Tag Archive | lettura

Il viziaccio.

 

Scrivere uccide.

Ma nessuno te lo dirà mai.

Sì, confesso: sono uno scrittore. Uno di quelli spacciati, fatti e finiti: il medico mi ha dato solo sette capitoli da scrivere. Mi ha detto “Scrivi una postfazione”, che è il loro modo gentile per dirti che sei finito. Ho cominciato a scrivere quando ero ancora minorenne. La penna me la passò la maestra. Cristo, se ci ripenso. Ero proprio piccolo. Ma allora non c’erano tutti quegli avvertimenti: la scrittura provoca dipendenza, fa male all’anima, è la prima causa di spleen. No. Allora c’erano queste penne nere, questi fogli bianchi.

 

La scrittura elettronica è venuta dopo, e lì mi si è aperto un mondo. Facevo certi racconti… Spesso in solitaria. Poi anche in compagnia. Qualche sera con gli altri miei amici scrittori ci chiudevamo dentro una stanza e stavamo tutto il tempo a scrivere. Alla fine si formava una cappa nera e sgocciolante d’inchiostro tutta intorno a noi. Ma eravamo sazi. Per scrivere ci vuole fisico. Non è roba da mingherlini. Uno scrittore dovrebbe sapere anche tirare di boxe, e andare a caccia.

Non ho mai conosciuto uno migliore di Hemingway. Quando ho letto Hemingway, ho capito che difficilmente avrei trovato dell’inchiostro migliore di quello. C’erano i tori, e il sangue e l’amore, e il sale dell’oceano in quell’inchiostro. Ma il primo è stato Arthur Conan Doyle: la sua scrittura sciolta, lucida, chiara come i ragionamenti di Holmes. Poi ho provato un po’ tutte la marche. Dal noir di Chandler al verismo di Verga, dalla maledizione di Baudelaire a quella di Kerouac. Poi ho cominciato a farmele da me, le storie. A rollarle con quello che avevo a disposizione. All’inizio non era facile, un bel po’ d’inchiostro andava sprecato, la carta non era sempre delle migliori, alle volte erano troppo compatte, altre troppo dispersive. Sempre una questione di trama o di quello che ci vuoi mettere dentro. Io sono uno di quelli che dentro finisce per metterci un po’ tutto, anche perché se provi a tener fuori qualcosa, quel qualcosa ti distruggerà. Tanto vale allora scrivere, anche perché finisco sempre per ritrovarmi nel bel mezzo delle storie, e la scrittura passiva si sa, nuoce più di tutto. Ho provato a smettere. A frequentare posti nei quali fosse vietato scrivere, come i salotti letterari, le mostre radical chic, le conferenze dell’ultimo criminologo alla moda. Ho provato di tutto. Anche leggendo le riviste di vogue o i libri di Fabio Bolo. Ma niente, finisce sempre che alla fine della giornata qualcosa scrivo comunque. Finisce che torno in mezzo ai soliti posti, dove scrivere è un obbligo, certi posti abbandonati dell’anima, frequentati solo da viaggiatori di confine. Scrivere è un viziaccio, e prima o poi ci rimarrò secco.

Adesso scriverò gli ultimi sette capitoli vivendo appieno quello che mi resta da scrivere. E poi fanculo ai medici, ai becchini e ai giardinieri dei fiori del bene. 

 

Il colore dei pesci rossi

-Ciao-

-Come va?-

-Bene grazie, te?-

-Un po’ stanca, ma bene-

-Hai fame?-

-Ora no, mangio dopo!te?-

-Ho mangiato, non sapevo quando saresti tornata. Ho invitato Claudio ed Elisa a cena venerdì, va bene?-

-Si, va bene. Sabato usciamo in barca con Andrea e Ilaria ricordi?-

-Si, ricordo. La sera poi siamo a cena da Paola per la festa di compleanno vero?-

-Si, e domenica a pranzo da tuo fratello in campagna-

-Certo!-

-Tesoro, credi che dovremmo avere un figlio?-

-No cara, non abbiamo tempo vedi?-

-Vero! E che ne dici di un cane?-

-Troppo impegnativo, magari un gatto-

-Il gatto strappa i divani però-

-Hai ragione, non avremmo tempo per il tappezziere poi. E un pesce rosso?-

-Allora un enorme acquario da mettere in sala, con centinaia di pesci tropicali!-

-Mi piace, darebbe colore alla casa-

-Ok, allora domani vado al negozio e…no aspetta, domani ho l’estetista, vai te?-

-Domani ho il massaggio shiatzu-

-Vabbè, andremo un’altra volta magari, siamo pieni d’impegni-

-Va bene, un’altra volta cara. Adesso scusa, sono in chat con Filippo, è stato lasciato dalla moglie, sta male ed io non ho mai tempo di ascoltarlo-

-Va bene, io vado a giocare a farmville di là.-

-’Notte cara, se ho tempo poi ti do il bacio della buona notte-

-’Notte-….-Certo l’acquario darebbe davvero un sacco di colore in questa casa- Pensò lei accendendo il computer.

Laetitia

Attico a New York

Continuano gli appuntamenti con Altre Narratività su Flanerì Magazine!

Un attico a New York, lui e lei che dormono. Lui però non prende sonno: una domanda lo ossessiona….

Per leggere il racconto seguire il link:

Attico a New York

Vivere nuoce gravemente alla salute

Ci ho provato, sbagliando.

Fin quasi a rischiare il cancro o un infarto.

D’altronde me lo avevano detto di stare attento: vivere nuoce gravemente alla salute.

Ho un sacco di vizi: scrivo, provo sentimenti, parlo, rido, piango, leggo.

Scrivo almeno una volta al giorno, e quando non sono impegnato in un vizio, ce n’è sicuramente un altro che mi occupa la giornata, o più vizi contemporaneamente.

Devo smettere di pensare e di provare sentimenti, devo anche smettere di scrivere e di leggere. Devo limitarmi a respirare, d’ora in poi.

Il medico è stato chiaro: respira e basta. Non farti domande, non cercare risposte. Respira, come una pianta.

Stai al tuo posto, e vedrai che vita meravigliosa che avrai.

Quindi ho deciso di seguire i consigli del medico, perché vivere è pericoloso, nuoce gravemente alla salute.

Vabbè, magari, domani smetto.

Piccolo Spazio Pubblicità

Piccolo Spazio Pubblicità

Piccolo Spazio Poesia

Piccolo Spazio in Espansione

Piccolo piccolo piccolo!!!

State scherzando, vero?

Non avete ancora acquistato il nostro libro di poesie?

Acquistatelo pure…a vostro rischio e pericolo!

Effetti collaterali: vivere.

Si può ordinare presso qualsiasi libreria (fisica o online, nonché presso il sito dell’Editore)

Dulcis in fundo: ecco qui il link della registrazione dell’intervista agli autori presso gli studi della web radio Radio Libera Tutti  :

Intervista agli autori

dove tra l’altro potete trovare qualche assaggino…

Lettera aperta a LordBad.

Porthos è il mio cane. Porthos è vivo. Oggi è stato investito. E’ uscito fuori dal suo territorio. Dalla sua casa. Si è spinto oltre, come un Ulisse al di là delle colonne. Una macchina in velocità. L’ha colpito. Lui è balzato.

Ho capito che la morte è fantasiosa. Questo non vuol dire che la morte non è uguale per tutti.

La morte è morte.

Anche quando scherza.

Anche quando fa finta di prenderti e poi ti molla di colpo.

Provo invidia per chi ama la vita. Ignaro. Per inconsapevolezza; per troppo ardore; per ignoranza.

Ignaro che la vita è esattamente come la morte. Ti coglie alla sprovvista. Un giudice che sbatte forsennato il martelletto e decreta se tu devi vivere o devi morire.

Basta un tanto. Una parola. Una parola e tutto diventa Storia.

Il verbo si è fatto carne ecc… , ecc…

Non tutti sanno quanto le parole sono inutili. Non tutti gli scrittori se ne accorgono. Pochi sono quelli che lo dimostrano.

Vedete, siamo degli abusatori. Di parole e quindi di promesse. E il coraggio è la rogna dell’anima. Nessun antibiotico lo combatterà.

Viviamo impauriti. Viviamo miseri.

Siamo plasmati con la miseria. I “plasmon” dell’emozione.

Ed il tempo non è fermo come l’orologio della mia stanza. Il tempo va. Su un purosangue e non un ronzino, come spesso si crede.

Per quanto la vita non si presta alla vita, e quindi ad essere vissuta nella sua interezza, noi abbiamo il diritto e il dovere di sacrificarci, o quantomeno di sforzarci, di andare oltre le nostre potenzialità. I nostri limiti.

Potremmo essere e diventare tutto ciò che vogliamo, se solo lo volessimo.

Cosa ci ferma? Cosa ci blocca? Perché abbiamo tanto timore? Cos’è questo timore che ci impedisce di…?

E’ il non voler perdere quello che si ha. Perché siamo persone comode, fondamentalmente. Comodi comodini accomodati.

Stiamo buttando un sacco di tempo in attesa di un tempo.

Migliore.

E se quel tempo non arriverà mai?

Cosa conta maggiormente: l’attesa del tempo o il tempo dell’attesa?

Qualunque sia la domanda, noi ci stiamo accontentando.

Comunque ci accontenteremo. Ecco perché credo fermamente che bisogna fare almeno il possibile per cambiare le carte in tavola e stravolgere la partita.

Stravolgerci. Sì. Vi rendete conto che la materia, il tatto sarà una delle primissime cose che non ci saranno concesse, domani?

Troppo spesso si ha il timore di accorgersi che si può essere felici anche non essendo se stessi, non essendo uguale a ieri.

Spesso si ha paura di accorgersi che si può perfino non essere felici. Perché fa parte della vita. Del gioco.

Sono franlinguamozza. E come i sette venti sanno, ho il vizio di parlare e dire ciò che penso.

Ora tu, Lordbad, puoi fare orecchie da mercante. Riderci su o perfino commentare con la tua forbita dialettica.

La verità sarà sempre una: potrai guidare questa barcaccia su qualsiasi oceano tu voglia, ma non sarai in grado di guidare il veliero della tua vita se continuerai ad usare la bussola.

Tuo, frank.

Appunti post-buongiorno.

Ho la sensazione che ci sia bisogno di silenzio. Si fermassero per un attimo i calzolai, quei pochi rimasti; i barbieri; i panettieri; gli impiegati d’ufficio ruba stipendio; i preti; i baristi; i braccianti convenienti; le puttane economiche; i malfattori; i secchioni e gli asini; gli edicolanti; gli attacca briga; i nulla facenti; i “tutto fare”; i precari; i sistemati; i sognatori e i rivoluzionari; gli sniffatori.

Si fermassero. Non per la patria né per politica altrui. Bensì per loro stessi.

Spazio a quel vano senso di pace che è tutto un dire e un professare dall’altare immacolato.

Dal seggio del silenzio sono convinto che le cose apparirebbero definite. Questo paese di vecchi vecchi e di giovani vecchi sarebbe migliore per un microfrangente di disperata anomalia. Niente più vanità e ridicolezze. Accuse e diatribe. Il pettegolezzo diverrebbe complimento. L’offesa, perdono. Niente più gare. Arrivismi.

Saremmo la fotografia perfetta di un presepe assopito e progredito. Sussultando con tutta la bellezza appartenutaci da secoli, potremmo espandere questo retaggio ghettizzante ad un’intera umanità. Un’immobile quiete lunga la cruna di un ago concederebbe un pezzo di “paradiso perduto”.

Tuttavia, i sogni giacciono sempre altrove. E Milton era un poeta, fallibile, come tutti i grandi scrittori. Ho una sensazione che non sarà mai sensazione. Costretto a girovagare come carro trascinato da nessun bue per strade su cui sono cresciuto, e che disconosco per la loro infedeltà. Non può un paese appartenerti. Non può una nazione appartenerti. Non può la vita, altresì, appartenerti. Mi chiamano “compaesano”. Mi credono “fratello”. Mi convincono di essere un “compagno”. Addirittura c’è chi aleggia la parola “figlio”. C’è una rete di legami inesistenti che lega l’uomo all’uomo rendendoci alghe attaccate a pescherecci. Non saremo mai liberi. Mai del tutto. Io non sono nessuno; dunque non posso essere “di” nessuno. La fratellanza è pura sopportazione. Dialettica. Quando osservo alcune personalità che scimmiottano la vita pagando con il loro tempo il mutuo della morte, statue di terracotta ferme ad una piazza pronte a sfilare, tacchini su tacchi, e civettano di confessionale in confessionale spogliando spudoratamente l’immagine di poveri Cristi ancora da martirizzare, quando parlo con gente altolocata che firma autografi su pezzi di carta igienica in cambio di una (t)rombante macchina che riverbera di colle in colle, capisco che non c’è niente di fraterno tra me e loro.

Ho pena per queste povere esistenze che sono solamente delle povere esistenze che ripetono un “mia culpa” interminabile di stupidità.

Nondimeno, vien da sollecitare a salvare le anime. Che le nostre siano, come voleva De André, delle anime salve.

Fuori l’estate stenta ad arrivare. I bar si riempiono. Le menti si sono sfollate.

C’è sempre qualcosa destinata ad essere tardiva, altre a non sopraggiungere affatto, come queste parole, presumibilmente.

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 291 follower

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: