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Komandamenti a Kaso

 

Komandamento numero 3 (gli altri due possiamo saltarli, che tanto non li chiedono mai all’esame): Se ti trovi alle ultime file di un concerto, non pogare.

4: Facebook è una malattia, ammalarsi ogni tanto fa bene aiuta a sviluppare le difese immunitarie, ma ogni tanto!

5: la gente non si droga più come una volta perché è diventata choosy, allora tu scegli di dipendere soltanto da te stesso

6: se oggi ti girano i coglioni, approfittane: fatti un frullato

7: se sei napoletano ma lavori al nord, non lasciare che ti chiamino EXPOsito!

8: quando ti fai una doccia, guardati, sei un’opera d’arte e puoi ammirarti gratis. Digli questo a chi vuole riformare i Musei!

9: vai alle assemblee di condominio e dì che hai peccato, che nel tuo appartamento c’è un albero di mele per farci passare in mezzo la tav!

10: questo dovrebbe essere il gran finale, ma io ti dico: sii il tuo inizio. E non finire.

 

Nuova Dichiarazione d’Indipendenza (fatta in casa, biosostenibile)

Avvertiamo oggi il bisogno di riscrivere una nuova Dichiarazione di Indipendenza.

Non tanto dagli Stati ormai diventati schiavi dei loro stessi debiti.

Non tanto dai mercati, ormai diventati schiavi di una legge della domanda ignorata o creata e di un’offerta imposta dalle multinazionali che a cascata determinano tutto, persino la politica dei governi.

Non tanto dai mezzi di informazione, che sempre più fanno “buona informazione” ma non “oggettiva informazione”.

La nostra Indipendenza deve essere dichiarata nei confronti di noi stessi, dei nostri demoni, delle nostre paure, delle nostre quotidiane angosce.

Dei tedeschi non temo la nazionale o lo spread, temo il vocabolo “angst”.

L’angoscia non ci consente di fare passi in avanti. Siamo afflitti da un numero eccessivo di santoni e falsi predicatori che non fanno altro che prevedere la fine del mondo o, peggio ancora, un nuovo inizio.

Ma i nuovi inizi non vanno previsti, vanno costruiti semmai.

Noi vogliamo essere indipendenti dai desideri e dalle passioni, in quanto vogliamo dominarli, guidarli come navi nel porto della nostra mente.

Noi vogliamo essere indipendenti dal tempo che scorre, in quanto vogliamo essere governanti del nostro tempo.

Noi vogliamo essere indipendenti dall’idea malsana di indipendenza, in quanto vogliamo collaborare tutti insieme e tutti egualmente sullo stesso piano, a un comune progetto di futuro, per noi e per quelli che verranno dopo di noi.

Noi vogliamo essere indipendenti dagli ideali, in nome dei quali spesso si è versato sangue.

Se siamo incapaci di conseguire tutto ciò, allora non siamo degni di vivere qui e adesso, su questa terra.

Ci dichiariamo quindi Indipendenti dal Sogno Americano, poiché il Sogno non sopporta aggettivi qualificativi o possessivi di popolo o nazione alcuna.

Questa è la Nuova Dichiarazione di Indipendenza per gli esseri umani.

 

Sono solo una pedina

Non c’è montagna più alta

Di quella che non scalerò

Agli occhi di un novizio la pedina è certamente la parte più sottovalutata nel gioco degli scacchi.

L’esperienza mi suggerisce invece che il destino di una partita dipende spesso da come si muove o non si muove una pedina, piuttosto che un alfiere, una regina, una torre o un cavallo. Magari non sarà una pedina a mettere sotto scacco il Re, ma tocca comunque alla fanteria avanzare nel fango casella dopo casella.

La pedina mi ha sempre affascinato per questo suo muoversi lento e significativo, per questo senso del sacrificio più ardente che non in tutti gli altri pezzi, per questo suo non uccidere l’avversario in modo diretto ma sempre nella più prossima casella in diagonale: obliquità della lama assassina che scivola furtiva nella gola del nemico.

Del resto se gli scacchi fossero un’opera narrativa, ed in effetti lo sono dal momento che ogni partita è il racconto di uno scontro sanguinario, la pedina sarebbe l’unico personaggio non a tutto tondo ma potenzialmente capace di un’evoluzione.

Infatti, una volta arrivata nell’orizzonte delle file nemiche, i suoi sacrifici vengono ampiamente ricompensati. La pedina si elegge a torre, ad alfiere o persino a regina contestando quel ruolo che sembrava fino a un attimo prima un’esclusiva dinastica dei pezzi superiori.

Ma questo premio infine risulta per certi versi anche una condanna.

La pedina perde quell’originaria libertà degli umili per assurgere ed incarnare a un ruolo dal quale non potrà più sfuggire, se non con la morte. In un certo senso quando i poveri diventano ricchi, quando i vinti diventano vincitori, si perde qualcosa nel passaggio.

E questa è stata la storia di molte rivoluzioni: una sostituzione di persone sul carro dei vincitori, ma non di ruoli.

Una volta al potere, la potenzialità è finita, si cristallizza e si eclissa.

Morirò pedina. Morirò libero.

Pietà per Hitler.

Voglio uccidere la memoria. Sentirla schiamazzare come quando si taglia la gola ad un porco.
Finirla con i piagnistei umanitari di ragazzine in erba che ricordano, non fanno altro che ricordare. Sanno soltanto ricordare. Nessuno lo merita.
Non c’è niente di buono nella memoria. Ci ha reso matti.
Ed ingrati. Non meritevoli del compenso più dignitoso che spetta all’uomo: la dimenticanza.
Avere la possibilità di dimenticare vuol dire assegnarsi ad un inizio sempre nuovo.
Essere noi stessi e tirarci fuori con tutte le vesciche e regalarci con i respiri più assuefatti dal nostro alito perché non più imprigionati dalle sbarre di un’esperienza totalitaria.
Sarà la prima volta della mia prima volta, ogni sacrosanta volta. Odoreremo la nostra puzza non rammentando di puzzare. Ci ameremo perché sarà destino farlo. Ci odieremo perché è quello che sappiamo fare.
E la morale sarà una legge che verrà abrogata ora dopo ora.
Finalmente vedrò persone che non si sforzeranno più di spolverare le cornici poste sui loro comò.
Non ci saranno più inutili giorni della memoria ed Hitler verrà finalmente perdonato, come merita.
Certe cose non le perdona Dio. Certe cose le perdona solo l’uomo.
Un uomo che penetra come un aguzzino nelle case sigillate dai televisori ogni ventisette gennaio e ci costringe a venerare morti. Morti su morti. Cosa volete che siano milioni di vittime decedute in guerra. Milioni di vittime sono paragonabili a una, o a nessuna, per quanto mi riguarda. Non li sento. Non li vedo. Sono crepati lontano da me. Ed il dolore se lontano, non è dolore.
Occupano un giorno dell’anno, un intero giorno. Mi accorciano il tempo, questi. Misericordia!
Non siete portati alla pietà. Siete addomesticati dalla pietà, e dalla commiserazione.
C’è da essere privilegiati anche da defunti. La scale dei valori della loro pelle è una piramide sgonfia ai lati.
L’ebreo nel forno crematorio è mediatico. Il cartaginese contro Roma è paratattico.
Sono disposto ad accettare la finta riverenza umana verso l’Olocausto quando ci preoccuperemo di fingere una riverenza per tutti i crepati della prima crociata, delle invasioni barbariche.
Questa Storia che ti fa sentire in colpa. Decreta, ecco cosa fa. Ha i suoi bei vinti, i suoi osannati vincitori.
Ce la impartiscono come un’analisi giornaliera da strabici insegnanti che l’unico insegnamento buono sarebbe quello di lasciare le cattedre e ammettere che nessuno è in grado di insegnare nulla.
Non si ha il coraggio di dire che gli ebrei al posto dei tedeschi avrebbero fatto la stessa cosa.
Da Cristo, simbolo d’umanità, all’umanità stessa ce ne passa ben poco.
L’odio scorre nelle loro arterie come scorre nei polmoni di chiunque altro. Loro non sono santi. Nessuno lo è. Assassini, come tutti. Anche se fosse solo di un pensiero, una protesta.
Bastava un leader. Per quel che resta, è mera questione di ruoli. L’ergastolo dell’umanità è l’uomo.
Non siamo colpevoli di essere nati, ma di essere morti inutilmente.
C’è un Hitler dentro ognuno di noi. E’ l’Hitler della sopravvivenza.
Chi sventola mimose è un codardo a vita.
Sto contando. Sto contando i mesi che mancano quando qualcuno, o qualcosa si deciderà per la prima volta di non ricordare e di provare pietà per Hitler e perdonarlo.

Le Dieci Co…nsiderazioni

Non sforzatevi troppo di considerare questo post, è solo un post. 

Oggi voglio fare un po’ di considerazioni.

Non sarò breve.

Sto meditando.

Innanzitutto considero me. E per considerare me ho bisogno di mettermi al centro del mondo. Non di quel mondo lì fuori, che certo non posso far finta che non esiste, ma del mio mondo.

Credetemi, non è una cosa così scontata mettere sé stessi al centro del proprio universo.

Anzi gran parte delle persone che conosco mettono altri o un’idea di sé stessi al centro. L’egoismo è malato. Non c’è più quel sano egoismo di una volta che consentiva al macellaio di provvedere ai propri interessi e, inconsapevolmente, agli interessi di tutti.

La differenza tra la teoria capitalista e la pratica globalizzata consiste in una patologia dell’egoismo che è diventato consumocentrismo.

Mettere il consumatore, l’oggetto, al centro del mondo, significa semplicemente cessare di vivere e di seguire un’etica, nelle regole del mercato e nelle regole dei rapporti umani.

La chiave di volta per un’economia sostenibile è scritta nei Vangeli, senza affannarci troppo in spread, azioni disastrate e banche sull’orlo del nulla.

La chiave di volta per salvarci dall’abisso è scritta a caratteri cubitali nel nostro cuore.

L’amore ci salverà, l’indifferenza ci ucciderà.

Non è abbastanza programmatica come cosa? Troppo ingenua, troppo sessantottina, troppo sognatrice, troppo utopistica?

Io penso di no.

Potete metterla come vi pare e piace. Io proseguo dritto per la mia strada: il sogno.

Un sogno condivisibile, progettuale, abitabile e migliorabile.

Il sogno di un “Io” migliore.

Non sarà cliccando un interruttore che cambieremo le cose. Ma insieme possiamo farcela.

Passiamo a un’altra considerazione.

Il caffè che ho bevuto poco fa era buono.

Terza considerazione: la sezione “L’urlo” sul sito di Vasco pubblica, secondo la mia opinione, da tempo, cose del tutto “inutili”, ma non di quell’inutilità che identifica la “Bellezza”, ma semplicemente inutili, come questa considerazione.

Questione di gusti, d’altronde.

Quarta considerazione: sono stanco di essere circondato da milioni di imbecilli che dicono di aver visto fantasmi, alieni e tartarughe ninja. Cosa sono io? Calimero? Perché mi sento al margine in una società di idioti? Voglio sentirmi anch’io idiota e dire “Ho visto un disco volante.” Ho visto un fottuto disco volante nel cielo e poi improvvisamente è sparito dal quadro della mia videocamera HD, perché in quel momento stavo filmando il cielo. Io durante il giorno filmo il cielo. C’è chi studia gli escrementi di giraffa e chi filma le nuvole con videocamere full acca dì.

Quinta considerazione.

La quinta considerazione non esiste.

Sesta considerazione: l’unico buon governo tecnico io lo metterei nella mia anima. Un monti che prende le mie decisioni, senza tanti dilemmi democratici. Con tutti i neuroni che dicono “Si deve fare, è amaro, ma si deve fare”. Voglio che il Presidente della mia anima nomini un professore, un tecnico del cuore e della mente, un neurocardiologo! E per le elezioni rimandiamo tutto.

Settima considerazione: consumatevi preferibilmente entro la data della vostra morte.

Ottava considerazione: fate l’amore e la guerra, se necessario entrambe nello stesso tempo.

Nona considerazione: il Bianconiglio è uno stato della mente.

Decima considerazione: non è vero che ogni tanto bisogna fare ordine. Ogni tanto bisogna andare al bagno. Tutto qui.

Little Man Explosion

F. si svegliò e il telefono squillò. Dall’altra parte la voce del direttore minacciava “Voglio un pezzo sulla mia scrivania per mezzogiorno, altrimenti sei licenziato”. Non aveva avuto nemmeno il tempo di chiedere su cosa dovesse scrivere il pezzo. Forse non aveva importanza. Forse poteva scrivere qualunque pezzo, o nessuno. Probabilmente il giornale lo avrebbe licenziato comunque. Era tempo di tagli. Avevano cacciato persino il migliore dall’ufficio: era chiaro che adesso toccava ai pesci piccoli come lui.

Ma forse una possibilità c’era. Forse, se avesse scritto un pezzo decente, anzi non un pezzo qualsiasi, ma il pezzo, quello che doveva scrivere da tutta una vita, una vera lezione di giornalismo, allora sì, nessuno avrebbe avuto il coraggio di cacciarlo fuori dal posto che gli spettava di diritto. Magari gli astri, al contrario, stavano complottando per fargli avere un aumento di stipendio.

Altroché, decise che quello sarebbe stato il suo giorno di gloria. E lo decise mentre appoggiava i gomiti a letto e si tirava su, guardandosi intorno. Quindi si alzò, accese il computer, andò in cucina, e tornò con un caffè in mano. A caffè bevuto si ragiona meglio, si ragiona meglio.

Cliccò svariate volte, e finalmente si aprì la pagina bianca del programma di scrittura. Il monitor rifletteva sulla sua stanca faccia assonnata una fredda luce che attendeva di essere coperta di caratteri, di simboli, di frasi compiute.

F., d’altro canto, non aveva la più pallida idea di cosa scrivere.

A dire il vero F. aveva molte idee in mente: poteva fare un pezzo sulla crisi, economica, politica, sociale, di valori, poteva fare un pezzo satirico, poteva fare un pezzo sulle posizioni sessuali che attira sempre tutti, poteva fare un pezzo su di lui che non sapeva cosa scrivere, ma niente, ogni volta che provava a mettere le mani sulla tastiera, si bloccava.

Provò a distrarsi. Doccia, lettura dei primi quotidiani online, sfogliò persino un libro di fotografie di Man Ray (si ricordava ancora il consiglio del collega Investi su un libro di Man Ray, una bella monografia su di lui, vedi che figurone ci fai quando vengono i tuoi ospiti, e lui si era limitato a seguire il consiglio, era entrato nella prima libreria e aveva speso cento euro per un libro su Man Ray, di quelli editi da, curati da, con l’introduzione di, la postafzione di, ma mai nessuno era venuto a casa sua e mai nessuno aveva posato gli occhi su Man Ray. Ogni tanto veniva a trovarlo il suo amico di infanzia, ma questo era un appassionato di Moana Pozzi, altra arte).

Malgrado tutto, anche malgrado Man Ray, niente, non aveva niente da scrivere.

Decise di riposarsi dieci minuti e quando riaprì gli occhi aveva capito cosa doveva fare. Si recò acciabattando rapido verso la finestra del balcone, tirò la tenda, la luce del sole illuminò l’intera stanza, si guardò intorno: ogni cosa era illuminata adesso, aveva un senso. Un chiarissimo senso ai suoi occhi.

F. sorrideva come non aveva mai sorriso in vita sua. Si affacciò alla ringhiera del balcone. Dall’attico del condominio poteva notare ogni persona sulla strada. “Ehy – gridò – Ehy laggiù mi sentite?” Urlò più di qualche volta, solo un passante distratto aveva alzato lo sguardo, e anche una mamma con la carrozzina.

“Volete il pezzo? Volete il maledetto pezzo? Ora avrete il pezzo!”

Andò in cucina e la prima cosa che gli capitò sotto gli occhi era una caffettiera.

“Ecco il pezzo!” – buttò la caffettiera. Il bricco cadde sulla carrozzina, rapida una macchia di sangue si dilagò tra i panni che avvolgevano il bambino. Le grida della mamma e la scena bloccarono il traffico. Una folla si apprestò sotto il balcone “C’è un pazzo, un pazzo che scaglia le cose, state attenti!” “Chiamate la polizia!” “Chiamate l’ambulanza!” Qualcuno disse anche “Chiamate il parroco!”

F. sorrideva e rideva.

Rientrò e buttò giù il volume monografico di Man Ray. Questo andò a finire contro la coniuge di un violinista che usciva in quel momento dalla scuola di musica. F. andò avanti…per un pezzo. Per tutto il pezzo.

“George W. Bush!” – gridò e buttò giù il manichino del penultimo Presidente degli Stati Uniti.

“Silvio Berlusconi!” – e buttò giù l’altro manichino.

“Fondo Monetario Internazionale!” e buttò giù una riproduzione in formato souvenir della Torre Eiffel. Questo segnò il suo secondo omicidio. Colpì al cuore un francese.

“I parenti e gli amici!” – e caddero diversi manichini di sconosciuti.

Nel frattempo erano arrivate le volanti della polizia. La folla era dileguata in preda al panico. Gli oggetti continuavano a cadere.

Nessuno però riusciva a sparargli, né ad entrare nell’appartamento.

“Ispettore siamo arrivati all’ultimo piano, ma è disabitato!”

“Ma cosa mi sta dicendo, agente?”

“è impossibile, lo so, ma non c’è nessuno sul balcone! Quel tizio non esiste, non è nessuno!”

Nel mentre F. arrivò portando sulle spalle una bomba atomica. La sistemò sulla grondaia e si mise a cavalcioni. “Aaaahh! Aaaahh!” – urlò e la bomba cavalcò verso terra, proprio come in quel film.

Solo F. sopravvisse all’esplosione. Si trasferì a Filadelfia, la città che aveva dato i natali a Man Ray. Lì nessuno si sarebbe meravigliato del suo volume monografico.

Poi una mattina F. si svegliò e il telefono squillò Era il nuovo direttore del giornale che lo chiamava. E lo minacciava di licenziarlo se non gli avesse portato un pezzo per mezzogiorno. Era tempo di tagli.

E F. sapeva esattamente cosa fare.

Società altroculturale

Non credo in molte cose, ma credo nel nastro adesivo

- Miles nella serie tv Lost

Mettiamo l’anima in pace. Anzi mettiamola direttamente in guerra: l’altro rimarrà sempre altro. L’altro deve rimanere altro. Le vacche di notte rimarranno sempre distinguibili con un faro accecante. L’altro s’è separato da noi da un bel pezzo. Siamo destinati alla piena solitudine, al fatto di non capirci sempre e comunque.

Siamo destinati a vedere uno straniero sull’orizzonte – chi lo vede con il turbante, chi con i jeans, chi con cinque o sei arti – su un deserto. C’è lì, lo straniero. Sempre pronto ad andarsene.

Siamo liberi di perderci, ecco cosa voglio comunicare. L’altro è gratuito, abbondante. Viene e se ne va e non possiamo farci niente. Dentro di noi ne tratterremo sempre troppo poco e ne tratterremo ancora meno se lo rendiamo simile.

In fondo, abbiamo anche degli elementi in comune

Il simile è un altro di meno. L’abbiamo fatto fuori.

Ecco perché è così importante non capirsi: badate bene, però. Per capire intendo sforzo etico. Capire è sostanzialmente incazzarsi. Anche perché i buoni vincono quasi sempre solo nei film.

Se c’è altro e resiste, allora vuol dire che stiamo comunicando. Se diamo per scontato che viviamo insieme, allora molto probabilmente comunicheremo ben poco.  Preferiremo l’allusione, il compromesso, il buonismo quotidiano.

Il buono sapeva anche incazzarsi

Il vivere insieme, alle volte, fa prevalere il sopravvivere.

Abbiamo estremo bisogno dell’altro  per riconoscere la solitudine. Se mandiamo via lo straniero dalla porta, ce lo troveremo rientrare dalla finestra. Ed è inutile chiudere le serrande. Avvertiremo ancor di più il nostro arresto domiciliare.

Ma nessuno ci garantirà che riusciremo a cucire il nostro vuoto. Cuciremo le ferite, forse, sanguineranno le pareti, il sangue placherà la violenza di due corpi che si incontrano. Ciascuno digerirà sana la propria realtà, una realtà in cui grava irrimediabile la nostra vita. Sarà dura come la cicuta.

Socrate bevve la cicuta come estremo riconoscimento dell’altro. Soccombe all’altro perché capisce che non potrà essere simile a lui. Muove verso l’altro. Lo diventa attraverso la morte.

Basta, dunque, con le utopie. Non siamo fratelli. Non siamo nemmeno uguali. La rivoluzione ha fallito: l’essere non sarà mai uno. E se davvero è uno, sarà caduto e frammentato. Il nastro adesivo, per il resto, è solamente una pezza.

Lo scotch è geniale invece per tagliare i capelli

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