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Lettera unta

Ho la sensazione che con te, ultimamente, la conversazione sia rimasta al come-stai-bene-e-tu-io-tutto-bene fino a chiederlo all’infinito, tutti i ‘come stai’ dimenticati dalla storia che nessuno ricorda perché troppo indaffarati a studiarla, la storia.

Mi ritrovo a scriverti queste righe amare perché oggi ho la sensazione che il mondo si sia preso gioco di noi, che ogni storia che pensiamo essere unica è fagocitata da una, grande Storia, che annulla tutto, che ci rende superstiti ai nostri stessi sogni. Che ci rende disillusi , ma facendo finta di essere degli illusi.
Oggi mi trovo sputato, su un piatto non pulito bene su cui abbiamo litigato perché anche questo fa parte della Storia, anche se tu non lo sai. Le storie non sono mai originali. La Storia ha già previsto e contiene in sé tutto, ci ritroviamo solo a giocare una partita a scacchi in modo diverso, una partita forse giocata già centinaia di anni fa. Oggi sogniamo le automobili ad idrogeno magari prima si sognava e basta.
Non me la prendo con il piatto non pulito: effettivamente lui non ha colpa se non quella di esistere. La colpa di tutta questa digressione sta proprio sull’unto che non si leva. Le colpe non si cancellano, si semplicemente dimenticano. Facciamo finta di avere dimenticatoi infiniti già collaudati dalla Storia. Quell’unto serviva invece a ricordarci di essere sporchi, esseri infetti e nocivi che pretendono il controllo. Che mirano al controllo.
Il piatto, mi dispiace, l’ho lasciato sporco. Tu non chiedermi come stai, perché oggi non te lo dico.

Come un Re

Non importa quanto nella vita abbiate davvero chiaro dove volete arrivare. Non ve ne preoccupate, perché un giorno lo saprete. Voi siete destinati a capire perché siete qui. Ma questo destino dovete, per certi versi, volerlo, propinarvelo, bramarlo.

Non sono mai stato uno che si è posto grandi domande riguardo il futuro. Lasciavo piuttosto che il futuro se ne restasse rincantucciato nel suo buio angolino di non-esistenza. Guardavo al Futuro con superiore distacco, con superba e fiera indifferenza.

Io sono sempre stato l’Aquila del Presente, dispiegavo fiero le mie ali e nulla poteva toccarmi, né occhio d’avvoltoio desiderare la mia carogna, né il ghigno delle iene seppellirla.

Ero sicuro di non morire. Le aquile non muoiono: ad un certo punto della loro vita si ritrovano semplicemente a volare in un’immensa distesa di luce, non più cielo, ma pura luce…

Poi un giorno, non ricordo bene come accadde, una corrente o un vuoto d’aria mi fece precipitare come un peso morto sulla terra. Il tonfo, a differenza di come l’avevo immaginato, fu morbido, quasi piacevole, l’impatto si rivelava quasi una perversa necessità.

La necessità di chi mette alla prova se stesso, misurandosi con i propri limiti di fallibilità, ma prima che appresi questo, a lungo vissi sulla morbida terra, ne mangiai i frutti amari, ne capii il secco ripetersi delle stagioni, la precaria armonia di una danza di vita e di morte.

Del tempo è stato necessario per riprendere a volare. Anche solo guardare un punto nel cielo mi spaventava. Poi ci si ricorda di avere un’apertura alare degna di un Re.

E si vola.

…Anche se non è così semplice come sembra. Affatto.

Lettera aperta a LordBad.

Porthos è il mio cane. Porthos è vivo. Oggi è stato investito. E’ uscito fuori dal suo territorio. Dalla sua casa. Si è spinto oltre, come un Ulisse al di là delle colonne. Una macchina in velocità. L’ha colpito. Lui è balzato.

Ho capito che la morte è fantasiosa. Questo non vuol dire che la morte non è uguale per tutti.

La morte è morte.

Anche quando scherza.

Anche quando fa finta di prenderti e poi ti molla di colpo.

Provo invidia per chi ama la vita. Ignaro. Per inconsapevolezza; per troppo ardore; per ignoranza.

Ignaro che la vita è esattamente come la morte. Ti coglie alla sprovvista. Un giudice che sbatte forsennato il martelletto e decreta se tu devi vivere o devi morire.

Basta un tanto. Una parola. Una parola e tutto diventa Storia.

Il verbo si è fatto carne ecc… , ecc…

Non tutti sanno quanto le parole sono inutili. Non tutti gli scrittori se ne accorgono. Pochi sono quelli che lo dimostrano.

Vedete, siamo degli abusatori. Di parole e quindi di promesse. E il coraggio è la rogna dell’anima. Nessun antibiotico lo combatterà.

Viviamo impauriti. Viviamo miseri.

Siamo plasmati con la miseria. I “plasmon” dell’emozione.

Ed il tempo non è fermo come l’orologio della mia stanza. Il tempo va. Su un purosangue e non un ronzino, come spesso si crede.

Per quanto la vita non si presta alla vita, e quindi ad essere vissuta nella sua interezza, noi abbiamo il diritto e il dovere di sacrificarci, o quantomeno di sforzarci, di andare oltre le nostre potenzialità. I nostri limiti.

Potremmo essere e diventare tutto ciò che vogliamo, se solo lo volessimo.

Cosa ci ferma? Cosa ci blocca? Perché abbiamo tanto timore? Cos’è questo timore che ci impedisce di…?

E’ il non voler perdere quello che si ha. Perché siamo persone comode, fondamentalmente. Comodi comodini accomodati.

Stiamo buttando un sacco di tempo in attesa di un tempo.

Migliore.

E se quel tempo non arriverà mai?

Cosa conta maggiormente: l’attesa del tempo o il tempo dell’attesa?

Qualunque sia la domanda, noi ci stiamo accontentando.

Comunque ci accontenteremo. Ecco perché credo fermamente che bisogna fare almeno il possibile per cambiare le carte in tavola e stravolgere la partita.

Stravolgerci. Sì. Vi rendete conto che la materia, il tatto sarà una delle primissime cose che non ci saranno concesse, domani?

Troppo spesso si ha il timore di accorgersi che si può essere felici anche non essendo se stessi, non essendo uguale a ieri.

Spesso si ha paura di accorgersi che si può perfino non essere felici. Perché fa parte della vita. Del gioco.

Sono franlinguamozza. E come i sette venti sanno, ho il vizio di parlare e dire ciò che penso.

Ora tu, Lordbad, puoi fare orecchie da mercante. Riderci su o perfino commentare con la tua forbita dialettica.

La verità sarà sempre una: potrai guidare questa barcaccia su qualsiasi oceano tu voglia, ma non sarai in grado di guidare il veliero della tua vita se continuerai ad usare la bussola.

Tuo, frank.

Ci sono giorni come questi.

Ci sono giorni in cui tutto procede verso la deriva. Ti accorgi, in quei precisi giorni, magari afflitto da un mal di denti, un mal di pancia, un’allergia spericolata, che niente poteva andare diversamente.

Ci sono giorni in cui la tua vita è una merda. A patto che la merda sia cattiva: del resto chi l’ha mai assaggiata? Per assiomi mentali la merda è una merda. Avrà un sapore disgustoso. Puzza. E’ vero: ma qualcuno ha mai avuto il coraggio di assaggiarla?

E poi dite: “io vivo.”

Come si fa a vivere una vita che non è vostra? Non lo è mai stata, tantomeno lo sarà mai.

Questa NON è la mia vita. E’ di qualcun altro; può darsi di nessuno.

Magari un cortocircuito lì, nell’universo, ha deviato qualche piano astrale e la vita che abbiamo sempre sognato ora è diventata la vita che da sempre odiamo.

Più ci si convince di vivere a fondo la vita e meno la si vive, del resto. Più non ci si preoccupa di viverla e ancor meno la si sta vivendo.

Di cosa parliamo, in fondo? Di qualcosa che non ci appartiene, che non è di nostra proprietà. Pensiamo: “la mia vita!”.

Cazzo. Se fosse stata la MIA vita l’avrei vissuta come dicevo io, ed invece no. No. La vita non riesci mai a viverla come dici tu.

Qualcuno dice: “la vita è un dono, un dono del Signore”.

Voglio dire. I doni non si scelgono. Quando qualcuno ti si presenta alla porta con un regalo il giorno del tuo compleanno e tu, incazzato perché ti senti troppo vecchio per queste cose, bé, quel regalo non l’hai di certo scelto tu. Potrà trattarsi di un paio di mutandoni extra large, di un berretto da baseball, (ma tu non hai mai giocato a baseball, neanche lo hai mai guardato, “che diamine è il baseball?”). Potrà trattarsi di un Iphone ultima generazione ed allora lì il discorso è un po’ diverso, tuttavia, si tratta di qualcosa che ti capita all’improvviso per volontà altrui e che tu ti becchi così, per come è, a seconda dei gusti o dell’esperienza del mittente. Eccola là, la vita. Un regalo che non hai mai richiesto e che festeggia un compleanno che ti ricorda ogni anno che sei vivo e che per qualcuno esisti. Dio, mi sento come un bambino costretto ad indossare degli abiti ridicoli che non sceglierà fino all’adolescenza, solo per soddisfare il gusto bizzarro dei genitori sessantottini.

 
 
 

Ci sono giorni in cui ammazzeresti anche il tuo cane che abbaia. Il cane è felice. Tu no, e quella felicità data ad un essere inferiore non puoi sopportarla.

Ci sono giorni in cui vorresti morire, ma a farti rimandare la scelta non è tanto la convinzione di suicidarsi, piuttosto il modo in cui farlo.

Ci sono giorni in cui la pistola è lì, pronta sul tavolo, e fai certi pensieri tipo: “una vita che finisce, in cambio di una vita che comincia”, attribuendo a quella pistola quasi un’anima.

Ci sono giorni in cui diresti alla donna che ami: “tu non sei una puttana, una puttana come si deve”, e come in uno sceneggiato surreale lei, offesa, replica “cosa dici, perché mai, ho fatto del mio meglio” e tu, col sorriso da disilluso, la cravatta ciondolante su una spalla e la classica sigaretta fumata male tra le labbra, le rispondi “perché tra tutti, ti sei dimenticata di amare me”.

Ci sono giorni in cui: -“Che dici, passerà?” -“Certo che passerà. Purtroppo passerà”.

Ci sono giorni dove la consapevolezza che stai buttando la tua vita, è precisa. Netta. Definibile. Quei giorni in cui la noia si fa boa, e ti stritola il cervello e le sensazioni diventano scalini gelidi di una tomba funebre.

Ci sono giorni in cui è meglio dormire. Farsi l’ultimo sorso di vino, e dormire.

Al risveglio resterai l’impresario di una vita non amministrabile.

Il solo attimo da cogliere è quello non colto.

Frank lingua mozza is back.

Ci sono giorni in cui vaffanculo.

Post con zero zuccheri e il 50% di grassi in meno.

Ci sono posti in cui nessuno va mai.

Mari nei quali è pericoloso avventurarsi senza una bussola e senza conoscere le costellazioni.

L’unica vera impresa eroica che un uomo sia in grado di fare è quella di amare una donna e l’unica vera impresa eroica che una donna sia in grado di fare è quella di amare un uomo.

Ci sono deserti attraversati da nessuna strada, dove l’anima vaga e ogni tanto sosta sul ciglio di una duna e fa l’autostop, finché il vento non sposta la duna.

Bisogna avere molto coraggio e molta fantasia per vivere.

Non bisogna inseguire i miti eterni della felicità e della serenità: sono tutte favole.

Occore credere nella leggerezza dell’essere. Che è tutt’altro che superficialità. La felicità è superficiale, è un vestito che metti e togli quando vuoi, così anche la serenità. Ma la leggerezza dell’essere, la consapevolezza del suo gravare, il suo peso, la si avverte solo dopo un lungo percorso. Non saremo per sempre giovani steli immaturi e i primi segni, ricordi, già ce li portiamo dentro.

Ora, dopo un percorso, io inseguo e amo soltanto la leggerezza.

Luna park p.m. quando le giostre sono ferme

La malinconia da luna park ha colori elettrici e fumi di vaniglia, confonde i ricordi, i gesti, i volti, e tutto diventa un vortice che precipita verso la fine, la gabbia del tempo accumula le ali spezzate: chi sarà il temerario che andrà a recuperare le tue?

Il pagliaccio triste cucirà un filo di sogni con le sue lacrime.

Saranno state spese invano? Il domatore di tigri crede che quelle lacrime siano la cosa più preziosa che ci sia al mondo, persino più preziosa del ricordo suo più caro, e ne ha avuti di bei ricordi, il domatore di tigri. Pensa che quelle lacrime conducano alla felicità: sono di questa pasta i torrenti che affiorano improvvisi sull’impervia strada di montagna, quando il sole cade a picco tra i secchi arbusti e tutto sembra immobile.

Al di là di ogni presunzione e solitudine un uomo resta solo con se stesso e le sue decisioni ogni volta che riceve una delusione. E le delusioni sono le stelle per orientarci in una notte senza fari, mare forza dieci.

Questa vita è fatta di giustificazioni, di illusioni, di inganni, soprattutto di auto-inganni. Pochi hanno il coraggio di inseguire un sogno fino in fondo, di rinunciare a tutto per quel sogno, e pochi sogni sono peraltro sogni veri, sogni per cui vale la pena.

Coltiviamo la fragile illusione di esserci per sempre e invece basterebbe un niente, da un secondo all’altro, ed ecco tutta la nostra rabbia, la nostra calma, le parole, gli abbracci, tutte le cose fatte…non ci sono più.

E tutte le maledette occasioni mancate sono un treno che ci attraversa a una folle velocità.

E poi c’è quella forza che dovrebbe mandarci avanti, che ogni tanto si chiama inerzia, ogni tanto si chiama orgoglio, e fa la differenza tra “respirare” e “vivere”.

Morire come le allodole
assetate
sul miraggio

O come la quaglia
passato il mare
nei
primi cespugli
perchè di volare
non ha più voglia

Ma non vivere di
lamento
come un cardellino accecato

da Agonia – Ungaretti

Che sciocchezza

“Ero quasi convinto sai?”

“Di cosa?”

“Che non valesse la pena, o che almeno non valesse più la pena, come un tempo”

“E invece?”

“E invece no. Quel tizio che per primo disse carpe diem aveva ragione! Bisogna cogliere davvero l’attimo, perché non torna. Che tragedia!”

Lei si era accovacciata sulla roccia più alta. Dopo sei ore erano riusciti ad arrivare in cima. Da lì potevano vedere il rifugio più a valle. Lui se ne stava sdraiato in una piccola radura, attento a non calpestare troppi fiori. Aveva detto che aveva voglia di fumare una sigaretta ma, una volta tirato fuori il pacchetto, il desiderio era svanito. Kate tirò fuori una bottiglia d’acqua.

“Hai sete?”

“No” – rispose Jim.

“Guarda: da qui la vista è bellissima.”

“Vorrei che fosse così per sempre.”

“Così come?”

“Così, che nella vita si potesse sempre avere una vista così.”

Kate rimase a pensare a quello che aveva detto Jim. Iniziò a mangiare un panino.

“Penso che ogni volta che avrai bisogno di una vista del genere, potrai scalare tutte le montagne che vorrai.”

“Non tutte le montagne promettono la stessa vista.” – le replicò Jim.

Kate finì di mangiare, scese un po’ con le ginocchia e si sdraiò sulla roccia.

“Solo cielo!” – esclamò

“Ti piace, vero?”

“Sì” – lei sorrideva.

Lui salì accanto a lei.

“Questi sono quei momenti in cui il resto non ha più importanza…quei momenti in cui…” – lasciò la frase in sospeso.

“Quei momenti in cui?” – lo incalzò lei, guardandolo.

“Quei momenti in cui mi importa solo di te.”

“Come fai a dirlo?”

“Come faccio a dire cosa?”

“Che ti importa solo di me. Come fai a dire che sei innamorato di me? Hai una vaga idea di chi sono io?”

Lui rise.

“E tu ce l’hai una vaga idea di chi sei?”

“Io so chi sono e cosa voglio per essere felice” – disse lei annuendo. Ancora non staccava lo sguardo da lui.

“Io so chi amo, e per questo posso dire di essere innamorato.”

“Che sciocchezza!”

“Bisogna pur cogliere l’attimo, fallo!”

“Cosa dovrei fare?” – lei si era tirata su con i gomiti.

“Vivi…” – le disse lui.

Il sole era alto, a mezzogiorno.

non c’è montagna più alta di quella che non scalerò
non c’è scommessa più persa di quella che non giocherò – Jovanotti, Ora, 2011

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