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Il viziaccio.

 

Scrivere uccide.

Ma nessuno te lo dirà mai.

Sì, confesso: sono uno scrittore. Uno di quelli spacciati, fatti e finiti: il medico mi ha dato solo sette capitoli da scrivere. Mi ha detto “Scrivi una postfazione”, che è il loro modo gentile per dirti che sei finito. Ho cominciato a scrivere quando ero ancora minorenne. La penna me la passò la maestra. Cristo, se ci ripenso. Ero proprio piccolo. Ma allora non c’erano tutti quegli avvertimenti: la scrittura provoca dipendenza, fa male all’anima, è la prima causa di spleen. No. Allora c’erano queste penne nere, questi fogli bianchi.

 

La scrittura elettronica è venuta dopo, e lì mi si è aperto un mondo. Facevo certi racconti… Spesso in solitaria. Poi anche in compagnia. Qualche sera con gli altri miei amici scrittori ci chiudevamo dentro una stanza e stavamo tutto il tempo a scrivere. Alla fine si formava una cappa nera e sgocciolante d’inchiostro tutta intorno a noi. Ma eravamo sazi. Per scrivere ci vuole fisico. Non è roba da mingherlini. Uno scrittore dovrebbe sapere anche tirare di boxe, e andare a caccia.

Non ho mai conosciuto uno migliore di Hemingway. Quando ho letto Hemingway, ho capito che difficilmente avrei trovato dell’inchiostro migliore di quello. C’erano i tori, e il sangue e l’amore, e il sale dell’oceano in quell’inchiostro. Ma il primo è stato Arthur Conan Doyle: la sua scrittura sciolta, lucida, chiara come i ragionamenti di Holmes. Poi ho provato un po’ tutte la marche. Dal noir di Chandler al verismo di Verga, dalla maledizione di Baudelaire a quella di Kerouac. Poi ho cominciato a farmele da me, le storie. A rollarle con quello che avevo a disposizione. All’inizio non era facile, un bel po’ d’inchiostro andava sprecato, la carta non era sempre delle migliori, alle volte erano troppo compatte, altre troppo dispersive. Sempre una questione di trama o di quello che ci vuoi mettere dentro. Io sono uno di quelli che dentro finisce per metterci un po’ tutto, anche perché se provi a tener fuori qualcosa, quel qualcosa ti distruggerà. Tanto vale allora scrivere, anche perché finisco sempre per ritrovarmi nel bel mezzo delle storie, e la scrittura passiva si sa, nuoce più di tutto. Ho provato a smettere. A frequentare posti nei quali fosse vietato scrivere, come i salotti letterari, le mostre radical chic, le conferenze dell’ultimo criminologo alla moda. Ho provato di tutto. Anche leggendo le riviste di vogue o i libri di Fabio Bolo. Ma niente, finisce sempre che alla fine della giornata qualcosa scrivo comunque. Finisce che torno in mezzo ai soliti posti, dove scrivere è un obbligo, certi posti abbandonati dell’anima, frequentati solo da viaggiatori di confine. Scrivere è un viziaccio, e prima o poi ci rimarrò secco.

Adesso scriverò gli ultimi sette capitoli vivendo appieno quello che mi resta da scrivere. E poi fanculo ai medici, ai becchini e ai giardinieri dei fiori del bene. 

 

Il colore dei pesci rossi

-Ciao-

-Come va?-

-Bene grazie, te?-

-Un po’ stanca, ma bene-

-Hai fame?-

-Ora no, mangio dopo!te?-

-Ho mangiato, non sapevo quando saresti tornata. Ho invitato Claudio ed Elisa a cena venerdì, va bene?-

-Si, va bene. Sabato usciamo in barca con Andrea e Ilaria ricordi?-

-Si, ricordo. La sera poi siamo a cena da Paola per la festa di compleanno vero?-

-Si, e domenica a pranzo da tuo fratello in campagna-

-Certo!-

-Tesoro, credi che dovremmo avere un figlio?-

-No cara, non abbiamo tempo vedi?-

-Vero! E che ne dici di un cane?-

-Troppo impegnativo, magari un gatto-

-Il gatto strappa i divani però-

-Hai ragione, non avremmo tempo per il tappezziere poi. E un pesce rosso?-

-Allora un enorme acquario da mettere in sala, con centinaia di pesci tropicali!-

-Mi piace, darebbe colore alla casa-

-Ok, allora domani vado al negozio e…no aspetta, domani ho l’estetista, vai te?-

-Domani ho il massaggio shiatzu-

-Vabbè, andremo un’altra volta magari, siamo pieni d’impegni-

-Va bene, un’altra volta cara. Adesso scusa, sono in chat con Filippo, è stato lasciato dalla moglie, sta male ed io non ho mai tempo di ascoltarlo-

-Va bene, io vado a giocare a farmville di là.-

-’Notte cara, se ho tempo poi ti do il bacio della buona notte-

-’Notte-….-Certo l’acquario darebbe davvero un sacco di colore in questa casa- Pensò lei accendendo il computer.

Laetitia

Attico a New York

Continuano gli appuntamenti con Altre Narratività su Flanerì Magazine!

Un attico a New York, lui e lei che dormono. Lui però non prende sonno: una domanda lo ossessiona….

Per leggere il racconto seguire il link:

Attico a New York

Vivere nuoce gravemente alla salute

Ci ho provato, sbagliando.

Fin quasi a rischiare il cancro o un infarto.

D’altronde me lo avevano detto di stare attento: vivere nuoce gravemente alla salute.

Ho un sacco di vizi: scrivo, provo sentimenti, parlo, rido, piango, leggo.

Scrivo almeno una volta al giorno, e quando non sono impegnato in un vizio, ce n’è sicuramente un altro che mi occupa la giornata, o più vizi contemporaneamente.

Devo smettere di pensare e di provare sentimenti, devo anche smettere di scrivere e di leggere. Devo limitarmi a respirare, d’ora in poi.

Il medico è stato chiaro: respira e basta. Non farti domande, non cercare risposte. Respira, come una pianta.

Stai al tuo posto, e vedrai che vita meravigliosa che avrai.

Quindi ho deciso di seguire i consigli del medico, perché vivere è pericoloso, nuoce gravemente alla salute.

Vabbè, magari, domani smetto.

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Piccolo piccolo piccolo!!!

State scherzando, vero?

Non avete ancora acquistato il nostro libro di poesie?

Acquistatelo pure…a vostro rischio e pericolo!

Effetti collaterali: vivere.

Si può ordinare presso qualsiasi libreria (fisica o online, nonché presso il sito dell’Editore)

Dulcis in fundo: ecco qui il link della registrazione dell’intervista agli autori presso gli studi della web radio Radio Libera Tutti  :

Intervista agli autori

dove tra l’altro potete trovare qualche assaggino…

Lettera aperta a LordBad.

Porthos è il mio cane. Porthos è vivo. Oggi è stato investito. E’ uscito fuori dal suo territorio. Dalla sua casa. Si è spinto oltre, come un Ulisse al di là delle colonne. Una macchina in velocità. L’ha colpito. Lui è balzato.

Ho capito che la morte è fantasiosa. Questo non vuol dire che la morte non è uguale per tutti.

La morte è morte.

Anche quando scherza.

Anche quando fa finta di prenderti e poi ti molla di colpo.

Provo invidia per chi ama la vita. Ignaro. Per inconsapevolezza; per troppo ardore; per ignoranza.

Ignaro che la vita è esattamente come la morte. Ti coglie alla sprovvista. Un giudice che sbatte forsennato il martelletto e decreta se tu devi vivere o devi morire.

Basta un tanto. Una parola. Una parola e tutto diventa Storia.

Il verbo si è fatto carne ecc… , ecc…

Non tutti sanno quanto le parole sono inutili. Non tutti gli scrittori se ne accorgono. Pochi sono quelli che lo dimostrano.

Vedete, siamo degli abusatori. Di parole e quindi di promesse. E il coraggio è la rogna dell’anima. Nessun antibiotico lo combatterà.

Viviamo impauriti. Viviamo miseri.

Siamo plasmati con la miseria. I “plasmon” dell’emozione.

Ed il tempo non è fermo come l’orologio della mia stanza. Il tempo va. Su un purosangue e non un ronzino, come spesso si crede.

Per quanto la vita non si presta alla vita, e quindi ad essere vissuta nella sua interezza, noi abbiamo il diritto e il dovere di sacrificarci, o quantomeno di sforzarci, di andare oltre le nostre potenzialità. I nostri limiti.

Potremmo essere e diventare tutto ciò che vogliamo, se solo lo volessimo.

Cosa ci ferma? Cosa ci blocca? Perché abbiamo tanto timore? Cos’è questo timore che ci impedisce di…?

E’ il non voler perdere quello che si ha. Perché siamo persone comode, fondamentalmente. Comodi comodini accomodati.

Stiamo buttando un sacco di tempo in attesa di un tempo.

Migliore.

E se quel tempo non arriverà mai?

Cosa conta maggiormente: l’attesa del tempo o il tempo dell’attesa?

Qualunque sia la domanda, noi ci stiamo accontentando.

Comunque ci accontenteremo. Ecco perché credo fermamente che bisogna fare almeno il possibile per cambiare le carte in tavola e stravolgere la partita.

Stravolgerci. Sì. Vi rendete conto che la materia, il tatto sarà una delle primissime cose che non ci saranno concesse, domani?

Troppo spesso si ha il timore di accorgersi che si può essere felici anche non essendo se stessi, non essendo uguale a ieri.

Spesso si ha paura di accorgersi che si può perfino non essere felici. Perché fa parte della vita. Del gioco.

Sono franlinguamozza. E come i sette venti sanno, ho il vizio di parlare e dire ciò che penso.

Ora tu, Lordbad, puoi fare orecchie da mercante. Riderci su o perfino commentare con la tua forbita dialettica.

La verità sarà sempre una: potrai guidare questa barcaccia su qualsiasi oceano tu voglia, ma non sarai in grado di guidare il veliero della tua vita se continuerai ad usare la bussola.

Tuo, frank.

Appunti post-buongiorno.

Ho la sensazione che ci sia bisogno di silenzio. Si fermassero per un attimo i calzolai, quei pochi rimasti; i barbieri; i panettieri; gli impiegati d’ufficio ruba stipendio; i preti; i baristi; i braccianti convenienti; le puttane economiche; i malfattori; i secchioni e gli asini; gli edicolanti; gli attacca briga; i nulla facenti; i “tutto fare”; i precari; i sistemati; i sognatori e i rivoluzionari; gli sniffatori.

Si fermassero. Non per la patria né per politica altrui. Bensì per loro stessi.

Spazio a quel vano senso di pace che è tutto un dire e un professare dall’altare immacolato.

Dal seggio del silenzio sono convinto che le cose apparirebbero definite. Questo paese di vecchi vecchi e di giovani vecchi sarebbe migliore per un microfrangente di disperata anomalia. Niente più vanità e ridicolezze. Accuse e diatribe. Il pettegolezzo diverrebbe complimento. L’offesa, perdono. Niente più gare. Arrivismi.

Saremmo la fotografia perfetta di un presepe assopito e progredito. Sussultando con tutta la bellezza appartenutaci da secoli, potremmo espandere questo retaggio ghettizzante ad un’intera umanità. Un’immobile quiete lunga la cruna di un ago concederebbe un pezzo di “paradiso perduto”.

Tuttavia, i sogni giacciono sempre altrove. E Milton era un poeta, fallibile, come tutti i grandi scrittori. Ho una sensazione che non sarà mai sensazione. Costretto a girovagare come carro trascinato da nessun bue per strade su cui sono cresciuto, e che disconosco per la loro infedeltà. Non può un paese appartenerti. Non può una nazione appartenerti. Non può la vita, altresì, appartenerti. Mi chiamano “compaesano”. Mi credono “fratello”. Mi convincono di essere un “compagno”. Addirittura c’è chi aleggia la parola “figlio”. C’è una rete di legami inesistenti che lega l’uomo all’uomo rendendoci alghe attaccate a pescherecci. Non saremo mai liberi. Mai del tutto. Io non sono nessuno; dunque non posso essere “di” nessuno. La fratellanza è pura sopportazione. Dialettica. Quando osservo alcune personalità che scimmiottano la vita pagando con il loro tempo il mutuo della morte, statue di terracotta ferme ad una piazza pronte a sfilare, tacchini su tacchi, e civettano di confessionale in confessionale spogliando spudoratamente l’immagine di poveri Cristi ancora da martirizzare, quando parlo con gente altolocata che firma autografi su pezzi di carta igienica in cambio di una (t)rombante macchina che riverbera di colle in colle, capisco che non c’è niente di fraterno tra me e loro.

Ho pena per queste povere esistenze che sono solamente delle povere esistenze che ripetono un “mia culpa” interminabile di stupidità.

Nondimeno, vien da sollecitare a salvare le anime. Che le nostre siano, come voleva De André, delle anime salve.

Fuori l’estate stenta ad arrivare. I bar si riempiono. Le menti si sono sfollate.

C’è sempre qualcosa destinata ad essere tardiva, altre a non sopraggiungere affatto, come queste parole, presumibilmente.

Flanerì: venerdì pesce!

Negli agitati mari del web abbiamo stretto una collaborazione con l’associazione culturale Flanerì.

Flanerì è soprattutto una “piattaforma plasmabile e in continuo movimento”.

Ci è piaciuto fin da subito lo spirito dinamico che la contraddistingue: dalle recensioni agli articoli alla narrativa al magazine cartaceo!

La collaborazione consiste in una parallela pubblicazione di racconti inediti degli autori di questo blog, che hanno l’onore di essere ospitati nelle acque di Flanerì, ogni due venerdì del mese.

Per cominciare si è scelto un racconto già edito, ma per molti lettori certamente ancora inedito: Amore (a qualcuno piace parallelo).

Seguiteci come sempre sia qui che su Flanerì: vi faremo pescatori di vongole e di merluzzi.

Link:

Amore (a qualcuno piace parallelo)

Flanerì 

FLANERÌ: “O FRASTUONI E VISIONI! PARTO PER AFFETTI E RUMORI NUOVI!”

La differenza tra me e Tiziano Ferro

La prima differenza tra me e Tiziano Ferro suppongo sia nel conto in banca. Insomma qualcosina lui avrà pure guadagnato in tutti questi anni. Io invece sono ancora qui a scrivere blog e a farmi le vene di inchiostro. Morirò tossico di versi.

La seconda differenza tra me e Tiziano Ferro consiste nel numero di faaaansssss!

Lui ha molti più faaanssss di me, anzi parliamoci chiaramente, ha molte più faaaaanssss. Non che io non abbia il mio discreto numero di fans, insomma ci sono i miei genitori, i miei amici, ah sì l’amico di mio zio, ah già e non dimentichiamoci i cugini di Caltanissetta, che ho visto l’ultima volta nove anni fa. Qualcuno si è perso per strada, ma insomma com’è che si dice? Pochi ma buoni.

La terza differenza tra me e Tiziano Ferro è che…

Non lo so francamente. Non conosco questo tizio più di quanto non conosca i suoi testi.

Così i libri e in genere le opere di un qualsiasi autore quanto possono effettivamente dirci di quell’autore? A me piace essere contraddittorio. Il più delle volte quando scrivo la finzione si mescola alla realtà. Non ha più importanza la demarcazione netta tra l’una e l’altra. L’incantesimo virtuale di Matrix è stato spezzato.

Creature

Penso che quando dio crea la creatura le consegna un libero arbitrio che, sviluppato alla massima potenza, consente a quella creatura di dimenticarsi dello stesso creatore. Non potrà magari prendere il suo posto, ma a che pro? Ci saranno sempre altri autori, altre divinità in grado di creare.

Sempre mettendo da parte semidei e falsi miti. La creatura divina resisterà alle ingiurie del tempo, annettendo a sé un’istanza storica ed estetica.

La differenza tra me e Kundera, la differenza tra me e Hemingway, la differenza tra me e quello che vorrei diventare, che forse già sono, che forse non sarò mai.

Ma a volte mi spaventa soprattutto la differenza tra me e te, lettore, amico di un istante, di una pagina, di una convenzione chiamata linguaggio.

Quando ogni certezza verrà distrutta, sarà il tempo di ricostruire le differenze, di accettarle, di superarle.

Un giorno che inizia con l’alba non è detto che finisca con il tramonto.

P.s.: i migliori auguri a Tiziano Ferro, uscita del nuovo album prevista per il 28 novembre.

Almeno la luna

Non dico te, non dico voi, non dico loro…
Ma almeno la luna
Starà ad ascoltare
Questa maledetta nostalgia
Che provo anche quando sei qui
E le parole
Anche le parole mi suonano così
Stupide
Così Inutili
Ma è tutto quello che ho
Adesso
E se non vuoi nemmeno leggermi dentro
Almeno la luna
Almeno lei lo farà.

URBAN LITTLE FANTASY, CAPITOLO 3


 ULF s01e03, Sai da cosa fuggi…

Il barista doveva aver creduto che non avessi da pagare. Mentre sorseggiavo il cappuccino mi guardava con sospetto. Ma non gli avevo dato molto peso. Erano passate tre ore, e avevo tutta l’aria di un senzatetto stralunato che avesse appena visto un fantasma.

Il dilemma era come affrontare ciò che avevo appena visto. O avevo creduto di aver visto. O sentito. Sono certo che un altro al posto mio avrebbe ordinato del whisky, per schiarirsi le idee, come si dice in certi film di serie B. Ma io no. Avevo ordinato un cappuccino. Avevo visto un coniglio vestito di tutto punto e avevo ordinato un cappuccino. Forse era quella la cosa anomala. Il fatto che avessi ordinato un cappuccino in un bar dopo aver creduto di parlare con un coniglio, o insomma averlo ascoltato.

Avevo letto Alice nel paese delle meraviglie e lì c’era un coniglio, e avevo visto anche un film del quale non ricordavo il nome dove c’era questo coniglio gigante che annunciava la fine del mondo. Ma non erano le opere migliori che conoscessi e la mia cultura sui conigli si fermava più o meno lì. Non ne avevo mai desiderato un esemplare per addomesticarlo, né mai lo avevo tenuto in mano. Ora che ci pensavo era il primo coniglio che vedessi in vita mia, dal vivo intendo.

O da quasi vivo. Ammesso che fosse morto. Ammesso che fosse vero, oltretutto.

Pago il conto con i pochi spiccioli che mi erano rimasti in tasca. Ecco mi mancano le chiavi! Impreco, le dovrò chiedere al proprietario dell’appartamento che per fortuna abita al piano di sopra. E inventarmi anche una scusa valida per una figura del genere! Che situazione da schifo. Esco in strada, ha smesso di piovere ma comincia a far buio presto ormai, sono già le cinque e mezza, devo affrettare il passo prima che possa ricominciare a buttarla giù.

Dì che ti manda Zach il Nero. Dì che sei il Passante. – le parole del coniglio continuavano a tornarmi in mente, il suo sguardo, il suo sangue. Non avevo nemmeno capito da dove venisse quel sangue, forse ero troppo concentrato a guardare i suoi occhi neri, e la zampa, quella zampa.

E poi perché un coniglio bianco dovrebbe farsi chiamare il Nero? – forse stavo dando troppe cose per scontato. Era tutta una stupida allucinazione, uno scherzo della mente.

Devo prendermi una pausa dallo studio – pensai.

Attraversai la strada. Allungai il passo. Mi voltai. Qualcuno dietro di me mi stava seguendo. Un uomo leggermente più alto, con un soprabito scuro e un cappello, il volto in ombra. Chi porta un cappello a falda larga di notte?, mi chiesi. Imboccai alcuni vicoli. Mi voltai ancora, a tratti. Il tizio continuava a seguirmi.

Iniziai a correre. E anche il tizio iniziò a correre.

In fuga da cosa? Cavolo avrei dovuto segnarmi a quel corso di kung fu, forse adesso non starei scappando come un maledetto codardo. Non c’era nessuno in strada. Tranne qualche macchina. Quella parte della città era sempre deserta a quell’ora. I marciapiedi erano stati costruiti più per obbligo di legge che per conveniente utilizzo degli abitanti. Almeno questo era uno delle solite e ripetute critiche che continuavo a sentire al corso di ingegneria urbana.

Svoltai a destra, poi a sinistra, non c’era nemmeno un negozio aperto nel quale entrare e chiedere aiuto. E, come succede nelle situazioni più strampalate, finii per sentirmi in trappola. Avevo appena imboccato un vicolo chiuso.

 

Attendo cinque minuti. Nessun rumore. Sembra che il tipo abbia rinunciato a inseguirmi, oppure sono riuscito a seminarlo, come si dice nei film. Io che associavo la parola seminare al settore agricolo. Io, un seminatore. O forse un malato di mente, sicuramente uno psicopatico ossessionato da manie di persecuzione: probabilmente non mi sta inseguendo nessuno.

Decido di attendere altri dieci minuti, per precauzione, nascosto dietro un cassonetto dell’immondizia. Alle mie spalle un muricciolo fa da confine tra due abitazioni. Guardo in alto, da qualche finestra fuoriesce la luce accesa, qualche ombra, gente che si prepara a cenare. Se dovessi trovarmi in pericolo ed urlassi qualcuno si affaccerebbe per certo.

Poi lo sento. Uno strisciare. Forse è solo una sensazione, forse è un gatto, un topo, qualcun altro. Finché non lo vedo sbucare all’angolo. E avanzare lentamente nel vicolo.

BENE, BENE, BENE!!! È PIù FACILE DI QUANTO PENSASSI! LO SO CHE SEI QUI, UMANO. NON SO COSA TI ABBIA RACCONTATO QUELLO SCHIFOSO DI ZACH IL NERO. MA NON DOVREBBE AVER AVUTO MOLTO TEMPO, ADORO SGOZZARE I CONIGLI, PECCATO CHE NON HO AVUTO TEMPO DI FINIRE IL LAVORO CON QUEL BASTARDO…E CON TE!”

Mi sporgo appena dal cassonetto. Tra me e lui c’è una risibile distanza di sette metri, pochi secondi e arriverà fin qui. Nella mano destra stringe qualcosa. Un coltello, una lama che dovrebbe avere trenta o quaranta centimetri. Vuole uccidermi.

Esco allo scoperto, a mani alzate.

“Ascolta, non so chi tu sia, e non so cosa vuoi da me. Se è questione di soldi posso darti quelli che ho.”

“Soldi? Stai cercando di corrompermi umano? Stai cercando di corrompere me, un’anima già corrotta?”

Finalmente posso vederlo in faccia. Sotto il cappello il volto sembra segnato da tutta una serie disordinata di graffi e cicatrici. Ha le orecchie a punta, proprio come Spock in Guerre Stellari. Oppure non è quello il personaggio, forse non è nemmeno la saga giusta. Ma non c’è tempo, adesso, per pensare alla fantascienza.

“Sto cercando di risolvere questa situazione pacificamente…Ti prego non farmi del male…” – mi inginocchio a mani alzate.

“Ecco, da bravo prostrati umano! Che razza schifosa che siete! Tu poi non vali nemmeno un centesimo della mezza tacca dell’originale!”

“Cosa stai dicendo…? Io davvero non capisco cosa sta succedendo!”

Avanza deciso. Ora posso vedere i suoi occhi. Rossi. Deve trattarsi del demonio. Lo sapevo che non avrei dovuto diventare ateo. Mi punta la lama alla gola.

“è un peccato, ucciderti…Anche se non sai per cosa muori, sappi che muori per una giusta causa, UMAAANOOOOO!”

Ora mi infilza. Mi porto le mani alla testa. La paura mi paralizza. Il cuore accelera le pulsazioni. Non riesco ad emettere il minimo suono malgrado la mia bocca sia spalancata e io voglia gridare. Non penso a nulla. Aspetto che tutto questo finisca. Ecco, ora mi infilza come un agnello. Porta leggermente indietro il gomito, come se servisse una rincorsa per penetrare nella pelle della mia gola. Lo guardo ancora, fisso nei suoi occhi rossi.

Poi la sua bocca si spalanca. Più della mia. È un attimo. Un rantolo e si accascia su di me. Cado sotto il suo peso morto. Il coltello è scivolato poco vicino dalla sua mano. Trovo il modo di sgusciare via tremando da sotto il suo corpo. Da ginocchioni mi rialzo. Incespico e mi rialzo ancora. Mi porto all’angolo e guardo finalmente la scena.

Sulla schiena dello sconosciuto sono conficcate tre frecce. Una pozzanghera di sangue inizia a ridipingere il grigio asfalto. A quell’ora sembra solo fanghiglia scura, brodaglia.

“Forse avrei dovuto mirare alla testa. In quel caso una freccia sarebbe stata più che sufficiente.”

Guardo davanti a me.

Un tipo mingherlino, basso mi sta venendo incontro. Ha la faccia di un gatto. No, è un gatto. Vestito di tutto punto di quella che sembra essere una uniforme.

“Miao, colonnello Henry Lime. Piacere di conoscerti figliuolo. Sono venuto a salvarti la vita. E dovrai venire con me. Con le buone o con le cattive.”

Nella zampa destra stringe una balestra.

“So già tutto – aggiunge – Zach il Nero è stato trovato nel tuo appartamento, morto. Ah, sì stai tranquillo io sono dei buoni, insomma sto dalla tua parte. Almeno finché mi pagano per starci. Brutti tempi nel vecchio Mondo, sai?”

“Che cosa devo fare?” – gli domando attonito.

“Seguimi, e ti sarà tutto più chiaro.”

“Dove andiamo?”

“In un posto dove nessuno ha intenzione di sgozzarti. È sufficiente per ora?”

Ragiono, se ragionare è il termine adatto, per qualche secondo. Guardo il cadavere dell’uomo dalle orecchie puntute, tre frecce nella schiena e una lama accanto.

“Sì, è sufficiente, per ora. Ma dovrai spiegarmi tutto.”

Il gatto in uniforme, una bella uniforme mimetica color grigio, alza le pupille al cielo.

“Sì, sì, poi ti spiego tutto. Per ora sappi che mi devi una freccia. Le altre due le offre la ditta.”

“Quale ditta?” – chiedo.

“Mercenari Express. Al vostro servizio.”

Mi porge un biglietto. Lo prendo. C’è scritto:

MERCENARI EXPRESS.

Sotto la scritta c’è un’impronta di zampa di gatto, riprodotta in scala. Decisamente in scala per questo gatto.

“Ora basta con le domande. Andiamo. Miao.”

Lo seguo.

Niente di che

Niente di importante, niente di urgente.

Niente di che.

Nascere.

Conseguire una serie di funzioni fisiologiche.

Sbagliarsi, indovinare, piccole soddisfazioni.

Conoscere la morte da vicino: un freddo cadavere, una veglia infinita.

Cercare il sole con tutte le proprie forze.

Ciò che conta, dicono, è il percorso.

Incontrare la donna che decidi di amare.

Amarla.

Amarla.

Amarla.

Come uno stupidoscioccoostinatocretino.

Amare ogni centimetro della sua pelle.

Sentirsi come in certe canzoni che prima dicevi che erano banali.

E perdere tutto.

E dover ricominciare.

Per poter raccontare qualche altra cosa.

Ma dentro resta una malattia, una morte, un graffio.

Sentimenti dai quali non ci si redime.

Amarla,amarla,amarla.

Quando il mondo sarà finito, e non ci sarà più nessuno, non ci sarà più nemmeno lei

Tu sarai ancora lì.

In un grande cosmico caos di Nulla

Tu Ami Lei.

E come un dio

la crei, e le crei un mondo,

è la genesi e l’apocalisse

di ogni tuo respiro.

Amarla, oltre l’eternità.

Fino al punto estremo:

tentare di non amarla più.

Da un altro mondo

A Lei

che forse un giorno capirà

Una brutta bestia

L’amore, Jim Cluskey lo sapeva, è una brutta bestia.

Ed era esattamente questo che Jim Cluskey stava pensando mentre pedalava giù verso Little Rock. La luce della luna piena gli illuminava il sentiero dissestato e selvaggio della discesa, ma Jim, Jimmie per gli amici,Scimmia per i nemici, non avrebbe avuto ugualmente problemi. Conosceva tutte le buche di quella strada e le avrebbe agevolmente evitate anche a occhi chiusi, inseguito da un branco di lupi. Affamati.

Jim svoltò davanti alla Roccia del Padre: era così che gli antenati avevano chiamato l’ammasso roccioso che si ergeva sulla strada. Qualcuno diceva che lì, cento anni prima, era accaduto un terribile omicidio. Ma a Jim Cluskey questa cosa non importava minimamente, non adesso almeno che stava accelerando sempre di più, frenando qui e lì, aggiustando di tanto in tanto il manubrio in qualche curva, non adesso che in mente aveva un unico pensiero: rivedere Mary. Era almeno una settimana che Mary non si faceva sentire. L’ultima volta avevano litigato. Ogni tanto capitava, ma negli ultimi tempi la cosa era più frequente. Finiva che litigavano sempre per delle minuzie. Jimmie avrebbe evitato tranquillamente, ma niente: Mary doveva per forza tirare in ballo qualche cosa. Adesso non le andavano bene le scarpe con i lacci rossi, adesso non le andava bene la raccolta di mp3 che aveva scaricato da internet per lei, adesso non le andava bene…

Un cazzo! – pensò Jim – Che cazzo devo fare ancora? Non le va mai bene un cazzo, e sarà così per sempre.

Sulla scia di questo pensiero, frenò una volta arrivato sulla piccola striscia di sabbia che era Little Rock. L’aria salmastra dell’oceano gli invase le narici. Si guardò intorno e vide Mary al loro solito posto. Le andò incontro.

“Ciao.” – la salutò Jim.

“Sei in ritardo.”

“Ho fatto prima che ho potuto”

“Non cambi mai. Se ti do un appuntamento, significa che devi essere puntuale.”

“Ascoltami bene…”

“No ascoltami tu Jim, o Jimmie, o Scimmia, che comincio a pensare che fanno proprio bene a chiamarti così…Io devo dirti che ti lascio, okay? Non possiamo continuare così. Tu mi fai proprio schifo. Guardati, ti sei visto almeno? Non sei nemmeno in grado di reagire. Sempre a fare il dolce con me. Sempre a fare quello gentile e cortese. Sai perché sono stata con te? Quasi per pietà, per compassione.”

Jim stringeva i pugni e i denti, e la fissava scuro in volto. Alla luce della luna uno strano riflesso colorò le sue pupille. A Mary sembrò quasi che si fossero dilatate.

“Fai schifo. Non hai nemmeno un filo di muscolo. Insomma potresti anche andare un po’ in palestra anziché star sempre ingobbito davanti al pc a giocare a Starcraft e a fare di me il centro della tua vita, non trovi?Ah, se vuoi proprio saperlo, è almeno un mese che ti metto le corna. Con Lester Greyman, almeno lui ce l’ha più grosso di te. Ahahahah!” – Mary rideva, si piegò quasi in due dal ridere. Jim pensò che non era proprio il caso di darle il regalo che aveva preparato con tanta cura.

“Troia.” – questa fu l’unica cosa che Jim Cluskey disse prima di sferrarle un pugno, due, tre, perse il conto, poi la annegò a riva. Trascinò il corpo in una rientranza della baia. Lo seppellì. Impiegò sei ore, malgrado la corporatura più grande del normale. Non era l’ideale scavare a zampe nude. Ululò alla luna e accolse con fervore il nuovo giorno e la nuova vita. Si guardò le mani: il pelo cominciò a rientrare. Le orecchie si nascosero dietro la folta capigliatura. Gli artigli tornarono ad essere unghie. Le zanne andarono a nascondersi sotto la muscolatura facciale. Era per questo che lo chiamavano Scimmia. Se avessero conosciuto la sua vera natura lo avrebbero chiamato Lupo. Un lupo mannaro. Sistemò il cuore della sua ex nella borsa: lo avrebbe scongelato per il giorno del Ringraziamento. Di lì a due giorni sarebbe arrivato Halloween. Avrebbe risparmiato del denaro per quella deficiente. Anzi, decise che d’ora in avanti avrebbe evitato di innamorarsi. Almeno di innamorarsi delle persone sbagliate.

L’amore è una brutta bestia, Jim Cluskey lo sapeva bene. 

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