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Resushitati.

E’, in questi giorni, in libreria, e ordinabile su internet, il nuovo libro di Cardiopoetica. Ebbene sì, noi siamo anche un collettivo di poeti e scrittori, mentre altri pescano o guardano la tv.

Nonostante, oggi, sia molto difficile incontrare editori disposti a pubbicare Poesia, l’editore Gordiano Lupi, responsabile della casa editrice “Edizioni Il Foglio Letterario”, ha creduto in noi e ha dato atto al miracolo che ogni uomo aspetta nel ventre della sua caverna: la resurrezione.

La vita ci ha spremuto, ci ha denigrato. Noi siamo stati più forti: siamo morti per Resuscitare.

Il confine

Era una cosa che non faceva da molto tempo: superare il confine.

Almeno da quando i due Smocciolosi avevano rimediato la loro porzione di bastonate gratuite. “Voglio vedere se lo rifate più!” – aveva urlato loro in faccia il fattore mentre teneva i corpi dei due ragazzi quasi privi di sensi per le rispettive collottole. “No, Signor Jones…Noi non volevamo superare il confine. Noi volevamo soltanto…”

Volevano soltanto riprendersi il pallone. Cristo. Era così difficile? Lui stesso era stato chiaro più volte. Amici, solo una partita di calcio. Ma niente quelli si credevano di essere i campioni del Sud America o di là dell’oceano, roba da italiani o da inglesi. Se si fosse trattato di baseball e avessero cercato di imitare le gesta di Joe Di Maggio, il tipo di cui suo nonno parlava spesso, bé allora sarebbe stata un’altra storia. Magari anche il vecchio fattore, il Signor Jones, l’avrebbe pensata diversamente. Un conto è ritrovarsi nel campo un pallone di calcio. Un altro conto è ritrovarsi nel campo una palla di baseball. Quel pallone era come un incidente di Roswell in quella fattoria. Faceva più casino della morte di Kennedy.

Smoccioloso Uno sanguinava dal naso. Smoccioloso Due aveva una mano dolorante e un dente rotto. “E se dite chi è stato…giuro che vi impicco lì.” E la mano malferma ma in un certo senso sicura dei propri movimenti, quelli di chi conosce ogni centimetro della propria terra, senza doversi voltare a guardarla, aveva indicato un albero secco. Quell’albero non aveva mai foglie, almeno da quando lo aveva visto, lo ricordava sempre così, nodoso, solitario a ridosso della casa del fattore, forse aveva già visto più di qualche impiccagione.

“Dicono che se impicchi un giusto a un albero, sull’albero non crescono più le foglie.” – gli aveva detto Jerry.

“E questa cosa chi te l’ha detta?” – gli aveva risposto lui.

“Me l’ha detta Patty.”

“Hai mai visto Patty nuda?” – Jerry era rimasto interdetto a quella domanda, aveva sollevato le spalle, senza rispondere.

“Allora, hai mai visto tua sorella nuda?”

“No, ma che domande sono?”

“Sono domande, Jerry. Tutti ci facciamo delle domande.”

“Bè falle a tua sorella le domande.” Lì gli aveva allungato un pugno e Jerry era caduto. “Mia sorella non si tocca. La tua sì. La mia no, è fuori discussione.” Non ne avevano più parlato. Almeno finché non venne la notte, tre anni dopo, in cui lui, Kevin, si trovò costretto a superare il confine.

Le gambe di Patty ciondolavano sulla cassapanca. A Kevin sarebbe bastato questo spettacolo. Poteva anche morire adesso, perché ogni volta che le ginocchia si allontanavano l’una dall’altra, il suo sguardo era calamitato dal centro di ogni cosa, dal motivo principale per cui sentiva di essere nato: una mutandina bianca. Fu la voce di Patty a riportarlo alla realtà. “Dovremmo risalire? Non credi che ci stanno cercando?” “Non penserebbero mai che siamo qui giù…”- rispose Kevin, la voce gli tremava un po’. “Tu, Kevin Donald, sei un discreto figlio di puttana.” Kevin rise nervosamente, un qualcosa tra una risata e un piagnucolio. “Patty…” “Cosa vuoi chiedermi Kevin?” “Posso…?” – Kevin si era alzato, era arrivato davanti a Patty, al punto che poteva sentire l’odore del suo sudore. Lì giù in quello scantinato si sudava un sacco, non aveva niente delle comuni cantine. Oppure era la giornata particolarmente calda. Una di quelle afose giornate texane. Poteva distinguere i suoi capezzoli spuntare fuori dal vestito quasi, poco sotto i seni era inzuppato di sudore, e ci scommetteva che la sua maglietta non solo era macera, ma – lo avrebbe giurato – poteva distinguere il profilo del cuore gonfiare la parte sinistra del petto. Con la gola secca farfugliò qualcosa. “Ripeti…” – Patty continuava a ciondolare le gambe ora tra i due non c’era che la misura di un braccio, lo stesso che lei aveva allungato verso il suo viso, mentre con la mano gli accarezzava la guancia. “Voglio vedere…” “Dillo.” “Voglio … vedere la tua …cosa Patty.” Patty esplose in una grande risata, piegando la testa in avanti e i capelli sudaticci presero in pieno la faccia di Kevin arrossito di colpo e sul punto di retrocedere, ma era impossibile muoversi adesso, era come affondare nelle sabbie mobili. Ecco – pensava – lo sapevo. Adesso muoio. Adesso muoio, qui ora, la mia vita è finita, dio mi farà precipitare all’inferno. Patty tornò a guardarlo negli occhi. Chiuse le gambe.

“A una condizione, Kevin Donald.”

(continua..)

WikiLove.

Dovrebbero rivedere i dizionari, stabilire nuovi sinonimi per la parola “amore”. Dovrebbero avere il pudore di non suddividerla in sillabe. Non si spezza come una pastiglia quando la si pronuncia: la si inghiotte. Dovrebbero ammettere la possibilità che si può amare qualsiasi genere e qualsiasi numero. Sostituire “singolare maschile” con “sentimento morente” e cancellare ogni significato pressoché vago. Scrivere “oltraggio alla decenza umana” e affiancargli sinonimi che non hanno nulla a che fare con la misericordia.
L’amore è egoismo, destrutturazione, vilipendio, desiderio lancinante e bilaterale. Ci si ama per bisogno, per necessità, per passare da “perdere tempo” a “occupare il tempo”, per paura di estinguersi.
E’ tutta una fuga dall’aridità che ci portiamo dentro, dall’accartocciarsi della pelle all’impatto con i vagiti adornati da sorrisi ebeti e dai “benvenuto nel mondo”.
Eppure, se taluni occhi sguazzano accanto al mio profilo come arazzi alati e mi inseguono con la fede di chi non ha mai creduto, credo di aver sbagliato, di aver dimenticato di trasformare la parola estinzione con estensione.
Devo rivedere i dizionari. Devo avere il coraggio di sperare che l’amore non è che l’eco che ci dà percezione di noi.

Il tuffo del granchio

Si portò una mano sopra gli occhi per ripararsi dai raggi del sole, anche se non ce n’era bisogno, perché il sole era basso.

“Che fai?” – chiese lei, seduta a ridosso di una barchetta.

Lui scrollò le spalle.

“Forza dell’abitudine, a stare tutto il giorno sotto il sole.”

L’ombra di un gabbiano attraversò rapida quel pezzo di spiaggia.

“Dovevi dirmi qualcosa?” – domandò lei. I piedi ciondolavano. Con il destro spostava la sabbia verso il sinistro e con il sinistro si divertiva a lanciarla in direzione di un granchio. A volte il granchio si fermava, scrutava quello che accadeva, poi riprendeva a muoversi verso il mare, avvicinandosi alle spalle di Paul.

“A quest’ora si sta bene al mare.” – disse lui, seduto a riva, le gambe reclinate verso il petto, le braccia intorno alle ginocchia.

“Sei banale, il solito scontato amante dei tramonti.” – replicò lei alle sue spalle.

Lui scosse la testa.

“No, invece. Come fai a dirlo? Solo perché mi piace questo tramonto, non vuol dire che mi piaccia l’idea del tramonto. Anzi, a me piace l’alba, l’inizio, e mi piace anche quando il sole è alto, il pomeriggio poi lo trovo spettacolare, non trovi? Non ci ho mai trovato niente di bello nei tramonti, mi rendono triste.”

Lei non rispose. Neanche lui parlò. Se ne stettero per un pezzo così, senza parlare, di tanto in tanto al rumore del mare si aggiungeva quello di qualche motorino o qualche automobile che sfrecciava sulla strada d’asfalto al di là delle dune.

“Sta arrivando una barca. – disse lui. A qualche centinaio di metri una barca si avvicinava verso riva. Potevano vedere un uomo a bordo che lentamente alzava i remi e li riabbassava in acqua. – Forse qualcuno che si è attardato, un pescatore. Mi ricorda Hemingway.”

“Il solito letterato. Non sei dentro un romanzo ti avverto eh.” – disse lei. La sabbia seppellì il granchio, questi accelerò il passo e si portò all’altezza di Paul, quindi, con più calma, si avviò verso la battigia.

Lui sospirò e scosse la testa.

“E la gente lo sa che sai suonare e suonare ti tocca per tutta la vita.” – sorrise, poi portò le labbra in dentro e chiuse gli occhi.

“Non ho capito che hai detto. Che c’entra? Sai suonare?”

“Era una citazione di De Andrè. – lui voltò la testa un attimo per guardarla, poi tornò a guardare il mare, il rematore era più vicino – Un giorno imparerò a suonare qualcosa.”

“Sì, un giorno… – lei si era alzata – si sta facendo tardi. Andiamo?”

“è sempre troppo tardi per te…aspettiamo altri dieci minuti.” – disse lui.

“Che devi fare? Mi sto annoiando. E poi ho delle cose da fare.” – lei aveva iniziato a piegare l’asciugamano, con metodo metteva le cose dentro la borsa da mare, preparandosi a tornare verso la strada, dove diverse ore prima avevano lasciato l’automobile.

Aspettarono fintanto che la barca arrivò a riva, attraccando con un rumore quasi impercettibile, coperto più dai remi che venivano tirati all’interno.

“Ehi tu, puoi darmi una mano?”

Ted si alzò. “Volentieri che devo fare?” Il rematore scese dalla barca, gli lanciò una corda. Tira verso di te, io la sospingo da poppa. Così fecero finché la barca non fu completamente fuori dall’acqua.

“Hai pescato?” – gli chiese Ted.

“Non sono andato in mare per pescare. Mi stavo soltanto godendo il mare.”

“Ti piace navigare?”

“Sì, diciamo così. – l’uomo aveva preso a controllare l’interno della barca. – Scusami, vi ho disturbato? – chiese, accennando con il capo verso di lei. Lei si era allontanata, stava tornando verso le dune.

Ted la guardò. “No, nessun disturbo. Stavo giusto andando via.”

“Torni a casa?”

“Sì, è stato un piacere – si strinsero la mano – Buona serata.”

Ted aveva già percorso qualche passo poi si sentì chiamare.

“Posso dirti una cosa?” – gli disse il rematore.

“Cosa?”

“Quando non sai che fare, rema, o cammina, o corri, o striscia. Ma fai qualcosa. Non restare fermo. Il pericolo maggiore per un navigante non è una tempesta. Una tempesta potrebbe persino salvarlo: è la calma piatta. Quando non tira un filo di vento e tu hai percorso chilometri e ti ritrovi al largo nell’oceano. L’unica cosa che puoi fare pregando che il vento ricominci a soffiare, è remare. Non importa in quale direzione. Rema e spera. Da qualche parte arriverai.”

Ted lo guardò a lungo per diversi secondi. L’altro sosteneva lo sguardo.

“Grazie.”

L’altro allargò le braccia e sorrise, si salutarono così.

Il granchio si tuffò nel mare.

Fuffa

La vita non ha senso, anzi è la vita che ci dà un senso, sempre che noi la lasciamo parlare… perchè prima dei poeti parla la vita. Dobbiamo ascoltarla la vita.

 (Alda Merini)

La fuffa è la tipica lanetta che si forma nei tessuti e che in genere si rimuove poiché anti-estetica. Proprio questa connotazione ha fatto sì che venisse usato in senso lato per indicare un eccesso inutile. Può indicare anche l’accumulo di peli che si verifica negli animali o l’accumulo di polvere in batuffoli.

(Wikipedia)

“Sì, alle volte sento che mi sto perdendo in eccessi inutili. Non che faccia cose che non mi piacciono, al contrario ne faccio fin troppe. Solo che sento che tutte queste cose, prima o poi, andranno perdute come…”

“Come lacrime nella pioggia?” – completò Paolo citando il suo film preferito, mentre apriva una lattina di coca-cola. C’erano soltanto loro due al bar, faceva caldo: Minosse stava colpendo furiosamente l’asfalto e i pochi temerari astanti che si avventuravano a lasciare le case in penombra o gli uffici ronzanti per i ventilatori accesi.

“Esattamente – annuì Roberto – come lacrime nella pioggia. Solo che qui di pioggia se ne vede ben poca per adesso.”

“Attendi, devi imparare ad attendere. L’estate prepara sempre un nuovo inverno e l’inverno prepara sempre una nuova estate, è un ciclo, abbiamo un sacco di cose da imparare dalla natura.” – aggiunse Paolo, tirando su la coca cola con la cannuccia.

“Disse l’uomo della coca cola. – soggiunse Federico arrivando. Spostò la sedia e si accomodò insieme a loro due. – Che si dice, ragazzuoli?”

“Le solite minchiate – gli rispose Roberto – si parla del senso della vita.”

Federico annuì “Già, già…Da un po’ non si fa altro qui, eh?”

“Eh già. Hai visto che culo quella?” – ammiccò Paolo

“Vista e inquadrata da un pezzo. – disse Federico – Che voto gli diamo? Io opto per un 8 e mezzo.”

“Nove.” – rispose Paolo.

“Quattro.” – disse Roberto.

“Cazzo, Roberto! Oggi sei severo, eh? Ti sei svegliato con la luna storta?”

“Guardati attorno, se trovi un motivo sufficiente per vivere, dimmene uno.”

“Quel culo, ad esempio.” – gli rispose Paolo.

“Sì, quel culo!” – fece eco Federico.

Roberto alzò il bicchiere di birra.

“Al culo, ragazzi. è tutto qui!”

“Al culo!” – risposero all’unisono gli altri due.

“E che il vento ce lo porti qui.” – soggiunse Roberto.

“Amen.”

“Amen.”

Nota a margine dell’autore: in letteratura i bei culi scarseggiano. Caro Giacomo, avrei tanto voluto sapere com’era il lato b di Silvia, e se poteva dar filo da torcere a tutto questo gossip moderno. Chissà come sarebbero stati i jeans a Beatrice o a Laura!

Come mettere in crisi uno scrittore

Se avete la sfortuna di conoscere uno scrittore e volete per qualche vostro motivo metterlo in crisi ecco una serie di punti per condurlo nel tunnel della scarsa lucidità:

1. Rivolgersi allo scrittore in questione affinché scriva di suo pugno vostre parole, in quanto se è uno scrittore deve avere per forza una bella grafia

2. Chiedergli consigli e ispirazioni per frasi e biglietti d’auguri seriali (cresime, matrimoni, comunioni): tra l’altro più lo scrittore è lontano dal modello Moccia e più è prossimo al modello Baudelaire, e più questa richiesta potrebbe essere fonte di stati di stress e frustrazione

3. Chiedergli quando la smetterà di dedicarsi alle poesie e alla letteratura, per scrivere finalmente una storia d’amore su adolescenti figli di papà ambientata al liceo o una bella saga…fantasy con protagonista piagnucolante che non vede l’ora di cavalcare un drago

4. Chiedergli di compilare la lista della spesa (tu sai scrivere, sicuramente non dimenticherai niente!)

5. Vietargli di riparare un tubo in casa o di avvitare o svitare una lampadina (tu sai soltanto scrivere!)

6. Regalargli un set di penne (quando sappiamo benissimo che allo scrittore in questione probabilmente interessano più le penne al sugo o al limite in bianco, con olio e parmigiano)

7. Comprargli un vecchio modello di macchina da scrivere (non le usa più nessuno e lo scrittore in questione non sopporta oggetti di arredamento ad indicare un ego che lui stesso non possiede al 90%)

8. Chiedergli un autografo o una dedica su un libro non suo

9. Chiedergli quand’è che si deciderà finalmente a fare un po’ di grana

10. Complimentarsi con lui chiedendogli quando farà la prossima esposizione di quadri d’autore

P.s.: nella maggior parte dei casi lo scrittore al quale vi siete rivolti compilerà anche la lista della spesa, accettando con rassegnazione l’infausto fato.

Casa, ehm scusate “dimora”, di Stephen King, non male per uno scrittore

L’aquilone.

-          Sembra una vita fa.

-          E’ una vita fa Jackie, avevamo appena dieci anni – replicò Adams dando spago all’aquilone.

Si era alzato un bel vento. I capelli si arruffarono. L’aquilone era di un rosso fuoco che sembrava una fenice in movimento sulle nostre teste con la coda fatta di triangoli.

-          Nonostante gli anni, Jackie, questo aggeggio sfida ancora il vento esattamente come quando eravamo piccoli – fece Adams – Ti ricordi quanto ci mettemmo per costruirlo?

-          Certo che mi ricordo, – disse Jackie – un’intera estate. Non era mai come lo volevamo!

-          Ma poi facemmo invidia a tutti i nostri compagni, era il solo che non cadeva mai.

-          Già, e tutti che volevano provarlo, ricordi? – fece Jackie – e noi che scappavamo con l’aquilone sottobraccio perché ne eravamo gelosi.

-          Darei in cambio un rene per tornare a quei momenti. Avevamo dieci anni ed eravamo felici. Stupidi, ma felici.

-          Non eravamo stupidi, Adams, eravamo solo inconsapevoli.

-          Stupidi, inconsapevoli. Che differenza fa? Non avevamo preoccupazioni, almeno.

-          Sei preoccupato? – disse Jackie.

-          Non più del solito. E’ la fine del mese: le rate della macchina, l’abbonamento in palestra di mia moglie, ora ci si è messa anche mia suocera che non può permettersi di andare alle terme e devo pagargli io il viaggio. Queste stronzate ti rovinano le giornate, credimi.

Adams diede ancora un po’ di spago e indietreggiò. Jackie lanciò un’occhiata in alto e quel rombo rosso ora copriva il sole.

-          Vuoi tenerlo un po’ tu? – disse Adams.

-          No, no. Ti ringrazio.

-          Ma come sarebbe a dire? Mica vorresti risparmiarti questa sensazione.

-          Quale sensazione? Quella di sentirci dei mocciosi in corpi di adulti?

-          Non fare lo sciocco. Tieni.

Adams mise lo spago nelle mani di Jackie. Jackie guardò l’aquilone, poi voltò la testa e fissò il sole. Rimase con gli occhi aperti per un paio di secondi, finché non fu costretto a richiuderli. Aprì i palmi delle mani e lasciò lo spago. L’aquilone volò giù dalla scogliera.

-          Jackie! Attento! – urlò Adams, che seguì, con le mani tra i capelli, la fuga dell’aquilone. – Perché l’hai fatto? Ma sei impazzito?

-          Era libero a metà – insinuò Jackie.

-          Cosa?

-          Sì. Era libero a metà, proprio come te, Adams, e come la maggior parte delle persone. Tentati dall’atmosfera, dal cielo, dalle nuvole ma tenuto buono da un filo quasi invisibile.

-          Ti sei bevuto il cervello? Cosa significano queste stronzate? Sentiamo!

-          Tu ti senti libero? – disse Jackie all’amico.

-          Certo che mi sento libero, che non mi vedi? Tutti quei libri che hai letto ti hanno fuso il cervello.

-          La vedo eccome la tua libertà, Adams. Una libertà decisa a tavolino. Studiata. Non voluta – disse Jackie guardandolo negli occhi.

-          E la tua? La tua sarebbe libertà? Non hai concluso niente in tutta la tua vita. Sei sempre stato un superficiale, un menefreghista. Uno sul quale non si può fare affidamento. Guardati. Tutti si sono sposati tranne te. Mi fai ridere.

-          Hai un pezzo di carta? – domandò Jackie.

-          Ho questo – Adams gli diede un foglio del giornale che aveva comprato all’edicola.

Jackie si sedette a terra a gambe incrociate. Cominciò a piegare il giornale. Fece un aeroplano.

-          Vedi questo, Adams? E’ un aeroplano di carta. Un pezzo di carta consapevole del suo destino ma che tra poco tenterà comunque di volare. Tu sei quel bambino attaccato ancora al suo aquilone, hai ricordi di una vita scomparsa da un pezzo. Attaccato alle sue certezze, ai suoi pilastri fermi. Io ho scelto di essere altro. Lo so che non volerò. Non a lungo. Ma preferisco precipitare nel vuoto e avere tutta la vita in un istante, piuttosto che restare a guinzaglio come te. Si è liberi non quando lo si diventa, ma quando lo si rimane, Adams. Quante volte hai messo le corna a tua moglie? Quante volte hai provato ad essere quello che non sei?

-          Tu non sai niente di me! – urlò Adams puntandogli il dito contro.

-          So quello che serve, amico mio, cioè che la tua vita è come quel veliero chiuso dentro la bottiglia che hai sul camino, ed è giusto che io te lo dica.

-          Lascia allora che io ti dica questo.

Adams strinse il pugno e lo colpì in pieno volto. Poi prese le sue cose e se ne andò.

Jackie con una mano al volto, lo guardò andare via. Si voltò verso il punto in cui era caduto l’aquilone, spiegò bene le ali dell’aeroplano di carta e lo lanciò.

L’aeroplano di carta fece finta di volare, poi cadde poco distante da quell’aquilone.

 

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