Socrate e l’idromaieutica
L’idromaieutica non è un metodo subacqueo di ricerca della verità (quello si chiama idromaieUstica, ma finora non ha ancora fornito grandi risposte).
L’idromaieutica ha piuttosto due significati: da una parte con esso intendiamo dire che la verità è come l’acqua, capace di cambiare forma a seconda del recipiente che la contiene, pertanto, come l’acqua, rende il terreno scivoloso e fangoso, costringe a rimettere in dubbio le nostre certezze acquisite. Per questo le persone idrofobe sono insospettabilmente più numerose delle idrofile. Non solo, nella verità occorre anche saper nuotare. Un nuotatore poco esperto potrebbe morire annegato, al contrario delle menzogne che sono sempre ottimi salvagenti per restare a galla. Non tutti sono in grado di resistere al gravame della Verità, che è come una zavorra al piede mentre infuria la tempesta.
Il secondo significato è che potremmo accontentarci di cercare la verità nelle vasche idromassaggio. Abbiamo infine votato per una deliberante e liberante fuga dai problemi e dai pugnali che ci hanno crocifisso per così lungo tempo.
Perché perdere tempo ad indicare la strada ai ciechi? Perché non passare da “Ad Maiora!” a “Ad Majorca!”? La tentazione è forte, tanto più che la realtà non cambia né a colpi di post di blog, né a colpi di posti di lavoro precari.
Cosa succede quando il Grande Sognatore si è stancato? Quando l’amore non è più quello che credevamo, quando la realtà è molto più grigia e oscura di quella descritta nei romanzi, quando non c’è nessun eroe, né razza aliena superiore a salvarci?
Succede che ci prendiamo una pausa. Una dovuta pausa da tutto.
Annegate pure. O salvatevi. Fate da soli, insomma.
Come avete sempre fatto, che siate vongole o merluzzi. Se ne avrete voglia, sopravviverete.
Quando i sogni sono infranti, non c’è modo di tornare indietro.
Socrate se ne va ad Ibiza.
Rinvio a giudizio universale
Ecco. Tutti a dire che Andreotti è morto. Ma noi vi diciamo che se Andreotti è morto, è morto anche il Male. E se è morto il Male, non esisterà più nemmeno il Bene. Non esisterà più la figura della controversa logica dello Stato, del potere allo stato puro. Perpetrare il Male per garantire il Bene.
Invece ora ci rimangono solo ipocriti e mediocriti mangiatori di buoi. Mangiatori di carne in putrefazione. Oppure visi con camicia e maglioncino pulito dell’onestà. Quelli che l’onestà la trovano dietro la scrivania dell’ufficio.
Non è un’apologia. Ma è il rinvio al giudizio. Universale.

Anteprima di vita
Molti programmi di scrittura odierni offrono la cosiddetta anteprima di stampa. Prima di stampare puoi farti un’idea di come verrà fuori il testo scritto. Matrix non è perfetto: mi sarebbe piaciuto (a chi non piacerebbe, suvvia! Fate poco gli eroi!) avere un’anteprima di vita. Magari poi sarei andato ugualmente in stampa, avrei mantenuto le opzioni scelte, o magari no, avrei fatto qualche ritocco qua e là.
Sono tutti bravi a dire “io rifarei tutto quel che ho fatto”. Vi voglio vedere ad avere la possibilità reale di “ripetere”, di “rivedere” qualche dettaglio qui e lì. Non stiamo a prenderci in giro. L’uomo è fatto per ammirare l’eroe, per imitarlo, al massimo, ma non per esserlo.
Non esistono quelli che non piangono o non si disperano, semmai non hanno mai fatto scelte, non hanno mai scelto.
Di una cosa non mi pento: ho sempre scelto, anche senza anteprima di stampa. Ho sprecato un fiume di carta e di inchiostro, è vero o forse no. Forse adesso la stampante è collaudata meglio di un tempo.
Non che il numero di errori commessi garantisca, al crescere, una maggiore esperienza e una maggiore competenza, o almeno non necessariamente.
Siamo stampati a getto di emozioni.
Grazie Matrix per aver reso così reale la definizione delle nostre immagini.

Tanti auguri a…
Auguri. Cristo, auguri.
Ogni anno la stessa storia. Non importa che si chiami Chanukkah, Ramadan o Natale. Puoi persino essere ateo e gli auguri ti verranno comunque a cercare. Tutte queste viscide persone non sanno nemmeno la radice del verbo augurare. Augurare significa accrescere, ma l’unica cosa che accrescono è la distanza che li separa da loro stessi.
Li vedo ogni mattina e capisco che l’unica cosa che posso fare è stare al loro gioco. Augurare. Allora: auguri. Auguri al tabaccaio che smercia morte. Auguri alla maestra che ci prepara durante l’anno come i panettoni senza canditi. Auguri al barbone sulla strada dell’università che mi ricorda il mio imbarazzo di essere venuto al mondo. Auguri a Jimmy Hendrix che mi ricorda che vivere vuol dire durare il tempo di un assolo. Auguri ai culturisti che mettono proteine nel loro pene. Auguri a Tolstoj e a tutti quelli che sono più in guerra che in pace. Auguri alla badante di mia nonna, ma soprattutto a chi non bada mai a se stesso. Auguri alle donne che si rifanno le tette in tempo per Natale. Auguri ai preti che sono più indaffarati degli uomini di Wallstreet. Auguri ad Andreotti e ai familiari di Moro. Auguri a Pacciani e a chi si porta dentro i propri mostri. Auguri ai migliori esempi della nostra generazione. Auguri a tutti quelli che votano Silvio perché non hanno più nulla da fare, auguri a chi vota quegli altri, in fila al seggio come il giorno della prima comunione. Auguri a Jack che ci ha insegnato a non frenare, e auguri all’altro Jack che ci ha aiutato a squartare la mente delle persone.

Auguri a chi vive l’emozione. A chi non ha paura. A chi sbaglia di proposito. Auguri ai bugiardi nella loro sincera meschinità. Auguri a chi ha tagliato il traguardo e a chi invece si è fermato prima. Auguri a chi non è nemmeno partito, a chi si innamora ancora e ancora e ancora senza stancarsi mai. Auguri a tutte quelle coppie che a vent’anni sembrano dei vecchi sposati da cinquanta. Auguri al rock. Auguri a chi fa sempre ciò che deve, a chi va contro corrente e anche a chi sceglie di essere la corrente.
Auguri alla pioggia quella che taglia il viso. Auguri a chi piange lava. Auguri a chi per raggiungere la felicità è disposto a perdere tutto.
Auguri a chi sa che l’amore non è nient’altro che egoismo. Auguri a chi si ama di nascosto.
Ma soprattutto auguri a me stesso, perché sono un testa di cazzo.
Vi auguro di non augurare mai nulla a nessuno.
Supercessi
Nella vita di un Supereroe bisogna distinguere tra due momenti del bisogno.
Uno, quello più noto, quando il mondo ha bisogno di lui.
L’altro, meno noto ma, a mio parere, più frequente, quando lui ha bisogno del cesso.
Insomma se i vari Superman, Batman, e tutta l’assemblea degli Avengers combattono il male che si aggira nei vicoli bui delle nostre città, tutto questo lo dobbiamo non a loro, ma ai loro cessi.
Che poi per ognuno si profilano diversi modelli idraulici a seconda delle esigenze.
Partiamo dal più noto, Superman. Deve essere un cesso bello potente, in grado di mandar giù la Kryptonite se necessario! Senza tavoletta: lui non è tipo da abbassare la tavoletta, anche perché non conosce molto la delicatezza. L’idraulico SuperMario effettua periodici controlli e ogni tanto deve cambiare la tazza del water dal momento che riporta svariate crepe. Quando Superman non mangia verdura, va stitico, e s’incazza, e quindi si sforza. E se Superman si sforza al cesso, sappiamo tutti come va a finire: lo stronzo perde.

Secondo cesso: quello di Batman. Bè, non è un cesso qualsiasi, a cominciare dal nome: BatWater. Che non è la versione idraulica di Darth Vader, sebbene proprio lui ne sia il designer. Si sa, Batman sceglie solo i migliori. Il BatWater è dotato di infinite funzionalità: prima di tutto ha ben tre tavolette. La prima è un piano di lavoro dotato di i-pad incorporato. La seconda consente a Batman di svolgere tutti i collegamenti con la Batcaverna, dotata di connessione bat-fi. La terza, quella soltanto di contorno è in realtà una banalissima tavoletta voluta da Cat-Woman per quando lo va a trovare. Ci sono svariati pulsanti a lato: soltanto il maggiordomo Alfred ne conosce a memoria tutte le funzioni. Dal pulsante per far partire le testate nucleari ad ampio raggio, a quello più comune di scarico. La carta igienica si recicla dopo una giornata attraverso un macchinario di riciclaggio installato dietro il BatWater.
BabyBatman anni ’20
Terzo cesso, che io considero tra quelli più sfigati è quello di Aquaman. Purtroppo ogni volta che scarica è un gran casino, e spesso rischia di essere assorbito dal mulinello: è più forte di lui, non sa resistere a buttarsi dentro. Una volta è entrato nel cesso di casa ed è uscito nel Mar del Bosforo.
Plinplin: arriva aquaman
Quarto cesso: quello di Lanterna Verde. La principale particolarità di questo cesso è la trasparenza. Le feci di Lanterna Verde sono fosforescenti. E a lui, che alle elezioni vota gli ambientalisti solo per vantarsi del proprio colore, piace vantarsene. Se potesse le inscatolerebbe come quelle di Piero Manzoni. Dalla merde d’artiste alla merda verde. Nessuno gliele comprerebbe però. Così ogni volta che va al cesso si accontenta di vederle brillare in trasparenza. Peccato che il fetore non sia altrettanto…trasparente.
Indovinate di chi sarà mai questa tavoletta del cesso?
Altro cesso di non minore importanza è quello della Donna Invisibile. A tal proposito c’è una leggenda intorno alle origini della Donna Invisibile. Si dice infatti che i primi sospetti sulla sua esistenza vennero da chi entrava nel suo bagno di casa. Per quanto lei fosse invisibile l’incredibile odore testimoniava il suo passaggio. L’ultima battaglia con il Dottor Destino è stata ingaggiata proprio nel cesso di casa sua. Destino ne seguiva le tracce tramite il fiuto. Poi la Donna Invisibile l’ha scaricato e non si è fatta più vedere. Tipico. (Ancora oggi Destino si aggira tra un bancone e l’altro del bar dicendo: era destino che andasse così).

Didascalia: nell’immagine soprastante donna invisibile nuda (sì lo so, il blog ha calato la censura)
Per ora basta così: nel prossimo post parleremo della Cosa, di Silver Surfer, e di tanti altri eroi sempre presenti nel momento del bisogno.
Un grande cesso è una grande responsabilità – Super Mario
State bene così (11-09-1971 11-09-2012)
La morte mi fa ridere, la vita no. – Piero Ciampi
Non tutte le morti sono uguali. Nella società odierna, anestetizzata a colpi di telegiornale e drammi quotidiani, dove si vive una funziona catartica rovesciata (più che svuotare il tragico, l’uomo contemporaneo è alienato dalla tragedia, puro consumatore consumato), molte morti passano inosservate.
Alcune sono previste, altre addirittura attese. Nella prima si annoverano persone in stato vegetativo (tenute vive grazie ai macchinari o per quello che è stato definito “accanimento terapeutico”), nella seconda si annoverano le persone più ricercate del mondo, carnefici colpevoli di crimini contro l’umanità.
Dunque, se è vero che tutte le morti meritano comunque rispetto, per un senso civile ed etico che dobbiamo preservare per non diventare bestie avulse dalla vita giuridica e civilizzata, è vero anche che non tutte le persone in vita si guadagnano il nostro rispetto.
Francesca Bonfanti invece era una di queste: lei si era guadagnata il rispetto e l’affetto non solo dei suoi colleghi, naturalmente, ma di tutti quelli che la seguivano nelle sue trasmissioni radio presso le radio di Roma, dove era diventata ormai un nome noto e una celebrità locale. Una voce che ci teneva compagnia, una risata che ci alleggeriva la pesantezza di certe inossidabili giornate.
Come quella di ieri. Francesca Bonfanti si è suicidata gettandosi dal ponte della ferrovia al Mandrione in via Casilina Vecchia. La notizia è di quelle che lascia con il fiato sospeso e una domanda che fatica ad essere pronunciata.
“Perché?”
Perché una ragazza in carriera, piena di vita, generosa dal punto di vista umano e professionale, dovrebbe compiere un gesto del genere? Cosa nasconde la faccia oscura della luna che sembra sempre sorridere a tutti?
Probabilmente è quel male di vivere che non risparmia nessuno, di qualsiasi età o condizione sociale. E i giudizi, sempre e comunque vani, sono in questi casi più che mai, inappropriati e stolidi. Cosa ci manca o cosa abbiamo dentro che può spingerci a compiere un gesto così estremo, con il quale non diamo più alcuna possibilità alla vita? A un certo punto un uomo, o una donna dice “no”. Ultimo sovrano del libero arbitrio decide che il mondo non debba più esistere per lui o per lei, o che, probabilmente, non ha più senso continuare ad “esistere” in un mondo dove grava un disagio esistenziale abnorme.
Francesca Bonfanti vogliamo ricordarti con il motto della tua trasmissione di successo: “State bene così.”

Sì, non ci abitueremo mai a certe assenze, ma dopotutto “stiamo bene così”, in silenzio e senza giudicare, ricordandoti, e chissà che prima o poi non ci si riveda. Ciao Francesca.
Una giornata normale
Sono le prime ore del mattino e vorresti scrivere un pezzo.
Su cosa di preciso non hai idea, ma pensi “Devo scrivere qualcosa.” Magari un racconto, ti va di scrivere un racconto? No, non sei in vena. Magari una poesia, no troppo facile, troppo breve. Magari potresti fare pubblicità al tuo ultimo libro di poesie, “State scherzando, vero?”, edito da Edizioni Ensemble.
Insomma, sì potresti fare tutto questo.
Ma anche no. Diciamo che non ti va di scrivere e lasci che le parole dei grilli parlanti “Il blog ha bisogno di pezzi, è urgente riprendere l’attività!” si infrangano contro l’ultimo modello di ventilatore comprato apposta per combattere il caldo massiccio di questi giorni.
Hai l’impressione che le pale del ventilatore riescano persino a spostare le idee, a rendere più dinamica e attiva la tua mente, anche se poi, in televisione, sui giornali, nei trafiletti riportati fuori dalle edicole, continui a leggere sempre le stesse cose.
E i giornalisti in televisione hanno sempre lo stesso tono e lo stesso stile, come stegosauri in attesa della fine della loro era, causa caduta di un meteorite.
Vorresti, per il blog, uno di quei bei pezzi brillanti come un tempo, magari una bella citazione a capoverso, che le citazioni fanno sempre comodo, sono come la coccarda sui regali, ci stanno bene.
Ma poi queste temperature ti sfiancano, le pile di libri depositati sulla scrivania ti ricordano che devi studiare, le tue energie sono canalizzate altrove, per adesso.
E quindi non ti resta che sospirare e rimandare anche per oggi il miracolo della moltiplicazione delle vongole e dei merluzzi.
Porca miseria! Ho il latte sui fornelli! Devo andare!
Piccolo Spazio Pubblicità
Piccolo Spazio Pubblicità
Piccolo Spazio Poesia
Piccolo Spazio in Espansione
Piccolo piccolo piccolo!!!
State scherzando, vero?
Non avete ancora acquistato il nostro libro di poesie?
Acquistatelo pure…a vostro rischio e pericolo!
Effetti collaterali: vivere.
Si può ordinare presso qualsiasi libreria (fisica o online, nonché presso il sito dell’Editore)
Dulcis in fundo: ecco qui il link della registrazione dell’intervista agli autori presso gli studi della web radio Radio Libera Tutti :
dove tra l’altro potete trovare qualche assaggino…
Quando saranno capaci di amare
Quando saranno capaci di amare
non metteranno bombe o anonime scusanti
per essersi tenuti a distanza di sicurezza
dalla vita vera.
Non avranno appuntamenti con il destino
se non quelli così naturali
da sembrare quasi casuali
senza far male a nessuno.
Quando saranno capaci di amare
capiranno quanto è banale il male
quanto non è necessario e futile
volerlo
che quello trova comunque
la sua strada.
Quando saranno capaci di amare?

Veglia al fiume
Stavano in macchina. All’orizzonte si vedevano solo alcuni dettagli, che in fondo rimanevano ancora dettagli. Era buio, dopo la festa i tre della compagnia erano stanchi, ma parlavano. A bassa voce, senza dar troppo fastidio al rumore del motore lungo la strada.
Ettore è morto la settimana scorsa, disse improvvisamente il primo.
Il secondo disse che era stato un buon diavolo, dopo tutto. Niente da nascondere o da condannare. Uno dei tanti se n’era andato. Era morto. Questo lo turbava. Nel silenzio tutti stavano misurando quelle parole. Tutti erano turbati, non dalla morte in sé – dalla paura di scomparire – ma dalla paura di sparire per davvero, che è diverso.

Il primo, che guidava, prese la curva veloce e al che disse Nella vita seguiamo solo le strade già fatte, ecco qual è il punto. Le piazzole di sosta esistono, c’è chi si ferma prima o dopo. Ecco tutto. Voi la chiamate vita?
Il terzo, che non aveva parlato, ripensò ad Ettore buonanima. Cosa aveva fatto Ettore, dopo tutto? Non aveva accusato la sconfitta della vita? forse c’erano stati momenti in cui aveva colto l’attimo e momenti in cui gli attimi l’hanno colto di sorpresa. Ma se ne è andato in punta di piedi.
E se non fosse mai esistito, Ettore, disse il secondo, che sarebbe accaduto? Niente, disse rammaricato il primo che guidava concentrato. Questo è il guaio. I sogni l’aveva lasciati nel cassetto, cioè ne aveva lasciati da parte per le evenienze del futuro. Un futuro che non ha mai avuto, perché oramai è tutto passato.
Vita, disse sospirando il terzo, il più riflessivo dei tre. Ecco il nodo, pensò. Sognare non costa nulla, non si ricordava chi lo avesse detto, ma il problema era quanto costava ammettere di sognare. Seguire i propri sogni è prendere altre strade, non quelle già fatte. Il primo, quasi captando i pensieri del terzo, disse che quasi quasi cambiava strada e tagliava nelle campagne.
Il primo, ad un trattò sterzò. Il fuoristrada si diresse dritto in un sentiero sterrato di campagna. Non si vedeva quasi nulla, fuori c’era silenzio assoluto. Vide di sfuggita un segnale che indicava l’interruzione della strada. Bloccò di botto. Si ritrovarono di fronte al vuoto. Gli altri due guardarono il primo con aria interrogativa.
Eccolo, Ettore, indicando il vuoto di fronte a loro. Sotto si sentiva scorrere l’acqua quieta e lenta. Niente di nuovo, tutto in movimento. Ettore viveva nel fiume. Tutti loro lo sapevano. I dettagli erano nascosti alla luce dei fari. Capirono. Capirono e si spaventarono. Ettore era davvero sparito. E loro erano gli unici a saperlo.

State scherzando, vero?
SIETE PRONTI? SIETE CALDI? SIETE AFFAMATI?
Vi presentiamo la nostra Antologia Poetica in quanto autori del blog Vongole & Merluzzi.
La raccolta si intitola “State scherzando, vero?” e si propone l’ambizioso scopo di riportare l’Uomo al centro della Storia.
Dopo l’I-pad, l’I-pod, l’I-phone , occorre stabilire “I Poetry”: cambiare il mondo e risvegliare la propria coscienza tramite l’azione poetica.
Non è una striscia defilata della solita rivoluzione pseudo sessantottina, né l’urlo patinato dei soliti poetucoli che riempiono librerie e strade. Siamo piuttosto poet-astri.
E questo è un libro di poesie per chi odia la poesia, per chi ama ed odia la vita, questo è rock.
Autori: Macale, Appetito, De Cave (alias Lordbad, Franklinguamozza, Fishcanfly su questa nave).
Edizioni Ensemble.
Il libro è ordinabile presso qualsiasi libreria italiana, o presso il sito dell’editore o anche contattandoci personalmente.
Link Edizioni Ensemble:
Attenzione:
è severamente vietato leggere questo libro prima e dopo i pasti
e durante le ore diurne;
si consiglia vivamente di non sostare in posti pubblici con il presente,
onde evitare di suscitare reazioni di eccitamento improvviso
da parte di sconosciuti; usare con cautela.
In caso di eccessiva lettura consultare direttamente i poeti;
tenere lontano dalla portata degli adulti, dei disillusi, e dei sani;
il contenuto è altamente infiammabile.
Le statistiche riportano stime di milioni di anime bruciate;
è infine assolutamente sconsigliato cambiare dopo la chiusura del libro.
Ogni abuso verrà punito con un sogno.
Funeral Fantasy
Alle volte ho una strana fantasia.
No, non una fantasia sessuale, che avete pensato? Sporcaccioni! D’altronde quelle le ho sempre!
Piuttosto una più macabra.
Penso al mio funerale. A come debba essere…bello.
Ecco, sì, bello è proprio il termine adatto. Il funerale è l’ultima funzione sociale alla quale siamo chiamati ad assolvere, il riconoscimento di essere esistiti agli occhi degli altri, la smentita di ogni superindividualismo, la conferma che senza una comunità in grado di celebrare la dipartita, probabilmente non partiremmo mai.
Certo, forse è la più egocentrica delle fantasie.
Cazzo, per un giorno sono al centro indiscutibile della scena, per l’ultima volta.
Immagino che me ne starei in disparte appoggiato a una colonna mentre portano il feretro sulle spalle. E penserei “Cacchio, dovevo pesare tanto!” Me ne starei in un angolo a fumare, ridendo, libero da ogni pensiero e da ogni preoccupazione, per sempre.
Poi studierei ogni volto, ogni lacrima, e ogni sorriso. Le parole no, penso che quelle le lascerei via, consapevole che non mi servono più. Vedrei chi è venuto e chi no.
Ma anche, perché no, vedere chi dice cosa. Oddio direbbero tutti belle cose immagino, non fosse altro per convenienza.
Soltanto di pochi sguardi non avrò bisogno di smentite o di conferme, e quelle sono le persone che amavo. Ma chiudiamo subito la parentesi sdolcinata.
Tutte queste persone che piangono per te, anche contemporaneamente.
C’è di che soddisfare un ego molto grande.
Indubbiamente, quando morirò voglio un posto in prima fila, e anche una registrazione in blu-ray e in 3D.
Vado a preparare gli inviti e a scaldare un po’ di pop corn.

Avrai dei momenti difficili
Perché avrai dei momenti difficili ma ti faranno apprezzare le cose belle alle quali non prestavi attenzione!
Lettera semifredda affogata al caffè semiaperta a Franklinguamozza
Caro Frank,
Ho letto la tua lettera e te ne ringrazio.
Mi consigli di buttare via la bussola, di non affidarmi più alle costellazioni o alla falsariga di un oceano. Ma io sono un navigatore che ripone fede in sé e che si accorge di essere cambiato solo quando la tempesta è passata.
Quando ero piccolo, ho vissuto al mare, per un po’. C’era un signore anziano che per farmi star buono, poco prima di cena, mi raccontava sempre la solita storia. La storia diceva che dovevo aspettare, che non dovevo aver fretta di scendere in spiaggia, perché presto sarebbe arrivato un grande veliero alato, di là dall’orizzonte, e mi avrebbe portato a fare il giro del mondo. Quindi valeva la pena aspettare la nave volante non bagnata dalle acque e portata dai venti.
Così io stavo ad aspettare.
Aspettavo.
Aspettavo.
Aspettavo.
Aspettavo.
Quella manciata di minuti durava un’eternità.
I miei occhi scrutavano la linea dell’orizzonte, in attesa di un segnale, un vago profilo, di un’ombra che spezzasse la luce disperata del tramonto adagiata sulle acque del mare.
Ho aspettato per ogni tramonto che la nave volante arrivasse a prendermi.
Non arrivò mai.
I miei occhi si sono consumati nell’attesa.
Poi l’estate finì e quel signore anziano che mi raccontò questa storia morì e mi dispiacque molto per questo.
Non capii subito la morte, allora, cosa volesse dire.
Ma capii che non lo avrei più rivisto.
Forse, pensai, la nave volante era arrivata e io mi ero distratto un attimo, e lui era salito e adesso se ne stava beato nelle Indie o in Patagonia a guardare altri tramonti.
Forse…
Forse ciascuno aspetta la sua nave.
Poi si cresce, si capisce la morte, si apprende il significato del tempo, e sempre meno aspettiamo. Sempre meno restiamo a guardare l’orizzonte, disperatamente fiduciosi.
In verità ti dico che non ho mai smesso.
E ogni tanto, la sera, quando il sole tramonta, i miei occhi si perdono all’orizzonte. E mi sembra di vedere, e allora il mio cuore ha un palpito. Ecco, è arrivato il Veliero, penso. E non esiste nient’altro.
Bisogna essere pronti. Bisogna saper aspettare.
La mia bussola non ha tempo. E quando decidi che hai tutto il tempo del mondo e non piuttosto di farti possedere dal tempo, l’hai deciso. E il tempo è nulla all’infuori di te.
Sai, non è questione di azione, di punti di vista, no. È qualcosa di molto, molto più vicino alla fede e alla speranza.
Gli uomini non sanno più aspettare perché credono che il tempo esista davvero.
Sai chi sono io, anche se non hai letto né Freud, né Jung.
Romantico? Nevrotico? Patetico? Certo unico?
Sinceramente, comunque,
Lordbad











