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Komandamenti a Kaso

 

Komandamento numero 3 (gli altri due possiamo saltarli, che tanto non li chiedono mai all’esame): Se ti trovi alle ultime file di un concerto, non pogare.

4: Facebook è una malattia, ammalarsi ogni tanto fa bene aiuta a sviluppare le difese immunitarie, ma ogni tanto!

5: la gente non si droga più come una volta perché è diventata choosy, allora tu scegli di dipendere soltanto da te stesso

6: se oggi ti girano i coglioni, approfittane: fatti un frullato

7: se sei napoletano ma lavori al nord, non lasciare che ti chiamino EXPOsito!

8: quando ti fai una doccia, guardati, sei un’opera d’arte e puoi ammirarti gratis. Digli questo a chi vuole riformare i Musei!

9: vai alle assemblee di condominio e dì che hai peccato, che nel tuo appartamento c’è un albero di mele per farci passare in mezzo la tav!

10: questo dovrebbe essere il gran finale, ma io ti dico: sii il tuo inizio. E non finire.

 

Vivi sano, muori bene

C’era una vecchia canzone che diceva “Si muore un po’ per poter vivere”.

La morte, nelle società odierne, è un vero e proprio tabù. Non se ne deve parlare. Non così semplicemente.

Il sesso è stato ampiamente sviscerato, certo ci siamo lasciati dietro una certa educazione sentimentale, una rigorosa formazione all’abc dell’amore, in ogni sua relazione applicativa.

Ma la morte no, essa resta ancora travolta da un velo di non detto, e le ingerenze su temi come l’eutanasia rischiano di riportarci a una guerra tra guelfi e ghibellini della quale non sentiamo il bisogno. 

Il Settimo Sigillo, Bergman

Ecco, una volta si sapeva “morire”. Per citare Aries, “Storia della morte in Occidente, dal Medioevo ai nostri giorni”, “una volta si diceva ai bambini che erano nati sotto un cavolo ma essi assistevano alla grande scena degli addii nella camera e al capezzale del morente. Oggi essi sono educati da subito alla fisiologia dell’amore, ma quando non vedono più il nonno e domandano il perché si risponde loro, in Francia, che è partito per un viaggio lontano, o in Inghilterra che riposa in un bel giardino dove spunta il caprifoglio. Non sono più i bambini che nascono sotto i cavoli, ma i morti che scompaiono tra i fiori”. Per non parlare poi dell’avvento e dell’introduzione del Giudizio Universale, che ha generato quasi una paura della morte.

E dunque, vi chiediamo, se non sappiamo più morire, come possiamo pretendere di resushitare?

Del trascurare, dello spam, del pop e di altre felicitazioni

 

Ultimamente, amici lettori, potreste sentirvi un po’ trascurati dall’incedere meno ritmico dei post ittici del blog.

Niente panico!

Al giorno d’oggi c’è un’agenzia per tutto!

Rimbalzando tra meteore di impegni e di idee, pensavo che bisognerebbe aprire un’agenzia di like e commenti.

Soluzioni di spam personalizzate per il cliente. “Andy Warhol diceva che ciascuno nel futuro avrebbe avuto 15 minuti di notorietà. Noi ve ne daremo una vita”.

Casa Bianca & polemiche! Casa Pop!

La nuova frontiera del marketing.

SpamGlob: alienati dall’umanità, globalizzati.

In fondo l’umanità fa marketing da una vita: persino i nostri antenati di Altamira pubblicizzavano la propria caccia al bisonte.

Tutto è preistoria, la storia è soltanto un sogno.

Buon Anno Vecchio

adesso cosa ho guadagnato?
adesso voglio esser pagato!

…Stipendiato!!!

Komandante Vasco Rossi

E buon anno, sì.

Buon anno. Ma non “buon anno nuovo”, no. Sarebbe troppo facile scommettere sul futuro, che poi è come scommettere sul niente. Buon anno vecchio! Ecco, io voglio davvero augurarvi che ciò che vi lasciate alle spalle sia di buona qualità. Buon anno vecchio allora! Con tutte le cose che non sono da buttare via, che alla fine scopri che non c’è mai niente da buttare via. Buon anno vecchio, con i vecchi amici di sempre, i soliti nemici e gli antichi demoni che ti fanno compagnia da quando sei nato. Con i vecchi baci, che hanno il sapore della saliva che non è di nessuno, ma è un po’ di tutte quelle labbra alle quali l’hai rubata. I vecchi libri, quelli letti, quelli lasciati a prendere polvere, quelli che non leggerai mai come tutti quegli occhi incontrati per strada e lasciati andar via a inseguire qualche chimera più vecchia ancora. Le vecchie illusioni messe da parte in qualche scatolone come giocattoli che ci hanno insegnato la guerra. E tutto quel fiume di parole, quelle urlate, quelle strascicate, quelle venute su per la gola sempre troppo tardi. I vecchi sogni perduti come i coiti interrotti in stanze d’albergo ad ore. I “ti amo”, che non invecchiano mai, certe rughe lunghe come autostrade che portano ai caselli di una vita in libera uscita sulla Salerno-Reggio Calabria, millenaria come i cantieri pieni di speranze precarie per un passato che avrebbero voluto migliore. E le vecchie carte, quelle unte di kebab consumati ai confini dell’Europa e quelle annerite dall’inchiostro di tutti i poeti che hanno tentato di cantarti. Vecchia umanità che cambiando qualcosa s’illude di cambiare tutto, ma ancora si perde dietro un mito antico: la felicità. Vecchio come Dio che a furia di essere Dio, sembra perfetto, ma tiene nel taschino un po’ di tabacco, un’armonica e un carillon da far girare a suo piacimento. Vecchia questa luna, questi versi che fuggono via da me e da te, questa pioggia che diventa una pozzanghera ai nostri piedi che hanno camminato sulle acque, sui mari e sui cieli.

Buon anno vecchio, così solito e così nuovo, così sfuggente e così eterno.

Smog Club

Prima regola dello  Smog Club:

INQUINA COME SE NON CI FOSSE UN DOMANI

C’era un odore denso di disinfettante che permeava dalle pareti del sottopassaggio. Cristo, gli Ambient erano arrivati anche lì, con quella loro smania di tenere un mondo pulito e lontano dai batteri. Ma Alex c’era abituato. Persino lui si teneva pulito come il Sistema richiedeva. Si lavava tre volte al giorno, aveva vinto diversi premi come “cittadino di Salinsbury più igienico” per anni consecutivi, il 2056, il 2057 e il 2058. Ogni giorno eseguiva la raccolta differenziata, se e quando vi fossero prodotti da differenziare. Per il resto andava spesso in bicicletta, indossava vestiti ottenuti soltanto con fibre vegetali e abitava in una di quelle case conformi alla natura, termovalorizzate, a zero impatto ambientale e a bassa tecnologia. Alex Fen era un cittadino al di sopra di ogni sospetto: la sua fedina penale era più pulita delle aiuole del Comune.

Eppure…

Alex Fen era uno Smogger. Uno di quelli che aveva capito che se vuoi fregarli, allora devi apparire come loro. Già:loro. In fondo non era così difficile: questa storia dell’ambiente era solo una questione di apparenze, e dietro le apparenze, ormai era chiaro, c’erano loro. I poteri forti, gli interessi, le multinazionali. Avevano solo cambiato vestito, in qualche caso avevano cambiato volto, ma il meccanismo era lo stesso. Non importa se li comandi con il petrolio o con le pale eoliche, se con le pellicce di leopardo o le fibre di canapa: ciò che importa è comandarli, avere il coltello sempre dalla parte del manico.

Alex Fen ricordava i racconti di suo nonno Alan: “Ai miei tempi potevi stirare una Ferrari e respirare smog e piombo veri. La benzina, figliuolo, quell’odore ti manda in bestia. Non questo idrogeno del cazzo. Non c’è niente che bruci come la benzina.”

“Ma nonno, qui c’è scritto che le risorse energetiche del pianeta terra sono finite e quindi…” Allora suo nonno Alan, un energumeno di ottant’anni, ottanta chili e un metro e ottanta di altezza, si sollevò dalla sedia a dondolo, afferrò il libro del nipote “Terra Vergine” e lo scaraventò nel fuoco del camino, urlando:

“Boiate. Tutte stronzate. Di petrolio ce n’è ancora per generazioni. – poi fece per calmarsi, si risedette e avvicinò il nipote toccandogli una spalla con la sua grossa mano – Vedi Alex, tutto è destinato alla decadenza, alla morte, al deterioramento, ma anche all’evoluzione. L’uomo del domani respirerà smog, il nostro dna si modificherà in base alle modifiche che noi abbiamo apportato al mondo…ci sono già uomini e donne in giro i cui polmoni sono in grado di respirare in tal modo, e anche parte della natura si è adattata. L’estinzione fa parte dell’evoluzione, figlio mio.”

“I grigi esistono dunque?”

“Sì, esistono. E c’è un mondo grigio lì fuori, lontano da questi falsi colori che ci impongono gli ambientalisti con il loro fanatismo. Forse non è colorato come il loro, ma è vero.”

Cartolina dal 2013

Quel pomeriggio e i successivi, Alex Fen aveva capito.

I ricchi vivevano in case a zero impatto ambientale e i poveri, sempre più poveri, erano costretti a rispettare l’ambiente vivendo come primitivi nelle giungle, costantemente controllati dagli Ambient, che avevano imposto il Regime “Natura Sicura” a tutte le nazioni del mondo.

Alex Fen respirò ancora quel disinfettante del sottopassaggio, si portò una mano dentro la giacca e ne tirò fuori una bomboletta spray.

Lesse:

“NOCIVA O BENIGNA DIPENDE DA COME LA PENSIATE: CONTIENE CFC. USATELA PER LIBERARE IL MONDO DALLA PESTE DEGLI AMBIENT”

Alex sorrise pensando all’ironia del tipo che aveva fatto stampare quell’avvertimento sulla bomboletta comunque proibita. Poi lo fece. Sollevò la mano destra e iniziò a spruzzare vernice sul muro, muovendosi lateralmente alla parete.

Scrisse: “Smog Vivo, Natura Morta.”

E poi si firmò “Caravaggio”. Si voltò, guardò la telecamera, sorrise e poi spruzzò sulla lente la vernice. E attese.

Un minuto. Due minuti. Tre minuti. Sentì dei passi. Stavano arrivando. Loro: gli Ambient.

Sentì salire l’adrenalina. Poi li vide. Per qualche attimo. Tre Ambient Poliziotti che correvano nella sua direzione al grido di “Ti uccideremo, piccolo bastardo.” Alex voltò loro le spalle e scappò.

Imboccò le scale.

“Scappa, bastardo smogger. Tanto ti prendiamo.”

Uscì fuori e prese la direzione opposta alla strada deserta, inoltrandosi nel bosco. Quelli tenevano il suo passo e gli stavano alle calcagna.

Ma Alex conosceva il sentiero più di un Ambient. A tratti rallentava e si voltava per assicurarsi che tenessero il passo. Poi riprendeva, scattante come una Porsche del 2013. Infine arrivò al punto concordato. Si appoggiò a un albero, ansimante. Quelli erano sempre più vicino e poteva leggere nei loro volti il sorriso beffardo di chi stava per farcela. Lo avrebbero preso e giustiziato all’istante. Così si faceva con gli Smogger. Morte per chi non rispettava le regole ambientali.

Niente processi, nessuna attenuante, nessuna valutazione della pena e del crimine. Un crimine qualsiasi contro l’ambiente era punito con la morte.

Ma quel giorno Alex Fen non incontrò la morte. Non appena i tre Ambient con le loro tute verdi e blu furono ad un passo da lui, la trappola scattò. I proiettili li avevano centrati tutti e tre in pieno.

I cadaveri dei tre Ambient giacevano ai piedi dello Smogger Alex Fen. Altri uscirono allo scoperto, imbracciando fucili e mitraglie. Mentre uno si assicurava che fossero morti, un altro che doveva essere il capo si sincerava che Alex stesse bene. Gli fece cenno di sì, poi aggiunse:

“è stato un gioco da ragazzi.”

“Un gioco da Smogger, vorrai dire.”

“Sì, Jhon. – si corresse Alex ridendo – Ora che ne facciamo?”

“Tagliamo loro la testa e le mandiamo alla piazza pubblica, una in ogni aiuola del Comune.”

Alex sorrise. “Lunga vita a GreyWar”

“Lunga vita a GreyWar” – risposero tutti in coro. La luna splendeva alta sui loro impavidi volti.

Il viziaccio.

 

Scrivere uccide.

Ma nessuno te lo dirà mai.

Sì, confesso: sono uno scrittore. Uno di quelli spacciati, fatti e finiti: il medico mi ha dato solo sette capitoli da scrivere. Mi ha detto “Scrivi una postfazione”, che è il loro modo gentile per dirti che sei finito. Ho cominciato a scrivere quando ero ancora minorenne. La penna me la passò la maestra. Cristo, se ci ripenso. Ero proprio piccolo. Ma allora non c’erano tutti quegli avvertimenti: la scrittura provoca dipendenza, fa male all’anima, è la prima causa di spleen. No. Allora c’erano queste penne nere, questi fogli bianchi.

 

La scrittura elettronica è venuta dopo, e lì mi si è aperto un mondo. Facevo certi racconti… Spesso in solitaria. Poi anche in compagnia. Qualche sera con gli altri miei amici scrittori ci chiudevamo dentro una stanza e stavamo tutto il tempo a scrivere. Alla fine si formava una cappa nera e sgocciolante d’inchiostro tutta intorno a noi. Ma eravamo sazi. Per scrivere ci vuole fisico. Non è roba da mingherlini. Uno scrittore dovrebbe sapere anche tirare di boxe, e andare a caccia.

Non ho mai conosciuto uno migliore di Hemingway. Quando ho letto Hemingway, ho capito che difficilmente avrei trovato dell’inchiostro migliore di quello. C’erano i tori, e il sangue e l’amore, e il sale dell’oceano in quell’inchiostro. Ma il primo è stato Arthur Conan Doyle: la sua scrittura sciolta, lucida, chiara come i ragionamenti di Holmes. Poi ho provato un po’ tutte la marche. Dal noir di Chandler al verismo di Verga, dalla maledizione di Baudelaire a quella di Kerouac. Poi ho cominciato a farmele da me, le storie. A rollarle con quello che avevo a disposizione. All’inizio non era facile, un bel po’ d’inchiostro andava sprecato, la carta non era sempre delle migliori, alle volte erano troppo compatte, altre troppo dispersive. Sempre una questione di trama o di quello che ci vuoi mettere dentro. Io sono uno di quelli che dentro finisce per metterci un po’ tutto, anche perché se provi a tener fuori qualcosa, quel qualcosa ti distruggerà. Tanto vale allora scrivere, anche perché finisco sempre per ritrovarmi nel bel mezzo delle storie, e la scrittura passiva si sa, nuoce più di tutto. Ho provato a smettere. A frequentare posti nei quali fosse vietato scrivere, come i salotti letterari, le mostre radical chic, le conferenze dell’ultimo criminologo alla moda. Ho provato di tutto. Anche leggendo le riviste di vogue o i libri di Fabio Bolo. Ma niente, finisce sempre che alla fine della giornata qualcosa scrivo comunque. Finisce che torno in mezzo ai soliti posti, dove scrivere è un obbligo, certi posti abbandonati dell’anima, frequentati solo da viaggiatori di confine. Scrivere è un viziaccio, e prima o poi ci rimarrò secco.

Adesso scriverò gli ultimi sette capitoli vivendo appieno quello che mi resta da scrivere. E poi fanculo ai medici, ai becchini e ai giardinieri dei fiori del bene. 

 

Ero lì

Io ero lì, quando il vostro muro è caduto, sotto i colpi degli Achei del Pelide Furioso. Io ero lì, quando Cesare cadde sotto i coltelli dei suoi figli, i figli della Sacra Repubblica. Io ero lì, quando camicia rossa disse: “Obbedisco!” e anche più tardi quando gridò “Rivoluzione!” nella piazza di Stalingrado a dieci gradi sotto lo zar. Io ero lì quando le camicie nere pendevano dalle lavatrici della storia, obitori di centrifughe in fuga da borghesi e casalinghe.

Ero lì, quando lui bevve la sua cicuta e mi abbracciò, Sacra Libertà degli Uomini. Ero lì, quando oltre la siepe ho visto prima il buio e poi la luce.

Ero lì, nelle pupille transgeniche dei bovini che ripetevano “I maiali sono più uguali di noi” e la voce di un generale impazzito di gioia “Meglio porco che fascista!”

Ero lì, mentre il vitello d’oro volava sui greggi grigi e fiochi di chi, credendosi uguale, abbatteva muri a casaccio in nome di Dio.

Ero lì, a Capaci, a Palermo, a Bologna, a Milano, per un soggiorno di cinque giornate e una vita a centomila volti.

Ero lì, quando l’America piantò la sua bandiera nella terra di nessuno e Astolfo non protestò. Ero lì, quando le torri crollarono, ribellandosi al peso di un’insostenibile libertà.

Ero lì, quando mi dicesti “ciao, ci vediamo in un’altra vita” e sarò ancora lì, mentre tutti i muri cadono, ed io t’amerò per sempre.

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