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Socrate e l’idromaieutica

L’idromaieutica non è un metodo subacqueo di ricerca della verità (quello si chiama idromaieUstica, ma finora non ha ancora fornito grandi risposte).

L’idromaieutica ha piuttosto due significati: da una parte con esso intendiamo dire che la verità è come l’acqua, capace di cambiare forma a seconda del recipiente che la contiene, pertanto, come l’acqua, rende il terreno scivoloso e fangoso, costringe a rimettere in dubbio le nostre certezze acquisite. Per questo le persone idrofobe sono insospettabilmente più numerose delle idrofile. Non solo, nella verità occorre anche saper nuotare. Un nuotatore poco esperto potrebbe morire annegato, al contrario delle menzogne che sono sempre ottimi salvagenti per restare a galla. Non tutti sono in grado di resistere al gravame della Verità, che è come una zavorra al piede mentre infuria la tempesta.

Il secondo significato è che potremmo accontentarci di cercare la verità nelle vasche idromassaggio. Abbiamo infine votato per una deliberante e liberante fuga dai problemi e dai pugnali che ci hanno crocifisso per così lungo tempo.

Perché perdere tempo ad indicare la strada ai ciechi? Perché non passare da “Ad Maiora!” a “Ad Majorca!”? La tentazione è forte, tanto più che la realtà non cambia né a colpi di post di blog, né a colpi di posti di lavoro precari.

Cosa succede quando il Grande Sognatore si è stancato? Quando l’amore non è più quello che credevamo, quando la realtà è molto più grigia e oscura di quella descritta nei romanzi, quando non c’è nessun eroe, né razza aliena superiore a salvarci?

Succede che ci prendiamo una pausa. Una dovuta pausa da tutto.

Annegate pure. O salvatevi. Fate da soli, insomma.

Come avete sempre fatto, che siate vongole o merluzzi. Se ne avrete voglia, sopravviverete.

Quando i sogni sono infranti, non c’è modo di tornare indietro.

Socrate se ne va ad Ibiza.

Regimi…alimentari

Diete.

Diete ovunque cada il tuo sguardo.

Quando dico la parola “dieta”, non si intende più la riunione del popolo germanico, né le assemblee deliberative di un Parlamento o di un organo di potere politico.

Così come quando dico la parola “regime“, nessuno si interroga sull’ombra del Grande Fratello in agguato dietro gli schermi televisivi e gli organi di informazione di una realtà facilmente “monopolabile”.

No.

Oggi la dieta è quella dei corpi, menti comprese, e il regime da autoritario è diventato alimentare.

Panem et circenses: i Romani hanno raggiunto il loro scopo.

Ad ogni modo, penso che, più che quello di uno sportivo, il regime alimentare più sano sia quello di una pornostar, sempre molto attenta alla cura del proprio corpo.

Dalla regia mi suggeriscono che in certi regimi alimentari hard, ci sono ingredienti non proprio adeguati alla dieta di ogni giorno.

Non so proprio cosa intendano, ma penso che qualsiasi cosa è meglio della carne di ignota provenienza trovata in molti fast food inglesi, come ha sottolineato una recente inchiesta della BBC.

Vuoi vedere che il porno parla alla pancia del popolo?

Propongo un salto evolutivo: dai fast food agli hard food!

E sai cosa mangi.

Anteprima di vita

Molti programmi di scrittura odierni offrono la cosiddetta anteprima di stampa. Prima di stampare puoi farti un’idea di come verrà fuori il testo scritto. Matrix non è perfetto: mi sarebbe piaciuto (a chi non piacerebbe, suvvia! Fate poco gli eroi!) avere un’anteprima di vita. Magari poi sarei andato ugualmente in stampa, avrei mantenuto le opzioni scelte, o magari no, avrei fatto qualche ritocco qua e là.

Sono tutti bravi a dire “io rifarei tutto quel che ho fatto”. Vi voglio vedere ad avere la possibilità reale di “ripetere”, di “rivedere” qualche dettaglio qui e lì. Non stiamo a prenderci in giro. L’uomo è fatto per ammirare l’eroe, per imitarlo, al massimo, ma non per esserlo.

Non esistono quelli che non piangono o non si disperano, semmai non hanno mai fatto scelte, non hanno mai scelto.

Di una cosa non mi pento: ho sempre scelto, anche senza anteprima di stampa. Ho sprecato un fiume di carta e di inchiostro, è vero o forse no. Forse adesso la stampante è collaudata meglio di un tempo.

Non che il numero di errori commessi garantisca, al crescere, una maggiore esperienza e una maggiore competenza, o almeno non necessariamente.

Siamo stampati a getto di emozioni.

Grazie Matrix per aver reso così reale la definizione delle nostre immagini.

Tanti auguri a…

Auguri. Cristo, auguri.

Ogni anno la stessa storia. Non importa che si chiami Chanukkah, Ramadan o Natale. Puoi persino essere ateo e gli auguri ti verranno comunque a cercare. Tutte queste viscide persone non sanno nemmeno la radice del verbo augurare. Augurare significa accrescere, ma l’unica cosa che accrescono è la distanza che li separa da loro stessi.

Li vedo ogni mattina e capisco che l’unica cosa che posso fare è stare al loro gioco. Augurare. Allora: auguri. Auguri al tabaccaio che smercia morte. Auguri alla maestra che ci prepara durante l’anno come i panettoni senza canditi. Auguri al barbone sulla strada dell’università che mi ricorda il mio imbarazzo di essere venuto al mondo. Auguri a Jimmy Hendrix che mi ricorda che vivere vuol dire durare il tempo di un assolo. Auguri ai culturisti che mettono proteine nel loro pene. Auguri a Tolstoj e a tutti quelli che sono più in guerra che in pace. Auguri alla badante di mia nonna, ma soprattutto a chi non bada mai a se stesso. Auguri alle donne che si rifanno le tette in tempo per Natale. Auguri ai preti che sono più indaffarati degli uomini di Wallstreet. Auguri ad Andreotti e ai familiari di Moro. Auguri a Pacciani e a chi si porta dentro i propri mostri. Auguri ai migliori esempi della nostra generazione. Auguri a tutti quelli che votano Silvio perché non hanno più nulla da fare, auguri a chi vota quegli altri, in fila al seggio come il giorno della prima comunione. Auguri a Jack che ci ha insegnato a non frenare, e auguri all’altro Jack che ci ha aiutato a squartare la mente delle persone.

Auguri a chi vive l’emozione. A chi non ha paura. A chi sbaglia di proposito. Auguri ai bugiardi nella loro sincera meschinità. Auguri a chi ha tagliato il traguardo e a chi invece si è fermato prima. Auguri a chi non è nemmeno partito, a chi si innamora ancora e ancora e ancora senza stancarsi mai. Auguri a tutte quelle coppie che a vent’anni sembrano dei vecchi sposati da cinquanta. Auguri al rock. Auguri a chi fa sempre ciò che deve, a chi va contro corrente e anche a chi sceglie di essere la corrente.

Auguri alla pioggia quella che taglia il viso. Auguri a chi piange lava. Auguri a chi per raggiungere la felicità è disposto a perdere tutto.

Auguri a chi sa che l’amore non è nient’altro che egoismo. Auguri a chi si ama di nascosto.

Ma soprattutto auguri a me stesso, perché sono un testa di cazzo.

Vi auguro di non augurare mai nulla a nessuno.

Niente più uova al mattino

Antepost: Paolo Rigo nasce a Roma il 9 marzo 1985. Cresce a Latina e si ritrasferisce a Roma dove si laurea in Italianistica nel Novembre 2011. Esordisce nel mondo della letteratura con una raccolta poetica dal titolo Anima Piange (Edizioni della Sera, 2011).

Ha collaborato con Flanerì e pubblicato una raccolta di racconti, Littoria Blues City nell’estate del 2012 (Il foglio letterario). Appassionato di letteratura, ha curato il volume completo delle poesie di Otello Soiatti. Sempre nel 2012 esce una raccolta di saggi su Mario Luzi (Squillò luce, Arduino Sacco) mentre su alcune riviste scientifiche trovano spazio suoi interventi sulla poesia del ’900 ed in particolar modo su alcuni aspetti relativi alla metafora ed alla topica.

Di recente è stato tra gli organizzatori del concorso poetico Latina in Versi, si è classificato 2° al premio letterario GialloLatino sez. Giovani con il racconto Atlantide. Attualmente è dottorando presso il dipartimento di Italianistica di Roma Tre.

I pirati di Vongole & Merluzzi danno il benvenuto a Paolo Rigo a bordo della nave! Vento in poppa, ciurmaglia!

La notte si impossessa delle luci, dei viali, delle case, delle strade. Rimane accesa una piccola, piccolissima scheggia luminosa. Una finestrella. Lui guarda la televisione alle ventiquattro. Cerca qualche bella in piume d’oca. Non si eccita più da tempo.
La porta del bagno si apre. Insieme a lei, esce un profumo dolce di zagara e muschio albino. Una nuova essenza. Desiderio notturno. I passi sinuosi di lei delineano dei piccoli cerchi di rumore sulla superficie della notte. Lui spegne la tv e la osserva, la osserva immerso nella notte. Non dice nulla. Lei arriva alla porta di casa a passi felpati. Uno dopo l’altro, lenti ed attenti, crede che stia dormendo davanti alla tv. Non vuole svegliarlo.
«Me la prendi una birra?»
«Pensavo dormissi..»
«No..non stavo dormendo..me la prendi una birra?»
«Non avevi smesso di bere?»
«E tu non avevi smesso di uscire?»
Sul viso di lei una lacrima solca le rughe, scende sul viso, e si perde tra le piume. È bellissima. Con il suo foulard rosso ed il suo vestito nero che si spande sui fianchi provocanti. Non è più giovanissima ma non sfigura. Non ha mai sfigurato. Si gira, sospira, si porta in cucina. Accende una ad una le luci. Fa rumore con i tacchi, i passi felpati ora non servono più. Lui l’ha vista. Avrebbe preferito di no. La umilia farsi vedere mentre esce. Prende una birra, la apre, e va da lui. Lo trova in piedi appoggiato alla poltrona.
«Vai da lui?»
«Ti ho preso la birra»
«Avevi detto che non ci saresti più andata»
«Ti ho preso la birra..dai..non voglio parlarne..»
«Perché fai così? Perché cazzo?» Lei lo guarda. Il braccio destro è proteso verso di lui con la birra in mano. Delle lacrime si formano tra i bulbi oculari e lui continua a guardarla in cagnesco. Non la capisce. Non riesce a capirla. Non vuole capirla. Ha sempre vissuto nei suoi sogni. “A te”, pensa a te, pensa, pensa: perché non prende la birra e sta zitto? Pensa ancora, pensa ancora a te, beve un sorso di birra e si siede sulla poltrona. Le piume alzano la polvere e fanno un leggerissimo sbuffo, che si accompagna al suo uffa.
«Mi farai fare tardi..Cosa vuoi da me?»
«Voglio che la smetti..Ora..subito..sono stanco..»
«Anch’io sono stanca, e che dovrei fare? Come mangiamo poi?»
«I miei nipoti mi hanno detto che c’è un lavoro per me, si tratta solo di tirare avanti qualche altra settimana..»
«I tuoi nipoti..i tuoi nipoti..Qualche settimana? E con cosa? Non abbiamo più niente..Vuoi capirlo che i tuoi nipoti sono solo dei drogati? Vuoi capirlo che sono dei falliti? Che siete dei falliti? Che sei un fallito!»
«Non parlarmi così cazzo!» E più veloce di un riflesso. Il battito d’ali è involontario -non è controllabile- è così e basta, e la colpisce in faccia. Dritto sul becco. Il rossetto la macchia e un rivolo di sangue le si forma ai lati. Le lacrime si liberano del peso.
«Credi che sia facile per me? Eh? Dimmi cazzo! Sei solo uno stronzo..»
«Scusa..Cioè dai..scusami..non volevo colpirti..eh che..»
«È che sei solo un buon annulla. Mi sistemo in macchina sennò faccio tardi..»
«Io..io ti..io ti amo..»
«Ciao»

Sarebbe potuta andare così

La notte ripiomba nella casa. Lei esce e spegne tutte le luci. Lui rimane lì e pensa all’altro. Pensa a suo cugino. A Gastone. Perché? Beve la birra e la getta a terra. Il vetro si spacca e fa un rumore intenso. A lui non importa. È già in cucina davanti al frigo per prenderne un’altra.
«Perché non sei venuta prima? Eh? Mi avrebbe fatto piacere portarti a cena dalla contessa..Questo abitino nero che ti ho regalato ti fa veramente molto carina..»
«Lo sai che non voglio uscire presto non mi va che..»
«..Che mio cugino ti veda? Quello è un fallito tesoro. E tu stai perdendo tempo con lui. Glieli hai fatti vedere i documenti del divorzio?»
«No..»
«Oh cazzo..sei proprio un’oca imbecille..Che cazzo. Cristo»
«Dai calmati..non fare così» Lei prova a calmarlo e lui le molla una sberla sulla faccia. È la seconda. Ma stavolta sente davvero di non avere colpa. Questa è gratuita, non ha un prezzo ma deve stare zitta. Il prezzo è il silenzio.
«Che ti ho fatto male? Su non fare la scena, che me lo dici sempre che te le dà pure quel cornuto, eh? Dai che sotto sotto ti piace anche..Su..Ci scommetto»
«Senti non parlare più di Paperino così..ti prego Gastone: non parlare più di Paperino..»
«E se non parlo più di quell’impotente di un papero che cosa mi dai?» La testa di Paperina scivola tra le gambe ossute di Gastone. Il becco scansa le piume. Gastone geme. La cosa si conclude in una manciata di secondi.

«Ora vieni fuori. Ti voglio fottere sul cofano della macchina!» E lei esce. Lui le solleva la gonna sulla testa. La prende da dietro. Lei sta zitta e chiude gli occhi. Sono mesi che non fa l’amore con Paperino. Pensa a quando erano giovani. Pensa a lui, ai nipoti, a Paperoga: perché sei morto così Paperoga? Senza dire niente a nessuno. Hai fatto tutto da solo: la cocaina non ti bastava? Quando c’eri tu Paperino era diverso. Non beveva così tanto. Non era così solo. Gastone le viene dentro. Vuole incastrala. Lo sa del problema del cugino. Lo fa per lui. Per fargli male. Viene con ululato che sa di lupo sotto la luce della luna. Tutto intorno è ombra. Lei nei suoi pensieri maledice la serata di maggio quando tutto ha avuto inizio. Pensa che quell’invito non avrebbe mai dovuto accettarlo. Ma ormai è troppo tardi. «Ti è piaciuto gallinella?». E la mano destra le schiaffeggia il collo. Stavolta sono trecento dollari. Stavolta è di meno. Ma lei ha fatto tardi, le regole con Gastone si devono rispettare. È sempre stato così preciso. Non sfida mai la sorte, nonostante l’eredità.
Prima di entrare in casa, alle cinque e mezza del mattino, mentre il sole ancora non è sorto, si dirige nel garage, si alza la gonna del vestito, e spinge forte. Fortissimo. Le sembra di morire. Pensa forte a Paperino. Pensa forte che lo ama. Ma non riesce più a dirglielo. Deve fare molta attenzione. Escono fuori tre uova. Una si rompe. Prende i fogli della richiesta di divorzio e pulisce, pulisce con i fogli. Vorrebbe vedere la faccia di Gastone. «Ecco questo è tuo figlio, vai a cagare stronzo» sì, le direbbe così. Ride e piange. Si asciuga le lacrime e si dirige in cucina. Paperino dorme per terra tra i cocci di vetro delle cinque o sei bottiglie di birra, e la televisione accesa su un canale regionale. Avrà visto di nuovo del porno. Dovrebbe fare piano. Ma lo vede che è strafatto. Non deve preoccuparsi più di tanto. Prende una padella, versa l’olio, rompe i gusci, aggiunge il sale, prepara le uova. Ad occhio di bue. Pensa a quante uova potrà ancora fare, sente che non ci saranno molte altre uova. Gastone non la chiamerà più. Però non sa se essere felice. Quando finiranno loro non mangeranno più. A Paperino ha detto che non può avere figli. Glielo ha detto quando è iniziata la cosa con Gastone. Mentre le uova sfrigolano in padella, attraversa la cucina e se ne va in salone, spegne la tv, e guarda Paperino mezzo svenuto per terra. Pensa che dovrà pulire tutto lei, e che ha bisogno di riposare.
«Tesoro..dai che sono quasi le sei..Devi andare a cercare lavoro..La colazione è quasi pronta..»
«Sei rientrata? Ho sempre paura che non rientri..di non trovare la colazione..»
«Guarda: trecento dollari»
«Tienili tu..Non voglio sapere niente»
È un altro colpo sulla faccia che fa più male degli altri, Paperina respira forte, incrocia il suo sguardo con quello dell’immagine riflessa nello specchio, si guarda bene, si trova bella, bella ma sciatta, volgare, bella come una puttana. Inghiotte della saliva e dice:
«Vieni, di là ci sono le uova..»
In cucina mette le uova nei piatti. Fissa il sole oltre il vetro della porta-finestra. Lui le mangia. Non sa niente. Il sole che sale. Fissa l’alba. Pensa che non vorrebbe più fare uova al mattino.

Paolo Rigo

Grattati e muori

Anche se voi vi credete assolti

siete lo stesso coinvolti

Faber

Forse sarà una vecchia polemica, ma tanto vale combattere finché la logica di “panem et circenses” trasformata ormai in “fast food & television”, non sarà decostituita a fondamento di una società più giusta.

Ci hanno tolto Enzo Biagi e cosa ci hanno dato? Ci hanno dato programmi per imparare a fare l’uovo alla coque, in camicia da colletto bianco e alla fiorito. Ci hanno dato reality show per imparare come mangiare il riso delle noci di cocco. Ci hanno dato trasmissioni che promettono premi milionari che possono cambiare la vita di chi chiama, di chi scavicchia il pacco, di chi gratta il biglietto fortunato.

Io non ci sto.

l’inizio della fine

Io non ci sto a farmi prendere in giro da una televisione che vuole indottrinarci a dimenticare il senso del sacrificio e del lavoro.

Io non li voglio i vostri soldi e i vostri gettoni d’oro. Senza se e senza ma.

Io voglio che i miei figli possano imparare a lavorare per costruirsi un futuro, qui in Italia o anche altrove, ma che sappiano bene che non bisogna confidare troppo nella Fortuna, che la speranza consiste nella preghiera e nella sconfinata fiducia verso un domani migliore, che tra l’altro non possiamo confondere la speranza con una debolezza, semmai con una fortezza. Né voglio che i miei figli si votino deliberatamente a chissà quale “colpo di fortuna”.

Nessuno ci regala niente, ma è questo che vogliono farci credere.

Io non ci sto più.

Programmi televisivi (che etimologicamente parlando di “televisivo” avete ben poco, dal momento che la televisione è la “visione del lontano”, ma qui non riescono a guardare oltre il proprio naso) anche voi siete responsabili del declino sociale e morale, della decadenza del gusto, quindi per favore, fate le valige e tornate a casa, fuori dai palinsesti delle nostre coscienze che vogliono tornare a ragionare come meritano.

Ora scusate, ma ho comprato un gratta e vinci. Speriamo sia la volta buona.

Ogni maledetto weekend

Il weekend è come il cucchiaio: non esiste.

Se ti concentri, capirai che non è il cucchiaio a piegarsi, ma sei tu stesso.  Così come capirai che non è il weekend a venirti incontro ma sei te che vai incontro al weekend.

Quante volte gli impegni che per tanti motivi non possono essere realizzati durante la settimana lavorativa (strana definizione questa del tempo segnato da crisi e disoccupazione), sono rimandati al weekend?

Così arrivano le classiche frasi come “ci vediamo nel weekend”, “ci sentiamo nel weekend”, “cosa fai questo weekend?”

Il weekend è un’invenzione del Sistema per tenerci buoni, è il premio per fermarci e ripartire, è la dose di ozio settimanale istituzionalmente conclamata (al di là del fatto che molti non conoscono ozio o non conoscono lavoro).

Ma la parte più difficile da accettare in questo inglesismo è la definizione precisa di tempo cui la parola fa riferimento.

Weekend al faro, ma sì!

Cosa si intende con “weekend”? Venerdì e sabato, o anche la domenica, o soltanto il sabato in coppia con la domenica, o uno soltanto di questi giorni? Forse è un’ oscura porzione di tempo che si manifesta in un portale che può aprirsi soltanto a cavallo della mezzanotte del sabato? Chissà!

Una cosa è certa. Quando arrivava il weekend, una volta, ero contento. Adesso la parola mi mette una tristezza infinita. “Weekend”: il composto week e end, mi suggerisce la fine di qualcosa, e quando qualcosa finisce io sono sempre triste. Allora preferisco chiamare le cose con il loro nome: fine settimana. Mi sembra più corretto. Mi sembra che weekend sia un torto alla vita, una allegrezza più che una gioia, una forzatura del tempo. Chiamiamo le cose con il loro nome, diamo poco spazio all’ambiguo, perché il tempo non sarà altrettanto “inglese” con noi.

Tra l’altro uno studio recente, a cura dello Storm Prediction Center con sede in Oklahoma, dimostra che tempeste e tornado sono meno frequenti nel weekend, a causa di inquinamento e smog. C’è poco movimento. A me piace la tempesta, non la quiete.

Vi immaginate se “Ogni maledetta domenica” sarebbe stato “Ogni maledetto weekend”? Dai, non si può!

Tutto il resto è (PARA)noia: guida per principianti

Ammettiamolo!

Tutti siamo paranoici, almeno un po’, almeno in alcuni frangenti della nostra vita. All’inizio la consapevolezza dello stato paranoico genera ansia, turbamento e disapprovazione interiore,ma anni di esperienza mi hanno resa una vera e propria esperta in materia, tanto da condividere cotanta ricchezza con tutti voi, neo paranoici turbati.

Cominciamo prendendo ad esempio la situazione-tipo: un tipo che ci piace! Il caso per eccellenza, in materia.

Il tipo che ci piace ci invia a prendere una birra

Step paranoico n°1:

-Perché mi ha invitata?Mica gli piacerò?No, quello stava con quella che è bella, simpatica brava, etc,etc, che c’entro io?Ma perché mi ha invitata dopo tanto?forse ha un’altra contemporaneamente a me?e che mi metto?no, quello no, sembro facile.Quell’altro no, sembro sciatta. Ma a lui cosa piacerà di me?e se mi scordo il deodorante?Oddio, non ho messo il deodorante sono sicura, etc,etc…..-

Soluzione:

Fermarsi, respirare e ripetere le seguenti parole al proprio cervello:

ANCHE LUI FA LA CACCA(ripetere, a seconda della necessità, dalle due alle trecento volte).

Il tipo che ci piace ci bacia

Step paranoico n°2:

-Oddio, ho mangiato le patatine, ho bevuto la birra, ho fumato, ho lavato i denti prima di uscire?non mi ricordo, cavolo, aspè, ma il deodorante, quindi, l’ho messo o no?ma la maglia puzzerà di fritto?ma bacio male?e se bacio male?adesso se mi dice che è stanco, vuol dire che bacio male, non mi chiamerà mai più, dirà a tutta la città che bacio male.Non potrò più uscire di casa, come faccio?

Soluzione:

Fermarsi, respirare e ripetere le seguenti parole nel proprio cervello:

QUESTO E’ IL BALLO DEL QUA QUA, E DI UN PAPERO CHE SA FARE SOLO QUA QUA Più QUA QUA QUA.

Il tipo che ci piace, disdice un appuntamento con noi

Step paranoico n°3 (Armageddon)

-Ecco, lo sapevo, l’ho spaventato, mi ha detto che il suo amico deve traslocare, non lo sapeva l’altro giorno?possibile?Gli ho detto un “noi” di striscio, per sbaglio, e questa è la reazione, perchè poco fa non me l’aveva detto che aveva da fare, no, quindi è a causa di quel “noi”che mi è scappato,non mi richiamerà più, non gli piaccio neanche forse, vuole solo venire a letto con me, me lo sento, è così!!Ma magari neanche quello, del resto ne avrà di ragazze carine attorno, mica ci sarò solo io….io non troverò mai nessuno che mi vuole bene, non sono in grado…ma perché mi dispiace così tanto?mi sono innamorata?lo conosco da una settimana, no, si, forse, chi lo sa!sto sudando, ma l’ho messo oggi il deodorante?no, non lo so…non mi ricordo, adesso se ne va, lo so….-

Soluzione:

Dale a tu cuerpo alegria Macarena 
Que tu cuerpo es pa’ darle alegria y cosa buena 
Dale a tu cuerpo alegria, Macarena 
Hey Macarena 

Adesso, caro lettore, anche te con queste semplici linee guida, saprai (con)vivere nell’immenso mare della paranoia, come Ulisse, troverai il tuo modo per non gettarti in pasto alla tua sorte.

Quella del paranoico agonistico è una vita dura, piena di pericoli ed ostacoli, ma non demordere!c’è speranza anche per noi per (soprav)vivere…Vi saluto miei cari…Buona paranoia a tutti voi!

 

[...ma, sarà piaciuto quello che ho scritto?ma avrò scritto bene?e se ho fatto errori?diranno che fa schifo, no, anzi, fa schifo, lo so, non mi firmo, no, meglio di no, tanto fa schifo, poi se no mi riconoscono e mi assoceranno, per sempre, a quella che ha scritto sta schifezza......]

Laetitia

Palomar 2012: Odissea nell’Italia del Caffè Espresso

devo pensare non solo a quel che sto per dire o non dire, ma a tutto ciò che se io dico o non dico sarà detto o non detto da me o dagli altri – Palomar

Sono stato zitto, ho taciuto, ma non mi sono distratto. Al contrario, sono stato vigile (non urbano, ma della giungla che mi circondava). Ho osservato e ho preso nota di molte cose. Mi sono sentito un po’ Roy Batty in Blade Runner, per quanto riguarda il suo monologo finale. Ma i bastioni in fiamme li ho visti al largo di Israele e ho visto i raggi B balenare alle porte dell’Iran. Non ho visto soltanto questo però: questo l’ho visto da lontano, oltre le fiamme più vicine.

Blade Runner lo hanno rifatto HD. Ehy, se siete rivoltosi niente svago o dvd per voi. Andate a fare la rivolta. Che c’è crisi.

La prima cosa che trovo molto importante da abbattere è il provincialismo caotico e noioso delle riunioni di partito nei piccoli paesi. Questi non sono più i tempi di Peppone e Don Camillo, per quanto ci piacerebbe che lo fossero, tutto sommato, non fosse altro che alcuni schemi sarebbero garantiti, sicuri, alcuni paletti sarebbero fermi. La guerra fredda era la vera culla della pace, le minacce erano l’impalcatura dell’ordine, malgrado dei sacrifici da una parte e dall’altra. Sì, qualcuno potrebbe persino pensarla così. Ma io no: io mi fido più della Storia che senza pietà prosegue occupando ogni spargimento di tempo a vuoto, inghiottendolo per restituirlo convertito all’eternità.

Quando mi sono avvicinato ai primi circoli paesani della sinistra ho avvertito da subito che qualcosa non tornava, non quadrava. Chi c’era a sbandierare la pace e l’uguaglianza? Non i figli degli operai, ma, almeno in gran parte, figli di persone al di sopra di un certo reddito.

Lui ha un passato nei figli di fiori. Poi si è pentito. E, come per tutti i pentiti, è stato inserito nel programma sicurezza testimoni.

Caro Pasolini, non ti sbagliavi. I figli degli operai erano troppo impegnati a procacciarsi un presente, per poter progettare un futuro glorioso. Ecco perché nel giro di tre secondi avevo capito l’arcano: era tutto un passarsi la canna, applaudire a Marx e al Che, da bravi figli intellettuali di papà, e tirare avanti così a riunioni di “giovani”. Questi maledetti “giovani” che non sono altro che un’invenzione del mercato, una fascia di consumatori. Mentre gli altri, lì fuori, erano a spalare merda nei campi o a darsi un’istruzione decente.

Mal sopporto quindi tutte le categorie cadute nel tranello dell’uno o dell’altro partito. Sfuggiva ai più una visione politica e nobile del mondo. La crisi della politica non mi era arrivata attraverso i telegiornali, ma attraverso i miei coetanei. Mi piacerebbe che si fosse fatto come Silvio Orlando in quel suo film, che divise i figli degli uni dai figli degli altri: i primi a leggere l’Eneide, i secondi Il Capitale, se ricordo bene. Chiaramente, si tratta di provocazione: leggasi sarcasmo.

Eh sì che poi ti ritrovi questa massa di geni a pubblicare link sui social network che mettono in comparazione due situazioni: la folla rivoltosa a Madrid e la folla in fila per l’I-Phone in Italia. Mi chiedo quale sia la connessione. Gli uni sono migliori degli altri? C’è stata una rivolta sociale o una manifestazione a Madrid? E che colpa hanno gli italiani se preferiscono pagare le tasse e comprarsi un i-phone piuttosto che “rivoltarsi”? Chiedo a questi utenti di Facebook che in gran parte sono sempre i soliti seduti dietro la scrivania se loro sono scesi in piazza a “cambiare la situazione”. Per non parlare poi del fatto se sono davvero preparati a una rivoluzione, che la rivoluzione, come disse qualcuno, non è prendere un tè in salotto, se sono pronti ai tradimenti, ai voltagabbana, agli opportunismi, ai giacobinismi.

Modello per gli indecisi

In fondo questi facebookiani non sono tanto diversi da quelli in fila per soddisfare un proprio legittimo desiderio.

Questo è un prezzo che non voglio pagare. Preferisco restare cittadino e usare i miei strumenti democratici. Ciò non significa “non protestare” o “non ribellarsi”. Ma significa essere tolleranti e moderati, mantenere la calma e la lucidità…perché lo Stato siamo Noi. Noi dobbiamo avere il senso dello Stato. Lasciamoci alle spalle vecchi schemi demagogici prossimi a preparare il terreno per gli autoritarismi (consiglio a tutti lo studio del giurista Carl Schmitt a tal proposito).

E io sono fiero di essere Italiano per questo motivo: perché so governare la mia anima. Attenti a chi vi dice “ribellatevi”. Chiedetevi sempre “perché?”

E poi…

Attenzione: il suddetto è un articolo anti-zecche. Né unti né punti. E anche contro i rosiconi che non possono comprarsi l’I-phone e invitano gli altri a manifestare contro il governo. Sempre gli altri.

Favoletta regionale

È fiorito un giardino

Ma dopo la tormenta

Venuta dai monti

Non sono rimaste altro

Che le macerie e le polverini

Sottili.

Il Maschio Ribelle

Un grazie al Duca 

per aver ispirato inconsapevolmente

questo post

È arrivato il momento di dire “basta” alla ferocia di questa società matriarcale sempre più onnipresente ed espansiva.

Finalmente anche noi uomini possiamo far sentire la nostra voce e guardare le donne da pari a pari!

Ribadiamo il nostro diritto ad indossare reggiseni e gonnelle. Non capiamo infatti perché il femminismo abbia conquistato il diritto a vestirsi con i pantaloni, mentre invece il genere maschile è stato costretto a restare indietro di mille anni rispetto alla donna.

Rivoltosi durante una manifestazione maschilista.

Uomini!!! Ribelliamoci ai corpetti troppo stetti nei quali tengono incatenati i nostri diritti e conquistiamo la nostra libertà!

Chiediamo quote azzurre in un parlamento dove di uomini finora se ne sono visti ben pochi!

Chiediamo che la scienza ci venga in soccorso, e sia finalmente riconosciuta la legge in base alla quale anche noi possiamo avere il nostro bramato mestruo anale, privo però delle relative paturnie!

Giù le mani dal pene, donne!

Mai più violenze sugli uomini costretti a ore e ore di shopping natalizio, pasquale e pre-ferragostano!

Riprendiamoci la nostra libertà! E seguiamo l’esempio di Schwarzenegger, pioniere del nuovo maschilismo!

E lo chiamano tweet

Mi hanno detto “Vai e scrivi qualcosa di provocatorio.” Quindi ho pensato a quale tema potesse essere così scottante da risultare anche provocatorio. Forse potrei semplicemente limitarmi a dire “Fuma buona erba.” Oppure “Sii fedele alla tua ragazza e costruisci una famiglia.” O anche “Rispetta l’ambiente e non gettare i preservativi per strada.” Si sa: lo sperma non è biodegradabile, basti pensare alle nefandezze dell’umanità.
Forse invece dovrei sospettare che il nudo, crudo, atto della scrittura è già di per sé provocatorio. Insomma oggi ci facciamo per lo più “leggere”: dai raggi x, dagli amici di facebook più o meno interessati ai nostri status in formato citazione, dai followers, questi persecutori voyeristici delle nostre vite confezionate in formato chewin-gum in poco meno di 150 caratteri.

E lo chiamano tweet, che significa “cinguettio”, ma non lo sanno che è proprio cinguettando che i piccioni fanno piovere la merda sulle nostre teste? Bisognerebbe stare attenti ai cinguettii, specialmente quelli provenienti dalle aule del potere e della legiferazione, insomma dal Parlamento. Lì, ci sono un sacco di piccioni. Non è facile demagogia, tutt’altro: è la difficile constatazione di quanto sia improbabile che da questo letamaio nasca qualche fiore. Confidiamo, malgrado tutto nel grande giardiniere, un tecnico della situazione, chiamato a redimere le sorti di questo giardino di erbacce, lapidi e zombie.

Guida pratica per sopravvivere a un attacco di zombie

Mi sono perso, cosa volevo dire? Ah, sì volevo essere provocatorio. Ma ho finito soltanto per provocare un gran casino, e personalmente, una gran fame. Penso che andrò a farmi un hot dog, e poi magari torno a provocare, e facciamo anche la rivoluzione dai. A stomaco pieno però, e fuori dai pasti.

Il pulcino Pio guiderà la Rivoluzione.

Tricocidio: l’ora della verità

Attenzione: il seguente post contiene immagini forti la cui visione è consigliata a un pubblico adulto.

Dicono che un articolo in genere dovrebbe essere oggettivo, quasi scientifico, rispondere alle 5 “W”, senza farsi trascinare da perturbazioni della coscienza. Tuttavia, mi chiedo, quand’anche fosse così, la nostra ricchezza morale non sta proprio nella riflessione personale di fronte a determinati accadimenti?

Come può uno scrittore, anche di fatti di cronaca, restare impassibile di fronte a certe notizie? Specialmente quando si tratta di denunciare fatti di gravissima importanza, il distacco professionale si scontra con una deontologia di fondo che non ci consente di non tirare in ballo una certa “humanitas”, una sacra e doverosa partecipazione soggettiva alla realtà di ogni giorno.

Sono del tutto giustificati, pertanto, i giornalisti delle reti pubbliche che negli ultimi anni si sono ormai lasciati andare a sorrisi, alzate di spalle, disapprovazioni, scuotimenti di testa nel dare ogni genere di notizia, in particolar modo quelle riguardanti il calcio e i programmi della prima serata: eh sì, il telegiornale che abbiamo sempre sognato. Finalmente un giornalista che ci guida con la fiaccola delle sue smorfie nei meandri della società.

Pertanto è con partecipazione dolorosa e con massima afflizione morale, che vorrei oggi affrontare un delicatissimo argomento, spesso passato sotto banco dai principali media del paese, se non del tutto ignorato o travisato.

Parliamo del tricocidio, ossia dello sterminio quotidiano di miliardi di capelli umani, e del quale siamo tutti inconsapevoli carnefici! Non tiriamoci indietro di fronte a simili responsabilità!

Pensateci, non nascondetevi dietro un capello! Ogni giorno sui luoghi di lavoro, nel tempo libero, in vacanza al mare o sulle vette, milioni, anzi biliardi, di capelli vengono sterminati.

Terribile poi la tortura che subiscono sotto le docce. Quando i nostri occhi freddi e distaccati si posano sul fondo del pavimento una volta terminata la doccia e lì i cadaveri dei capelli ci guardano: non torneranno più a muoversi sulla nostra testa secondo il volere del vento.

La foto attesta uno dei luoghi di strage: qui la caduta dei capelli è addirittura legalizzata. Talvolta in caso di tagli drastici c’è persino chi evade.

Ogni secondo, nel mondo su ogni testa, tre capelli muoiono.

E noi cosa facciamo? Niente. Lasciamo che il tricocidio, questa immane strage, abbia seguito con sempre maggior ferocia, confidando sempre in rapidi trapianti, rimpiazzi, cure, soltanto perché nuovi capelli cadano di nuovo dalla nostra testa.

Tra tutti i giornalisti che conosciamo forse solo il coraggioso Luciano Onder si è preoccupato a tratti della notizia e ha tentato di parlarne, malgrado i continui sabotaggi subiti dal sistema. I suoi capelli vengono sistematicamente colpiti. Abbiamo bisogno di questo giornalismo d’inchiesta!

Ecco, io penso sia venuto il momento di dire basta.

Salviamo i nostri capelli, patrimonio culturale dell’umanità, ultima scintilla di vita su teste troppo lucide.  

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