La rosa nel cortile
Splendido niente di un uomo che cammina
G. Grignani
Alice si chiedeva che diavolo stesse facendo quel ragazzo lì nel cortile. Girava in tondo e probabilmente pensava. Lo aveva visto poche volte, malgrado abitassero nello stesso condominio, e in quelle rare occasioni c’era sempre stato del formale imbarazzo tra loro, quasi che ad entrambi non interessasse salutare l’altro, tuttavia ogni tanto ricordavano di farlo, in onore delle formalità.
A un certo punto stava prendendo a calci qualcosa, forse un sasso. Poi Alice si concentrò meglio e capì che quello doveva essere un bocciolo di rosa. Il cortile in quella stagione ne era pieno considerato il roseto poco distante.
Prendeva a calci il bocciolo, quello si spostava, lui lo raggiungeva, tirava un altro calcio con la punta della scarpa. Mano a mano che il bocciolo era preso a calci si andava rompendo, perdendo ora una fogliolina verde, ora un petalo.
Alice scosse la testa. “Perché doveva essere così pensieroso?” Guardò un libro di poesie poggiato sul letto e si ricordò di alcuni versi.
“Osate calpestare le aiuole”- aveva declamato il poeta. Così decise di scendere in cortile.

Abitava al primo piano, quindi le occorse soltanto un minuto per trovarsi giù, arrivò appena in tempo per guardare il ragazzo mettere fine a quel gioco bizzarro. Dopo un ultimo calcio, lui raggiunse il bocciolo e lo calpestò, insistendo con la pianta del piede, quasi come se dovesse schiacciare un qualcosa di ben solido e quindi gli occorresse molta forza. Alice credette di intuire sul volto del ragazzo che guardava in terra un’espressione rancorosa.
“Perché lo fai?”
Lui si voltò, evidentemente sorpreso dalla presenza di Alice che non aveva notato.
“Faccio cosa?” – replicò con aria interrogativa, quasi colto sul fatto, con l’espressione innocente di chi sostiene “Non sono stato io, non so di cosa stai parlando”
“Perché schiacci la rosa?”
Il ragazzo sospirò, guardò il bocciolo, del quale non era rimasto che un piatto groviglio di petali e una macchia umidiccia intorno, poi disse:
“Non dovrei?”
“Le rose sono belle, non dovrebbero essere schiacciate.”
“E chi l’ha detto?”
Alice fece spallucce, allargò le braccia e alzò gli occhi al cielo.
“La natura.”
“La natura? Dovresti sapere invece che la natura è crudele, forse bella sì, ma crudele e pericolosa. Le rose potrebbero schiacciare te.”
Alice andò a sedersi su una panchina.
“Non ti facevo filosofo.”
Lui le si sedette accanto.
“Non ti facevo impicciona.”
Alice si alzò e affrettò il passo verso il portone, sbuffando. Lui la rincorse.
“Scusami…scusami, non intendevo offenderti. Non sto tanto della quale oggi!”
Lei si voltò.
“Tu schiacci rose, ecco cosa fai.” , poi riprese il passo.
Lui la bloccò trattenendola per un braccio.
“Io non schiaccio rose, mi difendo. Mi difendo prima che loro schiaccino me.”
“E io non intendevo schiacciarti. Volevo essere d’aiuto!” – Alice aveva alzato la voce.
“Vuoi essere d’aiuto? Allora diamo fuoco al roseto. Diamo fuoco a tutte le rose. Ecco come puoi essermi d’aiuto.” – anche il ragazzo aveva alzato la voce.
Poi si fece silenzio nel cortile. Lui aveva lasciato il suo braccio, entrambi guardavano in terra.
“Forse non dovresti dare fuoco al roseto. Forse lì in mezzo c’è una rosa buona!” – mormorò Alice a voce bassa.
“Forse…”
“Se vuoi ti aiuto a cercarla.”
“Come si fa a riconoscere la rosa buona da quella non buona?”
“Bè, anche la rosa buona ti farà male…ma ti sarà impossibile schiacciarla.”
Il ragazzo annuì. Alice gli tese la mano:
“Io comunque mi chiamo Alice.”
“Mario. – disse lui rispondendo alla stretta – Mi insegnerai?”
Alice sorrise e rispose:
“Sì.”
Sostiene Tabucchi

Antonio Tabucchi (Pisa, 24 settembre 1943 – Lisbona, 25 marzo 2012
L’ultima pagina che hai letto è stata un toro in mezzo al petto
…ma è solo vita che entra dentro!
L’altra metà del cielo
L’altra metà del cielo
è un bianco veliero
che infrange l’orizzonte
ne spezza i limiti
li distribuisce all’infinito
moltiplica gli attimi
per ogni occasione presa
o perduta
L’altra metà del cielo
è stata occupata
da un movimento di protesta
contro il silenzio del cosmo
con armi di amore di massa
hanno bombardato
il suolo delle anime perse
L’altra metà del cielo
sono i suoi occhi
la sua voce
le sue attese
tutto ciò che è
lei in me e fuori di me
L’altra metà del cielo
è un tuo concerto,
Komandante,
sotto la stessa luna
per sempre.
Ceci n’est pas un post
Questo non è un post e io non sono un blogger.

12 marzo 1922: nasceva Jack Kerouac.
Buon Compleanno Jack.
Cosa farò da piccolo
Vogliono saperlo tutti.
Cosa farai da piccolo?
Ho preso molto tempo per pensarci, ma alla fine ho deciso.
Farò il Sognatore.
Certo, non sarà facile, la strada è molto ardua, mi hanno detto che selezionano i migliori e gli studi sono molto lunghi.
Ma già mi vedo: interi pomeriggi a sognare un mondo migliore, a curare la realtà di ogni paziente regalandogli un sogno in cui credere o facendogli riscoprire il proprio, che credeva perduto.

Professione nobile, certamente tra le più ambite.
Ma ormai è deciso.
Sogno di diventare un sognatore.
Vongole & Merluzzi @ Radio Libera Tutti, questa sera
Abbiamo atteso il giorno stesso per dirvelo nel più rigoroso stile di chi poco capisce di promozione eventi: questa sera il team di Vongole & Merluzzi sarà intervistato per un’ora e trenta minuti primi da Lara Cianfanelli ai microfoni di Radio Libera Tutti.
Ma la vera novità non è questa.
Odiate anche voi la parola novità, a proposito? A me non piace: è una parola che sa di vecchio e di stantio, figlia della moda.
Mi sono distratto un attimo, dov’ero?
Ah, sì: c’è di bello che non siamo coinvolti esclusivamente come team di questo blog, ma come appartenenti al World Poetry Movement.

Riporto da Internet perché oggi mi sento pigro:
Si tratta di un organismo internazionale che nasce con questo obiettivo: attraverso la bellezza della poesia, riuscire a fare luce sulle problematiche più rilevanti dei nostri tempi sul tema politico, sociale, ambientale. Da una comunicazione efficace e diretta, quale quella permessa dai versi letti in pubblico, il passo successivo sarà quello dell’azione, così da riuscire finalmente a contraddire un pessimo luogo comune: quello che connette l’arte poetica esclusivamente alla dimensione estetica.
Tra i principali sostenitori di questo movimento spiccano quello di Lawrence Ferlinghetti, nonché quello di Jack Hirschman, storici protagonistaidella Beat Generation.
Nel 2014 il WORLD POETRY MOVEVEMENT sarà riconosciuto Ente Mondiale per la Pace dall’UNESCO.
L’azione ritorna al centro della poesia. E lo farà ripartendo da Roma il 29 febbraio al Pub Le Mura, dove siete tutti invitati, in via di Porta Labicana, 24.

Questa sera parleremo più ampiamente del movimento e di tanti progetti, nonché anticiperemo un’altra importante cosa avvenire.
Previsto un intervento di Olga Campofreda, direttamente dal blog La Gallina Bianca.
Questo è il link di Radio Libera Tutti: si tratta di una radio on line, quindi facilmente accessibile da tutto il mondo, ovunque voi siate.
http://www.radioliberatutti.it/index.php
Cliccate all’interno della pagina nella sezione Ascoltaci.
DALLE 21:00 ALLE 22:30
Stay Tuned!
Stay Poetry!
Emilio Ceretti: chi era costui?
Proprio ieri sulla mia bacheca FB parlavo con Giuseppe Genna del ruolo dell’intellettuale oggi e, soprattutto, di come la crisi economica si possa affrontare solo affrontando la crisi culturale in cui viviamo.
L’Isola dei Famosi miete ogni giorno più vittime dello spread, “Chi vuol essere milionario” regala a tutti l’illusione, da casa, che “dai magari ce la facciamo”.
Regalare sogni passivi, in un’Italia ridotta a (tele)spettatore, non è difficile.
Ogni non esiste più niente di vero, perché tutto…è… Verissimo.
E nel dialogo con Giuseppe Genna è intervenuta anche Dora Invernizzi scrivendomi “Le tue frasi piacerebbero a mio padre”.
Così ho scoperto che il padre di Dora Invernizzi è Emilio Ceretti, quello che considero uno dei massimi intellettuali del ‘900 (insieme a Giancarlo Vigorelli, Pier Paolo Pasolini e Luciano Bianciardi).

Perché Emilio Ceretti è la figura più eclettica di intellettuale che il panorama italiano possa ricordare: non solo è stato uno dei critici, letterari e cinematografici, più ferocemente ironici, ma è stato anche uno dei pochi, forse l’unico con Adriano Olivetti, che sia mai riuscito a coniugare il mestiere di scrivere (quello di Pavese) con il mestiere del fare.
La dimostrazione che gli intellettuali non devono per forza vivere in una mansarda sepolti dai libri e dai debiti.
Questo non vuole essere un panegirico di Ceretti né un ricordo per la figlia, ma uno scritto per dare coraggio ai miei tanti amici, grandi scrittori e editori di spessore, critici letterari ai limiti della fame e della speranza, malpagati da un sistema che considera ormai la Cultura tra l’Economia e lo Sport (il posizionamento della “Terza pagina” sui quotidiani). Di Emilio Ceretti ne scrissi anni fa in una pagina su “la Repubblica” o “Il Giornale” (la mia memoria è migliore di quella dei miei arrovellati Mac).
Emilio Ceretti, ha iniziato la carriera di giornalista negli anni trenta, come critico cinematografico per “L’Amborosiano” e “Il Tempo”.
Nell’estate del 1936 decide di importare un gioco: il Monopoly (inventato in Francia e non negli Stati Uniti, come si pensa). Lo traduce in Italiano ispirandosi alla toponomastica di Milano (basta citare “Viale dei Giardini”, dove lui stesso abitava e il vicino “Parco della Vittoria”, oggi giardini “Indro Montanelli”), inventandosi anche “Vicolo corto” e “Vicolo stretto”!

Quindi modifica il titolo sostituendo la “I” finale al posto della “Y” per evitare la censura del regime fascista. Inizia la sua ascesa di imprenditore, ma nel contempo traduce importanti scrittori come Aldous Huxley (il mio scrittore preferito), Sinclair Lewis (il suo “Babbitt” è un capolavoro” e iper primo i “Racconti” capolavori di Katherine Mansfield (tutti nei “Classici” della Medusa Mondadori. Nel luglio 1940 diventa direttore di Panorama che verrà chiuso poco dopo a seguito di un articolo di Indro Montanelli considerato “disfattista”.
Segretamente fonda la società anonima “Edizioni Riunite”, continuando la pubblicazione di articoli e libri inglesi e americani, invisi al regime.
Durante il conflitto mondiale è corrispondente di guerra per il Popolo d’Italia.
In Finlandia e in Grecia è con Indro Montanelli, suo amico di sempre. Tra gli intellettuali amici di Ceretti ricordiamo Indro Montanelli, Leo Longanesi, Gaetano Afeltra.
Viene insignito da civile con la medaglia d’argento al valor militare per aver convinto gli abitanti dell’isola di Corfù ad arrendersi senza spargimenti di sangue, inventandosi l’arrivo imminente di truppe Italiane in massa. Grazie al suo brevetto di pilota porta a termine altre missioni spericolate nei cieli d’Africa.

Terminata la guerra, la sua casa editrice pubblica, tra gli altri, “Il buonuomo Mussolini” di Indro Montanelli e “La verità sul Generale De Gaulle e difesa del Maresciallo Petain” di Alfred Fabre-Luce. Malgrado il suo lavoro di intellettuale lancia per primo in Italia nel 1959 la Barbie e a metà anni ’60 i giochi della MB (suo il noto titolo “L’allegro chirurgo“), lo Scarabeo, e negli anni ’70 acquisisce in esclusiva i diritti di Risiko, il popolare gioco di strategia. Collabora fino a metà degli anni ’80 con Mike Buongiorno alla realizzazione delle versioni in scatola di molti programmi TV di successo.
Il 28 marzo 1988, ottantenne, muore a Milano.
Ceretti è stato anche un illuminato e sarcastico critico cinematografico: lavora per la rivista “Cinema” fondata da Ulrico Hoepli.
Ceretti è stato molto simile a me (a parte le fortune industriali..).
Un articolo memorabile ad esempio sull’attrice Alida Valli apparso nel 1934 proprio su “Il Cinema”
“Di Alida Valli non è rimasta che la faccia: la faccia è quello che è, sempre un piacere osservarla, ma per il resto è un deserto”
Per “L’ambrosiano” venne inviato a Venezia. E nel 1939 quando ancora un’intera nazione come l?Italia non comprendeva gli anni bui che avrebbe dovuto affrontare il genio di Ceretti scrive:
“Quando quella sera si spensero le luci del Lido di Venezia capii che presto le luci si sarebbero spente in tutta Europa”.
E a proposito del Risiko Ceretti scrive:
“Non considero Risiko un gioco di guerra. Anche perché, giocando a Risiko, non mi è mai capitato di incitare “nemici”. Tutt’altro! Risiko è un gioco che affratella, che accomuna i caratteri in una stessa passione, che risveglia gli istinti migliori, che sono quelli di affermare e far trionfare le proprie iniziative. Insomma, Risiko è un gioco di simulazione in cui la guerra diventa qualcosa di diverso da ciò che rappresenta in realtà, qualcosa che, invece di distruggere, costruisce”
Credo che mai come oggi la figura di Emilio Ceretti debba essere ricordata, insieme a quella di Giancarlo Vigorelli (su cui ho scritto il libro di successo “Così tante vite. Il ‘900 di Vigorelli” , con prefazione di Claudio Magris) .
Credo che Emilio Ceretti, riletto oggi, possa non solo dare coraggio ad una generazione di critici e scrittori che per lo più hanno perso il senso dell’ironia del gioco (anche del mettersi in gioco), ma che la sua vita debba essere un esempio per tutti quegli intellettuali che pontificano dalle loro mansarde.
Dovere di un intellettuale oggi è anche quello di sporcarsi le mani con l’inchiostro, di riprendere tra le mani l’intera filiera editoriale. Lo so, i tempi sono cambiati, ma cari amici, se non affrontiamo noi la crisi della letteratura e della cultura chi lo farà per noi?
Gian Paolo Serino
Autore: Gian Paolo Serino, critico letterario, ha ideato e fondato Satisfiction. Collabora con la Repubblica, Il Riformista, Il Giornale, Il Venerdì di Repubblica, D-la Repubblica, Rolling Stone, GQ, Vogue, Wuz.it e Radio Capital.
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Abbiamo ritenuto opportuno riportare la nota critica di Gian Paolo Serino estrapolandola dal suo profilo Facebook ad indice che la figura di Emilio Ceretti è una figura di intellettuale eclettica, dinamica, viva, proprio quel modello di “azione” che oggi più che mai è indispensabile in tempi di crisi.
Ringraziamo Gian Paolo Serino per l’autorizzazione alla pubblicazione.
All’università si mangiano solo tramezzini
Scrivere poesie non è difficile; è difficile viverle.
Charles Bukowski
Stamattina l’università sembra un grande stomaco. Pronto a digerire. Tutto è teso alla masticazione, dalle barrette ipocaloriche kellogs ai piccoli kinder pinguì che costano ben 80 cent. Un vero furto. Le persone vanno e vengono, indaffarate dalla sapienza. Credo che conquistare la sapienza sia un affare difficile. Anche perché i muri e i pavimenti crollano. Ma nessuno se ne accorge. Da quando sono entrato dentro l’università ho capito che vestirsi bene dà la sapienza. Ecco perché io mi sento insipiente.
L’odore del caffè pare cannibale. Stacca tutto dalle narici. Dà il contentino. Ma almeno ti fa conoscere la gnocca che hai visto a lezione, se ti va bene. Deve farti riprendere dal caldo della biblioteca, togliere quel culo un po’ flaccido dalla sedia. La biblioteca dovrebbe essere fatta per leggere e stare in pace. Invece ti fa stare in guerra, a partire dal vicino.
Che mangia un panino al prosciutto. Un casino con le sue mascelle. Un casino con le briciole.
Ecco perché dentro l’università si mangiano solo tramezzini.
Allora mi siedo. Leggo Bukowski. Anche lì si mangia un sacco. Soprattutto polpette e spaghetti. Sugo che cade dalle labbra unte e sporgenti.
Ancora casino con le briciole di pane. La gente che guarda il tizio mentre mangia il panino al prosciutto. Mentre leggo, guardo con distacco chi mi gira intorno. Il tal esame è tosto, assicura un ragazzo con gli occhiali un po’ troppo sporgenti, sempre lì lì per scivolare definitivamente. Un altro annuisce con l’aria di chi ha studiato davvero tutto. Poi becco la sua prova: aveva un minuscolo rivolo di maionese sull’angolo sinistro della bocca. Ma noto che anche l’altro ha un rivolo di maionese.
Mi fissa una ragazza che va di fretta. Due occhi enormi. Anche lei un rivolo di maionese.
E un professore. E l’inserviente delle macchinette, dalla barba rossiccia della penombra delle scalette. Rivoli di maionese.
Abbasso gli occhi: ho un casino di briciole e di merde varie. Sono fottuto, ho pensato.

La differenza tra me e Tiziano Ferro
La prima differenza tra me e Tiziano Ferro suppongo sia nel conto in banca. Insomma qualcosina lui avrà pure guadagnato in tutti questi anni. Io invece sono ancora qui a scrivere blog e a farmi le vene di inchiostro. Morirò tossico di versi.
La seconda differenza tra me e Tiziano Ferro consiste nel numero di faaaansssss!
Lui ha molti più faaanssss di me, anzi parliamoci chiaramente, ha molte più faaaaanssss. Non che io non abbia il mio discreto numero di fans, insomma ci sono i miei genitori, i miei amici, ah sì l’amico di mio zio, ah già e non dimentichiamoci i cugini di Caltanissetta, che ho visto l’ultima volta nove anni fa. Qualcuno si è perso per strada, ma insomma com’è che si dice? Pochi ma buoni.
La terza differenza tra me e Tiziano Ferro è che…
Non lo so francamente. Non conosco questo tizio più di quanto non conosca i suoi testi.
Così i libri e in genere le opere di un qualsiasi autore quanto possono effettivamente dirci di quell’autore? A me piace essere contraddittorio. Il più delle volte quando scrivo la finzione si mescola alla realtà. Non ha più importanza la demarcazione netta tra l’una e l’altra. L’incantesimo virtuale di Matrix è stato spezzato.
Creature
Penso che quando dio crea la creatura le consegna un libero arbitrio che, sviluppato alla massima potenza, consente a quella creatura di dimenticarsi dello stesso creatore. Non potrà magari prendere il suo posto, ma a che pro? Ci saranno sempre altri autori, altre divinità in grado di creare.
Sempre mettendo da parte semidei e falsi miti. La creatura divina resisterà alle ingiurie del tempo, annettendo a sé un’istanza storica ed estetica.
La differenza tra me e Kundera, la differenza tra me e Hemingway, la differenza tra me e quello che vorrei diventare, che forse già sono, che forse non sarò mai.
Ma a volte mi spaventa soprattutto la differenza tra me e te, lettore, amico di un istante, di una pagina, di una convenzione chiamata linguaggio.
Quando ogni certezza verrà distrutta, sarà il tempo di ricostruire le differenze, di accettarle, di superarle.
Un giorno che inizia con l’alba non è detto che finisca con il tramonto.
P.s.: i migliori auguri a Tiziano Ferro, uscita del nuovo album prevista per il 28 novembre.
Dialogo tra il Cervello e il Cuore

Cervello: Quando smetterai di soffrire per amore?
Cuore: Non lo so. Ma penso che smetterò. Potrei smettere anche adesso.
Cervello: Questa è una bugia. Io so riconoscere le bugie.
Cuore: Lo so, probabilmente.
Cervello: Ma mettiamo che sia la verità. Mettiamo che tu volessi smettere di soffrire, ci riusciresti davvero?
Cuore: Penso di sì. Sai come si dice no? Questione di volontà.
Cervello: Quindi basterebbe che tu lo voglia? Quando lo vorrai, smetterai di amarla?
Cuore: Ho detto che smetterò di soffrire. Non di amarla.
Cervello: Vuol dire che…
Cuore: Vuol dire che la amerò per sempre. Questa è una verità. Io so riconoscere le verità.
Cervello: Ma dai, queste sono cavolate da film, da romanzo. Questa è la realtà. Non esiste il “per sempre”.
Cuore: Può darsi che tu abbia ragione, cervello. D’altronde chi potrebbe darti torto? Io forse? Io non sono che un cuore innamorato. Il mio compito non è assegnare il torto o la ragione, il mio compito è tenere in vita tutta la baldracca, lo sai.
Cervello: Dunque è così. La ami.
Cuore: Sì.
Cervello: E sia, mi arrendo. Ho tentato di farti cambiare idea.
Cuore: Non è un’idea ciò di cui mi nutro.
Cervello: E cos’è? Cos’è, si può mai sapere?
Cuore: Un mistero. Si ama senza un perché, ecco tutto.
Estratto dalle Operette Immorali Leopardate
Almeno la luna
L’onda perfetta
Sii
come il surfer
che aspetta
l’onda perfetta
abbi fede
perché arriverà
e ti travolgerà.
Tu resta in mare
e sii pronto.
Canzone di un uomo triste.
Sono solo un uomo.
Quando mi dici che non ci credi più in questa storia
Sono solo un uomo
Quando a furia di mangiare fango ne sei pieno
Sono solo un uomo
Quando basta, mi licenzio, butto a terra i guanti, spaccatevela voi la schiena
Sono solo un uomo
Quando la radio non serve a farti smettere di pensare
Sono solo un uomo
Quando le preghiere non servono a farti smettere di soffrire
Sono solo un uomo
Quando la speranza non serve a farti tornare a vivere
Sono solo un uomo
Quando a furia d’innamorarti è passato anche l’amore
Quando a scuola il maestro non insegna la vita
Quando un amico si dimentica chi è sempre stato
Quando i consigli sono tanti brusii in un carnevale smascherato
Sono solo un uomo
Quando mando avanti i giorni come se spingessi una carriola
Sono solo un uomo
Quando mi fermo in autogrill per pisciare
Sono solo un uomo
Quando spengo la macchina per raggiungerti
Sono solo un uomo
Quando ho dolore ai piedi senza camminare
Sono solo un uomo
Quando urlo come l’eco che riverbera in un cesso
Sono solo un uomo
Quando a furia di chiudere gli occhi non so più come sognare
Quando a leggere non c’è che da perdere una pagina vuota
Quando ripongo i panni ancora bagnati nell’armadio
E lascio la porta aperta ad aspettarti
Sono solo un uomo
Quando preparo il caffè e non lo bevo
Sono solo un uomo
Quando sperpero senza comprare
Sono solo un uomo
Quando capisci che dentro l’amore c’è l’odio
Sono solo un uomo
Quando te la prendi con il mondo e resti fermo come un tronco secolare
Sono solo un uomo
Quando lo devi solo a te stesso
Non sono solo un uomo.

Circolo dei felici e contenti e anonimi
Io rivendico il diritto all’infelicità – Charles Baudelaire

La stanza è tetra e ci sono ragnatele ovunque. Se non fosse per il respiro degli astanti e per il rumore che fanno spostando le sedie, e per lo scricchiolio del legno dei vecchi mobili, si potrebbe sentire lo zampettare degli aracnidi.
Ogni tanto Pinocchio ne fissa uno e resta per tutto il tempo della terapia a fissare l’aracnide. Che non si muove. In attesa della sua preda.
La Strega Cattiva dirige il circolo. Li fa radunare a cerchio, sono una dozzina di persone. Le sedie avanzano rispetto alla necessità. Qualche sedia nel cerchio resta vuota.
La Strega Cattiva sfoglia un elenco, un colpo di tosse, cerca di darsi un contegno sollevando appena gli occhiali con il pollice e l’indice della mano destra. Ingialliti per il vizio del fumo.
“Abbiamo una nuova recluta, oggi…signorina…Cenerentola, giusto?”
Tutti osservano la nuova arrivata. Una ragazza magrissima al punto che le si vedono le ossa sporgere sotto la pelle bianca e pallida. Il volto emaciato è attraversato da una cicatrice lunga dalla fronte al collo. Altre cicatrici sono evidenti sul collo, all’altezza della carotide. E sulle vene.
“Ciao, mi chiamo Cenerentola, e come tutti voi vengo dal mondo delle favole”
“Ciao, Cenerentola!” – il coro è unanime, ma le voci non sono allegre, sono svogliate, sommesse.
“Raccontaci di te Cenrentola.” – le suggerisce la Strega.
“Io mi sono sposata.”
Un lieve mormorio di disapprovazione attraversa la stanza. Il grillo parlante scuote la testa, battendo due volte le ali. Raperonzolo fa un segno di diniego. La principessa sul pisello ha un sobbalzo. Biancaneve alza un sopracciglio e si guarda le unghie, soffiando sullo smalto.

“Quante volte Cenerentola?”
“Molte volte. Per ogni vita che rivivevo finiva che mi sposavo con quel…testa di cazzo! Io non ho mai voluto sposarlo quel perfettino! Anzi secondo me è gay! A letto non è un granché…Ma sono qui per smettere. Nella prossima vita voglio essere una donna felice, voglio essere una punkettona, tradire, fumare erba a volontà. Tutte cose che prima non potevo fare! Dovevo scoparmi il lupo cattivo…Scusate la volgarità ma non ce la faccio più!”
Alice ride tra sè e sè e dà di gomito a La bella addormentata che si sveglia di soprassalto.
“Hai sentito? Il tuo principe azzurro non è tanto dotato!”
“Ti credo…mi addormento sempre!” – le risponde la bella.
“Ti piaceva il lieto fine, Cenerentola?” – le chiede la Strega.
“No. Penso che a nessuno piaccia. Però per me è sempre stata l’unica via d’uscita. Non riuscivo a smettere. Ogni vita mi sposavo e finivo per vivere felice e contenta. Capite tutti voi che non si può vivere così per sempre! Una tortura! Una maledizione!”
“Quante vite hai vissuto, Cenerentola?”
“Tante. Ne ricordo una in cui ero la figlia di un sultano. E un’altra in cui ricamavo tappeti persiani. In un’altra ero un operaio di Philadelphia. In un’altra ancora…che importanza ha…Ogni volta le vite che vivevo mi sembravano tutte eguali.”
“Come hai conosciuto questo circolo, Cenrentola?”
“Tramite un amico. Lui sapeva che un amico di un suo conoscente era venuto fuori dalla dipendenza dal lieto fine grazie a questo circolo. Ora mi hanno detto che quel tizio vive una vita infelice.”
“Questo è un tuo compito, lo sai Cenerentola? Non siamo qui per rimandarti indietro e vivere una vita infelice. Siamo qui per aiutarti a smettere di essere felice. Alla società le persone felici non piacciono.”
“Sì, lo so…”
La Strega guarda l’orologio a pendolo in un angolo della stanza.
“Mi dispiace per tutti, ma è tardi. Sono le otto e trenta.”
“Mi scusi, Strega Cattiva. Ma quell’orologio è fermo. Quando sono arrivata segnava le otto e trenta.” – dice Alice.
“Lo so. Segna sempre la stessa ora. Non esiste il tempo qui: è sempre troppo tardi per tornare indietro, Alice. Si può solo andare avanti.”
Pinocchio fissa l’aracnide. Sa che prima o poi l’aracnide mangerà tutti. E sarà il migliore dei finali.

Ci sono giorni come questi.
Ci sono giorni in cui tutto procede verso la deriva. Ti accorgi, in quei precisi giorni, magari afflitto da un mal di denti, un mal di pancia, un’allergia spericolata, che niente poteva andare diversamente.
Ci sono giorni in cui la tua vita è una merda. A patto che la merda sia cattiva: del resto chi l’ha mai assaggiata? Per assiomi mentali la merda è una merda. Avrà un sapore disgustoso. Puzza. E’ vero: ma qualcuno ha mai avuto il coraggio di assaggiarla?
E poi dite: “io vivo.”
Come si fa a vivere una vita che non è vostra? Non lo è mai stata, tantomeno lo sarà mai.
Questa NON è la mia vita. E’ di qualcun altro; può darsi di nessuno.
Magari un cortocircuito lì, nell’universo, ha deviato qualche piano astrale e la vita che abbiamo sempre sognato ora è diventata la vita che da sempre odiamo.
Più ci si convince di vivere a fondo la vita e meno la si vive, del resto. Più non ci si preoccupa di viverla e ancor meno la si sta vivendo.
Di cosa parliamo, in fondo? Di qualcosa che non ci appartiene, che non è di nostra proprietà. Pensiamo: “la mia vita!”.
Cazzo. Se fosse stata la MIA vita l’avrei vissuta come dicevo io, ed invece no. No. La vita non riesci mai a viverla come dici tu.
Qualcuno dice: “la vita è un dono, un dono del Signore”.
Voglio dire. I doni non si scelgono. Quando qualcuno ti si presenta alla porta con un regalo il giorno del tuo compleanno e tu, incazzato perché ti senti troppo vecchio per queste cose, bé, quel regalo non l’hai di certo scelto tu. Potrà trattarsi di un paio di mutandoni extra large, di un berretto da baseball, (ma tu non hai mai giocato a baseball, neanche lo hai mai guardato, “che diamine è il baseball?”). Potrà trattarsi di un Iphone ultima generazione ed allora lì il discorso è un po’ diverso, tuttavia, si tratta di qualcosa che ti capita all’improvviso per volontà altrui e che tu ti becchi così, per come è, a seconda dei gusti o dell’esperienza del mittente. Eccola là, la vita. Un regalo che non hai mai richiesto e che festeggia un compleanno che ti ricorda ogni anno che sei vivo e che per qualcuno esisti. Dio, mi sento come un bambino costretto ad indossare degli abiti ridicoli che non sceglierà fino all’adolescenza, solo per soddisfare il gusto bizzarro dei genitori sessantottini.
Ci sono giorni in cui ammazzeresti anche il tuo cane che abbaia. Il cane è felice. Tu no, e quella felicità data ad un essere inferiore non puoi sopportarla.
Ci sono giorni in cui vorresti morire, ma a farti rimandare la scelta non è tanto la convinzione di suicidarsi, piuttosto il modo in cui farlo.
Ci sono giorni in cui la pistola è lì, pronta sul tavolo, e fai certi pensieri tipo: “una vita che finisce, in cambio di una vita che comincia”, attribuendo a quella pistola quasi un’anima.
Ci sono giorni in cui diresti alla donna che ami: “tu non sei una puttana, una puttana come si deve”, e come in uno sceneggiato surreale lei, offesa, replica “cosa dici, perché mai, ho fatto del mio meglio” e tu, col sorriso da disilluso, la cravatta ciondolante su una spalla e la classica sigaretta fumata male tra le labbra, le rispondi “perché tra tutti, ti sei dimenticata di amare me”.
Ci sono giorni in cui: -”Che dici, passerà?” -”Certo che passerà. Purtroppo passerà”.
Ci sono giorni dove la consapevolezza che stai buttando la tua vita, è precisa. Netta. Definibile. Quei giorni in cui la noia si fa boa, e ti stritola il cervello e le sensazioni diventano scalini gelidi di una tomba funebre.
Ci sono giorni in cui è meglio dormire. Farsi l’ultimo sorso di vino, e dormire.
Al risveglio resterai l’impresario di una vita non amministrabile.
Il solo attimo da cogliere è quello non colto.
Frank lingua mozza is back.
Ci sono giorni in cui vaffanculo.


