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Socrate e l’idromaieutica

L’idromaieutica non è un metodo subacqueo di ricerca della verità (quello si chiama idromaieUstica, ma finora non ha ancora fornito grandi risposte).

L’idromaieutica ha piuttosto due significati: da una parte con esso intendiamo dire che la verità è come l’acqua, capace di cambiare forma a seconda del recipiente che la contiene, pertanto, come l’acqua, rende il terreno scivoloso e fangoso, costringe a rimettere in dubbio le nostre certezze acquisite. Per questo le persone idrofobe sono insospettabilmente più numerose delle idrofile. Non solo, nella verità occorre anche saper nuotare. Un nuotatore poco esperto potrebbe morire annegato, al contrario delle menzogne che sono sempre ottimi salvagenti per restare a galla. Non tutti sono in grado di resistere al gravame della Verità, che è come una zavorra al piede mentre infuria la tempesta.

Il secondo significato è che potremmo accontentarci di cercare la verità nelle vasche idromassaggio. Abbiamo infine votato per una deliberante e liberante fuga dai problemi e dai pugnali che ci hanno crocifisso per così lungo tempo.

Perché perdere tempo ad indicare la strada ai ciechi? Perché non passare da “Ad Maiora!” a “Ad Majorca!”? La tentazione è forte, tanto più che la realtà non cambia né a colpi di post di blog, né a colpi di posti di lavoro precari.

Cosa succede quando il Grande Sognatore si è stancato? Quando l’amore non è più quello che credevamo, quando la realtà è molto più grigia e oscura di quella descritta nei romanzi, quando non c’è nessun eroe, né razza aliena superiore a salvarci?

Succede che ci prendiamo una pausa. Una dovuta pausa da tutto.

Annegate pure. O salvatevi. Fate da soli, insomma.

Come avete sempre fatto, che siate vongole o merluzzi. Se ne avrete voglia, sopravviverete.

Quando i sogni sono infranti, non c’è modo di tornare indietro.

Socrate se ne va ad Ibiza.

Anteprima di vita

Molti programmi di scrittura odierni offrono la cosiddetta anteprima di stampa. Prima di stampare puoi farti un’idea di come verrà fuori il testo scritto. Matrix non è perfetto: mi sarebbe piaciuto (a chi non piacerebbe, suvvia! Fate poco gli eroi!) avere un’anteprima di vita. Magari poi sarei andato ugualmente in stampa, avrei mantenuto le opzioni scelte, o magari no, avrei fatto qualche ritocco qua e là.

Sono tutti bravi a dire “io rifarei tutto quel che ho fatto”. Vi voglio vedere ad avere la possibilità reale di “ripetere”, di “rivedere” qualche dettaglio qui e lì. Non stiamo a prenderci in giro. L’uomo è fatto per ammirare l’eroe, per imitarlo, al massimo, ma non per esserlo.

Non esistono quelli che non piangono o non si disperano, semmai non hanno mai fatto scelte, non hanno mai scelto.

Di una cosa non mi pento: ho sempre scelto, anche senza anteprima di stampa. Ho sprecato un fiume di carta e di inchiostro, è vero o forse no. Forse adesso la stampante è collaudata meglio di un tempo.

Non che il numero di errori commessi garantisca, al crescere, una maggiore esperienza e una maggiore competenza, o almeno non necessariamente.

Siamo stampati a getto di emozioni.

Grazie Matrix per aver reso così reale la definizione delle nostre immagini.

Metafisica dello squilletto

Se, per dirla con Stefano Benni, “la vita del puntuale è un inferno di solitudini immeritate“, allora è anche vero che la vita di chi telefona spesso è un inferno di chiamate effettuate e non corrisposte.

Ma alle volte anche queste chiamate lunghe un’eternità di squilli, finiscono per convertirsi dall’altra parte, sull’altro telefono cellulare, in un avviso di “chiamata non risposta”, quasi che sia una sorta di rimprovero.

Tentiamo però un’analisi metafisica dello “squilletto” che, prima delle offerte delle compagnie telefoniche riguardo la messaggistica breve (sms), è stato per tempo, e lo è ancora oggi, un simbolo dai mille significati.

D’altronde è la stessa scienza della comunicazione che ci insegna come il “silenzio”, a seconda dei contesti comunicativi, dei momenti, delle culture, può essere interpretato in svariati modi. Addentriamoci dunque nell’antropologia metafisica dello squilletto, facendone, proprio come richiede il metodo accademico, una classificazione per casi.

1. Lo squilletto del frustrato

Sotto questa prima categoria sono identificabili tutti quegli squilletti originati da una chiamata, spesso ripetuta più volte, all’indirizzo del destinatario. Di solito il destinatario della chiamata si trova in circostanze nelle quali gli è impedito di rispondere con immediatezza. Ciò provoca stati d’ansia e frustrazioni nel soggetto mittente, il quale impreca più volte nella varie lingue conosciute. Gli antropologi hanno spesso notato che questo tipo è rilevabile in percentuali maggiori nella fascia di destinatari che pur possedendo un telefono cellulare si comportano come se non l’avessero. Una curiosità: molti sostengono che il messaggio della Rousseau nel telefilm Lost non sia altro che un disperato tentativo di lasciare messaggi in segreteria, dopo gli squilli andati a vuoto.

2. Lo squilletto malizioso

Questo è un caso di squilletto tra i più frequenti. In questo caso il mittente è solito operare appositamente il cosiddetto “squilletto” all’indirizzo del ricevente per “controllare che l’altro telefono sia acceso”. Sembra che ciò sia più che sufficiente ad autorizzarlo a pensare maliziosamente che l’altro non voglia rispondere ai suoi messaggi o alle sue chiamate, di proposito, e non per cause di vis maior. Infatti, solitamente, questo tipo di squilletti sono effettuati, dopo uno o due sms ai quali non si è ricevuto risposta. La frase più comune del soggetto mittente è “Ah, lo/la stronzo/a ha il telefono acceso e neanche risponde.” Le statistiche rivelano che dall’altra parte c’è effettivamente, nel 75% dei casi, uno stronzo/a che non vi filerà di pezza.

3. Lo squilletto t.p./t.v.b., ossia “ti penso”

Questa terza categoria è l’esatto opposto della precedente, nelle finalità con le quali lo squilletto viene inoltrato. Di solito almeno uno dei due soggetti (mittente/ricevente, che è possibile anche definire squillatore/squillato) è innamorato (non necessariamente entrambi, e non necessariamente l’uno dell’altro). In questo caso lo squillo è interpretabile come un “ti penso”, “ti voglio bene”, “ti sto pensando in questo momento”. Molti si sono specializzati in “squillatori” professionisti che altrove (vedi il codice penale) sono definiti anche “stalker”. Questi soggetti scandiscono la propria giornata sulla tempistica prestabilita dello squillo o degli squilli da effettuare. Ma non sempre c’è da fidarsi: è il caso di Gustava Ilgelato, una signora che era solita effettuare squilli al proprio marito solo quando si trovava a letto con altri uomini. Insomma, non sono tutti squilli quelli che drillano.

Cosa c’è dietro uno squilletto

4. Lo squilletto anonimo

C’è una fascia anomala di squillatori che preferisce fare squilli all’indirizzo dello squillato, nascondendo l’identificazione del chiamante. Sotto questa categoria si raggruppano diverse tipologie di mittenti: dal fidanzato/a geloso/a al seriale killer professionista, ma anche amatoriale. Gli evasori fiscali ricevono squilletti anonimi dalla Guardia di Finanza: il tenente riattacca subito prima che l’altro risponda e ride insieme ai suoi colleghi.

5. Lo squilletto pattuito

C’è poi questa categoria che ha preso piede insieme alla crisi economica. Per risparmiare sui messaggi o sui costi delle chiamate, mittente e ricevente concordano prima il significato dello squillo. Questo va da “fammi uno squillo quando sei sotto casa mia” a “Fammi uno squillo appena fai partire i missili cruise”. Tuttavia, più frequentemente di quanto si pensi, i patti non sono rispettati, e così la storia è colma di squilli travisati i mai arrivati. La vera origine della seconda guerra mondiale sarebbe infatti da ricercare, secondo affermati storici, in uno squillo male interpretato di Hitler all’Ambasciata francese. L’ambasciatore francese aveva concordato soltanto “Adolf, fammi uno squillo quando le Sacher sono fuori dal forno.” Ma Adolf aveva in mente un altro tipo di forni.

6. Lo squilletto mai ricevuto

Così come la comunicazione oltre al detto studia il non-detto, è necessario annoverare nella tipologia dello squilletto, il caso di quello mai ricevuto, in quanto mai effettuato. Spesso lo pseudo-mittente dello squillo è solito dire “Ti ho fatto cinque squilli per avvisarti, possibile tu non li abbia ricevuti?” Lo pseudo-destinatario, che raramente mette in dubbio la parola dell’altro (cinque squilli, mica uno!), replica “Non li ho visti!”. E poi passa il resto della giornata a prendersela con gli operatori telefonici o con la casa produttrice del suo telefono. Conosco un tale che è arrivato a cambiare più telefoni prima di capire che non riceveva mai squilli. D’altronde questa categoria presenta un’altra faccia della medaglia: è il caso di tutti quei soggetti che aspettano da una vita lo squilletto che cambierà la loro esistenza. Molti fra questi sono stati ritrovati morti o in fin di vita con il telefono in mano.

7. Lo squilletto matriciano

Questa categoria è l’italica corrispondenza del celebre film “Matrix”. Da quando le squillo e gli squilletti si sono infiltrati nella politica italiana, è diventato sempre più difficile non cedere il passo a facili derive populistiche. Così, proprio come nel film, ci ritroviamo a immaginare questi palazzi del potere colmi di telefoni che squillano, un’interminabile filiera di squilli, mentre loro…sono in trattoria a mangiare l’amatriciana. Squilletto blu o squilletto rosso? Non ha importanza: la verità non sta in uno squilletto, ma nelle intercettazioni.

Gli antropologi stanno studiando molti altri tipi di squilletto, quindi l’elencazione non è del tutto terminata. Quando ci saranno aggiornamenti, non temete, vi faccio uno squilletto. 

Bicchieri di carta che però sono di plastica

-Caro, per caso, hai rotto un bicchiere?-

-Ehm….no tesoro….figurati…perché?-

-No, chiedevo, mi sembrava di aver sentito il crash! tipico del bicchiere che si infrange, seguito anche dal crock! del bicchiere calpestato da una scarpa-

-Ma no, tesoro, figurati!-

-Ne sei sicuro? fammi vedere i bicchieri nella credenza…1,2,3,4…..vedi? sono quattro, sono sicura che fossero cinque….hai rotto un bicchiere!-

-E va bene si, ho rotto un bicchiere, scusa, non l’ho fatto apposta! contenta?-

-E l’hai pure calpestato!-

-Si, l’ho pure calpestato, amore, dov’è il problema? È un bicchiere!-

-Ecco! Lo vedi dov’è il problema? Non è un bicchiere, è il MIO bicchiere!-

-Il tuo bicchiere, il bicchiere, ma che differenza fa?-

-Certo che fa differenza, se te non hai rispetto per le mie cose, non hai rispetto per me! Ed il fatto che te non colga queste sfumature, beh, mi fa riflettere e neanche poco!-

-Tesoro, adesso stai esagerando, era un bicchiere, non ho ucciso tua madre. Ho, semplicemente, rotto un fottutissimo bicchiere!-

-Non dirmi che esagero, trattandomi come una pazza psicopatica perché peggiori la situazione, sto cercando di farti capire l’importanza del rispetto reciproco, non sono pazza!-

-Ma sempre di un bicchiere stiamo parlando! Te lo ricompro ok?-

-Ah! Adesso mi tratti pure da pezzente! Certo te sei l’uomo, quello con la stabilità lavorativa, quello che guadagna bene, a cui non frega nulla del bicchiere di questa povera pezzente che, in quanto donna, sarà sempre un gradino più in basso, vero?-

-Sai bene che ho molta considerazione del tuo lavoro e della tua carriera!-

-Certo, fin quando non ci sposiamo ed avremo dei bambini no? Poi diverrò come quel bicchiere per te, solo un fottutissimo bicchiere! Se si rompe, si può calpestare e ricomprare, che problema c’è? La verità è che forse dovremmo lasciarci!-

-Lasciarci per un bicchiere rotto? Ti senti male oggi?-

-Ancora mi tratti come una pazza? Vedi? Dobbiamo lasciarci, perché te non hai il minimo rispetto per me!-

-Ok tesoro, calmati, io ti amo, sto benissimo con te, ho rotto un bicchiere perché sono un imbranato che non sa lavare i piatti, e mentre cadeva stavo per inciampare, e per non farmi male ho pestato il bicchiere, ma solo perché sono un imbranato, e non te l’avrei detto solo perché non voglio fare la figura dell’imbranato davanti a te, perché ti stimo talmente tanto che, a volte, mi sento meno di te! Ora, non voglio lasciarci per un bicchiere! Adesso, metti la giacca ed usciamo!-

-E dov’è che andiamo?-

-A comprare bicchieri di carta!-

-Non son di carta, sono di plastica!-

-A comprare bicchieri di plastica! Però tutti li chiamano di carta! Mah!-

-Me lo sono sempre chiesta anche io…..mah….Colorati?-

-Coloratissimi, amore-

Laetitia

 

Ogni maledetto weekend

Il weekend è come il cucchiaio: non esiste.

Se ti concentri, capirai che non è il cucchiaio a piegarsi, ma sei tu stesso.  Così come capirai che non è il weekend a venirti incontro ma sei te che vai incontro al weekend.

Quante volte gli impegni che per tanti motivi non possono essere realizzati durante la settimana lavorativa (strana definizione questa del tempo segnato da crisi e disoccupazione), sono rimandati al weekend?

Così arrivano le classiche frasi come “ci vediamo nel weekend”, “ci sentiamo nel weekend”, “cosa fai questo weekend?”

Il weekend è un’invenzione del Sistema per tenerci buoni, è il premio per fermarci e ripartire, è la dose di ozio settimanale istituzionalmente conclamata (al di là del fatto che molti non conoscono ozio o non conoscono lavoro).

Ma la parte più difficile da accettare in questo inglesismo è la definizione precisa di tempo cui la parola fa riferimento.

Weekend al faro, ma sì!

Cosa si intende con “weekend”? Venerdì e sabato, o anche la domenica, o soltanto il sabato in coppia con la domenica, o uno soltanto di questi giorni? Forse è un’ oscura porzione di tempo che si manifesta in un portale che può aprirsi soltanto a cavallo della mezzanotte del sabato? Chissà!

Una cosa è certa. Quando arrivava il weekend, una volta, ero contento. Adesso la parola mi mette una tristezza infinita. “Weekend”: il composto week e end, mi suggerisce la fine di qualcosa, e quando qualcosa finisce io sono sempre triste. Allora preferisco chiamare le cose con il loro nome: fine settimana. Mi sembra più corretto. Mi sembra che weekend sia un torto alla vita, una allegrezza più che una gioia, una forzatura del tempo. Chiamiamo le cose con il loro nome, diamo poco spazio all’ambiguo, perché il tempo non sarà altrettanto “inglese” con noi.

Tra l’altro uno studio recente, a cura dello Storm Prediction Center con sede in Oklahoma, dimostra che tempeste e tornado sono meno frequenti nel weekend, a causa di inquinamento e smog. C’è poco movimento. A me piace la tempesta, non la quiete.

Vi immaginate se “Ogni maledetta domenica” sarebbe stato “Ogni maledetto weekend”? Dai, non si può!

Tutto il resto è (PARA)noia: guida per principianti

Ammettiamolo!

Tutti siamo paranoici, almeno un po’, almeno in alcuni frangenti della nostra vita. All’inizio la consapevolezza dello stato paranoico genera ansia, turbamento e disapprovazione interiore,ma anni di esperienza mi hanno resa una vera e propria esperta in materia, tanto da condividere cotanta ricchezza con tutti voi, neo paranoici turbati.

Cominciamo prendendo ad esempio la situazione-tipo: un tipo che ci piace! Il caso per eccellenza, in materia.

Il tipo che ci piace ci invia a prendere una birra

Step paranoico n°1:

-Perché mi ha invitata?Mica gli piacerò?No, quello stava con quella che è bella, simpatica brava, etc,etc, che c’entro io?Ma perché mi ha invitata dopo tanto?forse ha un’altra contemporaneamente a me?e che mi metto?no, quello no, sembro facile.Quell’altro no, sembro sciatta. Ma a lui cosa piacerà di me?e se mi scordo il deodorante?Oddio, non ho messo il deodorante sono sicura, etc,etc…..-

Soluzione:

Fermarsi, respirare e ripetere le seguenti parole al proprio cervello:

ANCHE LUI FA LA CACCA(ripetere, a seconda della necessità, dalle due alle trecento volte).

Il tipo che ci piace ci bacia

Step paranoico n°2:

-Oddio, ho mangiato le patatine, ho bevuto la birra, ho fumato, ho lavato i denti prima di uscire?non mi ricordo, cavolo, aspè, ma il deodorante, quindi, l’ho messo o no?ma la maglia puzzerà di fritto?ma bacio male?e se bacio male?adesso se mi dice che è stanco, vuol dire che bacio male, non mi chiamerà mai più, dirà a tutta la città che bacio male.Non potrò più uscire di casa, come faccio?

Soluzione:

Fermarsi, respirare e ripetere le seguenti parole nel proprio cervello:

QUESTO E’ IL BALLO DEL QUA QUA, E DI UN PAPERO CHE SA FARE SOLO QUA QUA Più QUA QUA QUA.

Il tipo che ci piace, disdice un appuntamento con noi

Step paranoico n°3 (Armageddon)

-Ecco, lo sapevo, l’ho spaventato, mi ha detto che il suo amico deve traslocare, non lo sapeva l’altro giorno?possibile?Gli ho detto un “noi” di striscio, per sbaglio, e questa è la reazione, perchè poco fa non me l’aveva detto che aveva da fare, no, quindi è a causa di quel “noi”che mi è scappato,non mi richiamerà più, non gli piaccio neanche forse, vuole solo venire a letto con me, me lo sento, è così!!Ma magari neanche quello, del resto ne avrà di ragazze carine attorno, mica ci sarò solo io….io non troverò mai nessuno che mi vuole bene, non sono in grado…ma perché mi dispiace così tanto?mi sono innamorata?lo conosco da una settimana, no, si, forse, chi lo sa!sto sudando, ma l’ho messo oggi il deodorante?no, non lo so…non mi ricordo, adesso se ne va, lo so….-

Soluzione:

Dale a tu cuerpo alegria Macarena 
Que tu cuerpo es pa’ darle alegria y cosa buena 
Dale a tu cuerpo alegria, Macarena 
Hey Macarena 

Adesso, caro lettore, anche te con queste semplici linee guida, saprai (con)vivere nell’immenso mare della paranoia, come Ulisse, troverai il tuo modo per non gettarti in pasto alla tua sorte.

Quella del paranoico agonistico è una vita dura, piena di pericoli ed ostacoli, ma non demordere!c’è speranza anche per noi per (soprav)vivere…Vi saluto miei cari…Buona paranoia a tutti voi!

 

[...ma, sarà piaciuto quello che ho scritto?ma avrò scritto bene?e se ho fatto errori?diranno che fa schifo, no, anzi, fa schifo, lo so, non mi firmo, no, meglio di no, tanto fa schifo, poi se no mi riconoscono e mi assoceranno, per sempre, a quella che ha scritto sta schifezza......]

Laetitia

Il colore dei pesci rossi

-Ciao-

-Come va?-

-Bene grazie, te?-

-Un po’ stanca, ma bene-

-Hai fame?-

-Ora no, mangio dopo!te?-

-Ho mangiato, non sapevo quando saresti tornata. Ho invitato Claudio ed Elisa a cena venerdì, va bene?-

-Si, va bene. Sabato usciamo in barca con Andrea e Ilaria ricordi?-

-Si, ricordo. La sera poi siamo a cena da Paola per la festa di compleanno vero?-

-Si, e domenica a pranzo da tuo fratello in campagna-

-Certo!-

-Tesoro, credi che dovremmo avere un figlio?-

-No cara, non abbiamo tempo vedi?-

-Vero! E che ne dici di un cane?-

-Troppo impegnativo, magari un gatto-

-Il gatto strappa i divani però-

-Hai ragione, non avremmo tempo per il tappezziere poi. E un pesce rosso?-

-Allora un enorme acquario da mettere in sala, con centinaia di pesci tropicali!-

-Mi piace, darebbe colore alla casa-

-Ok, allora domani vado al negozio e…no aspetta, domani ho l’estetista, vai te?-

-Domani ho il massaggio shiatzu-

-Vabbè, andremo un’altra volta magari, siamo pieni d’impegni-

-Va bene, un’altra volta cara. Adesso scusa, sono in chat con Filippo, è stato lasciato dalla moglie, sta male ed io non ho mai tempo di ascoltarlo-

-Va bene, io vado a giocare a farmville di là.-

-‘Notte cara, se ho tempo poi ti do il bacio della buona notte-

-‘Notte-….-Certo l’acquario darebbe davvero un sacco di colore in questa casa- Pensò lei accendendo il computer.

Laetitia

Vivere nuoce gravemente alla salute

Ci ho provato, sbagliando.

Fin quasi a rischiare il cancro o un infarto.

D’altronde me lo avevano detto di stare attento: vivere nuoce gravemente alla salute.

Ho un sacco di vizi: scrivo, provo sentimenti, parlo, rido, piango, leggo.

Scrivo almeno una volta al giorno, e quando non sono impegnato in un vizio, ce n’è sicuramente un altro che mi occupa la giornata, o più vizi contemporaneamente.

Devo smettere di pensare e di provare sentimenti, devo anche smettere di scrivere e di leggere. Devo limitarmi a respirare, d’ora in poi.

Il medico è stato chiaro: respira e basta. Non farti domande, non cercare risposte. Respira, come una pianta.

Stai al tuo posto, e vedrai che vita meravigliosa che avrai.

Quindi ho deciso di seguire i consigli del medico, perché vivere è pericoloso, nuoce gravemente alla salute.

Vabbè, magari, domani smetto.

Sono solo una pedina

Non c’è montagna più alta

Di quella che non scalerò

Agli occhi di un novizio la pedina è certamente la parte più sottovalutata nel gioco degli scacchi.

L’esperienza mi suggerisce invece che il destino di una partita dipende spesso da come si muove o non si muove una pedina, piuttosto che un alfiere, una regina, una torre o un cavallo. Magari non sarà una pedina a mettere sotto scacco il Re, ma tocca comunque alla fanteria avanzare nel fango casella dopo casella.

La pedina mi ha sempre affascinato per questo suo muoversi lento e significativo, per questo senso del sacrificio più ardente che non in tutti gli altri pezzi, per questo suo non uccidere l’avversario in modo diretto ma sempre nella più prossima casella in diagonale: obliquità della lama assassina che scivola furtiva nella gola del nemico.

Del resto se gli scacchi fossero un’opera narrativa, ed in effetti lo sono dal momento che ogni partita è il racconto di uno scontro sanguinario, la pedina sarebbe l’unico personaggio non a tutto tondo ma potenzialmente capace di un’evoluzione.

Infatti, una volta arrivata nell’orizzonte delle file nemiche, i suoi sacrifici vengono ampiamente ricompensati. La pedina si elegge a torre, ad alfiere o persino a regina contestando quel ruolo che sembrava fino a un attimo prima un’esclusiva dinastica dei pezzi superiori.

Ma questo premio infine risulta per certi versi anche una condanna.

La pedina perde quell’originaria libertà degli umili per assurgere ed incarnare a un ruolo dal quale non potrà più sfuggire, se non con la morte. In un certo senso quando i poveri diventano ricchi, quando i vinti diventano vincitori, si perde qualcosa nel passaggio.

E questa è stata la storia di molte rivoluzioni: una sostituzione di persone sul carro dei vincitori, ma non di ruoli.

Una volta al potere, la potenzialità è finita, si cristallizza e si eclissa.

Morirò pedina. Morirò libero.

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Piccolo piccolo piccolo!!!

State scherzando, vero?

Non avete ancora acquistato il nostro libro di poesie?

Acquistatelo pure…a vostro rischio e pericolo!

Effetti collaterali: vivere.

Si può ordinare presso qualsiasi libreria (fisica o online, nonché presso il sito dell’Editore)

Dulcis in fundo: ecco qui il link della registrazione dell’intervista agli autori presso gli studi della web radio Radio Libera Tutti  :

Intervista agli autori

dove tra l’altro potete trovare qualche assaggino…

State scherzando, vero?

SIETE PRONTI? SIETE CALDI? SIETE AFFAMATI?

Vi presentiamo la nostra Antologia Poetica in quanto autori del blog Vongole & Merluzzi.

La raccolta si intitola “State scherzando, vero?” e si propone l’ambizioso scopo di riportare l’Uomo al centro della Storia.

Dopo l’I-pad, l’I-pod, l’I-phone , occorre stabilire “I Poetry”: cambiare il mondo e risvegliare la propria coscienza tramite l’azione poetica.

Non è una striscia defilata della solita rivoluzione pseudo sessantottina, né l’urlo patinato dei soliti poetucoli che riempiono librerie e strade. Siamo piuttosto poet-astri.

E questo è un libro di poesie per chi odia la poesia, per chi ama ed odia la vita, questo è rock.

Autori: Macale, Appetito, De Cave (alias Lordbad, Franklinguamozza, Fishcanfly su questa nave).

Edizioni Ensemble.

Il libro è ordinabile presso qualsiasi libreria italiana, o presso il sito dell’editore o anche contattandoci personalmente.

Link Edizioni Ensemble:

Attenzione: 
è severamente vietato leggere questo libro prima e dopo i pasti 
e durante le ore diurne; 
si consiglia vivamente di non sostare in posti pubblici con il presente, 
onde evitare di suscitare reazioni di eccitamento improvviso 
da parte di sconosciuti; usare con cautela. 
In caso di eccessiva lettura consultare direttamente i poeti; 
tenere lontano dalla portata degli adulti, dei disillusi, e dei sani; 
il contenuto è altamente infiammabile. 
Le statistiche riportano stime di milioni di anime bruciate; 
è infine assolutamente sconsigliato cambiare dopo la chiusura del libro. 
Ogni abuso verrà punito con un sogno.

La versione di Lordbad (in tutta sincerità)

A te che fra cent’anni leggerai non capisco in che modo questa testimonianza possa rivelarsi preziosa, ma mi piace immaginare che magari anche tu fai parte della mia vita, malgrado non abbia fatto in tempo a vederti per causa dello spazio-tempo e del deterioramento biologico che avrà condotto il mio corpo alla morte.

Tanto per cominciare non sono un ambientalista nel senso che non ho bisogno di un’ideologia ufficializzata per proteggere l’ambiente. Ma mi incazzo se penso che il mio amico getta con indifferenza un fazzoletto dal finestrino. Questa cosa mi manda in bestia.

Non sono molte delle cose che hanno attraversato la generazione precedente: qualunquisti, rivoluzionari e reazionari. Se ho bisogno di pregare, prego, ma non mi accanirò in qualche discorso tra atei e bigotti. Se ho bisogno di ammettere che non c’è nessun dio, lo ammetto senza problemi.

Non mi precipiterò a manifestare o ad indignarmi, è come se qualcuno mi avesse detto a distanza di secoli che non serve a niente. Ma mi precipiterò a dare il mio voto e a fare il mio dovere di cittadino.

Non giustificherò tutti questi fans dello spinello e della droga. Da questo punto di vista sono sempre stato molto rigido, anche rischiando l’emarginazione, perché in fondo ero quello normale, quello che non avvertiva il disagio generazionale al punto da doversi fumare chili d’erba.

Ho sempre seguito la retta via, e a quelli che mi chiamavano “secchione”, rispondo che non è stato facile. Non è mai stato facile per nessuno, certamente.

La scrittura è solo un espediente momentaneo per dare un senso a molte cose che non hanno nessun senso. Vivere un sogno m’interessa poco, ma farlo vivere a molti, questo sì, m’interessa. Ho visto la bellezza della luce su volti in ombra che uscivano dalla caverna, assetati di luce e di verità.

Il perdono non esiste perché possiamo perdonare gli altri, esiste in quanto possiamo essere capaci di perdonare noi stessi dell’incapacità di amare gli altri.

Non ho molte altre conclusioni per il momento. Le considero parziali, ma se dovessi morire, diventerebbero, amara ironia della sorte, straordinariamente definitive.

Scegliere.

Scegliere sempre e comunque: in questo consiste la vita.

Io ho sempre scelto e continuerò a scegliere profondamente convinto delle mie scelte.

Scegli quel che più consideri giusto, scegli le persone alle quali voler bene, scegli il lavoro che ti piace, scegli il sogno da inseguire.

Ti aspetto in spiaggia, sconosciuto lettore. Una grande spiaggia bianca. Sarò il tipo con gli occhiali da sole che sorriderà scegliendo conchiglie. E avrò con me un sogno da regalarti.

Se fossi nato in Canada…

In verità il PIL di un paese non è negativamente influenzato dal fenomeno della fuga dei cervelli. Neanche per sogno.

A incidere sull’economia del paese è la fuga dei cuori.

Gli esperti stimano che ogni anno circa un terzo della popolazione fugge da delusioni amorose.

Fortunatamente il flusso migratorio garantisce un ricambio, ma di questo passo il Bel Paese rischia di diventare il paese dei cuori infranti.

Gran parte di questi delusi si rifugia, misteriosamente, in Canada, in cerca di una vita anonima e tranquilla.

Alcuni tornano, altri no.

Io sono uno di quelli che resta. Se mi capita una delusione amorosa spedisco lei in Canada, con un bel calcio in culo.

Vancouver, 20 novembre 2011

Metti su qualcosa, Joe

Joe, amico mio, metti su qualcosa.

Un disco, uno vecchio.

Uno di quelli dove la polvere si è posata.

Uno che può portarmi via, per qualche momento.

Che mi aiuti a dimenticare.

A dimenticare cosa?

Non lo so Joe. Penso che sia una ferita, o più ferite insieme, non lo so più. Che importanza ha ormai? Metti su qualcosa, Joe.

Ragion di Stato (d’animo)

Magari fra duecento o trecento anni apriremo gli archivi di Stato d’animo e tu saprai.

Ma se vuoi, puoi sempre ribellarti, fare una Rivoluzione, scoprirlo adesso.

L’unica rivolta che conta è quella del cuore.

L’unica che converte i morti in vivi.

L’unica rivolta che io farei, per te.

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