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Del trascurare, dello spam, del pop e di altre felicitazioni

 

Ultimamente, amici lettori, potreste sentirvi un po’ trascurati dall’incedere meno ritmico dei post ittici del blog.

Niente panico!

Al giorno d’oggi c’è un’agenzia per tutto!

Rimbalzando tra meteore di impegni e di idee, pensavo che bisognerebbe aprire un’agenzia di like e commenti.

Soluzioni di spam personalizzate per il cliente. “Andy Warhol diceva che ciascuno nel futuro avrebbe avuto 15 minuti di notorietà. Noi ve ne daremo una vita”.

Casa Bianca & polemiche! Casa Pop!

La nuova frontiera del marketing.

SpamGlob: alienati dall’umanità, globalizzati.

In fondo l’umanità fa marketing da una vita: persino i nostri antenati di Altamira pubblicizzavano la propria caccia al bisonte.

Tutto è preistoria, la storia è soltanto un sogno.

Pandoro o Panettone? Amleto 2.0

Il panettone non esiste.

Persino Lee Harvey Oswald potrebbe aver avuto un attimo di esitazione, nei recessi più bui dell’inconscio, un attimo prima di sparare al 35° Presidente degli Stati Uniti d’America, JFK. Poi ha scelto, e la storia ha fatto il suo corso.

Si tratta sempre di scegliere.

Mutande o boxer, reggiseno o top, cioccolato al latte o fondente, panettone o pandoro?

C’è un piccolo Amleto dentro ognuno di noi, e ogni giornata è scandita dal sacro velo del bivio. Ogni scelta è tragica.

E non è mai l’ultima. Ammesso che abbiate scelto il panettone, poi avrete “Uvetta e canditi” o solo “Uvetta”? Prendete “Uvetta”, e lì “Riscaldato al forno” o “servito già freddo”?

E così via.

La scelta non è un lusso, come vogliono farci credere, ma una condanna. E ogni scelta è destinata a fare la differenza.

O forse no.

Lasciateci Humani

Lasciateci umani. Voi che dite di aver visto dio ai confini dell’universo, voi che collezionate denti ultra bianchi nelle scatole di Instagram, privi di Gramsci.

Lasciateci umani, mentre percorrete i corridoi frenetici della celebrità, voi che credete di bruciare, perché qualcuno vi ha detto che somigliate a Lady Gaga. Lasciateci umani, voi che siete presenti alla prima comunione, ma non comunicate più da tempo, voi che siete gli ultimi predicatori della fine del mondo, e invece questo mondo non finisce, voi che non mancate un augurio, una cresima, un matrimonio, un divorzio.

Lasciateci umani, voi scimmie che giocano la schedina della propria squadra del cuore, voi che lo idealizzate il cuore, ma che non votate più per nessun ideale.

Lasciateci umani, voi che sognate una vita da Barbie e Ken, voi che al posto dell’Iliade avete i Pokemon. Lasciateci umani, voi che avete dimenticato ebrei, indiani, rom, minoranze. Lasciateci umani, voi che votate ancora per un partito, ma non trovate il coraggio di partire per nuove destinazioni. Lasciateci umani, voi che avete il bisogno di essere gli animali domestici di un leader.

Lasciateci umani: non credo più nel vostro pentimento, nel vostro doppio mento. Lasciateci umani, voi che non distinguete più un uomo da un maiale, un giusto da un fascista. Lasciateci umani, voi che condividete foto, video, pose, ma non condividete ciò che non potrete mai avere: l’essere.

Lasciateci umani, voi che esaltate il poeta civile, il cane civile, il cittadino civile. Lasciateci umani, non le vogliamo le vostre aiuole di martiri ed eroi.

Noi non saremo come voi. Noi siamo ciò che non siamo.

Lasciateci umani. Lasciateci soli.

C’è chi viaggia, e c’è chi spiaggia (Era agosto, ma lo sarà ancora!)

“L’importante non è la meta da raggiungere, ma il viaggio che si fa per raggiungerla”

[cit. una qualche frase facebookiana a caso, attribuita a qualcuno a caso].

In un mondo in cui il viaggio interiore, la ricerca dell’io il valore del sé ha la stessa valenza del condividere la foto di una spiaggia tropicale su un social network, credo  sia necessario ricordare che il viaggio interiore dovrebbe avere come fine ultimo la “casa” omeriana tanto screditata nel nuovo millennio; il viaggio finalizzato all’ignoto porta un dispendio energetico ed un’inclinazione alla casualità decisamente poco proficua per l’obiettivo “meta” prendiamo un esempio pratico:

Una mattina mi alzo, decido di intraprendere un viaggio, mi reco all’aeroporto mi fermo davanti la biglietteria ed il gentile impiegato mi chiede per quale località intendo fare il mio biglietto.

Ora io, preda della voglia del viaggio, non so quale possa essere la mia destinazione,  voglio solo salire su un dannatissimo aereo.

Giustamente mi sentirò replicare che ciò non è possibile devo necessariamente fornire un’indicazione perché, in base alla meta, i costi del viaggio sono variabili. Se, ad esempio, scelgo una meta lontana il viaggio sarà lungo, l’aereo più grande, il carburante sarà di più, il personale coinvolto idem, ergo, il costo del mio biglietto sarà proporzionato al tipo di viaggio intrapreso.

 Questo ragionamento, intuitivamente molto logico, dovrebbe essere effettuato per i cosiddetti “viaggi interiori” che tanto affollano le nostre bacheche. Non si può intraprendere un viaggio interiore prescindendo dalla meta, se non si sa dove si vuole andare, come si può sapere come andare, quali strategie attuare, quanta energia accumulare e quali tipi di sacrifici contro la propria volontà attuare?

Step by step, book by book

Ovviamente, la risposta alla mancanza di mete nei percorsi interiori è, ahimè, piuttosto semplice: una volta raggiunta quella meta, una volta raggiunta la “casa” che faccio? Spiaggio? Mi creo un’altra meta? Continuerò infinitamente questa faticosa ed incessante ricerca?

La risposta è  inevitabilmente si!

Sì.

Un viaggio che tende ad infinito è esso stesso una meta.

Un viaggio in cui la meta procede step by step è un adattamento ad una inevitabile e fastidiosa inclinazione dell’essere umano.

La casualità del viaggio porta a ritrovarsi in luoghi assolutamente improficui, con conseguente dispendio energetico ed allungamento dell’infinito.

Tutto ciò per dire… Abbiate pietà di una povera anima che, ad Agosto, con 45°C percepiti, ed un tasso di umidità pari a quello dell’Amazzonia, sta a casa davanti al computer… per scelta….perché il mio ennesimo viaggio prevede anche questo.

Laetitia

Scritto ad agosto e, come tutte le cose scritte ad agosto, un sempreverde come il baobab.

Forchette o Forconi?

E fu nella notte della lunga stella con la coda che trovammo mio nonno crocifisso sulla chiesa crocifisso con forchette che si usano a cena

Coda di Lupo, De André

Ho sempre pensato che la Storia non fosse qualcosa di eclatante.

Sì ci sono degli episodi che ricordiamo tutti perfettamente o che assurgono a diventare simbolo di un qualcosa, quale che sia lo schiaffo di Anagni, l’Obbedisco garibaldino, il Rivoltoso Sconosciuto di Piazza Tienanmen a Pechino, l’assassinio dell’Arciduca Francesco Ferdinando d’Asburgo.

Eppure, agli occhi di uno storico, tutti questi episodi non sono altro che…scintille. Splendide, luminose, fulminanti scintille nel furore perpetuo della notte. Ma pur sempre attimi. E si sa: un attimo conta più nella vita di un uomo, che non nel grande ciclo storico, troppo distratto e chiassoso per aver tempo di compatire le nostre miserrime esistenze.

Così Polibio usava distinguere fra Aitia (la causa vera e remota di un avvenimento, dal greco αἴτιον) e Prophasis (il pretesto, la scintilla, l’episodio per l’appunto). Insomma dietro l’assassinio dell’Arciduca c’era un pentola a pressione sul punto di esplodere, e il suo esecutore è stato solo uno strumento nelle mani di una Storia sempre più grande degli uomini che s’illudono di governarla, in quel caso la Prima Guerra Mondiale.

Che poi è come dire che l’Aitia è la mia voglia di cappuccino e la prophasis è il bar sotto casa. O per i più romantici, l’Aitia è la voglia di innamorarsi, e la prophasis è la prima che incontrano per strada…A ripensarci non è così romantico…ma ci siamo capiti!

Le forchette ci parlano! [Forchette parlanti - Opera di Bruno Munari 1958]

Ecco, questa struggente premessa, che poi è il succo vero della storia, poiché è ciò che segue le premesse che è superfluo, era per dire che probabilmente la Storia la si decide a tavola con le forchette più che in piazza con i forconi. Mentre vostro zio è lì che vi chiede “Vuoi ancora della pastasciutta?” “Mi passi il sale?” o ancora “C’è una bistecca in più, chi la vuole?”, ecco lì si sta facendo la Storia. Mentre cospargete di sale la vostra insalata potrete ancora sentire l’eco delle ruote delle bighe e del passo di marcia dei soldati romani su Cartagine che spargevano il sale sulle rovine. E mentre addentate la bistecca, state strappando un trattato di pace a qualche potente della terra, o se state mangiando del sushi, con tutta probabilità state segnando il destino del Giappone. O dell’Italia, dipende dai punti di vista.

In fondo Cesare fu assassinato con posate da tavola, non con coltelloni da macellaio.

Insomma la Storia non la fa la piazza, ma la pancia.

Buon Appetito!

Ero lì

Io ero lì, quando il vostro muro è caduto, sotto i colpi degli Achei del Pelide Furioso. Io ero lì, quando Cesare cadde sotto i coltelli dei suoi figli, i figli della Sacra Repubblica. Io ero lì, quando camicia rossa disse: “Obbedisco!” e anche più tardi quando gridò “Rivoluzione!” nella piazza di Stalingrado a dieci gradi sotto lo zar. Io ero lì quando le camicie nere pendevano dalle lavatrici della storia, obitori di centrifughe in fuga da borghesi e casalinghe.

Ero lì, quando lui bevve la sua cicuta e mi abbracciò, Sacra Libertà degli Uomini. Ero lì, quando oltre la siepe ho visto prima il buio e poi la luce.

Ero lì, nelle pupille transgeniche dei bovini che ripetevano “I maiali sono più uguali di noi” e la voce di un generale impazzito di gioia “Meglio porco che fascista!”

Ero lì, mentre il vitello d’oro volava sui greggi grigi e fiochi di chi, credendosi uguale, abbatteva muri a casaccio in nome di Dio.

Ero lì, a Capaci, a Palermo, a Bologna, a Milano, per un soggiorno di cinque giornate e una vita a centomila volti.

Ero lì, quando l’America piantò la sua bandiera nella terra di nessuno e Astolfo non protestò. Ero lì, quando le torri crollarono, ribellandosi al peso di un’insostenibile libertà.

Ero lì, quando mi dicesti “ciao, ci vediamo in un’altra vita” e sarò ancora lì, mentre tutti i muri cadono, ed io t’amerò per sempre.

Alieni qualunquisti

Posso dire una cosa?

A me Alien non è piaciuto.

Non mi intendo di cinema, quindi non starò qui a propinarvi una becera recensione da quattro soldi.

In molti lo considerano un capolavoro. Ma non so: è come quando arrivi davanti alla Gioconda e scopri che tutto sommato tutta quella fila, tutte quelle aspettative, erano inutili.

Un po’ come quando cresci e capisci che fare l’astronauta non era così figo come quando lo sognavi da piccolo. Ammesso che tu diventi un astronauta (e no: non ho intenzione di fare nessuna battuta satirica legata al mondo del lavoro).

No, aspettate. Ora non esageriamo. Fare l’astronauta è figo. Molto più figo che sognarlo.

Alien, invece, no.

Che poi “Alien” o “xenoformi” non sono forme di vita intelligenti. Una forma di vita intelligente non distrugge tutte le altre per sopravvivere. Logico,no? Anche un parassita, in confronto, apparirebbe degno di una laurea honoris causa.

Passo e chiudo.

Il confine

Era una cosa che non faceva da molto tempo: superare il confine.

Almeno da quando i due Smocciolosi avevano rimediato la loro porzione di bastonate gratuite. “Voglio vedere se lo rifate più!” – aveva urlato loro in faccia il fattore mentre teneva i corpi dei due ragazzi quasi privi di sensi per le rispettive collottole. “No, Signor Jones…Noi non volevamo superare il confine. Noi volevamo soltanto…”

Volevano soltanto riprendersi il pallone. Cristo. Era così difficile? Lui stesso era stato chiaro più volte. Amici, solo una partita di calcio. Ma niente quelli si credevano di essere i campioni del Sud America o di là dell’oceano, roba da italiani o da inglesi. Se si fosse trattato di baseball e avessero cercato di imitare le gesta di Joe Di Maggio, il tipo di cui suo nonno parlava spesso, bé allora sarebbe stata un’altra storia. Magari anche il vecchio fattore, il Signor Jones, l’avrebbe pensata diversamente. Un conto è ritrovarsi nel campo un pallone di calcio. Un altro conto è ritrovarsi nel campo una palla di baseball. Quel pallone era come un incidente di Roswell in quella fattoria. Faceva più casino della morte di Kennedy.

Smoccioloso Uno sanguinava dal naso. Smoccioloso Due aveva una mano dolorante e un dente rotto. “E se dite chi è stato…giuro che vi impicco lì.” E la mano malferma ma in un certo senso sicura dei propri movimenti, quelli di chi conosce ogni centimetro della propria terra, senza doversi voltare a guardarla, aveva indicato un albero secco. Quell’albero non aveva mai foglie, almeno da quando lo aveva visto, lo ricordava sempre così, nodoso, solitario a ridosso della casa del fattore, forse aveva già visto più di qualche impiccagione.

“Dicono che se impicchi un giusto a un albero, sull’albero non crescono più le foglie.” – gli aveva detto Jerry.

“E questa cosa chi te l’ha detta?” – gli aveva risposto lui.

“Me l’ha detta Patty.”

“Hai mai visto Patty nuda?” – Jerry era rimasto interdetto a quella domanda, aveva sollevato le spalle, senza rispondere.

“Allora, hai mai visto tua sorella nuda?”

“No, ma che domande sono?”

“Sono domande, Jerry. Tutti ci facciamo delle domande.”

“Bè falle a tua sorella le domande.” Lì gli aveva allungato un pugno e Jerry era caduto. “Mia sorella non si tocca. La tua sì. La mia no, è fuori discussione.” Non ne avevano più parlato. Almeno finché non venne la notte, tre anni dopo, in cui lui, Kevin, si trovò costretto a superare il confine.

Le gambe di Patty ciondolavano sulla cassapanca. A Kevin sarebbe bastato questo spettacolo. Poteva anche morire adesso, perché ogni volta che le ginocchia si allontanavano l’una dall’altra, il suo sguardo era calamitato dal centro di ogni cosa, dal motivo principale per cui sentiva di essere nato: una mutandina bianca. Fu la voce di Patty a riportarlo alla realtà. “Dovremmo risalire? Non credi che ci stanno cercando?” “Non penserebbero mai che siamo qui giù…”- rispose Kevin, la voce gli tremava un po’. “Tu, Kevin Donald, sei un discreto figlio di puttana.” Kevin rise nervosamente, un qualcosa tra una risata e un piagnucolio. “Patty…” “Cosa vuoi chiedermi Kevin?” “Posso…?” – Kevin si era alzato, era arrivato davanti a Patty, al punto che poteva sentire l’odore del suo sudore. Lì giù in quello scantinato si sudava un sacco, non aveva niente delle comuni cantine. Oppure era la giornata particolarmente calda. Una di quelle afose giornate texane. Poteva distinguere i suoi capezzoli spuntare fuori dal vestito quasi, poco sotto i seni era inzuppato di sudore, e ci scommetteva che la sua maglietta non solo era macera, ma – lo avrebbe giurato – poteva distinguere il profilo del cuore gonfiare la parte sinistra del petto. Con la gola secca farfugliò qualcosa. “Ripeti…” – Patty continuava a ciondolare le gambe ora tra i due non c’era che la misura di un braccio, lo stesso che lei aveva allungato verso il suo viso, mentre con la mano gli accarezzava la guancia. “Voglio vedere…” “Dillo.” “Voglio … vedere la tua …cosa Patty.” Patty esplose in una grande risata, piegando la testa in avanti e i capelli sudaticci presero in pieno la faccia di Kevin arrossito di colpo e sul punto di retrocedere, ma era impossibile muoversi adesso, era come affondare nelle sabbie mobili. Ecco – pensava – lo sapevo. Adesso muoio. Adesso muoio, qui ora, la mia vita è finita, dio mi farà precipitare all’inferno. Patty tornò a guardarlo negli occhi. Chiuse le gambe.

“A una condizione, Kevin Donald.”

(continua..)

Et cetera

Alle volte c’è sempre troppo da fare per poter spiegare.

Spiegare al proprio capo le motivazioni valide in base alle quali rivendicate un aumento di stipendio, o spiegare le fondamenta filosofiche in base alle quali le tesi kantiane sulla ragion pura sono assolutamente errate, o spiegare qual è il senso della vita, la risposta a tutto, dai piatti che sgocciolano nel lavandino e attendono di essere asciugati al “perché siamo qui, dove andiamo” etc etc.

Sì, avete letto bene: etc etc, che significa “et cetera” o dal greco “καὶ τὰ ἕτερα” (kai ta hetera, “e le altre cose”). C’è sempre un mucchio di altre cose, un infinito universo dentro un altro universo. Astolfo, quando arrivò sulla luna per ritrovare il senno di Orlando, si trovò di fronte a una montagna di eccetera.

Immagine

La prima volta che ho guardato lei negli occhi i dettagli erano così tanti, così…innumerevoli, che soltanto un’espressione così simile all’idea di eternità poteva riassumere quel momento: et cetera.

Perché alle volte non basterebbe una vita per poter elencare tutte le buone ragioni e la bellezza che vediamo in una persona.

A differenza della guerra e della morte e delle cose cattive: un genocidio non può essere riassunto in un “etc”: vanno ricordati tutti, nome e cognome, volto, mani, unghie, vizi, abitudini. La memoria storica non è cumulabile all’infinito: è racchiusa in un tempo definito.

Invece per la bellezza, non è la fretta, ma è il tempo che scorre, che inesorabilmente avanza, ruga dopo ruga, scava trincee dentro e fuori, che ci consente di ricorrere a un etc e allora non possiamo permetterci di perderci nelle miniature del tutto. Talvolta tutta questa bellezza deve essere riassunta, osservata da lontano, per quanto possibile: un immenso et cetera.

Finché non vedremo Dio: il primo e ultimo “et cetera” della storia, per scoprirlo dentro di noi.

E poi…e poi…ci sarebbe molto da aggiungere, etc etc

Quali sono “le altre cose”? Ecco, siate curiosi, avvicinatevi, sempre di più, sempre di più…

Socrate e l’idromaieutica

L’idromaieutica non è un metodo subacqueo di ricerca della verità (quello si chiama idromaieUstica, ma finora non ha ancora fornito grandi risposte).

L’idromaieutica ha piuttosto due significati: da una parte con esso intendiamo dire che la verità è come l’acqua, capace di cambiare forma a seconda del recipiente che la contiene, pertanto, come l’acqua, rende il terreno scivoloso e fangoso, costringe a rimettere in dubbio le nostre certezze acquisite. Per questo le persone idrofobe sono insospettabilmente più numerose delle idrofile. Non solo, nella verità occorre anche saper nuotare. Un nuotatore poco esperto potrebbe morire annegato, al contrario delle menzogne che sono sempre ottimi salvagenti per restare a galla. Non tutti sono in grado di resistere al gravame della Verità, che è come una zavorra al piede mentre infuria la tempesta.

Il secondo significato è che potremmo accontentarci di cercare la verità nelle vasche idromassaggio. Abbiamo infine votato per una deliberante e liberante fuga dai problemi e dai pugnali che ci hanno crocifisso per così lungo tempo.

Perché perdere tempo ad indicare la strada ai ciechi? Perché non passare da “Ad Maiora!” a “Ad Majorca!”? La tentazione è forte, tanto più che la realtà non cambia né a colpi di post di blog, né a colpi di posti di lavoro precari.

Cosa succede quando il Grande Sognatore si è stancato? Quando l’amore non è più quello che credevamo, quando la realtà è molto più grigia e oscura di quella descritta nei romanzi, quando non c’è nessun eroe, né razza aliena superiore a salvarci?

Succede che ci prendiamo una pausa. Una dovuta pausa da tutto.

Annegate pure. O salvatevi. Fate da soli, insomma.

Come avete sempre fatto, che siate vongole o merluzzi. Se ne avrete voglia, sopravviverete.

Quando i sogni sono infranti, non c’è modo di tornare indietro.

Socrate se ne va ad Ibiza.

Regimi…alimentari

Diete.

Diete ovunque cada il tuo sguardo.

Quando dico la parola “dieta”, non si intende più la riunione del popolo germanico, né le assemblee deliberative di un Parlamento o di un organo di potere politico.

Così come quando dico la parola “regime“, nessuno si interroga sull’ombra del Grande Fratello in agguato dietro gli schermi televisivi e gli organi di informazione di una realtà facilmente “monopolabile”.

No.

Oggi la dieta è quella dei corpi, menti comprese, e il regime da autoritario è diventato alimentare.

Panem et circenses: i Romani hanno raggiunto il loro scopo.

Ad ogni modo, penso che, più che quello di uno sportivo, il regime alimentare più sano sia quello di una pornostar, sempre molto attenta alla cura del proprio corpo.

Dalla regia mi suggeriscono che in certi regimi alimentari hard, ci sono ingredienti non proprio adeguati alla dieta di ogni giorno.

Non so proprio cosa intendano, ma penso che qualsiasi cosa è meglio della carne di ignota provenienza trovata in molti fast food inglesi, come ha sottolineato una recente inchiesta della BBC.

Vuoi vedere che il porno parla alla pancia del popolo?

Propongo un salto evolutivo: dai fast food agli hard food!

E sai cosa mangi.

Anteprima di vita

Molti programmi di scrittura odierni offrono la cosiddetta anteprima di stampa. Prima di stampare puoi farti un’idea di come verrà fuori il testo scritto. Matrix non è perfetto: mi sarebbe piaciuto (a chi non piacerebbe, suvvia! Fate poco gli eroi!) avere un’anteprima di vita. Magari poi sarei andato ugualmente in stampa, avrei mantenuto le opzioni scelte, o magari no, avrei fatto qualche ritocco qua e là.

Sono tutti bravi a dire “io rifarei tutto quel che ho fatto”. Vi voglio vedere ad avere la possibilità reale di “ripetere”, di “rivedere” qualche dettaglio qui e lì. Non stiamo a prenderci in giro. L’uomo è fatto per ammirare l’eroe, per imitarlo, al massimo, ma non per esserlo.

Non esistono quelli che non piangono o non si disperano, semmai non hanno mai fatto scelte, non hanno mai scelto.

Di una cosa non mi pento: ho sempre scelto, anche senza anteprima di stampa. Ho sprecato un fiume di carta e di inchiostro, è vero o forse no. Forse adesso la stampante è collaudata meglio di un tempo.

Non che il numero di errori commessi garantisca, al crescere, una maggiore esperienza e una maggiore competenza, o almeno non necessariamente.

Siamo stampati a getto di emozioni.

Grazie Matrix per aver reso così reale la definizione delle nostre immagini.

Tanti auguri a…

Auguri. Cristo, auguri.

Ogni anno la stessa storia. Non importa che si chiami Chanukkah, Ramadan o Natale. Puoi persino essere ateo e gli auguri ti verranno comunque a cercare. Tutte queste viscide persone non sanno nemmeno la radice del verbo augurare. Augurare significa accrescere, ma l’unica cosa che accrescono è la distanza che li separa da loro stessi.

Li vedo ogni mattina e capisco che l’unica cosa che posso fare è stare al loro gioco. Augurare. Allora: auguri. Auguri al tabaccaio che smercia morte. Auguri alla maestra che ci prepara durante l’anno come i panettoni senza canditi. Auguri al barbone sulla strada dell’università che mi ricorda il mio imbarazzo di essere venuto al mondo. Auguri a Jimmy Hendrix che mi ricorda che vivere vuol dire durare il tempo di un assolo. Auguri ai culturisti che mettono proteine nel loro pene. Auguri a Tolstoj e a tutti quelli che sono più in guerra che in pace. Auguri alla badante di mia nonna, ma soprattutto a chi non bada mai a se stesso. Auguri alle donne che si rifanno le tette in tempo per Natale. Auguri ai preti che sono più indaffarati degli uomini di Wallstreet. Auguri ad Andreotti e ai familiari di Moro. Auguri a Pacciani e a chi si porta dentro i propri mostri. Auguri ai migliori esempi della nostra generazione. Auguri a tutti quelli che votano Silvio perché non hanno più nulla da fare, auguri a chi vota quegli altri, in fila al seggio come il giorno della prima comunione. Auguri a Jack che ci ha insegnato a non frenare, e auguri all’altro Jack che ci ha aiutato a squartare la mente delle persone.

Auguri a chi vive l’emozione. A chi non ha paura. A chi sbaglia di proposito. Auguri ai bugiardi nella loro sincera meschinità. Auguri a chi ha tagliato il traguardo e a chi invece si è fermato prima. Auguri a chi non è nemmeno partito, a chi si innamora ancora e ancora e ancora senza stancarsi mai. Auguri a tutte quelle coppie che a vent’anni sembrano dei vecchi sposati da cinquanta. Auguri al rock. Auguri a chi fa sempre ciò che deve, a chi va contro corrente e anche a chi sceglie di essere la corrente.

Auguri alla pioggia quella che taglia il viso. Auguri a chi piange lava. Auguri a chi per raggiungere la felicità è disposto a perdere tutto.

Auguri a chi sa che l’amore non è nient’altro che egoismo. Auguri a chi si ama di nascosto.

Ma soprattutto auguri a me stesso, perché sono un testa di cazzo.

Vi auguro di non augurare mai nulla a nessuno.

Cloni e ricloni storici

I tempi cambiano, la tecnologia avanza, i sindacati e gli operai restano.

Cloni al lavoro in una stazione spaziale.

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