare un falso merluzzismo.

Per questo vi dico, alla Stephan Hessel, impegnatevi! (io direi, dato che non ho 92 anni, impegniamoci!)

Un regalino da comprare in Italia che vi consiglio

Pensieri biodegradabili

 

Improvvisamente pensò che se non fosse esistita la differenza tra bagni dei maschi e bagni delle donne lui sicuramente avrebbe goduto di maggiore libertà. Ma il fatto non era precisamente collocato nel godimento in sé della libertà quanto piuttosto nelle nuove libertà di cui avrebbe goduto.

Innanzitutto finalmente , se fosse entrato nel bagno delle donne, che sarebbe stato a questo punto anche dei maschi, avrebbe sentito lo scorrere fatale e interno delle acque sacre. Avrebbe scoperto che anche le donne pisciano. Ma non era feticismo, era la conferma che dio aveva pensato contemporaneamente a due esseri con stessi dolori, piaceri, umori. Liquidi. Avrebbe sentito aprirsi il mare interno, quello invisibile, quello che si sente solo nei veri momenti di solitudine dell’uomo. E della donna.

Nel bagno. Il bagno , pensò, doveva essere chiamato luogo del bisogno. Un bisogno che oltre al corpo prendeva anche la mente. Il bagno è un pensatoio in cui i pensieri variano tra il giallo e il marrone. Come immagine non è il massimo, pensò, ma almeno non avrebbe lasciato tracce indelebili. Quello che voleva dire è che in fondo i pensieri sono biodegradabili , non vivono nell’iperuranio.

Arrivò qualcuno, al che si sentì un attimo preso in fallo. Per le leggi degli uomini lui era entrato in un bagno delle donne, uno di quelli raffinati, con mattonelle smaltate, bianche e rosa, con garofani disegnati, puliti e profumati, qualche capello per terra, paradisiaco per essere un locale generalmente affollato. Sentì che qualcunA era entratA. Si ritrovò chiuso in un angoletto, lui che lo aveva in mano e si sentiva solo e non poteva condividere quel momento femminile.

Si pensò sciocco, matto, deviato nei suoi pensieri. Perché andare in bagno gli stava dando queste noie sul genere umano? Forse non siamo mai stati davvero uguali, forse anche dio aveva  errato quando prese una costola. Una costola in meno vuol dire qualcosa in meno. O in più? Non si era mai capito.

Al che si ritrovò con la faccia di una donna stilizzata davanti la sua faccia. Non aveva mai vestito così né tantomeno aveva visto donne che vestissero così. Un suono. Una gonna tirata giù, inconfondibile, come quella che aveva tirato giù per la prima volta alla sua ragazza. Ora che ci pensava non aveva mai sentito la sua ragazza in un bagno pisciare. La gonna aveva dei toni grigi e delle righe, era molto sexy sulla sua ragazza, accennava perfettamente le sue natiche e tradiva tutti i pensieri degradabili. Sul serio sembrava che i pensieri fossero immateriali.

Chissà quella donna che tipo di gonna aveva, gli stava venendo la tentazione di spiare. Ma cosa fai? Sei in un bagno delle donne e poi sei uomo, sei un maniaco. Ma non c’è differenza tra uomo e donna, sono simboli biodegradabili.

Aveva appena tirato lo sciacquone, lei. Lui stava lì, sospeso, che non sentiva, né se stesso, né lei, più. Si sentì davvero solo, lui, lì davanti, niente sciacquone, senza più scopo nell’andare in bagno. Non ritrovò nessuna scusante, ora aveva premuto d’istinto lo sciacquone, i pensieri scivolarono via, biodegradabili,  lentamente, con giro antiorario.

Lei era andata, Lui non sarebbe più entrato lì.

Risveglio

Si era appena svegliato, solo. Il rumore dell’oceano si infrangeva da secoli sul confine della terra. Uscì sulla veranda: quel giorno ancora non c’era nessuno in spiaggia, ma non c’era da stupirsene. Non era ancora l’inizio della bella stagione e i visitatori, grazie a dio – pensò , anche se non credeva molto in dio – tardavano ad arrivare.

Scansò gli occhiali da sole, appoggiati sul tavolino, da qualche giorno. Non ne aveva gran bisogno, sia perché il sole giocava a nascondino con le nuvole capricciose, sia perché aveva deciso in quel momento che non c’era nessun pubblico con il quale illudersi di apparire carismatico. A dire il vero, pensò, non c’era un gran bisogno di apparire carismatici, non perché lo fosse già, ma, al contrario, ne avvertiva ormai, tutta l’inutilità.

Il rischio era quello di svegliarsi constatando la propria, infinita, inutilità di essere al mondo. Fintantoché il mondo era quello lì fuori: le pareti di casa, i metri di spiaggia, la superstrada che violentava la linea costiera, il frangiflutti marino. Si era potuto permettere quell’ampia casa lavorando per il mondo del cinema. Come scrittore, aveva già capito a vent’anni di non valere granché, ma come sceneggiatore, bè aveva avuto dei bei colpi di fortuna. Perché in fondo, sosteneva, la vita non era questione di talento, ma di fortuna.

Era la maledetta fortuna – e “maledetta fortuna” era anche il titolo che aveva dato a un suo film – che aveva condizionato e continuava a condizionare la storia dell’umanità e anche la sua storia dall’alba dei tempi. La sua vita gli pareva una linea casuale di unione di puntini che producevano alla fine un determinato risultato. Lui era il risultato delle proprie scelte, schiavo di un libero arbitrio, sosteneva sempre, che pur sembrando ragionato e logico, era in verità il verbo dell’Irrazionalità.

Cosa lo aveva spinto a dormire su un lato del letto piuttosto che sull’altro? Una ragione logica? No, si rispondeva, il caos! Una pura scelta casuale, innocente, banale, nascosta, poteva condizionare un’intera esistenza costellata di apparenti opzioni ragionate.

Guardò l’origine del caos: la foto di una donna, circondata da una cornice di legno, appoggiata sul comodino della credenza. Rita lo aveva lasciato senza nessuna valida ragione. Nessuna giustificazione poteva essere passata al vaglio della logica, d’altronde non c’era niente di logico nei sentimenti, lo sapeva bene.

Si ama senza un perché e senza un perché si può smettere di amare. Sospirò. Doveva tornare al lavoro. Il baluginio del monitor lo fissava. Non aveva molta fantasia. Doveva stendere gli ultimi capitoli della storia alla quale stava lavorando e consegnarli entro due settimane a Willie, il produttore. Ogni volta era una scommessa. Non era ancora uno sceneggiatore affermato al punto tale da poter incassare l’assegno totale in anticipo sulla prima battuta della pagina. Dubitò che sarebbe riuscito a diventarlo.

- C’è qualcuno?

Sussultò. Erano rari i visitatori in prossimità della veranda. Tornò ad affacciarsi. Una donna era ferma alla staccionata che limitava il cortile, indossava un vestito bianco ed era costretta con la mano destra a tener fermo il cappello di paglia per non lasciarlo volar via. Giudicò, a una prima occhiata, che dovesse avere un venticinque anni.

- Salve, disse, mi sono persa. Ho parcheggiato la macchina e mi chiedevo quale fosse la direzione per K. Devo riuscire a raggiungere il villaggio entro stasera. So già che non arriverò mai in tempo.

- Lei è del Kansas, vero? – l’apostrofò lui.

- Come fa a saperlo..? – disse lei.

- Mia nonna era del Kansas, vivevo con lei da piccolo, riconosco l’accento.

- Ho sempre cercato di coprirlo… – disse lei, abbassando un attimo gli occhi.

- Sai che ti dico…? Non si può sfuggire al passato. Siamo frutto del nostro passato. Tutto dipende da cosa abbiamo voluto, ma dipende anche da cosa vogliamo noi in futuro. – era passato spontaneamente a dare del tu, e la donna non ne sembrava dispiaciuta.

- Io veramente cercavo solo delle informazioni su come arrivare a K. – replicò lei, sorridendo.

- E invece hai trovato delle informazioni su come arrivare ovunque. La vita ci riserva sempre delle sorprese.

- Già. Sei di qui?

Lui si guardò intorno.

- Credo di sì. Resti per cena?

- Perché no?

Mentre sgranocchio un wafer, sento la vita scivolare via

Credo che ci sia un pericolo, tra gli altri, nelle cose umane. Quello dell’avvitamento. Quando ci si attorciglia attorno ad un pensiero e al pensiero che quel peniero richiama e a quello dopo ancora. Concetti, belle parole, la mente che si affina sempre di più roteando sempre più velocemente fino a che ci si accorge che ci si è -nel frettempo- dimenticati di vivere. E allora un respiro che svuoti la mente, porta la pace e riporta alla vita. – Pensierodud, blog http://ilpensierodeldud.wordpress.com/

Voglio partire da questo merluzzesco commento al post Piscofornication, proprio per parlare del rischio dell’avvitamento, di diventare “vite” (al singolare) anziché “vita”.  A questo commento spetta infatti una menzione speciale, perché enuncia, a mio parere, una buona verità.

Premesso che pensare è essenziale e una civiltà che facesse a meno del pensiero risulterebbe essere, in ultima analisi, un’anticiviltà, è anche vero che un persistente rimuginare conduce alla follia, facendoci prigionieri del Palazzo di Atlante, di ariostesca memoria.

Un vano affaticamento ad inseguire fatui fantasmi potrebbe ridurre i nostri migliori anni (che sono in sostanza ogni nostro prezioso secondo di esistenza) a cenere. Quando mi seppelliranno piangeranno (forse) sul mio corpo, ma io sarò morto da molto più tempo, anzi vorrei che si dicesse di me, che vissi solo qualche volta, tuttavia, vi sono momenti per i quali vale la pena vivere un’intera sfilza di anni (?)

La domanda è duplice: da una parte c’è l’invito a non sprecare tempo, a fissare alcune priorità, dall’altra parte c’è la considerazione, anch’essa soggettiva, propria e personale, ad inseguire un unico sogno. Fallisci ancora, fallisci meglio, diceva qualcuno, penso Brecht. (non è importante citare l’autore talvolta, ma cogliere la sostanza del suo discorso, tentativo impossibile, non privo di una certa superbia)

Ma chi può giudicare, se non me stesso, se il gioco vale la candela? Chi può frenare il mio volo verso il Sole? Erano ali di cera, ti brucerai…sì, ma mentre scoppio in volo, parafrasando Ligabue.

Insomma, saltato, per certo, il rischio dell’avvitamento, resta pur sempre il rischio, anche per l’azione, e non solo per il pensiero (ammesso che si voglia o si possa dividere l’una dall’altro: per me no, ma l’analisi richiede categorie), della “vana azione”…

Io, nel referendum della mia anima, mi schiero per il sì: vale sempre la pena.

Sulla scrittura.

 
Dobbiamo imparare a vedere la scrittura come un’amante. Un’amante a cui si fa visita sporadicamente. Nella sua stanza a lumi e incenso. Possedere un’amante presuppone incontri dilatati nel tempo. L’accessibilità continua toglie il desiderio. Smorza il bisogno.
Del resto l’astinenza è il segno più implicito di dipendenza.
Poiché la parola costa caro, e noi siamo falsamente ricchi, credo profondamente che si debba usarla con cautela. Precauzione. Sono contenute in un enorme scatolone con su scritto “fragile”. Le parole sono una quercia secolare di cristallo.
Un uso abusato e abusivo di queste, è pari all’eccessiva diluzione di un colore.
Non credo in coloro che dicono che bisogna applicarsi quotidianamente e scrivere con costanza. L’arte non accetta severità. E la costanza esclude, o tende ad escludere gli sbalzi emotivi.
Il rischio che si corre è quello di diventare uno scriba. La scrittura non è “tecnicamente un tecnicismo”, ma include una vortice di passionalità, di sofferenza. Un’impetuosa emozione che non rende la meccanicità che c’è dietro ma si sacrifica a favore di un’espressione vissuta.
L’arte è viva se pulsa Vita. E la Vita non c’è concessa giornalmente. Una felicità o un dolore continuo sarebbe assurdo. Insensato oltre che inconcepibile. Ci vuole una sana alternanza.
Non capisco come non riesca a provare un senso di nausea chi si pianta ad un tavolino con carta e penna in mano ogni sacrosanta mattina. Non c’è errore più logorante che considerare la scrittura un mestiere e le parole degli arnesi.
Si  inizia a scrivere alle otto e si smette alle tredici. Come se l’emozioni avessero degli orari. Come se la scrittura dovesse timbrare un cartellino.
Non abbiamo a che fare con un martello. Un pneumatico. Un cacciavite. Abbiamo a che fare con l’umanità. La nostra e quella altrui.
Uno straccio zuppo strizzato ogni dieci minuti arriva a non far colare più l’acqua. Bisogna restare a mollo. Sentire il passaggio a livello delle onde. Farsi una nuotata e poi forse, forse tornare a riva ad asciugarsi al sole.
Ci stiamo esercitando o c’è l’intenzione di fare arte? E’ questa la domanda da porsi.
Si potrebbe replicare dicendo che il talento va affinato. Ma di cosa stiamo parlando? Di una scultura? Non è forse preferibile il non definito al definito? Non c’è una lima più arguta e invisibile a modellarci che un libro o un manuale? Non è preferibile un richiamo all’eco persistente?
Dovremmo assorbire. O assorbirci, per quanto ne so.
Eppure oggi gli scrittori non vogliono più soffrire.
 
 
 
 

La Vita Altrove

 

L'articolo ha l'approvazione di Polipo

Per determinare alcune conclusioni in modo abbastanza lucido è necessario cadere, dimenticarsi della droga della pigrizia e dell’inibizione troppo spesso travestite da saggezza ed equilibrio. Il vero equilibrio è nello stile della caduta, nel rendere il precipizio unico per se stessi. È solo allora che, saltate tutte le carte ipocrite, possiamo sbaragliare il tavolo da gioco dell’universo, fare all-in, rischiare il tutto per tutto, e andarcene comunque via, ignari se abbiamo perso o vinto la partita: inutile farsa, quando la vita è altrove.

 

 

Iniziamo con il dire che:

  • La scrittura e l’arte in genere sono totalmente inutili, anzi sono perfino dannose

 

  • Il materialismo rozzo è la massima perversione dell’umanità. Il materialismo selezionato, raffinato da un certo edonismo non intellettuale ma puramente gustativo, è invece il ponte verso lo spiritualismo, il puro pensiero

 

  • Il puro pensiero è privo di giudizi, di offese, di elogi: è esercizio al pari di un muscolo, nutrimento dell’anima

 

  • L’assenza del senso ci induce ad accettare irrazionalmente alcuni assiomi. Questi assiomi possono essere le certezze della nostra vita, gli steccati fra le aiuole che calpestiamo

 

  • L’azione è l’antidoto del rimpianto, l’emozione è il fine supremo

 

  • Il superuomo è obsoleto

 

  • Non c’è bisogno di proclamare alcuna nuova specie umana, le categorie hanno prodotto guerre e impedito le emozioni umane
  • 

Sviluppo dei punti:

  • Chi fa arte di solito non sa fare di meglio. Occorre produrre arte in modo più genuino e inconsapevole, senza esibizionismi di sorta, per il puro gusto dell’arte. Il danno unico dell’arte consiste nel creare illusioni. L’artista s’illude di possedere una scintilla divina (l’ateo controbatterà ma non mi interessa, non parlo del dio delle religioni). Il fruitore s’illuderà perfino di essere fruitore. Non c’è danno peggiore di questi: dopodiché i successivi verranno a caterva (ad esempio le realtà museali sono catacombe. La vita sarà altrove.) Tutto nasce, scorre, muore. Non abbiamo tempo per fissare la bellezza: occorre viverla.

 

  • Essere eccessivamente materialisti deteriora tutto. È come accrescere rapidamente una pianta a forza di prodotti non naturali. È la dose che fa il veleno. Molto più di un minimo di materialismo occorre far nostro se non vogliamo rinnegare di avere un corpo. Una volta padroni dei piaceri e dispiaceri materiali potremo godere appieno delle conseguenze sensoriali (dal vomito alla risata) e di lì pensare a vuoto nell’aere libero da incidenze temporali e storiche (i nostri pensieri si sovrapporranno liberamente a secoli di pensieri).

 

  • Il puro pensiero non deve adombrarsi della pesantezza cartacea o binaria. Deve essere piuttosto qualcosa inconsapevole di sé, nemmeno percepibile, trasmissibile attraverso l’esperienza concreta: rinuncia alla parola per riscoprire la parola.

 

  • Gli assiomi possono essere qualsiasi cosa ci occorra per essere felici, per stare bene.

 

  • Quando vogliamo, quando desideriamo dobbiamo ottenere ad ogni costo. Il processo di distruzione del desiderio e successiva produzione del desiderio si chiama rozzamente “vita”. Se avremo vissuto in tal modo, avremo vissuto nell’unico modo degno di vivere. Tutto il resto (cogliere l’attimo, etc) sono teorie. Non abbiamo tempo per le teorie. Siamo morti sul punto di morire.

 

  • Nietzsche è morto.

 

  • Qualsiasi altro uso distorto della ragione che ci induca ancora una volta a categorizzare produrrà confini in nome dei quali aggrediremo e difenderemo territori inesistenti. La pace nella mente condurrà alla pace fra le genti.

 

Resettare il tutto e dimenticare.

Esco, vado sulla luna, forse torno.

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