Niente più uova al mattino
Antepost: Paolo Rigo nasce a Roma il 9 marzo 1985. Cresce a Latina e si ritrasferisce a Roma dove si laurea in Italianistica nel Novembre 2011. Esordisce nel mondo della letteratura con una raccolta poetica dal titolo Anima Piange (Edizioni della Sera, 2011).
Ha collaborato con Flanerì e pubblicato una raccolta di racconti, Littoria Blues City nell’estate del 2012 (Il foglio letterario). Appassionato di letteratura, ha curato il volume completo delle poesie di Otello Soiatti. Sempre nel 2012 esce una raccolta di saggi su Mario Luzi (Squillò luce, Arduino Sacco) mentre su alcune riviste scientifiche trovano spazio suoi interventi sulla poesia del ’900 ed in particolar modo su alcuni aspetti relativi alla metafora ed alla topica.
Di recente è stato tra gli organizzatori del concorso poetico Latina in Versi, si è classificato 2° al premio letterario GialloLatino sez. Giovani con il racconto Atlantide. Attualmente è dottorando presso il dipartimento di Italianistica di Roma Tre.
I pirati di Vongole & Merluzzi danno il benvenuto a Paolo Rigo a bordo della nave! Vento in poppa, ciurmaglia!
La notte si impossessa delle luci, dei viali, delle case, delle strade. Rimane accesa una piccola, piccolissima scheggia luminosa. Una finestrella. Lui guarda la televisione alle ventiquattro. Cerca qualche bella in piume d’oca. Non si eccita più da tempo.
La porta del bagno si apre. Insieme a lei, esce un profumo dolce di zagara e muschio albino. Una nuova essenza. Desiderio notturno. I passi sinuosi di lei delineano dei piccoli cerchi di rumore sulla superficie della notte. Lui spegne la tv e la osserva, la osserva immerso nella notte. Non dice nulla. Lei arriva alla porta di casa a passi felpati. Uno dopo l’altro, lenti ed attenti, crede che stia dormendo davanti alla tv. Non vuole svegliarlo.
«Me la prendi una birra?»
«Pensavo dormissi..»
«No..non stavo dormendo..me la prendi una birra?»
«Non avevi smesso di bere?»
«E tu non avevi smesso di uscire?»
Sul viso di lei una lacrima solca le rughe, scende sul viso, e si perde tra le piume. È bellissima. Con il suo foulard rosso ed il suo vestito nero che si spande sui fianchi provocanti. Non è più giovanissima ma non sfigura. Non ha mai sfigurato. Si gira, sospira, si porta in cucina. Accende una ad una le luci. Fa rumore con i tacchi, i passi felpati ora non servono più. Lui l’ha vista. Avrebbe preferito di no. La umilia farsi vedere mentre esce. Prende una birra, la apre, e va da lui. Lo trova in piedi appoggiato alla poltrona.
«Vai da lui?»
«Ti ho preso la birra»
«Avevi detto che non ci saresti più andata»
«Ti ho preso la birra..dai..non voglio parlarne..»
«Perché fai così? Perché cazzo?» Lei lo guarda. Il braccio destro è proteso verso di lui con la birra in mano. Delle lacrime si formano tra i bulbi oculari e lui continua a guardarla in cagnesco. Non la capisce. Non riesce a capirla. Non vuole capirla. Ha sempre vissuto nei suoi sogni. “A te”, pensa a te, pensa, pensa: perché non prende la birra e sta zitto? Pensa ancora, pensa ancora a te, beve un sorso di birra e si siede sulla poltrona. Le piume alzano la polvere e fanno un leggerissimo sbuffo, che si accompagna al suo uffa.
«Mi farai fare tardi..Cosa vuoi da me?»
«Voglio che la smetti..Ora..subito..sono stanco..»
«Anch’io sono stanca, e che dovrei fare? Come mangiamo poi?»
«I miei nipoti mi hanno detto che c’è un lavoro per me, si tratta solo di tirare avanti qualche altra settimana..»
«I tuoi nipoti..i tuoi nipoti..Qualche settimana? E con cosa? Non abbiamo più niente..Vuoi capirlo che i tuoi nipoti sono solo dei drogati? Vuoi capirlo che sono dei falliti? Che siete dei falliti? Che sei un fallito!»
«Non parlarmi così cazzo!» E più veloce di un riflesso. Il battito d’ali è involontario -non è controllabile- è così e basta, e la colpisce in faccia. Dritto sul becco. Il rossetto la macchia e un rivolo di sangue le si forma ai lati. Le lacrime si liberano del peso.
«Credi che sia facile per me? Eh? Dimmi cazzo! Sei solo uno stronzo..»
«Scusa..Cioè dai..scusami..non volevo colpirti..eh che..»
«È che sei solo un buon annulla. Mi sistemo in macchina sennò faccio tardi..»
«Io..io ti..io ti amo..»
«Ciao»
Sarebbe potuta andare così
La notte ripiomba nella casa. Lei esce e spegne tutte le luci. Lui rimane lì e pensa all’altro. Pensa a suo cugino. A Gastone. Perché? Beve la birra e la getta a terra. Il vetro si spacca e fa un rumore intenso. A lui non importa. È già in cucina davanti al frigo per prenderne un’altra.
«Perché non sei venuta prima? Eh? Mi avrebbe fatto piacere portarti a cena dalla contessa..Questo abitino nero che ti ho regalato ti fa veramente molto carina..»
«Lo sai che non voglio uscire presto non mi va che..»
«..Che mio cugino ti veda? Quello è un fallito tesoro. E tu stai perdendo tempo con lui. Glieli hai fatti vedere i documenti del divorzio?»
«No..»
«Oh cazzo..sei proprio un’oca imbecille..Che cazzo. Cristo»
«Dai calmati..non fare così» Lei prova a calmarlo e lui le molla una sberla sulla faccia. È la seconda. Ma stavolta sente davvero di non avere colpa. Questa è gratuita, non ha un prezzo ma deve stare zitta. Il prezzo è il silenzio.
«Che ti ho fatto male? Su non fare la scena, che me lo dici sempre che te le dà pure quel cornuto, eh? Dai che sotto sotto ti piace anche..Su..Ci scommetto»
«Senti non parlare più di Paperino così..ti prego Gastone: non parlare più di Paperino..»
«E se non parlo più di quell’impotente di un papero che cosa mi dai?» La testa di Paperina scivola tra le gambe ossute di Gastone. Il becco scansa le piume. Gastone geme. La cosa si conclude in una manciata di secondi.

«Ora vieni fuori. Ti voglio fottere sul cofano della macchina!» E lei esce. Lui le solleva la gonna sulla testa. La prende da dietro. Lei sta zitta e chiude gli occhi. Sono mesi che non fa l’amore con Paperino. Pensa a quando erano giovani. Pensa a lui, ai nipoti, a Paperoga: perché sei morto così Paperoga? Senza dire niente a nessuno. Hai fatto tutto da solo: la cocaina non ti bastava? Quando c’eri tu Paperino era diverso. Non beveva così tanto. Non era così solo. Gastone le viene dentro. Vuole incastrala. Lo sa del problema del cugino. Lo fa per lui. Per fargli male. Viene con ululato che sa di lupo sotto la luce della luna. Tutto intorno è ombra. Lei nei suoi pensieri maledice la serata di maggio quando tutto ha avuto inizio. Pensa che quell’invito non avrebbe mai dovuto accettarlo. Ma ormai è troppo tardi. «Ti è piaciuto gallinella?». E la mano destra le schiaffeggia il collo. Stavolta sono trecento dollari. Stavolta è di meno. Ma lei ha fatto tardi, le regole con Gastone si devono rispettare. È sempre stato così preciso. Non sfida mai la sorte, nonostante l’eredità.
Prima di entrare in casa, alle cinque e mezza del mattino, mentre il sole ancora non è sorto, si dirige nel garage, si alza la gonna del vestito, e spinge forte. Fortissimo. Le sembra di morire. Pensa forte a Paperino. Pensa forte che lo ama. Ma non riesce più a dirglielo. Deve fare molta attenzione. Escono fuori tre uova. Una si rompe. Prende i fogli della richiesta di divorzio e pulisce, pulisce con i fogli. Vorrebbe vedere la faccia di Gastone. «Ecco questo è tuo figlio, vai a cagare stronzo» sì, le direbbe così. Ride e piange. Si asciuga le lacrime e si dirige in cucina. Paperino dorme per terra tra i cocci di vetro delle cinque o sei bottiglie di birra, e la televisione accesa su un canale regionale. Avrà visto di nuovo del porno. Dovrebbe fare piano. Ma lo vede che è strafatto. Non deve preoccuparsi più di tanto. Prende una padella, versa l’olio, rompe i gusci, aggiunge il sale, prepara le uova. Ad occhio di bue. Pensa a quante uova potrà ancora fare, sente che non ci saranno molte altre uova. Gastone non la chiamerà più. Però non sa se essere felice. Quando finiranno loro non mangeranno più. A Paperino ha detto che non può avere figli. Glielo ha detto quando è iniziata la cosa con Gastone. Mentre le uova sfrigolano in padella, attraversa la cucina e se ne va in salone, spegne la tv, e guarda Paperino mezzo svenuto per terra. Pensa che dovrà pulire tutto lei, e che ha bisogno di riposare.
«Tesoro..dai che sono quasi le sei..Devi andare a cercare lavoro..La colazione è quasi pronta..»
«Sei rientrata? Ho sempre paura che non rientri..di non trovare la colazione..»
«Guarda: trecento dollari»
«Tienili tu..Non voglio sapere niente»
È un altro colpo sulla faccia che fa più male degli altri, Paperina respira forte, incrocia il suo sguardo con quello dell’immagine riflessa nello specchio, si guarda bene, si trova bella, bella ma sciatta, volgare, bella come una puttana. Inghiotte della saliva e dice:
«Vieni, di là ci sono le uova..»
In cucina mette le uova nei piatti. Fissa il sole oltre il vetro della porta-finestra. Lui le mangia. Non sa niente. Il sole che sale. Fissa l’alba. Pensa che non vorrebbe più fare uova al mattino.
Paolo Rigo
Tutto il resto è (PARA)noia: guida per principianti
Ammettiamolo!
Tutti siamo paranoici, almeno un po’, almeno in alcuni frangenti della nostra vita. All’inizio la consapevolezza dello stato paranoico genera ansia, turbamento e disapprovazione interiore,ma anni di esperienza mi hanno resa una vera e propria esperta in materia, tanto da condividere cotanta ricchezza con tutti voi, neo paranoici turbati.

Cominciamo prendendo ad esempio la situazione-tipo: un tipo che ci piace! Il caso per eccellenza, in materia.
Il tipo che ci piace ci invia a prendere una birra
Step paranoico n°1:
-Perché mi ha invitata?Mica gli piacerò?No, quello stava con quella che è bella, simpatica brava, etc,etc, che c’entro io?Ma perché mi ha invitata dopo tanto?forse ha un’altra contemporaneamente a me?e che mi metto?no, quello no, sembro facile.Quell’altro no, sembro sciatta. Ma a lui cosa piacerà di me?e se mi scordo il deodorante?Oddio, non ho messo il deodorante sono sicura, etc,etc…..-
Soluzione:
Fermarsi, respirare e ripetere le seguenti parole al proprio cervello:
ANCHE LUI FA LA CACCA(ripetere, a seconda della necessità, dalle due alle trecento volte).

Il tipo che ci piace ci bacia
Step paranoico n°2:
-Oddio, ho mangiato le patatine, ho bevuto la birra, ho fumato, ho lavato i denti prima di uscire?non mi ricordo, cavolo, aspè, ma il deodorante, quindi, l’ho messo o no?ma la maglia puzzerà di fritto?ma bacio male?e se bacio male?adesso se mi dice che è stanco, vuol dire che bacio male, non mi chiamerà mai più, dirà a tutta la città che bacio male.Non potrò più uscire di casa, come faccio?
Soluzione:
Fermarsi, respirare e ripetere le seguenti parole nel proprio cervello:
QUESTO E’ IL BALLO DEL QUA QUA, E DI UN PAPERO CHE SA FARE SOLO QUA QUA Più QUA QUA QUA.
Il tipo che ci piace, disdice un appuntamento con noi
Step paranoico n°3 (Armageddon)
-Ecco, lo sapevo, l’ho spaventato, mi ha detto che il suo amico deve traslocare, non lo sapeva l’altro giorno?possibile?Gli ho detto un “noi” di striscio, per sbaglio, e questa è la reazione, perchè poco fa non me l’aveva detto che aveva da fare, no, quindi è a causa di quel “noi”che mi è scappato,non mi richiamerà più, non gli piaccio neanche forse, vuole solo venire a letto con me, me lo sento, è così!!Ma magari neanche quello, del resto ne avrà di ragazze carine attorno, mica ci sarò solo io….io non troverò mai nessuno che mi vuole bene, non sono in grado…ma perché mi dispiace così tanto?mi sono innamorata?lo conosco da una settimana, no, si, forse, chi lo sa!sto sudando, ma l’ho messo oggi il deodorante?no, non lo so…non mi ricordo, adesso se ne va, lo so….-
Soluzione:
Dale a tu cuerpo alegria Macarena
Que tu cuerpo es pa’ darle alegria y cosa buena
Dale a tu cuerpo alegria, Macarena
Hey Macarena

Adesso, caro lettore, anche te con queste semplici linee guida, saprai (con)vivere nell’immenso mare della paranoia, come Ulisse, troverai il tuo modo per non gettarti in pasto alla tua sorte.
Quella del paranoico agonistico è una vita dura, piena di pericoli ed ostacoli, ma non demordere!c’è speranza anche per noi per (soprav)vivere…Vi saluto miei cari…Buona paranoia a tutti voi!
[...ma, sarà piaciuto quello che ho scritto?ma avrò scritto bene?e se ho fatto errori?diranno che fa schifo, no, anzi, fa schifo, lo so, non mi firmo, no, meglio di no, tanto fa schifo, poi se no mi riconoscono e mi assoceranno, per sempre, a quella che ha scritto sta schifezza......]
Laetitia
Il colore dei pesci rossi
-Ciao-
-Come va?-
-Bene grazie, te?-
-Un po’ stanca, ma bene-
-Hai fame?-
-Ora no, mangio dopo!te?-
-Ho mangiato, non sapevo quando saresti tornata. Ho invitato Claudio ed Elisa a cena venerdì, va bene?-
-Si, va bene. Sabato usciamo in barca con Andrea e Ilaria ricordi?-
-Si, ricordo. La sera poi siamo a cena da Paola per la festa di compleanno vero?-
-Si, e domenica a pranzo da tuo fratello in campagna-
-Certo!-
-Tesoro, credi che dovremmo avere un figlio?-
-No cara, non abbiamo tempo vedi?-
-Vero! E che ne dici di un cane?-
-Troppo impegnativo, magari un gatto-
-Il gatto strappa i divani però-
-Hai ragione, non avremmo tempo per il tappezziere poi. E un pesce rosso?-
-Allora un enorme acquario da mettere in sala, con centinaia di pesci tropicali!-
-Mi piace, darebbe colore alla casa-
-Ok, allora domani vado al negozio e…no aspetta, domani ho l’estetista, vai te?-
-Domani ho il massaggio shiatzu-
-Vabbè, andremo un’altra volta magari, siamo pieni d’impegni-
-Va bene, un’altra volta cara. Adesso scusa, sono in chat con Filippo, è stato lasciato dalla moglie, sta male ed io non ho mai tempo di ascoltarlo-
-Va bene, io vado a giocare a farmville di là.-
-’Notte cara, se ho tempo poi ti do il bacio della buona notte-
-’Notte-….-Certo l’acquario darebbe davvero un sacco di colore in questa casa- Pensò lei accendendo il computer.

Laetitia
Il tuffo del granchio
Si portò una mano sopra gli occhi per ripararsi dai raggi del sole, anche se non ce n’era bisogno, perché il sole era basso.
“Che fai?” – chiese lei, seduta a ridosso di una barchetta.
Lui scrollò le spalle.
“Forza dell’abitudine, a stare tutto il giorno sotto il sole.”
L’ombra di un gabbiano attraversò rapida quel pezzo di spiaggia.
“Dovevi dirmi qualcosa?” – domandò lei. I piedi ciondolavano. Con il destro spostava la sabbia verso il sinistro e con il sinistro si divertiva a lanciarla in direzione di un granchio. A volte il granchio si fermava, scrutava quello che accadeva, poi riprendeva a muoversi verso il mare, avvicinandosi alle spalle di Paul.

“A quest’ora si sta bene al mare.” – disse lui, seduto a riva, le gambe reclinate verso il petto, le braccia intorno alle ginocchia.
“Sei banale, il solito scontato amante dei tramonti.” – replicò lei alle sue spalle.
Lui scosse la testa.
“No, invece. Come fai a dirlo? Solo perché mi piace questo tramonto, non vuol dire che mi piaccia l’idea del tramonto. Anzi, a me piace l’alba, l’inizio, e mi piace anche quando il sole è alto, il pomeriggio poi lo trovo spettacolare, non trovi? Non ci ho mai trovato niente di bello nei tramonti, mi rendono triste.”
Lei non rispose. Neanche lui parlò. Se ne stettero per un pezzo così, senza parlare, di tanto in tanto al rumore del mare si aggiungeva quello di qualche motorino o qualche automobile che sfrecciava sulla strada d’asfalto al di là delle dune.
“Sta arrivando una barca. – disse lui. A qualche centinaio di metri una barca si avvicinava verso riva. Potevano vedere un uomo a bordo che lentamente alzava i remi e li riabbassava in acqua. – Forse qualcuno che si è attardato, un pescatore. Mi ricorda Hemingway.”
“Il solito letterato. Non sei dentro un romanzo ti avverto eh.” – disse lei. La sabbia seppellì il granchio, questi accelerò il passo e si portò all’altezza di Paul, quindi, con più calma, si avviò verso la battigia.
Lui sospirò e scosse la testa.
“E la gente lo sa che sai suonare e suonare ti tocca per tutta la vita.” – sorrise, poi portò le labbra in dentro e chiuse gli occhi.
“Non ho capito che hai detto. Che c’entra? Sai suonare?”
“Era una citazione di De Andrè. – lui voltò la testa un attimo per guardarla, poi tornò a guardare il mare, il rematore era più vicino – Un giorno imparerò a suonare qualcosa.”
“Sì, un giorno… – lei si era alzata – si sta facendo tardi. Andiamo?”
“è sempre troppo tardi per te…aspettiamo altri dieci minuti.” – disse lui.
“Che devi fare? Mi sto annoiando. E poi ho delle cose da fare.” – lei aveva iniziato a piegare l’asciugamano, con metodo metteva le cose dentro la borsa da mare, preparandosi a tornare verso la strada, dove diverse ore prima avevano lasciato l’automobile.
Aspettarono fintanto che la barca arrivò a riva, attraccando con un rumore quasi impercettibile, coperto più dai remi che venivano tirati all’interno.
“Ehi tu, puoi darmi una mano?”
Ted si alzò. “Volentieri che devo fare?” Il rematore scese dalla barca, gli lanciò una corda. Tira verso di te, io la sospingo da poppa. Così fecero finché la barca non fu completamente fuori dall’acqua.
“Hai pescato?” – gli chiese Ted.
“Non sono andato in mare per pescare. Mi stavo soltanto godendo il mare.”
“Ti piace navigare?”
“Sì, diciamo così. – l’uomo aveva preso a controllare l’interno della barca. – Scusami, vi ho disturbato? – chiese, accennando con il capo verso di lei. Lei si era allontanata, stava tornando verso le dune.
Ted la guardò. “No, nessun disturbo. Stavo giusto andando via.”
“Torni a casa?”
“Sì, è stato un piacere – si strinsero la mano – Buona serata.”
Ted aveva già percorso qualche passo poi si sentì chiamare.

“Posso dirti una cosa?” – gli disse il rematore.
“Cosa?”
“Quando non sai che fare, rema, o cammina, o corri, o striscia. Ma fai qualcosa. Non restare fermo. Il pericolo maggiore per un navigante non è una tempesta. Una tempesta potrebbe persino salvarlo: è la calma piatta. Quando non tira un filo di vento e tu hai percorso chilometri e ti ritrovi al largo nell’oceano. L’unica cosa che puoi fare pregando che il vento ricominci a soffiare, è remare. Non importa in quale direzione. Rema e spera. Da qualche parte arriverai.”
Ted lo guardò a lungo per diversi secondi. L’altro sosteneva lo sguardo.
“Grazie.”
L’altro allargò le braccia e sorrise, si salutarono così.
Il granchio si tuffò nel mare.
Come mettere in crisi uno scrittore
Se avete la sfortuna di conoscere uno scrittore e volete per qualche vostro motivo metterlo in crisi ecco una serie di punti per condurlo nel tunnel della scarsa lucidità:
1. Rivolgersi allo scrittore in questione affinché scriva di suo pugno vostre parole, in quanto se è uno scrittore deve avere per forza una bella grafia
2. Chiedergli consigli e ispirazioni per frasi e biglietti d’auguri seriali (cresime, matrimoni, comunioni): tra l’altro più lo scrittore è lontano dal modello Moccia e più è prossimo al modello Baudelaire, e più questa richiesta potrebbe essere fonte di stati di stress e frustrazione
3. Chiedergli quando la smetterà di dedicarsi alle poesie e alla letteratura, per scrivere finalmente una storia d’amore su adolescenti figli di papà ambientata al liceo o una bella saga…fantasy con protagonista piagnucolante che non vede l’ora di cavalcare un drago

4. Chiedergli di compilare la lista della spesa (tu sai scrivere, sicuramente non dimenticherai niente!)
5. Vietargli di riparare un tubo in casa o di avvitare o svitare una lampadina (tu sai soltanto scrivere!)
6. Regalargli un set di penne (quando sappiamo benissimo che allo scrittore in questione probabilmente interessano più le penne al sugo o al limite in bianco, con olio e parmigiano)
7. Comprargli un vecchio modello di macchina da scrivere (non le usa più nessuno e lo scrittore in questione non sopporta oggetti di arredamento ad indicare un ego che lui stesso non possiede al 90%)
8. Chiedergli un autografo o una dedica su un libro non suo
9. Chiedergli quand’è che si deciderà finalmente a fare un po’ di grana
10. Complimentarsi con lui chiedendogli quando farà la prossima esposizione di quadri d’autore
P.s.: nella maggior parte dei casi lo scrittore al quale vi siete rivolti compilerà anche la lista della spesa, accettando con rassegnazione l’infausto fato.
Casa, ehm scusate “dimora”, di Stephen King, non male per uno scrittore
Inconsapevolezza
Avevo 15 anni
e non ero felice
ma fondamentalmente
non me ne fregava un cazzo.
Attico a New York
Continuano gli appuntamenti con Altre Narratività su Flanerì Magazine!
Un attico a New York, lui e lei che dormono. Lui però non prende sonno: una domanda lo ossessiona….
Per leggere il racconto seguire il link:
Sono solo una pedina
Non c’è montagna più alta
Di quella che non scalerò
Agli occhi di un novizio la pedina è certamente la parte più sottovalutata nel gioco degli scacchi.
L’esperienza mi suggerisce invece che il destino di una partita dipende spesso da come si muove o non si muove una pedina, piuttosto che un alfiere, una regina, una torre o un cavallo. Magari non sarà una pedina a mettere sotto scacco il Re, ma tocca comunque alla fanteria avanzare nel fango casella dopo casella.

La pedina mi ha sempre affascinato per questo suo muoversi lento e significativo, per questo senso del sacrificio più ardente che non in tutti gli altri pezzi, per questo suo non uccidere l’avversario in modo diretto ma sempre nella più prossima casella in diagonale: obliquità della lama assassina che scivola furtiva nella gola del nemico.
Del resto se gli scacchi fossero un’opera narrativa, ed in effetti lo sono dal momento che ogni partita è il racconto di uno scontro sanguinario, la pedina sarebbe l’unico personaggio non a tutto tondo ma potenzialmente capace di un’evoluzione.
Infatti, una volta arrivata nell’orizzonte delle file nemiche, i suoi sacrifici vengono ampiamente ricompensati. La pedina si elegge a torre, ad alfiere o persino a regina contestando quel ruolo che sembrava fino a un attimo prima un’esclusiva dinastica dei pezzi superiori.
Ma questo premio infine risulta per certi versi anche una condanna.
La pedina perde quell’originaria libertà degli umili per assurgere ed incarnare a un ruolo dal quale non potrà più sfuggire, se non con la morte. In un certo senso quando i poveri diventano ricchi, quando i vinti diventano vincitori, si perde qualcosa nel passaggio.
E questa è stata la storia di molte rivoluzioni: una sostituzione di persone sul carro dei vincitori, ma non di ruoli.
Una volta al potere, la potenzialità è finita, si cristallizza e si eclissa.
Morirò pedina. Morirò libero.
Piccolo Spazio Pubblicità
Piccolo Spazio Pubblicità
Piccolo Spazio Poesia
Piccolo Spazio in Espansione
Piccolo piccolo piccolo!!!
State scherzando, vero?
Non avete ancora acquistato il nostro libro di poesie?
Acquistatelo pure…a vostro rischio e pericolo!
Effetti collaterali: vivere.
Si può ordinare presso qualsiasi libreria (fisica o online, nonché presso il sito dell’Editore)
Dulcis in fundo: ecco qui il link della registrazione dell’intervista agli autori presso gli studi della web radio Radio Libera Tutti :
dove tra l’altro potete trovare qualche assaggino…
State scherzando, vero?
SIETE PRONTI? SIETE CALDI? SIETE AFFAMATI?
Vi presentiamo la nostra Antologia Poetica in quanto autori del blog Vongole & Merluzzi.
La raccolta si intitola “State scherzando, vero?” e si propone l’ambizioso scopo di riportare l’Uomo al centro della Storia.
Dopo l’I-pad, l’I-pod, l’I-phone , occorre stabilire “I Poetry”: cambiare il mondo e risvegliare la propria coscienza tramite l’azione poetica.
Non è una striscia defilata della solita rivoluzione pseudo sessantottina, né l’urlo patinato dei soliti poetucoli che riempiono librerie e strade. Siamo piuttosto poet-astri.
E questo è un libro di poesie per chi odia la poesia, per chi ama ed odia la vita, questo è rock.
Autori: Macale, Appetito, De Cave (alias Lordbad, Franklinguamozza, Fishcanfly su questa nave).
Edizioni Ensemble.
Il libro è ordinabile presso qualsiasi libreria italiana, o presso il sito dell’editore o anche contattandoci personalmente.
Link Edizioni Ensemble:
Attenzione:
è severamente vietato leggere questo libro prima e dopo i pasti
e durante le ore diurne;
si consiglia vivamente di non sostare in posti pubblici con il presente,
onde evitare di suscitare reazioni di eccitamento improvviso
da parte di sconosciuti; usare con cautela.
In caso di eccessiva lettura consultare direttamente i poeti;
tenere lontano dalla portata degli adulti, dei disillusi, e dei sani;
il contenuto è altamente infiammabile.
Le statistiche riportano stime di milioni di anime bruciate;
è infine assolutamente sconsigliato cambiare dopo la chiusura del libro.
Ogni abuso verrà punito con un sogno.
La rosa nel cortile
Splendido niente di un uomo che cammina
G. Grignani
Alice si chiedeva che diavolo stesse facendo quel ragazzo lì nel cortile. Girava in tondo e probabilmente pensava. Lo aveva visto poche volte, malgrado abitassero nello stesso condominio, e in quelle rare occasioni c’era sempre stato del formale imbarazzo tra loro, quasi che ad entrambi non interessasse salutare l’altro, tuttavia ogni tanto ricordavano di farlo, in onore delle formalità.
A un certo punto stava prendendo a calci qualcosa, forse un sasso. Poi Alice si concentrò meglio e capì che quello doveva essere un bocciolo di rosa. Il cortile in quella stagione ne era pieno considerato il roseto poco distante.
Prendeva a calci il bocciolo, quello si spostava, lui lo raggiungeva, tirava un altro calcio con la punta della scarpa. Mano a mano che il bocciolo era preso a calci si andava rompendo, perdendo ora una fogliolina verde, ora un petalo.
Alice scosse la testa. “Perché doveva essere così pensieroso?” Guardò un libro di poesie poggiato sul letto e si ricordò di alcuni versi.
“Osate calpestare le aiuole”- aveva declamato il poeta. Così decise di scendere in cortile.

Abitava al primo piano, quindi le occorse soltanto un minuto per trovarsi giù, arrivò appena in tempo per guardare il ragazzo mettere fine a quel gioco bizzarro. Dopo un ultimo calcio, lui raggiunse il bocciolo e lo calpestò, insistendo con la pianta del piede, quasi come se dovesse schiacciare un qualcosa di ben solido e quindi gli occorresse molta forza. Alice credette di intuire sul volto del ragazzo che guardava in terra un’espressione rancorosa.
“Perché lo fai?”
Lui si voltò, evidentemente sorpreso dalla presenza di Alice che non aveva notato.
“Faccio cosa?” – replicò con aria interrogativa, quasi colto sul fatto, con l’espressione innocente di chi sostiene “Non sono stato io, non so di cosa stai parlando”
“Perché schiacci la rosa?”
Il ragazzo sospirò, guardò il bocciolo, del quale non era rimasto che un piatto groviglio di petali e una macchia umidiccia intorno, poi disse:
“Non dovrei?”
“Le rose sono belle, non dovrebbero essere schiacciate.”
“E chi l’ha detto?”
Alice fece spallucce, allargò le braccia e alzò gli occhi al cielo.
“La natura.”
“La natura? Dovresti sapere invece che la natura è crudele, forse bella sì, ma crudele e pericolosa. Le rose potrebbero schiacciare te.”
Alice andò a sedersi su una panchina.
“Non ti facevo filosofo.”
Lui le si sedette accanto.
“Non ti facevo impicciona.”
Alice si alzò e affrettò il passo verso il portone, sbuffando. Lui la rincorse.
“Scusami…scusami, non intendevo offenderti. Non sto tanto della quale oggi!”
Lei si voltò.
“Tu schiacci rose, ecco cosa fai.” , poi riprese il passo.
Lui la bloccò trattenendola per un braccio.
“Io non schiaccio rose, mi difendo. Mi difendo prima che loro schiaccino me.”
“E io non intendevo schiacciarti. Volevo essere d’aiuto!” – Alice aveva alzato la voce.
“Vuoi essere d’aiuto? Allora diamo fuoco al roseto. Diamo fuoco a tutte le rose. Ecco come puoi essermi d’aiuto.” – anche il ragazzo aveva alzato la voce.
Poi si fece silenzio nel cortile. Lui aveva lasciato il suo braccio, entrambi guardavano in terra.
“Forse non dovresti dare fuoco al roseto. Forse lì in mezzo c’è una rosa buona!” – mormorò Alice a voce bassa.
“Forse…”
“Se vuoi ti aiuto a cercarla.”
“Come si fa a riconoscere la rosa buona da quella non buona?”
“Bè, anche la rosa buona ti farà male…ma ti sarà impossibile schiacciarla.”
Il ragazzo annuì. Alice gli tese la mano:
“Io comunque mi chiamo Alice.”
“Mario. – disse lui rispondendo alla stretta – Mi insegnerai?”
Alice sorrise e rispose:
“Sì.”
L’ape Maya (non è una favola per bambini)
Così è questa la fine.
Me la immaginavo diversa, a dire il vero.
Grandi catastrofi, incendi, alluvioni, terremoti, fanatici ed estremisti in libera uscita.
E invece no: finisce tutto in un grande silenzio. Mai come prima di questo momento mi sono resa conto di cosa fosse il rumore del mondo. Più che un rumore, era musica. Sì, ogni tanto qualche nota stonata, ma nel suo complesso non era poi così male. Solo che bisogna essere predisposti ad ascoltare se si vuol sentire. Sentire la vita, intendo. No, non voglio essere retorica. Quelle sviolinate di discorsi da giorno della laurea e cerimoniali istituzionali mi hanno sempre fatto volar via lontana!
Ma è proprio questo il punto. Io la vita l’ho sempre capita, sono sempre stata al mio posto, ho sempre lavorato per l’alveare, ho sempre fatto quello che mi dicevano di fare. Ogni tanto qualche ribelle si ostinava a non seguire le regole, veniva trascinato dalla Regina che emetteva il prevedibile verdetto.

Fine del livello
Ho sempre creduto nel destino. Di fuco in fuco la predizione della fine del mondo è arrivata fino a oggi. Le riserve di miele sarebbero terminate nel 2012, ed eccomi qui, agli sgoccioli, a raschiare il fondo dell’arnia. Sono un’operaia, ho portato a casa il miele per la famiglia, anche quando i tempi erano diventati molto duri e di lavoro ce n’era sempre di meno. Ho fatto anche qualche sciopero, con buona pace dei sindacalisti e dei miei diritti.
Nel complesso non posso lamentarmi. Mi dispiace però che i miei figli non vedranno mai quanto fosse meravigliosamente pieno di bellezza e di pericoli, questo vecchio mondo. Non lo conosceranno mai per quello che era un tempo, quando dagli alveari colava miele in gran quantità, e persino gli dei accorrevano a bere il loro idromele.
Ora però che il miele è terminato gli dei hanno scagliato l’ultima maledizione, la più semplice. Il sovrano silenzio.
Ma io, ape maya, che sono l’ultima sopravvissuta, declamo qui un canto. Non se ne andrà in silenzio questo mondo, ma per quel che mi resta da vivere ronzerò ancora.
Ronzando ricorderò di essere viva.
Zzzz…Zzzzz….Zzzzz…
Ceci n’est pas un post
Questo non è un post e io non sono un blogger.

12 marzo 1922: nasceva Jack Kerouac.
Buon Compleanno Jack.
Dove non nevica
- Ci sono posti dove non nevica mai.
- Che intendi?
Lui guardava la città, un alone di luci si sollevava come un mantello a sfidare la volta oscura del cielo. Qualche stella occhieggiava solitaria.
- Intendo quello che intendo.
- Non ti seguo Marc.
Marc sorrise, guardò il bicchiere di whisky che stringeva nelle mani. Veleno – pensò – non sapeva davvero cosa ci trovassero tutti quegli attori a bere quel “veleno”, eppure…lo aveva accettato, forse per sentirsi un attore dentro certi film, per illudersi che in qualche modo, da qualche parte la parola “The End” alla fine sarebbe arrivata.
- Intendo che lei non mi amerà mai.
- Lo farà qualcun’altra Marc. – gli rispose Philip versandosi dell’altro whisky nel bicchiere, mentre si adagiava sul divano.
- Qualcun’altra? Andiamo Philip! Mi prendi in giro? Mi chiedo dove ho sbagliato, che cosa ho mancato di fare…Non sono perfetto, non sarei stato perfetto ma…era tutto per me…Non era nient’altro che amore, non è nient’altro che amore.
- Per certe persone amare non basta, Marc. Fattene una ragione.
- Forse hai ragione, o forse no. Non è quello il punto. Non ha importanza nessuna spiegazione razionale, quando ami e non sei amato… – scagliò il bicchiere contro il muro. Il whisky macchiò la parete, e si disperse in piccoli rivoli tra i pezzetti di vetro frantumato.
- Mi chiedo come fai Marc?
- Come faccio cosa?
- Ad amarla.
- Amare lei per me è naturale, è come respirare. Nessuno me l’ha insegnato, né ho dovuto impararlo. Da qualche parte, in qualche modo l’amavo già prima ancora di conoscerla.
- Vuoi dell’altro whisky, Marc?
- No, grazie. Me ne vado.
- Dormici su.
Marc prese l’impermeabile, aprì la porta, si voltò e il suo sguardo incrociò quello di Philip.
- Sì, amico, è giusto che tu la ami – gli disse Philip.
Marc accennò un sorriso. Si richiuse la porta alle spalle. Fuori stava cominciando a nevicare.
Dedicato a Whitney Houston. Perché ognuno sceglie di andarsene nel modo che preferisce e non può essere giudicato per questo. Ci hai lasciato una meravigliosa canzone, e la tua voce ha fatto da colonna sonora a molte lacrime sincere. E questo penso che può bastare a meritarsi il paradiso. Bye Bye, Baby.
Flanerì: venerdì pesce!
Negli agitati mari del web abbiamo stretto una collaborazione con l’associazione culturale Flanerì.
Flanerì è soprattutto una “piattaforma plasmabile e in continuo movimento”.
Ci è piaciuto fin da subito lo spirito dinamico che la contraddistingue: dalle recensioni agli articoli alla narrativa al magazine cartaceo!
La collaborazione consiste in una parallela pubblicazione di racconti inediti degli autori di questo blog, che hanno l’onore di essere ospitati nelle acque di Flanerì, ogni due venerdì del mese.
Per cominciare si è scelto un racconto già edito, ma per molti lettori certamente ancora inedito: Amore (a qualcuno piace parallelo).
Seguiteci come sempre sia qui che su Flanerì: vi faremo pescatori di vongole e di merluzzi.
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