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Il tuffo del granchio

Si portò una mano sopra gli occhi per ripararsi dai raggi del sole, anche se non ce n’era bisogno, perché il sole era basso.

“Che fai?” – chiese lei, seduta a ridosso di una barchetta.

Lui scrollò le spalle.

“Forza dell’abitudine, a stare tutto il giorno sotto il sole.”

L’ombra di un gabbiano attraversò rapida quel pezzo di spiaggia.

“Dovevi dirmi qualcosa?” – domandò lei. I piedi ciondolavano. Con il destro spostava la sabbia verso il sinistro e con il sinistro si divertiva a lanciarla in direzione di un granchio. A volte il granchio si fermava, scrutava quello che accadeva, poi riprendeva a muoversi verso il mare, avvicinandosi alle spalle di Paul.

“A quest’ora si sta bene al mare.” – disse lui, seduto a riva, le gambe reclinate verso il petto, le braccia intorno alle ginocchia.

“Sei banale, il solito scontato amante dei tramonti.” – replicò lei alle sue spalle.

Lui scosse la testa.

“No, invece. Come fai a dirlo? Solo perché mi piace questo tramonto, non vuol dire che mi piaccia l’idea del tramonto. Anzi, a me piace l’alba, l’inizio, e mi piace anche quando il sole è alto, il pomeriggio poi lo trovo spettacolare, non trovi? Non ci ho mai trovato niente di bello nei tramonti, mi rendono triste.”

Lei non rispose. Neanche lui parlò. Se ne stettero per un pezzo così, senza parlare, di tanto in tanto al rumore del mare si aggiungeva quello di qualche motorino o qualche automobile che sfrecciava sulla strada d’asfalto al di là delle dune.

“Sta arrivando una barca. – disse lui. A qualche centinaio di metri una barca si avvicinava verso riva. Potevano vedere un uomo a bordo che lentamente alzava i remi e li riabbassava in acqua. – Forse qualcuno che si è attardato, un pescatore. Mi ricorda Hemingway.”

“Il solito letterato. Non sei dentro un romanzo ti avverto eh.” – disse lei. La sabbia seppellì il granchio, questi accelerò il passo e si portò all’altezza di Paul, quindi, con più calma, si avviò verso la battigia.

Lui sospirò e scosse la testa.

“E la gente lo sa che sai suonare e suonare ti tocca per tutta la vita.” – sorrise, poi portò le labbra in dentro e chiuse gli occhi.

“Non ho capito che hai detto. Che c’entra? Sai suonare?”

“Era una citazione di De Andrè. – lui voltò la testa un attimo per guardarla, poi tornò a guardare il mare, il rematore era più vicino – Un giorno imparerò a suonare qualcosa.”

“Sì, un giorno… – lei si era alzata – si sta facendo tardi. Andiamo?”

“è sempre troppo tardi per te…aspettiamo altri dieci minuti.” – disse lui.

“Che devi fare? Mi sto annoiando. E poi ho delle cose da fare.” – lei aveva iniziato a piegare l’asciugamano, con metodo metteva le cose dentro la borsa da mare, preparandosi a tornare verso la strada, dove diverse ore prima avevano lasciato l’automobile.

Aspettarono fintanto che la barca arrivò a riva, attraccando con un rumore quasi impercettibile, coperto più dai remi che venivano tirati all’interno.

“Ehi tu, puoi darmi una mano?”

Ted si alzò. “Volentieri che devo fare?” Il rematore scese dalla barca, gli lanciò una corda. Tira verso di te, io la sospingo da poppa. Così fecero finché la barca non fu completamente fuori dall’acqua.

“Hai pescato?” – gli chiese Ted.

“Non sono andato in mare per pescare. Mi stavo soltanto godendo il mare.”

“Ti piace navigare?”

“Sì, diciamo così. – l’uomo aveva preso a controllare l’interno della barca. – Scusami, vi ho disturbato? – chiese, accennando con il capo verso di lei. Lei si era allontanata, stava tornando verso le dune.

Ted la guardò. “No, nessun disturbo. Stavo giusto andando via.”

“Torni a casa?”

“Sì, è stato un piacere – si strinsero la mano – Buona serata.”

Ted aveva già percorso qualche passo poi si sentì chiamare.

“Posso dirti una cosa?” – gli disse il rematore.

“Cosa?”

“Quando non sai che fare, rema, o cammina, o corri, o striscia. Ma fai qualcosa. Non restare fermo. Il pericolo maggiore per un navigante non è una tempesta. Una tempesta potrebbe persino salvarlo: è la calma piatta. Quando non tira un filo di vento e tu hai percorso chilometri e ti ritrovi al largo nell’oceano. L’unica cosa che puoi fare pregando che il vento ricominci a soffiare, è remare. Non importa in quale direzione. Rema e spera. Da qualche parte arriverai.”

Ted lo guardò a lungo per diversi secondi. L’altro sosteneva lo sguardo.

“Grazie.”

L’altro allargò le braccia e sorrise, si salutarono così.

Il granchio si tuffò nel mare.

Fuffa

La vita non ha senso, anzi è la vita che ci dà un senso, sempre che noi la lasciamo parlare… perchè prima dei poeti parla la vita. Dobbiamo ascoltarla la vita.

 (Alda Merini)

La fuffa è la tipica lanetta che si forma nei tessuti e che in genere si rimuove poiché anti-estetica. Proprio questa connotazione ha fatto sì che venisse usato in senso lato per indicare un eccesso inutile. Può indicare anche l’accumulo di peli che si verifica negli animali o l’accumulo di polvere in batuffoli.

(Wikipedia)

“Sì, alle volte sento che mi sto perdendo in eccessi inutili. Non che faccia cose che non mi piacciono, al contrario ne faccio fin troppe. Solo che sento che tutte queste cose, prima o poi, andranno perdute come…”

“Come lacrime nella pioggia?” – completò Paolo citando il suo film preferito, mentre apriva una lattina di coca-cola. C’erano soltanto loro due al bar, faceva caldo: Minosse stava colpendo furiosamente l’asfalto e i pochi temerari astanti che si avventuravano a lasciare le case in penombra o gli uffici ronzanti per i ventilatori accesi.

“Esattamente – annuì Roberto – come lacrime nella pioggia. Solo che qui di pioggia se ne vede ben poca per adesso.”

“Attendi, devi imparare ad attendere. L’estate prepara sempre un nuovo inverno e l’inverno prepara sempre una nuova estate, è un ciclo, abbiamo un sacco di cose da imparare dalla natura.” – aggiunse Paolo, tirando su la coca cola con la cannuccia.

“Disse l’uomo della coca cola. – soggiunse Federico arrivando. Spostò la sedia e si accomodò insieme a loro due. – Che si dice, ragazzuoli?”

“Le solite minchiate – gli rispose Roberto – si parla del senso della vita.”

Federico annuì “Già, già…Da un po’ non si fa altro qui, eh?”

“Eh già. Hai visto che culo quella?” – ammiccò Paolo

“Vista e inquadrata da un pezzo. – disse Federico – Che voto gli diamo? Io opto per un 8 e mezzo.”

“Nove.” – rispose Paolo.

“Quattro.” – disse Roberto.

“Cazzo, Roberto! Oggi sei severo, eh? Ti sei svegliato con la luna storta?”

“Guardati attorno, se trovi un motivo sufficiente per vivere, dimmene uno.”

“Quel culo, ad esempio.” – gli rispose Paolo.

“Sì, quel culo!” – fece eco Federico.

Roberto alzò il bicchiere di birra.

“Al culo, ragazzi. è tutto qui!”

“Al culo!” – risposero all’unisono gli altri due.

“E che il vento ce lo porti qui.” – soggiunse Roberto.

“Amen.”

“Amen.”

Nota a margine dell’autore: in letteratura i bei culi scarseggiano. Caro Giacomo, avrei tanto voluto sapere com’era il lato b di Silvia, e se poteva dar filo da torcere a tutto questo gossip moderno. Chissà come sarebbero stati i jeans a Beatrice o a Laura!

Come mettere in crisi uno scrittore

Se avete la sfortuna di conoscere uno scrittore e volete per qualche vostro motivo metterlo in crisi ecco una serie di punti per condurlo nel tunnel della scarsa lucidità:

1. Rivolgersi allo scrittore in questione affinché scriva di suo pugno vostre parole, in quanto se è uno scrittore deve avere per forza una bella grafia

2. Chiedergli consigli e ispirazioni per frasi e biglietti d’auguri seriali (cresime, matrimoni, comunioni): tra l’altro più lo scrittore è lontano dal modello Moccia e più è prossimo al modello Baudelaire, e più questa richiesta potrebbe essere fonte di stati di stress e frustrazione

3. Chiedergli quando la smetterà di dedicarsi alle poesie e alla letteratura, per scrivere finalmente una storia d’amore su adolescenti figli di papà ambientata al liceo o una bella saga…fantasy con protagonista piagnucolante che non vede l’ora di cavalcare un drago

4. Chiedergli di compilare la lista della spesa (tu sai scrivere, sicuramente non dimenticherai niente!)

5. Vietargli di riparare un tubo in casa o di avvitare o svitare una lampadina (tu sai soltanto scrivere!)

6. Regalargli un set di penne (quando sappiamo benissimo che allo scrittore in questione probabilmente interessano più le penne al sugo o al limite in bianco, con olio e parmigiano)

7. Comprargli un vecchio modello di macchina da scrivere (non le usa più nessuno e lo scrittore in questione non sopporta oggetti di arredamento ad indicare un ego che lui stesso non possiede al 90%)

8. Chiedergli un autografo o una dedica su un libro non suo

9. Chiedergli quand’è che si deciderà finalmente a fare un po’ di grana

10. Complimentarsi con lui chiedendogli quando farà la prossima esposizione di quadri d’autore

P.s.: nella maggior parte dei casi lo scrittore al quale vi siete rivolti compilerà anche la lista della spesa, accettando con rassegnazione l’infausto fato.

Casa, ehm scusate “dimora”, di Stephen King, non male per uno scrittore

L’aquilone.

-          Sembra una vita fa.

-          E’ una vita fa Jackie, avevamo appena dieci anni – replicò Adams dando spago all’aquilone.

Si era alzato un bel vento. I capelli si arruffarono. L’aquilone era di un rosso fuoco che sembrava una fenice in movimento sulle nostre teste con la coda fatta di triangoli.

-          Nonostante gli anni, Jackie, questo aggeggio sfida ancora il vento esattamente come quando eravamo piccoli – fece Adams – Ti ricordi quanto ci mettemmo per costruirlo?

-          Certo che mi ricordo, – disse Jackie – un’intera estate. Non era mai come lo volevamo!

-          Ma poi facemmo invidia a tutti i nostri compagni, era il solo che non cadeva mai.

-          Già, e tutti che volevano provarlo, ricordi? – fece Jackie – e noi che scappavamo con l’aquilone sottobraccio perché ne eravamo gelosi.

-          Darei in cambio un rene per tornare a quei momenti. Avevamo dieci anni ed eravamo felici. Stupidi, ma felici.

-          Non eravamo stupidi, Adams, eravamo solo inconsapevoli.

-          Stupidi, inconsapevoli. Che differenza fa? Non avevamo preoccupazioni, almeno.

-          Sei preoccupato? – disse Jackie.

-          Non più del solito. E’ la fine del mese: le rate della macchina, l’abbonamento in palestra di mia moglie, ora ci si è messa anche mia suocera che non può permettersi di andare alle terme e devo pagargli io il viaggio. Queste stronzate ti rovinano le giornate, credimi.

Adams diede ancora un po’ di spago e indietreggiò. Jackie lanciò un’occhiata in alto e quel rombo rosso ora copriva il sole.

-          Vuoi tenerlo un po’ tu? – disse Adams.

-          No, no. Ti ringrazio.

-          Ma come sarebbe a dire? Mica vorresti risparmiarti questa sensazione.

-          Quale sensazione? Quella di sentirci dei mocciosi in corpi di adulti?

-          Non fare lo sciocco. Tieni.

Adams mise lo spago nelle mani di Jackie. Jackie guardò l’aquilone, poi voltò la testa e fissò il sole. Rimase con gli occhi aperti per un paio di secondi, finché non fu costretto a richiuderli. Aprì i palmi delle mani e lasciò lo spago. L’aquilone volò giù dalla scogliera.

-          Jackie! Attento! – urlò Adams, che seguì, con le mani tra i capelli, la fuga dell’aquilone. – Perché l’hai fatto? Ma sei impazzito?

-          Era libero a metà – insinuò Jackie.

-          Cosa?

-          Sì. Era libero a metà, proprio come te, Adams, e come la maggior parte delle persone. Tentati dall’atmosfera, dal cielo, dalle nuvole ma tenuto buono da un filo quasi invisibile.

-          Ti sei bevuto il cervello? Cosa significano queste stronzate? Sentiamo!

-          Tu ti senti libero? – disse Jackie all’amico.

-          Certo che mi sento libero, che non mi vedi? Tutti quei libri che hai letto ti hanno fuso il cervello.

-          La vedo eccome la tua libertà, Adams. Una libertà decisa a tavolino. Studiata. Non voluta – disse Jackie guardandolo negli occhi.

-          E la tua? La tua sarebbe libertà? Non hai concluso niente in tutta la tua vita. Sei sempre stato un superficiale, un menefreghista. Uno sul quale non si può fare affidamento. Guardati. Tutti si sono sposati tranne te. Mi fai ridere.

-          Hai un pezzo di carta? – domandò Jackie.

-          Ho questo – Adams gli diede un foglio del giornale che aveva comprato all’edicola.

Jackie si sedette a terra a gambe incrociate. Cominciò a piegare il giornale. Fece un aeroplano.

-          Vedi questo, Adams? E’ un aeroplano di carta. Un pezzo di carta consapevole del suo destino ma che tra poco tenterà comunque di volare. Tu sei quel bambino attaccato ancora al suo aquilone, hai ricordi di una vita scomparsa da un pezzo. Attaccato alle sue certezze, ai suoi pilastri fermi. Io ho scelto di essere altro. Lo so che non volerò. Non a lungo. Ma preferisco precipitare nel vuoto e avere tutta la vita in un istante, piuttosto che restare a guinzaglio come te. Si è liberi non quando lo si diventa, ma quando lo si rimane, Adams. Quante volte hai messo le corna a tua moglie? Quante volte hai provato ad essere quello che non sei?

-          Tu non sai niente di me! – urlò Adams puntandogli il dito contro.

-          So quello che serve, amico mio, cioè che la tua vita è come quel veliero chiuso dentro la bottiglia che hai sul camino, ed è giusto che io te lo dica.

-          Lascia allora che io ti dica questo.

Adams strinse il pugno e lo colpì in pieno volto. Poi prese le sue cose e se ne andò.

Jackie con una mano al volto, lo guardò andare via. Si voltò verso il punto in cui era caduto l’aquilone, spiegò bene le ali dell’aeroplano di carta e lo lanciò.

L’aeroplano di carta fece finta di volare, poi cadde poco distante da quell’aquilone.

 

Inconsapevolezza

Avevo 15 anni

e non ero felice

ma fondamentalmente

non me ne fregava un cazzo.

Attico a New York

Continuano gli appuntamenti con Altre Narratività su Flanerì Magazine!

Un attico a New York, lui e lei che dormono. Lui però non prende sonno: una domanda lo ossessiona….

Per leggere il racconto seguire il link:

Attico a New York

C’è crisi in paradiso

Berto allargò le braccia, fece spallucce e rivolgendosi al suo collega disse “Che sono morto a fare?”

L’altro, annuendo convinto, rispose “A chi lo dici? Mi sembra una vita che sono qui! E non ho mai visto un cambiamento!”

“Sì, sì! Fanno sempre così! Prima ti promettono il paradiso e poi quando non gli servi più ciao ciao!” – un terzo si era inserito fra i due.

“Ma deve esserci una soluzione! Insomma è o non è nei nostri diritti avere il posto eterno?”

“Seee, il posto eterno! – lo articolò il suo collega mentre saliva su una scala per appendere uno striscione a un palo della luce divina – Il posto eterno sai a chi lo danno? Ai raccomandati! Altro che meritocrazia!”

“Vero, verissimo! – disse il terzo che si apprestava a reggere la scala per aiutare l’altro a posizionare lo striscione – Sapete chi sta dentro quella fabbrica con contratto a tempo eterno? Il figlio del calzolaio!”

Berto scosse la testa “ Quel buono a nulla!”

“Dicono che abbia i requisiti!”

“Quali requisiti? Sentiamo!” – disse Berto poggiando le mani alla cintura e portando il petto leggermente infuori.

“Le solite buone azioni! Pare che il curriculum sia pieno di buone azioni fatte in vita!”

“Ma se in tutta la sua vita non si è fatto altro che le canne!” – disse il collega dello striscione che intanto aveva allacciato un filo.

“Magari farsi una canna è una buona azione!” – disse ridendo un quarto lì vicino, che ascoltava e seguiva la conversazione nel mentre che era indaffarato a scrivere con la bomboletta spray su una parete di nuvola.

“C’è poco da ridere! La verità è che quello è stato assunto perché era figlio di calzolaio!”

“Bravo! Niente di più vero! La Rivoluzione si dovrebbe fare!” – lo incalzava un altro nella piccola combriccola che si andava formando.

“Qui basta che sei figlio di calzolaio, di falegname, o disoccupato che subito hai il posto eterno e tanti saluti a chi laggiù comandava e lavorava!”

“Sì, vaglielo a spiegare te quanto è difficile vivere con i soldi di papà! Qui non lo capiscono!”

Intanto arrivavano altri gruppetti di persone, tutti appendevano cartelli o qualche altro striscione. Per quel giorno era prevista una manifestazione di massa davanti ai Cancelli della “Fabbrica delle Virtù”, una delle più grandi e tradizionali di tutto il Regno dei Cieli.

Iniziarono a formarsi dei cori, qualche fischio, qualche applauso, in direzione della Fabbrica.

Poi arrivò l’Arcangelo Michele da oltre i cancelli, ali spalancate e braccia protese.

“Vi prego! Amici, compagni! Non fate così! Entrate e andate a lavorare!”

“A Miché ma vaffanculo!” – urlò uno, subito seguito a ruota da tutti gli altri.

“Compagna ci sarà tua sorella! Non prenderci per il culo!”

L’arcangelo sbatté le ali, si erse due metri da terra in modo da averli tutti sott’occhio e disse “Vi annuncio che di questo passo non arriveremo a nulla! Fate i buoni! Su! Andate a lavorare! Per il bene di tutti!”

Berto si era arrampicato su un palo e, fattosi passare il megafono, urlò, richiamando l’attenzione di tutti:

“Vogliamo più garanzie. Vogliamo un aumento della felicità e una beatitudine che sia a lungo termine. Non siamo disposti a trattare sulla serenità d’animo! Le nostre anime non si toccano! Inoltre chiediamo più giustizia! – la folla lo applaudiva, Berto iniziò a scaldarsi – lei di lavoro fa l’arcangelo, si mette lì, controlla, dirige e noi produciamo virtù. Siamo stanchi di produrre virtù se questi sono i risultati! – diversi “bravo” e “siamo con te” lo raggiunsero – Vogliamo il posto eterno! La beatitudine non ci basta! Già a metà mese abbiamo esaurito tutta la nostra pazienza! Mi dice lei come facciamo ad arrivare a fine mese! Giustizia! Chiediamo giustizia!”

L’arcangelo Michele a braccia conserte ascoltava e scoteva più volte la testa, poi di espresse.

“Avete chiesto giustizia! E giustizia avrete!”

E sparì in volo.

Non passò molto tempo che sentirono i cori celestiali che precedevano l’arrivo delle camionette di angeli. Un angelo scese dalla prima angel-mobile con i lampeggianti accesi e la musica celestiale che aveva invaso l’ambiente.

Era un angelo combattente. Guardò la folla, gettò in terra la sigaretta che stava fumando e mormorò qualcosa. Subito dalle camionette scesero i primi contingenti di forze dell’ordine angelico, armati di caschi e scudi e si disposero a blocco tra gli operai e i cancelli della Fabbrica della Virtù.

“Abbiamo chiesto giustizia e voi ci mandate gli Sterminatori?”

Berto scese e radunò un gruppo di persone.

“Dobbiamo sfondare il muro e occupare la fabbrica.”

“Andiamocene Berto! Le cose si mettono male!”

Nel mentre che discutevano la folla rumoreggiava. Poi arrivò il primo lacrimogeno.

“Che cosa buttano?”

“Per tutti i diavoli! Ci stanno buttando addosso la Temperanza per placare gli animi!”

“Non respiratela!”

Le urla si fecero confuse. Alcuni colpiti dal gas temperante già lacrimavano e dicevano “Sì, sì, ragioniamo insieme, troviamo una soluzione! Siamo pentiti! Chiediamo perdono! È tutta colpa nostra!”

Berto e altri si erano allontanati a distanza di sicurezza.

“È la procedura standard. Iniziano con la temperanza per tenerci a bada.”

“E ora cosa faranno, Berto?”

“Ora ci perdoneranno.”

“Ma non abbiamo fatto niente. Non abbiamo nessuna colpa. Di cosa dobbiamo essere perdonati?”

Berto scosse il capo, amareggiato.

“È così da sempre. Loro perdonano gli innocenti.”

“Ecco, arriva la luce del perdono. State giù!” – gridò qualcuno.

Si sentì un boato silenzioso e carico di una luce intensa e bianca. Poi nulla più.

Berto si guardò intorno e si rese conto di averli persi tutti. Tutti, in lacrime o sorridendo, rientravano in fabbrica. “Ringraziamo il buon Dio che ci dà lavoro!”

“Sempre sia lodato!”

“Benedetto questo giorno!”

Berto scosse la testa, si rialzò, gli agenti angelici stavano perquisendo i manifestanti rimasti a terra, qualcuno, tra i più riottosi, era stato arrestato.

Defilò svelto in un vicolo nei dintorni, quindi intraprese la strada che lo portava al solito ritrovo.

Appena entrò nel bar un caldo olezzo lo travolse in pieno. Berto inalò l’aria a pieni polmoni e sorrise pensando che ogni volta che entrava in quel locale si sentiva a casa propria.

Si precipitò verso il bancone, salutando distrattamente i soliti astanti. Malgrado l’ora, il bar era abbastanza pieno. L’attenzione dei più era rivolta verso il maxischermo: gli Angels stavano vincendo 4 – 0 contro gli Yankee.

“Ancora credete in quel gioco? Le partite sono truccate!” – disse Berto appoggiato al bancone, ma dalla platea nessuno gli prestò attenzione.

“Pacem et circenses! Ecco cosa vogliono! Il sistema è marcio, Berto!”

Berto si voltò riconoscendo la voce di Uroburo.

“Uro! Come va?”

“Va che avevo puntato su di voi stamane!” – sibilò Uro che si era seduto sullo sgabello accanto. Tamburellava le dita sul tavolo. Sul collo aveva un tatuaggio numerico: 666. Tutti lo conoscevano come un “tipo da evitare”, nessuno sapeva molto sul suo passato. Diversi sostenevano che una volta era un angelo, poi decaduto dal servizio per indisciplina e ora combatteva contro il sistema per il quale aveva lavorato.

Berto sospirò e disse:

“Lo so, Uro. Ma sono più forti. Sono dannatamente più forti!”

“Giuda ballerino! – esclamò Uro – Berto tu sei l’eletto. Quello che può cambiare le cose. Non devi farti abbattere, tutti puntiamo su di te. Sei il migliore.”

“Non posso Uro! Non è facile!”

Uro gli si fece più vicino e sibilò a bassa voce.

“Allora dobbiamo alzare la voce, Berto! Dobbiamo farci sentire! Sei ancora con noi?”

Berto annuì.

“Certo che sono con te.”

Uro si voltò verso il barista.

“Un succo di mela alla spina per Berto! Fallo forte!”

FINE PRIMA PARTE

La rosa nel cortile

Splendido  niente di un uomo che cammina

G. Grignani

Alice si chiedeva che diavolo stesse facendo quel ragazzo lì nel cortile. Girava in tondo e probabilmente pensava. Lo aveva visto poche volte, malgrado abitassero nello stesso condominio, e in quelle rare occasioni c’era sempre stato del formale imbarazzo tra loro, quasi che ad entrambi non interessasse salutare l’altro, tuttavia ogni tanto ricordavano di farlo, in onore delle formalità.

A un certo punto stava prendendo a calci qualcosa, forse un sasso. Poi Alice si concentrò meglio e capì che quello doveva essere un bocciolo di rosa. Il cortile in quella stagione ne era pieno considerato il roseto poco distante.

Prendeva a calci il bocciolo, quello si spostava, lui lo raggiungeva, tirava un altro calcio con la punta della scarpa. Mano a mano che il bocciolo era preso a calci si andava rompendo, perdendo ora una fogliolina verde, ora un petalo.

Alice scosse la testa. “Perché doveva essere così pensieroso?” Guardò un libro di poesie poggiato sul letto e si ricordò di alcuni versi.

“Osate calpestare le aiuole”- aveva declamato il poeta. Così decise di scendere in cortile.

Abitava al primo piano, quindi le occorse soltanto un minuto per trovarsi giù, arrivò appena in tempo per guardare il ragazzo mettere fine a quel gioco bizzarro. Dopo un ultimo calcio, lui raggiunse il bocciolo e lo calpestò, insistendo con la pianta del piede, quasi come se dovesse schiacciare un qualcosa di ben solido e quindi gli occorresse molta forza. Alice credette di intuire sul volto del ragazzo che guardava in terra un’espressione rancorosa.

“Perché lo fai?”

Lui si voltò, evidentemente sorpreso dalla presenza di Alice che non aveva notato.

“Faccio cosa?” – replicò con aria interrogativa, quasi colto sul fatto, con l’espressione innocente di chi sostiene “Non sono stato io, non so di cosa stai parlando”

“Perché schiacci la rosa?”

Il ragazzo sospirò, guardò il bocciolo, del quale non era rimasto che un piatto groviglio di petali e una macchia umidiccia intorno, poi disse:

“Non dovrei?”

“Le rose sono belle, non dovrebbero essere schiacciate.”

“E chi l’ha detto?”

Alice fece spallucce, allargò le braccia e alzò gli occhi al cielo.

“La natura.”

“La natura? Dovresti sapere invece che la natura è crudele, forse bella sì, ma crudele e pericolosa. Le rose potrebbero schiacciare te.”

Alice andò a sedersi su una panchina.

“Non ti facevo filosofo.”

Lui le si sedette accanto.

“Non ti facevo impicciona.”

Alice si alzò e affrettò il passo verso il portone, sbuffando. Lui la rincorse.

“Scusami…scusami, non intendevo offenderti. Non sto tanto della quale oggi!”

Lei si voltò.

“Tu schiacci rose, ecco cosa fai.” , poi riprese il passo.

Lui la bloccò trattenendola per un braccio.

“Io non schiaccio rose, mi difendo. Mi difendo prima che loro schiaccino me.”

“E io non intendevo schiacciarti. Volevo essere d’aiuto!” – Alice aveva alzato la voce.

“Vuoi essere d’aiuto? Allora diamo fuoco al roseto. Diamo fuoco a tutte le rose. Ecco come puoi essermi d’aiuto.” –  anche il ragazzo aveva alzato la voce.

Poi si fece silenzio nel cortile. Lui aveva lasciato il suo braccio, entrambi guardavano in terra.

“Forse non dovresti dare fuoco al roseto. Forse lì in mezzo c’è una rosa buona!” – mormorò Alice a voce bassa.

“Forse…”

“Se vuoi ti aiuto a cercarla.”

“Come si fa a riconoscere la rosa buona da quella non buona?”

“Bè, anche la rosa buona ti farà male…ma ti sarà impossibile schiacciarla.”

Il ragazzo annuì. Alice gli tese la mano:

“Io comunque mi chiamo Alice.”

“Mario. – disse lui rispondendo alla stretta – Mi insegnerai?”

Alice sorrise e rispose:

“Sì.”

Sostiene Tabucchi

Antonio Tabucchi (Pisa, 24 settembre 1943 – Lisbona, 25 marzo 2012

 

L’ultima pagina che hai letto è stata un toro in mezzo al petto

…ma è solo vita che entra dentro!

 

L’altra metà del cielo

L’altra metà del cielo

è un bianco veliero

che infrange l’orizzonte

ne spezza i limiti

li distribuisce all’infinito

moltiplica gli attimi

per ogni occasione presa

o perduta

L’altra metà del cielo

è stata occupata

da un movimento di protesta

contro il silenzio del cosmo

con armi di amore di massa

hanno bombardato

il suolo delle anime perse

L’altra metà del cielo

sono i suoi occhi

la sua voce

le sue attese

tutto ciò che è

lei in me e fuori di me

L’altra metà del cielo

è un tuo concerto,

Komandante,

sotto la stessa luna

per sempre.

Ceci n’est pas un post

Questo non è un post e io non sono un blogger.

12 marzo 1922: nasceva Jack Kerouac.

Buon Compleanno Jack.

Cosa farò da piccolo

Vogliono saperlo tutti.

Cosa farai da piccolo?

Ho preso molto tempo per pensarci, ma alla fine ho deciso.

Farò il Sognatore.

Certo, non sarà facile, la strada è molto ardua, mi hanno detto che selezionano i migliori e gli studi sono molto lunghi.

Ma già mi vedo: interi pomeriggi a sognare un mondo migliore, a curare la realtà di ogni paziente regalandogli un sogno in cui credere o facendogli riscoprire il proprio, che credeva perduto.

Professione nobile, certamente tra le più ambite.

Ma ormai è deciso.

Sogno di diventare un sognatore.

Vongole & Merluzzi @ Radio Libera Tutti, questa sera

Abbiamo atteso il giorno stesso per dirvelo nel più rigoroso stile di chi poco capisce di promozione eventi: questa sera il team di Vongole & Merluzzi sarà intervistato per un’ora e trenta minuti primi da Lara Cianfanelli ai microfoni di Radio Libera Tutti.

Ma la vera novità non è questa.

Odiate anche voi la parola novità, a proposito? A me non piace: è una parola che sa di vecchio e di stantio, figlia della moda.

Mi sono distratto un attimo, dov’ero?

Ah, sì: c’è di bello che non siamo coinvolti esclusivamente come team di questo blog, ma come appartenenti al World Poetry Movement.

Riporto da Internet perché oggi mi sento pigro:

Si tratta di un organismo internazionale che nasce con questo obiettivo: attraverso la bellezza della poesia, riuscire a fare luce sulle problematiche più rilevanti dei nostri tempi sul tema politico, sociale, ambientale. Da una comunicazione efficace e diretta, quale quella permessa dai versi letti in pubblico, il passo successivo sarà quello dell’azione, così da riuscire finalmente a contraddire un pessimo luogo comune: quello che connette l’arte poetica esclusivamente alla dimensione estetica.

Tra i principali sostenitori di questo movimento spiccano quello di Lawrence Ferlinghetti, nonché quello di Jack Hirschman, storici protagonistaidella Beat Generation.

Nel 2014 il WORLD POETRY MOVEVEMENT sarà riconosciuto Ente Mondiale per la Pace dall’UNESCO.

L’azione ritorna al centro della poesia. E lo farà ripartendo da Roma il 29 febbraio al Pub Le Mura, dove siete tutti invitati, in via di Porta Labicana, 24.

Questa sera parleremo più ampiamente del movimento e di tanti progetti, nonché anticiperemo un’altra importante cosa avvenire.

Previsto un intervento di Olga Campofreda, direttamente dal blog La Gallina Bianca.

Questo è il link di Radio Libera Tutti: si tratta di una radio on line, quindi facilmente accessibile da tutto il mondo, ovunque voi siate.

http://www.radioliberatutti.it/index.php

Cliccate all’interno della pagina nella sezione Ascoltaci.

DALLE 21:00 ALLE 22:30

Stay Tuned!

Stay Poetry!

Emilio Ceretti: chi era costui?

Proprio ieri sulla mia bacheca FB parlavo con Giuseppe Genna del ruolo dell’intellettuale oggi e, soprattutto, di come la crisi economica si possa affrontare solo affrontando la crisi culturale in cui viviamo.

L’Isola dei Famosi miete ogni giorno più vittime  dello spread, “Chi vuol essere milionario” regala a tutti l’illusione, da casa, che “dai magari ce la facciamo”.

Regalare sogni passivi, in un’Italia ridotta a (tele)spettatore, non è difficile.

Ogni non esiste più niente di vero, perché tutto…è… Verissimo.

E nel dialogo con Giuseppe Genna è intervenuta anche Dora Invernizzi scrivendomi “Le tue frasi piacerebbero a mio padre”.

Così ho scoperto che il padre di Dora Invernizzi è Emilio Ceretti, quello che considero uno dei massimi intellettuali del ‘900 (insieme a Giancarlo Vigorelli, Pier Paolo Pasolini e Luciano Bianciardi).

Perché Emilio Ceretti è la figura più eclettica di intellettuale che il panorama italiano possa ricordare: non solo è stato uno dei critici, letterari e cinematografici, più ferocemente ironici, ma è stato anche uno dei pochi, forse l’unico con Adriano Olivetti, che sia mai riuscito a coniugare il mestiere di scrivere (quello di Pavese) con il mestiere del fare.

La dimostrazione che gli intellettuali non devono per forza vivere in una mansarda sepolti dai libri e dai debiti.

Questo non vuole essere un panegirico di Ceretti né un ricordo per la figlia, ma uno scritto per dare coraggio ai miei tanti amici, grandi scrittori e editori di spessore, critici letterari ai limiti della fame e della speranza, malpagati da un sistema che considera ormai la Cultura tra l’Economia e lo Sport (il posizionamento della “Terza pagina” sui quotidiani). Di Emilio Ceretti ne scrissi anni fa in una pagina su “la Repubblica” o “Il Giornale” (la mia memoria è migliore di quella dei miei arrovellati Mac).

Emilio Ceretti, ha iniziato la carriera di giornalista negli anni trenta, come critico cinematografico per “L’Amborosiano” e “Il Tempo”.

Nell’estate del 1936  decide di importare un gioco: il Monopoly (inventato in Francia e non negli Stati Uniti, come si pensa). Lo traduce in Italiano ispirandosi alla toponomastica di Milano (basta citare “Viale dei Giardini”, dove lui stesso abitava e il vicino “Parco della Vittoria”, oggi giardini “Indro Montanelli”), inventandosi anche “Vicolo corto” e “Vicolo stretto”!

Quindi modifica il titolo sostituendo la “I” finale al posto della “Y” per evitare la censura del regime fascista. Inizia la sua ascesa di imprenditore, ma nel contempo traduce importanti scrittori come Aldous Huxley (il mio scrittore preferito),  Sinclair Lewis (il suo “Babbitt” è un capolavoro” e iper primo i “Racconti” capolavori  di Katherine Mansfield (tutti nei “Classici” della Medusa Mondadori. Nel luglio 1940 diventa direttore di Panorama che verrà chiuso poco dopo a seguito di un articolo di Indro Montanelli considerato “disfattista”.

Segretamente fonda la società anonima “Edizioni Riunite”, continuando la pubblicazione di articoli e libri inglesi e americani, invisi al regime.

Durante il conflitto mondiale è corrispondente di guerra per il Popolo d’Italia.

In Finlandia e in Grecia è con  Indro Montanelli, suo amico di sempre. Tra gli intellettuali amici di Ceretti ricordiamo Indro Montanelli, Leo Longanesi, Gaetano Afeltra.

Viene insignito da civile con la medaglia d’argento al valor militare per aver convinto gli abitanti dell’isola di Corfù ad arrendersi senza spargimenti di sangue, inventandosi l’arrivo imminente di truppe Italiane in massa. Grazie al suo brevetto di pilota porta a termine altre missioni spericolate nei cieli d’Africa.

Terminata la guerra, la sua casa editrice pubblica, tra gli altri, “Il buonuomo Mussolini” di Indro Montanelli e “La verità sul Generale De Gaulle e difesa del Maresciallo Petain” di Alfred Fabre-Luce. Malgrado il suo lavoro di intellettuale lancia per primo in Italia nel 1959 la Barbie e a metà anni ’60 i giochi della MB (suo il noto titolo “L’allegro chirurgo“), lo Scarabeo, e negli anni ’70 acquisisce in esclusiva i diritti di Risiko, il popolare gioco di strategia. Collabora fino a metà degli anni ’80 con  Mike Buongiorno alla realizzazione delle versioni in scatola di molti programmi TV di successo.

Il 28 marzo 1988, ottantenne, muore a Milano.

Ceretti è stato anche un illuminato e sarcastico critico cinematografico: lavora per la rivista “Cinema” fondata da Ulrico Hoepli.

Ceretti è stato molto simile a me (a parte le fortune industriali..).

Un articolo memorabile ad esempio sull’attrice Alida Valli apparso nel 1934 proprio su “Il Cinema”

“Di Alida Valli non è rimasta che la faccia: la faccia è quello che è, sempre un piacere osservarla, ma per il resto è un deserto”

Per “L’ambrosiano” venne  inviato a Venezia. E nel 1939 quando ancora un’intera nazione come l?Italia non comprendeva gli anni bui che avrebbe dovuto affrontare il genio di Ceretti scrive:

Quando quella sera si spensero le luci del Lido di Venezia  capii che presto le luci  si sarebbero spente in tutta Europa”.

 

 E a proposito del Risiko Ceretti scrive:

“Non considero Risiko un gioco di guerra. Anche perché, giocando a Risiko, non mi è mai capitato di incitare “nemici”. Tutt’altro! Risiko è un gioco che affratella, che accomuna i caratteri in una stessa passione, che risveglia gli istinti migliori, che sono quelli di affermare e far trionfare le proprie iniziative. Insomma, Risiko è un gioco di simulazione in cui la guerra diventa qualcosa di diverso da ciò che rappresenta in realtà, qualcosa che, invece di distruggere, costruisce”

Credo che mai come oggi la figura di Emilio Ceretti debba essere ricordata, insieme a quella di Giancarlo Vigorelli (su cui ho scritto il libro di successo “Così tante vite. Il ‘900 di Vigorelli” , con prefazione di Claudio Magris) .

Credo che Emilio Ceretti, riletto oggi, possa non solo dare coraggio ad una generazione di critici e scrittori che per lo più hanno perso il senso dell’ironia del gioco (anche del mettersi in gioco), ma che la sua vita debba essere un esempio per tutti quegli intellettuali che pontificano dalle loro mansarde.

Dovere di un intellettuale oggi è anche quello di sporcarsi le mani con l’inchiostro, di riprendere tra le mani l’intera filiera editoriale. Lo so, i tempi sono cambiati, ma cari amici, se non affrontiamo noi la crisi della letteratura  e della cultura chi lo farà per noi?

Gian Paolo Serino 

Autore: Gian Paolo Serino, critico letterario, ha ideato e fondato Satisfiction. Collabora con la Repubblica, Il Riformista, Il Giornale, Il Venerdì di Repubblica, D-la Repubblica, Rolling Stone, GQ, Vogue, Wuz.it e Radio Capital.

Abbiamo ritenuto opportuno riportare la nota critica di Gian Paolo Serino estrapolandola dal suo profilo Facebook ad indice che la figura di Emilio Ceretti è una figura di intellettuale eclettica, dinamica, viva, proprio quel modello di “azione” che oggi più che mai è indispensabile in tempi di crisi. 

Ringraziamo Gian Paolo Serino per l’autorizzazione alla pubblicazione. 

All’università si mangiano solo tramezzini

 

Scrivere poesie non è difficile; è difficile viverle.

Charles Bukowski

Stamattina l’università sembra un grande stomaco. Pronto a digerire. Tutto è teso alla masticazione, dalle barrette ipocaloriche kellogs ai piccoli kinder pinguì che costano ben 80 cent. Un vero furto. Le persone vanno e vengono, indaffarate dalla sapienza. Credo che conquistare la sapienza sia un affare difficile. Anche perché i muri e i pavimenti crollano. Ma nessuno se ne accorge. Da quando sono entrato dentro l’università ho capito che vestirsi bene dà la sapienza. Ecco perché io mi sento insipiente.

L’odore del caffè pare cannibale. Stacca tutto dalle narici. Dà il contentino. Ma almeno ti fa conoscere la gnocca che hai visto a lezione, se ti va bene.  Deve farti riprendere dal caldo della biblioteca, togliere quel culo un po’ flaccido dalla sedia. La biblioteca dovrebbe essere fatta per leggere e stare in pace. Invece ti fa stare in guerra, a partire dal vicino.

Che mangia un panino al prosciutto. Un casino con le sue mascelle. Un casino con le briciole.

Ecco perché dentro l’università si mangiano solo tramezzini.

Allora mi siedo. Leggo Bukowski. Anche lì si mangia un sacco. Soprattutto polpette e spaghetti. Sugo che cade dalle labbra unte e sporgenti.

Ancora casino con le briciole di pane. La gente che guarda il tizio mentre mangia il panino al prosciutto. Mentre leggo, guardo con distacco chi mi gira intorno. Il tal esame è tosto, assicura un ragazzo con gli occhiali un po’ troppo sporgenti, sempre lì lì per scivolare definitivamente. Un altro annuisce con l’aria di chi ha studiato davvero tutto. Poi becco la sua prova: aveva un minuscolo rivolo di maionese sull’angolo sinistro della bocca. Ma noto che anche l’altro ha un rivolo di maionese.

Mi fissa una ragazza che va di fretta. Due occhi enormi. Anche lei un rivolo di maionese.

E un professore. E l’inserviente delle macchinette, dalla barba rossiccia della penombra delle scalette. Rivoli di maionese.

Abbasso gli occhi: ho un casino di briciole e di merde varie. Sono fottuto, ho pensato.

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