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Lettera unta

Ho la sensazione che con te, ultimamente, la conversazione sia rimasta al come-stai-bene-e-tu-io-tutto-bene fino a chiederlo all’infinito, tutti i ‘come stai’ dimenticati dalla storia che nessuno ricorda perché troppo indaffarati a studiarla, la storia.

Mi ritrovo a scriverti queste righe amare perché oggi ho la sensazione che il mondo si sia preso gioco di noi, che ogni storia che pensiamo essere unica è fagocitata da una, grande Storia, che annulla tutto, che ci rende superstiti ai nostri stessi sogni. Che ci rende disillusi , ma facendo finta di essere degli illusi.
Oggi mi trovo sputato, su un piatto non pulito bene su cui abbiamo litigato perché anche questo fa parte della Storia, anche se tu non lo sai. Le storie non sono mai originali. La Storia ha già previsto e contiene in sé tutto, ci ritroviamo solo a giocare una partita a scacchi in modo diverso, una partita forse giocata già centinaia di anni fa. Oggi sogniamo le automobili ad idrogeno magari prima si sognava e basta.
Non me la prendo con il piatto non pulito: effettivamente lui non ha colpa se non quella di esistere. La colpa di tutta questa digressione sta proprio sull’unto che non si leva. Le colpe non si cancellano, si semplicemente dimenticano. Facciamo finta di avere dimenticatoi infiniti già collaudati dalla Storia. Quell’unto serviva invece a ricordarci di essere sporchi, esseri infetti e nocivi che pretendono il controllo. Che mirano al controllo.
Il piatto, mi dispiace, l’ho lasciato sporco. Tu non chiedermi come stai, perché oggi non te lo dico.

Come un Re

Non importa quanto nella vita abbiate davvero chiaro dove volete arrivare. Non ve ne preoccupate, perché un giorno lo saprete. Voi siete destinati a capire perché siete qui. Ma questo destino dovete, per certi versi, volerlo, propinarvelo, bramarlo.

Non sono mai stato uno che si è posto grandi domande riguardo il futuro. Lasciavo piuttosto che il futuro se ne restasse rincantucciato nel suo buio angolino di non-esistenza. Guardavo al Futuro con superiore distacco, con superba e fiera indifferenza.

Io sono sempre stato l’Aquila del Presente, dispiegavo fiero le mie ali e nulla poteva toccarmi, né occhio d’avvoltoio desiderare la mia carogna, né il ghigno delle iene seppellirla.

Ero sicuro di non morire. Le aquile non muoiono: ad un certo punto della loro vita si ritrovano semplicemente a volare in un’immensa distesa di luce, non più cielo, ma pura luce…

Poi un giorno, non ricordo bene come accadde, una corrente o un vuoto d’aria mi fece precipitare come un peso morto sulla terra. Il tonfo, a differenza di come l’avevo immaginato, fu morbido, quasi piacevole, l’impatto si rivelava quasi una perversa necessità.

La necessità di chi mette alla prova se stesso, misurandosi con i propri limiti di fallibilità, ma prima che appresi questo, a lungo vissi sulla morbida terra, ne mangiai i frutti amari, ne capii il secco ripetersi delle stagioni, la precaria armonia di una danza di vita e di morte.

Del tempo è stato necessario per riprendere a volare. Anche solo guardare un punto nel cielo mi spaventava. Poi ci si ricorda di avere un’apertura alare degna di un Re.

E si vola.

…Anche se non è così semplice come sembra. Affatto.

Lettera aperta a LordBad.

Porthos è il mio cane. Porthos è vivo. Oggi è stato investito. E’ uscito fuori dal suo territorio. Dalla sua casa. Si è spinto oltre, come un Ulisse al di là delle colonne. Una macchina in velocità. L’ha colpito. Lui è balzato.

Ho capito che la morte è fantasiosa. Questo non vuol dire che la morte non è uguale per tutti.

La morte è morte.

Anche quando scherza.

Anche quando fa finta di prenderti e poi ti molla di colpo.

Provo invidia per chi ama la vita. Ignaro. Per inconsapevolezza; per troppo ardore; per ignoranza.

Ignaro che la vita è esattamente come la morte. Ti coglie alla sprovvista. Un giudice che sbatte forsennato il martelletto e decreta se tu devi vivere o devi morire.

Basta un tanto. Una parola. Una parola e tutto diventa Storia.

Il verbo si è fatto carne ecc… , ecc…

Non tutti sanno quanto le parole sono inutili. Non tutti gli scrittori se ne accorgono. Pochi sono quelli che lo dimostrano.

Vedete, siamo degli abusatori. Di parole e quindi di promesse. E il coraggio è la rogna dell’anima. Nessun antibiotico lo combatterà.

Viviamo impauriti. Viviamo miseri.

Siamo plasmati con la miseria. I “plasmon” dell’emozione.

Ed il tempo non è fermo come l’orologio della mia stanza. Il tempo va. Su un purosangue e non un ronzino, come spesso si crede.

Per quanto la vita non si presta alla vita, e quindi ad essere vissuta nella sua interezza, noi abbiamo il diritto e il dovere di sacrificarci, o quantomeno di sforzarci, di andare oltre le nostre potenzialità. I nostri limiti.

Potremmo essere e diventare tutto ciò che vogliamo, se solo lo volessimo.

Cosa ci ferma? Cosa ci blocca? Perché abbiamo tanto timore? Cos’è questo timore che ci impedisce di…?

E’ il non voler perdere quello che si ha. Perché siamo persone comode, fondamentalmente. Comodi comodini accomodati.

Stiamo buttando un sacco di tempo in attesa di un tempo.

Migliore.

E se quel tempo non arriverà mai?

Cosa conta maggiormente: l’attesa del tempo o il tempo dell’attesa?

Qualunque sia la domanda, noi ci stiamo accontentando.

Comunque ci accontenteremo. Ecco perché credo fermamente che bisogna fare almeno il possibile per cambiare le carte in tavola e stravolgere la partita.

Stravolgerci. Sì. Vi rendete conto che la materia, il tatto sarà una delle primissime cose che non ci saranno concesse, domani?

Troppo spesso si ha il timore di accorgersi che si può essere felici anche non essendo se stessi, non essendo uguale a ieri.

Spesso si ha paura di accorgersi che si può perfino non essere felici. Perché fa parte della vita. Del gioco.

Sono franlinguamozza. E come i sette venti sanno, ho il vizio di parlare e dire ciò che penso.

Ora tu, Lordbad, puoi fare orecchie da mercante. Riderci su o perfino commentare con la tua forbita dialettica.

La verità sarà sempre una: potrai guidare questa barcaccia su qualsiasi oceano tu voglia, ma non sarai in grado di guidare il veliero della tua vita se continuerai ad usare la bussola.

Tuo, frank.

Ci sono giorni come questi.

Ci sono giorni in cui tutto procede verso la deriva. Ti accorgi, in quei precisi giorni, magari afflitto da un mal di denti, un mal di pancia, un’allergia spericolata, che niente poteva andare diversamente.

Ci sono giorni in cui la tua vita è una merda. A patto che la merda sia cattiva: del resto chi l’ha mai assaggiata? Per assiomi mentali la merda è una merda. Avrà un sapore disgustoso. Puzza. E’ vero: ma qualcuno ha mai avuto il coraggio di assaggiarla?

E poi dite: “io vivo.”

Come si fa a vivere una vita che non è vostra? Non lo è mai stata, tantomeno lo sarà mai.

Questa NON è la mia vita. E’ di qualcun altro; può darsi di nessuno.

Magari un cortocircuito lì, nell’universo, ha deviato qualche piano astrale e la vita che abbiamo sempre sognato ora è diventata la vita che da sempre odiamo.

Più ci si convince di vivere a fondo la vita e meno la si vive, del resto. Più non ci si preoccupa di viverla e ancor meno la si sta vivendo.

Di cosa parliamo, in fondo? Di qualcosa che non ci appartiene, che non è di nostra proprietà. Pensiamo: “la mia vita!”.

Cazzo. Se fosse stata la MIA vita l’avrei vissuta come dicevo io, ed invece no. No. La vita non riesci mai a viverla come dici tu.

Qualcuno dice: “la vita è un dono, un dono del Signore”.

Voglio dire. I doni non si scelgono. Quando qualcuno ti si presenta alla porta con un regalo il giorno del tuo compleanno e tu, incazzato perché ti senti troppo vecchio per queste cose, bé, quel regalo non l’hai di certo scelto tu. Potrà trattarsi di un paio di mutandoni extra large, di un berretto da baseball, (ma tu non hai mai giocato a baseball, neanche lo hai mai guardato, “che diamine è il baseball?”). Potrà trattarsi di un Iphone ultima generazione ed allora lì il discorso è un po’ diverso, tuttavia, si tratta di qualcosa che ti capita all’improvviso per volontà altrui e che tu ti becchi così, per come è, a seconda dei gusti o dell’esperienza del mittente. Eccola là, la vita. Un regalo che non hai mai richiesto e che festeggia un compleanno che ti ricorda ogni anno che sei vivo e che per qualcuno esisti. Dio, mi sento come un bambino costretto ad indossare degli abiti ridicoli che non sceglierà fino all’adolescenza, solo per soddisfare il gusto bizzarro dei genitori sessantottini.

 
 
 

Ci sono giorni in cui ammazzeresti anche il tuo cane che abbaia. Il cane è felice. Tu no, e quella felicità data ad un essere inferiore non puoi sopportarla.

Ci sono giorni in cui vorresti morire, ma a farti rimandare la scelta non è tanto la convinzione di suicidarsi, piuttosto il modo in cui farlo.

Ci sono giorni in cui la pistola è lì, pronta sul tavolo, e fai certi pensieri tipo: “una vita che finisce, in cambio di una vita che comincia”, attribuendo a quella pistola quasi un’anima.

Ci sono giorni in cui diresti alla donna che ami: “tu non sei una puttana, una puttana come si deve”, e come in uno sceneggiato surreale lei, offesa, replica “cosa dici, perché mai, ho fatto del mio meglio” e tu, col sorriso da disilluso, la cravatta ciondolante su una spalla e la classica sigaretta fumata male tra le labbra, le rispondi “perché tra tutti, ti sei dimenticata di amare me”.

Ci sono giorni in cui: -”Che dici, passerà?” -”Certo che passerà. Purtroppo passerà”.

Ci sono giorni dove la consapevolezza che stai buttando la tua vita, è precisa. Netta. Definibile. Quei giorni in cui la noia si fa boa, e ti stritola il cervello e le sensazioni diventano scalini gelidi di una tomba funebre.

Ci sono giorni in cui è meglio dormire. Farsi l’ultimo sorso di vino, e dormire.

Al risveglio resterai l’impresario di una vita non amministrabile.

Il solo attimo da cogliere è quello non colto.

Frank lingua mozza is back.

Ci sono giorni in cui vaffanculo.

Post con zero zuccheri e il 50% di grassi in meno.

Ci sono posti in cui nessuno va mai.

Mari nei quali è pericoloso avventurarsi senza una bussola e senza conoscere le costellazioni.

L’unica vera impresa eroica che un uomo sia in grado di fare è quella di amare una donna e l’unica vera impresa eroica che una donna sia in grado di fare è quella di amare un uomo.

Ci sono deserti attraversati da nessuna strada, dove l’anima vaga e ogni tanto sosta sul ciglio di una duna e fa l’autostop, finché il vento non sposta la duna.

Bisogna avere molto coraggio e molta fantasia per vivere.

Non bisogna inseguire i miti eterni della felicità e della serenità: sono tutte favole.

Occore credere nella leggerezza dell’essere. Che è tutt’altro che superficialità. La felicità è superficiale, è un vestito che metti e togli quando vuoi, così anche la serenità. Ma la leggerezza dell’essere, la consapevolezza del suo gravare, il suo peso, la si avverte solo dopo un lungo percorso. Non saremo per sempre giovani steli immaturi e i primi segni, ricordi, già ce li portiamo dentro.

Ora, dopo un percorso, io inseguo e amo soltanto la leggerezza.

Luna park p.m. quando le giostre sono ferme

La malinconia da luna park ha colori elettrici e fumi di vaniglia, confonde i ricordi, i gesti, i volti, e tutto diventa un vortice che precipita verso la fine, la gabbia del tempo accumula le ali spezzate: chi sarà il temerario che andrà a recuperare le tue?

Il pagliaccio triste cucirà un filo di sogni con le sue lacrime.

Saranno state spese invano? Il domatore di tigri crede che quelle lacrime siano la cosa più preziosa che ci sia al mondo, persino più preziosa del ricordo suo più caro, e ne ha avuti di bei ricordi, il domatore di tigri. Pensa che quelle lacrime conducano alla felicità: sono di questa pasta i torrenti che affiorano improvvisi sull’impervia strada di montagna, quando il sole cade a picco tra i secchi arbusti e tutto sembra immobile.

Al di là di ogni presunzione e solitudine un uomo resta solo con se stesso e le sue decisioni ogni volta che riceve una delusione. E le delusioni sono le stelle per orientarci in una notte senza fari, mare forza dieci.

Questa vita è fatta di giustificazioni, di illusioni, di inganni, soprattutto di auto-inganni. Pochi hanno il coraggio di inseguire un sogno fino in fondo, di rinunciare a tutto per quel sogno, e pochi sogni sono peraltro sogni veri, sogni per cui vale la pena.

Coltiviamo la fragile illusione di esserci per sempre e invece basterebbe un niente, da un secondo all’altro, ed ecco tutta la nostra rabbia, la nostra calma, le parole, gli abbracci, tutte le cose fatte…non ci sono più.

E tutte le maledette occasioni mancate sono un treno che ci attraversa a una folle velocità.

E poi c’è quella forza che dovrebbe mandarci avanti, che ogni tanto si chiama inerzia, ogni tanto si chiama orgoglio, e fa la differenza tra “respirare” e “vivere”.

Morire come le allodole
assetate
sul miraggio

O come la quaglia
passato il mare
nei
primi cespugli
perchè di volare
non ha più voglia

Ma non vivere di
lamento
come un cardellino accecato

da Agonia – Ungaretti

Che sciocchezza

“Ero quasi convinto sai?”

“Di cosa?”

“Che non valesse la pena, o che almeno non valesse più la pena, come un tempo”

“E invece?”

“E invece no. Quel tizio che per primo disse carpe diem aveva ragione! Bisogna cogliere davvero l’attimo, perché non torna. Che tragedia!”

Lei si era accovacciata sulla roccia più alta. Dopo sei ore erano riusciti ad arrivare in cima. Da lì potevano vedere il rifugio più a valle. Lui se ne stava sdraiato in una piccola radura, attento a non calpestare troppi fiori. Aveva detto che aveva voglia di fumare una sigaretta ma, una volta tirato fuori il pacchetto, il desiderio era svanito. Kate tirò fuori una bottiglia d’acqua.

“Hai sete?”

“No” - rispose Jim.

“Guarda: da qui la vista è bellissima.”

“Vorrei che fosse così per sempre.”

“Così come?”

“Così, che nella vita si potesse sempre avere una vista così.”

Kate rimase a pensare a quello che aveva detto Jim. Iniziò a mangiare un panino.

“Penso che ogni volta che avrai bisogno di una vista del genere, potrai scalare tutte le montagne che vorrai.”

“Non tutte le montagne promettono la stessa vista.” – le replicò Jim.

Kate finì di mangiare, scese un po’ con le ginocchia e si sdraiò sulla roccia.

“Solo cielo!” – esclamò

“Ti piace, vero?”

“Sì” – lei sorrideva.

Lui salì accanto a lei.

“Questi sono quei momenti in cui il resto non ha più importanza…quei momenti in cui…” – lasciò la frase in sospeso.

“Quei momenti in cui?” – lo incalzò lei, guardandolo.

“Quei momenti in cui mi importa solo di te.”

“Come fai a dirlo?”

“Come faccio a dire cosa?”

“Che ti importa solo di me. Come fai a dire che sei innamorato di me? Hai una vaga idea di chi sono io?”

Lui rise.

“E tu ce l’hai una vaga idea di chi sei?”

“Io so chi sono e cosa voglio per essere felice” – disse lei annuendo. Ancora non staccava lo sguardo da lui.

“Io so chi amo, e per questo posso dire di essere innamorato.”

“Che sciocchezza!”

“Bisogna pur cogliere l’attimo, fallo!”

“Cosa dovrei fare?” – lei si era tirata su con i gomiti.

“Vivi…” – le disse lui.

Il sole era alto, a mezzogiorno.

non c’è montagna più alta di quella che non scalerò
non c’è scommessa più persa di quella che non giocherò – Jovanotti, Ora, 2011

Voyeurbook

Sapeva che non poteva farlo e che era vietato da qualsiasi legge sulla privacy. Era solo una iniziale sbirciata. In effetti il codice d’onore era solo un’invenzione per far sta buoni tutti e lui stava unicamente vedendo il profilo di una persona su Facebook. Una persona che in fondo significava quanto lui, cioè poco più di niente. Una persona come tante, con una data di nascita, una famiglia più o meno normale, interessi, amici.

No , aspetta, pensò. Questa ha la stoffa per diventare una persona famosa e io sono stato il primo a scoprirla. Rispose a questo punto la sua coscienza, A scoprire chi, se nessuno lo saprà mai. No, sarò stato io a saperlo. Non devo prendere io il merito , ma solo chi diventa famoso. Questo discorso non ha senso, disse la coscienza.

Stava vedendo tutte le sue foto personali, di lei e dei suoi amici, stava vedendo tutti i suoi sorrisi, le sue gite, i suoi viaggi, le sue mascalzonate. Ma non ne aveva alcun diritto. Si sentì un ladro. Ma ladro di cosa? In fondo sto vedendo quello che avrei visto se fossi suo amico. Amico, e chi voleva esserlo? Era solo un’altra gnocca sulla faccia della terra. Brutta cosa la democrazia. Anche la bellezza non era più appannaggio di pochi.

Scorse velocemente ancora due volte su altri album. Era in paradiso. Avere per sé delle cose che non sono per il genere umano è meraviglioso, pensò. La proprietà privata è nata per far nascere la felicità di avere per sé qualcosa. Io ho lei, pensò. Nei miei pugni. Chiederle l’amicizia sarebbe inutile. Poi sparirebbe il gioco. La proprietà privata è una ghiottoneria per chi sente che è solo un’invenzione del gioco degli uomini.

Facebook riproduce la proprietà privata, come se estendesse il gioco in ogni direzione. Maledetti quelli che non condividono se stessi, pensò. Loro rimangono oscuri. Delle pedine che sono fuori dal gioco. Non posso hackerare il mondo reale, pensò. Eppure anche loro sono così fragili, perché non posso schematizzarli?

Era all’ultimo album. Sapeva che non doveva aprire anche quello. Ma era più forte di lui. Quell’album aveva qualcosa di magnetico. C’erano foto abbastanza osé. Ma cosa andava scoprendo? Che la donna è fatta di tette  e culo? Troppo semplice. Non poteva mandare un click anche lì. “Servizio fotografico calendario 2009” . Click sì. Proprietà privata. Click no. Oscurità . Click sì e no.

Saltò la corrente.

Non ci pensò due volte.

La lasciò alla sua storia.

Fuori Misura(ta)

Tutti gli animali sono uguali. (ma alcuni sono più uguali degli altri) [G. Orwell , La fattoria degli animali]

Abbiamo immaginato pacchetti su misura, felicità fatte per formati famiglia, single, coppie divorziate e coppie riappacificate, abbiamo immaginato scatolette su misura per combattere quel tal malessere, abbiamo immaginato pacchetti per controllare il meteo, pacchetti per le vacanze con divertimenti su misura garantiti per tutti, abbiamo immaginato mondi su misura, povertà su misura, nasi su misura, labbra fatte secondo i canoni, sballi su misura. Abbiamo immaginato disperazioni e rimpatri su misura, migrazioni su misura, deserti e inquinamenti su misura. Abbiamo immaginato che la misura si potesse misurare anche quando era smisurata. Abbiamo immaginato che solo la nostra misura è quella giusta. E che Misurata , senza guerra, era solo una delle tante città di un mondo che non abbiamo mai voluto ‘misurare’.


L’ultima frontiera è , infatti, la libertà su misura, il diritto su misura, l’eguaglianza su misura, le scelte su misura, le bombe su misura convinti che obiettivi intelligenti intelligentemente uccidano intelligenti (poco) uomini che con intelligenza avevano misurato le libertà altrui. La misurazione è una mania che non ci togliamo: il fatto, cioè, come sto facendo ora anch’io, di dare dei parametri che sono davvero arbitrari. A nostra volta ci ritroviamo in una realtà che ci misura e  che , anche se non abbiamo scelto, oramai ci ha trovato i connotati.

Sono un metro e ottantatré per un 76 Kg.

Vorrei dare invece una nuova misura, una che sia smisurata, che ci faccia render conto di come non esistano diritti su misura o libertà su misura: quando si gioca con il nostro anelito alla felicità non si scherza. Se la felicità non è un diritto, ma almeno la sua ricerca sì, la disperazione per la negazione di esso ci fa ritrovare la misura del nostro Insondabile che ci portiamo dietro, convinti che possiamo misurarlo. Come se la rivoluzione possa essere misurata. Come se la violenza possa essere misurata.

L’uomo creò la bomba a sua misura e somiglianza. La bomba distrusse l’uomo.

Attaccarsi ai maniglioni antipanico

I Diari di San Francisco.

Sono mesi ormai che abbiamo abbandonato le coste solcando intestarditi le onde calme di un oceano agguerrito. La rotta era ed è, tutt’oggi, la stessa: la fasulla linearità dell’orizzonte.
In questo tempo il coraggio non è mai venuto meno. Anche quando il cibo scarseggiava e l’oceano rigettava solamente le vongole peggiori. Eppure qualche benevolo dio del mare, ci vuole ancora qui, per impartirci un’altra lezione, per metterci davanti agli occhi una delle prime e assolute verità che dovrebbero comparire nei codici dei marinai d’onore: “nessuna vela normale può spingervi tanto oltre se non quella della propria anima”.
Vongole e Merluzzi è fiero dunque di presentarvi una giovane scrittrice che guidata dalla sua anima ha deciso di partire da Roma e giungere a San Francisco con un’unica intenzione:
intervistare L. Ferlinghetti, uno dei più grandi poeti viventi. Non conosco da molto questa giovane marinaia ma quando mi confidò questo suo progetto incomincia ad invidirgli la vita. E vongole e merluzzi voleva esserci. Voleva accompagnarla in questa avventura.
Il nostro impegno dunque, sarà quello di raccogliere le pagine scritte del suo diario che quotidianamente lascerà dentro bottiglie di scotch in balia delle onde.

Ci aspetta una grande pescata, non ci resta perciò che mettersi al lavoro.
Ed ora,  frank lingua mozza è lieto di lasciar il timone ad Olga Campofreda!

 

 

di Olga Campofreda

Prima pagina ritrovata

Poetry is what we would cry out upon coming to ourselves in a dark wood in the middle of the journey of our life.

Love lie with me. And I will tell.

Lawrence Ferlinghetti

Quella mattina c’era una luce bianca che rimbalzava addosso, dai marmi bianchi di piazza dei Martiri, a Napoli, così forte che quando si entrava in un luogo chiuso vedevi davanti a te prima le macchie viola di luce ancora impressa, poi il resto. Gli strani plug in della vita.
Proprio quella mattina lì, l’ho incontrato. Sugli scaffali di poesia della Feltrinelli. Accanto a Gibran il profeta e T.S. Eliot. Il lume non spento. Era un libretto piccolo, edizioni Interlinea, pochi disegni fatti a mano coprivano gli spazi tra una poesia e l’altra. Lui si chiamava Lawrence Ferlinghetti e attraversammo tutta Napoli insieme, quel giorno.
Da allora non ho più lasciato andare il suo braccio. Il poeta, l’artista, il visionario, l’amico. Il santo.
E se è vera quella cosa a cui penso spesso, cioè che le frasi fatte e i detti popolari altro non sono che verità stigmatizzate negli anni, semplificate e compresse, per alleggerire il bagaglio del Tempo -ecco- allora quella storia della Montagna e di Maometto mi ha suggerito di provarci. Provare a raggiungere la Montagna.
Partirò domani per San Francisco nel pellegrinaggio della mia vita alla ricerca dell’Oracolo di sempre, il mio Spirito Guida. Colui che dice che le parole possono salvarti dove le armi non possono.

«Dear Olga,
I could spend an hour with you on Thursday, March 17th. Let us say 11 AM at the Caffe Trieste (at Vallejo Street and Grant Avenue in North Beach, San Francisco.) Until then—Lawrence F.).»

Comincia oggi la storia di un appuntamento per un caffè a San Francisco.
Comincia qui la cronaca dei miei dieci giorni californiani alla ricerca della Poesia. Per non dimenticare

una volta poggiato il primo piede sul suolo di casa—

come accade spesso per i sogni—

Scriverò tutto.

Scriverò tutto per avere la certezza di non aver immaginato niente.


I’m ready to go anywhere, I’m ready for to fade
Into my own parade, cast your dancing spell my way
I promise to go under it

(Mr. Tambourine man- B. Dylan)

Seconda pagina ritrovata

 

Market Street a San Francisco è lo stereotipo dell’America che mangia l’America. Le palazzine così basse che non è difficile immaginare il Far West, diventato solamente West, sempre più West, man mano che le strade sospese e invisibili dei velivoli hanno iniziato a fare solchi profondi.

Perfino nei Cieli di Dante.

Reinvent the America and the World.
Lawrence Ferlinghetti


Bisogna attraversare Chinatown e sopravvivere all’assalto sensoriale degli odori, dei colori, della folla che attraverso i marciapiedi ti travolge, nell’ora della spesa. Bisogna attraversare il Mondo dall’altra parte del Mondo per arrivare dove vuoi arrivare da anni, forse da una vita intera. In quel pezzo liofilizzato di oriente pensi a come dovresti sentirti tra qualche minuto e neanche lo sai. Pensi alla Poesia, a quando la vedrai sederti davanti, come una bella donna altèra, che sa di essere bella e non ti guarda, mentre sorseggia il suo caffè lungo americano da una tazza troppo grande per le sue labbra.

E mentre percorri gli ingressi di quei supermercati che sembrano templi –lo fai pensando a tuo padre, che compra sempre dai cinesi – lo fai pensando a tua madre, che dai cinesi non comprerebbe mai – lo fai pensando al salumiere sotto casa e ai suoi prezzi troppo alti che ogni volta quello che ti ripeti è che non ci tornerai mai più, e forse l’ultima volta sottovoce lo hai lasciato scappare tra i denti, lo sguardo severo, mentre lui sa già cosa metterti da parte per la settimana che verrà….
Percorri Chinatown pensando a casa quando casa è -per la prima volta nella tua vita- dall’altra parte della Terra in senso stretto. Allora ti fermi perché gira la testa. Saranno tutti quegli odori

sarà forse il sole che s’è fatto alto e non credevi- -
sarà
sarà
che è quasi primavera
soprattutto a Chinatown- -
sulle strade di San Francisco che sembrano
Montagne Russe
[Coney Island! Coney Island!]
e ricordano il Rione Monti
con i suoi pazzi
-rotolati da Termini
per le ripide discese-
che non sanno più tornare indietro
o forse non vogliono.

Terza pagina ritrovata

 

Poi all’improvviso la vedi. la Poesia che fluttua nell’aria come gabbiani che si mescolano alle sartie delle vele, ma che invece sono tralicci e il mare è la strada, ma non importa, non importa. E’ tutto lì. Ed è così difficile vedere le cose per come sono e non per come le hai sempre desiderate vedere.

La cosa peggiore da fare a San Francisco, è attraversare North Beach ascoltando Bob Dylan o i Grateful Dead. la cosa peggiore da fare, se ogni notte vai a letto con una copia di On the road nel cassetto, al posto dei Vangeli, è andare a vedere i cimeli dei Beat incastonati nell’apposito museo. Questi musei che sono graveyards. Cimiteri. E allora “Basta parlare di tutta questa gente morta” dice Lawrence Ferlinghetti.

Non è più tempo adesso. It’s the end of the world as we know it.

Ma questa è una lunga storia… e deve essere raccontata attentamente.
Questa cosa, ieri, me l’ha detta Lawrence.

 

Quarta pagina ritrovata

Castro, Castro!

Ieri era il mio secondo giorno a San Francisco. E la seconda notte che -per colpa di questa strana storia che gli americani hanno un orario diverso- non sono riuscita a chiudere occhio.

Segue la cronaca della piccola parte di una giornata infinita, in cui mi sono svegliata alle tre e per cercare di riaddormentarmi mi sono messa a leggere Mimesis di Auerbach.

Ovviamente non ha funzionato. Ho finito il libro e mi sono detta: adesso? Il mio stomaco ha suggerito di fare colazione, così l’ho assecondato, ma a modo mio. Ore nove a Market Street: una ragazza italiana aspetta la Cable Car per Castro, il famoso quartiere gay delle audaci dimostrazioni politiche degli anni sessanta e settanta. Mentre il cielo ci cade addosso a gocce.

Un momento a emozionarmi pensando che probabilmente quelle gocce sono state poco prima il Mississippi.
Un momento a emozionarmi al pensiero che potrebbero essere state Oceano.

Un momento in più e avrei perso la Cable Car, ma per fortuna ci salgo al volo: è un vecchio tram azzurrino e giallo anni ’50, quello diretto a Castro. Due dollari e un quarto d’ora dopo, sempre dritti su Market Street, siamo arrivati. Si tratta di un quartiere racchiuso tra quattro salite ripidissime e una piccola Main street popolata di negozi osè e Cafè, centri estetici dai nomi ambigui (Hand Jobs vince su tutti) e bandiere arcobaleno che fanno lap dance intorno ai lampioni. Le casine rosa, violetto, azzurre si alternano a boutiques vintage di moda principalmente maschile. Mentre osservo la via principale lungo una delle salite nelle quali affonda Castro, mi sento osservata da una finestra: al davanzale un Ken vestito da suora e due barbie drag queen mi studiano sotto il movimento rotatorio di una piccola palla da discomusic che gli pende sulla testa.

Poco dopo, alle dieci di mattina, capisco dove sono gli uomini più belli di San Francisco: portano a spasso i loro cani senza curarsi della pioggia, i pantaloni grigi delle tute e i giubbini di pelle o una felpa, qualcuno in t-shirt; passeggiano con un cappuccino bollente take away per un pezzetto di marciapiede e poi rientrano in casa, scavalcando un senzatetto (tanti, troppi!) che ha passato la notte nell’atrio dell’appartamento per ripararsi dalla pioggia.

Ritornando alla fermata del tram, mentre il mio ombrello dà segni di cedimento, non posso non notare la quantità spropositata di negozi per cani presenti sulla via principale. Poi la spiegazione arriva dalla stampa di una t-shirt esposta in una vetrina: DOGS ARE THE NEW KIDS. Un po’ come dire “il verde è il nuovo rosa”.

E’ ufficiale. Sono nella sala parto di un nuovo trend.

Del resto, provocazione a parte, non hanno tutti i torti. Se Angelina Jolie e Brad Pitt hanno trasformato i loro bambini in accessori senza che questo comportasse alcun intervento da parte dell’Unicef, non vedo perché il WWF o Greenpeace dovrebbero prendersela con gli abitanti di Castro, per aver fatto lo stesso con i cani.

Quinta pagina ritrovata

 

Aspettavo Jack Hirshman ad un tavolino nascosto del Caffè Trieste. Se qualcuno mi chiederà mai di San Francisco, della città, delle sue strade, della sua estensione, degli abitanti, risponderò esattamente così:
San Francisco è un caffè italiano, tra Grant Avenue e Vallejo Street. La abitano i poeti, piccoli, rugosi bevitori di caffè, dai cappelli strani e un quaderno sempre tra le mani.
E se qualcuno venisse a chiedermi, un giorno, se io ci sia mai capitata, per caso, al centro del Mondo, racconterò di quella volta in cui al Caffè Trieste aspettavo Jack Hirshman, nell’angolino più riposto del locale. Di quando ho alzato gli occhi e ho visto il mio primo Juke Box americano, sotto una parete alta strabordante di fotografie in bianco e nero di vecchi stornelli italiani dai volti illuminati da sorrisi beat-fatti-mandare-dalla-mamma. Quel centro del mondo di quando mi sono alzata abbandonando a se stesso il mio caffè, un dollaro tra le mani e tre canzoni in testa e allora ho modulato attentamente la mia scelta, le dita leggere sui tasti, leggero lo sguardo sullo scorrimento delle pagine sotto il vetro del Juke Box.
Tre canzoni. Su una sessantina di dischi, tra Battisti e Morandi, Nicola di Bari, Callas, Carotone, Miles Davis, Sinatra…

The Beau Brummels.
Rock and Roll al Centro del Mondo. Go Johnny Go.
Travel on the midnight road

Ramble where the wind don’t blow

Be aware of hidden dangers

And don’t you go unto to strangers

Babe…

Quella volta in cui il mio corpo coincideva con il centro esatto di questo Mondo ai confini esatti della Terra io stavo ballando rock and roll ad occhi chiusi tra i tavoli, davanti al Juke Box dal quale Dio seleziona per un dollaro il bene, il male, gli uragani e i miracoli. E qualche volta anche i Beau Brummels o Sinatra. Il sesto giorno, quando si riposa. Con quello stesso dollaro che gli avanza, se non decide di andarselo a bere al bancone del pub, dall’altra parte della strada.
“Hey girl, let’s do the shake!”
Un signore all’ingresso mi allunga un altro dollaro. Allora torno al Juke Box e seleziono la mia ultima traccia. Al centro del Mondo la poesia è facile come il rock and roll. Qualcuno ha sopra un foglio e scrive. Lo fa tenendo il tempo.

Sesta pagina ritrovata

La Cable Car gialla ci riporta indietro attraverso Market Street nei luoghi e nel tempo. I Chicanos ci vengono incontro sui marciapiedi, i mostri dei murales ci chiamano a giocare nei vicoli ad una nuova rivoluzione di Titani e Gladiatori.

A Mission il tempo si è fermato, ed è stato catalogato. I negozi vintage vendono i vestiti al chilo e li tengono ordinati per decadi e per genere.
“E guarda questi! Questi non credo li indossassero sul serio…”
“Disco party anni ’70. Formal suites. A quanto pare li indossavano…” osserva Enrico, che in questi grandi magazzini della storia del costume americano si muove come uno scienziato esperto in materia. Usciamo di nuovo su Valencia street, non è più giorno ma non è ancora buio. L’orario in cui le sicure delle pistole cominciano a scaldarsi. Gi angoli della strada sono pieni di gang ispano-americane. Entriamo nell’ultimo negozio prima che chiuda tutto. Si tratta dell’ennesimo negozio d’arredamento vintage. Mission street è una strada di divani retrò. Di oggetti che formano universi paralleli nascosti nelle pieghe di una storia che non conosce il mondo se non quello prima del Vietnam. Curioso. Gli oggetti che rifiutano la Storia. Quando torniamo su Valencia è ormai sera, le gang si muovono in branchi tra gli edifici azzurrini che sembrano case di zenzero e zucchero, ma senza la luce del giorno sono solo fragili edifici senza colori.
“Stai attenta”- mi aveva detto il maestro di scherma Paul Scherman la prima sera, nel venirmi a prendere all’aeroporto- “molte parti di San Francisco a volte sono come le brutte zone di Napoli”.
Io ed Enrico ci fermiamo a bere un bicchiere di vino bianco in un caffè sulla strada del ritorno. Non si fa altro che conoscere le cose attraverso il modo in cui ce le immaginiamo. Viviamo per schemi e aspettative, attese, immagini preconfezionate. Questa nostra vita è forse un semplice riscontro?
Hanno lavato e stirato la Storia per venderla al chilo. Hanno pagato un biglietto d’aereo ad un gruppo di giovani ai quartieri spagnoli e gli hanno dato delle pistole da usare legalmente a San Francisco.
Hanno preso la faccia di Kerouac e l’hanno stampata su un muro, a North Beach. La nuova gogna. Il volto del poeta esposto all’idolatria.
Le icone uccidono.


I ballerini di tango del caffè hanno interrotto la danza. Io ed Enrico abbiamo pensato abbastanza. Ci siamo meritati la cena.

prima della prossima pescata, potrete aggrapparvi a scogli più intimi sul suo personale battello:

www.lagallinabianca.it

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Eternità dura a morire

 

Chi vive per l’eternità non ha mai paura di morire. [William Penn]

Ammettiamolo: abbiamo il desiderio di durare. Possibilmente in eterno. È questo il potente delirio d’amore che ci afferma. Il desiderio di poter manifestarci ab aeterno ci fa apprezzare l’arte.

Perché mescola le creste di vita, le fa vagare nella finezza del tratto, nella non longineità della linea, ci regala la verginità di un mondo consunto nell’osmosi di eterna sofferenza ed eterna felicità. E l’opera d’arte, alla fine, ci fa comprendere che una non è più sensata dell’altra se non possiamo durare in eterno.

Mare di donna, opera della giovane pittrice Francesca Lauri

Odiamo la fine perché pensiamo che l’amante ci possa tradire nei chiasmi d’esistenza. Pensiamo che egli/ella possa durare a noi. Pensiamo infine che è anche irragionevole pensare in una con-fidenza eterna.

Per questo necessitiamo di possedere per compensare l’emorragia continua delle nostre anime. O dei nostri corpi.

Dunque destino è annullarsi per poter possedere tutto, per rendersi finalmente immortali. In quest’insaziabile lotta vorremmo che il nostro amante ci convocasse per annunciarci la sua morte. È questa la lotta per conquistare l’imperituro: far perire.

Per non essere più nulla ed  essere ancora qualcosa, perché più nessun’altro ci sarà. Ma nemmeno più nessuno ci potrà dire: sei Tu l’imperatore.

E allora, solo allora, saremo davvero morti. Senza nemmeno qualcuno che assista il nostro funerale.

Ecco perché mi chiedo se vale davvero la pena l’eternità.

 

Apollo e Dafne, opera della giovane pittrice Francesca Lauri

 

Equilibrando(sì!). Per chi perde spesso l’equilibrio.

Ho trovato l’elisir che ci può rendere sani e felici. No. Belli no.

L’asso di fiori che ci permetterà una scala reale non contro la morte, bensì contro noi stessi.

La formula per una pace finalmente giusta ed irreversibile. Perché la pace deve essere irreversibile, se attuata.

Il pensiero di alcuni uomini, che si elevano sopra a Dio per la loro attenta bellezza euristica, è in grado di cambiare le cose. Di sorreggere il ponte ormai deteriorato del “mutamento benefico”.

Forse non tutti conosceranno John Nash.

Bene: matematico ed economista statunitense, premio Nobel per l’economia nel ’94, ha elaborato il concetto di Equilibrio nell’economia, all’interno della già inventata Teoria dei giochi.

Il concetto non è per niente semplice, ma sintetizzandolo possiamo dire che esiste, a suo parere, sempre una situazione di equilibrio tra due enti, anche avversari.

Cado, non cado. Cado, non cado.

Quest’ultimo, si ottiene quando ciascun individuo sceglie la propria mossa strategica ai fini di un successo ipotetico, sotto la congettura che il comportamento dell’avversario non varierà come risposta della sua scelta.

Vuol dire che anche conoscendo la mossa dell’avversario, il giocatore non farebbe una mossa diversa da quella che ha deciso.

Il punto essenziale, su cui ruota tutto, sta nell’operare una scelta dalla quale tutti possono trarne vantaggio. Si tratta di un teorema che ha le sue contraddizioni, la più esemplare è chiamata Ottimo Paretiano, che è agli antipodi, affermando che non si può migliorare la condizione di un soggetto senza peggiorare la condizione di un altro.

Ma questa è un’altra storia. Anzi, quest’ultima pare essere la nostra storia di umanità.

Ed è qui che volevo arrivare, ovvero alla trasposizione della Teoria dell’equilibrio di Nash nella vita comune, di tutti i giorni.

Azzardo inconsueto, provocatorio, forse per alcuni insensato. Ma pensateci: adoperare scelte che mirino al benessere personale, facendo sì che anche altre forme di vita (uomini, animali, piante)  possano trarne beneficio e non esserne lese.

Lavorare di gruppo. Essere una squadra. Capire a fondo cosa sia necessariamente giusto e utile per uno sviluppo concreto della nostra società. Un agire che miri ad una cooperazione umana, in cui si agisce non col fine di ottenere il miglior risultato per sé , ma per ottenere il miglior risultato per il gruppo, e quindi, indirettamente, ottenendo un risultato migliore anche per sé (anche questo concetto è ben esemplificato nel dilemma del prigioniero, qui).

L’applicazione non è delle più facili. Ma sarebbe il segreto di un’ottima politica.

In un mondo di individualisti, dove al contrario, siamo pervasi dall’ottimo paretiano, forse, è l’unico cancello senza lucchetto che ci resta.

Apriamo la mente.

Ars amatoria

 

“Fallo Lungo” [Lord Bad durante la scrittura dell'articolo]

 

“Gli uomini cambiano un poco, anzi rimangono sempre gli stessi: tanto che dal principio dei tempi esiste una sola storia d’amore, che si ripete all’infinito senza perdere la sua terribile semplicità, la sua irrimediabile sventura” [Juan Carlos Onelli]

 

Qualcuno ben pensa che amando possa realizzarsi in un certo qual modo. Totalmente falso. L’amore non vi garantisce nulla, a parte che dobbiate abbandonare voi stessi. Donarvi, violentando voi stessi. Non rimanendo uguali e differenti rispetto a prima. Vi dico, in realtà, di aprire una breccia dentro voi e di infettarvi con il sangue d’Altro.

Vi aggiungo che l’amore non è grazia. E’ trascinarsi verso la grazia. Non è dolce. E’ soccombere per la dolcezza. Non è altro. E’ diventare altro.

La cosa che appare paradossale è che in realtà l’amore non sia in realtà trovabile nelle schermaglie amorose. Totalmente svanito. Senza un minimo di trascendenza avete fottuto tutto quello che pensavate sui baci perugina, gli orsacchiotti, il cinema, il tettuccio apribile dell’auto.

Sembra infatti che se non vi sia almeno un volto che sembri sovrumano dall’altra parte, del vostro amore non ve ne sia neanche un po’, nemmeno una succulenta goccia.

Eppure vi posso dire che non sto rievocando alcun romanticismo. L’ho sempre odiato. Vi parlo della democrazia dell’Eros, piuttosto: anche il più insulso degli enti si muove per trascendersi. A nessuno è negato il piacere, a nessuno è negato con pari opportunità, né con così pari privilegi. Ma l’amore non è pubblico: appena lo è , è morto.

Tuttavia, appena negate che possiate uscire da voi, anzi negate il fatto di diventare nulla di voi, ricadrete tra le cose. Tra la felicità stupida della pietra, del minerale, del legno, dell’acqua. Loro sono felici perché non sono affatto nulla. Non sono niente-altro-che-sé. Ma l’amore non è la felicità delle pietre: è eccesso, è straripare, è sprecarsi mentre veniamo ancor più riempiti, oceanici: è diventare niente-altro-da-sè. Succubi e padroni. Là, dove perderete la strada verso dio – che sia un nulla , un volto, o la più grande icona del Sublime Umano – avete perso. Il solo piacere sessuale è della natura.

Avere una relazione con un dio è da uomini. E’ esprimere solitudine.


Ma dio è morto e l’amore si dà in prognosi riservata.

O, forse, è l’unico modo per ritrovare dio e reinventarlo. Ma non come ci proponiamo adesso: l’amore alla stregua di un prodotto. Il porno è un prodotto, il cioccolatino è un prodotto, ‘Scusa ma ti chiamo amore’ è un prodotto. A mio avviso l’amore ha fallito perché è concepito come un rapporto privato, monco, perché si svolge secondo le regole del consumo, dell’eliminazione istantanea. L’amore è solo un feticcio della società, come le veneri primordiali prodotte originariamente per raffigurarsi l’ulteriorità.

Ecco, andate dai nuovi aedi del terzo millennio! Psicologi e sessuologi canteranno la nuova Ars Amatoria!

Comprate l’oggetto del vostro desiderio: di fronte al denaro tutto è merce.

L’amore non è funzionalità, non è efficienza, non è conforto, non è il ‘mio me stesso più profondo’, non è ‘ti amo’. L’amore è nulla di tutto questo. È incrinarsi rispetto alla propria identità.

Conoscete voi stessi. E dimenticate.

Dipendenze & Deviazioni

 

Nulla denota uno schiavo se non la dipendenza dalla volontà di un altro – Algernon Sydney

Premesso che dovreste diffidare di chi inizia un articolo o un discorso dicendo “La verità è che…”, e inseguire sempre e comunque le molteplici vie del dubbio, volevo appunto affermare: la verità è che siamo tutti un po’ dipendenti da qualcosa o qualcuno. E siamo anche tutti un po’ deviati. Per capire bene di cosa parlo quando parlo di “dipendenza” e quando parlo di “deviazione”, dovremmo far riferimento al concetto di normalità.Chi è  normale? Chi è sano? È normale colui il quale si adegua ai sentimenti della massa? E se tutti un giorno iniziassimo a miagolare, sarebbe anormale parlare o abbaiare. Chi definisce però il parametro della “normalità”? Basti pensare al groupthink.

Citando Wikipedia:

Groupthink, o pensiero di gruppo, è il termine con cui nella letteratura scientifica si indica il sistema di pensiero esibito dai membri di un gruppo sociale per minimizzare i conflitti e raggiungere il consenso senza una messa a punto, analisi e valutazione critica delle idee. Creatività individuale, originalità, e autonomia di pensiero vengono sacrificati al perseguimento dei valori di coesione del gruppo; allo stesso modo sono smarriti i vantaggi che derivano da un bilanciamento ragionevole di scelte e opinioni che possono normalmente essere ottenuti agendo come gruppo nel prendere decisioni. Nel fenomeno del groupthink, i membri del gruppo evitano di promuovere punti di vista al di fuori della zona confortevole del pensiero consensuale. I motivi che inducono a simili comportamenti sono vari. Tra essi vi può essere il desiderio di evitare di proporsi in situazioni che, nel giudizio del gruppo, possano essere tacciate come ingenue o stupide, o il desiderio di evitare l’imbarazzo o l’ira di altri membri del gruppo. Il groupthink rappresenta una “patologia funzionale” del comportamento collettivo, che può comportare l’adesione dei gruppi a decisioni sconsiderate, irrazionali, in cui i dubbi individuali sono messi da parte nel timore che possano destabilizzare gli equilibri del gruppo. Il termine è applicato frequentemente, con il senno di poi, a situazioni già accadute, in un’ottica peggiorativa.

 

Gli studi in materia psicologica e neurologica, medici in generale, potrebbero darci una risposta in questo senso. D’altronde non è vero che il mondo non è più lo stesso dopo Freud. Il mondo non è più lo stesso dopo Socrate. Come scoprire infatti un valore che sia assoluto, universale, valido per tutti, se proprio Socrate invitandoci alla maieutica ci dice sembra dirci che la risposta non soffia nel vento, ma dentro di noi. Sembra allora che scoprire la nostra identità nel quadro generale che ci contiene potrebbe essere una chiave di svolta: se noi siamo il vento, noi siamo la risposta.La risposta a quale domanda? Altro punto dolente: la risposta e la domanda sono la stessa cosa. Tutti colpevoli, tutti innocenti: bisogna pur cambiare qualcosa perché tutto rimanga come prima, ci ammonisce Tomasi di Lampedusa. E allora? Tutti normali, tutti anormali? Confidiamo nella giustizia terrena o attendiamo quella eterna? No, signori miei, se scegliete la legge della terra, per quanto giusta e benedetta, non sarà quella dei cieli. I cieli…lungo e difficile discorso.

E allora mi tornano in mente le note di Ólafur Arnalds, nel brano 3055.

 

 

Questa musica per qualche attimo mi inganna e mi suggerisce che è possibile trovare una risposta, che è possibile intraprendere una ricerca: anzi più che possibile è con ogni probabilità moralmente obbligatorio, umanamente responsabile.

L’ortodosso e l’eretico. Il normale e il deviato, il perverso. Eroe positivo ed eroe negativo. Pillola rossa o pillola blu: la scelta determinerà il corso della vostra esistenza d’ora in avanti.
Siamo tutti un po’ dipendenti: chi dipende dal fumo delle sigarette, chi dipende da un panino di un fast food, chi dipende dal pedale dell’acceleratore, chi dipende dalle dipendenze tutte, chi dipende dal punto di vista che considera proprio e chi dipende, forse più sinceramente, dal punto di vista di qualcun altro. Chi dipende dal dolore, dal vittimismo, dalla sofferenza, e chi dipende dall’allegria, dalla compagnia, dall’amore. Ma questo ricettacolo di dipendenze non esprime la nostra umanità? Certo che si.
Noi siamo dipendenti perché siamo umani. E siamo alla continua ricerca di un’anti-solitudine che inglobi in sé anche la solitudine, necessariamente. Amiamo perché sappiamo di essere soli. Siamo soli perché siamo in grado di amare un’altra persona. Le relazioni interpersonali si basano su una fitta rete di sentimenti, che è difficile chiamare per nome, per lo stesso motivo per il quale una rosa potrebbe essere un tavolo, o una colomba potrebbe essere una nuvola. Dipende da che nome dai alle cose, se vuoi riconoscerle.

E poi siamo anche deviati. Non pesanti deviazioni, non quelle criminose, ma tutte quelle piccole deviazioni che ci consentono di sopravvivere, giorno dopo giorno, dalla stretta morsa del “tutti uguali, ma qualcuno è più uguale degli altri”. Perché, ad esempio, questa continua condanna del fumo? Delle sigarette? Sembra quasi che i fumatori siano diventati degli animali da maltrattare…Via dai locali, ghettizzati con la parola “riservato a”. Cosa sta nascondendo questa società? Le cose sono due,e non necessariamente si escludono a vicenda: o qualcuno ci crede davvero a tutti gli studi medici, passando dalla fede nella scienza (fede nella scienza…) allo scientismo, o ci stanno giocando il brutto tiro “fumare può uccidere” “qui è vietato” e allora io fumo, e le vendite delle sigarette aumentano. Oppure la più orrenda di tutte le logiche: tutti belli e sani, tutti perfetti, tutti uguali, conformi a un modello patinato, da copertina.

 

 

Lasciateci essere diversi. E se non siamo come voi, ipocriti dell’ultim’ora, allora verremo a scovarvi, a mostravi le vostre anime così nere e vuote, a cacciare l’incubo della vostra conformità con il sogno della nostra diversità. C’è qualcuno che ci fotte costantemente la mente: difendiamoci. Ciascuno per sé, come meglio crede.
Noi siamo dipendenti da un sogno che si chiama “essere umano”. Noi siamo deviati dai facili percorsi, dai sentieri prestabiliti, dalle indicazioni della giusta strada. Ancora una volta: tentiamo, rischiamo, viviamo.

E ora che siete arrivati qui, vi invito a mettere in dubbio tutto quello che credete io abbia scritto. Buon viaggio, amici, ovunque andiate.

 

Vuoi essere felice? Fai ciò che vuoi – Aleister Crowley

Solitudio

Alla mia giovane Cris.

 

L’uomo è un bastardo e la solitudine non esiste.

Tuttavia, l’uomo ha bisogno di sentirsi escluso, di tanto in tanto. Una solitudine momentanea.

Non permanente.

L’uomo non può stare da solo. Proprio come i cani. I galli. I pitoni o i pappagalli.

Ha bisogno di relazionarsi per mutare nella specie e con la specie.

L’evoluzione è possibile solo con uno scambio di fiati, di calore, di gesti, di idee. L’autostrada astratta che ci collega l’uno all’altro è fondamentale per farci sentire che il nostro sangue sta bollendo in tutto il corpo e che non siamo ancora morti, almeno nella materia.

La solitudine uccide l’uomo, non lo salva. E parlo di quella solitudine che ci estrapola dal tempo e dallo spazio illimitatamente. Non di pomeriggi passati nella nostra stanza o di quell’intimità che si acquisisce nella preghiera.

Ma di quell’isolamento anima(le) che ha assoggettato molti. Troppi.

 

Guardai un quadro tempo addietro.

 

 

Quadro di Edoardo Bernardi

 

Mi venne addosso una sensazione precisa che riassunsi in una frase: “la vicinanza non basta per toccarsi”.

Cataclisma.

Era lì tutta la questione: nella metro A, sul 19 che incrocia viale Regina Margherita, negli autogrill di Firenze nord o alla coop, mentre si fa la fila per la cassa e in tutti i nostri spostamenti sia mentali che fisici, quante volte ci si tocca, ci si abbraccia, ci si trattiene “a”?

Quante volte si parla e si sorride ad altri uomini che variano da noi come il risultato di una tabellina ma che fanno parte, comunque, di una molteplicità?

L’uomo contemporaneo è un uomo solo. Usa la solitudine come evasione. La cerca come bisogno, moda, non come valore trascendentale. E la trasforma in indifferenza. In emarginazione.

 

Un’osmosi logica. Non prevede tappe graduali. Un vicolo cieco che mette al tappeto le nostre buone intenzioni. Non si passa dall’anacoretismo all’indifferenza, automaticamente. Ci si arriva senza gli intermezzi.

 

Pessoa, nel suo “Libro dell’inquietudine di Bernardo Soares” (pag. 220 ed. ita.), parla di una libertà possibile, se accostata alla capacità di scrostarsi dal bozzolo umano.

Scrive:

“sei libero se puoi allontanarti dagli uomini senza che ti obblighi a cercarli il bisogno di denaro, o l’amore, o la gloria, o la curiosità. Se è impossibile per te vivere da solo, sei nato schiavo”.

Essere in grado di rispondere a se stessi, di bastarsi, di poter fare a meno dei nostri simili e quindi dei sentimenti che questi scaturiscono, paga la cauzione per la libera uscita. Nella dipendenza, un servo. Per egli l’isolamento diviene la chiave necessaria per un approssimato approccio alla libertà.

Isolamento, e non solitudine, intendiamoci: poiché anch’egli si accorge del contraddittorio inganno che entra in gioco: per quanto isolati, non si può raggiungere uno stato massimo di solitudine, possibile solo con la morte, l’unica in grado di esorcizzare il nostro “io”, le paure, gli odori, i suoni, le sensazioni. Poi ricordi, speranze, la relatività di un ente divino. Non sono queste delle forme intrinseche di compagnia? Non lo sono alla stregua della solitudine?

Scrive Thoreau:

“ho sentito di un tale che si era perso in un bosco e stava morendo di fame. La sua solitudine fu alleviata dalle visioni grottesche con le quali, per la debolezza del corpo, la sua immaginazione malata lo circondava. Così anche noi, per salute e per forze mentali e corporali, possiamo essere continuamente allietati da una naturale compagnia e sapere che non siamo soli”.

 

Perché, Dio non voglia, no: non siamo soli. Ed è un dono immane, se ne prendiamo coscienza.

 

Thoreau:

“Tutta la terra che abitiamo è solo un punto nello spazio. Quanto credete che distino tra loro i due più lontani abitanti di quella stella laggiù? Perché dovrei sentirmi solo? Non è il nostro pianeta nella Via Lattea? Di che tipo è lo spazio che separa un uomo dai suoi simili e lo rende solitario? Ho visto che nessuno sforzo delle gambe può far avvicinare due monti tra loro”.

“La felicità è reale solo se condivisa”. Preciserei: tangibile. Non avrebbe senso, altrimenti. O perlomeno: io non saprei che farmene di una felicità non spartibile.

Uomini ascoltatemi: facciamoci vicini. Usciamo dalle prigioni che ci rivestono ogni giorno. Comunichiamo con l’altro. Ascoltiamoci. Pur essendo schiavi, pur non liberi: se vuol dire esserlo dei sentimenti. Delle emozioni. Delle lacrime. Nell’amare e nel concedere non esiste cappio né gravità. Facciamo che l’amore di cui ognuno è capace diventi usufruibile.

Non confondiamo la solitudine con l’incomunicabilità.

Spodestiamo l’indifferenza con tenacia: incontrandoci.

 

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