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L’aquilone.

-          Sembra una vita fa.

-          E’ una vita fa Jackie, avevamo appena dieci anni – replicò Adams dando spago all’aquilone.

Si era alzato un bel vento. I capelli si arruffarono. L’aquilone era di un rosso fuoco che sembrava una fenice in movimento sulle nostre teste con la coda fatta di triangoli.

-          Nonostante gli anni, Jackie, questo aggeggio sfida ancora il vento esattamente come quando eravamo piccoli – fece Adams – Ti ricordi quanto ci mettemmo per costruirlo?

-          Certo che mi ricordo, – disse Jackie – un’intera estate. Non era mai come lo volevamo!

-          Ma poi facemmo invidia a tutti i nostri compagni, era il solo che non cadeva mai.

-          Già, e tutti che volevano provarlo, ricordi? – fece Jackie – e noi che scappavamo con l’aquilone sottobraccio perché ne eravamo gelosi.

-          Darei in cambio un rene per tornare a quei momenti. Avevamo dieci anni ed eravamo felici. Stupidi, ma felici.

-          Non eravamo stupidi, Adams, eravamo solo inconsapevoli.

-          Stupidi, inconsapevoli. Che differenza fa? Non avevamo preoccupazioni, almeno.

-          Sei preoccupato? – disse Jackie.

-          Non più del solito. E’ la fine del mese: le rate della macchina, l’abbonamento in palestra di mia moglie, ora ci si è messa anche mia suocera che non può permettersi di andare alle terme e devo pagargli io il viaggio. Queste stronzate ti rovinano le giornate, credimi.

Adams diede ancora un po’ di spago e indietreggiò. Jackie lanciò un’occhiata in alto e quel rombo rosso ora copriva il sole.

-          Vuoi tenerlo un po’ tu? – disse Adams.

-          No, no. Ti ringrazio.

-          Ma come sarebbe a dire? Mica vorresti risparmiarti questa sensazione.

-          Quale sensazione? Quella di sentirci dei mocciosi in corpi di adulti?

-          Non fare lo sciocco. Tieni.

Adams mise lo spago nelle mani di Jackie. Jackie guardò l’aquilone, poi voltò la testa e fissò il sole. Rimase con gli occhi aperti per un paio di secondi, finché non fu costretto a richiuderli. Aprì i palmi delle mani e lasciò lo spago. L’aquilone volò giù dalla scogliera.

-          Jackie! Attento! – urlò Adams, che seguì, con le mani tra i capelli, la fuga dell’aquilone. – Perché l’hai fatto? Ma sei impazzito?

-          Era libero a metà – insinuò Jackie.

-          Cosa?

-          Sì. Era libero a metà, proprio come te, Adams, e come la maggior parte delle persone. Tentati dall’atmosfera, dal cielo, dalle nuvole ma tenuto buono da un filo quasi invisibile.

-          Ti sei bevuto il cervello? Cosa significano queste stronzate? Sentiamo!

-          Tu ti senti libero? – disse Jackie all’amico.

-          Certo che mi sento libero, che non mi vedi? Tutti quei libri che hai letto ti hanno fuso il cervello.

-          La vedo eccome la tua libertà, Adams. Una libertà decisa a tavolino. Studiata. Non voluta – disse Jackie guardandolo negli occhi.

-          E la tua? La tua sarebbe libertà? Non hai concluso niente in tutta la tua vita. Sei sempre stato un superficiale, un menefreghista. Uno sul quale non si può fare affidamento. Guardati. Tutti si sono sposati tranne te. Mi fai ridere.

-          Hai un pezzo di carta? – domandò Jackie.

-          Ho questo – Adams gli diede un foglio del giornale che aveva comprato all’edicola.

Jackie si sedette a terra a gambe incrociate. Cominciò a piegare il giornale. Fece un aeroplano.

-          Vedi questo, Adams? E’ un aeroplano di carta. Un pezzo di carta consapevole del suo destino ma che tra poco tenterà comunque di volare. Tu sei quel bambino attaccato ancora al suo aquilone, hai ricordi di una vita scomparsa da un pezzo. Attaccato alle sue certezze, ai suoi pilastri fermi. Io ho scelto di essere altro. Lo so che non volerò. Non a lungo. Ma preferisco precipitare nel vuoto e avere tutta la vita in un istante, piuttosto che restare a guinzaglio come te. Si è liberi non quando lo si diventa, ma quando lo si rimane, Adams. Quante volte hai messo le corna a tua moglie? Quante volte hai provato ad essere quello che non sei?

-          Tu non sai niente di me! – urlò Adams puntandogli il dito contro.

-          So quello che serve, amico mio, cioè che la tua vita è come quel veliero chiuso dentro la bottiglia che hai sul camino, ed è giusto che io te lo dica.

-          Lascia allora che io ti dica questo.

Adams strinse il pugno e lo colpì in pieno volto. Poi prese le sue cose e se ne andò.

Jackie con una mano al volto, lo guardò andare via. Si voltò verso il punto in cui era caduto l’aquilone, spiegò bene le ali dell’aeroplano di carta e lo lanciò.

L’aeroplano di carta fece finta di volare, poi cadde poco distante da quell’aquilone.

 

Preghiera tenera

Liberatemi dall’idea di libertà

Dio liberami dall’idea di dio

E tu, amandomi,

mostrami la beffa dell’amore.

Di questo si tratta: combattere giorno dopo giorno contro i propri demoni. Le certezze che credevamo acquisite sono ponti distrutti dal primo terremoto. Lo scisma della coscienza tra bene e male è il sisma di un territorio largamente inesplorato.

Occorre essere avventurieri di se stessi, addentrarci nell’oblio di sé, perdersi egoisticamente a proprio danno.

Siamo prigionieri della libertà, vogliamo, pretendiamo, bramiamo gabbie, ritmi, parapetti ai quali sorreggerci per non cadere nel vuoto. Non ci fidiamo sufficientemente mai delle nostre capacità di volo e, con ogni probabilità, non ci fidiamo degli altri.

Tutto si perde poi nello stesso gorgo: libertà e non-libertà sono la medesima cosa, sono la stessa prigione.

Ecco perché affermo l’esigenza, l’indispensabilità di una bussola, o di un aletiometro, come lo definiva Pullman in Queste Oscure Materie.

Occorre sapere costantemente dov’è il nostro Nord. Siamo nomadi non perché siamo noi a spostarci, ma perché sono i luoghi, i pensieri, i fatti a mutare intorno a noi. E ogni qualvolta speriamo nel cambiamento, noi ci illudiamo, e siamo facilmente tentati dall’ultima deriva antropocentrica new-age, magari più chic se si può attaccare sullo zaino o sfoderare nell’ultimo status di Facebook.

Ci rendiamo conto di cosa stiamo diventando?

Non Facebook, ma Zombiebook. Quando i nostri nipoti o i nuovi visitatori della terra avranno analizzato i terabyte di memoria lasciati in eredità all’universo, vedranno cosa siamo diventati.

Millantatori di libertà defraudate del vero significato, mercanti di truffe, venditori e compratori dell’io.

Che tu, mio caro ardente lettore affamato, possa trovare il tuo aletiometro, la tua verità, e non perderti mai.

Spaghetti & Manichei

In Italia ci piace essere un po’ manichei, ci piace individuare dei partiti presi, stabilire dei confini, anche se poi al vaglio di verifiche più approfondite quei confini non hanno senso, o sono piuttosto labili, soggetti a contingenze di sorta.

Così sui banchi di scuola abbiamo appreso la differenza tra destra e sinistra, poi quando siamo andati a votare abbiamo appreso che tutta questa differenza non c’era proprio, o magari i libri di storia dovevano essere aggiornati.

Poi ci hanno assillato con gli exit poll e con i sondaggi: così veniva fuori che al 49% degli italiani piace trascorrere le vacanze al mare, al restante 51% piace invece la montagna, salvo poi non dire che una più vasta percentuale non può permettersi di andare in vacanza viste le condizioni economiche in cui versa o visto che non ha un lavoro dignitoso e non in nero che consenta di definire una pausa, una vacanza.

Ci piace nutrirci ancora di quel “panem et circenses” che ci viene concesso ogni domenica puntuale come l’eucaristia: questo benedetto calcio che altro non è diventato che una vera e propria guerra. Pesano in tal proposito le considerazioni non più tanto fantascientifiche dell’ultimo J. G. Ballard, questi grandi assalti ai centri commerciali, una società del consumo ormai consumata, esasperata ed alienata per la quale stimo non esserci più salvezza.

Un genocidio di massa non sussiste necessariamente in torture fisiche e montagne di cadaveri. Come lo chiamiamo il genocidio delle menti? Come la chiamiamo la frustrazione dei plurilaureati senza lavoro? Come la chiamiamo la perdita della dignità e l’ispessirsi delle differenze tra i ceti sociali nonché di un’ipocrisia sempre più solida, sempre più serpeggiante al punto da farci rimpiangere i “Vinti” di Giovanni Verga o la fermata di Cristo a Eboli?

E come lo chiamiamo l’aumento esponenziale dei suicidi per “motivi economici”?

Tutte queste vittime che respirano, che camminano, che godono di piaceri effimeri non sono forse altrettante comparse di un revival zombie di George Romero?

Non è forse questa l’alba dei morti viventi?

A voi che resistete, barricati nel libero arbitrio delle vostre coscienze, a voi va il mio pensiero, la mia audacia, il mio appoggio incondizionato.

La Resistenza oggi si fa tramite il Pensiero Libero.

Come un Re

Non importa quanto nella vita abbiate davvero chiaro dove volete arrivare. Non ve ne preoccupate, perché un giorno lo saprete. Voi siete destinati a capire perché siete qui. Ma questo destino dovete, per certi versi, volerlo, propinarvelo, bramarlo.

Non sono mai stato uno che si è posto grandi domande riguardo il futuro. Lasciavo piuttosto che il futuro se ne restasse rincantucciato nel suo buio angolino di non-esistenza. Guardavo al Futuro con superiore distacco, con superba e fiera indifferenza.

Io sono sempre stato l’Aquila del Presente, dispiegavo fiero le mie ali e nulla poteva toccarmi, né occhio d’avvoltoio desiderare la mia carogna, né il ghigno delle iene seppellirla.

Ero sicuro di non morire. Le aquile non muoiono: ad un certo punto della loro vita si ritrovano semplicemente a volare in un’immensa distesa di luce, non più cielo, ma pura luce…

Poi un giorno, non ricordo bene come accadde, una corrente o un vuoto d’aria mi fece precipitare come un peso morto sulla terra. Il tonfo, a differenza di come l’avevo immaginato, fu morbido, quasi piacevole, l’impatto si rivelava quasi una perversa necessità.

La necessità di chi mette alla prova se stesso, misurandosi con i propri limiti di fallibilità, ma prima che appresi questo, a lungo vissi sulla morbida terra, ne mangiai i frutti amari, ne capii il secco ripetersi delle stagioni, la precaria armonia di una danza di vita e di morte.

Del tempo è stato necessario per riprendere a volare. Anche solo guardare un punto nel cielo mi spaventava. Poi ci si ricorda di avere un’apertura alare degna di un Re.

E si vola.

…Anche se non è così semplice come sembra. Affatto.

Colpevole

Ma che colpa abbiamo noi? – si chiedeva Carlo Verdone.

La verità, invece, è che è soltanto colpa nostra.

Assumersi la colpa, colpevolizzarsi, provare un senso di colpa, non nei confronti di qualcuno, ma nei confronti di noi stessi. Non un senso di vergogna, ma un senso di colpa. Di assunzione matura delle proprie responsabilità.

Ammettere di aver fallito, ammettere che ci eravamo confusi, che eravamo caduti, per colpa nostra.

Non è colpa di nessun altro all’infuori di me.

E so quanto possa essere bruciante la sconfitta, quanto possa essere profondamente deludente perdere tutto perché avevi scommesso tutto, e poi dovere anche ammettere l’errore.

Ma è necessario continuare a cercare un senso alla vita e non darla vinta a quella terribile percezione di sentirsi morti dentro.

Sì, lo ammetto, Vostro Onore, Signori della Corte, io sono colpevole.

Colpevole di aver vissuto, colpevole di essermi illuso contro ogni probabilità di vittoria, colpevole di essere ricascato per l’ennesima volta nel Sogno, colpevole per non essermi mai arreso.

Chiedo l’aggravante della recidiva, e, mi sia testimone l’universo, ho intenzione di continuare ad essere colpevole, fino all’ultimo istante di vita.

Le Dieci Co…nsiderazioni

Non sforzatevi troppo di considerare questo post, è solo un post. 

Oggi voglio fare un po’ di considerazioni.

Non sarò breve.

Sto meditando.

Innanzitutto considero me. E per considerare me ho bisogno di mettermi al centro del mondo. Non di quel mondo lì fuori, che certo non posso far finta che non esiste, ma del mio mondo.

Credetemi, non è una cosa così scontata mettere sé stessi al centro del proprio universo.

Anzi gran parte delle persone che conosco mettono altri o un’idea di sé stessi al centro. L’egoismo è malato. Non c’è più quel sano egoismo di una volta che consentiva al macellaio di provvedere ai propri interessi e, inconsapevolmente, agli interessi di tutti.

La differenza tra la teoria capitalista e la pratica globalizzata consiste in una patologia dell’egoismo che è diventato consumocentrismo.

Mettere il consumatore, l’oggetto, al centro del mondo, significa semplicemente cessare di vivere e di seguire un’etica, nelle regole del mercato e nelle regole dei rapporti umani.

La chiave di volta per un’economia sostenibile è scritta nei Vangeli, senza affannarci troppo in spread, azioni disastrate e banche sull’orlo del nulla.

La chiave di volta per salvarci dall’abisso è scritta a caratteri cubitali nel nostro cuore.

L’amore ci salverà, l’indifferenza ci ucciderà.

Non è abbastanza programmatica come cosa? Troppo ingenua, troppo sessantottina, troppo sognatrice, troppo utopistica?

Io penso di no.

Potete metterla come vi pare e piace. Io proseguo dritto per la mia strada: il sogno.

Un sogno condivisibile, progettuale, abitabile e migliorabile.

Il sogno di un “Io” migliore.

Non sarà cliccando un interruttore che cambieremo le cose. Ma insieme possiamo farcela.

Passiamo a un’altra considerazione.

Il caffè che ho bevuto poco fa era buono.

Terza considerazione: la sezione “L’urlo” sul sito di Vasco pubblica, secondo la mia opinione, da tempo, cose del tutto “inutili”, ma non di quell’inutilità che identifica la “Bellezza”, ma semplicemente inutili, come questa considerazione.

Questione di gusti, d’altronde.

Quarta considerazione: sono stanco di essere circondato da milioni di imbecilli che dicono di aver visto fantasmi, alieni e tartarughe ninja. Cosa sono io? Calimero? Perché mi sento al margine in una società di idioti? Voglio sentirmi anch’io idiota e dire “Ho visto un disco volante.” Ho visto un fottuto disco volante nel cielo e poi improvvisamente è sparito dal quadro della mia videocamera HD, perché in quel momento stavo filmando il cielo. Io durante il giorno filmo il cielo. C’è chi studia gli escrementi di giraffa e chi filma le nuvole con videocamere full acca dì.

Quinta considerazione.

La quinta considerazione non esiste.

Sesta considerazione: l’unico buon governo tecnico io lo metterei nella mia anima. Un monti che prende le mie decisioni, senza tanti dilemmi democratici. Con tutti i neuroni che dicono “Si deve fare, è amaro, ma si deve fare”. Voglio che il Presidente della mia anima nomini un professore, un tecnico del cuore e della mente, un neurocardiologo! E per le elezioni rimandiamo tutto.

Settima considerazione: consumatevi preferibilmente entro la data della vostra morte.

Ottava considerazione: fate l’amore e la guerra, se necessario entrambe nello stesso tempo.

Nona considerazione: il Bianconiglio è uno stato della mente.

Decima considerazione: non è vero che ogni tanto bisogna fare ordine. Ogni tanto bisogna andare al bagno. Tutto qui.

Adamo, il sindacato e la Apple.

Questa mela sarà la mia maledizione. E poi non mi porterà niente sul curriculum, anzi al massimo mi porterà una nota di biasimo. Il posto di guardiano me l’hanno appioppato senza neanche chiedermelo e già il fatto di non aver saputo niente su tutti i tipi di alberi mi dà un po’ di noia. In realtà ho dovuto per forza accettare il lavoro perché di questi tempi nessuno te lo offre. Per non parlare poi dei serpenti: sto qui con una che vuole darmi una mela e ha la fissa dei pitoni.

Quella sciagurata, per giunta, non sa quanto è tosto mangiare quella mela. Poi ho appena finito di pranzare: almeno il pranzo me lo passa la ditta. Un lusso, direi. Ma chissà come fanno gli altri a mangiare una mela a fine pranzo. A parte che non c’è nessuno da queste parti o comunque non l’ho mai visto, a parte lei, Eva. Ora che ci penso, anche il nostro datore di lavoro non è il massimo dell’appariscenza. Non si fa mai vedere.

Aveva accettato una sfida: bisognava vincere!

Comunque, rieccola con la mela. Mi potrebbe costare, a livello lavorativo, l’ira di dio. E neanche sono a dieta. Certe volte pensare solo che dopo averla mangiata rimarrà il torsolo mi fa perdere la voglia. In ogni modo, quel pomo è sintomo della poca trasparenza lavorativa. Sfido io: nessun contratto e nessun coltello. Come diavolo pensa il proprietario che mi si ficchi nello stomaco l’ananas? Alla fine è normale che uno vada sulle mele. E poi, nei miei tempi, debbo dire che mangiare la mela può essere l’unico modo per avvicinarmi al sindacato. Che figura ci faccio fare sennò? Io contro la poca trasparenza che poi nemmeno mi iscrivo al sindacato? Non se ne parla.

 Non so se il serpente che è con Eva è in sciopero o cosa. Pare che Eva sia in riunione con lui. Ma cosa c’è da dire? Non gli sta forse bene il nome che gli ho dato? Il contratto parlava chiaro. Immagino che quei due siano in sciopero contro la creazione, ma come al solito toccano a me i lavori sporchi: la faccia ce la metto io, mica i sindacati. E la mia ricreazione? Qui c’è scritto che ho diritto al riposo. Non sapevo che essere creati , almeno così ci è stato detto, fosse così impegnativo da sostenere, nemmeno c’è stato detto qualcosa sulle agevolazioni per le coppie nuove per la locazione.

Come al solito poi si fa man bassa dei diritti e si spaccia il fatto che le mele costano poco solo per la globalizzazione della creazione, ma poi vai a vedere chi produce le mele. A proposito, chi produce le mele? Sì, ci credono ancora alla storia dei sindacati, del giardino e della contrattazione. Oramai si fa in quattro e quattr’otto. Eva e il serpente hanno un po’ ragione ad incazzarsi, in fondo.

Una cosa la ammetto: questo affare della mela non andrà a lieto fine.

 

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