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Agendarmi

Inizia l’anno, come ogni anno e l’agendina verrà a cercarti. Anzi, ti verrà spesso regalata. Chi non ne ha mai ricevuta dal proprio macellaio di fiducia o dal proprio barbiere? Oppure, quando vai da Mario, dopo l’ennesimo caffè, e ti dice con cuore generoso “ho qualcosa per te” e tu pensi già ad una storia da gangster con una porta a scomparsa e lui che ti introduce dentro, tra whisky, donne, sigari e poker infiniti. No. Era lui che ti toglieva la polvere da un’agendina che ti annuncia con solennità essere “nuova nuova” con addirittura un pennino. Che puntualmente non scrive. E tu che te ne ritorni, pensando ai caffè spesi.

Ma allora ti consoli del macellaio, in cui l’agendina ha un bel maialino rosa rosa che neanche tuo figlio o figlia avrebbe il coraggio di far vedere ai suoi amici. E il porco ti dice “grazie e buon anno”. Certo, ti ringrazia perché sei vegetariano. Decidi che quell’agendina la regalerai a tua volta a qualcuno a caso.

Meno male che c’è il parrucchiere. Agendina pulita, precisa, che non t’è venuta a cercare. In realtà te l’ha data tua moglie o il tuo ragazzo o il tuo amante o chi ti pare (PS diffiderei da amanti che danno tal agendina). In ogni modo, ormai ci sei dentro. Devi accettare un’agendina. Ti senti come Harry Potter quando desidera di essere Grifondoro, ma tu vuoi solo avere un’agendina che, comunque, non vuoi comprare.

Comprare un’agendina sarebbe la Sconfitta, l’Irrimediabile Condanna, l’Annuncio del Male. Il tuo cartolibraio di fiducia è un tirchio. Le cose non cambiano mai; solo gli anni lo fanno.

Decidi allora che farai la raccolta punti. Magari per fine anno un’agendina ce l’avrai. Meglio non appuntarsele le cose, ma viverle.

#iostoconlaragione

Il vostro Claudio è fuggito, Messalina trema… Era obbligato il popolo a saper la storia romana per conoscere la sua felicità?

Allora, voglio fare anch’io la mia riflessione. So che non si inizia con allora, ma lo dico per tirare le fila di cosa sta accadendo nella nostra Italietta in una discussion infinita tra “metodo stamina” e la discussione sulla sperimentazione animale e i limiti etici. Credo che, ancora una volta, sia l’ignoranza che vinca: non piuttosto una verità condivisa da una maggioranza, ma si tratta di minoranze organizzate e agguerrite che polarizzano il resto. Per cui la verità di tante storie, di tanti aspetti si perdono inevitabilmente nella grande marea umana.

Non sto dicendo chiaramente di fidarsi delle case farmaceutiche, né tantomeno lasciarsi trasportare dall’onda forconista.

È diventata, ancora una volta, una battaglia tra tifosi, tra volontà di potenza, in un viralismo emozionale passato attraverso reti orizzontali.  I messaggi di #iostoconcaterina ne sono un’evidenza. Si perde la causa e si pensa al feticcio. Come una volta, quando il popolo passava parola, tra un quartiere e l’altro e la rivolta si alimentava, grande. Senza comprendere il perché, senza comprendere le ragioni: come anche questa volta non si tratta dunque di animali, ma di idolatria, di sentimenti irrazionali arrivati fino al disprezzo degli umani nei confronti degli animali.

Ecco, per un attimo vedo gli X-men, in un momento di enorme decadenza e vuoto culturale. La fiducia incondizionata verso Vannoni, per esempio, è il nuovo sostituto della religione: è il sentimento anti. Anti-casta, anti-sistema, anti-establishment, anti-cultura. È il forcone che grida la ricerca della speranza. Vannoni sarebbe il guru, quello fuori dal sistema, vittima, simbolo degli oppressi. E, nello stesso tempo, l’adorazione quasi sacrale degli animali va ad occupare un vuoto, quello ideologico, che grida al sabotaggio, che si erge contro la distruzione prodotta dall’Occidente.

Ma in questo amalgama di forze, sentimenti, rabbia, non si tratta di discernere chi abbia o no ragione. Non siamo qui per questo. Il diritto all’autodeterminazione delle idee che entrambe le parti invocano rimane nel dubbio, in un paese come l’Italia in cui le rivolte esistite sono state semplici fiammate, soprattutto per la presenza di indici di scolarizzazione avanzata estremamente bassi. Ciò che mi viene in mente è dubitare quanta capacità democratica abbia la nostra comunità.

Non sto dicendo che sono a favore dello status quo, ma da persona di sinistra mi trovo perso, per un attimo, nel non poter dar fiducia alle masse. Sono combattuto nel credere alle istanze di giustizia sociale e, nello stesso tempo, tradito dalla massa stessa (vedi esempi come le dittature coscientemente appoggiate dalle masse o il fenomeno del berlusconismo).

Una sorta di giacobinismo della rete sociale online, per giocare, dalla casella iniziale, con il monopoli della storia.

Yes Global!

Una cosa che non sopporto è: quando le persone con le quali esco parlano in dialetto con persone di altre città. Qui ti ricordi che fatta l’Italia, bisogna ancora fare gli Italiani. A primo impatto può apparire simpatico questo uso del dialetto. Poi in un secondo momento ti accorgi che c’è qualcosa che stona, come una smagliatura, un qualcosa che non torna.

Sì perché come diceva un giurista austriaco, “il linguaggio è servo infedele e segreto padrone del pensiero”. Parlare in dialetto al di fuori dei confini nei quali quel dialetto viene usato (anche se non è una questione di confini geografici, quanto di confini comunicativi, di registri, di contesti, di interlocutori) vuol dire portarsi dietro un guscio in nome di cosa poi? In nome della difesa dei valori locali? Ma non ci credo proprio. Anzi, semmai l’esatto opposto.

Ho capito che produci tartufi, non sbandierarmi i tuoi tartufi locali sotto il naso. Una volta esclusa la tutela della lingua locale, resta l’altra opzione, l’altra tesi, quasi altrettanto comica: la rusticità. Quasi che essere rustici, villosi e villani renderebbe più preziosi gli ormoni di turno.

C’è un filo sottile di imbarazzo quando il dialetto viene fuori in modo spesso inappropriato, è come creare un muro, argilloso, di sabbia, ma pur sempre un muro, e se non lo si scavalca con ironia, tende a stabilizzarsi.

Nell’epoca in cui si è tornati a demonizzare la globalizzazione, il rischio opposto è quello di un’esaltazione del locale che ci riporti indietro a un feudalesimo delle menti e dei luoghi (comuni). Certo, dà altrettanto fastidio un “italiano” non sciolto, ostentato, non scorrevole.

Passo e chiudo.

Post Scriptum: Salutame a soreta.

L’Italia che muore

L’Italia che muore è quella che salta la fila perché va di fretta, mentre va più lenta di tutti gli altri.

L’Italia che muore si stressa per arrivare in anticipo sul ritardo del treno.

L’Italia che muore è quella di chiedere scusa, Monsignore, ma sono ateo e non lo posso dire.

L’Italia che muore è l’Italia femminile singolare fatta di uomini che picchia le donne. E le violenta.

L’Italia che muore è quella che io non sono razzista, ma seguo sempre Balotelli.

L’Italia che muore è lo stereotipo di se stessa.

L’Italia che muore è dove l’aborto si fa solo in privato perché l’obiezione di coscienza aiuta. La carriera.

L’Italia che muore è quella che si stava meglio quando si stava peggio, perché al peggio siamo sempre stati abituati.

L’Italia che muore è quando senti dire che Napoli è ancora sotto i rifiuti.

L’Italia che muore è quando ti chiedono come sia possibile che Berlusconi sia ancora lì, sul suo trono. E non hai veramente risposte razionali da dare.

L’Italia che muore è quella che ti prostituisce per un dottorato che nessuno ti riconoscerà perché hai studiato troppo.

L’Italia che muore è quella del troppo poco o del troppo bene che nessuno mai conoscerà.

L’Italia che muore è quella che all’estero nessuno conosce e che è la vera Italia fatta di sogni, convivenza, giustizia, fratellanza, rispetto, legalità. Ma muore.

L’Italia che muore sono i broccoli coltivati sull’immondizia.

L’Italia che muore è quella dei compromessi.

L’Italia che muore è quella storicamente revisionata.

L’Italia che muore è quella che ancora sogna di un nuovo Leonardo, di un Cesare, di un Fermi, di una Montessori, di una Montalcini.

L’Italia che muore è quella che è muta, perché non parla le lingue.

L’Italia che muore è quella provinciale.

L’Italia che muore si muove su gomma.

L’Italia che muore, muore ogni estate al suono di Delenda Carthago.

L’Italia che muore è quella che vuole far mangiare le banane ai ministri.

L’Italia che muore è quella ferma, che ha paura, che non spera, che pensa al giorno stesso perché non sa se arriva.

L’Italia che muore è l’Italia di Pasolini senza futuro.

L’Italia che muore è quella senza wifi negli hotel.

L’Italia che muore è quella che ha una dieta troppo ricca di calcio.

L’Italia che muore è quella che con la cultura non si mangia.

L’Italia che muore è quella che prima o poi morirà, se non diventa medico di se stessa.

Social Revolutionary Network

Partiamo dai fatti: “Mai uno spot con famiglie gay, se a qualcuno non va, mangi un’altra pasta” (cit. fonte: Corriere della sera). Suonano così le parole di Barilla, noto marchio di pasta italiana, presso la trasmissione radio “La Zanzara” di Radio24, programma radio peraltro altrettanto noto per le sue provocazioni.

Subito dopo le dichiarazioni di Guido Barilla, sui social netowrk si è scatenata un’ampia polemica, nonché un vero e proprio invito al boicottaggio della pasta. Insomma, un esercito di indignati dell’ultim’ora si sollevava contro la multinazionale.

Ma, spero ai più, sarà facile individuare e capire come queste rivoluzioni non siano affatto adatte al mezzo del social network, i quali semmai sono costruiti e pensati appositamente per il marketing.

Questo boicottaggio è in realtà puro marketing, a tutto favore della Barilla.

Nessuno è realmente entrato nel merito delle parole di Guido Barilla. Tra ventiquattro ore tutto sarà comunque dimenticato, con buona pace delle casalinghe e dei casalinghi che, specialmente di questi tempi, non guarderanno a grandi questioni morali, ma alla pasta che costa meno.

Dura lex, sed lex.

Le battaglie difficili da condurre sono ben altre.

(L)égalitè, Fraternitè, Mafiositè.

Se ti amo? Dipende. Se è stato bello? Dipende. Se mi voglio? Dipende. Se ancora sogno? Dipende. Ci vediamo? Cosa fai stasera? Te ne vai ad Ibiza? Dipende. Hai un amante? Dipende. Se fosse stato? Dipende. Se sono stato? Dipende. Se voterò? Se avrò fiducia? Dipende. Se comprerò? Dipende. Se sarò comprato? Dipende. Emarginato? Sottopagato? Fuori orario? In nero? Dipende. Chi ho pregato? Dipende. Sparerò? Sarò a favore? Dipende. Se avrò chiodi? Dipende. Sarò croce? Dipende. Sarò testa?

 

Dipende: dalla tua.

 

E tu, amore: dipendi?

 

 

Tutti. Siamo tutti dipendenti. Chissà se tutti saremo prima o poi dei dipendenti pubblici. Nei carceri interiori ci iniettiamo in vena dosi di abbonamenti ad una vita immacolata mandata in onda in prima giornata. Abbiamo scambiato l’eroina con l’eroicità, siamo tutti intenti a salvare: salviamo il lavoro, salviamo il governo, salviamo l’Italia, salviamo la vulva amazzonica, salviamo le balene a pois.

 

Quand’è che salveremo l’uomo dall’uomo. Quand’è che salveremo noi stessi dall’idea di essere eterni. In verità vi dico: no. In verità non si dovrebbe dire, si dovrebbe agire. Ma siamo tutti illegali, i nostri pensieri sono illegali, la nostra nascita non decisa è illegale e quindi omertosa come la bussolletta passata nei banchi la domenica.

 

E allora legalizziamoci: legalizziamo i telecomandi che non cambiano canale. Legalizziamo le fotografie ancora da scattare, quelle che al posto di dire “sorridete” dicono “siete realmente felici?”. Legalizziamo i preti che a costo di non toccare un bambino si masturbano sulla madonna. Legalizziamo il suicidio, quello pensato, quello assistito, quello partorito. Legalizziamo l’ora che è tutto meno che legale. Legalizziamo i disoccupati che entrano in crisi perché improvvisamente si ritrovano a pensare troppo a se stessi. Legalizziamo le cravatte, quelle sgualcite e utilizzate dalle mistress. Legalizziamo gli studenti, quelli che giocano al catenaccio con la cultura. Legalizziamo i manganelli, se utilizzati per scacciare via i brutti pensieri. Legalizziamo gli immigrati se le persone che poi li vorrebbero fuori hanno appesa all’ingresso la targa “mi casa es tu casa”. Legalizziamo le puttane e i pompini che danno sollievo, solo se non fatti sotto il banco della camera del Senato. Legalizziamo le persone che per guadagnarsi la vita, la perdono. Legalizziamo la voce sensuale delle centraliniste telefoniche. Legalizziamo la marijuana, per poter dire che l’erba del vicino non è sempre la più verde. Legalizziamo le droghe, se i grammi di stupidità continuano ad arrivare dall’alto. Legalizziamo i Mafiosi.

 

Mafiosi sono i vigili urbani che parcheggiano sulle strisce blu senza pagare il parcheggio. Mafiose sono le facoltà a numero chiuso che di chiuso hanno solo il bilancio in attivo. Mafiosi sono quei medici che nel duemila fanno ancora morire le donne per parto. Mafiosi sono i carabinieri perché sono il braccio di uno Stato cieco quando picchiano gli ideali di un diciottenne. Mafiosi sono gli stadi e gli inni razzisti. Mafiosa è la volgarità. Mafiosa è la presa per il culo. Mafioso è l’amore, che fa di tutto per ottenere di tutto. Mafiose sono le ex, e i ricordi in offerta tre per due. Mafiosi sono gli artisti che ci spiattellano le loro ansie da prestazione. Mafioso è questo testo. Mafiose sono le madri che piangono i figli morti in missioni di pace: “signora, mi spiega perché Gino Strada non ha bisogno di nessuna missione per fare la pace?”

 

Mafioso è il ddt. Mafiosa è la cassa integrazione. Mafiosi sono i fazzoletti “tempo”. Mafioso è il latte ad un euro e cinquanta. Mafioso è chi avvelena i cani perché abbaiano troppo, che è come soffocare un bambino perché piange troppo. Mafioso è chi resta uguale, chi ha timore di scelte nuove. Mafioso è chi applaudirà a queste parole senza averne capito il concetto.

 

 

 

La mafia è come il banco se giochi a poker vince sempre.

 

La mafia è come il banco se giochi a poker vince sempre.

 

La mafia è come il banco se giochi a poker vince sempre.

 

La mafia non è il banco se ti ribelli ne esci salvo.

Buon Ferragosto…

Buon Ferragosto a tutti i Cristiani.

Buon Ferragosto a chi va in ferie, malgrado il contratto a termine, malgrado il contratto a prova, malgrado si esibisca in un circo come precario su un filo, senza rete e senza assicurazione sulla vita. 

Che poi uno dovrebbe riuscire a farsi prima una vita, e poi un’assicurazione sulla vita.

Buon Ferragosto a certi squali che navigano in acque sempre più sicure, intorno all’unica specie in via d’estinzione: la persona.

Buon Ferragosto ai subacquei che hanno deciso di andare a fondo nelle cose e troppo spesso si dimenticano che la leggerezza del vivere ama la superficie. 

Buon Ferragosto a chi lavora tutto l’anno, a quei pochi fortunati che godono del posto fisso per quattro stagioni su quattro, prima dietro una scrivania o un tornio, e poi sotto l’ombrellone.

Buon Ferragosto a chi è abituato, alienato, appostato per sempre con le sue certezze, a chi tenta di non guardare al sismografo della vita. Non sarà la povertà di denaro a fare lo sgambetto, ma la scarsità di nuove idee e prospettive. La povertà di entusiasmo è il sintomo di una crisi e non sta scritta sul cartellino del prezzo.

Buon Ferragosto a chi dà un prezzo a tutto e un valore a niente come diceva qualcuno, buon ferragosto ai vacanzieri last-minute, a chi cerca un affare per procurarsi un pacchetto serenità. A chi è felice e rilassato in un tempo determinato, a chi si lascia vivere, a chi non prende in mano il timone della propria vita.

Buon Ferragosto a me, che poi sono esattamente come tutti gli altri.

O forse no.

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Et cetera

Alle volte c’è sempre troppo da fare per poter spiegare.

Spiegare al proprio capo le motivazioni valide in base alle quali rivendicate un aumento di stipendio, o spiegare le fondamenta filosofiche in base alle quali le tesi kantiane sulla ragion pura sono assolutamente errate, o spiegare qual è il senso della vita, la risposta a tutto, dai piatti che sgocciolano nel lavandino e attendono di essere asciugati al “perché siamo qui, dove andiamo” etc etc.

Sì, avete letto bene: etc etc, che significa “et cetera” o dal greco “καὶ τὰ ἕτερα” (kai ta hetera, “e le altre cose”). C’è sempre un mucchio di altre cose, un infinito universo dentro un altro universo. Astolfo, quando arrivò sulla luna per ritrovare il senno di Orlando, si trovò di fronte a una montagna di eccetera.

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La prima volta che ho guardato lei negli occhi i dettagli erano così tanti, così…innumerevoli, che soltanto un’espressione così simile all’idea di eternità poteva riassumere quel momento: et cetera.

Perché alle volte non basterebbe una vita per poter elencare tutte le buone ragioni e la bellezza che vediamo in una persona.

A differenza della guerra e della morte e delle cose cattive: un genocidio non può essere riassunto in un “etc”: vanno ricordati tutti, nome e cognome, volto, mani, unghie, vizi, abitudini. La memoria storica non è cumulabile all’infinito: è racchiusa in un tempo definito.

Invece per la bellezza, non è la fretta, ma è il tempo che scorre, che inesorabilmente avanza, ruga dopo ruga, scava trincee dentro e fuori, che ci consente di ricorrere a un etc e allora non possiamo permetterci di perderci nelle miniature del tutto. Talvolta tutta questa bellezza deve essere riassunta, osservata da lontano, per quanto possibile: un immenso et cetera.

Finché non vedremo Dio: il primo e ultimo “et cetera” della storia, per scoprirlo dentro di noi.

E poi…e poi…ci sarebbe molto da aggiungere, etc etc

Quali sono “le altre cose”? Ecco, siate curiosi, avvicinatevi, sempre di più, sempre di più…

Il bisogno di avere schermi elettronici per difendere varie menate.

Dunque, è estate e fa caldo. Le forze personali sono al minimo, eccetto per controllare da uno schermo elettronico il destino del mondo. Avete presente quegli schermetti elettronici che sono presenti in tutti i film abbastanza-tecnologizzati? Tipo, X-Men, i Fantastici 4, Iron Man oppure Justin Timberlake che fa Ayo Technology con tope e bei ragazzoni dotati che toccano schermetti elettronici mentre cantano.

Cioè il bello di toccare uno schermo elettronico è proprio avere l’impressione di stare a far qualcosa. Io ne avrei bisogno quando mi dicono: “Sei libero domani?”. Il mio unico impegno d’estate è mangiare il cocomero (o meglio detto anguria) senza a. Sporcarmi i pantaloni b. Senza iniziare una battaglia di “sputa-i-semini-addosso-a-chi-hai-vicino”.  Allora vorrei che lo schermetto elettronico con prototipi di bombe H o di camioncini della nettezza urbana lunari comparissero in modo da far vedere che anch’io faccio qualcosa per dire “L’unico tempo libero che ho avuto è quando l’ho liberato dal carcere di massima sicurezza a Guantanamo l’anno scorso”.

Il mio amico sgranerebbe gli occhi. Io sgranerei a mia volta un Tronky, facendo pubblicità occulta durante il film.

Insomma, ecco. Il prossimo regalo per il Natale 2013 (non si pensa a Natale già da quasi-ferragosto?) è uno schermetto elettronico impalpabile, con alta definizione e raggi in multi-color. Voglio poi un’immagine olografica 3-D del mio maggiordomo personale che mi dice: “E’ tempo di sputare i semini”. Cose così, ecco. Anche perché ritengo di avere i numeri di Justin Timberlake, ma non il numero. No, quello ancora no.

Poi, ammettiamolo. Guardare il nulla e fare il nulla è una delle cose più in mai sponsorizzate dalla nostra società. Poiché il nulla va di moda, anch’io voglio fare il nulla. Avere uno schermo elettronico tutto mio mi salverebbe da situazioni imbarazzanti. Avere poi all’orecchio un auricolare bluetooth (detto anche Dente-Blu) che fa la lucetta con l’intermittenza delle lucette di Natale sarebbe spassoso. (Caro Babbo Natale, te lo chiederò per il Natale 2014, almeno iniziano anche i nuovi programmi Europei, per cui potrò inserirlo nelle mie richieste di finanziamento).

Questa sicuramente sarebbe la mia faccia davanti al regalo.

Non sentire gente che ti urla nell’orecchio e dire con viso-giacca-cravatta: “Noi delle Stark Industries siamo cool, perché siamo freddi”. Insomma, ecco. Uscire da situazioni così. A meno che mi arrivi un semino addosso. Non importa che sia melone o anguria, ma mai perdere la calma. Con masticazione lenta, smitragliare l’avversario.

Grattati e muori

Anche se voi vi credete assolti

siete lo stesso coinvolti

Faber

Forse sarà una vecchia polemica, ma tanto vale combattere finché la logica di “panem et circenses” trasformata ormai in “fast food & television”, non sarà decostituita a fondamento di una società più giusta.

Ci hanno tolto Enzo Biagi e cosa ci hanno dato? Ci hanno dato programmi per imparare a fare l’uovo alla coque, in camicia da colletto bianco e alla fiorito. Ci hanno dato reality show per imparare come mangiare il riso delle noci di cocco. Ci hanno dato trasmissioni che promettono premi milionari che possono cambiare la vita di chi chiama, di chi scavicchia il pacco, di chi gratta il biglietto fortunato.

Io non ci sto.

l’inizio della fine

Io non ci sto a farmi prendere in giro da una televisione che vuole indottrinarci a dimenticare il senso del sacrificio e del lavoro.

Io non li voglio i vostri soldi e i vostri gettoni d’oro. Senza se e senza ma.

Io voglio che i miei figli possano imparare a lavorare per costruirsi un futuro, qui in Italia o anche altrove, ma che sappiano bene che non bisogna confidare troppo nella Fortuna, che la speranza consiste nella preghiera e nella sconfinata fiducia verso un domani migliore, che tra l’altro non possiamo confondere la speranza con una debolezza, semmai con una fortezza. Né voglio che i miei figli si votino deliberatamente a chissà quale “colpo di fortuna”.

Nessuno ci regala niente, ma è questo che vogliono farci credere.

Io non ci sto più.

Programmi televisivi (che etimologicamente parlando di “televisivo” avete ben poco, dal momento che la televisione è la “visione del lontano”, ma qui non riescono a guardare oltre il proprio naso) anche voi siete responsabili del declino sociale e morale, della decadenza del gusto, quindi per favore, fate le valige e tornate a casa, fuori dai palinsesti delle nostre coscienze che vogliono tornare a ragionare come meritano.

Ora scusate, ma ho comprato un gratta e vinci. Speriamo sia la volta buona.

Palomar 2012: Odissea nell’Italia del Caffè Espresso

devo pensare non solo a quel che sto per dire o non dire, ma a tutto ciò che se io dico o non dico sarà detto o non detto da me o dagli altri – Palomar

Sono stato zitto, ho taciuto, ma non mi sono distratto. Al contrario, sono stato vigile (non urbano, ma della giungla che mi circondava). Ho osservato e ho preso nota di molte cose. Mi sono sentito un po’ Roy Batty in Blade Runner, per quanto riguarda il suo monologo finale. Ma i bastioni in fiamme li ho visti al largo di Israele e ho visto i raggi B balenare alle porte dell’Iran. Non ho visto soltanto questo però: questo l’ho visto da lontano, oltre le fiamme più vicine.

Blade Runner lo hanno rifatto HD. Ehy, se siete rivoltosi niente svago o dvd per voi. Andate a fare la rivolta. Che c’è crisi.

La prima cosa che trovo molto importante da abbattere è il provincialismo caotico e noioso delle riunioni di partito nei piccoli paesi. Questi non sono più i tempi di Peppone e Don Camillo, per quanto ci piacerebbe che lo fossero, tutto sommato, non fosse altro che alcuni schemi sarebbero garantiti, sicuri, alcuni paletti sarebbero fermi. La guerra fredda era la vera culla della pace, le minacce erano l’impalcatura dell’ordine, malgrado dei sacrifici da una parte e dall’altra. Sì, qualcuno potrebbe persino pensarla così. Ma io no: io mi fido più della Storia che senza pietà prosegue occupando ogni spargimento di tempo a vuoto, inghiottendolo per restituirlo convertito all’eternità.

Quando mi sono avvicinato ai primi circoli paesani della sinistra ho avvertito da subito che qualcosa non tornava, non quadrava. Chi c’era a sbandierare la pace e l’uguaglianza? Non i figli degli operai, ma, almeno in gran parte, figli di persone al di sopra di un certo reddito.

Lui ha un passato nei figli di fiori. Poi si è pentito. E, come per tutti i pentiti, è stato inserito nel programma sicurezza testimoni.

Caro Pasolini, non ti sbagliavi. I figli degli operai erano troppo impegnati a procacciarsi un presente, per poter progettare un futuro glorioso. Ecco perché nel giro di tre secondi avevo capito l’arcano: era tutto un passarsi la canna, applaudire a Marx e al Che, da bravi figli intellettuali di papà, e tirare avanti così a riunioni di “giovani”. Questi maledetti “giovani” che non sono altro che un’invenzione del mercato, una fascia di consumatori. Mentre gli altri, lì fuori, erano a spalare merda nei campi o a darsi un’istruzione decente.

Mal sopporto quindi tutte le categorie cadute nel tranello dell’uno o dell’altro partito. Sfuggiva ai più una visione politica e nobile del mondo. La crisi della politica non mi era arrivata attraverso i telegiornali, ma attraverso i miei coetanei. Mi piacerebbe che si fosse fatto come Silvio Orlando in quel suo film, che divise i figli degli uni dai figli degli altri: i primi a leggere l’Eneide, i secondi Il Capitale, se ricordo bene. Chiaramente, si tratta di provocazione: leggasi sarcasmo.

Eh sì che poi ti ritrovi questa massa di geni a pubblicare link sui social network che mettono in comparazione due situazioni: la folla rivoltosa a Madrid e la folla in fila per l’I-Phone in Italia. Mi chiedo quale sia la connessione. Gli uni sono migliori degli altri? C’è stata una rivolta sociale o una manifestazione a Madrid? E che colpa hanno gli italiani se preferiscono pagare le tasse e comprarsi un i-phone piuttosto che “rivoltarsi”? Chiedo a questi utenti di Facebook che in gran parte sono sempre i soliti seduti dietro la scrivania se loro sono scesi in piazza a “cambiare la situazione”. Per non parlare poi del fatto se sono davvero preparati a una rivoluzione, che la rivoluzione, come disse qualcuno, non è prendere un tè in salotto, se sono pronti ai tradimenti, ai voltagabbana, agli opportunismi, ai giacobinismi.

Modello per gli indecisi

In fondo questi facebookiani non sono tanto diversi da quelli in fila per soddisfare un proprio legittimo desiderio.

Questo è un prezzo che non voglio pagare. Preferisco restare cittadino e usare i miei strumenti democratici. Ciò non significa “non protestare” o “non ribellarsi”. Ma significa essere tolleranti e moderati, mantenere la calma e la lucidità…perché lo Stato siamo Noi. Noi dobbiamo avere il senso dello Stato. Lasciamoci alle spalle vecchi schemi demagogici prossimi a preparare il terreno per gli autoritarismi (consiglio a tutti lo studio del giurista Carl Schmitt a tal proposito).

E io sono fiero di essere Italiano per questo motivo: perché so governare la mia anima. Attenti a chi vi dice “ribellatevi”. Chiedetevi sempre “perché?”

E poi…

Attenzione: il suddetto è un articolo anti-zecche. Né unti né punti. E anche contro i rosiconi che non possono comprarsi l’I-phone e invitano gli altri a manifestare contro il governo. Sempre gli altri.

Hamtaro Corporations United

Non che a nessuno possa importare qualcosa, ma vi volevo parlare della morte di un roditore: Hamtaro.
Non lo dico solo per la gioia dei bambini italiani, che in fondo amavano Hamtaro solo perché Cristina D’Avena cantava la sigla, ma anche per tutti gli aspiranti futuri padroni di criceti.

In fondo, Hamtaro ha fatto la stessa fine dell’Uomo Ragno. In un certo momento nessuno ne parla più e i criceti neanche sono più di moda. Tra l’altro, penso, i criceti si siano anche stufati di stare a correre in quella stupida ruota tutto il giorno. In fondo è pur giusto che Hamtaro si sia suicidato. Era tremendamente ossessionato dal fatto di essere preso ad esempio dagli umani.

In realtà ho scherzato finora.

Hamtaro non è morto, ma come tutte le altre cose è stato predetto dai Maya. Forse anche i Maya avevano particolari rapporti con i roditori, ma sicuramente non avevano gli stessi problemi psichici di chi dà alla propria sposa il nomignolo Hamtaro.

C’è invece chi immediatamente ha tirato fuori la storia di “Fa’ uscire il tuo criceto interiore. Lo Spirito Criceto è immortale”.

A dirla tutta l’ultima stagione di Hamtaro si chiude con “Matrimonio” e, se la memoria non mi inganna, “matrimonio” era anche il titolo dell’ultima puntata della prima stagione di Goku.
Insomma sembra che il matrimonio ponga fine alle speranze della vita selvaggia dei criceti.

“Hamtaro: piccoli criceti, grandi avventure”: poi si sposano e fine dell’avventura. Insomma, perché non venite a raccontarci cosa succede dopo il matrimonio? Cosa c’è dopo il “si sposarono e vissero per sempre felici e contenti?” Immagino Hamtaro stravaccato sul divano, con una birra in mano che ha appena tradito la sua donna-criceto con un suo amico.

Un Hamtaro gay, impegnato per di più nella lotta per il riconoscimento del matrimonio dei gay. Il Pontefice però si è dimostrato contrario, se infatti i criceti maschi si sposassero con i maschi e le femmine con le femmine, chi di loro girerebbe più nella Sacra Romana Rota?

In cricetum, veritas.

Amatoriale quotidiano

“Dove sono andati i tempi di una volta per Giunone, quando ci voleva per fare il mestiere anche un po’ di vocazione” – De André

Ho provato a fare una seria ricerca sulla vita delle porno star. Purtroppo non sono giunto a grandi conclusioni, a parte alcune confessioni e iniziazioni strane. Non parlo né del senso esistenziale (l’attrice porno, per esempio, la consideriamo una prostituta o semplicemente un’artista?) o del senso meramente metrico (non parlo esattamente della lunghezza della pellicola…).

Mi chiedo, quotidianamente, quanto influisca il tempo di preparazione per un film sul resto degli impegni nella vita cosiddetta privata (vedi pagamento bollette, colazione, pulire casa). Per esempio, se uno è in ritardo per arrivare sul set, mangerà solo un tramezzino? Oppure salta il brunch e poi si lava i denti (per ovvi motivi) prima di mangiare nel pomeriggio? Ma se arriva tardi – il traffico c’è anche per gli attori porno o, peggio, un ritardo nel ritiro dei bagagli all’aeroporto – ha tempo per fare riscaldamento prima di lavorare?

Poi: “Papà dove vai ora?” “Lavoro”. A che età bisogna dire ai propri figli che il loro concepimento è registrato? Il papà misteriosamente risponderà: “Un giorno affitteremo un film e capirai”. Il bambino pensava effettivamente che suo papà fosse un attore. Senza aggettivi aggiunti.

La dieta di un attore. Roba seria.
1. Addominali e pettorali (dipende anche dalla categoria)
2. Chiappe sode (il famoso lato b)
Effettivamente il lato estetico diventa una legge di vita. Il lato estetico essenzialmente è collegato al lato B della situazione. Questi attori non ci mettono soltanto la faccia, ma molte altre cose. In ogni modo gli attori porno dovrebbero avere un dietologo.

Altra cosa. Parliamo di rischio malattie. Mi chiedo per esempio quale sia la spesa media in contraccettivi di un pornoattore/ttrice. Dov’è il sindacato del porno? Mi par strano che, in codesti giorni, non ci sia tal sindacato. Seriamente: possono gli attori scioperare? Chi è che difende i diritti. Noi di V&M la lanciamo come richiesta ufficiale in cui anche questa categoria sia protetta (non solo la fascia): che sia aperto un tavolo della concertazione sociale. Ma poi, mi chiedo, nascerebbe una nuova categoria sindacale? Del tipo: “F.O.T. & work ” ? (dove F.O.T. sta per fuck on the table)

Allora, proponiamo di più. Vogliamo un porno europeista. Qualcuno aveva tentato la mossa, ma non è stato capito. La strategia del Bunga Bunga, le varie serate: tutto in una chiara strategia di difesa della categoria. Perché non se ne è mai accorto nessuno? Probabilmente non aveva molte raccomandazioni in quel settore, tant’è che doveva farsi appoggiare da chi “ce l’aveva duro” (o almeno così diceva).


Cicciolina in Parlamento? Ecco, era il primo passo per rivendicare la quotidianità: perché non offrire agevolazioni per comprare cavalli nei propri appartamenti? (purtroppo lo sappiamo: anche questa attrice lo faceva solo per la pensione parlamentare…come dite? Cicciolina non si tocca? Be’, secondo me si toccava eccome!). Oppure: quanto pesa l’IMU nell’affittare appartamenti per girare film amatoriali?

Full Monty: speriamo che l’Italia non vada a puttane.

Attico a New York

Continuano gli appuntamenti con Altre Narratività su Flanerì Magazine!

Un attico a New York, lui e lei che dormono. Lui però non prende sonno: una domanda lo ossessiona….

Per leggere il racconto seguire il link:

Attico a New York

Italia-Inghilterra allo stadio Vongole.

Formazione calcistica Italiana, schieramento 4-3-3

Cesare Pavese in porta; Pasolini, Tondelli, Petrarca e Manzoni sulla difensiva; in centrocampo l’Italia schiera Torquato Tasso, Boccaccio e Leopardi. L’attacco è formato dal il capitano Leopardi, che ricopre il ruolo di fantasista. Il CT Alighieri, ha preferito un attacco “penetrante” mettendo Marinetti e Svevo come punte, spostate un po’ più avanti rispetto al Leopardi.

La squadra avversaria schiera la sua formazione migliore. Gli inglesi adotteranno il modello classico del 4-4-2. CT Edward Moore.

Shelley in porta; Byron, Keats, Shakespeare, e Conan Doyle in difesa. Al centrocampo  Dickens, Carrol, Eliot e Johnson. Le due punte d’attacco, Milton e Smith

Arbitra l’americano Jack Kerouac.

 

Il fischio dell’arbitro dà il via alla partita. Svevo batte il calcio d’inizio, passa la palla a Marinetti. Leopardi. Tondelli, Petrarca in difesa. Cross verso Manzoni che viene disturbato da Dickens. Leopardi. Marinetti che scatta nell’aria di rigore avversaria ma perde la palla

E’ il turno dell’inghilterra di Moore. Keats riceve la palla da Conan Doyle, passa a Carrol che lancia nell’altra metà campo a servire Milton che stoppa di petto, finta, finta finta tira e gol. L’inghilterra è in vantaggio.

Leopardi incita i suoi, passa la palla a Svevo che la perde per una distrazione. Eliot passa a Johnson, ancora Eliot, Shakespeare, byron di testa al centro area avversario assist per Smith che tira e gol! Due a zero per la squadra avversaria. Questa Non ci voleva , l’errore di Svevo è stato devastante per la nazionale azzurra.

Il CT Alighieri comincia ad entrare nel panico, parla con il suo assistente Virgilio e inveisce contro Svevo che si mette una mano sulla coscienza.

Marinetti, Pasolini, tondelli. L’italia mantiene il possesso di palla.  Petrarca dribla  Dickens e passa la palla d’esterno a Tasso che si è liberato. Marinetti pretende il pallone dal fondo campo. Nessuno lo ascolta e l’Italia perde di nuovo il pallone e Milton fa una volata sulla fascia e poi tira. Gol. Papera di Pavese che alza le braccia e dice: Il mio mestiere è quello di vivere, scusate! E L’inghilterra è in notevole vantaggio.

Marinetti urla con i suoi, chiede velocità e minaccia di incendiare il campo. L’arbito Kerouac tenta di tranquillizzarlo, gli dice di non bruciarsi subito ma Marinetti non lo ascolta.

Nel frattempo la partita è ricominciata. La palla passa da Tondelli a Petrarca, poi a Marinetti da Svevo che viene messo a terra da Doyle. Marinetti incita alla guerra e cerca di afferrare per la gola Doyle che nel frattempo era intento a guardare nell’erba con una lente d’ingrandimento. Kerouac si avvicina a Marinetti ed estrae il cartellino rosso. Marinetti espulso

L’Italia ora è in dieci. Dickens con il pallone sembra un ragazzino che corre tra i vicoli di una città. Smarca gli avversari con destrezza tira e gol! Un nuovo gol per l’inghilterra. L’italia è in ginocchio. Pasolini incoraggi i suoi ragazzi di… Leopardi sembra chiedere aiuto alla luna mentre il CT Alighieri, disperato urla “questa è una commedia”

 Alighieri chiede il cambio. Tre giocatori freschi di cervello e di cuore. Tre giovani fenomeni. Escono Pasolini, Svevo e Leopardi ed entrano i futuri campioni: franklinguamozza, lorda e fishcanfly.

I volti della squadra avversaria sono intimoriti. Il vantaggio è notevole ma temono la ribalta. Non è la prima volta che questi tre fenomeni hanno trasformato le sorti di una partita.

Possesso di palla per l’inghilterra. Smith per Johnson, poi Byron. Gli inglesi si sentono al sicuro. Il vantaggio è netto. Caroll, Caroll, Ancora carrol che viene pressato dal lordbad, che conquista palla. Parte dal centrocampo, si fa sulla fascia franklinguamozza. Il cross, la rovesciata. Palo! Fishcanfly, il possesso palla è ancora il nostro, fish, fish, fish tira. Respinta di Shelley, poi Frank di testa ed è gol. Finalmente gol!!!!

Ancora l’italia che smarca la squadra avversaria. Carrol riconquista palla. Fuori. Rimessa laterale. Carrol Alza la maglietta alla telecamera per far vedere la scritta “Alice I love you”. Doyle passa a Byron, Shelley, rimette al centrocampo prende la palla Franklingumozza, che dribla uno due tre quattro cinque avversari serve Lordbad che di petto si fa avanti tra due giocatori. Tira una parabola che finisce sotto gli incroci ed due a quattro.

Calcio d’angolo. Il cross di Petrarca il tiro di testa di fishcanfly ed è gol, ancora loro. I campioni.

Fallo in area di rigore. Si prepara al tiro franklinguamozza. Guarda shelley. Sussurra tra sé e sé “tutti gli aquiloni, finiscono in rete”. Tira e la palla è nell’incrocio dentro.

Mancano pochi minuti alla fine della partita, il possesso di palla è nettamente della squadra azzurra. Lo stadio è in delirio. Il tifo si fa sentire, i tre giovani ragazzi sono dei veri talenti. Kerouac sta per fischiare, mancano una manciata di secondi quando lordbad, servito da Petrarca osa un tiro da centrocampo, lo stadio resta sospeso per alcuni minuti, brividi, brividi brividi…. E golll!!!

L’italia ha vinto.

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