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Nuova Dichiarazione d’Indipendenza (fatta in casa, biosostenibile)

Avvertiamo oggi il bisogno di riscrivere una nuova Dichiarazione di Indipendenza.

Non tanto dagli Stati ormai diventati schiavi dei loro stessi debiti.

Non tanto dai mercati, ormai diventati schiavi di una legge della domanda ignorata o creata e di un’offerta imposta dalle multinazionali che a cascata determinano tutto, persino la politica dei governi.

Non tanto dai mezzi di informazione, che sempre più fanno “buona informazione” ma non “oggettiva informazione”.

La nostra Indipendenza deve essere dichiarata nei confronti di noi stessi, dei nostri demoni, delle nostre paure, delle nostre quotidiane angosce.

Dei tedeschi non temo la nazionale o lo spread, temo il vocabolo “angst”.

L’angoscia non ci consente di fare passi in avanti. Siamo afflitti da un numero eccessivo di santoni e falsi predicatori che non fanno altro che prevedere la fine del mondo o, peggio ancora, un nuovo inizio.

Ma i nuovi inizi non vanno previsti, vanno costruiti semmai.

Noi vogliamo essere indipendenti dai desideri e dalle passioni, in quanto vogliamo dominarli, guidarli come navi nel porto della nostra mente.

Noi vogliamo essere indipendenti dal tempo che scorre, in quanto vogliamo essere governanti del nostro tempo.

Noi vogliamo essere indipendenti dall’idea malsana di indipendenza, in quanto vogliamo collaborare tutti insieme e tutti egualmente sullo stesso piano, a un comune progetto di futuro, per noi e per quelli che verranno dopo di noi.

Noi vogliamo essere indipendenti dagli ideali, in nome dei quali spesso si è versato sangue.

Se siamo incapaci di conseguire tutto ciò, allora non siamo degni di vivere qui e adesso, su questa terra.

Ci dichiariamo quindi Indipendenti dal Sogno Americano, poiché il Sogno non sopporta aggettivi qualificativi o possessivi di popolo o nazione alcuna.

Questa è la Nuova Dichiarazione di Indipendenza per gli esseri umani.

 

Sono solo una pedina

Non c’è montagna più alta

Di quella che non scalerò

Agli occhi di un novizio la pedina è certamente la parte più sottovalutata nel gioco degli scacchi.

L’esperienza mi suggerisce invece che il destino di una partita dipende spesso da come si muove o non si muove una pedina, piuttosto che un alfiere, una regina, una torre o un cavallo. Magari non sarà una pedina a mettere sotto scacco il Re, ma tocca comunque alla fanteria avanzare nel fango casella dopo casella.

La pedina mi ha sempre affascinato per questo suo muoversi lento e significativo, per questo senso del sacrificio più ardente che non in tutti gli altri pezzi, per questo suo non uccidere l’avversario in modo diretto ma sempre nella più prossima casella in diagonale: obliquità della lama assassina che scivola furtiva nella gola del nemico.

Del resto se gli scacchi fossero un’opera narrativa, ed in effetti lo sono dal momento che ogni partita è il racconto di uno scontro sanguinario, la pedina sarebbe l’unico personaggio non a tutto tondo ma potenzialmente capace di un’evoluzione.

Infatti, una volta arrivata nell’orizzonte delle file nemiche, i suoi sacrifici vengono ampiamente ricompensati. La pedina si elegge a torre, ad alfiere o persino a regina contestando quel ruolo che sembrava fino a un attimo prima un’esclusiva dinastica dei pezzi superiori.

Ma questo premio infine risulta per certi versi anche una condanna.

La pedina perde quell’originaria libertà degli umili per assurgere ed incarnare a un ruolo dal quale non potrà più sfuggire, se non con la morte. In un certo senso quando i poveri diventano ricchi, quando i vinti diventano vincitori, si perde qualcosa nel passaggio.

E questa è stata la storia di molte rivoluzioni: una sostituzione di persone sul carro dei vincitori, ma non di ruoli.

Una volta al potere, la potenzialità è finita, si cristallizza e si eclissa.

Morirò pedina. Morirò libero.

Pietà per Hitler.

Voglio uccidere la memoria. Sentirla schiamazzare come quando si taglia la gola ad un porco.
Finirla con i piagnistei umanitari di ragazzine in erba che ricordano, non fanno altro che ricordare. Sanno soltanto ricordare. Nessuno lo merita.
Non c’è niente di buono nella memoria. Ci ha reso matti.
Ed ingrati. Non meritevoli del compenso più dignitoso che spetta all’uomo: la dimenticanza.
Avere la possibilità di dimenticare vuol dire assegnarsi ad un inizio sempre nuovo.
Essere noi stessi e tirarci fuori con tutte le vesciche e regalarci con i respiri più assuefatti dal nostro alito perché non più imprigionati dalle sbarre di un’esperienza totalitaria.
Sarà la prima volta della mia prima volta, ogni sacrosanta volta. Odoreremo la nostra puzza non rammentando di puzzare. Ci ameremo perché sarà destino farlo. Ci odieremo perché è quello che sappiamo fare.
E la morale sarà una legge che verrà abrogata ora dopo ora.
Finalmente vedrò persone che non si sforzeranno più di spolverare le cornici poste sui loro comò.
Non ci saranno più inutili giorni della memoria ed Hitler verrà finalmente perdonato, come merita.
Certe cose non le perdona Dio. Certe cose le perdona solo l’uomo.
Un uomo che penetra come un aguzzino nelle case sigillate dai televisori ogni ventisette gennaio e ci costringe a venerare morti. Morti su morti. Cosa volete che siano milioni di vittime decedute in guerra. Milioni di vittime sono paragonabili a una, o a nessuna, per quanto mi riguarda. Non li sento. Non li vedo. Sono crepati lontano da me. Ed il dolore se lontano, non è dolore.
Occupano un giorno dell’anno, un intero giorno. Mi accorciano il tempo, questi. Misericordia!
Non siete portati alla pietà. Siete addomesticati dalla pietà, e dalla commiserazione.
C’è da essere privilegiati anche da defunti. La scale dei valori della loro pelle è una piramide sgonfia ai lati.
L’ebreo nel forno crematorio è mediatico. Il cartaginese contro Roma è paratattico.
Sono disposto ad accettare la finta riverenza umana verso l’Olocausto quando ci preoccuperemo di fingere una riverenza per tutti i crepati della prima crociata, delle invasioni barbariche.
Questa Storia che ti fa sentire in colpa. Decreta, ecco cosa fa. Ha i suoi bei vinti, i suoi osannati vincitori.
Ce la impartiscono come un’analisi giornaliera da strabici insegnanti che l’unico insegnamento buono sarebbe quello di lasciare le cattedre e ammettere che nessuno è in grado di insegnare nulla.
Non si ha il coraggio di dire che gli ebrei al posto dei tedeschi avrebbero fatto la stessa cosa.
Da Cristo, simbolo d’umanità, all’umanità stessa ce ne passa ben poco.
L’odio scorre nelle loro arterie come scorre nei polmoni di chiunque altro. Loro non sono santi. Nessuno lo è. Assassini, come tutti. Anche se fosse solo di un pensiero, una protesta.
Bastava un leader. Per quel che resta, è mera questione di ruoli. L’ergastolo dell’umanità è l’uomo.
Non siamo colpevoli di essere nati, ma di essere morti inutilmente.
C’è un Hitler dentro ognuno di noi. E’ l’Hitler della sopravvivenza.
Chi sventola mimose è un codardo a vita.
Sto contando. Sto contando i mesi che mancano quando qualcuno, o qualcosa si deciderà per la prima volta di non ricordare e di provare pietà per Hitler e perdonarlo.

Le Dieci Co…nsiderazioni

Non sforzatevi troppo di considerare questo post, è solo un post. 

Oggi voglio fare un po’ di considerazioni.

Non sarò breve.

Sto meditando.

Innanzitutto considero me. E per considerare me ho bisogno di mettermi al centro del mondo. Non di quel mondo lì fuori, che certo non posso far finta che non esiste, ma del mio mondo.

Credetemi, non è una cosa così scontata mettere sé stessi al centro del proprio universo.

Anzi gran parte delle persone che conosco mettono altri o un’idea di sé stessi al centro. L’egoismo è malato. Non c’è più quel sano egoismo di una volta che consentiva al macellaio di provvedere ai propri interessi e, inconsapevolmente, agli interessi di tutti.

La differenza tra la teoria capitalista e la pratica globalizzata consiste in una patologia dell’egoismo che è diventato consumocentrismo.

Mettere il consumatore, l’oggetto, al centro del mondo, significa semplicemente cessare di vivere e di seguire un’etica, nelle regole del mercato e nelle regole dei rapporti umani.

La chiave di volta per un’economia sostenibile è scritta nei Vangeli, senza affannarci troppo in spread, azioni disastrate e banche sull’orlo del nulla.

La chiave di volta per salvarci dall’abisso è scritta a caratteri cubitali nel nostro cuore.

L’amore ci salverà, l’indifferenza ci ucciderà.

Non è abbastanza programmatica come cosa? Troppo ingenua, troppo sessantottina, troppo sognatrice, troppo utopistica?

Io penso di no.

Potete metterla come vi pare e piace. Io proseguo dritto per la mia strada: il sogno.

Un sogno condivisibile, progettuale, abitabile e migliorabile.

Il sogno di un “Io” migliore.

Non sarà cliccando un interruttore che cambieremo le cose. Ma insieme possiamo farcela.

Passiamo a un’altra considerazione.

Il caffè che ho bevuto poco fa era buono.

Terza considerazione: la sezione “L’urlo” sul sito di Vasco pubblica, secondo la mia opinione, da tempo, cose del tutto “inutili”, ma non di quell’inutilità che identifica la “Bellezza”, ma semplicemente inutili, come questa considerazione.

Questione di gusti, d’altronde.

Quarta considerazione: sono stanco di essere circondato da milioni di imbecilli che dicono di aver visto fantasmi, alieni e tartarughe ninja. Cosa sono io? Calimero? Perché mi sento al margine in una società di idioti? Voglio sentirmi anch’io idiota e dire “Ho visto un disco volante.” Ho visto un fottuto disco volante nel cielo e poi improvvisamente è sparito dal quadro della mia videocamera HD, perché in quel momento stavo filmando il cielo. Io durante il giorno filmo il cielo. C’è chi studia gli escrementi di giraffa e chi filma le nuvole con videocamere full acca dì.

Quinta considerazione.

La quinta considerazione non esiste.

Sesta considerazione: l’unico buon governo tecnico io lo metterei nella mia anima. Un monti che prende le mie decisioni, senza tanti dilemmi democratici. Con tutti i neuroni che dicono “Si deve fare, è amaro, ma si deve fare”. Voglio che il Presidente della mia anima nomini un professore, un tecnico del cuore e della mente, un neurocardiologo! E per le elezioni rimandiamo tutto.

Settima considerazione: consumatevi preferibilmente entro la data della vostra morte.

Ottava considerazione: fate l’amore e la guerra, se necessario entrambe nello stesso tempo.

Nona considerazione: il Bianconiglio è uno stato della mente.

Decima considerazione: non è vero che ogni tanto bisogna fare ordine. Ogni tanto bisogna andare al bagno. Tutto qui.

Little Man Explosion

F. si svegliò e il telefono squillò. Dall’altra parte la voce del direttore minacciava “Voglio un pezzo sulla mia scrivania per mezzogiorno, altrimenti sei licenziato”. Non aveva avuto nemmeno il tempo di chiedere su cosa dovesse scrivere il pezzo. Forse non aveva importanza. Forse poteva scrivere qualunque pezzo, o nessuno. Probabilmente il giornale lo avrebbe licenziato comunque. Era tempo di tagli. Avevano cacciato persino il migliore dall’ufficio: era chiaro che adesso toccava ai pesci piccoli come lui.

Ma forse una possibilità c’era. Forse, se avesse scritto un pezzo decente, anzi non un pezzo qualsiasi, ma il pezzo, quello che doveva scrivere da tutta una vita, una vera lezione di giornalismo, allora sì, nessuno avrebbe avuto il coraggio di cacciarlo fuori dal posto che gli spettava di diritto. Magari gli astri, al contrario, stavano complottando per fargli avere un aumento di stipendio.

Altroché, decise che quello sarebbe stato il suo giorno di gloria. E lo decise mentre appoggiava i gomiti a letto e si tirava su, guardandosi intorno. Quindi si alzò, accese il computer, andò in cucina, e tornò con un caffè in mano. A caffè bevuto si ragiona meglio, si ragiona meglio.

Cliccò svariate volte, e finalmente si aprì la pagina bianca del programma di scrittura. Il monitor rifletteva sulla sua stanca faccia assonnata una fredda luce che attendeva di essere coperta di caratteri, di simboli, di frasi compiute.

F., d’altro canto, non aveva la più pallida idea di cosa scrivere.

A dire il vero F. aveva molte idee in mente: poteva fare un pezzo sulla crisi, economica, politica, sociale, di valori, poteva fare un pezzo satirico, poteva fare un pezzo sulle posizioni sessuali che attira sempre tutti, poteva fare un pezzo su di lui che non sapeva cosa scrivere, ma niente, ogni volta che provava a mettere le mani sulla tastiera, si bloccava.

Provò a distrarsi. Doccia, lettura dei primi quotidiani online, sfogliò persino un libro di fotografie di Man Ray (si ricordava ancora il consiglio del collega Investi su un libro di Man Ray, una bella monografia su di lui, vedi che figurone ci fai quando vengono i tuoi ospiti, e lui si era limitato a seguire il consiglio, era entrato nella prima libreria e aveva speso cento euro per un libro su Man Ray, di quelli editi da, curati da, con l’introduzione di, la postafzione di, ma mai nessuno era venuto a casa sua e mai nessuno aveva posato gli occhi su Man Ray. Ogni tanto veniva a trovarlo il suo amico di infanzia, ma questo era un appassionato di Moana Pozzi, altra arte).

Malgrado tutto, anche malgrado Man Ray, niente, non aveva niente da scrivere.

Decise di riposarsi dieci minuti e quando riaprì gli occhi aveva capito cosa doveva fare. Si recò acciabattando rapido verso la finestra del balcone, tirò la tenda, la luce del sole illuminò l’intera stanza, si guardò intorno: ogni cosa era illuminata adesso, aveva un senso. Un chiarissimo senso ai suoi occhi.

F. sorrideva come non aveva mai sorriso in vita sua. Si affacciò alla ringhiera del balcone. Dall’attico del condominio poteva notare ogni persona sulla strada. “Ehy – gridò – Ehy laggiù mi sentite?” Urlò più di qualche volta, solo un passante distratto aveva alzato lo sguardo, e anche una mamma con la carrozzina.

“Volete il pezzo? Volete il maledetto pezzo? Ora avrete il pezzo!”

Andò in cucina e la prima cosa che gli capitò sotto gli occhi era una caffettiera.

“Ecco il pezzo!” – buttò la caffettiera. Il bricco cadde sulla carrozzina, rapida una macchia di sangue si dilagò tra i panni che avvolgevano il bambino. Le grida della mamma e la scena bloccarono il traffico. Una folla si apprestò sotto il balcone “C’è un pazzo, un pazzo che scaglia le cose, state attenti!” “Chiamate la polizia!” “Chiamate l’ambulanza!” Qualcuno disse anche “Chiamate il parroco!”

F. sorrideva e rideva.

Rientrò e buttò giù il volume monografico di Man Ray. Questo andò a finire contro la coniuge di un violinista che usciva in quel momento dalla scuola di musica. F. andò avanti…per un pezzo. Per tutto il pezzo.

“George W. Bush!” – gridò e buttò giù il manichino del penultimo Presidente degli Stati Uniti.

“Silvio Berlusconi!” – e buttò giù l’altro manichino.

“Fondo Monetario Internazionale!” e buttò giù una riproduzione in formato souvenir della Torre Eiffel. Questo segnò il suo secondo omicidio. Colpì al cuore un francese.

“I parenti e gli amici!” – e caddero diversi manichini di sconosciuti.

Nel frattempo erano arrivate le volanti della polizia. La folla era dileguata in preda al panico. Gli oggetti continuavano a cadere.

Nessuno però riusciva a sparargli, né ad entrare nell’appartamento.

“Ispettore siamo arrivati all’ultimo piano, ma è disabitato!”

“Ma cosa mi sta dicendo, agente?”

“è impossibile, lo so, ma non c’è nessuno sul balcone! Quel tizio non esiste, non è nessuno!”

Nel mentre F. arrivò portando sulle spalle una bomba atomica. La sistemò sulla grondaia e si mise a cavalcioni. “Aaaahh! Aaaahh!” – urlò e la bomba cavalcò verso terra, proprio come in quel film.

Solo F. sopravvisse all’esplosione. Si trasferì a Filadelfia, la città che aveva dato i natali a Man Ray. Lì nessuno si sarebbe meravigliato del suo volume monografico.

Poi una mattina F. si svegliò e il telefono squillò Era il nuovo direttore del giornale che lo chiamava. E lo minacciava di licenziarlo se non gli avesse portato un pezzo per mezzogiorno. Era tempo di tagli.

E F. sapeva esattamente cosa fare.

Società altroculturale

Non credo in molte cose, ma credo nel nastro adesivo

- Miles nella serie tv Lost

Mettiamo l’anima in pace. Anzi mettiamola direttamente in guerra: l’altro rimarrà sempre altro. L’altro deve rimanere altro. Le vacche di notte rimarranno sempre distinguibili con un faro accecante. L’altro s’è separato da noi da un bel pezzo. Siamo destinati alla piena solitudine, al fatto di non capirci sempre e comunque.

Siamo destinati a vedere uno straniero sull’orizzonte – chi lo vede con il turbante, chi con i jeans, chi con cinque o sei arti – su un deserto. C’è lì, lo straniero. Sempre pronto ad andarsene.

Siamo liberi di perderci, ecco cosa voglio comunicare. L’altro è gratuito, abbondante. Viene e se ne va e non possiamo farci niente. Dentro di noi ne tratterremo sempre troppo poco e ne tratterremo ancora meno se lo rendiamo simile.

In fondo, abbiamo anche degli elementi in comune

Il simile è un altro di meno. L’abbiamo fatto fuori.

Ecco perché è così importante non capirsi: badate bene, però. Per capire intendo sforzo etico. Capire è sostanzialmente incazzarsi. Anche perché i buoni vincono quasi sempre solo nei film.

Se c’è altro e resiste, allora vuol dire che stiamo comunicando. Se diamo per scontato che viviamo insieme, allora molto probabilmente comunicheremo ben poco.  Preferiremo l’allusione, il compromesso, il buonismo quotidiano.

Il buono sapeva anche incazzarsi

Il vivere insieme, alle volte, fa prevalere il sopravvivere.

Abbiamo estremo bisogno dell’altro  per riconoscere la solitudine. Se mandiamo via lo straniero dalla porta, ce lo troveremo rientrare dalla finestra. Ed è inutile chiudere le serrande. Avvertiremo ancor di più il nostro arresto domiciliare.

Ma nessuno ci garantirà che riusciremo a cucire il nostro vuoto. Cuciremo le ferite, forse, sanguineranno le pareti, il sangue placherà la violenza di due corpi che si incontrano. Ciascuno digerirà sana la propria realtà, una realtà in cui grava irrimediabile la nostra vita. Sarà dura come la cicuta.

Socrate bevve la cicuta come estremo riconoscimento dell’altro. Soccombe all’altro perché capisce che non potrà essere simile a lui. Muove verso l’altro. Lo diventa attraverso la morte.

Basta, dunque, con le utopie. Non siamo fratelli. Non siamo nemmeno uguali. La rivoluzione ha fallito: l’essere non sarà mai uno. E se davvero è uno, sarà caduto e frammentato. Il nastro adesivo, per il resto, è solamente una pezza.

Lo scotch è geniale invece per tagliare i capelli

2033: referendum nello spazio

N.B.: Questo discorso è stato tratto dalle Filippiche di Giunone. A parlare è Ennio Flavio. Correva l’anno 2033. Dieci anni prima dell’ultima guerra mondiale.

Amici.

Non sono venuto qui, oggi, in questa assemblea, a dirvi di votare SI o di votare NO. Si, perché non ho la presunzione di potervi imporre il mio punto di vista, e, in secondo luogo, rispetto la vostra libertà di scelta, anzi la formazione di quella libertà di scelta. Si, perché in merito al voto ho le idee ben chiare sul mio futuro di cittadino, ho il diritto, come voi, di informarmi, e ho il dovere di proteggere e tutelare l’interesse della collettività, perché nessuno di noi è solo o può essere lasciato solo quando parliamo di politica, quando parliamo del futuro dei più, quando parliamo di decisioni che ci riguardano per il presente e probabilmente per i giorni avvenire.
Noi dobbiamo essere in grado di capire che una decisione, la decisione del singolo, può influenzare una catena di eventi, determinare la realtà, modificare la Storia. Siamo forse dei morti che camminano? Ci limitiamo a respirare, ad essere pacchetti preconfezionati, dati di analisi di mercato, campioni per olimpiadi di consumatori. Noi ci illudiamo di consumare: in verità siamo consumati. E uno dei pochi strumenti a nostra disposizione per evitare di morire del tutto, è partecipare attivamente alla vita pubblica, sentirci parte attiva della società, dove tutti contano allo stesso modo, inter pares.
E se tutti contiamo, allora siamo responsabili, di quel tipo di responsabilità tale da determinare tutto. La responsabilità è passione, è essere padroni della vita quotidiana. La responsabilità non è qualcosa di astratto, non è un discorso vago, filosofico. Essere responsabili significa: prendere delle decisioni, accettare le conseguenze. Quello che facciamo fa la differenza, crea un precedente, modifica. Non dobbiamo mai chiamarci fuori: siamo sempre noi a decidere chi siamo (cit. waking life)

Ma in questo decidere chi siamo, quello che probabilmente abbiamo dimenticato, o rischiamo di dimenticare, non è il “senso della democrazia”, non è il senso della “partecipazione civica”. Questi sono effetti collaterali, secondari. Quel che veramente abbiamo dimenticato, perché i nostri cuori si sono induriti, e i nostri occhi si sono offuscati, è il senso della bellezza.

Privata della bellezza questa vita non può dirsi nemmeno vita.

E la bellezza è una concomitanza di fattori. Bellezza significa: poter vivere in un mondo giusto, in un paese pulito, fatto di onestà, fatto di valori che restano, significa poter vivere in un paese sicuro dal punto di vista ambientale e dal punto di vista istituzionale, poter vivere sapendo che i nostri diritti sono garantiti.

Ralph Waldo Emerson sosteneva che “per quanto viaggiamo in tutto il mondo per trovare ciò che è bello, dobbiamo portarlo con noi oppure non lo troveremo”. Perché in fondo la bellezza è in ciascuno di noi. La bellezza è democratica, è universale, è esercitabile, proprio come il voto.
E da quel voto può dipendere molto. Non astenetevi, non addormentatevi, non morite qui, adesso. Abbiamo bisogno di voi, di noi.

Perché come disse un tale “dire si a un unico singolo istante equivale a dire si all’intera esistenza”.

Votate, sciocchi

Lettera a Satisfiction.

Caro Gian Paolo,

L’umanità ha perduto. Sin dal principio. Protesa verso un moto irreversibile. Pretesa da un futuro che non ha futuro. L’umanità ha perduto. Su una linea spesso discontinua, tende a delineare una parabola di coerenza che dovrà passare come segno, ricordo. Chi si ricorderà dell’umanità stessa, l’indomani? Quando saremo scomparsi, uno ad uno, chi adulerà la reliquia dell’essere umano? Chi avrà, non il coraggio, bensì la necessità di contemplare le follie di queste esistenze multiple? Siamo il brontolio dello stomaco di Dio. La sua fame. Verremo saziati e con sazietà spariremo.

Se dovessi rispondere alla domanda “cos’è la vita (?)” direi: “digestione”. La vita è digestione. Una digestione obbligatoria, anche quando si improvvisa una dieta imminente. Digeriamo da vivi. Verremo digeriti da morti. E non basterà nessuna Storia. Non sapremo che farcene della Storia. Poiché essa ha dimenticato da sempre, la parte più interessante dell’uomo. Vendendosi ai fatti. Agli avvenimenti consequenziali. Facendoci diventare best seller ambulanti da cattedre e salotti. Gravando su di noi come responsabilità doverosa: verso chi, e verso che cosa? Oggi, odiare un nero o un ebreo, non in quanto nero o ebreo, ma in quanto uomo e uomo, può passare per razzismo o ancora di più sotto echi nazisti. No. Voglio essere capace di “non sopportare”. Lasciatemi odiare, voi che odiate l’odio.

La Storia, dunque, finché è tale è ripetizione di schiavitù. E’ come una donna: può diventare un’ossessione.

Tutto ciò lo si deve ad un radicamento profondo di avvenimenti esistiti in parte. Dico in parte poiché, se è vero che si conosce solo ciò di cui si fa esperienza, episodi di massacri e conquiste non possono che essere solamente dei passaggi di memoria. E la memoria è architettura su carta.

Si è troppo attenti a guardarsi indietro per poter essere degli esperti di infiniti. Sfiancati non solamente dal nostro passato ma perfino da quello altrui. Che possa servirci da insegnamento, poi, è la più grande cazzata che voi possiate raccontare ai vostri figli: ripeteremo ogni giorno che la guerra è sbagliata puntando pistole alla tempia. Ad essere condannati, non dovrebbero essere coloro che restano fissi come stelle ardenti, anch’essi schiacciati dal fardello di un cielo oscuro, ma coloro che decidono chi far brillare e chi no.

L’ubriaco alla guida in una folle corsa contro se stesso finirà per condannare tutti gli ubriachi. In quanto uomini siamo colpevole di misfatti mai commessi. Del resto l’uomo, come l’artista, è un ripiego della società. E Satana solo sa quanto quest’ultima ci toglie mandando spacciatori di morte a dosi sotto i nostri terrazzi. Ci hanno domati riproponendo in una teca da museo quello che a loro più era gradito. Ma se ci fosse più Storia in tutta quella Storia che noi abbiamo perduto e che mai arriveremo a conoscere?

Come l’eremita che su un colle guarda la vastità che ha dinanzi, cessando la consapevolezza di essere egli stesso parte di un’infinità, così si è protesi sempre ad ambire ciò che non è in noi e per noi. Ciò che non siamo noi. E’ per questo che l’umanità ha perduto e perderà patrimoni di intimità e di ragioni.

Ho sempre pensato alla mente degli artisti e dei grandi pensatori: quanto del loro più privato vivere abbiamo smarrito; quanti pensieri geniali sono nati e morti e non hanno mai visto la luce, se non quello scintillare di neuroni folli nelle menti di Hemingway, di Rimbaud, di London, di Pasolini, di Alda Merini? Quante frasi sono state sussurrate da loro stessi ai loro amanti finendo nel pozzo dell’udito?

Posso anche sforzarmi di gioire per ciò che a noi è giunto, per essere nato in questa epoca e gustarmi più di duemila anni di “arte”, ma non posso non provare un senso di commozione per tutti i capolavori mai espressi e mai esistiti. Che lo vogliate o no, questa è la più grossa perdita del genere umano. La contraddizione dell’arte stessa. La sottile tragedia d’insensatezza propria di questa fucina di emozioni.

Dilagando ciò a ogni anima di ogni secolo, il presente è un cimitero senza morti.

I professori, i politici, gli studiosi, i preti, le puttane si illudono citando date e avvenimenti, dalla scoperta dell’America ai ventotto giorni del ciclo cerchiati di rosso sul calendario, per consolarsi e sopprimere l’angoscia di ciò che sappiamo ma non sapremo. E così, a furia di ricordarci dei grandi eventi, ci siamo dimenticati del dettaglio, spiraglio di vita vera.

Mi chiedo: è realmente questa la Storia che dovrebbero insegnarci? Perché, tutto sembra cambiare, tranne quell’aspetto indispensabile che sta alla base di una ragionata evoluzione: l’umanità delle persone.

Citando Goethe: “E anche se voi foste in grado di interpretare e di esaminare tutte le fonti, che cosa trovereste? Niente altro che una grande verità, che è stata scoperta da gran tempo e di cui non occorre cercare la conferma: la verità cioè che in ogni tempo e in ogni luogo la condizione umana è stata miserabile. Gli uomini sono stati sempre preoccupati e angosciati, si sono tormentati e torturati reciprocamente, hanno reso difficile a sé ed agli altri quel po’ di vita loro concesso e non sono stati capaci di apprezzare e godere la bellezza del mondo e la dolcezza dell’esistenza. […] Così è, così è stato, così anche rimarrà. Questo è dopotutto il destino degli uomini. Di quale testimonianza v’è ancora bisogno?”.

Caro Gian Paolo, forse solamente pensando che la Storia cominci da noi, potremmo iniziare a costruirne una?

 Fabio Appetito

Maramao

Maramao perché sei morto

Denaro e armi non ti mancava

Il petrolio era nell’orto

E una villa avevi tu…

(messaggio conclusivo di Maramao)

Tom si lasciò cadere esausto sulla poltrona. Posò il joystick e iniziò a massaggiarsi i pollici: l’ultima sessione di gioco era stata particolarmente più feroce delle precedenti. Aveva impiegato un intero pomeriggio per abbattere il mostro finale, ma ne era valsa la pena. Sullo schermo piatto davanti a lui baluginava la scritta “You win!” Ne andava orgoglioso: adesso avrebbe dovuto diramare la notizia a tutti i suoi amici. Iniziò a mandare sms multipli “Maramao is dead! Ce l’ho fatta!”, poi aggiornò lo stato di facetrix e di twittrix.

Avrebbe anche dovuto dare una pulita alla stanza: sacchetti di patatine, fazzoletti usati, lattine vuote…Si, quello era lo scenario alla fine
della sessione di guerra! I suoi lo avrebbero spronato ad andare a scuola, ma cosa ne potevano sapere loro di quanto faceva figo aver terminato “Maramao”! I compagni di classe lo avrebbero portato agli onori delle cronache il giorno seguente! Quindi, per adesso, le rovine potevano restare sul campo! Tanto ci avrebbe pensato sua madre con il suo solito tronfio modo di irrompere in stanza come un
agente dell’f.b.i. “Qui bisogna riportare l’ordine! Tu vivi nel caos! Ordine, figlio mio!”

Ma Tom sapeva che nulla avrebbe potuto alterare l’entropia: il caos sarebbe tornato non appena le condizioni di ordine si sarebbero ristabilite. Era una legge che aveva compreso nel corso di un vecchio videogioco  “Desert Shield”, un titolo classico per gli appassionati del genere.

 

One month later.

“Tom, sono io, Jerry.”

“Che cosa vuoi?” – rispose Tom, in
semicatalessi con il joystick in mano.

“Non hai saputo?”

“Saputo cosa?”

“è uscito “Maramao: Ritorno alla Villa”

“Cosa?” – Tom si destò del tutto.

“Vado a comprarlo adesso! Vieni!”

“Ovvio! Ci vediamo lì.”

Maramao perché sei vivo

Acqua e sale non ti mancava

La pace era nell’olivo

Ed un cranio avevi tu…

(primo messaggio del sequel di Maramao)

RICEVUTO ROGER

E questo è tutto gente (?)

Fuori Misura(ta)

Tutti gli animali sono uguali. (ma alcuni sono più uguali degli altri) [G. Orwell , La fattoria degli animali]

Abbiamo immaginato pacchetti su misura, felicità fatte per formati famiglia, single, coppie divorziate e coppie riappacificate, abbiamo immaginato scatolette su misura per combattere quel tal malessere, abbiamo immaginato pacchetti per controllare il meteo, pacchetti per le vacanze con divertimenti su misura garantiti per tutti, abbiamo immaginato mondi su misura, povertà su misura, nasi su misura, labbra fatte secondo i canoni, sballi su misura. Abbiamo immaginato disperazioni e rimpatri su misura, migrazioni su misura, deserti e inquinamenti su misura. Abbiamo immaginato che la misura si potesse misurare anche quando era smisurata. Abbiamo immaginato che solo la nostra misura è quella giusta. E che Misurata , senza guerra, era solo una delle tante città di un mondo che non abbiamo mai voluto ‘misurare’.


L’ultima frontiera è , infatti, la libertà su misura, il diritto su misura, l’eguaglianza su misura, le scelte su misura, le bombe su misura convinti che obiettivi intelligenti intelligentemente uccidano intelligenti (poco) uomini che con intelligenza avevano misurato le libertà altrui. La misurazione è una mania che non ci togliamo: il fatto, cioè, come sto facendo ora anch’io, di dare dei parametri che sono davvero arbitrari. A nostra volta ci ritroviamo in una realtà che ci misura e  che , anche se non abbiamo scelto, oramai ci ha trovato i connotati.

Sono un metro e ottantatré per un 76 Kg.

Vorrei dare invece una nuova misura, una che sia smisurata, che ci faccia render conto di come non esistano diritti su misura o libertà su misura: quando si gioca con il nostro anelito alla felicità non si scherza. Se la felicità non è un diritto, ma almeno la sua ricerca sì, la disperazione per la negazione di esso ci fa ritrovare la misura del nostro Insondabile che ci portiamo dietro, convinti che possiamo misurarlo. Come se la rivoluzione possa essere misurata. Come se la violenza possa essere misurata.

L’uomo creò la bomba a sua misura e somiglianza. La bomba distrusse l’uomo.

Attaccarsi ai maniglioni antipanico

L’insostenibile leggerezza di un rotolo

 

Il disaccordo con la merda è metafisico. Il momento della defecazione è la prova quotidiana dell’inaccettabilità della Creazione. (da L’Insostenibile Leggerezza dell’Essere di Milan Kundera)

Da quando ero piccolo ho sempre pensato che più carta igienica c’era a casa più eravamo ricchi. Magicamente la carta igienica mi faceva stare davvero bene. C’era una sicurezza matematica in tutto ciò. Un rotolone era un pugno di giorni di ricchezza. Due rotoloni erano l’abbondanza di una settimana.

Una gloriosa settimana di merda. E ringraziando dio, in fondo, perché finché c’è merda c’è speranza.

La merda è un problema teologico più arduo del problema del male. Dio ha dato all’uomo la libertà e quindi, in fin dei conti, possiamo ammettere che egli non sia responsabile dei crimini perpetrati dall’umanità. Ma la responsabilità della merda pesa interamente su colui che ha creato l’uomo.(ibidem)

Poi diventato più grande scoprii che tutto ciò ce l’hanno insegnato i Rotoloni Regina dietro cui corre l’intero genere umano. Su un perfetto mondo di merda (scusate la caco-fonia).

Flotte di umani con espressioni ebeti che su prati immacolati e strade senza buche , ma soprattutto senza la cena della sera prima di Fido, che corrono inseguendo qualcosa. Senza una precisa meta. Una meta che, se anche c’è, non è una delle più allettanti. Come se per i pannolini si dovesse fare una maratona.

D’altronde i tempi stanno cambiando: si potrebbero abbattere meno alberi per annoverare la poltiglia della pizza ai peperoni di due giorni fa tra le fonti di produzione di energia rinnovabile.

Solo allora, finalmente, realizzeremo il sogno di Piero Manzoni. Ma, vi prego, continuate ad usare la carta igienica.

 

I Diari di San Francisco.

Sono mesi ormai che abbiamo abbandonato le coste solcando intestarditi le onde calme di un oceano agguerrito. La rotta era ed è, tutt’oggi, la stessa: la fasulla linearità dell’orizzonte.
In questo tempo il coraggio non è mai venuto meno. Anche quando il cibo scarseggiava e l’oceano rigettava solamente le vongole peggiori. Eppure qualche benevolo dio del mare, ci vuole ancora qui, per impartirci un’altra lezione, per metterci davanti agli occhi una delle prime e assolute verità che dovrebbero comparire nei codici dei marinai d’onore: “nessuna vela normale può spingervi tanto oltre se non quella della propria anima”.
Vongole e Merluzzi è fiero dunque di presentarvi una giovane scrittrice che guidata dalla sua anima ha deciso di partire da Roma e giungere a San Francisco con un’unica intenzione:
intervistare L. Ferlinghetti, uno dei più grandi poeti viventi. Non conosco da molto questa giovane marinaia ma quando mi confidò questo suo progetto incomincia ad invidirgli la vita. E vongole e merluzzi voleva esserci. Voleva accompagnarla in questa avventura.
Il nostro impegno dunque, sarà quello di raccogliere le pagine scritte del suo diario che quotidianamente lascerà dentro bottiglie di scotch in balia delle onde.

Ci aspetta una grande pescata, non ci resta perciò che mettersi al lavoro.
Ed ora,  frank lingua mozza è lieto di lasciar il timone ad Olga Campofreda!

 

 

di Olga Campofreda

Prima pagina ritrovata

Poetry is what we would cry out upon coming to ourselves in a dark wood in the middle of the journey of our life.

Love lie with me. And I will tell.

Lawrence Ferlinghetti

Quella mattina c’era una luce bianca che rimbalzava addosso, dai marmi bianchi di piazza dei Martiri, a Napoli, così forte che quando si entrava in un luogo chiuso vedevi davanti a te prima le macchie viola di luce ancora impressa, poi il resto. Gli strani plug in della vita.
Proprio quella mattina lì, l’ho incontrato. Sugli scaffali di poesia della Feltrinelli. Accanto a Gibran il profeta e T.S. Eliot. Il lume non spento. Era un libretto piccolo, edizioni Interlinea, pochi disegni fatti a mano coprivano gli spazi tra una poesia e l’altra. Lui si chiamava Lawrence Ferlinghetti e attraversammo tutta Napoli insieme, quel giorno.
Da allora non ho più lasciato andare il suo braccio. Il poeta, l’artista, il visionario, l’amico. Il santo.
E se è vera quella cosa a cui penso spesso, cioè che le frasi fatte e i detti popolari altro non sono che verità stigmatizzate negli anni, semplificate e compresse, per alleggerire il bagaglio del Tempo -ecco- allora quella storia della Montagna e di Maometto mi ha suggerito di provarci. Provare a raggiungere la Montagna.
Partirò domani per San Francisco nel pellegrinaggio della mia vita alla ricerca dell’Oracolo di sempre, il mio Spirito Guida. Colui che dice che le parole possono salvarti dove le armi non possono.

«Dear Olga,
I could spend an hour with you on Thursday, March 17th. Let us say 11 AM at the Caffe Trieste (at Vallejo Street and Grant Avenue in North Beach, San Francisco.) Until then—Lawrence F.).»

Comincia oggi la storia di un appuntamento per un caffè a San Francisco.
Comincia qui la cronaca dei miei dieci giorni californiani alla ricerca della Poesia. Per non dimenticare

una volta poggiato il primo piede sul suolo di casa—

come accade spesso per i sogni—

Scriverò tutto.

Scriverò tutto per avere la certezza di non aver immaginato niente.


I’m ready to go anywhere, I’m ready for to fade
Into my own parade, cast your dancing spell my way
I promise to go under it

(Mr. Tambourine man- B. Dylan)

Seconda pagina ritrovata

 

Market Street a San Francisco è lo stereotipo dell’America che mangia l’America. Le palazzine così basse che non è difficile immaginare il Far West, diventato solamente West, sempre più West, man mano che le strade sospese e invisibili dei velivoli hanno iniziato a fare solchi profondi.

Perfino nei Cieli di Dante.

Reinvent the America and the World.
Lawrence Ferlinghetti


Bisogna attraversare Chinatown e sopravvivere all’assalto sensoriale degli odori, dei colori, della folla che attraverso i marciapiedi ti travolge, nell’ora della spesa. Bisogna attraversare il Mondo dall’altra parte del Mondo per arrivare dove vuoi arrivare da anni, forse da una vita intera. In quel pezzo liofilizzato di oriente pensi a come dovresti sentirti tra qualche minuto e neanche lo sai. Pensi alla Poesia, a quando la vedrai sederti davanti, come una bella donna altèra, che sa di essere bella e non ti guarda, mentre sorseggia il suo caffè lungo americano da una tazza troppo grande per le sue labbra.

E mentre percorri gli ingressi di quei supermercati che sembrano templi –lo fai pensando a tuo padre, che compra sempre dai cinesi – lo fai pensando a tua madre, che dai cinesi non comprerebbe mai – lo fai pensando al salumiere sotto casa e ai suoi prezzi troppo alti che ogni volta quello che ti ripeti è che non ci tornerai mai più, e forse l’ultima volta sottovoce lo hai lasciato scappare tra i denti, lo sguardo severo, mentre lui sa già cosa metterti da parte per la settimana che verrà….
Percorri Chinatown pensando a casa quando casa è -per la prima volta nella tua vita- dall’altra parte della Terra in senso stretto. Allora ti fermi perché gira la testa. Saranno tutti quegli odori

sarà forse il sole che s’è fatto alto e non credevi- -
sarà
sarà
che è quasi primavera
soprattutto a Chinatown- -
sulle strade di San Francisco che sembrano
Montagne Russe
[Coney Island! Coney Island!]
e ricordano il Rione Monti
con i suoi pazzi
-rotolati da Termini
per le ripide discese-
che non sanno più tornare indietro
o forse non vogliono.

Terza pagina ritrovata

 

Poi all’improvviso la vedi. la Poesia che fluttua nell’aria come gabbiani che si mescolano alle sartie delle vele, ma che invece sono tralicci e il mare è la strada, ma non importa, non importa. E’ tutto lì. Ed è così difficile vedere le cose per come sono e non per come le hai sempre desiderate vedere.

La cosa peggiore da fare a San Francisco, è attraversare North Beach ascoltando Bob Dylan o i Grateful Dead. la cosa peggiore da fare, se ogni notte vai a letto con una copia di On the road nel cassetto, al posto dei Vangeli, è andare a vedere i cimeli dei Beat incastonati nell’apposito museo. Questi musei che sono graveyards. Cimiteri. E allora “Basta parlare di tutta questa gente morta” dice Lawrence Ferlinghetti.

Non è più tempo adesso. It’s the end of the world as we know it.

Ma questa è una lunga storia… e deve essere raccontata attentamente.
Questa cosa, ieri, me l’ha detta Lawrence.

 

Quarta pagina ritrovata

Castro, Castro!

Ieri era il mio secondo giorno a San Francisco. E la seconda notte che -per colpa di questa strana storia che gli americani hanno un orario diverso- non sono riuscita a chiudere occhio.

Segue la cronaca della piccola parte di una giornata infinita, in cui mi sono svegliata alle tre e per cercare di riaddormentarmi mi sono messa a leggere Mimesis di Auerbach.

Ovviamente non ha funzionato. Ho finito il libro e mi sono detta: adesso? Il mio stomaco ha suggerito di fare colazione, così l’ho assecondato, ma a modo mio. Ore nove a Market Street: una ragazza italiana aspetta la Cable Car per Castro, il famoso quartiere gay delle audaci dimostrazioni politiche degli anni sessanta e settanta. Mentre il cielo ci cade addosso a gocce.

Un momento a emozionarmi pensando che probabilmente quelle gocce sono state poco prima il Mississippi.
Un momento a emozionarmi al pensiero che potrebbero essere state Oceano.

Un momento in più e avrei perso la Cable Car, ma per fortuna ci salgo al volo: è un vecchio tram azzurrino e giallo anni ’50, quello diretto a Castro. Due dollari e un quarto d’ora dopo, sempre dritti su Market Street, siamo arrivati. Si tratta di un quartiere racchiuso tra quattro salite ripidissime e una piccola Main street popolata di negozi osè e Cafè, centri estetici dai nomi ambigui (Hand Jobs vince su tutti) e bandiere arcobaleno che fanno lap dance intorno ai lampioni. Le casine rosa, violetto, azzurre si alternano a boutiques vintage di moda principalmente maschile. Mentre osservo la via principale lungo una delle salite nelle quali affonda Castro, mi sento osservata da una finestra: al davanzale un Ken vestito da suora e due barbie drag queen mi studiano sotto il movimento rotatorio di una piccola palla da discomusic che gli pende sulla testa.

Poco dopo, alle dieci di mattina, capisco dove sono gli uomini più belli di San Francisco: portano a spasso i loro cani senza curarsi della pioggia, i pantaloni grigi delle tute e i giubbini di pelle o una felpa, qualcuno in t-shirt; passeggiano con un cappuccino bollente take away per un pezzetto di marciapiede e poi rientrano in casa, scavalcando un senzatetto (tanti, troppi!) che ha passato la notte nell’atrio dell’appartamento per ripararsi dalla pioggia.

Ritornando alla fermata del tram, mentre il mio ombrello dà segni di cedimento, non posso non notare la quantità spropositata di negozi per cani presenti sulla via principale. Poi la spiegazione arriva dalla stampa di una t-shirt esposta in una vetrina: DOGS ARE THE NEW KIDS. Un po’ come dire “il verde è il nuovo rosa”.

E’ ufficiale. Sono nella sala parto di un nuovo trend.

Del resto, provocazione a parte, non hanno tutti i torti. Se Angelina Jolie e Brad Pitt hanno trasformato i loro bambini in accessori senza che questo comportasse alcun intervento da parte dell’Unicef, non vedo perché il WWF o Greenpeace dovrebbero prendersela con gli abitanti di Castro, per aver fatto lo stesso con i cani.

Quinta pagina ritrovata

 

Aspettavo Jack Hirshman ad un tavolino nascosto del Caffè Trieste. Se qualcuno mi chiederà mai di San Francisco, della città, delle sue strade, della sua estensione, degli abitanti, risponderò esattamente così:
San Francisco è un caffè italiano, tra Grant Avenue e Vallejo Street. La abitano i poeti, piccoli, rugosi bevitori di caffè, dai cappelli strani e un quaderno sempre tra le mani.
E se qualcuno venisse a chiedermi, un giorno, se io ci sia mai capitata, per caso, al centro del Mondo, racconterò di quella volta in cui al Caffè Trieste aspettavo Jack Hirshman, nell’angolino più riposto del locale. Di quando ho alzato gli occhi e ho visto il mio primo Juke Box americano, sotto una parete alta strabordante di fotografie in bianco e nero di vecchi stornelli italiani dai volti illuminati da sorrisi beat-fatti-mandare-dalla-mamma. Quel centro del mondo di quando mi sono alzata abbandonando a se stesso il mio caffè, un dollaro tra le mani e tre canzoni in testa e allora ho modulato attentamente la mia scelta, le dita leggere sui tasti, leggero lo sguardo sullo scorrimento delle pagine sotto il vetro del Juke Box.
Tre canzoni. Su una sessantina di dischi, tra Battisti e Morandi, Nicola di Bari, Callas, Carotone, Miles Davis, Sinatra…

The Beau Brummels.
Rock and Roll al Centro del Mondo. Go Johnny Go.
Travel on the midnight road

Ramble where the wind don’t blow

Be aware of hidden dangers

And don’t you go unto to strangers

Babe…

Quella volta in cui il mio corpo coincideva con il centro esatto di questo Mondo ai confini esatti della Terra io stavo ballando rock and roll ad occhi chiusi tra i tavoli, davanti al Juke Box dal quale Dio seleziona per un dollaro il bene, il male, gli uragani e i miracoli. E qualche volta anche i Beau Brummels o Sinatra. Il sesto giorno, quando si riposa. Con quello stesso dollaro che gli avanza, se non decide di andarselo a bere al bancone del pub, dall’altra parte della strada.
“Hey girl, let’s do the shake!”
Un signore all’ingresso mi allunga un altro dollaro. Allora torno al Juke Box e seleziono la mia ultima traccia. Al centro del Mondo la poesia è facile come il rock and roll. Qualcuno ha sopra un foglio e scrive. Lo fa tenendo il tempo.

Sesta pagina ritrovata

La Cable Car gialla ci riporta indietro attraverso Market Street nei luoghi e nel tempo. I Chicanos ci vengono incontro sui marciapiedi, i mostri dei murales ci chiamano a giocare nei vicoli ad una nuova rivoluzione di Titani e Gladiatori.

A Mission il tempo si è fermato, ed è stato catalogato. I negozi vintage vendono i vestiti al chilo e li tengono ordinati per decadi e per genere.
“E guarda questi! Questi non credo li indossassero sul serio…”
“Disco party anni ’70. Formal suites. A quanto pare li indossavano…” osserva Enrico, che in questi grandi magazzini della storia del costume americano si muove come uno scienziato esperto in materia. Usciamo di nuovo su Valencia street, non è più giorno ma non è ancora buio. L’orario in cui le sicure delle pistole cominciano a scaldarsi. Gi angoli della strada sono pieni di gang ispano-americane. Entriamo nell’ultimo negozio prima che chiuda tutto. Si tratta dell’ennesimo negozio d’arredamento vintage. Mission street è una strada di divani retrò. Di oggetti che formano universi paralleli nascosti nelle pieghe di una storia che non conosce il mondo se non quello prima del Vietnam. Curioso. Gli oggetti che rifiutano la Storia. Quando torniamo su Valencia è ormai sera, le gang si muovono in branchi tra gli edifici azzurrini che sembrano case di zenzero e zucchero, ma senza la luce del giorno sono solo fragili edifici senza colori.
“Stai attenta”- mi aveva detto il maestro di scherma Paul Scherman la prima sera, nel venirmi a prendere all’aeroporto- “molte parti di San Francisco a volte sono come le brutte zone di Napoli”.
Io ed Enrico ci fermiamo a bere un bicchiere di vino bianco in un caffè sulla strada del ritorno. Non si fa altro che conoscere le cose attraverso il modo in cui ce le immaginiamo. Viviamo per schemi e aspettative, attese, immagini preconfezionate. Questa nostra vita è forse un semplice riscontro?
Hanno lavato e stirato la Storia per venderla al chilo. Hanno pagato un biglietto d’aereo ad un gruppo di giovani ai quartieri spagnoli e gli hanno dato delle pistole da usare legalmente a San Francisco.
Hanno preso la faccia di Kerouac e l’hanno stampata su un muro, a North Beach. La nuova gogna. Il volto del poeta esposto all’idolatria.
Le icone uccidono.


I ballerini di tango del caffè hanno interrotto la danza. Io ed Enrico abbiamo pensato abbastanza. Ci siamo meritati la cena.

prima della prossima pescata, potrete aggrapparvi a scogli più intimi sul suo personale battello:

www.lagallinabianca.it

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Olocausto amnesico.

Non mi sono ricordato di ricordare.

Oggi.

Mi sono alzato. Ho fatto un’abbondante colazione. Ho aperto le finestre e ho inalato un po’ di quell’aria putrida che saltella sbadata tra un auto e l’altra. Ho fatto tredici flessioni. Tredici. E mi sono guardato allo specchio.

Mi guardavo.

Frontalmente.

Di profilo.

Di nuovo di fronte.

Mi sono ricordato che la mia gatta che non esiste non aveva mangiato, questa mattina.

Ho provato a ricordare quale fosse il senso della vita di cui mi ero convinto ieri.

Di sicuro mi sono ricordato che il latte è finito.

E che i trentanove euro di multa li devo ancora pagare.

Eppure, giuro di aver avuto per un attimo la sensazione che ci fosse qualcosa di più importante da ricordare. Come un impegno improrogabile. Quasi vitale.

Mi ci sono arrovellato.

Incazzato.

Mi sono guardato dritto negli occhi per minacciarmi.

Ma per quanto il sudore calasse dalla fronte, non c’era niente che questa data mi suggerisse.

Mi convinsi che non c’era niente da ricordare, in fondo.

“Beati gli smemorati, perché avranno la meglio anche sui loro errori”.

(Friedrich Nietzsche)

Sono contro la memoria. Contro questa capacità intellettiva e forse borghese che ci appiattisce la coscienza con il rullo delle parole, dei buoni sentimenti. Della compassione. L’altare dei ricordi, adornato accuratamente. Souvenir che non servono a niente se non ad appesantire la nostra povera e misera e piccolissima esistenza. Rammentare non serve nemmeno a cambiare le cose, proiettandosi in un futuro più diradato.

E contro Auschwitz, direi. Divenuta la fiera di milioni di grida umane che ancora riecheggiano nel freddo pungente. Un Luna Park, più che un campo di sterminio. Si paga l’ingresso e non si mangiano i pop corn.

Questa Memoria è una memoria smemorata. Una finta memoria. Una memoria ipocrita, come ognuno di noi, del resto. Che dichiara falsamente di ricordare un giorno che dista anni e anni dai nostri. Che recinta in ventiquattro ore il dolore di milioni di persone, per poi seppellirlo il giorno seguente con fatture, bollette, imprevisti, doveri.

Se ci si affaccia un solo momento dalla finestra, si può vedere che nessuno sta piangendo e gridando, nessuno si sta strappando i capelli o si è rinchiuso in camera a pregare chissà quale anima. Avrebbero dovuto chiamarlo giorno dell’indifferenza, invece che della memoria.

C’è gente che non sa neanche cosa sia il ricordo.

Ricordare chi, poi? Un nome qualsiasi? Un volto qualsiasi? Delle spalle qualsiasi? Dei piedi qualsiasi?

Facciamo fatica a ricordarci dei nostri figli, del nostro primo amore, e ci sforziamo di avere memoria di persone che non abbiamo mai conosciuto né visto prima d’ora?

La smetterei di raccontarci tutte queste stronzate.

Basta davvero ricordare per non far succedere più una cosa simile?

Probabilmente questo deve essere un finto ricordo dal momento che dichiariamo guerra ogni giorno. Che uccidiamo ogni sacrosanto giorno. Con le parole, con i gesti, con quegli sguardi disgustati quando si guarda un marocchino.

Dico che la memoria andrebbemassacrata, non l’uomo. Saremmo meno ridicoli. Capiremmo il perdono. Impareremmo ad amare. Liberamente. Senza memoria non c’è offesa. Insulto. Non ci preoccuperemo di odiare perché non ci ricorderemo del motivo che ci avrà spinto a tanto.

Non avremmo la percezione del cambiamento.

Ci dimenticheremmo del dolore. Persino.

E faremmo tutto per la prima volta. Con lo stesso entusiasmo. La medesima passione.

Non ci sarebbe più noia.

Pessoa diceva: “nulla si sa, tutto si immagina”.

Francamente immaginare non basta.

Memorie. Memorie. Avremmo memoria di noi stessi, un giorno? Dopotutto cos’è il ricordo, di qualcosa che non abbiamo vissuto, di qualcosa che c’è stato raccontato dalle vecchie sbieche in poltrona e lino, o da maestri annoiati e assorti dal loro stesso egoismo.

Quand’è che smetteremo di ricordarci dei morti, e cominceremo ad amare i vivi?

 


Intollerante agli umani e loro derivati

 

Intolleranza verso gli umani e loro derivati: questa è la diagnosi che mi ha stilato il Dottor Coscienza l’altra mattina, quando mi sono svegliato con uno strano disagio verso il mondo. Eppure il giorno precedente avevo condotto la solita vecchia vita quotidiana: chiacchiere al bar scambiando opinioni sui luoghi comuni, pettegolezzi pregiudizi e stereotipi vari da incasellare a seconda della vittima di turno. Qualche “non ci sono più le mezze stagioni” e qualche “dove andremo a finire di questo passo?”. La sera a casa si va a dormire con la promessa di un mondo migliore, un messaggio di speranza e un “domani smetto”.

esempio di derivato umano

E poi ti svegli il giorno dopo e sei intollerante a loro. A tutti loro. Il velo dell’ipocrisia, della tacita sopportazione, del quieto sorriso di convenienza non ti basta più. Ti svegli bestia, e per di più sei contagioso.

“La sua intolleranza è più diffusa di quanto non si dia a vedere.” – mi dice il dottore.

“ è grave? “ – gli dico.

“No – mi tranquillizza, sornione – non è grave, non è razzismo, è solo intolleranza, è comprensibile, ma non è giustificabile moralmente.”

“Cosa devo fare?”

“Bè noi condanniamo i razzisti. Ma vede gli intolleranti come lei…sono sempre stati un problema”

“La prego, mi comprenda, sia tollerante con gli intolleranti!” – gli faccio.

“ è proprio questo il punto! Non si può tollerare l’intolleranza, capisce?”

Sono confuso. Guardo il dottore perplesso e aspetto da lui una cura.

A un certo punto sbuffa “ Lei fuma. Lei ha dei vizi. Lei ha una carta di identità, e pertanto se va in terra straniera, lei è uno straniero. Non ha mai pensato a tutti quelli che la circondano? Eh? Fumare nuoce gravemente alla salute! Ci sono delle regole da rispettare, sa? Mica uno può andarsene bellamente in giro a calpestare aiuole a vanvera! Ora basta! Mi avete stufato tutti quanti! Voi intolleranti…siete…siete…intollerabili, ecco l’ho detto!”

“Ah!! – mi alzo e gli punto il dito contro – Dunque anche lei, dottore, è intollerante! Lei non mi tollera in questo momento!”

In un attimo succede il parapiglia, vedo il dottore che si agita e si innervosisce, l’ultima cosa che vedo è lui che fa gesti ariosi con le mani vorticando le pupille, e l’ultima cosa che sento è una gran botta in testa.

Mi sveglio poche ore dopo.

Mi trovo in quella che sembra essere una lussuosa camera d’albergo. C’è persino un televisore al plasma a centinaia di pollici, grande quasi quanto la parete intera. Intorno a me mille fotografie incorniciate di volti sconosciuti e anonimi. La testa mi duole leggermente, ma sembra che qualcuno si sia preso cura del bernoccolo.

La porta si apre di schianto. Entrano un dottore, scortato da una ragazza. “Buongiorno, matricola 127” – mi saluta il dottore, sorridendo con cortesia.

“Buongiorno – le fa eco la bionda assistente dagli occhi azzurri – Le do il benvenuto al Campo di Concentramento della Tolleranza. Qui lei diventerà un uomo migliore, tollerante e pacato, le aiuteremo a superare il vizio del fumo e tutti quei giudizi sinceri che ogni tanto esprime sul mondo.”

Sono passati vent’anni da quel giorno. Sono ancora qui, al Campo.

I derivati umani NO!!!

Tuttora odio gli umani e ogni loro derivato.

N.b.: Campo di concentramento della Tolleranza è la puntata numero 14 della sesta stagione di South Park

Operai al fronte

 

Un soldato morto è un operaio morto. Un operaio morto è un soldato morto.

S’alza la bandiera. S’abbassa la bandiera. Uno straccio morto che il vento rinnova, fa respirare, rianima.

Non loro. Né il soldato, né l’operaio. Né il mitra, né la tuta. Niente di tutto questo. Molti però dicono che è una questione di punti di vista, che al soldato vanno dati gli onori, il silenzio.

Che esso è figlio della patria.

E l’operaio, invece, parliamoci sinceramente, è figlio di bastardi che erano operai. Morti anch’essi ad asta alta. Con il lutto di pochi e al più una lamentela del sindacato locale. ‘Ridateci Mario’; oppure ‘Dov’è finita Caterina?’

O cartelloni, fiaccole, foto. Niente di più.

Rimane sempre la stessa bandiera di fronte l’ufficio del commendatore. Più alta per l’operaio, più bassa per il soldato.

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