Fenomenologia del tappetino sottopiatto
Tra le varie forme dell’ente più da contempleare vi è sicuramente ciò il cui nome di derivazione storica incerta è il tappetino sottopiatto o con maggior precisazione sottociotola. Purtroppo tali forme dell’ente passano solitamente sotto-osservate, non considerate per il proprio ruolo fondamentale e sostanzialmente invisibile. Ahimè, rilegati ad un’infame posizione: quella di sostenere, muti testimoni, la lordura delle briciole e della mayonese caduta dai fritti.
Purtroppo, in questa società, come è normale che accada la sottovalutazione delle capacità è regola. I tappetini, innanzitutto, non sono tutti uguali. Innanzitutto, i tappetini antscivolo, quelli ignifughi, quelli della domenica, quelli della sera e del buongiorno, quelli per chi è appassionato di cucina e quelli con i disegnini per gli adulti, quelli personalizzati, quelli-che-rispettano-la-tradizione-giapponese ecc. ecc.
Almeno, già si è fatta chiarezza nel fatto che i tappetini sono diversi tra loro e guai chi, con la fregola della sciatteria, vada a parlare di tappetini in generale. Sia, chi lo fa, bandito dalle tavole. Soprattutto per chi non comprende a cosa servono i disegni per gli adulti mentre si mangia. Di cui un esempio:
Ma, come mi apprestavo appunto a dire, i tappetini servono a molto di più. Il principe dei tappetini, infatti, rimane quello-che-rispetta-la-tradizione-giapponese. Esso è il tappetino del Prescelto.
- Può essere utilizzato nelle scene più difficili quando nei film sugli antichi popoli del Mediterraneo essi devono leggere pergamene. La sua capacità accartocciativa è incredibile.
- Esso può essere mosso simulando un verme sul tavolo (scoperta che il nostro blog è fiero di sottoporre al mondo accademico).
- Il tappetino che-rispetta-la-tradizione-giapponese può fare l’onda.
- Il tappetino può sostituire, se posto in verticale, le più brutte opere di arte post-contemporanea.
- Il tappetino può essere usato come copri-avambraccio destro in caso di battaglia con Ken e Naruto.
- Esso, arrotolato completamente, può essere posto alla base della bocca e, lasciando la parte superiore, può essere rilasciato in modo da far sembrare che esso sia una lingua gigante: classico esempio di gran burloni.
- Il tappetino-che-rispetta-la-tradizione-giapponese è il terreno ideale per praticare il moonwalk.
- Richiamando l’attenzione con il coltello, dando 3 rintocchi nitidi, può essere usato per leggere i nostri proclama che più ci aggradano.
- Può essere usato come primo tentativo di slittino per principianti.
Per il resto, chiamate Neil il grande artista.
Psicologia del locale (parte 1)
Purtroppo sarà capitato a tutti. La disgrazia di vedere un locale assolutamente pieno e uno vuoto. Uno a fianco all’altro. Sicuramente questo è determinato, direbbe un economista, da un’assenza di pianificazione economica se non da una certa concorrenza scorretta. Se, infatti, i due proprietari avessero letto la teoria sui punti di equilibrio, probabilmente avrebbero guadagnato su una mezza birra, piuttosto che uno rimetterci e l’altro vendere una birra intera.
Certo, nuove teorie economiche avrebbero messo in piedi su il fatto che i soggetti hanno delle aspettative e che la somma finale di comportamenti razionali produce un risultato completamente irrazionale.

Okay. Respiro. Il filosofo sicuramente introdurrebbe invece la teoria dell’interpretazione dello spazio come enucleazione del fattore alcolico. Ne avevo un amico che diceva così ed era filosofo. Ora sta dietro il banco del locale vuoto. Per questo ho deciso di non prendere filosofia.
Rimane comunque il fatto che non c’è compensazione tra i due locali e allora ho consultato un mio amico psicologo. Con fare succinto, aveva troppi pazienti da disintossicare da facebook, mi dice che i bicchieri mezzi pieni e mezzi vuoto sono in realtà solo relazioni sociali. Cioè c’è chi beve di più e chi beve di meno. E forse quello vuoto fa bere di meno chi cerca il bicchiere mezzo pieno. L’ho guardato con la stessa faccia che avrebbe una persona che cerca il bicchiere mezzo pieno davanti ad un bicchiere mezzo vuoto. Effettivamente sembravo un po’ sbronzo mentre lo guardavo e questo mio amico psicologo mi ha chiesto se anch’io fossi affetto da facebookite. Risposi che di affetto per facebook non ne avevo mai avuto.

Ho deciso di fare un elenco.
- Il locale vuoto è vuoto perché è vuoto
- Il locale vuoto non prende fondi dalla Regione Lazio; l’altro sì.
- Il locale pieno è frequentato da cloni
- Il locale è pieno perché ci sono poche persone piene
- Scambiando l’ordine degli addendi il risultato cambia. Il locale vuoto diventerebbe pieno e il proprietario del locale pieno si incazzerebbe perché diventerebbe vuoto.
L’ho presa sul personale, come sempre. Ho deciso di andare a riempire il locale vuoto. Per questo non ho mai incontrato f**a.

Evolution! Evolution!
Non dobbiamo fare nessuna Rivoluzione.
Noi dobbiamo fare l’ Evoluzione.
E stavolta facciamo in modo che Darwin non finisca sulle magliette.

Ssssh!!! Evolution is coming!
Questioni esistenziali
Da che parte mettete lo strappo della carta igienica inserita nel portarotoli?
Rivolto verso il muro o verso di voi?
La decisione influenzerà tutto il corso della vostra vita.

Io non voglio essere una star
Una delle citazioni più inflazionate in assoluto è quella di Andy Warhol “In futuro, tutti saranno famosi per quindici minuti.”

L’emergenza più grave in assoluto del nostro tempo è lo stupro mentale che le persone operano nei confronti di se stesse tramite l’ausilio (complicità, concorso di reato) dei social network.
Che c’è di interessante nel sapere con quali cereali hai fatto colazione o cosa si sono detti tizio e caio la mattina? Non può restare nella loro privacy? Non si sentono defraudati di un pezzo di anima? Questo continuo essere su un palcoscenico senza pubblico fa perdere di vista la nostra reale identità. Io non voglio essere una star, non voglio essere famoso, rifiuto il patibolo del successo e della notorietà, rivendico il cesso di casa mia dove sono libero di farmi i cazzi miei senza che il mondo lo sappia.
Chiaramente, parlo e scrivo da ipocrita, vittima e carnefice al tempo stesso, essendo iscritto sul social network e usandolo frequentemente.
Ma sta proprio qui il punto: usare gli strumenti, e non piuttosto farsene usare, consentendo così di appiattirci su una linea identica a se stessa di “consumatori”, mentre le imprese registrano le nostre preferenze, indirizzano i meccanismi pubblicitari, ci campionano. A farci diversi non sono soltanto i gusti, i colori degli occhi, la squadra che tifiamo.
Molte altre diversità possono essere esplorate solo e soltanto con il metodo “face to face” e probabilmente nemmeno interessano al mercato. Anzi al mercato interessano semmai le “somiglianze” che consentono di raggrupparci in “fasce di consumatori”.
Questa micro-battaglia contro i social network che certo non sono i figli del demonio, ma che comunque andrebbero usati con tutte le potenzialità che ci mettono a disposizione, senza eccedere in culti della personalità o in bulimie identitarie di massa, è vecchia e cara a questo blog, ma non per questo ci stanchiamo di portarla avanti.
Ora, scusate, ma mi è appena arrivata una notifica.
Inconsapevolezza
Avevo 15 anni
e non ero felice
ma fondamentalmente
non me ne fregava un cazzo.
Manifesto dell’Uomo Nuovo

Noi non sopportiamo più la “retorica del sacrificio”.
Ne abbiamo piene le scatole. Lo abbiamo capito che chi ci ha preceduto era meglio di noi, va bene. Ma forse (ve lo siete chiesto?), noi non abbiamo nessuna intenzione di prendere la generazione precedente come esempio.
Forse noi vogliamo commettere errori persino peggiori. Non ci sentiamo liberi di “fallire” neanche storicamente. Quali errori potranno mai ricadere sui nostri figli, quali infiniti rimpianti lasceremo loro, se ciò che stiamo costruendo è soltanto un deserto di utopie senza ragione?
Non possiamo rifiutare il concetto di yin e yang nelle nostre vite. Una visione manichea delle cose non può che portarci a stabilire un ordine, e quando si stabilisce un ordine, lo sappiamo dove va a parare, ahimè, il corso della Storia.
La lezione di Beckett è stata dimenticata: fallisci ancora, fallisci meglio.
Questo è il ruolo di ogni generazione successiva: costruire nuovi errori. Se volete essere perfetti, dovete accettare l’imperfezione, se volete un nuovo mondo, dovete cominciare dal vecchio, se volete rinascere, occorre prima morire.
Una lezione che dobbiamo apprendere come cittadini del mondo, quindi inevitabilmente in quanto “homo sapiens sapiens”.
Quindi non venitemi a dire non ci sono più le mezze stagioni, lasciateci fare, per forza, perché adesso tutto il Mondo è nelle nostre mani.
Preghiera tenera

Liberatemi dall’idea di libertà
Dio liberami dall’idea di dio
E tu, amandomi,
mostrami la beffa dell’amore.
Di questo si tratta: combattere giorno dopo giorno contro i propri demoni. Le certezze che credevamo acquisite sono ponti distrutti dal primo terremoto. Lo scisma della coscienza tra bene e male è il sisma di un territorio largamente inesplorato.
Occorre essere avventurieri di se stessi, addentrarci nell’oblio di sé, perdersi egoisticamente a proprio danno.
Siamo prigionieri della libertà, vogliamo, pretendiamo, bramiamo gabbie, ritmi, parapetti ai quali sorreggerci per non cadere nel vuoto. Non ci fidiamo sufficientemente mai delle nostre capacità di volo e, con ogni probabilità, non ci fidiamo degli altri.
Tutto si perde poi nello stesso gorgo: libertà e non-libertà sono la medesima cosa, sono la stessa prigione.
Ecco perché affermo l’esigenza, l’indispensabilità di una bussola, o di un aletiometro, come lo definiva Pullman in Queste Oscure Materie.

Occorre sapere costantemente dov’è il nostro Nord. Siamo nomadi non perché siamo noi a spostarci, ma perché sono i luoghi, i pensieri, i fatti a mutare intorno a noi. E ogni qualvolta speriamo nel cambiamento, noi ci illudiamo, e siamo facilmente tentati dall’ultima deriva antropocentrica new-age, magari più chic se si può attaccare sullo zaino o sfoderare nell’ultimo status di Facebook.
Ci rendiamo conto di cosa stiamo diventando?
Non Facebook, ma Zombiebook. Quando i nostri nipoti o i nuovi visitatori della terra avranno analizzato i terabyte di memoria lasciati in eredità all’universo, vedranno cosa siamo diventati.
Millantatori di libertà defraudate del vero significato, mercanti di truffe, venditori e compratori dell’io.
Che tu, mio caro ardente lettore affamato, possa trovare il tuo aletiometro, la tua verità, e non perderti mai.
Spaghetti & Manichei
In Italia ci piace essere un po’ manichei, ci piace individuare dei partiti presi, stabilire dei confini, anche se poi al vaglio di verifiche più approfondite quei confini non hanno senso, o sono piuttosto labili, soggetti a contingenze di sorta.
Così sui banchi di scuola abbiamo appreso la differenza tra destra e sinistra, poi quando siamo andati a votare abbiamo appreso che tutta questa differenza non c’era proprio, o magari i libri di storia dovevano essere aggiornati.
Poi ci hanno assillato con gli exit poll e con i sondaggi: così veniva fuori che al 49% degli italiani piace trascorrere le vacanze al mare, al restante 51% piace invece la montagna, salvo poi non dire che una più vasta percentuale non può permettersi di andare in vacanza viste le condizioni economiche in cui versa o visto che non ha un lavoro dignitoso e non in nero che consenta di definire una pausa, una vacanza.
Ci piace nutrirci ancora di quel “panem et circenses” che ci viene concesso ogni domenica puntuale come l’eucaristia: questo benedetto calcio che altro non è diventato che una vera e propria guerra. Pesano in tal proposito le considerazioni non più tanto fantascientifiche dell’ultimo J. G. Ballard, questi grandi assalti ai centri commerciali, una società del consumo ormai consumata, esasperata ed alienata per la quale stimo non esserci più salvezza.

Un genocidio di massa non sussiste necessariamente in torture fisiche e montagne di cadaveri. Come lo chiamiamo il genocidio delle menti? Come la chiamiamo la frustrazione dei plurilaureati senza lavoro? Come la chiamiamo la perdita della dignità e l’ispessirsi delle differenze tra i ceti sociali nonché di un’ipocrisia sempre più solida, sempre più serpeggiante al punto da farci rimpiangere i “Vinti” di Giovanni Verga o la fermata di Cristo a Eboli?
E come lo chiamiamo l’aumento esponenziale dei suicidi per “motivi economici”?
Tutte queste vittime che respirano, che camminano, che godono di piaceri effimeri non sono forse altrettante comparse di un revival zombie di George Romero?
Non è forse questa l’alba dei morti viventi?
A voi che resistete, barricati nel libero arbitrio delle vostre coscienze, a voi va il mio pensiero, la mia audacia, il mio appoggio incondizionato.
La Resistenza oggi si fa tramite il Pensiero Libero.

Penso troppo quindi…non sono più
Penso troppo quindi non sono più niente.
La saggezza corre il rischio di convertirsi in stagnante prudenza.
Bisognerebbe cadere nell’estremo opposto non per ristabilire una misura o un equilibrio, ma per pura follia, perché soltanto la pura follia ci farà diventare ciò che siamo.

Colpevole
Ma che colpa abbiamo noi? – si chiedeva Carlo Verdone.
La verità, invece, è che è soltanto colpa nostra.
Assumersi la colpa, colpevolizzarsi, provare un senso di colpa, non nei confronti di qualcuno, ma nei confronti di noi stessi. Non un senso di vergogna, ma un senso di colpa. Di assunzione matura delle proprie responsabilità.
Ammettere di aver fallito, ammettere che ci eravamo confusi, che eravamo caduti, per colpa nostra.
Non è colpa di nessun altro all’infuori di me.
E so quanto possa essere bruciante la sconfitta, quanto possa essere profondamente deludente perdere tutto perché avevi scommesso tutto, e poi dovere anche ammettere l’errore.
Ma è necessario continuare a cercare un senso alla vita e non darla vinta a quella terribile percezione di sentirsi morti dentro.
Sì, lo ammetto, Vostro Onore, Signori della Corte, io sono colpevole.
Colpevole di aver vissuto, colpevole di essermi illuso contro ogni probabilità di vittoria, colpevole di essere ricascato per l’ennesima volta nel Sogno, colpevole per non essermi mai arreso.
Chiedo l’aggravante della recidiva, e, mi sia testimone l’universo, ho intenzione di continuare ad essere colpevole, fino all’ultimo istante di vita.

Cosa vuoi diventare?
A volte sono proprio stanco del mio mondo.
Di tutta questa letteratura, di tutte queste maledette parole che non servono a niente.
Di tutta questa cultura farlocca per radical chic incontentabili o troppo accontentati al punto che hanno rinunciato a trovarlo, un senso.

Ci vuole sempre del coraggio per trovare un senso, per cambiare davvero, per rivelare un’altra parte di noi.
Ecco domani voglio svegliarmi con altre abitudini, con dei tatuaggi, con qualche piercing, uguale a ieri e diverso da oggi.
Un’altra vita, e poi un’altra ancora, perché non mi basta una vita sola.
Limite
Ho come la sensazione che non esista nessun Grande Fratello o Sistema al di fuori di ciò che siamo o vogliamo essere.
L’unico vero limite è dentro di noi.
E il motto non è: “diventa ciò che sei”.
Piuttosto, diventa ciò che vuoi essere.












