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Vivi sano, muori bene

C’era una vecchia canzone che diceva “Si muore un po’ per poter vivere”.

La morte, nelle società odierne, è un vero e proprio tabù. Non se ne deve parlare. Non così semplicemente.

Il sesso è stato ampiamente sviscerato, certo ci siamo lasciati dietro una certa educazione sentimentale, una rigorosa formazione all’abc dell’amore, in ogni sua relazione applicativa.

Ma la morte no, essa resta ancora travolta da un velo di non detto, e le ingerenze su temi come l’eutanasia rischiano di riportarci a una guerra tra guelfi e ghibellini della quale non sentiamo il bisogno. 

Il Settimo Sigillo, Bergman

Ecco, una volta si sapeva “morire”. Per citare Aries, “Storia della morte in Occidente, dal Medioevo ai nostri giorni”, “una volta si diceva ai bambini che erano nati sotto un cavolo ma essi assistevano alla grande scena degli addii nella camera e al capezzale del morente. Oggi essi sono educati da subito alla fisiologia dell’amore, ma quando non vedono più il nonno e domandano il perché si risponde loro, in Francia, che è partito per un viaggio lontano, o in Inghilterra che riposa in un bel giardino dove spunta il caprifoglio. Non sono più i bambini che nascono sotto i cavoli, ma i morti che scompaiono tra i fiori”. Per non parlare poi dell’avvento e dell’introduzione del Giudizio Universale, che ha generato quasi una paura della morte.

E dunque, vi chiediamo, se non sappiamo più morire, come possiamo pretendere di resushitare?

Il sogno di Franz

“Quanti modi conosci?” – gli chiese il ragazzo accennando con il capo alla scatola rossa posata sul tavolino.

Il vecchio sospirò, storse la bocca e gli uscì un mezzo sorriso, poi d’un soffio disse:

“Uno solo, a dire il vero.”

Il ragazzo era pensieroso. Erano anni che stava inseguendo una soluzione, e ora era lì, dentro la scatola rossa, sul tavolo bianco. Sarebbe bastato aprirla, ma era ancora dubbioso. Di tanto in tanto riprendeva a passeggiare nella stanza dalle pareti ovali e concave, d’ un bianco quasi accecante.

“Passeggiare non ti farà svegliare dal sogno, se è questo che vuoi.” – rise il vecchio.

“Sei molto vecchio.” – osservò l’altro, guardandolo.

“Ho avuto molte anime.” – gli rispose l’uomo anziano, seduto di fronte al tavolo, le mani tremanti, inerpicate sul bastone.

“Quante?”

Il vecchio alzò la mano destra e con il dito indice disse: “Oh… innumerevoli …”

“E quindi ora sei il mio angelo custode?”

Lui agitò la mano in aria “O spirito guida, come preferisci chiamarci.”

“Sei contento di essere qui, con me?”

Il vecchio sorrise, un sorriso che d’un tratto lo fece apparire molto più giovane degli anni che gli gravavano sulle spalle. “Non aspettavo altro da quando sei nato.”

Il ragazzo annuì, convinto di aver fatto la cosa giusta. Lo aveva chiamato più e più volte, e infine lo spirito guida gli era venuto in sogno. Lui aveva chiesto, lo spirito aveva risposto, mostrandogli la scatola sul tavolo.

“Che cosa contiene la scatola?”

“Tutta la tua vita, amico mio.” – disse il vecchio.

“Posso aprirla?”

Il vecchio posò il bastone, si alzò, uno scatto poderoso, veloce e inaspettato per la sua età. Superava il giovane in altezza: iniziò a camminare intorno al tavolo, circumnavigando sia la scatola che il ragazzo.

“Certo che puoi aprire la scatola…ma allora le cose cambierebbero. Il mondo muta nel momento in cui osservi il mondo, resta uguale nel momento in cui distrai lo sguardo. Il divenire delle cose, amico, dipende da noi. Per questo la realtà ci appare tanto fragile, tanto instabile, perché non facciamo altro che osservarla.”

“Mi stai dicendo che tutto è illusione?” – il ragazzo picchiettò con un dito sul tavolo.

“No, Franz…la vera domanda non è se ciò che vedi è reale, la vera domanda è: tu sei reale?” – il vecchio lo scrutò, lo sguardo affossava le sue radici in millenni di anime, in cicli continui di atomi, in reincarnazioni di multi versi. Franz sentì tutto questo dentro di sé: si sentì reale, poiché qualcuno lo stava scrutando da ere senza tempo.

“Io…io…- esitò – Io sono reale, il mio dolore è reale, le mie mani sono reali…”

“Io, io, io! Tu sei reale perché sei consapevole di esistere.”

“Sì, ma gli altri…esistono?”

“No, Franz. Gli altri non esistono. Sono solo proiezioni di ciò che senti nei confronti degli altri. Se provi qualcosa, allora gli altri acquistano contorni più netti, qualità definite, caratteri, espressioni. Ma gli altri non possono esistere senza di te.”

Franz rise, si avvicinò al tavolo. Avrebbe potuto allungare il braccio di qualche centimetro e avrebbe toccato la scatola.

“Tutto questo mi sembra enormemente egoistico, Spirito. E anche colmo di solitudine.”

Lo spirito iniziò a sparire, ma la sua voce era chiara e forte e vagava intorno a Franz.

“Ci sono due strade: ciò che scegliamo di essere e ciò che scegliamo di credere. Non sempre si crede in ciò che si è, non sempre si è ciò che si crede. Tu, Franz, devi credere in te stesso.”

Franz accarezzò la scatola, appena un tocco e sentì tutto ciò che era reale avvilupparsi intorno alle due dita, risalire sul braccio, espandersi in tutto il corpo: il compleanno dei sette anni, quando aveva ricevuto quella splendida moto a pedali rossa fiammante, la prima volta che era andato al cinema e un effetto speciale lo aveva fatto sbalzare dalla poltrona, l’asprezza del primo limone, le corse tra i corridoi di casa, il primo cadavere, sua nonna, stesa fredda nella sala dell’obitorio, il color nero dei funerali, un enorme telo nero, e il bianco del mandorlo in fiore, e la prima neve, cinque anni, e il primo bacio con la lingua quindici anni, la prima volta che aveva riportato a casa uno specchietto staccatosi in un incidente d’auto, la prima volta che lei gli aveva detto che non lo amava, la torta con le fragole, il sapore delle lacrime e il tepore dei raggi estivi che avevano asciugato le guance, la prima stella cadente, il ginocchio sbucciato…e un’infinità di cose inestricabili, ricordi, sensazioni.

“Ho capito” – disse Franz, ritraendo la mano.

“Cosa hai capito?” – gli rispose lo Spirito.

C’era silenzio adesso e comunicavano con il pensiero, e Franz riconobbe la voce famigliare che lo aveva accompagnato in molti momenti.

“C’è un solo modo per morire: vivere. Per questo non aprirò la scatola.”

Franz si allontanò. Lo Spirito Guida taceva. Tutto crollò e andò in pezzi, il tavolo, la scatola, i muri bianchi della stanza. Franz si voltò e vide la lunga spiaggia che conosceva da una vita, e una grande distesa d’acqua infrangersi a riva. Franz si incamminò, e percorse miglia, almeno così gli parve. Poi guardò le dune alla sua destra, guardò il mare alla sua sinistra e sedette. Toccò la sabbia bagnata, vi soffiò sopra e cumuli di granelli si sollevarono con incredibile leggerezza.

Apparve una scritta, Franz la lesse e sorrise.

Poi la vita lo inghiottì.

Sto tornando a casa.

Sto tornando. Sto tornando a casa. E la luce non è poi così fioca. Dicono che quando stai lì per esalare l’ultimo alito sgradevole di un corpo che è stato come un cancro ben vestito tra tutti gli altri corpi, si intravede una luce. Una luce abbagliante, avvolgente. La vedo. Quella luce è lì, dritta davanti a me, con una sola differenza: io non sono morto.
Mi lascio alle spalle qualche sbaglio impiccato per errore e un mozzicone che mi ha bruciato la tappezzeria della mia Suneliner. Immaginaria, certo. Non mi sono mai potuto permettere delle promesse efficaci, figuriamoci una Suneliner!
Sto tornando, però, perché se la maggior parte degli uomini va da un punto all’altro senza capirne la ragione, spesso, per un procedere schiettamente fisiologico, alcuni, rari e malfattori tipi decidono di tornare. Sono coloro che tornano sull’accaduto, per riesaminarlo; sui punti morti della Storia e la riscrivono, soli, ma pur sempre con l’ombra di chi credevano di essere. Non conta sapere se il ritorno è al punto di partenza o di transizione. Perfino se è nell’arrivo risulta irrilevante. Tornare e ripeterselo a memoria e sfogliare qualche pagina di un libro; disperarsi come Dumas quando, sorpreso dal figlio in lacrime, dovette confessare di aver ucciso Porthos; mantenere una genie di focolai nelle notti che sono giorni. Uno strano odore mi invade le narici: è strano come certi odori impregnino gli odori. Non te li togli più di dosso; sono peggio della naftalina. Lo ricordo, l’odore: è quello della sconfitta.

Impara ad essere un perdente e probabilmente non perderai niente di così fondamentale. Uccide più la vita che il sentirsi vivi.

Certi battelli, sulla Senna, avevano una finestra dalla quale fuoriusciva una luce non poi così fioca. La luce proveniva dalla stanza di un veggente francese, che tentò di radunare dei dettami per un’educazione sentimentale. Quella finestra, di notte, era divenuto un punto di riferimento dal quale i naviganti tiravano le somme dei loro tragitti.
La strada è dritta e non posso sbagliarmi. Non manca molto.
Sto tornando a casa.

Smog Club

Prima regola dello  Smog Club:

INQUINA COME SE NON CI FOSSE UN DOMANI

C’era un odore denso di disinfettante che permeava dalle pareti del sottopassaggio. Cristo, gli Ambient erano arrivati anche lì, con quella loro smania di tenere un mondo pulito e lontano dai batteri. Ma Alex c’era abituato. Persino lui si teneva pulito come il Sistema richiedeva. Si lavava tre volte al giorno, aveva vinto diversi premi come “cittadino di Salinsbury più igienico” per anni consecutivi, il 2056, il 2057 e il 2058. Ogni giorno eseguiva la raccolta differenziata, se e quando vi fossero prodotti da differenziare. Per il resto andava spesso in bicicletta, indossava vestiti ottenuti soltanto con fibre vegetali e abitava in una di quelle case conformi alla natura, termovalorizzate, a zero impatto ambientale e a bassa tecnologia. Alex Fen era un cittadino al di sopra di ogni sospetto: la sua fedina penale era più pulita delle aiuole del Comune.

Eppure…

Alex Fen era uno Smogger. Uno di quelli che aveva capito che se vuoi fregarli, allora devi apparire come loro. Già:loro. In fondo non era così difficile: questa storia dell’ambiente era solo una questione di apparenze, e dietro le apparenze, ormai era chiaro, c’erano loro. I poteri forti, gli interessi, le multinazionali. Avevano solo cambiato vestito, in qualche caso avevano cambiato volto, ma il meccanismo era lo stesso. Non importa se li comandi con il petrolio o con le pale eoliche, se con le pellicce di leopardo o le fibre di canapa: ciò che importa è comandarli, avere il coltello sempre dalla parte del manico.

Alex Fen ricordava i racconti di suo nonno Alan: “Ai miei tempi potevi stirare una Ferrari e respirare smog e piombo veri. La benzina, figliuolo, quell’odore ti manda in bestia. Non questo idrogeno del cazzo. Non c’è niente che bruci come la benzina.”

“Ma nonno, qui c’è scritto che le risorse energetiche del pianeta terra sono finite e quindi…” Allora suo nonno Alan, un energumeno di ottant’anni, ottanta chili e un metro e ottanta di altezza, si sollevò dalla sedia a dondolo, afferrò il libro del nipote “Terra Vergine” e lo scaraventò nel fuoco del camino, urlando:

“Boiate. Tutte stronzate. Di petrolio ce n’è ancora per generazioni. – poi fece per calmarsi, si risedette e avvicinò il nipote toccandogli una spalla con la sua grossa mano – Vedi Alex, tutto è destinato alla decadenza, alla morte, al deterioramento, ma anche all’evoluzione. L’uomo del domani respirerà smog, il nostro dna si modificherà in base alle modifiche che noi abbiamo apportato al mondo…ci sono già uomini e donne in giro i cui polmoni sono in grado di respirare in tal modo, e anche parte della natura si è adattata. L’estinzione fa parte dell’evoluzione, figlio mio.”

“I grigi esistono dunque?”

“Sì, esistono. E c’è un mondo grigio lì fuori, lontano da questi falsi colori che ci impongono gli ambientalisti con il loro fanatismo. Forse non è colorato come il loro, ma è vero.”

Cartolina dal 2013

Quel pomeriggio e i successivi, Alex Fen aveva capito.

I ricchi vivevano in case a zero impatto ambientale e i poveri, sempre più poveri, erano costretti a rispettare l’ambiente vivendo come primitivi nelle giungle, costantemente controllati dagli Ambient, che avevano imposto il Regime “Natura Sicura” a tutte le nazioni del mondo.

Alex Fen respirò ancora quel disinfettante del sottopassaggio, si portò una mano dentro la giacca e ne tirò fuori una bomboletta spray.

Lesse:

“NOCIVA O BENIGNA DIPENDE DA COME LA PENSIATE: CONTIENE CFC. USATELA PER LIBERARE IL MONDO DALLA PESTE DEGLI AMBIENT”

Alex sorrise pensando all’ironia del tipo che aveva fatto stampare quell’avvertimento sulla bomboletta comunque proibita. Poi lo fece. Sollevò la mano destra e iniziò a spruzzare vernice sul muro, muovendosi lateralmente alla parete.

Scrisse: “Smog Vivo, Natura Morta.”

E poi si firmò “Caravaggio”. Si voltò, guardò la telecamera, sorrise e poi spruzzò sulla lente la vernice. E attese.

Un minuto. Due minuti. Tre minuti. Sentì dei passi. Stavano arrivando. Loro: gli Ambient.

Sentì salire l’adrenalina. Poi li vide. Per qualche attimo. Tre Ambient Poliziotti che correvano nella sua direzione al grido di “Ti uccideremo, piccolo bastardo.” Alex voltò loro le spalle e scappò.

Imboccò le scale.

“Scappa, bastardo smogger. Tanto ti prendiamo.”

Uscì fuori e prese la direzione opposta alla strada deserta, inoltrandosi nel bosco. Quelli tenevano il suo passo e gli stavano alle calcagna.

Ma Alex conosceva il sentiero più di un Ambient. A tratti rallentava e si voltava per assicurarsi che tenessero il passo. Poi riprendeva, scattante come una Porsche del 2013. Infine arrivò al punto concordato. Si appoggiò a un albero, ansimante. Quelli erano sempre più vicino e poteva leggere nei loro volti il sorriso beffardo di chi stava per farcela. Lo avrebbero preso e giustiziato all’istante. Così si faceva con gli Smogger. Morte per chi non rispettava le regole ambientali.

Niente processi, nessuna attenuante, nessuna valutazione della pena e del crimine. Un crimine qualsiasi contro l’ambiente era punito con la morte.

Ma quel giorno Alex Fen non incontrò la morte. Non appena i tre Ambient con le loro tute verdi e blu furono ad un passo da lui, la trappola scattò. I proiettili li avevano centrati tutti e tre in pieno.

I cadaveri dei tre Ambient giacevano ai piedi dello Smogger Alex Fen. Altri uscirono allo scoperto, imbracciando fucili e mitraglie. Mentre uno si assicurava che fossero morti, un altro che doveva essere il capo si sincerava che Alex stesse bene. Gli fece cenno di sì, poi aggiunse:

“è stato un gioco da ragazzi.”

“Un gioco da Smogger, vorrai dire.”

“Sì, Jhon. – si corresse Alex ridendo – Ora che ne facciamo?”

“Tagliamo loro la testa e le mandiamo alla piazza pubblica, una in ogni aiuola del Comune.”

Alex sorrise. “Lunga vita a GreyWar”

“Lunga vita a GreyWar” – risposero tutti in coro. La luna splendeva alta sui loro impavidi volti.

L’Italia che muore

L’Italia che muore è quella che salta la fila perché va di fretta, mentre va più lenta di tutti gli altri.

L’Italia che muore si stressa per arrivare in anticipo sul ritardo del treno.

L’Italia che muore è quella di chiedere scusa, Monsignore, ma sono ateo e non lo posso dire.

L’Italia che muore è l’Italia femminile singolare fatta di uomini che picchia le donne. E le violenta.

L’Italia che muore è quella che io non sono razzista, ma seguo sempre Balotelli.

L’Italia che muore è lo stereotipo di se stessa.

L’Italia che muore è dove l’aborto si fa solo in privato perché l’obiezione di coscienza aiuta. La carriera.

L’Italia che muore è quella che si stava meglio quando si stava peggio, perché al peggio siamo sempre stati abituati.

L’Italia che muore è quando senti dire che Napoli è ancora sotto i rifiuti.

L’Italia che muore è quando ti chiedono come sia possibile che Berlusconi sia ancora lì, sul suo trono. E non hai veramente risposte razionali da dare.

L’Italia che muore è quella che ti prostituisce per un dottorato che nessuno ti riconoscerà perché hai studiato troppo.

L’Italia che muore è quella del troppo poco o del troppo bene che nessuno mai conoscerà.

L’Italia che muore è quella che all’estero nessuno conosce e che è la vera Italia fatta di sogni, convivenza, giustizia, fratellanza, rispetto, legalità. Ma muore.

L’Italia che muore sono i broccoli coltivati sull’immondizia.

L’Italia che muore è quella dei compromessi.

L’Italia che muore è quella storicamente revisionata.

L’Italia che muore è quella che ancora sogna di un nuovo Leonardo, di un Cesare, di un Fermi, di una Montessori, di una Montalcini.

L’Italia che muore è quella che è muta, perché non parla le lingue.

L’Italia che muore è quella provinciale.

L’Italia che muore si muove su gomma.

L’Italia che muore, muore ogni estate al suono di Delenda Carthago.

L’Italia che muore è quella che vuole far mangiare le banane ai ministri.

L’Italia che muore è quella ferma, che ha paura, che non spera, che pensa al giorno stesso perché non sa se arriva.

L’Italia che muore è l’Italia di Pasolini senza futuro.

L’Italia che muore è quella senza wifi negli hotel.

L’Italia che muore è quella che ha una dieta troppo ricca di calcio.

L’Italia che muore è quella che con la cultura non si mangia.

L’Italia che muore è quella che prima o poi morirà, se non diventa medico di se stessa.

Socrate e l’idromaieutica

L’idromaieutica non è un metodo subacqueo di ricerca della verità (quello si chiama idromaieUstica, ma finora non ha ancora fornito grandi risposte).

L’idromaieutica ha piuttosto due significati: da una parte con esso intendiamo dire che la verità è come l’acqua, capace di cambiare forma a seconda del recipiente che la contiene, pertanto, come l’acqua, rende il terreno scivoloso e fangoso, costringe a rimettere in dubbio le nostre certezze acquisite. Per questo le persone idrofobe sono insospettabilmente più numerose delle idrofile. Non solo, nella verità occorre anche saper nuotare. Un nuotatore poco esperto potrebbe morire annegato, al contrario delle menzogne che sono sempre ottimi salvagenti per restare a galla. Non tutti sono in grado di resistere al gravame della Verità, che è come una zavorra al piede mentre infuria la tempesta.

Il secondo significato è che potremmo accontentarci di cercare la verità nelle vasche idromassaggio. Abbiamo infine votato per una deliberante e liberante fuga dai problemi e dai pugnali che ci hanno crocifisso per così lungo tempo.

Perché perdere tempo ad indicare la strada ai ciechi? Perché non passare da “Ad Maiora!” a “Ad Majorca!”? La tentazione è forte, tanto più che la realtà non cambia né a colpi di post di blog, né a colpi di posti di lavoro precari.

Cosa succede quando il Grande Sognatore si è stancato? Quando l’amore non è più quello che credevamo, quando la realtà è molto più grigia e oscura di quella descritta nei romanzi, quando non c’è nessun eroe, né razza aliena superiore a salvarci?

Succede che ci prendiamo una pausa. Una dovuta pausa da tutto.

Annegate pure. O salvatevi. Fate da soli, insomma.

Come avete sempre fatto, che siate vongole o merluzzi. Se ne avrete voglia, sopravviverete.

Quando i sogni sono infranti, non c’è modo di tornare indietro.

Socrate se ne va ad Ibiza.

Rinvio a giudizio universale

Ecco. Tutti a dire che Andreotti è morto. Ma noi vi diciamo che se Andreotti è morto, è morto anche il Male. E se è morto il Male, non esisterà più nemmeno il Bene. Non esisterà più la figura della controversa logica dello Stato, del potere allo stato puro. Perpetrare il Male per garantire il Bene.

Invece ora ci rimangono solo ipocriti e mediocriti mangiatori di buoi. Mangiatori di carne in putrefazione. Oppure visi con camicia e maglioncino pulito dell’onestà. Quelli che l’onestà la trovano dietro la scrivania dell’ufficio.

Non è un’apologia. Ma è il rinvio al giudizio. Universale.

Anteprima di vita

Molti programmi di scrittura odierni offrono la cosiddetta anteprima di stampa. Prima di stampare puoi farti un’idea di come verrà fuori il testo scritto. Matrix non è perfetto: mi sarebbe piaciuto (a chi non piacerebbe, suvvia! Fate poco gli eroi!) avere un’anteprima di vita. Magari poi sarei andato ugualmente in stampa, avrei mantenuto le opzioni scelte, o magari no, avrei fatto qualche ritocco qua e là.

Sono tutti bravi a dire “io rifarei tutto quel che ho fatto”. Vi voglio vedere ad avere la possibilità reale di “ripetere”, di “rivedere” qualche dettaglio qui e lì. Non stiamo a prenderci in giro. L’uomo è fatto per ammirare l’eroe, per imitarlo, al massimo, ma non per esserlo.

Non esistono quelli che non piangono o non si disperano, semmai non hanno mai fatto scelte, non hanno mai scelto.

Di una cosa non mi pento: ho sempre scelto, anche senza anteprima di stampa. Ho sprecato un fiume di carta e di inchiostro, è vero o forse no. Forse adesso la stampante è collaudata meglio di un tempo.

Non che il numero di errori commessi garantisca, al crescere, una maggiore esperienza e una maggiore competenza, o almeno non necessariamente.

Siamo stampati a getto di emozioni.

Grazie Matrix per aver reso così reale la definizione delle nostre immagini.

Tanti auguri a…

Auguri. Cristo, auguri.

Ogni anno la stessa storia. Non importa che si chiami Chanukkah, Ramadan o Natale. Puoi persino essere ateo e gli auguri ti verranno comunque a cercare. Tutte queste viscide persone non sanno nemmeno la radice del verbo augurare. Augurare significa accrescere, ma l’unica cosa che accrescono è la distanza che li separa da loro stessi.

Li vedo ogni mattina e capisco che l’unica cosa che posso fare è stare al loro gioco. Augurare. Allora: auguri. Auguri al tabaccaio che smercia morte. Auguri alla maestra che ci prepara durante l’anno come i panettoni senza canditi. Auguri al barbone sulla strada dell’università che mi ricorda il mio imbarazzo di essere venuto al mondo. Auguri a Jimmy Hendrix che mi ricorda che vivere vuol dire durare il tempo di un assolo. Auguri ai culturisti che mettono proteine nel loro pene. Auguri a Tolstoj e a tutti quelli che sono più in guerra che in pace. Auguri alla badante di mia nonna, ma soprattutto a chi non bada mai a se stesso. Auguri alle donne che si rifanno le tette in tempo per Natale. Auguri ai preti che sono più indaffarati degli uomini di Wallstreet. Auguri ad Andreotti e ai familiari di Moro. Auguri a Pacciani e a chi si porta dentro i propri mostri. Auguri ai migliori esempi della nostra generazione. Auguri a tutti quelli che votano Silvio perché non hanno più nulla da fare, auguri a chi vota quegli altri, in fila al seggio come il giorno della prima comunione. Auguri a Jack che ci ha insegnato a non frenare, e auguri all’altro Jack che ci ha aiutato a squartare la mente delle persone.

Auguri a chi vive l’emozione. A chi non ha paura. A chi sbaglia di proposito. Auguri ai bugiardi nella loro sincera meschinità. Auguri a chi ha tagliato il traguardo e a chi invece si è fermato prima. Auguri a chi non è nemmeno partito, a chi si innamora ancora e ancora e ancora senza stancarsi mai. Auguri a tutte quelle coppie che a vent’anni sembrano dei vecchi sposati da cinquanta. Auguri al rock. Auguri a chi fa sempre ciò che deve, a chi va contro corrente e anche a chi sceglie di essere la corrente.

Auguri alla pioggia quella che taglia il viso. Auguri a chi piange lava. Auguri a chi per raggiungere la felicità è disposto a perdere tutto.

Auguri a chi sa che l’amore non è nient’altro che egoismo. Auguri a chi si ama di nascosto.

Ma soprattutto auguri a me stesso, perché sono un testa di cazzo.

Vi auguro di non augurare mai nulla a nessuno.

Supercessi

Nella vita di un Supereroe bisogna distinguere tra due momenti del bisogno.

Uno, quello più noto, quando il mondo ha bisogno di lui.

L’altro, meno noto ma, a mio parere, più frequente, quando lui ha bisogno del cesso.

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Che la Forza sia con te.

Insomma se i vari Superman, Batman, e tutta l’assemblea degli Avengers combattono il male che si aggira nei vicoli bui delle nostre città, tutto questo lo dobbiamo non a loro, ma ai loro cessi.

Che poi per ognuno si profilano diversi modelli idraulici a seconda delle esigenze.

Partiamo dal più noto, Superman. Deve essere un cesso bello potente, in grado di mandar giù la Kryptonite se necessario! Senza tavoletta: lui non è tipo da abbassare la tavoletta, anche perché non conosce molto la delicatezza. L’idraulico SuperMario effettua periodici controlli e ogni tanto deve cambiare la tazza del water dal momento che riporta svariate crepe. Quando Superman non mangia verdura, va stitico, e s’incazza, e quindi si sforza. E se Superman si sforza al cesso, sappiamo tutti come va a finire: lo stronzo perde.

Secondo cesso: quello di Batman. Bè, non è un cesso qualsiasi, a cominciare dal nome: BatWater. Che non è la versione idraulica di Darth Vader, sebbene proprio lui ne sia il designer. Si sa, Batman sceglie solo i migliori. Il BatWater è dotato di infinite funzionalità: prima di tutto ha ben tre tavolette. La prima è un piano di lavoro dotato di i-pad incorporato. La seconda consente a Batman di svolgere tutti i collegamenti con la Batcaverna, dotata di connessione bat-fi. La terza, quella soltanto di contorno è in realtà una banalissima tavoletta voluta da Cat-Woman per quando lo va a trovare. Ci sono svariati pulsanti a lato: soltanto il maggiordomo Alfred ne conosce a memoria tutte le funzioni. Dal pulsante per far partire le testate nucleari ad ampio raggio, a quello più comune di scarico. La carta igienica si recicla dopo una giornata attraverso un macchinario di riciclaggio installato dietro il BatWater.

BabyBatman anni ’20

Terzo cesso, che io considero tra quelli più sfigati è quello di Aquaman. Purtroppo ogni volta che scarica è un gran casino, e spesso rischia di essere assorbito dal mulinello: è più forte di lui, non sa resistere a buttarsi dentro. Una volta è entrato nel cesso di casa ed è uscito nel Mar del Bosforo.

Plinplin: arriva aquaman

Quarto cesso: quello di Lanterna Verde. La principale particolarità di questo cesso è la trasparenza. Le feci di Lanterna Verde sono fosforescenti. E a lui, che alle elezioni vota gli ambientalisti solo per vantarsi del proprio colore, piace vantarsene. Se potesse le inscatolerebbe come quelle di Piero Manzoni. Dalla merde d’artiste alla merda verde. Nessuno gliele comprerebbe però. Così ogni volta che va al cesso si accontenta di vederle brillare in trasparenza. Peccato che il fetore non sia altrettanto…trasparente.

Indovinate di chi sarà mai questa tavoletta del cesso?

Altro cesso di non minore importanza è quello della Donna Invisibile. A tal proposito c’è una leggenda intorno alle origini della Donna Invisibile. Si dice infatti che i primi sospetti sulla sua esistenza vennero da chi entrava nel suo bagno di casa. Per quanto lei fosse invisibile l’incredibile odore testimoniava il suo passaggio. L’ultima battaglia con il Dottor Destino è stata ingaggiata proprio nel cesso di casa sua. Destino ne seguiva le tracce tramite il fiuto. Poi la Donna Invisibile l’ha scaricato e non si è fatta più vedere. Tipico. (Ancora oggi Destino si aggira tra un bancone e l’altro del bar dicendo: era destino che andasse così).

Didascalia: nell’immagine soprastante donna invisibile nuda (sì lo so, il blog ha calato la censura)

Per ora basta così: nel prossimo post parleremo della Cosa, di Silver Surfer, e di tanti altri eroi sempre presenti nel momento del bisogno.

Un grande cesso è una grande responsabilità – Super Mario

State bene così (11-09-1971 11-09-2012)

La morte mi fa ridere, la vita no. – Piero Ciampi

Non tutte le morti sono uguali. Nella società odierna, anestetizzata a colpi di telegiornale e drammi quotidiani, dove si vive una funziona catartica rovesciata (più che svuotare il tragico, l’uomo contemporaneo è alienato dalla tragedia, puro consumatore consumato), molte morti passano inosservate.

Alcune sono previste, altre addirittura attese. Nella prima si annoverano persone in stato vegetativo (tenute vive grazie ai macchinari o per quello che è stato definito “accanimento terapeutico”), nella seconda si annoverano le persone più ricercate del mondo, carnefici colpevoli di crimini contro l’umanità.

Dunque, se è vero che tutte le morti meritano comunque rispetto, per un senso civile ed etico che dobbiamo preservare per non diventare bestie avulse dalla vita giuridica e civilizzata, è vero anche che non tutte le persone in vita si guadagnano il nostro rispetto.

Francesca Bonfanti invece era una di queste: lei si era guadagnata il rispetto e l’affetto non solo dei suoi colleghi, naturalmente, ma di tutti quelli che la seguivano nelle sue trasmissioni radio presso le radio di Roma, dove era diventata ormai un nome noto e una celebrità locale. Una voce che ci teneva compagnia, una risata che ci alleggeriva la pesantezza di certe inossidabili giornate.

Come quella di ieri. Francesca Bonfanti si è suicidata gettandosi dal ponte della ferrovia al Mandrione in via Casilina Vecchia. La notizia è di quelle che lascia con il fiato sospeso e una domanda che fatica ad essere pronunciata.

“Perché?”

Perché una ragazza in carriera, piena di vita, generosa dal punto di vista umano e professionale, dovrebbe compiere un gesto del genere? Cosa nasconde la faccia oscura della luna che sembra sempre sorridere a tutti?

Probabilmente è quel male di vivere che non risparmia nessuno, di qualsiasi età o condizione sociale. E i giudizi, sempre e comunque vani, sono in questi casi più che mai, inappropriati e stolidi. Cosa ci manca o cosa abbiamo dentro che può spingerci a compiere un gesto così estremo, con il quale non diamo più alcuna possibilità alla vita? A un certo punto un uomo, o una donna dice “no”. Ultimo sovrano del libero arbitrio decide che il mondo non debba più esistere per lui o per lei, o che, probabilmente, non ha più senso continuare ad “esistere” in un mondo dove grava un disagio esistenziale abnorme.

Francesca Bonfanti vogliamo ricordarti con il motto della tua trasmissione di successo: “State bene così.”

 

Sì, non ci abitueremo mai a certe assenze, ma dopotutto “stiamo bene così”, in silenzio e senza giudicare, ricordandoti, e chissà che prima o poi non ci si riveda. Ciao Francesca.

Una giornata normale

Il libro è ordinabile presso qualsiasi libreria fisica o punto vendita online.

Sono le prime ore del mattino e vorresti scrivere un pezzo.

Su cosa di preciso non hai idea, ma pensi “Devo scrivere qualcosa.” Magari un racconto, ti va di scrivere un racconto? No, non sei in vena. Magari una poesia, no troppo facile, troppo breve. Magari potresti fare pubblicità al tuo ultimo libro di poesie, “State scherzando, vero?”, edito da Edizioni Ensemble.

Insomma, sì potresti fare tutto questo.

Ma anche no. Diciamo che non ti va di scrivere e lasci che le parole dei grilli parlanti “Il blog ha bisogno di pezzi, è urgente riprendere l’attività!” si infrangano contro l’ultimo modello di ventilatore comprato apposta per combattere il caldo massiccio di questi giorni.

Hai l’impressione che le pale del ventilatore riescano persino a spostare le idee, a rendere più dinamica e attiva la tua mente, anche se poi, in televisione, sui giornali, nei trafiletti riportati fuori dalle edicole, continui a leggere sempre le stesse cose.

E i giornalisti in televisione hanno sempre lo stesso tono e lo stesso stile, come stegosauri in attesa della fine della loro era, causa caduta di un meteorite.

Vorresti, per il blog, uno di quei bei pezzi brillanti come un tempo, magari una bella citazione a capoverso, che le citazioni fanno sempre comodo, sono come la coccarda sui regali, ci stanno bene.

Ma poi queste temperature ti sfiancano, le pile di libri depositati sulla scrivania ti ricordano che devi studiare, le tue energie sono canalizzate altrove, per adesso.

E quindi non ti resta che sospirare e rimandare anche per oggi il miracolo della moltiplicazione delle vongole e dei merluzzi.

Porca miseria! Ho il latte sui fornelli! Devo andare!

 

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Piccolo piccolo piccolo!!!

State scherzando, vero?

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Effetti collaterali: vivere.

Si può ordinare presso qualsiasi libreria (fisica o online, nonché presso il sito dell’Editore)

Dulcis in fundo: ecco qui il link della registrazione dell’intervista agli autori presso gli studi della web radio Radio Libera Tutti  :

Intervista agli autori

dove tra l’altro potete trovare qualche assaggino…

Quando saranno capaci di amare

Quando saranno capaci di amare

non metteranno bombe o anonime scusanti

per essersi tenuti a distanza di sicurezza

dalla vita vera.

Non avranno appuntamenti con il destino

se non quelli così naturali

da sembrare quasi casuali

senza far male a nessuno.

Quando saranno capaci di amare

capiranno quanto è banale il male

quanto non è necessario e futile

volerlo

che quello trova comunque

la sua strada.

Quando saranno capaci di amare?

Veglia al fiume

Stavano in macchina.  All’orizzonte si vedevano solo alcuni dettagli, che in fondo rimanevano ancora dettagli. Era buio, dopo la festa i tre della compagnia erano stanchi, ma parlavano. A bassa voce, senza dar troppo fastidio al rumore del motore lungo la strada.

Ettore è morto la settimana scorsa, disse improvvisamente il primo.

Il secondo disse che era stato un buon diavolo, dopo tutto. Niente da nascondere o da condannare. Uno dei tanti se n’era andato. Era morto. Questo lo turbava. Nel silenzio tutti stavano misurando quelle parole. Tutti erano turbati, non dalla morte in sé – dalla paura di scomparire – ma dalla paura di sparire per davvero, che è diverso.

Il primo, che guidava, prese la curva veloce e al che disse Nella vita seguiamo solo le strade già fatte, ecco qual è il punto. Le piazzole di sosta esistono, c’è chi si ferma prima o dopo. Ecco tutto. Voi la chiamate vita?

Il terzo, che non aveva parlato, ripensò ad Ettore buonanima. Cosa aveva fatto Ettore, dopo tutto? Non aveva accusato la sconfitta della vita? forse c’erano stati momenti in cui aveva colto l’attimo e momenti in cui gli attimi l’hanno colto di sorpresa. Ma se ne è andato in punta di piedi.

E se non fosse mai esistito, Ettore, disse il secondo, che sarebbe accaduto? Niente, disse rammaricato il primo che guidava concentrato. Questo è il guaio. I sogni l’aveva lasciati nel cassetto, cioè ne aveva lasciati da parte per le evenienze del futuro. Un futuro che non ha mai avuto, perché oramai è tutto passato.

Vita, disse sospirando il terzo, il più riflessivo dei tre. Ecco il nodo, pensò. Sognare non costa nulla, non si ricordava chi lo avesse detto, ma il problema era quanto costava ammettere di sognare. Seguire i propri sogni è prendere altre strade, non quelle già fatte. Il primo, quasi captando i pensieri del terzo, disse che quasi quasi cambiava strada e tagliava nelle campagne.

Il primo, ad un trattò sterzò. Il fuoristrada si diresse dritto in un sentiero sterrato di campagna. Non si vedeva quasi nulla, fuori c’era silenzio assoluto. Vide di sfuggita un segnale che indicava l’interruzione della strada. Bloccò di botto. Si ritrovarono di fronte al vuoto. Gli altri due guardarono il primo con aria interrogativa.

Eccolo, Ettore, indicando il vuoto di fronte a loro. Sotto si sentiva scorrere l’acqua quieta e lenta. Niente di nuovo, tutto in movimento. Ettore viveva nel fiume. Tutti loro lo sapevano. I dettagli erano nascosti alla luce dei fari. Capirono. Capirono e si spaventarono.  Ettore era davvero sparito. E loro erano gli unici a saperlo.

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