Tag Archive | libertà

L’aquilone.

-          Sembra una vita fa.

-          E’ una vita fa Jackie, avevamo appena dieci anni – replicò Adams dando spago all’aquilone.

Si era alzato un bel vento. I capelli si arruffarono. L’aquilone era di un rosso fuoco che sembrava una fenice in movimento sulle nostre teste con la coda fatta di triangoli.

-          Nonostante gli anni, Jackie, questo aggeggio sfida ancora il vento esattamente come quando eravamo piccoli – fece Adams – Ti ricordi quanto ci mettemmo per costruirlo?

-          Certo che mi ricordo, – disse Jackie – un’intera estate. Non era mai come lo volevamo!

-          Ma poi facemmo invidia a tutti i nostri compagni, era il solo che non cadeva mai.

-          Già, e tutti che volevano provarlo, ricordi? – fece Jackie – e noi che scappavamo con l’aquilone sottobraccio perché ne eravamo gelosi.

-          Darei in cambio un rene per tornare a quei momenti. Avevamo dieci anni ed eravamo felici. Stupidi, ma felici.

-          Non eravamo stupidi, Adams, eravamo solo inconsapevoli.

-          Stupidi, inconsapevoli. Che differenza fa? Non avevamo preoccupazioni, almeno.

-          Sei preoccupato? – disse Jackie.

-          Non più del solito. E’ la fine del mese: le rate della macchina, l’abbonamento in palestra di mia moglie, ora ci si è messa anche mia suocera che non può permettersi di andare alle terme e devo pagargli io il viaggio. Queste stronzate ti rovinano le giornate, credimi.

Adams diede ancora un po’ di spago e indietreggiò. Jackie lanciò un’occhiata in alto e quel rombo rosso ora copriva il sole.

-          Vuoi tenerlo un po’ tu? – disse Adams.

-          No, no. Ti ringrazio.

-          Ma come sarebbe a dire? Mica vorresti risparmiarti questa sensazione.

-          Quale sensazione? Quella di sentirci dei mocciosi in corpi di adulti?

-          Non fare lo sciocco. Tieni.

Adams mise lo spago nelle mani di Jackie. Jackie guardò l’aquilone, poi voltò la testa e fissò il sole. Rimase con gli occhi aperti per un paio di secondi, finché non fu costretto a richiuderli. Aprì i palmi delle mani e lasciò lo spago. L’aquilone volò giù dalla scogliera.

-          Jackie! Attento! – urlò Adams, che seguì, con le mani tra i capelli, la fuga dell’aquilone. – Perché l’hai fatto? Ma sei impazzito?

-          Era libero a metà – insinuò Jackie.

-          Cosa?

-          Sì. Era libero a metà, proprio come te, Adams, e come la maggior parte delle persone. Tentati dall’atmosfera, dal cielo, dalle nuvole ma tenuto buono da un filo quasi invisibile.

-          Ti sei bevuto il cervello? Cosa significano queste stronzate? Sentiamo!

-          Tu ti senti libero? – disse Jackie all’amico.

-          Certo che mi sento libero, che non mi vedi? Tutti quei libri che hai letto ti hanno fuso il cervello.

-          La vedo eccome la tua libertà, Adams. Una libertà decisa a tavolino. Studiata. Non voluta – disse Jackie guardandolo negli occhi.

-          E la tua? La tua sarebbe libertà? Non hai concluso niente in tutta la tua vita. Sei sempre stato un superficiale, un menefreghista. Uno sul quale non si può fare affidamento. Guardati. Tutti si sono sposati tranne te. Mi fai ridere.

-          Hai un pezzo di carta? – domandò Jackie.

-          Ho questo – Adams gli diede un foglio del giornale che aveva comprato all’edicola.

Jackie si sedette a terra a gambe incrociate. Cominciò a piegare il giornale. Fece un aeroplano.

-          Vedi questo, Adams? E’ un aeroplano di carta. Un pezzo di carta consapevole del suo destino ma che tra poco tenterà comunque di volare. Tu sei quel bambino attaccato ancora al suo aquilone, hai ricordi di una vita scomparsa da un pezzo. Attaccato alle sue certezze, ai suoi pilastri fermi. Io ho scelto di essere altro. Lo so che non volerò. Non a lungo. Ma preferisco precipitare nel vuoto e avere tutta la vita in un istante, piuttosto che restare a guinzaglio come te. Si è liberi non quando lo si diventa, ma quando lo si rimane, Adams. Quante volte hai messo le corna a tua moglie? Quante volte hai provato ad essere quello che non sei?

-          Tu non sai niente di me! – urlò Adams puntandogli il dito contro.

-          So quello che serve, amico mio, cioè che la tua vita è come quel veliero chiuso dentro la bottiglia che hai sul camino, ed è giusto che io te lo dica.

-          Lascia allora che io ti dica questo.

Adams strinse il pugno e lo colpì in pieno volto. Poi prese le sue cose e se ne andò.

Jackie con una mano al volto, lo guardò andare via. Si voltò verso il punto in cui era caduto l’aquilone, spiegò bene le ali dell’aeroplano di carta e lo lanciò.

L’aeroplano di carta fece finta di volare, poi cadde poco distante da quell’aquilone.

 

Preghiera tenera

Liberatemi dall’idea di libertà

Dio liberami dall’idea di dio

E tu, amandomi,

mostrami la beffa dell’amore.

Di questo si tratta: combattere giorno dopo giorno contro i propri demoni. Le certezze che credevamo acquisite sono ponti distrutti dal primo terremoto. Lo scisma della coscienza tra bene e male è il sisma di un territorio largamente inesplorato.

Occorre essere avventurieri di se stessi, addentrarci nell’oblio di sé, perdersi egoisticamente a proprio danno.

Siamo prigionieri della libertà, vogliamo, pretendiamo, bramiamo gabbie, ritmi, parapetti ai quali sorreggerci per non cadere nel vuoto. Non ci fidiamo sufficientemente mai delle nostre capacità di volo e, con ogni probabilità, non ci fidiamo degli altri.

Tutto si perde poi nello stesso gorgo: libertà e non-libertà sono la medesima cosa, sono la stessa prigione.

Ecco perché affermo l’esigenza, l’indispensabilità di una bussola, o di un aletiometro, come lo definiva Pullman in Queste Oscure Materie.

Occorre sapere costantemente dov’è il nostro Nord. Siamo nomadi non perché siamo noi a spostarci, ma perché sono i luoghi, i pensieri, i fatti a mutare intorno a noi. E ogni qualvolta speriamo nel cambiamento, noi ci illudiamo, e siamo facilmente tentati dall’ultima deriva antropocentrica new-age, magari più chic se si può attaccare sullo zaino o sfoderare nell’ultimo status di Facebook.

Ci rendiamo conto di cosa stiamo diventando?

Non Facebook, ma Zombiebook. Quando i nostri nipoti o i nuovi visitatori della terra avranno analizzato i terabyte di memoria lasciati in eredità all’universo, vedranno cosa siamo diventati.

Millantatori di libertà defraudate del vero significato, mercanti di truffe, venditori e compratori dell’io.

Che tu, mio caro ardente lettore affamato, possa trovare il tuo aletiometro, la tua verità, e non perderti mai.

Spaghetti & Manichei

In Italia ci piace essere un po’ manichei, ci piace individuare dei partiti presi, stabilire dei confini, anche se poi al vaglio di verifiche più approfondite quei confini non hanno senso, o sono piuttosto labili, soggetti a contingenze di sorta.

Così sui banchi di scuola abbiamo appreso la differenza tra destra e sinistra, poi quando siamo andati a votare abbiamo appreso che tutta questa differenza non c’era proprio, o magari i libri di storia dovevano essere aggiornati.

Poi ci hanno assillato con gli exit poll e con i sondaggi: così veniva fuori che al 49% degli italiani piace trascorrere le vacanze al mare, al restante 51% piace invece la montagna, salvo poi non dire che una più vasta percentuale non può permettersi di andare in vacanza viste le condizioni economiche in cui versa o visto che non ha un lavoro dignitoso e non in nero che consenta di definire una pausa, una vacanza.

Ci piace nutrirci ancora di quel “panem et circenses” che ci viene concesso ogni domenica puntuale come l’eucaristia: questo benedetto calcio che altro non è diventato che una vera e propria guerra. Pesano in tal proposito le considerazioni non più tanto fantascientifiche dell’ultimo J. G. Ballard, questi grandi assalti ai centri commerciali, una società del consumo ormai consumata, esasperata ed alienata per la quale stimo non esserci più salvezza.

Un genocidio di massa non sussiste necessariamente in torture fisiche e montagne di cadaveri. Come lo chiamiamo il genocidio delle menti? Come la chiamiamo la frustrazione dei plurilaureati senza lavoro? Come la chiamiamo la perdita della dignità e l’ispessirsi delle differenze tra i ceti sociali nonché di un’ipocrisia sempre più solida, sempre più serpeggiante al punto da farci rimpiangere i “Vinti” di Giovanni Verga o la fermata di Cristo a Eboli?

E come lo chiamiamo l’aumento esponenziale dei suicidi per “motivi economici”?

Tutte queste vittime che respirano, che camminano, che godono di piaceri effimeri non sono forse altrettante comparse di un revival zombie di George Romero?

Non è forse questa l’alba dei morti viventi?

A voi che resistete, barricati nel libero arbitrio delle vostre coscienze, a voi va il mio pensiero, la mia audacia, il mio appoggio incondizionato.

La Resistenza oggi si fa tramite il Pensiero Libero.

Come un Re

Non importa quanto nella vita abbiate davvero chiaro dove volete arrivare. Non ve ne preoccupate, perché un giorno lo saprete. Voi siete destinati a capire perché siete qui. Ma questo destino dovete, per certi versi, volerlo, propinarvelo, bramarlo.

Non sono mai stato uno che si è posto grandi domande riguardo il futuro. Lasciavo piuttosto che il futuro se ne restasse rincantucciato nel suo buio angolino di non-esistenza. Guardavo al Futuro con superiore distacco, con superba e fiera indifferenza.

Io sono sempre stato l’Aquila del Presente, dispiegavo fiero le mie ali e nulla poteva toccarmi, né occhio d’avvoltoio desiderare la mia carogna, né il ghigno delle iene seppellirla.

Ero sicuro di non morire. Le aquile non muoiono: ad un certo punto della loro vita si ritrovano semplicemente a volare in un’immensa distesa di luce, non più cielo, ma pura luce…

Poi un giorno, non ricordo bene come accadde, una corrente o un vuoto d’aria mi fece precipitare come un peso morto sulla terra. Il tonfo, a differenza di come l’avevo immaginato, fu morbido, quasi piacevole, l’impatto si rivelava quasi una perversa necessità.

La necessità di chi mette alla prova se stesso, misurandosi con i propri limiti di fallibilità, ma prima che appresi questo, a lungo vissi sulla morbida terra, ne mangiai i frutti amari, ne capii il secco ripetersi delle stagioni, la precaria armonia di una danza di vita e di morte.

Del tempo è stato necessario per riprendere a volare. Anche solo guardare un punto nel cielo mi spaventava. Poi ci si ricorda di avere un’apertura alare degna di un Re.

E si vola.

…Anche se non è così semplice come sembra. Affatto.

Colpevole

Ma che colpa abbiamo noi? – si chiedeva Carlo Verdone.

La verità, invece, è che è soltanto colpa nostra.

Assumersi la colpa, colpevolizzarsi, provare un senso di colpa, non nei confronti di qualcuno, ma nei confronti di noi stessi. Non un senso di vergogna, ma un senso di colpa. Di assunzione matura delle proprie responsabilità.

Ammettere di aver fallito, ammettere che ci eravamo confusi, che eravamo caduti, per colpa nostra.

Non è colpa di nessun altro all’infuori di me.

E so quanto possa essere bruciante la sconfitta, quanto possa essere profondamente deludente perdere tutto perché avevi scommesso tutto, e poi dovere anche ammettere l’errore.

Ma è necessario continuare a cercare un senso alla vita e non darla vinta a quella terribile percezione di sentirsi morti dentro.

Sì, lo ammetto, Vostro Onore, Signori della Corte, io sono colpevole.

Colpevole di aver vissuto, colpevole di essermi illuso contro ogni probabilità di vittoria, colpevole di essere ricascato per l’ennesima volta nel Sogno, colpevole per non essermi mai arreso.

Chiedo l’aggravante della recidiva, e, mi sia testimone l’universo, ho intenzione di continuare ad essere colpevole, fino all’ultimo istante di vita.

Le Dieci Co…nsiderazioni

Non sforzatevi troppo di considerare questo post, è solo un post. 

Oggi voglio fare un po’ di considerazioni.

Non sarò breve.

Sto meditando.

Innanzitutto considero me. E per considerare me ho bisogno di mettermi al centro del mondo. Non di quel mondo lì fuori, che certo non posso far finta che non esiste, ma del mio mondo.

Credetemi, non è una cosa così scontata mettere sé stessi al centro del proprio universo.

Anzi gran parte delle persone che conosco mettono altri o un’idea di sé stessi al centro. L’egoismo è malato. Non c’è più quel sano egoismo di una volta che consentiva al macellaio di provvedere ai propri interessi e, inconsapevolmente, agli interessi di tutti.

La differenza tra la teoria capitalista e la pratica globalizzata consiste in una patologia dell’egoismo che è diventato consumocentrismo.

Mettere il consumatore, l’oggetto, al centro del mondo, significa semplicemente cessare di vivere e di seguire un’etica, nelle regole del mercato e nelle regole dei rapporti umani.

La chiave di volta per un’economia sostenibile è scritta nei Vangeli, senza affannarci troppo in spread, azioni disastrate e banche sull’orlo del nulla.

La chiave di volta per salvarci dall’abisso è scritta a caratteri cubitali nel nostro cuore.

L’amore ci salverà, l’indifferenza ci ucciderà.

Non è abbastanza programmatica come cosa? Troppo ingenua, troppo sessantottina, troppo sognatrice, troppo utopistica?

Io penso di no.

Potete metterla come vi pare e piace. Io proseguo dritto per la mia strada: il sogno.

Un sogno condivisibile, progettuale, abitabile e migliorabile.

Il sogno di un “Io” migliore.

Non sarà cliccando un interruttore che cambieremo le cose. Ma insieme possiamo farcela.

Passiamo a un’altra considerazione.

Il caffè che ho bevuto poco fa era buono.

Terza considerazione: la sezione “L’urlo” sul sito di Vasco pubblica, secondo la mia opinione, da tempo, cose del tutto “inutili”, ma non di quell’inutilità che identifica la “Bellezza”, ma semplicemente inutili, come questa considerazione.

Questione di gusti, d’altronde.

Quarta considerazione: sono stanco di essere circondato da milioni di imbecilli che dicono di aver visto fantasmi, alieni e tartarughe ninja. Cosa sono io? Calimero? Perché mi sento al margine in una società di idioti? Voglio sentirmi anch’io idiota e dire “Ho visto un disco volante.” Ho visto un fottuto disco volante nel cielo e poi improvvisamente è sparito dal quadro della mia videocamera HD, perché in quel momento stavo filmando il cielo. Io durante il giorno filmo il cielo. C’è chi studia gli escrementi di giraffa e chi filma le nuvole con videocamere full acca dì.

Quinta considerazione.

La quinta considerazione non esiste.

Sesta considerazione: l’unico buon governo tecnico io lo metterei nella mia anima. Un monti che prende le mie decisioni, senza tanti dilemmi democratici. Con tutti i neuroni che dicono “Si deve fare, è amaro, ma si deve fare”. Voglio che il Presidente della mia anima nomini un professore, un tecnico del cuore e della mente, un neurocardiologo! E per le elezioni rimandiamo tutto.

Settima considerazione: consumatevi preferibilmente entro la data della vostra morte.

Ottava considerazione: fate l’amore e la guerra, se necessario entrambe nello stesso tempo.

Nona considerazione: il Bianconiglio è uno stato della mente.

Decima considerazione: non è vero che ogni tanto bisogna fare ordine. Ogni tanto bisogna andare al bagno. Tutto qui.

Adamo, il sindacato e la Apple.

Questa mela sarà la mia maledizione. E poi non mi porterà niente sul curriculum, anzi al massimo mi porterà una nota di biasimo. Il posto di guardiano me l’hanno appioppato senza neanche chiedermelo e già il fatto di non aver saputo niente su tutti i tipi di alberi mi dà un po’ di noia. In realtà ho dovuto per forza accettare il lavoro perché di questi tempi nessuno te lo offre. Per non parlare poi dei serpenti: sto qui con una che vuole darmi una mela e ha la fissa dei pitoni.

Quella sciagurata, per giunta, non sa quanto è tosto mangiare quella mela. Poi ho appena finito di pranzare: almeno il pranzo me lo passa la ditta. Un lusso, direi. Ma chissà come fanno gli altri a mangiare una mela a fine pranzo. A parte che non c’è nessuno da queste parti o comunque non l’ho mai visto, a parte lei, Eva. Ora che ci penso, anche il nostro datore di lavoro non è il massimo dell’appariscenza. Non si fa mai vedere.

Aveva accettato una sfida: bisognava vincere!

Comunque, rieccola con la mela. Mi potrebbe costare, a livello lavorativo, l’ira di dio. E neanche sono a dieta. Certe volte pensare solo che dopo averla mangiata rimarrà il torsolo mi fa perdere la voglia. In ogni modo, quel pomo è sintomo della poca trasparenza lavorativa. Sfido io: nessun contratto e nessun coltello. Come diavolo pensa il proprietario che mi si ficchi nello stomaco l’ananas? Alla fine è normale che uno vada sulle mele. E poi, nei miei tempi, debbo dire che mangiare la mela può essere l’unico modo per avvicinarmi al sindacato. Che figura ci faccio fare sennò? Io contro la poca trasparenza che poi nemmeno mi iscrivo al sindacato? Non se ne parla.

 Non so se il serpente che è con Eva è in sciopero o cosa. Pare che Eva sia in riunione con lui. Ma cosa c’è da dire? Non gli sta forse bene il nome che gli ho dato? Il contratto parlava chiaro. Immagino che quei due siano in sciopero contro la creazione, ma come al solito toccano a me i lavori sporchi: la faccia ce la metto io, mica i sindacati. E la mia ricreazione? Qui c’è scritto che ho diritto al riposo. Non sapevo che essere creati , almeno così ci è stato detto, fosse così impegnativo da sostenere, nemmeno c’è stato detto qualcosa sulle agevolazioni per le coppie nuove per la locazione.

Come al solito poi si fa man bassa dei diritti e si spaccia il fatto che le mele costano poco solo per la globalizzazione della creazione, ma poi vai a vedere chi produce le mele. A proposito, chi produce le mele? Sì, ci credono ancora alla storia dei sindacati, del giardino e della contrattazione. Oramai si fa in quattro e quattr’otto. Eva e il serpente hanno un po’ ragione ad incazzarsi, in fondo.

Una cosa la ammetto: questo affare della mela non andrà a lieto fine.

 

Il mio cuore

C’è una grazia, una leggerezza, un qualcosa che ci appartiene che siamo destinati a proteggere.

Non confondete le mie parole.

Non parlo di amore, non parlo di rapporti umani.

Tutto questo viene dopo.

L’amore proprio, solo l’amore per se stessi, è la prima cosa e ultima che dobbiamo conservare. Assiduamente.

Innamoratevi di voi stessi, del vostro egoismo, della vostra vita.

Non come un qualcosa che vada sbandierato. Ma come un qualcosa che conoscete solo voi.

Aderire perfettamente all’Essere.

Fino a capire… fino a sentire…fino a diventare…

Proteggerò il mio cuore. Proteggerò me.

Impegniamoci!

NB: questo è un attacco filosofico di fishcanfly. Leggere attentamente il foglietto illustrativo. Può avere effetti collaterali catastrofici.

La validità di certi temi quali Idea, Storia, Libertà, Giustizia, Uguaglianza trae veridicità da se stessa, cioè la propria giustificazione e il proprio sussistere in quanto chimere, appunto, dallo stesso schema di produzione che le ha determinate. Un sistema di produzione-repressione che mentre le nega le crea.

In altre parole, molto meno vecchie: esistono perché non esistono, vengono spesso evocate dalla gente perché nella realtà non esistono. (cit. traduttore istantaneo di fishcanfly)

Il grande abbaglio della società scientifico-tecnologica è stata quella di confondere l’ambito della norma con l’ambito dell’esistente. Cioè effettivamente la presenza di una norma coincide con ciò che esiste. La metafisica, perciò, è la ripercussione speculativa della schiavitù. Non si avrebbe bisogno di discutere di Libertà se effettivamente essa esistesse.  La metafisica serve a parlare dei rapporti di schiavitù esistenti. Lo so, sono brutale.

Anche i filosofi fanno sciopero

Così abbiamo bisogno di espertizzare ogni nostra conoscenza, di affidare non più l’azione al vero Esistente, ma di trasformare quello che doveva essere il riscatto dalla nostra schiavitù, cioè la manipolazione del Reale, quindi tecnologia, tecnica, ricerca, in una comunicazione dilagante , massificata, ineludibile. Un’amministrazione totale del pensiero che pretende di dare nuove direzioni mentre le annienta .

Quella che sostanzialmente afferma di dare libertà, ovvero un pacchetto razionalmente tollerabile all’interno di un sistema precostituito. Una libertà che si libera della critica, che usufruisce della cultura in maniera unidirezionale, scarna, superficiale, piuttosto che utilizzarla come mezzo della critica. Perciò critica della cultura della critica.

Il problema, forse troppo italiano, è quella dell’intellettualismo che, appena arriva ad un grande livello di astrazione e di forza intellettuale, si perde nella nebulosa dell’illogica, nel delirio dell’onnipotenza mediatica. Una medietà che è molto, come dire, al di là della sua neutralità informativa. La neutralità dei mezzi diventa neutralizzazione dei mezzi stessi, assoggettati al processo stesso di nullificazione. Così si parla, si razionalizza il Reale e ci si ferma. Patina del tutto.

Parola di zanzare

Si perde il treno della critica dell’esperienza, fermandosi al livello di quella che Marcuse definiva esperienza mutilata. Un’esperienza che si compie a pacchetti, perché no?, app del nostro ultimo Iphone 4, senza risvolti pratici. Ci piace parlare, ecco.

Proprio questa speculazione che tento di fare con discorso erudito ed un blabla incredibile potete buttarla alla carta straccia, riciclarla e fare nuovi buoni fogli. Quello già sarebbe un passo avanti per smetterla. Preferisco fare qualcosa di reale, verosimile, tagliente con la mia ciurma. Preferisco che mi diate della vongola piuttosto che professare un falso merluzzismo.

Per questo vi dico, alla Stephan Hessel, impegnatevi! (io direi, dato che non ho 92 anni, impegniamoci!)

Un regalino da comprare in Italia che vi consiglio

Ruba cuori, ruba bandiera, ruba vita

Solo una mi ha rubato il cuore: si chiama Libertà. 

Potrei essere piuttosto incazzato per quello che mi è successo, come diceva il protagonista del monologo finale in American Beauty.

Ma non lo sono. Non riesco ad incazzarmi con la Libertà.

C’è sempre qualcosa che desideriamo ci venga rubato per sempre, per essere custodito in mani preziose.

Quando capirai l’esigenza di questo desiderio, allora sarai in grado di amarmi.

Nonciclopedia, no party

 

Ma non è tanto la faccenda di Vasco, degli scrittori, degli anonimi attaccanti o dei nomi scritti sui muri. Niente di tutto questo voglio discutere che, di fondo, non mi interessa.

Piuttosto mi sorprende la grande mobilitazione del web. Non che la mobilitazione non sia buona di per sé, ma del tipo di mobilitazione che pare ci sia. Quella in cui un ‘like’ basta ad essere chiamati attivisti, difensori della libertà di parola, dell’ultima a chi la spunta. Colpo su colpo a suon di mediatico.

Un mediatico che corre sulla superficie , che non trasporta le persone. Che le incontra e le lascia uguali. Uguali con le proprie idee, censori di chi osa non farle esprimere. Esprimere come e cosa, questo è il punto. La satira ha avuto sempre un ruolo regolatore nelle democrazie, essa è stata persino eliminata dai regimi. Essa sprona a pensare, non solo a ridere. Non sprona al ridere del pensare. La satira è un sacrosanto diritto dell’osmosi democratica.

questo articolo è una scusa per sbloccare finalmente questa invenzione

Il ‘like’ al massimo è funzionale al nostro senso di non praticità, del nostro suicidio della praxis, del racchiudere in una scatola enigmatica – il like appunto – un misto di riconoscenza, visione, moda, superficialità, sincera convinzione: italiani, ripercorrendo immaginifici stereotipi, popolo di scrittori, ciarlatani, aguzzini della parola.

Scendere in piazza è importante, ma risulta anch’esso sterile se non inteso come esercizio quotidiano. La scrittura, come vuole il buon manuale del blogger, è anch’essa frutto e fatica quotidiana. Con la scrittura si scende in piazza e il contrario. Bisognerebbe far diventare la nostra vita quotidiana una piazza, piuttosto. Una piazza in cui scendiamo con dedizione, con lenti aggiustamenti giorno per giorno, per riappropriarci degli spazi di cui ci lamentiamo.

Ora scusate, ma ho da fare.

Lui più di me, però.

La vita è un paradosso

Questa vuole essere una premessa a un mio racconto sul tema del paradosso, che sarà prossimamente pubblicato in un’antologia che uscirà a breve e della quale vi terrò informati. La premessa è del tutto indipendente, a livello di comprensione, dal corpus letterario. Buona lettura, nell’attesa.

Non c’è cosa che vada più contro i luoghi comuni che la vita stessa.

La vita è essenzialmente tragica, in quanto contrassegnata dal conflitto tra la nostra parte razionale e la nostra parte ragionevole.

La razionalità ci suggerisce che un evento possa e debba essere modificato a nostro piacimento. Sembra, a primo sguardo, un assunto del tutto contraddittorio, ma così non è. Un atteggiamento razionale richiede di impostare la propria vita secondo alcuni precisi canoni. Fare dei progetti e agire secondo quei progetti, così come prefissati nella nostra mente. La  nostra parte razionale ci suggerisce uno stato conservativo delle situazioni. Aspiriamo, drasticamente, utopicamente, a uno status quo, a una sedentarietà emotiva.

Ci illudiamo molto facilmente di poter coltivare una quotidiana serenità. E quando accade (perché comunque accade) che qualcosa va storto, fuori dai piani, la prima reazione è tentare di domare l’imprevedibile, riconducendo l’evento nei binari della razionalità.

Ma questa, a dirla tutta, è pura follia!

Anzi, più razionalizziamo l’accaduto, più quello si dilata nella sfera della non-logica. Abbiamo sempre creduto che

2 + 2 = 4

ma quando un giorno ci troveremo di fronte al fatto compiuto che

2 + 2 = 5

noi diremo che “C’è un errore!” e tenteremo di correggere l’errore. La nostra parte razionale ci sta dicendo che non è razionalmente accettabile un simile risultato diverso da quello previsto. Perciò abbiamo creato i computer a nostra parziale immagine e somiglianza.

Ma nella vita ci sono maggiori probabilità che 2 + 2 = 5, e non 4. L’esistenza quotidiana è costellata di paradossi, di situazioni che sfuggono a un giudizio razionale. La razionalità è statica, le circostanze sono dinamiche, l’attrito è fatale.

Ed è qui che entra in gioco una possibile chiave di soluzione: la ragionevolezza. Essa è una predisposizione (vuoi sociale, vuoi comportamentale) ad accettare l’imprevedibile…ed andare avanti.

Un essere razionale è ottuso, chiuso. Un essere ragionevole è aperto al cambiamento, maturo, responsabile, consapevole del proprio ruolo, cioè pedina di una scacchiera che non è e non sarà mai sotto il suo assoluto controllo. Ma consapevole anche che sotto il suo assoluto controllo è sempre (e soltanto) se stesso. L’unica barca che può controllare nel mare tempestoso di ogni giorno è la propria, nemmeno quella dei propri cari, degli amici, dell’amata, ma la propria. Ed in questo si ritrova splendidamente e assurdamente “solo”. Una solitudine però anche costruttiva che tende ponti e aiuti verso l’altro da sé.

Accettare un evento, non significa abbandonarsi del tutto alle sue conseguenze, facendo così propria una resa incondizionata. Al contrario la ragionevolezza, caposaldo democratico dei demoni che albergano nella nostra anima, è una strada che conduce al patto, alla trattativa.

Ma il Grande Imprevisto della nostra vita sapete qual è?

Non è la morte di una persona vicina, non è la persona amata che improvvisamente ci lascia senza alcuna spiegazione plausibile, non è la gomma della macchina che si sgonfia, anche quando è nuova e l’hai gonfiata poche ore prima, non è la legge di gravità che smette di funzionare.

La parte realmente imprevedibile…siamo noi stessi. Solo la ragionevolezza può trasformarci in Uomini e Donne al comando della propria nave, e non in marinai in balia delle onde, prossimi al naufragio.

Ora, io vi auguro una vita ricca di responsabilità, di consapevolezze, di demoni, di imprevisti. Vi auguro di essere l’unico Comandante al timone. Non sarà facile, ma sarà almeno avventuroso. Buona Sorte.

Cristo nella tempesta sul mare di Galilea, 1633, Rembrandt

Farfalle fritte a colazione

La vista delle parole ti amo aveva fatto rinascere in lui il desiderio di vivere – 1984, G. Orwell

Spesso abbiamo bisogno di “morire”. Se dimenticassimo questa necessità potremmo fare la fine di una farfalla intrappolata in un corto circuito. Fritta. E a nessuno piacciono le farfalle fritte. O almeno, non conosco nessuno cui piacciano.

Le farfalle fritte sono quelli che si sono rassegnati, quelli a cui hanno tagliato le ali, quelli che se le sono fatte tagliare via, perché avevano troppa paura di volare. Quelli che restano ancorati a un passato da crisalide, e non si rendono conto quanto sia splendido essere farfalle: marciare trionfali verso la fine di tutto.

Dobbiamo pertanto saper morire. Scegliere di quale morte morire equivale a capire qual è la nostra qualità della vita.

Che cosa ci aspettiamo dalla vita? Che cosa pretendiamo da essa? Aspetteremo che la vita ci prenda a calci o reagiremo, finalmente padroni di essa?

Faremo la fine della farfalle fritte? O andremo incontro al mondo?

Perché sono queste le domande essenziali con le quali ogni giorno dobbiamo svegliarci e con le quali dobbiamo ri-svegliarci tutti. Le nostre azioni non sono prive di conseguenze: può sembrare un concetto banale, scontato. Il gioco di causa-effetto è tra le prime cose che ci vengono insegnate alla scuola elementare. Ricordo in particolare che questo gioco veniva analizzato per capire la materia “Storia”, e non era casuale che il fenomeno fosse analizzato in quella sfera. La Storia è un irrazionale concatenarsi di eventi razionali. Così la nostra vita è governata essenzialmente dall’irrazionalità con la quale comandiamo al nostro corpo e ai nostri pensieri la facultas agendi.

Sono sicuro che quando moriremo andremo davanti a un contabile, uno di quelli grigi, dall’aria imbruttita dai millenni, che non ci guarderà nemmeno in faccia, e noi ci faremo avanti con il nostro numeretto.

“Numero 140.876.645.264.274″

Dopo essere rimasto per qualche attimo perplesso a osservare la trafila di cifre sul bigliettino sudaticcio, dirò, con voce strozzata più dalla fatica dell’attesa che dall’emozione:

“Sono io.”

“Dica.” – dirà questo signore dalle sopracciglia folte come cespugli di more in piena estate, senza neanche guardarmi in faccia, intento a compilare un modulo, a timbrare.

“Sono io…”

“Si, ho capito numero 140.876.645.264.274. A me non basta un sono io, devo sapere come ha vissuto.”

“Prego?”

“Ha vissuto bene, è soddisfatto?”

“Veramente io…Volevo una vita diversa.”

“Allora si rimetta in fila e riempia il modulo allo sportello delle seconde possibilità.”

Guardo alla mia sinistra: la fila per lo sportello è lunghissima, eterna. Sono tutti in cerca di una seconda possibilità.

“No, aspetti. Ci ho ripensato. Ho vissuto una vita felice, si magari poteva andare meglio per alcuni aspetti, ma chi se ne frega. Ho vissuto.”

Il burbero timbra un foglio, me lo consegna. Già sta chiamando il numero successivo.

Sul foglio c’è scritto “farfalla ghiotta”. Esco dall’ufficio. Dietro la schiena mi sono spuntate due bellissime ali variopinte. L’unico reale istinto è il volo.

I colori della libertà

 

Quell’angolo di quartiere mai era stato intaccato da alcun desiderio di bizzarria estetica, ma erano chiari i segnali di stanco convivere tra i membri della famiglia Raminghi. Un caldo pomeriggio, con l’afa ben delineata tra i piccoli anfratti del centro storico, la nonna della famiglia, la Signora Berta, affermò che il colore della casa era fuori moda e che doveva essere rinnovato. Il colore doveva essere palesemente il rosa.

Lo annunciò mentre si svolgeva il solito pranzo domenicale, consumato quasi in silenzio dai commensali famigliari, venuti lì per il solito calcolo delle eredità che per sincera passione per la cucina della vecchia arpia. Sebastiano , il genero, sorpreso nel sorseggiare un Cacchione di qualche anno prima, quasi sputò il contenuto in faccia a Roberto, fratello della moglie.

Che cosa stai dicendo? Farfugliò , quasi. Questa casa è orrenda, ma così lo diventerà ancor di più. Il colore dovrà essere un marrone cotto che si intonerà perfettamente con le altre case dei vicini. Interruppe la discussione Claudia, moglie di Sebastiano. Questa casa non si tocca e se si tocca si farà sentendo il parere dei vicini e delle autorità e del potestà, se necessario. Anzi, oggi pomeriggio sentirò anche il prete, forse dio potrà illuminarci di più. Sebastiano ruotò vistosamente gli occhi in segno di disappunto. Si sa che i panni sporchi è meglio lavarli in casa.

Lo stesso pomeriggio l’argomento divenne di pubblico dominio all’interno della cittadina. Si risvegliò il buon gusto di ciascuno, ma si sa che l’arte nasce dalle opinioni e che le opinioni sono mutevoli. L’imbarazzo sull’opinione della vecchia fu totale, le pressioni sui capimastri dell’edilizia divennero troppe. Il prete disse che dio in queste faccende non avrebbe messo piede, però un colore sul mattone spento non sarebbe stato male.

Parole sacre, disse la moglie. Si sa però che gli uomini sono destinati a disobbedire alle autorità, soprattutto a dio. Ecco i nuovi Adamo che si susseguirono, un partito fu finalmente preso. La maggioranza era d’accordo con un cotto, annacquato si disse, che poi non si sapeva bene che fosse, ma era per far dispetto a dio, alla vecchia arpia e lo stesso podestà che aveva accennato ad un rosso spento.

Viva la libertà, si sentì gridare per le vie. La situazione stava sfuggendo di mano, il capomastro dei futuri lavori della casa dei Raminghi era momentaneamente l’autorità riconosciuta. Demiurgo della nuova primavera di quel paesotto.

Il podestà gridò alla pubblica piazza nella domenica della Pasqua di quell’anno Voi siete dei pazzi! Ve l’avevo detto che era meglio rosso spento!

Liberi di volare

Troppo spesso la saggezza è solamente la prudenza più stagnante – L. Battisti

Quando da piccolo ho imparato il mito di Icaro, la morale trasmessa era più o meno questa: considerate sempre i vostri limiti e in base a quelli stimate le vostre possibilità, abbiatene rispetto. Una morale che invitava alla morigeratezza della propria vita.

Poi si cresce, arriva l’adolescenza e si comincia a fare i conti con il più indisciplinato dei concetti: la libertà. Essa ci si presenta nella sua forma più pura e vera, quella della “ribellione”. La libertà non può che nascere che da una ribellione. Una ribellione di un popolo come di un singolo, una sfida al sistema politico come agli schemi quotidiani della propria vita.

La libertà ha la forma di un bellissimo sogno che ha la capacità di non morire mai: finché conserviamo un sogno di libertà, siamo vivi. Altrimenti siamo solo grigie pedine silenziose che svolgono il proprio ruolo all’interno di una scacchiera dalle potenzialità apparentemente infinite.

E allora si vede il mondo con occhi nuovi, perché in questo consiste (anche) la libertà: nel coraggio di una nuova visione delle cose, di una revisione, lì dove si dimostri necessaria.

E allora il mito di Icaro mi è apparso in tutta la sua meravigliosa natura più profonda, in tutta la sua Bellezza.

Dedalo, per chi non ricordasse una delle versioni del mito, costruì su ordine di Minosse il labirinto destinato a ospitare il minotauro. Minosse, temendo che Dedalo potesse svelare il trucco del labirinto, conoscendone l’uscita, decise di rinchiudervi padre e figlio.

Dedalo progettò delle ali di cera per fuggire dal labirinto e raccomandò al figlio (Icaro) di non volare troppo vicino al sole, altrimenti le ali si sarebbero sciolte e lui sarebbe caduto. Ma Icaro, preso dalla foga del volo, non ascoltò il padre, si avvicinò al sole, le ali si sciolsero e lui cadde, mentre Dedalo arrivò sano e salvo in Sicilia.

Di tutto questo mito ad essere ricordato, inconsciamente, non è Dedalo, cui pure si dovrebbe riconoscere il merito e il genio dell’inventore, ma Icaro. Non diciamo mai “il volo di Dedalo”, ma “il volo di Icaro”, quale che sia la morale.

Icaro, Matisse

Non ricordiamo chi “si salva”, ma chi ha rischiato, ed è morto.

All’eroe, a colui che ha osato, si volgono i nostri occhi, colpiti anch’essi dai riflessi di quel sole che ha inghiottito il desiderio più grande di Icaro: essere al di sopra delle proprie possibilità, al di là dei limiti impostigli.

Finché vi imporrete quei limiti, sarete anche ricordati come severi e morigerati, come buoni padri, come esempi da seguire, come modello di serio e onesto lavoratore. Chi bruca nel proprio recinto, morirà nel proprio recinto. Se vi è tanto cara la terra nella quale pascolate, siete liberi di farvi seppellire in essa.

Tanto siamo tutti destinati a morire.

Ecco perché penso valga la pena inseguire il proprio sogno, il proprio desiderio. Quelle ali di cera che portate sono l’illusione della libertà. La vera libertà consiste nello sbarazzarsene!

Allora siete liberi? O volete continuare ad essere schiavi delle vostre sicurezze, delle vostre certezze praecarie?

Io ho scelto di stare dalla parte di Icaro. Non mi interessa morire. Io voglio vedere il sole, voglio volere volare.

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 286 follower

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: