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Quale sarà la tua stella?

Non avere paura di “fare la fine di”. I modelli sono tutti sbagliati, gli esempi sono limitazioni. Poniamo che tu riesca a seguire il cosiddetto “buon esempio”. Qual è il tuo buon esempio? Gesù, Buddha, Hitler, Manzoni, Dumas, Milton, Dante? Nessun uomo può essere da esempio ad un altro uomo, per quanto illuminato o oscuro egli sia. Sai perché? Perché, che ti piaccia o meno, tutti sono uguali. E tutti sono diversi. Guardati allo specchio, chiediti chi sei, ma sappi che otterrai la risposta soltanto quando avrai dimenticato la domanda. Soltanto quando avrai attraversato lo specchio.


Il successo? Un ridicolo incidente di percorso. Guarda Robin Williams, grande predicatore, grande attore, nei discorsi dei suoi personaggi è stata spesso esaltata la vita, eppure…O Hemingway, beh, certo, le sue opere resteranno per sempre nella storia della letteratura mondiale, eppure.
Eppure tutto muore, capisci? Vuoi davvero sprecare la tua vita, vorticando intorno a fari che si ergono nella tempesta? Cristo! Sii la tempesta, sii la tua tormenta. Travolgi i fari che incontri lungo il percorso. Travolgili.


Lessi una frase una volta. Sai cosa diceva? Diceva “Quando incontri il Buddha, uccidilo.” I pessimisti diranno che è impossibile, i cinici diranno che è utopico, gli ottimisti diranno che a questo “non siamo ancora pronti”. Cosa ti aspetti? Che qualcuno scruti dal suo divino microscopio e ti appiccichi l’etichetta “pronto per l’uso”?


Tutto è già in te, e quando avrai davvero posato gli occhi sulla tua mano allora potrai riconoscere l’universo e ogni cosa che esso contiene: un pugno di stelle.


Un pugno di stelle. Quale sarà la tua stella?

Ed esser soli in compagnia.

L’uomo è solo.

Amara quanto vera consapevolezza delle nostre vite.

Ma cosa succede quando comprende questa inevitabile realtà?

Da bambini impariamo che la nostra famiglia è la nostra ancora nel mondo, il luogo in cui mai saremo soli, quello in cui qualcuno ci nutre, ci coccola ci ama incondizionatamente, siamo gli incontrastati imperatori di questo nostro mondo o, almeno, lo crediamo…

Si, perché quello stesso mondo è composto da altre persone ognuna delle quali sente il nostro stesso senso di onnipotenza! E tutti, ignari delle sensazioni altrui, continuiamo ad esercitare il nostro augusteo dominio su quel mondo. Creiamo, inconsapevolmente, faide all’interno della nostra stessa cerchia! Idi di marzo nel micromondo che ci rendono già soli come individui, ma che possono renderci degli appetibili alleati o dei terribili nemici.

Tanto per insinuare il dubbio negli animi più “cattoconvintila famiglia è la più geniale forma di contratto sociale istituita dall’uomo. Un numero definito e preordinato di esseri umani, costretti a vivere sotto lo stesso tetto legati da vincoli genetici (Orwell sia con voi) che, in qualche modo, nel corso dei millenni si sono tramutati in forme affettive volte alla conservazione della specie…ed ecco qui, sciorinati l’amore, l’affetto, il bisogno come elementi costitutivi del rapporto umano….e non come semplici necessità biologiche volte alla sopravvivenza.

Ed arriva il momento in cui biologicamente sentiamo l’esigenza di creare la nostra famiglia il nostro piccolo personale impero in cui poter governare incontrastati, ignari delle lotta al potere intestina che si insinua nel nostro regno e restiamo sempre e comunque convinti della nostra invincibilità.

Noi sappiamo di amare la persona con cui abbiamo scelto (?) di condividere il nostro impero, noi  sappiamo che la nostra prole è la nostra ragione di vita (Madri! Ammettete di essere frustrate non vi condannerò per questo) ma non sappiamo che, eliminate le convenzioni sociali, siamo comunque soli con noi stessi ed il nostro cervello…o meglio, con quella parte del nostro cervello che vorrebbe farci uccidere nostra madre, o tradire il nostro compagno con l’idraulico o sgozzare il tizio che non si è fermato allo stop poco fa…insomma con quello che si può chiamare demone interiore ma che io preferisco chiamare la MetaMe .

E quando ti trovi faccia a faccia con il tuo MetaMe ti rendi conto di essere completamente disarmato, solo, inerme. Nessuno ti ha mai spiegato come combatterTI, nessuno ti ha mai detto che possono esserci un numero indefinito di Me che tentano di prendere il sopravvento, lottavi per avere il tuo posto nel tuo micromondo, ma non ti accorgi che dovresti avere un mondo nel tuo Me . E ti rendi conto che da solo non puoi farlo.

No, non è una bandiera bianca questa.

Un bravo condottiero sa che per combattere ha bisogno di un esercito.

Hai bisogno del tuo esercito. Dei soldati. Del tuo secondo. Dei tuoi vessilli.

Forse è questo il vero senso della famiglia . Un esercito con un obiettivo.

Male che vada cadrete in guerra.

E nessuno si ricorderà di voi.

Laetitia

E-venti moderni!

Facebook ci ha abituato al termine “evento”. Si organizza un evento e si invita gente. Ma gli eventi, quelli veri, non dovrebbero essere basati sugli inviti. Vi immaginate Gesù che dava un appuntamento a tutti per un miracolo? “Gesù ti ha invitato al miracolo della moltiplicazione del pane e dei pesci. Si beve gratis” O un Buddha “Il Maestro ti ha invitato a spegnere le luci dalle 8 alle 16: sii ecologico, la vera illuminazione è dentro di te”. E poi magari trovarti l’evento annullato. “A casa, ragazzi, siamo troppo pochi, magari un’altra volta!”

Meh.

Il vero “evento” non dovrebbe avere nulla a che vedere con l’e-vento, non dovrebbe cioè essere un elettronico e freddo vento di bit che investe altri bit. Un evento accade, ed esso è visibile nella Storia, imprescindibilmente da chi sia fisicamente presente.

Accadetevi, siete voi l’evento. Ma non nel senso critico di Andy Warhol, non abbiate 15 minuti di notorietà, né tante altre ore. Abbiate una vita di gioia, di serenità, di conflitti. Una vita fatta di vita, non legata a ristretti marchi temporali.

Siate presenti a voi stessi, perché l’unico vero attimo da cogliere è intorno a voi, costantemente.

Vivi sano, muori bene

C’era una vecchia canzone che diceva “Si muore un po’ per poter vivere”.

La morte, nelle società odierne, è un vero e proprio tabù. Non se ne deve parlare. Non così semplicemente.

Il sesso è stato ampiamente sviscerato, certo ci siamo lasciati dietro una certa educazione sentimentale, una rigorosa formazione all’abc dell’amore, in ogni sua relazione applicativa.

Ma la morte no, essa resta ancora travolta da un velo di non detto, e le ingerenze su temi come l’eutanasia rischiano di riportarci a una guerra tra guelfi e ghibellini della quale non sentiamo il bisogno. 

Il Settimo Sigillo, Bergman

Ecco, una volta si sapeva “morire”. Per citare Aries, “Storia della morte in Occidente, dal Medioevo ai nostri giorni”, “una volta si diceva ai bambini che erano nati sotto un cavolo ma essi assistevano alla grande scena degli addii nella camera e al capezzale del morente. Oggi essi sono educati da subito alla fisiologia dell’amore, ma quando non vedono più il nonno e domandano il perché si risponde loro, in Francia, che è partito per un viaggio lontano, o in Inghilterra che riposa in un bel giardino dove spunta il caprifoglio. Non sono più i bambini che nascono sotto i cavoli, ma i morti che scompaiono tra i fiori”. Per non parlare poi dell’avvento e dell’introduzione del Giudizio Universale, che ha generato quasi una paura della morte.

E dunque, vi chiediamo, se non sappiamo più morire, come possiamo pretendere di resushitare?

Il sogno di Franz

“Quanti modi conosci?” – gli chiese il ragazzo accennando con il capo alla scatola rossa posata sul tavolino.

Il vecchio sospirò, storse la bocca e gli uscì un mezzo sorriso, poi d’un soffio disse:

“Uno solo, a dire il vero.”

Il ragazzo era pensieroso. Erano anni che stava inseguendo una soluzione, e ora era lì, dentro la scatola rossa, sul tavolo bianco. Sarebbe bastato aprirla, ma era ancora dubbioso. Di tanto in tanto riprendeva a passeggiare nella stanza dalle pareti ovali e concave, d’ un bianco quasi accecante.

“Passeggiare non ti farà svegliare dal sogno, se è questo che vuoi.” – rise il vecchio.

“Sei molto vecchio.” – osservò l’altro, guardandolo.

“Ho avuto molte anime.” – gli rispose l’uomo anziano, seduto di fronte al tavolo, le mani tremanti, inerpicate sul bastone.

“Quante?”

Il vecchio alzò la mano destra e con il dito indice disse: “Oh… innumerevoli …”

“E quindi ora sei il mio angelo custode?”

Lui agitò la mano in aria “O spirito guida, come preferisci chiamarci.”

“Sei contento di essere qui, con me?”

Il vecchio sorrise, un sorriso che d’un tratto lo fece apparire molto più giovane degli anni che gli gravavano sulle spalle. “Non aspettavo altro da quando sei nato.”

Il ragazzo annuì, convinto di aver fatto la cosa giusta. Lo aveva chiamato più e più volte, e infine lo spirito guida gli era venuto in sogno. Lui aveva chiesto, lo spirito aveva risposto, mostrandogli la scatola sul tavolo.

“Che cosa contiene la scatola?”

“Tutta la tua vita, amico mio.” – disse il vecchio.

“Posso aprirla?”

Il vecchio posò il bastone, si alzò, uno scatto poderoso, veloce e inaspettato per la sua età. Superava il giovane in altezza: iniziò a camminare intorno al tavolo, circumnavigando sia la scatola che il ragazzo.

“Certo che puoi aprire la scatola…ma allora le cose cambierebbero. Il mondo muta nel momento in cui osservi il mondo, resta uguale nel momento in cui distrai lo sguardo. Il divenire delle cose, amico, dipende da noi. Per questo la realtà ci appare tanto fragile, tanto instabile, perché non facciamo altro che osservarla.”

“Mi stai dicendo che tutto è illusione?” – il ragazzo picchiettò con un dito sul tavolo.

“No, Franz…la vera domanda non è se ciò che vedi è reale, la vera domanda è: tu sei reale?” – il vecchio lo scrutò, lo sguardo affossava le sue radici in millenni di anime, in cicli continui di atomi, in reincarnazioni di multi versi. Franz sentì tutto questo dentro di sé: si sentì reale, poiché qualcuno lo stava scrutando da ere senza tempo.

“Io…io…- esitò – Io sono reale, il mio dolore è reale, le mie mani sono reali…”

“Io, io, io! Tu sei reale perché sei consapevole di esistere.”

“Sì, ma gli altri…esistono?”

“No, Franz. Gli altri non esistono. Sono solo proiezioni di ciò che senti nei confronti degli altri. Se provi qualcosa, allora gli altri acquistano contorni più netti, qualità definite, caratteri, espressioni. Ma gli altri non possono esistere senza di te.”

Franz rise, si avvicinò al tavolo. Avrebbe potuto allungare il braccio di qualche centimetro e avrebbe toccato la scatola.

“Tutto questo mi sembra enormemente egoistico, Spirito. E anche colmo di solitudine.”

Lo spirito iniziò a sparire, ma la sua voce era chiara e forte e vagava intorno a Franz.

“Ci sono due strade: ciò che scegliamo di essere e ciò che scegliamo di credere. Non sempre si crede in ciò che si è, non sempre si è ciò che si crede. Tu, Franz, devi credere in te stesso.”

Franz accarezzò la scatola, appena un tocco e sentì tutto ciò che era reale avvilupparsi intorno alle due dita, risalire sul braccio, espandersi in tutto il corpo: il compleanno dei sette anni, quando aveva ricevuto quella splendida moto a pedali rossa fiammante, la prima volta che era andato al cinema e un effetto speciale lo aveva fatto sbalzare dalla poltrona, l’asprezza del primo limone, le corse tra i corridoi di casa, il primo cadavere, sua nonna, stesa fredda nella sala dell’obitorio, il color nero dei funerali, un enorme telo nero, e il bianco del mandorlo in fiore, e la prima neve, cinque anni, e il primo bacio con la lingua quindici anni, la prima volta che aveva riportato a casa uno specchietto staccatosi in un incidente d’auto, la prima volta che lei gli aveva detto che non lo amava, la torta con le fragole, il sapore delle lacrime e il tepore dei raggi estivi che avevano asciugato le guance, la prima stella cadente, il ginocchio sbucciato…e un’infinità di cose inestricabili, ricordi, sensazioni.

“Ho capito” – disse Franz, ritraendo la mano.

“Cosa hai capito?” – gli rispose lo Spirito.

C’era silenzio adesso e comunicavano con il pensiero, e Franz riconobbe la voce famigliare che lo aveva accompagnato in molti momenti.

“C’è un solo modo per morire: vivere. Per questo non aprirò la scatola.”

Franz si allontanò. Lo Spirito Guida taceva. Tutto crollò e andò in pezzi, il tavolo, la scatola, i muri bianchi della stanza. Franz si voltò e vide la lunga spiaggia che conosceva da una vita, e una grande distesa d’acqua infrangersi a riva. Franz si incamminò, e percorse miglia, almeno così gli parve. Poi guardò le dune alla sua destra, guardò il mare alla sua sinistra e sedette. Toccò la sabbia bagnata, vi soffiò sopra e cumuli di granelli si sollevarono con incredibile leggerezza.

Apparve una scritta, Franz la lesse e sorrise.

Poi la vita lo inghiottì.

C di #comestai

Fammi una domanda facile. Una ovvia, tipo come stai.

In realtà no, non è così ovvia perché ‘come stare’ indica diversificare la posizione; ora sono per esempio seduto davanti al pc, ma poi potremo considerare come io sono rispetto al mondo, e lì si aprirebbe una nuova domanda : metafisico o reale? Probabilmente sono in un pezzo di universo e non mi rendo bene conto dove, e dunque potrei rispondere, non lo so, o forse poco più in là della via lattea e varie cose stellari che nn si sanno, quindi se invece consideriamo la parte metafisica, potrei dire che sono un cervello nella vasca, che dio non esiste o che ci sono dei che mi soffocano. Insomma, se poi prendi in considerazione ‘come’ nel senso di ‘quanto bene hai addosso’, allora dovremmo fare un gradiente di concentrazione del bene, ma partiremmo con un’analisi del concetto di bene e dovremmo vedere un bel po’ di filosofia, da Socrate fino a Briatore. Giusto per darti esampi sul fatto che non è così banale, ma le persone, per tagliar corto, non pensano a tutto ciò solo perché fa male alla mente e non staresti più bene per rispondere ‘bene’. Ma qualunque altra risposta porterebbe gravi conseguenze di umore. Non rispondere potrebbe essere la soluzione, ma dopo come la prenderebbe la persona? In questo senso, potrei risponderti che sono seduto davanti al pc e contemplo notizie, provo una buona sensazione, sento i Simpson nell’altra stanza e piatti che si toccano. E non penso al futuro, se non solo domani inizierò a farlo.

(Ovviamente tutto ciò che ho detto nasce dal confondere essere e stare, ma poco importa. Sul confine ci giochiamo i significati: il bene e il male non si capiscono con le invasioni di campo. Consiglierei al prossimo scrittorediturno di fare un bel libro sul ‘comestai’, magari riesce a far uscire le sue sottodoti di aneddotista.

C’è chi viaggia, e c’è chi spiaggia (Era agosto, ma lo sarà ancora!)

“L’importante non è la meta da raggiungere, ma il viaggio che si fa per raggiungerla”

[cit. una qualche frase facebookiana a caso, attribuita a qualcuno a caso].

In un mondo in cui il viaggio interiore, la ricerca dell’io il valore del sé ha la stessa valenza del condividere la foto di una spiaggia tropicale su un social network, credo  sia necessario ricordare che il viaggio interiore dovrebbe avere come fine ultimo la “casa” omeriana tanto screditata nel nuovo millennio; il viaggio finalizzato all’ignoto porta un dispendio energetico ed un’inclinazione alla casualità decisamente poco proficua per l’obiettivo “meta” prendiamo un esempio pratico:

Una mattina mi alzo, decido di intraprendere un viaggio, mi reco all’aeroporto mi fermo davanti la biglietteria ed il gentile impiegato mi chiede per quale località intendo fare il mio biglietto.

Ora io, preda della voglia del viaggio, non so quale possa essere la mia destinazione,  voglio solo salire su un dannatissimo aereo.

Giustamente mi sentirò replicare che ciò non è possibile devo necessariamente fornire un’indicazione perché, in base alla meta, i costi del viaggio sono variabili. Se, ad esempio, scelgo una meta lontana il viaggio sarà lungo, l’aereo più grande, il carburante sarà di più, il personale coinvolto idem, ergo, il costo del mio biglietto sarà proporzionato al tipo di viaggio intrapreso.

 Questo ragionamento, intuitivamente molto logico, dovrebbe essere effettuato per i cosiddetti “viaggi interiori” che tanto affollano le nostre bacheche. Non si può intraprendere un viaggio interiore prescindendo dalla meta, se non si sa dove si vuole andare, come si può sapere come andare, quali strategie attuare, quanta energia accumulare e quali tipi di sacrifici contro la propria volontà attuare?

Step by step, book by book

Ovviamente, la risposta alla mancanza di mete nei percorsi interiori è, ahimè, piuttosto semplice: una volta raggiunta quella meta, una volta raggiunta la “casa” che faccio? Spiaggio? Mi creo un’altra meta? Continuerò infinitamente questa faticosa ed incessante ricerca?

La risposta è  inevitabilmente si!

Sì.

Un viaggio che tende ad infinito è esso stesso una meta.

Un viaggio in cui la meta procede step by step è un adattamento ad una inevitabile e fastidiosa inclinazione dell’essere umano.

La casualità del viaggio porta a ritrovarsi in luoghi assolutamente improficui, con conseguente dispendio energetico ed allungamento dell’infinito.

Tutto ciò per dire… Abbiate pietà di una povera anima che, ad Agosto, con 45°C percepiti, ed un tasso di umidità pari a quello dell’Amazzonia, sta a casa davanti al computer… per scelta….perché il mio ennesimo viaggio prevede anche questo.

Laetitia

Scritto ad agosto e, come tutte le cose scritte ad agosto, un sempreverde come il baobab.

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