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State scherzando, vero?

SIETE PRONTI? SIETE CALDI? SIETE AFFAMATI?

Vi presentiamo la nostra Antologia Poetica in quanto autori del blog Vongole & Merluzzi.

La raccolta si intitola “State scherzando, vero?” e si propone l’ambizioso scopo di riportare l’Uomo al centro della Storia.

Dopo l’I-pad, l’I-pod, l’I-phone , occorre stabilire “I Poetry”: cambiare il mondo e risvegliare la propria coscienza tramite l’azione poetica.

Non è una striscia defilata della solita rivoluzione pseudo sessantottina, né l’urlo patinato dei soliti poetucoli che riempiono librerie e strade. Siamo piuttosto poet-astri.

E questo è un libro di poesie per chi odia la poesia, per chi ama ed odia la vita, questo è rock.

Autori: Macale, Appetito, De Cave (alias Lordbad, Franklinguamozza, Fishcanfly su questa nave).

Edizioni Ensemble.

Il libro è ordinabile presso qualsiasi libreria italiana, o presso il sito dell’editore o anche contattandoci personalmente.

Link Edizioni Ensemble:

Attenzione: 
è severamente vietato leggere questo libro prima e dopo i pasti 
e durante le ore diurne; 
si consiglia vivamente di non sostare in posti pubblici con il presente, 
onde evitare di suscitare reazioni di eccitamento improvviso 
da parte di sconosciuti; usare con cautela. 
In caso di eccessiva lettura consultare direttamente i poeti; 
tenere lontano dalla portata degli adulti, dei disillusi, e dei sani; 
il contenuto è altamente infiammabile. 
Le statistiche riportano stime di milioni di anime bruciate; 
è infine assolutamente sconsigliato cambiare dopo la chiusura del libro. 
Ogni abuso verrà punito con un sogno.

La versione di Lordbad (in tutta sincerità)

A te che fra cent’anni leggerai non capisco in che modo questa testimonianza possa rivelarsi preziosa, ma mi piace immaginare che magari anche tu fai parte della mia vita, malgrado non abbia fatto in tempo a vederti per causa dello spazio-tempo e del deterioramento biologico che avrà condotto il mio corpo alla morte.

Tanto per cominciare non sono un ambientalista nel senso che non ho bisogno di un’ideologia ufficializzata per proteggere l’ambiente. Ma mi incazzo se penso che il mio amico getta con indifferenza un fazzoletto dal finestrino. Questa cosa mi manda in bestia.

Non sono molte delle cose che hanno attraversato la generazione precedente: qualunquisti, rivoluzionari e reazionari. Se ho bisogno di pregare, prego, ma non mi accanirò in qualche discorso tra atei e bigotti. Se ho bisogno di ammettere che non c’è nessun dio, lo ammetto senza problemi.

Non mi precipiterò a manifestare o ad indignarmi, è come se qualcuno mi avesse detto a distanza di secoli che non serve a niente. Ma mi precipiterò a dare il mio voto e a fare il mio dovere di cittadino.

Non giustificherò tutti questi fans dello spinello e della droga. Da questo punto di vista sono sempre stato molto rigido, anche rischiando l’emarginazione, perché in fondo ero quello normale, quello che non avvertiva il disagio generazionale al punto da doversi fumare chili d’erba.

Ho sempre seguito la retta via, e a quelli che mi chiamavano “secchione”, rispondo che non è stato facile. Non è mai stato facile per nessuno, certamente.

La scrittura è solo un espediente momentaneo per dare un senso a molte cose che non hanno nessun senso. Vivere un sogno m’interessa poco, ma farlo vivere a molti, questo sì, m’interessa. Ho visto la bellezza della luce su volti in ombra che uscivano dalla caverna, assetati di luce e di verità.

Il perdono non esiste perché possiamo perdonare gli altri, esiste in quanto possiamo essere capaci di perdonare noi stessi dell’incapacità di amare gli altri.

Non ho molte altre conclusioni per il momento. Le considero parziali, ma se dovessi morire, diventerebbero, amara ironia della sorte, straordinariamente definitive.

Scegliere.

Scegliere sempre e comunque: in questo consiste la vita.

Io ho sempre scelto e continuerò a scegliere profondamente convinto delle mie scelte.

Scegli quel che più consideri giusto, scegli le persone alle quali voler bene, scegli il lavoro che ti piace, scegli il sogno da inseguire.

Ti aspetto in spiaggia, sconosciuto lettore. Una grande spiaggia bianca. Sarò il tipo con gli occhiali da sole che sorriderà scegliendo conchiglie. E avrò con me un sogno da regalarti.

Se fossi nato in Canada…

In verità il PIL di un paese non è negativamente influenzato dal fenomeno della fuga dei cervelli. Neanche per sogno.

A incidere sull’economia del paese è la fuga dei cuori.

Gli esperti stimano che ogni anno circa un terzo della popolazione fugge da delusioni amorose.

Fortunatamente il flusso migratorio garantisce un ricambio, ma di questo passo il Bel Paese rischia di diventare il paese dei cuori infranti.

Gran parte di questi delusi si rifugia, misteriosamente, in Canada, in cerca di una vita anonima e tranquilla.

Alcuni tornano, altri no.

Io sono uno di quelli che resta. Se mi capita una delusione amorosa spedisco lei in Canada, con un bel calcio in culo.

Vancouver, 20 novembre 2011

Metti su qualcosa, Joe

Joe, amico mio, metti su qualcosa.

Un disco, uno vecchio.

Uno di quelli dove la polvere si è posata.

Uno che può portarmi via, per qualche momento.

Che mi aiuti a dimenticare.

A dimenticare cosa?

Non lo so Joe. Penso che sia una ferita, o più ferite insieme, non lo so più. Che importanza ha ormai? Metti su qualcosa, Joe.

Ragion di Stato (d’animo)

Magari fra duecento o trecento anni apriremo gli archivi di Stato d’animo e tu saprai.

Ma se vuoi, puoi sempre ribellarti, fare una Rivoluzione, scoprirlo adesso.

L’unica rivolta che conta è quella del cuore.

L’unica che converte i morti in vivi.

L’unica rivolta che io farei, per te.

Spleen domenicale

La domenica pomeriggio è uno di quei giorni che si lascia odiare di più.

Di solito è scialba e piena di colpe, di rammarico, di cose non dette, di cose da dire e rimandate di domenica in domenica.

Vorrei emanciparmi dal tempo.

Vivere dentro una canzone.

E avere qualcuna da amare.

E che mi ami.

Allora, forse, la domenica pomeriggio sarebbe tollerabile.

Questa vita sarebbe tollerabile.

Lordbad,Tangeri, Marocco, 22 Agosto 2009

E se…fossi una malattia

E se da qualche parte dovessi un giorno incontrarti,

non voglio essere la patologia del tuo passato,

l’armadio delle tue insicurezze,

ti curerò soltanto se sarai sana.

Non con tutte quelle strane ranocchie per la testa che molte hanno,

le loro stupide incertezze nel non buttarsi.

Sono il re del mondo.

Se tu fossi una malattia,

vattelo a cercare da qualche parte il principe azzurro

che ti farà da medico.

A me occorre un’aquila

non ossessionata

dalle ferite del passato come se fosse Matusalemme,

e invece sono solo quattro cretini che l’hanno lasciata

niente di più niente di più niente di più.

Sii sana.

Sì sì, il male di vivere okay.

Ma altre banalità non le tollero.

Vado a comprare le sigarette.

Torno subito, cara.

Niente di che

Niente di importante, niente di urgente.

Niente di che.

Nascere.

Conseguire una serie di funzioni fisiologiche.

Sbagliarsi, indovinare, piccole soddisfazioni.

Conoscere la morte da vicino: un freddo cadavere, una veglia infinita.

Cercare il sole con tutte le proprie forze.

Ciò che conta, dicono, è il percorso.

Incontrare la donna che decidi di amare.

Amarla.

Amarla.

Amarla.

Come uno stupidoscioccoostinatocretino.

Amare ogni centimetro della sua pelle.

Sentirsi come in certe canzoni che prima dicevi che erano banali.

E perdere tutto.

E dover ricominciare.

Per poter raccontare qualche altra cosa.

Ma dentro resta una malattia, una morte, un graffio.

Sentimenti dai quali non ci si redime.

Amarla,amarla,amarla.

Quando il mondo sarà finito, e non ci sarà più nessuno, non ci sarà più nemmeno lei

Tu sarai ancora lì.

In un grande cosmico caos di Nulla

Tu Ami Lei.

E come un dio

la crei, e le crei un mondo,

è la genesi e l’apocalisse

di ogni tuo respiro.

Amarla, oltre l’eternità.

Fino al punto estremo:

tentare di non amarla più.

Da un altro mondo

A Lei

che forse un giorno capirà

Una brutta bestia

L’amore, Jim Cluskey lo sapeva, è una brutta bestia.

Ed era esattamente questo che Jim Cluskey stava pensando mentre pedalava giù verso Little Rock. La luce della luna piena gli illuminava il sentiero dissestato e selvaggio della discesa, ma Jim, Jimmie per gli amici,Scimmia per i nemici, non avrebbe avuto ugualmente problemi. Conosceva tutte le buche di quella strada e le avrebbe agevolmente evitate anche a occhi chiusi, inseguito da un branco di lupi. Affamati.

Jim svoltò davanti alla Roccia del Padre: era così che gli antenati avevano chiamato l’ammasso roccioso che si ergeva sulla strada. Qualcuno diceva che lì, cento anni prima, era accaduto un terribile omicidio. Ma a Jim Cluskey questa cosa non importava minimamente, non adesso almeno che stava accelerando sempre di più, frenando qui e lì, aggiustando di tanto in tanto il manubrio in qualche curva, non adesso che in mente aveva un unico pensiero: rivedere Mary. Era almeno una settimana che Mary non si faceva sentire. L’ultima volta avevano litigato. Ogni tanto capitava, ma negli ultimi tempi la cosa era più frequente. Finiva che litigavano sempre per delle minuzie. Jimmie avrebbe evitato tranquillamente, ma niente: Mary doveva per forza tirare in ballo qualche cosa. Adesso non le andavano bene le scarpe con i lacci rossi, adesso non le andava bene la raccolta di mp3 che aveva scaricato da internet per lei, adesso non le andava bene…

Un cazzo! – pensò Jim – Che cazzo devo fare ancora? Non le va mai bene un cazzo, e sarà così per sempre.

Sulla scia di questo pensiero, frenò una volta arrivato sulla piccola striscia di sabbia che era Little Rock. L’aria salmastra dell’oceano gli invase le narici. Si guardò intorno e vide Mary al loro solito posto. Le andò incontro.

“Ciao.” – la salutò Jim.

“Sei in ritardo.”

“Ho fatto prima che ho potuto”

“Non cambi mai. Se ti do un appuntamento, significa che devi essere puntuale.”

“Ascoltami bene…”

“No ascoltami tu Jim, o Jimmie, o Scimmia, che comincio a pensare che fanno proprio bene a chiamarti così…Io devo dirti che ti lascio, okay? Non possiamo continuare così. Tu mi fai proprio schifo. Guardati, ti sei visto almeno? Non sei nemmeno in grado di reagire. Sempre a fare il dolce con me. Sempre a fare quello gentile e cortese. Sai perché sono stata con te? Quasi per pietà, per compassione.”

Jim stringeva i pugni e i denti, e la fissava scuro in volto. Alla luce della luna uno strano riflesso colorò le sue pupille. A Mary sembrò quasi che si fossero dilatate.

“Fai schifo. Non hai nemmeno un filo di muscolo. Insomma potresti anche andare un po’ in palestra anziché star sempre ingobbito davanti al pc a giocare a Starcraft e a fare di me il centro della tua vita, non trovi?Ah, se vuoi proprio saperlo, è almeno un mese che ti metto le corna. Con Lester Greyman, almeno lui ce l’ha più grosso di te. Ahahahah!” – Mary rideva, si piegò quasi in due dal ridere. Jim pensò che non era proprio il caso di darle il regalo che aveva preparato con tanta cura.

“Troia.” – questa fu l’unica cosa che Jim Cluskey disse prima di sferrarle un pugno, due, tre, perse il conto, poi la annegò a riva. Trascinò il corpo in una rientranza della baia. Lo seppellì. Impiegò sei ore, malgrado la corporatura più grande del normale. Non era l’ideale scavare a zampe nude. Ululò alla luna e accolse con fervore il nuovo giorno e la nuova vita. Si guardò le mani: il pelo cominciò a rientrare. Le orecchie si nascosero dietro la folta capigliatura. Gli artigli tornarono ad essere unghie. Le zanne andarono a nascondersi sotto la muscolatura facciale. Era per questo che lo chiamavano Scimmia. Se avessero conosciuto la sua vera natura lo avrebbero chiamato Lupo. Un lupo mannaro. Sistemò il cuore della sua ex nella borsa: lo avrebbe scongelato per il giorno del Ringraziamento. Di lì a due giorni sarebbe arrivato Halloween. Avrebbe risparmiato del denaro per quella deficiente. Anzi, decise che d’ora in avanti avrebbe evitato di innamorarsi. Almeno di innamorarsi delle persone sbagliate.

L’amore è una brutta bestia, Jim Cluskey lo sapeva bene. 

L’ultimo degli imbecilli

Siamo stanchi di diventare giovani seri o contenti per forza, o criminali, o nevrotici: vogliamo ridere, essere innocenti, aspettare qualcosa dalla vita, chiedere, ignorare. Non vogliamo essere subito già così senza sogni. 

(Pier Paolo Pasolini, Lettere Luterane, 1975)

Non è che voglia fare il “pippone”.

Nota bene: dicasi “pippone” lungo discorso che non viene subito al punto, argomentato più o meno bene a seconda degli interlocutori, ricco di condizioni, di se, ma, però, quindi. Altrove detto anche “paternale” o “predica” o “pippozzo” o “bobbone”.

Però è necessario. Anche iniziare una frase con “però”, a volte, è necessario.

Necessario è affermare la “morte del romanticismo” per dirla in una possibile salsa. Necessario è affermare il completo senso di disorientamento culturale della società. Necessario è, per citare il mozzo di bordo di questo blog, Frank Linguamozza, rendersi conto che uno, a furia di innamorarsi, ha dimenticato di amare.

Io potrei, non vorrei, ah ma se volessi…diventare come molti altri. Diventare quel pezzo di società consumabile come la diavolina per il fuoco: una volta che sei andato ad alimentare il grande calderone non servi più a niente. Avanti il prossimo.

Mi sento un po’ un lupo della steppa – per citare Herman Hesse (qui speriamo che Frank non arrossisca per questi accostamenti) – quindi un lupo, un non appartenente alla razza umana.

Sono uno scontento, proprio come quel personaggio.

Sono scontento di vedere il mio mondo pieno di figli e figlie di puttana che spedirei a marcire nel Vietnam della mia coscienza, e lì resterebbero in eterno. Perdonate l’eufemismo da Sergente Hartman, ma questo non è un post per mammolette educate. Sono finiti i tempi delle mezze misure. C’è bisogno di mettere un punto, una linea di demarcazione, di rinunciare a tentativi di conversione. Fare un po’ di “ordine”. Ordine è una parola che mi spaventa, ma è il caos a chiederla.

Sono scontento, annoiato, deluso.

Se poco poco sei un debole, uno che non ha ricevuto forti influssi educativi o magari (diversamente) sta attraversando più o meno consapevolmente un periodo di crisi esistenziale, e metti il piede fuori casa, bè, come diceva Gaandalf, non si sa dove puoi finire spazzato via.

Ti fanno il lavaggio del cervello.

Ti inducono a pensare che le relazioni (di amicizia, di amore, di lavoro, tutte) funzionino in un certo modo. E cioè tutte basate sul “materialismo” che sia quello riferito a un corpo o al denaro non importa. Comunque materialismo. Come se i sentimenti non fossero la “reale materia”.

Chi mi vuol capire, ha già capito. Per chi non ha capito, non starò a spendere ulteriori energie.

Non più di quelle che ho già speso a “sporcarmi le mani” per “capirli”. E ci sono stato, ci ho sguazzato in quel fiume di merda e di cose scontate e banali. L’ho cercato il diamante, la luce diversa. Ma niente. Mi dispiace. Perché se c’è un creatore, qui ci sono creature che hanno fallito. Che falliscono pensando che il mondo sia fiction patinata.

Ma non ci riesco, per fortuna, ad essere “come loro”. Come gli altri.

Faccio parte di quella nutrita schiera di ingenui e sognatori.

Magari sarò un imbecille. L’ultimo degli imbecilli.

Morirò con un disperato bisogno di speranza.

Amor Banale

Sai di cosa ho voglia?

Ho voglia di una di quelle storie d’amore banali.

Ma una storia d’amore non è mai banale.

Dai, lasciami libero di giudicare.

Ok,ok. Scusami.

Perché rovini sempre tutto? Perché devi analizzare con il tuo pseudoidealismo presuntuoso?

No, veramente io…

Tu devi stare zitto.

Io sostenevo che una storia d’amore è unica.

Certo, proprio come tutte le altre storie.

Ma…

Ma niente! Sai cosa rovina l’unicità di una storia d’amore? La teoria dell’unicità! Riflettere sulle cose rovina le cose! Scrivere equivale a non vivere.

Non ti seguo più.

Non ti ho detto di seguirmi.

Quindi cosa dicevi…?

Dicevo che ho voglia di una storia d’amore banale.

Banale come?

Banale. Di quelle che una ti rompe i coglioni, e ti chiama, e tu chiami lei. E tutte quelle cose lì, i cioccolatini, le coccole, i litigi, qualche lacrimuccia, andare a letto insieme, e anche da soli.

Ah tutto qui?

Sì, tutto qui. Ma non devi spenderci troppe energie. Devi annoiarti. Annoiarti così tanto che non provi nemmeno gusto a tradirla. Una fottuta storia d’amore senza complicazioni. Una che ti annulla il cervello, alla Grande Fratello. 

Ma io credevo che l’amore…

Credevi male. Vammi a prendere una coca cola.

Ghiaccio e limone?

Senza ghiaccio. Solo limone.

Comunque tu non sei così. Non avrai mai una storia d’amore scontata, lo sai.

Sì, lo so. Fantasticavo. 

Davanti a una pagina bianca

Io nella vita faccio lo scrittore.

Quel genere di scrittore completamente diseducativo per il popolo. Quel tipo che sorseggiando del whisky annacquato di terza qualità aspetta che un angelo bussi alla sua porta, mentre fuori la città brucia.

Nerone è risorto più splendente che mai dalla sua tomba e ha ripreso in mano il potere. Ha comandato che sia appiccato il fuoco a quel manipolo di capanne a più piani che chiamano “coscienza”. Ha comandato che prima dell’alba tutti sappiano riconoscere la notte.

La mia vita è un inferno. Schiere di demoni al trotto di neri cavalli la attraversano come si attraversa un fiume in piena, incuranti delle sue ondate, del livello di allarme superato fin dal primo vagito. Se alla foce nasci fiume, non puoi morire torrente, morirai oceano.

Qualcuno potrebbe obiettarmi che tutto sommato la mia vita non è un inferno. Che c’è chi sta peggio di me. Ho già dato ordine ai pretoriani di prendere questo qualcuno e fargli ingoiare il paradiso. Voglio vederlo vomitare arcobaleni ed unicorni. E quando chiederà pietà, lo crocifiggerò con gadget e spille in stile “Make love, not war”.

Io invece sono venuto a proclamare la guerra con la penna. Sono venuto a mormorare “Barabba” alle orecchie sicure di incalliti lettori di romanzetti dai lieti e rassicuranti finali, a disturbare stomaci abituati a tragedie patinate da telegiornali, mentre mangiano ragù.

Io sono la portata non prevista nel menù. Quella che vi rovinerà il fegato. Quella che vi farà litigare con il ristoratore. Quella che vi farà ricordare di “essere vivi”.

Almeno finché l’Angelo non verrà a redimermi dalle mie parole.

E dalle parole che ho dovuto ascoltare.

Che non avrei mai voluto ascoltare, dolcezza.

Ruba cuori, ruba bandiera, ruba vita

Solo una mi ha rubato il cuore: si chiama Libertà. 

Potrei essere piuttosto incazzato per quello che mi è successo, come diceva il protagonista del monologo finale in American Beauty.

Ma non lo sono. Non riesco ad incazzarmi con la Libertà.

C’è sempre qualcosa che desideriamo ci venga rubato per sempre, per essere custodito in mani preziose.

Quando capirai l’esigenza di questo desiderio, allora sarai in grado di amarmi.

Black Love (3 sampietrini sopra Roma)

Storia di un amore difficile

Omaggio a Italo Calvino, in occasione dell’anniversario della sua nascita (Santiago de Las Vegas15 ottobre 1923 – Siena19 settembre 1985), Grazie Maestro

Se ne stava rincantucciata nell’androne di un palazzo, insieme ad altre dieci persone. Attendevano che una ventina di ragazzi vestiti di nero che avevano visto sbucare da una traversa poco più indietro, passassero, a suon di passi e cose da infrangere. Ne approfittò per mandare un sms a Christian.

“Amore, qui tutto bene. Io, Giorgia e le altre ce ne stiamo in un palazzo, dobbiamo raggiungere il corteo dei manifestanti ancora. Tu che fai? Tutto bene a casa?”

“Ti sembra questo il momento di mandargli un sms?” – a parlare era stata Giorgia, l’amica di una vita per Emanuela. Le rispose:

“Christian era molto preoccupato per me ieri sera. Mi ha detto di stare attenta e lontana dalle violenze.”

“Madonna, il solito esagerato!” – commentò Giorgia.

Il cellulare vibrò. Era un sms di Christian. “Sì, qui tutto bene. Sto guardando un po’ di televisione. Ti amo, cucciola.”

“Guarda! – fece Emanuela – Mi ha appena scritto che mi ama! Non è dolcissimo il mio amore?”

Giorgia alzò un sopracciglio e la guardò. “Ma smettila! Da quando sei innamorata non ci capisci più niente!”

Emanuela sapeva bene l’opinione di Giorgia su Christian. Non lo capiva, non lo inquadrava, era un cattivo ragazzo. E poi lei – sosteneva Giorgia – era laureata e lui uno straccio di diploma pagato. Non poteva reggersi su così una coppia! Un giorno – le aveva detto – tornerai a bussare da me e a dirmi che avevo ragione.

Emanuela si era limitata a mettere da parte quelle voci, sebbene fossero della sua migliore amica. Probabilmente, pensava, parla solo per invidia. Christian è un bel ragazzo e tanto mi basta.

“Arrivano!” – il loro capogruppo le zittì.

Davanti a loro, sulla strada videro una ventina di ragazzi marciare tranquillamente, in modo sparso e disordinato. In gran parte erano vestiti di nero, chi in tuta, chi in jeans e giubbotti, molti con il passamontagna, altri con il casco o una bandana. Trascinavano spranghe, estintori, altri si limitavano a tenere le mani in tasca ma si notava che le tasche erano gonfie.

Emanuela sentì urlare.

“Gli sbirri! Gli sbirri!” – i ragazzi in nero si ricompattarono. Potè vederne un paio dietro un cassonetto, altri tre dietro una macchina.

Non riusciva a vedere il cordone di poliziotti, ma presto arrivarono i primi lacrimogeni e una prima gragnuola di colpi andò a infrangersi contro le forze dell’ordine. Dall’androne il piccolo gruppetto di manifestanti poteva vedere la scena dei black bloc che si preparavano a lanciare oggetti e molotov. L’aria si impregnò di gas e fumi. Emanuela aveva paura. Giorgia la strinse a sé “Non ti preoccupare, ce ne stiamo qui dentro, tranquilli, presto finirà!”

Gli scontri continuavano. Un lacrimogeno arrivò quasi dentro l’androne. I manifestanti si diressero, impauriti, verso il primo piano.

Fu in quel momento che Emanuela lo notò. Un ragazzo con il casco nero uscì dalla nebbia della strada si portò verso i manifestanti, fece per scansarli e andò ad appoggiarsi al muro, sdraiato in terra. Cercava di prendere fiato.

Alcuni si scagliarono verso di lui.

“Delinquente! Tornatene da dove sei venuto!”

“Maledetti black bloc! State rovinando il nostro corteo!”

Il ragazzo si tolse il casco.

“Non capite un cazzo, voialtri!”

“No, sei tu che non capisci un cazzo! Vai fuori! Vai a farti arrestare!”

Ma il ragazzo non rispondeva più.

I suoi occhi erano fissi su Emanuela.

“Manu…”

Emanuela si era lanciata contro di lui, tempestadolo di pugni al torace.

“Cosa ci fai qui? Tu dovevi essere su a casa, e oggi pomeriggio dovevi trovarti un lavoro! Cosa ci fai qui? Un black bloc?”

“Manu…posso spiegarti!”

I manifestanti si erano ammutoliti. Giorgia tentava invano di tenere Emanuela che urlava.

“Cosa mi spieghi, stronzo!? Fuori, fuori non ti voglio più vedere!”

“Manu…io voglio passare dalla vostra parte…”

“Ti vuoi solo infiltrare!” – urlò qualcuno – “Via, vattene via!”

“No, voglio solo stare con la mia ragazza!”

“è troppo tardi, mi hai mentito! – continuava a gridare Emanuela – Te ne devi andare! Perché? Dimmi perché?”

“Perché pensavo che fosse la cosa giusta da fare!”

“Distruggere una città? Mentirmi? La cosa giusta da fare? Ti amo? Ti amo un cazzo! Maledetto! Sai per cosa sono indignata io? Non per il governo…Non me ne frega più niente del governo adesso. Sono indignata di te! Per te! Per noi!”

Nel frattempo gli scontri si erano dileguati.

I black bloc erano stati messi in fuga. I poliziotti perlustravano la strada.

“Tutto bene qui?” – tre agenti erano entrati nell’androne.

I manifestanti si erano voltati.

“Consegnatelo! Consegnate quel figlio di…” – gridò qualcuno.

“Si consegnatelo!”

I poliziotti si fecero spazio tra la piccola folla che si aprì naturalmente al loro passaggio. “Tu vieni con noi!”

Christian non oppose resistenza. Lanciò uno sguardo a Emanuela e fu condotto via.

“Emanuela…chiamami…fatti sentire…Ti amo…Ti spiegherò tutto…Perdonami…”

Emanuela si inginocchiò e pianse. Giorgia e gli altri tentarono di confortarla. Qualcuno disse: “Se lo meritava. Andiamo a protestare adesso. Dobbiamo andare avanti”.

“Dai Manu, fatti forza. Te l’avevo detto io.” – le disse Giorgia. Manu piangeva. Non per i lacrimogeni.

Non hai notato nulla?

I romanzi finiscono nel momento in cui l’eroe e l’eroina si sposano. Bisogna invece cominciare con ciò e finire quando i due si sono separati, e cioè liberati l’uno dell’altro. Descrivere la vita delle persone interrompendo il racconto nel momento del matrimonio, è lo stesso che descrivere un viaggio fermandosi al punto in cui il viaggiatore cade in mano ai briganti.
(Lev Tolstoj)

Anche oggi torno tardi dal lavoro. Una giornata pesante. Entro, non ho neanche voglia di…parlare! Ti saluto e penso “Beata te che non hai avuto niente da fare oggi!” – so che è il tuo periodo di ferie.
Mi spoglio velocemente e mi infilo sotto la doccia. Acqua calda finalmente! Ci voleva, dopo una giornata così lunga è un piacere meritato. Uso quel bagnoschiuma che ho comprato l’altro giorno, quello al pino selvatico o come si chiama. Penso ai laboratori lì all’industria dei bagnoschiuma, dove menti ingegnose riescono a fabbricare questo liquido che dà l’idea di pizzicarti ogni poro della pelle: è una bella sensazione.
Chiudo gli occhi, il getto della doccia mi investe nella mia totale nudità. Mi accarezzo il petto, la pancia,il pene, le natiche. Forse dovrei dimagrire. Ultimamente, da quando non vado più in palestra, ho messo su qualche chilo.
Sì, ma il tempo per la palestra non si trova. Occorre lavorare, lavorare, portare a casa il frutto del sudore, fare sacrifici, costruire un futuro. Però…però forse un buco riesco a piazzarlo, magari subito dopo la pausa pranzo, quando si ha quell’ora di libertà, il giovedì. Sì, il giovedì parlo prima con il principale, e poi vado a informarmi in palestra. Mi sfrego sotto le ascelle e l’inguine. Questa sensazione di pulito è quanto mai benefica.
Ti sento che armeggi fuori dal bagno.
Vorrei chiederti cosa stai facendo, ma sono così stanco e preso dal piacere della doccia che decido di lasciar stare. Starai cercando un asciugamano o mettendo a posto la tua trousse. La dimentichi sempre in giro. Poi sento che vai via, appena prima che io esca dal vano doccia.
Mi passo l’asciugamano sul corpo, lentamente. Per un istante rabbrividisco e mi guardo allo specchio. Sollevo un occhio, sollevo l’altro. Mi passo la mano sul volto. A quarant’anni non sono invecchiato male, malgrado lo stress.
Mi sistemo rapidamente, non prima di aver curato le unghie del piede. Mi curo la barba, stamattina non avevo avuto il tempo per tagliarla. Nel giro di pochi minuti ho finito, mi spargo il viso con una crema idratante, indosso un paio di mutande, i pantaloncini, una maglietta e ti raggiungo al tavolo.
Inizialmente non ci faccio caso. Me ne accorgo dopo che hai apparecchiato soltanto per una persona. “Hai già mangiato?” – ti chiedo.
“No.”
Ti guardo, perplesso. Noto che ti sei preparata per uscire. Vai un attimo di là e prendi il soprabito, lo indossi.
“Stai uscendo?”
“Non hai notato nulla?” – mi dici.
Mi guardo intorno. La televisione sta trasmettendo il solito quiz. L’insalata ha il solito colore. In cucina tutto è normale.
Tranne il tuo spremiagrumi al quale sei tanto affezionata. Manca lo spremiagrumi.
“Sì, ora che ci faccio caso…manca lo spremiagrumi” – ti dico indicando un angolo dela cucina, un posto vuoto tra il bilanciere e la zuccheriera.
“Bene.” – mi fai. Te ne vai all’ingresso. Ti seguo e vedo che sollevi due valige. Imbocchi la porta già aperta.
Nemmeno ti volti. Ti guardo scendere i gradini e penso: “Avrebbero dovuto mettere un ascensore.”
Mi richiudo la porta alle spalle.
Solo allora realizzo che mancano le nostre fotografie, mancano le cose che ti ho regalato, alle pareti mancano i tuoi quadri, quelli che avevi dipinto da una vita.
Tre anni di matrimonio buttati via così.
La notte, quando vado a coricarmi, piango e poi quasi scoppio a ridere. Una risata isterica, sommessa, piana. “Lo spremiagrumi. Sono stato sposato con uno spremiagrumi”.
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