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State scherzando, vero?

SIETE PRONTI? SIETE CALDI? SIETE AFFAMATI?

Vi presentiamo la nostra Antologia Poetica in quanto autori del blog Vongole & Merluzzi.

La raccolta si intitola “State scherzando, vero?” e si propone l’ambizioso scopo di riportare l’Uomo al centro della Storia.

Dopo l’I-pad, l’I-pod, l’I-phone , occorre stabilire “I Poetry”: cambiare il mondo e risvegliare la propria coscienza tramite l’azione poetica.

Non è una striscia defilata della solita rivoluzione pseudo sessantottina, né l’urlo patinato dei soliti poetucoli che riempiono librerie e strade. Siamo piuttosto poet-astri.

E questo è un libro di poesie per chi odia la poesia, per chi ama ed odia la vita, questo è rock.

Autori: Macale, Appetito, De Cave (alias Lordbad, Franklinguamozza, Fishcanfly su questa nave).

Edizioni Ensemble.

Il libro è ordinabile presso qualsiasi libreria italiana, o presso il sito dell’editore o anche contattandoci personalmente.

Link Edizioni Ensemble:

Attenzione: 
è severamente vietato leggere questo libro prima e dopo i pasti 
e durante le ore diurne; 
si consiglia vivamente di non sostare in posti pubblici con il presente, 
onde evitare di suscitare reazioni di eccitamento improvviso 
da parte di sconosciuti; usare con cautela. 
In caso di eccessiva lettura consultare direttamente i poeti; 
tenere lontano dalla portata degli adulti, dei disillusi, e dei sani; 
il contenuto è altamente infiammabile. 
Le statistiche riportano stime di milioni di anime bruciate; 
è infine assolutamente sconsigliato cambiare dopo la chiusura del libro. 
Ogni abuso verrà punito con un sogno.

La rosa nel cortile

Splendido  niente di un uomo che cammina

G. Grignani

Alice si chiedeva che diavolo stesse facendo quel ragazzo lì nel cortile. Girava in tondo e probabilmente pensava. Lo aveva visto poche volte, malgrado abitassero nello stesso condominio, e in quelle rare occasioni c’era sempre stato del formale imbarazzo tra loro, quasi che ad entrambi non interessasse salutare l’altro, tuttavia ogni tanto ricordavano di farlo, in onore delle formalità.

A un certo punto stava prendendo a calci qualcosa, forse un sasso. Poi Alice si concentrò meglio e capì che quello doveva essere un bocciolo di rosa. Il cortile in quella stagione ne era pieno considerato il roseto poco distante.

Prendeva a calci il bocciolo, quello si spostava, lui lo raggiungeva, tirava un altro calcio con la punta della scarpa. Mano a mano che il bocciolo era preso a calci si andava rompendo, perdendo ora una fogliolina verde, ora un petalo.

Alice scosse la testa. “Perché doveva essere così pensieroso?” Guardò un libro di poesie poggiato sul letto e si ricordò di alcuni versi.

“Osate calpestare le aiuole”- aveva declamato il poeta. Così decise di scendere in cortile.

Abitava al primo piano, quindi le occorse soltanto un minuto per trovarsi giù, arrivò appena in tempo per guardare il ragazzo mettere fine a quel gioco bizzarro. Dopo un ultimo calcio, lui raggiunse il bocciolo e lo calpestò, insistendo con la pianta del piede, quasi come se dovesse schiacciare un qualcosa di ben solido e quindi gli occorresse molta forza. Alice credette di intuire sul volto del ragazzo che guardava in terra un’espressione rancorosa.

“Perché lo fai?”

Lui si voltò, evidentemente sorpreso dalla presenza di Alice che non aveva notato.

“Faccio cosa?” – replicò con aria interrogativa, quasi colto sul fatto, con l’espressione innocente di chi sostiene “Non sono stato io, non so di cosa stai parlando”

“Perché schiacci la rosa?”

Il ragazzo sospirò, guardò il bocciolo, del quale non era rimasto che un piatto groviglio di petali e una macchia umidiccia intorno, poi disse:

“Non dovrei?”

“Le rose sono belle, non dovrebbero essere schiacciate.”

“E chi l’ha detto?”

Alice fece spallucce, allargò le braccia e alzò gli occhi al cielo.

“La natura.”

“La natura? Dovresti sapere invece che la natura è crudele, forse bella sì, ma crudele e pericolosa. Le rose potrebbero schiacciare te.”

Alice andò a sedersi su una panchina.

“Non ti facevo filosofo.”

Lui le si sedette accanto.

“Non ti facevo impicciona.”

Alice si alzò e affrettò il passo verso il portone, sbuffando. Lui la rincorse.

“Scusami…scusami, non intendevo offenderti. Non sto tanto della quale oggi!”

Lei si voltò.

“Tu schiacci rose, ecco cosa fai.” , poi riprese il passo.

Lui la bloccò trattenendola per un braccio.

“Io non schiaccio rose, mi difendo. Mi difendo prima che loro schiaccino me.”

“E io non intendevo schiacciarti. Volevo essere d’aiuto!” – Alice aveva alzato la voce.

“Vuoi essere d’aiuto? Allora diamo fuoco al roseto. Diamo fuoco a tutte le rose. Ecco come puoi essermi d’aiuto.” –  anche il ragazzo aveva alzato la voce.

Poi si fece silenzio nel cortile. Lui aveva lasciato il suo braccio, entrambi guardavano in terra.

“Forse non dovresti dare fuoco al roseto. Forse lì in mezzo c’è una rosa buona!” – mormorò Alice a voce bassa.

“Forse…”

“Se vuoi ti aiuto a cercarla.”

“Come si fa a riconoscere la rosa buona da quella non buona?”

“Bè, anche la rosa buona ti farà male…ma ti sarà impossibile schiacciarla.”

Il ragazzo annuì. Alice gli tese la mano:

“Io comunque mi chiamo Alice.”

“Mario. – disse lui rispondendo alla stretta – Mi insegnerai?”

Alice sorrise e rispose:

“Sì.”

Ceci n’est pas un post

Questo non è un post e io non sono un blogger.

12 marzo 1922: nasceva Jack Kerouac.

Buon Compleanno Jack.

Dove non nevica

- Ci sono posti dove non nevica mai.

- Che intendi?

Lui guardava la città, un alone di luci si sollevava come un mantello a sfidare la volta oscura del cielo. Qualche stella occhieggiava solitaria.

- Intendo quello che intendo.

- Non ti seguo Marc.

Marc sorrise, guardò il bicchiere di whisky che stringeva nelle mani. Veleno – pensò – non sapeva davvero cosa ci trovassero tutti quegli attori a bere quel “veleno”, eppure…lo aveva accettato, forse per sentirsi un attore dentro certi film, per illudersi che in qualche modo, da qualche parte la parola “The End” alla fine sarebbe arrivata.

- Intendo che lei non mi amerà mai.

- Lo farà qualcun’altra Marc. – gli rispose Philip versandosi dell’altro whisky nel bicchiere, mentre si adagiava sul divano.

- Qualcun’altra? Andiamo Philip! Mi prendi in giro? Mi chiedo dove ho sbagliato, che cosa ho mancato di fare…Non sono perfetto, non sarei stato perfetto ma…era tutto per me…Non era nient’altro che amore, non è nient’altro che amore.

- Per certe persone amare non basta, Marc. Fattene una ragione.

- Forse hai ragione, o forse no. Non è quello il punto. Non ha importanza nessuna spiegazione razionale, quando ami e non sei amato… – scagliò il bicchiere contro il muro. Il whisky macchiò la parete, e si disperse in piccoli rivoli tra i pezzetti di vetro frantumato.

- Mi chiedo come fai Marc?

- Come faccio cosa?

- Ad amarla.

- Amare lei per me è naturale, è come respirare. Nessuno me l’ha insegnato, né ho dovuto impararlo. Da qualche parte, in qualche modo l’amavo già prima ancora di conoscerla.

- Vuoi dell’altro whisky, Marc?

- No, grazie. Me ne vado.

- Dormici su.

Marc prese l’impermeabile, aprì la porta, si voltò e il suo sguardo incrociò quello di Philip.

- Sì, amico, è giusto che tu la ami – gli disse Philip.

Marc accennò un sorriso. Si richiuse la porta alle spalle. Fuori stava cominciando a nevicare.

Dedicato a Whitney Houston. Perché ognuno sceglie di andarsene nel modo che preferisce e non può essere giudicato per questo. Ci hai lasciato una meravigliosa canzone, e la tua voce ha fatto da colonna sonora a molte lacrime sincere. E questo penso che può bastare a meritarsi il paradiso. Bye Bye, Baby. 

Flanerì: venerdì pesce!

Negli agitati mari del web abbiamo stretto una collaborazione con l’associazione culturale Flanerì.

Flanerì è soprattutto una “piattaforma plasmabile e in continuo movimento”.

Ci è piaciuto fin da subito lo spirito dinamico che la contraddistingue: dalle recensioni agli articoli alla narrativa al magazine cartaceo!

La collaborazione consiste in una parallela pubblicazione di racconti inediti degli autori di questo blog, che hanno l’onore di essere ospitati nelle acque di Flanerì, ogni due venerdì del mese.

Per cominciare si è scelto un racconto già edito, ma per molti lettori certamente ancora inedito: Amore (a qualcuno piace parallelo).

Seguiteci come sempre sia qui che su Flanerì: vi faremo pescatori di vongole e di merluzzi.

Link:

Amore (a qualcuno piace parallelo)

Flanerì 

FLANERÌ: “O FRASTUONI E VISIONI! PARTO PER AFFETTI E RUMORI NUOVI!”

Girasoli sotto la neve

“Alla fine non ci rimane che questa vita… stupida, appesa a un filo, sorniona, che si prende gioco delle nostre insicurezze e dei timori che ci pervadono. L’unico atto che possiamo compiere è di amarla di un amore smisurato.”

C. Bukwoski

-          Sai a volte ti trovi davanti a questa pagina bianca e non sai che scrivere.

-          Scrivi di te.

-          Sarebbe noioso. E poi richiederebbe molto lavoro: non so nulla di me.

-          Allora non scrivere. – disse lei, ciccando nel posacenere. Una nuvoletta di fumo svanì piano nella stanza. Tenevano la finestra chiusa per evitare che facesse troppo freddo. Fuori nevicava e lei non sapeva rinunciare al vizio del fumo.

-          Devo farlo, cara. Scrivere è un imperativo morale. – mentre parlava Henry si grattava la barba vecchia di due giorni.

-          Non è vero – negò Janet aspirando un’altra boccata di fumo – scrivere per te non è un imperativo morale, ma un obbligo lavorativo. Lo fai per i soldi. Perché ci servono i soldi, per vivere.

Henry restò per un paio di minuti a fissare l’unico quadro della stanza: una copia del celebre campo di grano di Van Gogh. Era stata Janet a volere quel quadro. Aveva detto che le dava un senso di libertà. “Immagino che debba essere così il paradiso, un campo di girasoli con neri corvi in volo” Lui aveva replicato che quel quadro era tutt’altro che il paradiso, che quello non era un campo di girasoli ma di grano ed era piuttosto l’inferno e quei corvi si erano alzati perché Vincent aveva premuto il grilletto della pistola, la canna puntata contro la sua testa, e li aveva spaventati. “Questa è la tua visione.” – le aveva semplicemente replicato lei. Lui pensava che comunque fossero andate le cose, lei avrebbe avuto sempre ragione. Era così che andava: Henry amava Janet. E l’amore consiste in questo, nella resa totale. Questo pensava Henry dell’amore. Altre opinioni, al riguardo, non ne aveva. Non aveva nemmeno la televisione in casa. Non per una scelta chic e radicale. Ma per una radicale povertà. Avevano fatto qualche rinuncia.

-          Quindi tu mi stai dicendo che io scrivo per fare soldi? Per tirare avanti il carretto? Scrivo per loro, per il sistema? – la interpellò lui, pensieroso.

-          Sto dicendo che tu scrivi per poter far sì che ogni giorno possiamo sopportarci senza troppi problemi.

-          E se smettessi?

-          Allora potresti trovarti un lavoro decente, io andrei a messa con il vestito nuovo, frequenterei gallerie d’arte e moriremo guardando i nostri nipotini negli occhi. Quegli stupidi nipotini.

-          Sarebbe bello, vero? – lui si era alzato, si era diretto in cucina e stava armeggiando con qualche pentola. Era ora di pranzo.

-          Sarebbe finto. Come la tua scrittura, Henry. Bella e finta.

-          Janni?

-          Sì, Henry.

-          Manca il burro.

-          Scendo al supermercato, vado a comprarlo.

-          Sai una cosa Janni?

-          Sì, Henry, la so. – lei aveva terminato la sua sigaretta, aveva spento il mozzicone e guardava fuori dalla finestra – Ho freddo.

Henry andò a prenderle un plaid. Lei se lo sistemò sulle spalle. Fuori nevicava ancora. Avrebbe nevicato per quattro giorni di seguito.

La differenza tra me e Tiziano Ferro

La prima differenza tra me e Tiziano Ferro suppongo sia nel conto in banca. Insomma qualcosina lui avrà pure guadagnato in tutti questi anni. Io invece sono ancora qui a scrivere blog e a farmi le vene di inchiostro. Morirò tossico di versi.

La seconda differenza tra me e Tiziano Ferro consiste nel numero di faaaansssss!

Lui ha molti più faaanssss di me, anzi parliamoci chiaramente, ha molte più faaaaanssss. Non che io non abbia il mio discreto numero di fans, insomma ci sono i miei genitori, i miei amici, ah sì l’amico di mio zio, ah già e non dimentichiamoci i cugini di Caltanissetta, che ho visto l’ultima volta nove anni fa. Qualcuno si è perso per strada, ma insomma com’è che si dice? Pochi ma buoni.

La terza differenza tra me e Tiziano Ferro è che…

Non lo so francamente. Non conosco questo tizio più di quanto non conosca i suoi testi.

Così i libri e in genere le opere di un qualsiasi autore quanto possono effettivamente dirci di quell’autore? A me piace essere contraddittorio. Il più delle volte quando scrivo la finzione si mescola alla realtà. Non ha più importanza la demarcazione netta tra l’una e l’altra. L’incantesimo virtuale di Matrix è stato spezzato.

Creature

Penso che quando dio crea la creatura le consegna un libero arbitrio che, sviluppato alla massima potenza, consente a quella creatura di dimenticarsi dello stesso creatore. Non potrà magari prendere il suo posto, ma a che pro? Ci saranno sempre altri autori, altre divinità in grado di creare.

Sempre mettendo da parte semidei e falsi miti. La creatura divina resisterà alle ingiurie del tempo, annettendo a sé un’istanza storica ed estetica.

La differenza tra me e Kundera, la differenza tra me e Hemingway, la differenza tra me e quello che vorrei diventare, che forse già sono, che forse non sarò mai.

Ma a volte mi spaventa soprattutto la differenza tra me e te, lettore, amico di un istante, di una pagina, di una convenzione chiamata linguaggio.

Quando ogni certezza verrà distrutta, sarà il tempo di ricostruire le differenze, di accettarle, di superarle.

Un giorno che inizia con l’alba non è detto che finisca con il tramonto.

P.s.: i migliori auguri a Tiziano Ferro, uscita del nuovo album prevista per il 28 novembre.

Almeno la luna

Non dico te, non dico voi, non dico loro…
Ma almeno la luna
Starà ad ascoltare
Questa maledetta nostalgia
Che provo anche quando sei qui
E le parole
Anche le parole mi suonano così
Stupide
Così Inutili
Ma è tutto quello che ho
Adesso
E se non vuoi nemmeno leggermi dentro
Almeno la luna
Almeno lei lo farà.

La fine

Contrasse il respiro, ma nessuno poteva sentire il suo pianto silenzioso. Spalancò la bocca per urlare, ma non una sillaba vibrò contro l’aria della notte. Gli sembrò di portare d’un colpo solo tutto il peso del mondo. Sapeva in cuor suo che, malgrado quella decisione, il mondo avrebbe continuato a girare sempre per lo stesso verso, indifferente ai suoi vagiti.

Rannicchiato contro la parete, come un feto abbandonato, chiuse gli occhi e attese. Rivide ogni immagine della propria vita. Si era circondato di foto che galleggiavano sulla polvere del pavimento, vecchi ricordi, cose scritte, cose dette: tutto gli tornò in testa.

Si concentrò su alcune cose: il vecchio odore nella cucina di zia Sybil, il profumo dell’acqua di colonia di suo nonno, il cinguettio dell’upupa che per mesi lo aveva accolto al risveglio, l’umido sapore del primo bacio, il sorriso del suo primo amico e la sua perdita, i volti intorno al cadavere della sua prima veglia, il sapore dello yogurt rappreso intorno ai bordi del vasetto, il primo scrosciante applauso della sua vita, il vento negli occhi mentre scendeva a razzo con la bicicletta in una discesa di campagna, la paura di non potercela fare e aver dimostrato il contrario.

Sorrise. Le lacrime gli bagnarono i denti.

Scrisse su un biglietto.

Il mondo, tutto sommato, è stato buono. Ma è meglio andare, è tardi. D.

Quindi afferrò il manico del coltello, lo appoggiò alla gola e spinse in dentro la lama.

Non so dirvi quanto abbia sofferto, cosa abbiano visto i suoi occhi, quale sia stato il suo ultimo pensiero, e se poi è davvero così importante.

Il funerale fu solenne, commosso. Il vero motivo, penso, non lo conosce nessuno.

URBAN LITTLE FANTASY, CAPITOLO 3


 ULF s01e03, Sai da cosa fuggi…

Il barista doveva aver creduto che non avessi da pagare. Mentre sorseggiavo il cappuccino mi guardava con sospetto. Ma non gli avevo dato molto peso. Erano passate tre ore, e avevo tutta l’aria di un senzatetto stralunato che avesse appena visto un fantasma.

Il dilemma era come affrontare ciò che avevo appena visto. O avevo creduto di aver visto. O sentito. Sono certo che un altro al posto mio avrebbe ordinato del whisky, per schiarirsi le idee, come si dice in certi film di serie B. Ma io no. Avevo ordinato un cappuccino. Avevo visto un coniglio vestito di tutto punto e avevo ordinato un cappuccino. Forse era quella la cosa anomala. Il fatto che avessi ordinato un cappuccino in un bar dopo aver creduto di parlare con un coniglio, o insomma averlo ascoltato.

Avevo letto Alice nel paese delle meraviglie e lì c’era un coniglio, e avevo visto anche un film del quale non ricordavo il nome dove c’era questo coniglio gigante che annunciava la fine del mondo. Ma non erano le opere migliori che conoscessi e la mia cultura sui conigli si fermava più o meno lì. Non ne avevo mai desiderato un esemplare per addomesticarlo, né mai lo avevo tenuto in mano. Ora che ci pensavo era il primo coniglio che vedessi in vita mia, dal vivo intendo.

O da quasi vivo. Ammesso che fosse morto. Ammesso che fosse vero, oltretutto.

Pago il conto con i pochi spiccioli che mi erano rimasti in tasca. Ecco mi mancano le chiavi! Impreco, le dovrò chiedere al proprietario dell’appartamento che per fortuna abita al piano di sopra. E inventarmi anche una scusa valida per una figura del genere! Che situazione da schifo. Esco in strada, ha smesso di piovere ma comincia a far buio presto ormai, sono già le cinque e mezza, devo affrettare il passo prima che possa ricominciare a buttarla giù.

Dì che ti manda Zach il Nero. Dì che sei il Passante. – le parole del coniglio continuavano a tornarmi in mente, il suo sguardo, il suo sangue. Non avevo nemmeno capito da dove venisse quel sangue, forse ero troppo concentrato a guardare i suoi occhi neri, e la zampa, quella zampa.

E poi perché un coniglio bianco dovrebbe farsi chiamare il Nero? – forse stavo dando troppe cose per scontato. Era tutta una stupida allucinazione, uno scherzo della mente.

Devo prendermi una pausa dallo studio – pensai.

Attraversai la strada. Allungai il passo. Mi voltai. Qualcuno dietro di me mi stava seguendo. Un uomo leggermente più alto, con un soprabito scuro e un cappello, il volto in ombra. Chi porta un cappello a falda larga di notte?, mi chiesi. Imboccai alcuni vicoli. Mi voltai ancora, a tratti. Il tizio continuava a seguirmi.

Iniziai a correre. E anche il tizio iniziò a correre.

In fuga da cosa? Cavolo avrei dovuto segnarmi a quel corso di kung fu, forse adesso non starei scappando come un maledetto codardo. Non c’era nessuno in strada. Tranne qualche macchina. Quella parte della città era sempre deserta a quell’ora. I marciapiedi erano stati costruiti più per obbligo di legge che per conveniente utilizzo degli abitanti. Almeno questo era uno delle solite e ripetute critiche che continuavo a sentire al corso di ingegneria urbana.

Svoltai a destra, poi a sinistra, non c’era nemmeno un negozio aperto nel quale entrare e chiedere aiuto. E, come succede nelle situazioni più strampalate, finii per sentirmi in trappola. Avevo appena imboccato un vicolo chiuso.

 

Attendo cinque minuti. Nessun rumore. Sembra che il tipo abbia rinunciato a inseguirmi, oppure sono riuscito a seminarlo, come si dice nei film. Io che associavo la parola seminare al settore agricolo. Io, un seminatore. O forse un malato di mente, sicuramente uno psicopatico ossessionato da manie di persecuzione: probabilmente non mi sta inseguendo nessuno.

Decido di attendere altri dieci minuti, per precauzione, nascosto dietro un cassonetto dell’immondizia. Alle mie spalle un muricciolo fa da confine tra due abitazioni. Guardo in alto, da qualche finestra fuoriesce la luce accesa, qualche ombra, gente che si prepara a cenare. Se dovessi trovarmi in pericolo ed urlassi qualcuno si affaccerebbe per certo.

Poi lo sento. Uno strisciare. Forse è solo una sensazione, forse è un gatto, un topo, qualcun altro. Finché non lo vedo sbucare all’angolo. E avanzare lentamente nel vicolo.

BENE, BENE, BENE!!! È PIù FACILE DI QUANTO PENSASSI! LO SO CHE SEI QUI, UMANO. NON SO COSA TI ABBIA RACCONTATO QUELLO SCHIFOSO DI ZACH IL NERO. MA NON DOVREBBE AVER AVUTO MOLTO TEMPO, ADORO SGOZZARE I CONIGLI, PECCATO CHE NON HO AVUTO TEMPO DI FINIRE IL LAVORO CON QUEL BASTARDO…E CON TE!”

Mi sporgo appena dal cassonetto. Tra me e lui c’è una risibile distanza di sette metri, pochi secondi e arriverà fin qui. Nella mano destra stringe qualcosa. Un coltello, una lama che dovrebbe avere trenta o quaranta centimetri. Vuole uccidermi.

Esco allo scoperto, a mani alzate.

“Ascolta, non so chi tu sia, e non so cosa vuoi da me. Se è questione di soldi posso darti quelli che ho.”

“Soldi? Stai cercando di corrompermi umano? Stai cercando di corrompere me, un’anima già corrotta?”

Finalmente posso vederlo in faccia. Sotto il cappello il volto sembra segnato da tutta una serie disordinata di graffi e cicatrici. Ha le orecchie a punta, proprio come Spock in Guerre Stellari. Oppure non è quello il personaggio, forse non è nemmeno la saga giusta. Ma non c’è tempo, adesso, per pensare alla fantascienza.

“Sto cercando di risolvere questa situazione pacificamente…Ti prego non farmi del male…” – mi inginocchio a mani alzate.

“Ecco, da bravo prostrati umano! Che razza schifosa che siete! Tu poi non vali nemmeno un centesimo della mezza tacca dell’originale!”

“Cosa stai dicendo…? Io davvero non capisco cosa sta succedendo!”

Avanza deciso. Ora posso vedere i suoi occhi. Rossi. Deve trattarsi del demonio. Lo sapevo che non avrei dovuto diventare ateo. Mi punta la lama alla gola.

“è un peccato, ucciderti…Anche se non sai per cosa muori, sappi che muori per una giusta causa, UMAAANOOOOO!”

Ora mi infilza. Mi porto le mani alla testa. La paura mi paralizza. Il cuore accelera le pulsazioni. Non riesco ad emettere il minimo suono malgrado la mia bocca sia spalancata e io voglia gridare. Non penso a nulla. Aspetto che tutto questo finisca. Ecco, ora mi infilza come un agnello. Porta leggermente indietro il gomito, come se servisse una rincorsa per penetrare nella pelle della mia gola. Lo guardo ancora, fisso nei suoi occhi rossi.

Poi la sua bocca si spalanca. Più della mia. È un attimo. Un rantolo e si accascia su di me. Cado sotto il suo peso morto. Il coltello è scivolato poco vicino dalla sua mano. Trovo il modo di sgusciare via tremando da sotto il suo corpo. Da ginocchioni mi rialzo. Incespico e mi rialzo ancora. Mi porto all’angolo e guardo finalmente la scena.

Sulla schiena dello sconosciuto sono conficcate tre frecce. Una pozzanghera di sangue inizia a ridipingere il grigio asfalto. A quell’ora sembra solo fanghiglia scura, brodaglia.

“Forse avrei dovuto mirare alla testa. In quel caso una freccia sarebbe stata più che sufficiente.”

Guardo davanti a me.

Un tipo mingherlino, basso mi sta venendo incontro. Ha la faccia di un gatto. No, è un gatto. Vestito di tutto punto di quella che sembra essere una uniforme.

“Miao, colonnello Henry Lime. Piacere di conoscerti figliuolo. Sono venuto a salvarti la vita. E dovrai venire con me. Con le buone o con le cattive.”

Nella zampa destra stringe una balestra.

“So già tutto – aggiunge – Zach il Nero è stato trovato nel tuo appartamento, morto. Ah, sì stai tranquillo io sono dei buoni, insomma sto dalla tua parte. Almeno finché mi pagano per starci. Brutti tempi nel vecchio Mondo, sai?”

“Che cosa devo fare?” – gli domando attonito.

“Seguimi, e ti sarà tutto più chiaro.”

“Dove andiamo?”

“In un posto dove nessuno ha intenzione di sgozzarti. È sufficiente per ora?”

Ragiono, se ragionare è il termine adatto, per qualche secondo. Guardo il cadavere dell’uomo dalle orecchie puntute, tre frecce nella schiena e una lama accanto.

“Sì, è sufficiente, per ora. Ma dovrai spiegarmi tutto.”

Il gatto in uniforme, una bella uniforme mimetica color grigio, alza le pupille al cielo.

“Sì, sì, poi ti spiego tutto. Per ora sappi che mi devi una freccia. Le altre due le offre la ditta.”

“Quale ditta?” – chiedo.

“Mercenari Express. Al vostro servizio.”

Mi porge un biglietto. Lo prendo. C’è scritto:

MERCENARI EXPRESS.

Sotto la scritta c’è un’impronta di zampa di gatto, riprodotta in scala. Decisamente in scala per questo gatto.

“Ora basta con le domande. Andiamo. Miao.”

Lo seguo.

Niente di che

Niente di importante, niente di urgente.

Niente di che.

Nascere.

Conseguire una serie di funzioni fisiologiche.

Sbagliarsi, indovinare, piccole soddisfazioni.

Conoscere la morte da vicino: un freddo cadavere, una veglia infinita.

Cercare il sole con tutte le proprie forze.

Ciò che conta, dicono, è il percorso.

Incontrare la donna che decidi di amare.

Amarla.

Amarla.

Amarla.

Come uno stupidoscioccoostinatocretino.

Amare ogni centimetro della sua pelle.

Sentirsi come in certe canzoni che prima dicevi che erano banali.

E perdere tutto.

E dover ricominciare.

Per poter raccontare qualche altra cosa.

Ma dentro resta una malattia, una morte, un graffio.

Sentimenti dai quali non ci si redime.

Amarla,amarla,amarla.

Quando il mondo sarà finito, e non ci sarà più nessuno, non ci sarà più nemmeno lei

Tu sarai ancora lì.

In un grande cosmico caos di Nulla

Tu Ami Lei.

E come un dio

la crei, e le crei un mondo,

è la genesi e l’apocalisse

di ogni tuo respiro.

Amarla, oltre l’eternità.

Fino al punto estremo:

tentare di non amarla più.

Da un altro mondo

A Lei

che forse un giorno capirà

Circolo dei felici e contenti e anonimi

Io rivendico il diritto all’infelicità – Charles Baudelaire

La stanza è tetra e ci sono ragnatele ovunque. Se non fosse per il respiro degli astanti e per il rumore che fanno spostando le sedie, e per lo scricchiolio del legno dei vecchi mobili, si potrebbe sentire lo zampettare degli aracnidi.

Ogni tanto Pinocchio ne fissa uno e resta per tutto il tempo della terapia a fissare l’aracnide. Che non si muove. In attesa della sua preda.

La Strega Cattiva dirige il circolo. Li fa radunare a cerchio, sono una dozzina di persone. Le sedie avanzano rispetto alla necessità. Qualche sedia nel cerchio resta vuota.

La Strega Cattiva sfoglia un elenco, un colpo di tosse, cerca di darsi un contegno sollevando appena gli occhiali con il pollice e l’indice della mano destra. Ingialliti per il vizio del fumo.

“Abbiamo una nuova recluta, oggi…signorina…Cenerentola, giusto?”

Tutti osservano la nuova arrivata. Una ragazza magrissima al punto che le si vedono le ossa sporgere sotto la pelle bianca e pallida. Il volto emaciato è attraversato da una cicatrice lunga dalla fronte al collo. Altre cicatrici sono evidenti sul collo, all’altezza della carotide. E sulle vene.

“Ciao, mi chiamo Cenerentola, e come tutti voi vengo dal mondo delle favole”

“Ciao, Cenerentola!” – il coro è unanime, ma le voci non sono allegre, sono svogliate, sommesse.

“Raccontaci di te Cenrentola.” – le suggerisce la Strega.

“Io mi sono sposata.”

Un lieve mormorio di disapprovazione attraversa la stanza. Il grillo parlante scuote la testa, battendo due volte le ali. Raperonzolo fa un segno di diniego. La principessa sul pisello ha un sobbalzo. Biancaneve alza un sopracciglio e si guarda le unghie, soffiando sullo smalto.

“Quante volte Cenerentola?”

“Molte volte. Per ogni vita che rivivevo finiva che mi sposavo con quel…testa di cazzo! Io non ho mai voluto sposarlo quel perfettino! Anzi secondo me è gay! A letto non è un granché…Ma sono qui per smettere. Nella prossima vita voglio essere una donna felice, voglio essere una punkettona, tradire, fumare erba a volontà. Tutte cose che prima non potevo fare! Dovevo scoparmi il lupo cattivo…Scusate la volgarità ma non ce la faccio più!”

Alice ride tra sè e sè e dà di gomito a La bella addormentata che si sveglia di soprassalto.

“Hai sentito? Il tuo principe azzurro non è tanto dotato!”

“Ti credo…mi addormento sempre!” – le risponde la bella.

“Ti piaceva il lieto fine, Cenerentola?” – le chiede la Strega.

“No. Penso che a nessuno piaccia. Però per me è sempre stata l’unica via d’uscita. Non riuscivo a smettere. Ogni vita mi sposavo e finivo per vivere felice e contenta. Capite tutti voi che non si può vivere così per sempre! Una tortura! Una maledizione!”

“Quante vite hai vissuto, Cenerentola?”

“Tante. Ne ricordo una in cui ero la figlia di un sultano. E un’altra in cui ricamavo tappeti persiani. In un’altra ero un operaio di Philadelphia. In un’altra ancora…che importanza ha…Ogni volta le vite che vivevo mi sembravano tutte eguali.”

“Come hai conosciuto questo circolo, Cenrentola?”

“Tramite un amico. Lui sapeva che un amico di un suo conoscente era venuto fuori dalla dipendenza dal lieto fine grazie a questo circolo. Ora mi hanno detto che quel tizio vive una vita infelice.”

“Questo è un tuo compito, lo sai Cenerentola? Non siamo qui per rimandarti indietro e vivere una vita infelice. Siamo qui per aiutarti a smettere di essere felice. Alla società le persone felici non piacciono.”

“Sì, lo so…”

La Strega guarda l’orologio a pendolo in un angolo della stanza.

“Mi dispiace per tutti, ma è tardi. Sono le otto e trenta.”

“Mi scusi, Strega Cattiva. Ma quell’orologio è fermo. Quando sono arrivata segnava le otto e trenta.” – dice Alice.

“Lo so. Segna sempre la stessa ora. Non esiste il tempo qui: è sempre troppo tardi per tornare indietro, Alice. Si può solo andare avanti.”

Pinocchio fissa l’aracnide. Sa che prima o poi l’aracnide mangerà tutti. E sarà il migliore dei finali.

Cliché

A volte penso che questa vita vada avanti a cliché.

Che la vera battaglia non dovrebbe essere combattuta in nome della “meritocrazia”, ma contro i pregiudizi e le impostazioni mentali e culturali che ogni giorno predeterminano con grande anticipo le nostre scelte, al punto che non si tratta più di “scelte”, ma di risposte preprogrammate dal Sistema. Matrix è dentro la nostra mente. La libertà di scelta è stata bastonata a furia di randellate nel corso della nostra misera vita che vanno sotto il nome di:

1. educazione familiare

2. valori culturali

3. grado di istruzione

Non abbiamo scelto noi di essere quelli che siamo. Probabilmente è colpa di Adamo ed Eva. Abbiamo sulle spalle una responsabilità biblica.

Ieri mi trovavo in biblioteca a fare una ricerca sugli Aztechi in quanto sono ormai anni che cerco, frusta alla mano, di mettere le mani su un tesoro, previa commissione di un magnate russo, un filantropo interessato soltanto a salvare l’umanità dalle maledizioni dei Maya.

Tra una pagina e l’altra i miei occhi cadono (cioè non è che me cascano l’occhi pe tera, come dice Proietti in “Poro Toto”) su un’esemplare femminile della specie homo sapiens sapiens. Insomma, una ragazza.

Una di quelle “acqua e sapone” (magari invece non si lava mai con il sapone, magari usa l’idromele, chi può saperlo?), con i capelli raccolti, una biondina (ho detto biondina, non bionda, okay? C’è differenza!) e gli occhiali grandi, contornati color nero.

Mi aspettavo che da un momento all’altro entrasse un Clark Kent e, rovinando l’ennesima camicia (cazzo, Superman hai rovinato un sacco di abiti, quand’è che cresci e diventi un uomo adulto anziché andare a giocare a fare il supereroe in giro per il mondo?) mostrasse sul petto la “S” e dicesse qualche frase storica tipo “Biondina con gli occhialoni, donna semplice, io sono l’uomo per te!”

E sposatevi e toglietevi dalle palle, dai! Due imbranati!

Ibridi

Almeno mi lasceranno studiare in pace gli Aztechi.

Ah, no….ora è entrato il tipo nerd. E dov’è la gran figa che le viene dietro? Visto che ormai va tanto di moda…

Gheddafi è morto. Come tutti i dittatori non aveva aperto un solo libro di storia alle elementari.

Cliché, sono tutti quanti dei cliché! Chiudo il libro. Indosso il mio cappello a falda larga e schioccando la frusta a destra e manca vado a prendermi un caffè in un bar del centro.

Indiana Lordbad

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