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C di #comestai

Fammi una domanda facile. Una ovvia, tipo come stai.

In realtà no, non è così ovvia perché ‘come stare’ indica diversificare la posizione; ora sono per esempio seduto davanti al pc, ma poi potremo considerare come io sono rispetto al mondo, e lì si aprirebbe una nuova domanda : metafisico o reale? Probabilmente sono in un pezzo di universo e non mi rendo bene conto dove, e dunque potrei rispondere, non lo so, o forse poco più in là della via lattea e varie cose stellari che nn si sanno, quindi se invece consideriamo la parte metafisica, potrei dire che sono un cervello nella vasca, che dio non esiste o che ci sono dei che mi soffocano. Insomma, se poi prendi in considerazione ‘come’ nel senso di ‘quanto bene hai addosso’, allora dovremmo fare un gradiente di concentrazione del bene, ma partiremmo con un’analisi del concetto di bene e dovremmo vedere un bel po’ di filosofia, da Socrate fino a Briatore. Giusto per darti esampi sul fatto che non è così banale, ma le persone, per tagliar corto, non pensano a tutto ciò solo perché fa male alla mente e non staresti più bene per rispondere ‘bene’. Ma qualunque altra risposta porterebbe gravi conseguenze di umore. Non rispondere potrebbe essere la soluzione, ma dopo come la prenderebbe la persona? In questo senso, potrei risponderti che sono seduto davanti al pc e contemplo notizie, provo una buona sensazione, sento i Simpson nell’altra stanza e piatti che si toccano. E non penso al futuro, se non solo domani inizierò a farlo.

(Ovviamente tutto ciò che ho detto nasce dal confondere essere e stare, ma poco importa. Sul confine ci giochiamo i significati: il bene e il male non si capiscono con le invasioni di campo. Consiglierei al prossimo scrittorediturno di fare un bel libro sul ‘comestai’, magari riesce a far uscire le sue sottodoti di aneddotista.

C’è chi viaggia, e c’è chi spiaggia (Era agosto, ma lo sarà ancora!)

“L’importante non è la meta da raggiungere, ma il viaggio che si fa per raggiungerla”

[cit. una qualche frase facebookiana a caso, attribuita a qualcuno a caso].

In un mondo in cui il viaggio interiore, la ricerca dell’io il valore del sé ha la stessa valenza del condividere la foto di una spiaggia tropicale su un social network, credo  sia necessario ricordare che il viaggio interiore dovrebbe avere come fine ultimo la “casa” omeriana tanto screditata nel nuovo millennio; il viaggio finalizzato all’ignoto porta un dispendio energetico ed un’inclinazione alla casualità decisamente poco proficua per l’obiettivo “meta” prendiamo un esempio pratico:

Una mattina mi alzo, decido di intraprendere un viaggio, mi reco all’aeroporto mi fermo davanti la biglietteria ed il gentile impiegato mi chiede per quale località intendo fare il mio biglietto.

Ora io, preda della voglia del viaggio, non so quale possa essere la mia destinazione,  voglio solo salire su un dannatissimo aereo.

Giustamente mi sentirò replicare che ciò non è possibile devo necessariamente fornire un’indicazione perché, in base alla meta, i costi del viaggio sono variabili. Se, ad esempio, scelgo una meta lontana il viaggio sarà lungo, l’aereo più grande, il carburante sarà di più, il personale coinvolto idem, ergo, il costo del mio biglietto sarà proporzionato al tipo di viaggio intrapreso.

 Questo ragionamento, intuitivamente molto logico, dovrebbe essere effettuato per i cosiddetti “viaggi interiori” che tanto affollano le nostre bacheche. Non si può intraprendere un viaggio interiore prescindendo dalla meta, se non si sa dove si vuole andare, come si può sapere come andare, quali strategie attuare, quanta energia accumulare e quali tipi di sacrifici contro la propria volontà attuare?

Step by step, book by book

Ovviamente, la risposta alla mancanza di mete nei percorsi interiori è, ahimè, piuttosto semplice: una volta raggiunta quella meta, una volta raggiunta la “casa” che faccio? Spiaggio? Mi creo un’altra meta? Continuerò infinitamente questa faticosa ed incessante ricerca?

La risposta è  inevitabilmente si!

Sì.

Un viaggio che tende ad infinito è esso stesso una meta.

Un viaggio in cui la meta procede step by step è un adattamento ad una inevitabile e fastidiosa inclinazione dell’essere umano.

La casualità del viaggio porta a ritrovarsi in luoghi assolutamente improficui, con conseguente dispendio energetico ed allungamento dell’infinito.

Tutto ciò per dire… Abbiate pietà di una povera anima che, ad Agosto, con 45°C percepiti, ed un tasso di umidità pari a quello dell’Amazzonia, sta a casa davanti al computer… per scelta….perché il mio ennesimo viaggio prevede anche questo.

Laetitia

Scritto ad agosto e, come tutte le cose scritte ad agosto, un sempreverde come il baobab.

Fenomenologia del tappetino sottopiatto

Tra le varie forme dell’ente più da contempleare vi è sicuramente ciò il cui nome di derivazione storica incerta è il tappetino sottopiatto o con maggior precisazione sottociotola. Purtroppo tali forme dell’ente passano solitamente sotto-osservate, non considerate per il proprio ruolo fondamentale e sostanzialmente invisibile. Ahimè, rilegati ad un’infame posizione: quella di sostenere, muti testimoni, la lordura delle briciole e della mayonese caduta dai fritti.

Purtroppo, in questa società, come è normale  che accada la sottovalutazione delle capacità è regola. I tappetini, innanzitutto, non sono tutti uguali. Innanzitutto, i tappetini antscivolo, quelli ignifughi, quelli della domenica, quelli della sera e del buongiorno, quelli per chi è appassionato di cucina e quelli con i disegnini per gli adulti, quelli personalizzati, quelli-che-rispettano-la-tradizione-giapponese ecc. ecc.

Almeno, già si è fatta chiarezza nel fatto che i tappetini sono diversi tra loro e guai chi, con la fregola della sciatteria, vada a parlare di tappetini in generale. Sia, chi lo fa, bandito dalle tavole. Soprattutto per chi non comprende a cosa servono i disegni per gli adulti mentre si mangia. Di cui un esempio:

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Ma, come mi apprestavo appunto a dire, i tappetini servono a molto di più. Il principe dei tappetini, infatti, rimane quello-che-rispetta-la-tradizione-giapponese. Esso è il tappetino del Prescelto.

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Si sarebbe potuto salvare con un tappetino sottopiatto da difesa personale

  1. Può essere utilizzato nelle scene più difficili quando nei film sugli antichi popoli del Mediterraneo essi devono leggere pergamene. La sua capacità accartocciativa è incredibile.
  2. Esso può essere mosso simulando un verme sul tavolo (scoperta che il nostro blog è fiero di sottoporre al mondo accademico).
  3. Il tappetino che-rispetta-la-tradizione-giapponese può fare l’onda.
  4. Il tappetino può sostituire, se posto in verticale, le più brutte opere di arte post-contemporanea.
  5. Il tappetino può essere usato come copri-avambraccio destro in caso di battaglia con Ken e Naruto.
  6. Esso, arrotolato completamente, può essere posto alla base della bocca e, lasciando la parte superiore, può essere rilasciato in modo da far sembrare che esso sia una lingua gigante: classico esempio di gran burloni.
  7. Il tappetino-che-rispetta-la-tradizione-giapponese è il terreno ideale per praticare il moonwalk.
  8. Richiamando l’attenzione con il coltello, dando 3 rintocchi nitidi, può essere usato per leggere i nostri proclama che più ci aggradano.
  9. Può essere usato come primo tentativo di slittino per principianti.

Per il resto, chiamate Neil il grande artista.

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Metafisica dello squilletto

Se, per dirla con Stefano Benni, “la vita del puntuale è un inferno di solitudini immeritate“, allora è anche vero che la vita di chi telefona spesso è un inferno di chiamate effettuate e non corrisposte.

Ma alle volte anche queste chiamate lunghe un’eternità di squilli, finiscono per convertirsi dall’altra parte, sull’altro telefono cellulare, in un avviso di “chiamata non risposta”, quasi che sia una sorta di rimprovero.

Tentiamo però un’analisi metafisica dello “squilletto” che, prima delle offerte delle compagnie telefoniche riguardo la messaggistica breve (sms), è stato per tempo, e lo è ancora oggi, un simbolo dai mille significati.

D’altronde è la stessa scienza della comunicazione che ci insegna come il “silenzio”, a seconda dei contesti comunicativi, dei momenti, delle culture, può essere interpretato in svariati modi. Addentriamoci dunque nell’antropologia metafisica dello squilletto, facendone, proprio come richiede il metodo accademico, una classificazione per casi.

1. Lo squilletto del frustrato

Sotto questa prima categoria sono identificabili tutti quegli squilletti originati da una chiamata, spesso ripetuta più volte, all’indirizzo del destinatario. Di solito il destinatario della chiamata si trova in circostanze nelle quali gli è impedito di rispondere con immediatezza. Ciò provoca stati d’ansia e frustrazioni nel soggetto mittente, il quale impreca più volte nella varie lingue conosciute. Gli antropologi hanno spesso notato che questo tipo è rilevabile in percentuali maggiori nella fascia di destinatari che pur possedendo un telefono cellulare si comportano come se non l’avessero. Una curiosità: molti sostengono che il messaggio della Rousseau nel telefilm Lost non sia altro che un disperato tentativo di lasciare messaggi in segreteria, dopo gli squilli andati a vuoto.

2. Lo squilletto malizioso

Questo è un caso di squilletto tra i più frequenti. In questo caso il mittente è solito operare appositamente il cosiddetto “squilletto” all’indirizzo del ricevente per “controllare che l’altro telefono sia acceso”. Sembra che ciò sia più che sufficiente ad autorizzarlo a pensare maliziosamente che l’altro non voglia rispondere ai suoi messaggi o alle sue chiamate, di proposito, e non per cause di vis maior. Infatti, solitamente, questo tipo di squilletti sono effettuati, dopo uno o due sms ai quali non si è ricevuto risposta. La frase più comune del soggetto mittente è “Ah, lo/la stronzo/a ha il telefono acceso e neanche risponde.” Le statistiche rivelano che dall’altra parte c’è effettivamente, nel 75% dei casi, uno stronzo/a che non vi filerà di pezza.

3. Lo squilletto t.p./t.v.b., ossia “ti penso”

Questa terza categoria è l’esatto opposto della precedente, nelle finalità con le quali lo squilletto viene inoltrato. Di solito almeno uno dei due soggetti (mittente/ricevente, che è possibile anche definire squillatore/squillato) è innamorato (non necessariamente entrambi, e non necessariamente l’uno dell’altro). In questo caso lo squillo è interpretabile come un “ti penso”, “ti voglio bene”, “ti sto pensando in questo momento”. Molti si sono specializzati in “squillatori” professionisti che altrove (vedi il codice penale) sono definiti anche “stalker”. Questi soggetti scandiscono la propria giornata sulla tempistica prestabilita dello squillo o degli squilli da effettuare. Ma non sempre c’è da fidarsi: è il caso di Gustava Ilgelato, una signora che era solita effettuare squilli al proprio marito solo quando si trovava a letto con altri uomini. Insomma, non sono tutti squilli quelli che drillano.

Cosa c’è dietro uno squilletto

4. Lo squilletto anonimo

C’è una fascia anomala di squillatori che preferisce fare squilli all’indirizzo dello squillato, nascondendo l’identificazione del chiamante. Sotto questa categoria si raggruppano diverse tipologie di mittenti: dal fidanzato/a geloso/a al seriale killer professionista, ma anche amatoriale. Gli evasori fiscali ricevono squilletti anonimi dalla Guardia di Finanza: il tenente riattacca subito prima che l’altro risponda e ride insieme ai suoi colleghi.

5. Lo squilletto pattuito

C’è poi questa categoria che ha preso piede insieme alla crisi economica. Per risparmiare sui messaggi o sui costi delle chiamate, mittente e ricevente concordano prima il significato dello squillo. Questo va da “fammi uno squillo quando sei sotto casa mia” a “Fammi uno squillo appena fai partire i missili cruise”. Tuttavia, più frequentemente di quanto si pensi, i patti non sono rispettati, e così la storia è colma di squilli travisati i mai arrivati. La vera origine della seconda guerra mondiale sarebbe infatti da ricercare, secondo affermati storici, in uno squillo male interpretato di Hitler all’Ambasciata francese. L’ambasciatore francese aveva concordato soltanto “Adolf, fammi uno squillo quando le Sacher sono fuori dal forno.” Ma Adolf aveva in mente un altro tipo di forni.

6. Lo squilletto mai ricevuto

Così come la comunicazione oltre al detto studia il non-detto, è necessario annoverare nella tipologia dello squilletto, il caso di quello mai ricevuto, in quanto mai effettuato. Spesso lo pseudo-mittente dello squillo è solito dire “Ti ho fatto cinque squilli per avvisarti, possibile tu non li abbia ricevuti?” Lo pseudo-destinatario, che raramente mette in dubbio la parola dell’altro (cinque squilli, mica uno!), replica “Non li ho visti!”. E poi passa il resto della giornata a prendersela con gli operatori telefonici o con la casa produttrice del suo telefono. Conosco un tale che è arrivato a cambiare più telefoni prima di capire che non riceveva mai squilli. D’altronde questa categoria presenta un’altra faccia della medaglia: è il caso di tutti quei soggetti che aspettano da una vita lo squilletto che cambierà la loro esistenza. Molti fra questi sono stati ritrovati morti o in fin di vita con il telefono in mano.

7. Lo squilletto matriciano

Questa categoria è l’italica corrispondenza del celebre film “Matrix”. Da quando le squillo e gli squilletti si sono infiltrati nella politica italiana, è diventato sempre più difficile non cedere il passo a facili derive populistiche. Così, proprio come nel film, ci ritroviamo a immaginare questi palazzi del potere colmi di telefoni che squillano, un’interminabile filiera di squilli, mentre loro…sono in trattoria a mangiare l’amatriciana. Squilletto blu o squilletto rosso? Non ha importanza: la verità non sta in uno squilletto, ma nelle intercettazioni.

Gli antropologi stanno studiando molti altri tipi di squilletto, quindi l’elencazione non è del tutto terminata. Quando ci saranno aggiornamenti, non temete, vi faccio uno squilletto. 

Psicologia del locale (parte 1)

Purtroppo sarà capitato a tutti. La disgrazia di vedere un locale assolutamente pieno e uno vuoto. Uno a fianco all’altro.  Sicuramente questo è determinato, direbbe un economista, da un’assenza di pianificazione economica se non da una certa concorrenza scorretta. Se, infatti, i due proprietari avessero letto la teoria sui punti di equilibrio, probabilmente avrebbero guadagnato su una mezza birra, piuttosto che uno rimetterci e l’altro vendere una birra intera.

Certo, nuove teorie economiche avrebbero messo in piedi su il fatto che i soggetti hanno delle aspettative e che la somma finale di comportamenti razionali produce un risultato completamente irrazionale.

Okay. Respiro. Il filosofo sicuramente introdurrebbe invece la teoria dell’interpretazione dello spazio come enucleazione del fattore alcolico. Ne avevo un amico che diceva così ed era filosofo. Ora sta dietro il banco del locale vuoto. Per questo ho deciso di non prendere filosofia.

Rimane comunque il fatto che non c’è compensazione tra i due locali e allora ho consultato un mio amico psicologo. Con fare succinto, aveva troppi pazienti da disintossicare da facebook, mi dice che i bicchieri mezzi pieni e mezzi vuoto sono in realtà solo relazioni sociali. Cioè c’è chi beve di più e chi beve di meno. E forse quello vuoto fa bere di meno chi cerca il bicchiere mezzo pieno. L’ho guardato con la stessa faccia che avrebbe una persona che cerca il bicchiere mezzo pieno davanti ad un bicchiere mezzo vuoto. Effettivamente sembravo un po’ sbronzo mentre lo guardavo e questo mio amico psicologo mi ha chiesto se anch’io fossi affetto da facebookite. Risposi che di affetto per facebook non ne avevo mai avuto.

Ho deciso di fare un elenco.

-          Il locale vuoto è vuoto perché è vuoto

-          Il locale vuoto non prende fondi dalla Regione Lazio; l’altro sì.

-          Il locale pieno è frequentato da cloni

-          Il locale è pieno perché ci sono poche persone piene

-          Scambiando l’ordine degli addendi il risultato cambia. Il locale vuoto diventerebbe pieno e il proprietario del locale pieno si incazzerebbe perché diventerebbe vuoto.

L’ho presa sul personale, come sempre. Ho deciso di andare a riempire il locale vuoto. Per questo non ho mai incontrato f**a.

Evolution! Evolution!

Non dobbiamo fare nessuna Rivoluzione.

Noi dobbiamo fare l’ Evoluzione.

E stavolta facciamo in modo che Darwin non finisca sulle magliette.

Ssssh!!! Evolution is coming!

 

Questioni esistenziali

Da che parte mettete lo strappo della carta igienica inserita nel portarotoli?

Rivolto verso il muro o verso di voi?

La decisione influenzerà tutto il corso della vostra vita.

Io non voglio essere una star

Una delle citazioni più inflazionate in assoluto è quella di Andy Warhol “In futuro, tutti saranno famosi per quindici minuti.”

L’emergenza più grave in assoluto del nostro tempo è lo stupro mentale che le persone operano nei confronti di se stesse tramite l’ausilio (complicità, concorso di reato) dei social network.

Che c’è di interessante nel sapere con quali cereali hai fatto colazione o cosa si sono detti tizio e caio la mattina? Non può restare nella loro privacy? Non si sentono defraudati di un pezzo di anima? Questo continuo essere su un palcoscenico senza pubblico fa perdere di vista la nostra reale identità. Io non voglio essere una star, non voglio essere famoso, rifiuto il patibolo del successo e della notorietà, rivendico il cesso di casa mia dove sono libero di farmi i cazzi miei senza che il mondo lo sappia.

Chiaramente, parlo e scrivo da ipocrita, vittima e carnefice al tempo stesso, essendo iscritto sul social network e usandolo frequentemente.

Ma sta proprio qui il punto: usare gli strumenti, e non piuttosto farsene usare, consentendo così di appiattirci su una linea identica a se stessa di “consumatori”, mentre le imprese registrano le nostre preferenze, indirizzano i meccanismi pubblicitari, ci campionano. A farci diversi non sono soltanto i gusti, i colori degli occhi, la squadra che tifiamo.

Molte altre diversità possono essere esplorate solo e soltanto con il metodo “face to face” e probabilmente nemmeno interessano al mercato. Anzi al mercato interessano semmai le “somiglianze” che consentono di raggrupparci in “fasce di consumatori”.

Questa micro-battaglia contro i social network che certo non sono i figli del demonio, ma che comunque andrebbero usati con tutte le potenzialità che ci mettono a disposizione, senza eccedere in culti della personalità o in bulimie identitarie di massa, è vecchia e cara a questo blog, ma non per questo ci stanchiamo di portarla avanti.

Ora, scusate, ma mi è appena arrivata una notifica.

Inconsapevolezza

Avevo 15 anni

e non ero felice

ma fondamentalmente

non me ne fregava un cazzo.

Manifesto dell’Uomo Nuovo

Noi non sopportiamo più la “retorica del sacrificio”.

Ne abbiamo piene le scatole. Lo abbiamo capito che chi ci ha preceduto era meglio di noi, va bene. Ma forse (ve lo siete chiesto?), noi non abbiamo nessuna intenzione di prendere la generazione precedente come esempio.

Forse noi vogliamo commettere errori persino peggiori. Non ci sentiamo liberi di “fallire” neanche storicamente. Quali errori potranno mai ricadere sui nostri figli, quali infiniti rimpianti lasceremo loro, se ciò che stiamo costruendo è soltanto un deserto di utopie senza ragione?

Non possiamo rifiutare il concetto di yin e yang nelle nostre vite. Una visione manichea delle cose non può che portarci a stabilire un ordine, e quando si stabilisce un ordine, lo sappiamo dove va a parare, ahimè, il corso della Storia.

La lezione di Beckett è stata dimenticata: fallisci ancora, fallisci meglio.

Questo è il ruolo di ogni generazione successiva: costruire nuovi errori. Se volete essere perfetti, dovete accettare l’imperfezione, se volete un nuovo mondo, dovete cominciare dal vecchio, se volete rinascere, occorre prima morire.

Una lezione che dobbiamo apprendere come cittadini del mondo, quindi inevitabilmente in quanto “homo sapiens sapiens”.

Quindi non venitemi a dire non ci sono più le mezze stagioni, lasciateci fare, per forza, perché adesso tutto il Mondo è nelle nostre mani.

Preghiera tenera

Liberatemi dall’idea di libertà

Dio liberami dall’idea di dio

E tu, amandomi,

mostrami la beffa dell’amore.

Di questo si tratta: combattere giorno dopo giorno contro i propri demoni. Le certezze che credevamo acquisite sono ponti distrutti dal primo terremoto. Lo scisma della coscienza tra bene e male è il sisma di un territorio largamente inesplorato.

Occorre essere avventurieri di se stessi, addentrarci nell’oblio di sé, perdersi egoisticamente a proprio danno.

Siamo prigionieri della libertà, vogliamo, pretendiamo, bramiamo gabbie, ritmi, parapetti ai quali sorreggerci per non cadere nel vuoto. Non ci fidiamo sufficientemente mai delle nostre capacità di volo e, con ogni probabilità, non ci fidiamo degli altri.

Tutto si perde poi nello stesso gorgo: libertà e non-libertà sono la medesima cosa, sono la stessa prigione.

Ecco perché affermo l’esigenza, l’indispensabilità di una bussola, o di un aletiometro, come lo definiva Pullman in Queste Oscure Materie.

Occorre sapere costantemente dov’è il nostro Nord. Siamo nomadi non perché siamo noi a spostarci, ma perché sono i luoghi, i pensieri, i fatti a mutare intorno a noi. E ogni qualvolta speriamo nel cambiamento, noi ci illudiamo, e siamo facilmente tentati dall’ultima deriva antropocentrica new-age, magari più chic se si può attaccare sullo zaino o sfoderare nell’ultimo status di Facebook.

Ci rendiamo conto di cosa stiamo diventando?

Non Facebook, ma Zombiebook. Quando i nostri nipoti o i nuovi visitatori della terra avranno analizzato i terabyte di memoria lasciati in eredità all’universo, vedranno cosa siamo diventati.

Millantatori di libertà defraudate del vero significato, mercanti di truffe, venditori e compratori dell’io.

Che tu, mio caro ardente lettore affamato, possa trovare il tuo aletiometro, la tua verità, e non perderti mai.

Spaghetti & Manichei

In Italia ci piace essere un po’ manichei, ci piace individuare dei partiti presi, stabilire dei confini, anche se poi al vaglio di verifiche più approfondite quei confini non hanno senso, o sono piuttosto labili, soggetti a contingenze di sorta.

Così sui banchi di scuola abbiamo appreso la differenza tra destra e sinistra, poi quando siamo andati a votare abbiamo appreso che tutta questa differenza non c’era proprio, o magari i libri di storia dovevano essere aggiornati.

Poi ci hanno assillato con gli exit poll e con i sondaggi: così veniva fuori che al 49% degli italiani piace trascorrere le vacanze al mare, al restante 51% piace invece la montagna, salvo poi non dire che una più vasta percentuale non può permettersi di andare in vacanza viste le condizioni economiche in cui versa o visto che non ha un lavoro dignitoso e non in nero che consenta di definire una pausa, una vacanza.

Ci piace nutrirci ancora di quel “panem et circenses” che ci viene concesso ogni domenica puntuale come l’eucaristia: questo benedetto calcio che altro non è diventato che una vera e propria guerra. Pesano in tal proposito le considerazioni non più tanto fantascientifiche dell’ultimo J. G. Ballard, questi grandi assalti ai centri commerciali, una società del consumo ormai consumata, esasperata ed alienata per la quale stimo non esserci più salvezza.

Un genocidio di massa non sussiste necessariamente in torture fisiche e montagne di cadaveri. Come lo chiamiamo il genocidio delle menti? Come la chiamiamo la frustrazione dei plurilaureati senza lavoro? Come la chiamiamo la perdita della dignità e l’ispessirsi delle differenze tra i ceti sociali nonché di un’ipocrisia sempre più solida, sempre più serpeggiante al punto da farci rimpiangere i “Vinti” di Giovanni Verga o la fermata di Cristo a Eboli?

E come lo chiamiamo l’aumento esponenziale dei suicidi per “motivi economici”?

Tutte queste vittime che respirano, che camminano, che godono di piaceri effimeri non sono forse altrettante comparse di un revival zombie di George Romero?

Non è forse questa l’alba dei morti viventi?

A voi che resistete, barricati nel libero arbitrio delle vostre coscienze, a voi va il mio pensiero, la mia audacia, il mio appoggio incondizionato.

La Resistenza oggi si fa tramite il Pensiero Libero.

Un po’ di guru

Penso troppo quindi…non sono più

Penso troppo quindi non sono più niente.

La saggezza corre il rischio di convertirsi in stagnante prudenza.

Bisognerebbe cadere nell’estremo opposto non per ristabilire una misura o un equilibrio, ma per pura follia, perché soltanto la pura follia ci farà diventare ciò che siamo.

Colpevole

Ma che colpa abbiamo noi? – si chiedeva Carlo Verdone.

La verità, invece, è che è soltanto colpa nostra.

Assumersi la colpa, colpevolizzarsi, provare un senso di colpa, non nei confronti di qualcuno, ma nei confronti di noi stessi. Non un senso di vergogna, ma un senso di colpa. Di assunzione matura delle proprie responsabilità.

Ammettere di aver fallito, ammettere che ci eravamo confusi, che eravamo caduti, per colpa nostra.

Non è colpa di nessun altro all’infuori di me.

E so quanto possa essere bruciante la sconfitta, quanto possa essere profondamente deludente perdere tutto perché avevi scommesso tutto, e poi dovere anche ammettere l’errore.

Ma è necessario continuare a cercare un senso alla vita e non darla vinta a quella terribile percezione di sentirsi morti dentro.

Sì, lo ammetto, Vostro Onore, Signori della Corte, io sono colpevole.

Colpevole di aver vissuto, colpevole di essermi illuso contro ogni probabilità di vittoria, colpevole di essere ricascato per l’ennesima volta nel Sogno, colpevole per non essermi mai arreso.

Chiedo l’aggravante della recidiva, e, mi sia testimone l’universo, ho intenzione di continuare ad essere colpevole, fino all’ultimo istante di vita.

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