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Una proposta per la crisi

Se davvero vogliamo superare la crisi, dobbiamo evolverci tutti cocomeri!

L’uomo cocomero guarda fiducioso al futuro.

Amatoriale quotidiano

“Dove sono andati i tempi di una volta per Giunone, quando ci voleva per fare il mestiere anche un po’ di vocazione” – De André

Ho provato a fare una seria ricerca sulla vita delle porno star. Purtroppo non sono giunto a grandi conclusioni, a parte alcune confessioni e iniziazioni strane. Non parlo né del senso esistenziale (l’attrice porno, per esempio, la consideriamo una prostituta o semplicemente un’artista?) o del senso meramente metrico (non parlo esattamente della lunghezza della pellicola…).

Mi chiedo, quotidianamente, quanto influisca il tempo di preparazione per un film sul resto degli impegni nella vita cosiddetta privata (vedi pagamento bollette, colazione, pulire casa). Per esempio, se uno è in ritardo per arrivare sul set, mangerà solo un tramezzino? Oppure salta il brunch e poi si lava i denti (per ovvi motivi) prima di mangiare nel pomeriggio? Ma se arriva tardi – il traffico c’è anche per gli attori porno o, peggio, un ritardo nel ritiro dei bagagli all’aeroporto – ha tempo per fare riscaldamento prima di lavorare?

Poi: “Papà dove vai ora?” “Lavoro”. A che età bisogna dire ai propri figli che il loro concepimento è registrato? Il papà misteriosamente risponderà: “Un giorno affitteremo un film e capirai”. Il bambino pensava effettivamente che suo papà fosse un attore. Senza aggettivi aggiunti.

La dieta di un attore. Roba seria.
1. Addominali e pettorali (dipende anche dalla categoria)
2. Chiappe sode (il famoso lato b)
Effettivamente il lato estetico diventa una legge di vita. Il lato estetico essenzialmente è collegato al lato B della situazione. Questi attori non ci mettono soltanto la faccia, ma molte altre cose. In ogni modo gli attori porno dovrebbero avere un dietologo.

Altra cosa. Parliamo di rischio malattie. Mi chiedo per esempio quale sia la spesa media in contraccettivi di un pornoattore/ttrice. Dov’è il sindacato del porno? Mi par strano che, in codesti giorni, non ci sia tal sindacato. Seriamente: possono gli attori scioperare? Chi è che difende i diritti. Noi di V&M la lanciamo come richiesta ufficiale in cui anche questa categoria sia protetta (non solo la fascia): che sia aperto un tavolo della concertazione sociale. Ma poi, mi chiedo, nascerebbe una nuova categoria sindacale? Del tipo: “F.O.T. & work ” ? (dove F.O.T. sta per fuck on the table)

Allora, proponiamo di più. Vogliamo un porno europeista. Qualcuno aveva tentato la mossa, ma non è stato capito. La strategia del Bunga Bunga, le varie serate: tutto in una chiara strategia di difesa della categoria. Perché non se ne è mai accorto nessuno? Probabilmente non aveva molte raccomandazioni in quel settore, tant’è che doveva farsi appoggiare da chi “ce l’aveva duro” (o almeno così diceva).


Cicciolina in Parlamento? Ecco, era il primo passo per rivendicare la quotidianità: perché non offrire agevolazioni per comprare cavalli nei propri appartamenti? (purtroppo lo sappiamo: anche questa attrice lo faceva solo per la pensione parlamentare…come dite? Cicciolina non si tocca? Be’, secondo me si toccava eccome!). Oppure: quanto pesa l’IMU nell’affittare appartamenti per girare film amatoriali?

Full Monty: speriamo che l’Italia non vada a puttane.

Ma quale logica?

Dai, ancora? Il solito post sui social network? E basta, vai al mare!

I social network, specialmente in determinate giornate uggiose (sì ci possono essere giornate uggiose anche se apparentemente assolate), sono il terreno fertile per la circolazione di tanti link e citazioni riassuntive della situazione mondiale/nazionale/personale.

Nondimeno sono spesso il primo a buttare qui e lì qualche citazione.

Sapete che ho notato? Una cosa non tanto curiosa alla fine dei conti. Se condivido nel mio Facetrix (Facebook + Matrix) un determinato link, posso dire con abbondante sicurezza quali persone lo approveranno, e quali invece ne dissentiranno chiaramente.

Non sono il tipo al quale piace la musica metal. In realtà non mi piacciono molte cose in questo mondo, a parte le patatine fritte e la coca cola. Però, mettiamo che io pubblichi un link di musica metal. Ho potuto verificare che in questo caso i “mi piace” provenivano da persone al quale piaceva il metal.

E così via con altri tipi di link.

Ora mi rendo conto di non aver scoperto il vapore acqueo: è chiaro che ci troviamo di fronte al meccanismo della domanda e dell’offerta, più semplificato.

Ma il punto è che è diventato tutto così…prevedibile. La vita perde rapidamente sapore. Niente ci sorprenderà più. La rivoluzione inizia dal cambiamento, non dal raro verificarsi del previsto, ma dalla totale imprevedibilità.

Sorprendi te stesso.

Ora, fra i vari link che ho trovato in giro oggi ho raccolto questo:

Per me queste sono 7 stupide follie in quanto:

1: intendi davvero far pace con il tuo passato? Il passato è ciò che siamo ed è un tutt’uno con il presente. E poi come faccio a far pace con il passato se, per dirla con Leopardi, è funesto a chi nasce il dì natale? Non sarà con consigli new-age e bignami della vita che risolverete i vostri problemi.

2: quello che gli altri pensano di me mi riguarda eccome, con determinate conseguenze sociali, politiche e giuridiche.

3: il tempo non guarisce nulla. Qualsiasi male tu abbia, farà male per sempre. C’è soltanto una cosa che guarisce e no, fratello, non si chiama “amore”.

4: se tu sei la ragione della tua felicità, potresti fare a meno di vivere in società.

5: i paragoni aiutano a crescere.

6: pensa. Trova le risposte.

7: sorridi soltanto se possiedi tutti i problemi del mondo.

La solitudine del capotavola

C’è un posto particolare quando ci si siede a tavola in comitiva: quello di capotavola.

Di solito si dice anche “Chi siede a capotavola paga per tutti!”, modo di dire che non è esente dalla tradizione storica che a lungo ha designato la croce e delizia di queste mangerecce in compagnia.

Vero anche che la Storia dimostra il contrario: chi ha pagato non è il capotavola, ma gli esclusi dalla tavola!

Ciò che spesso viene sottovalutato è la condizione esistenziale propria del posto riservato a “capotavola”, e cioè la solitudine del capo(tavola).

Sebbene chi sieda in una posizione tale da poter ammirare l’intera platea di bocche intente a parlare e masticare appaia al centro dell’attenzione, nello stesso tempo la sua posizione di “controllore” o di foce/sorgente del fiume lo relega a figura solitaria del simposio.

Il capotavola assurge a funzione catartica del flusso di cibo e bevande, degli sguardi che da lui/lei sono calamitati e subito perduti, perde qualità, interesse, diventa quasi una sorta di fondale.

La stessa solitudine che permea i leader, pericolosa e fragile, perché un uomo politico solitario è finito. Altrettanto quello religioso o sociale in genere.

Il carisma del capotavola è destinato ad essere perso. Verrà interpellato di tanto in tanto per qualche battuta, e lui potrà decidere se limitarsi ad osservare la scena, registrare e convergere i dati, oppure cambiare posto.

Forse il buon politico ruota intorno al banchetto, ascolta le varie posizioni, rifugge dalla solitudine di quel trono lontano.

O forse il capotavola è soltanto un’illusione, un paradosso della geometria euclidea, un errore nella sintassi. D’altronde qualcuno disse “Gli ultimi saranno i primi.”

Inferno, Canto I, 22-27

E come quei che con lena affannata, 
uscito fuor del pelago a la riva, 
si volge a l’acqua perigliosa e guata,

così l’animo mio, ch’ancor fuggiva, 
si volse a retro a rimirar lo passo 
che non lasciò già mai persona viva.

Dedicato all’Italia e a tutti quelli che stanno passando un periodo difficile della loro vita: non mollate.

Lordbad

C’era una volta la politica

Ciò che ho cominciato ad accorgermi facendo il blogger è che lentamente sono passato dal fare i grandi sermoni, generalisti con termini filosofici e quant’altro, a fare i sermoni però in prima persona. Un’interessante scelta che non so quanto paga, ma almeno non fa evadere il fisco. Fatta la solita premessa da apprendista blogger, quello che proprio non mi va giù è come stiamo concependo la politica.

Mi mancano quegli ampi dibattiti, discorsi, forum, se volete anche un po’ intellettuali, in cui si parli di aborto, bioetica, partecipazione, pluralità, libertà. Non si deve parlare solo ai fini di fare leggi, un uso strumentale della politica che disprezzo, ma per rifare cultura. È questo che mi trovo a criticare della politica, fin dalle manifestazioni più semplici e locali.

La politica sta lì, oramai, compressa tra economia, interessi ed emergenze. La cultura si è andata a far benedire, come si suol dire. Non che abbiamo bisogno di preti per parlare di cultura: abbiamo bisogno piuttosto di chi si fa prete per la cultura. Il dibattito on-line sta prendendo il posto di quel processo di formazione dell’opinione pubblica che consideravo essere sacrosanto appannaggio della politica, non dei blogger. Che poi, se ci sono blogger e per giunta politici, ben venga.

La politica deve ridiventare il timone, non parlucchiare, sbocconcellare, rattoppare, eseguire ordini, fare capolino. Questo è solo un disprezzare la politica. La politica non si misura da quante leggi vengono emanate. Ma da come le leggi vengono emanate. Paradossalmente vorrei che nessuna legge venisse approvata, ma che, almeno, si mobilitino le persone, che qualcuno ritorni ad incazzarsi in maniera costruttiva, non per vongolesche necessità, facendosi, quindi, alleato di Capitan Findus.

Come avrete notato parlo di cultura, forse, in maniera inappropriata. Quando parlo di cultura mi sento umanista, non penso a qualcosa di asettico, ma di pulsante. Forse è pericoloso dire che la ‘politica fa cultura’ : con questo non intendo affatto pensare ad un’attuale forma di politica. Ma a quella forma originaria, di partecipazione e discussione. Le persone sono troppo presi dal tram, dai processi già realizzati, piuttosto che essere parti dei processi.

Gli animali politici sono allo zoo, pronti per i prossimi turisti cinesi. Questo è il punto. Tra loro non parlano, cercano di fuggire pochi alla volta, senza progettare però la propria libertà.

Guardate la Grecia, guardate l’Europa. Quale politica vogliamo per il futuro? Votare ancora chi è il meno peggio? Ma si tratta solo di votare per risolvere?

Le cose da non fare quando nevica

  1. Scrivere frasi sul bianco Natal nel vostro status su Facebook quando invece non è Natale
  2. Fare collegamenti tra il sorriso del partner e la neve, se fuma
  3. Parlare del clima di Porto Alegre in questo momento
  4. Credere a chi vi dirà “Qui i romani inventarono il sorbetto”
  5. Dire che si stava meglio quando si stava peggio.

 

Tanto lo sappiamo dove tutta questa neve finirà

All’ICI , all’ICI!

 

a) alla marinara

b) solo di venerdì perché siamo cattolici

c) per tutti

Campagna economica a difesa degli artigiani del mandolino

E ora chi difenderà il mandolino?

Mio fratello l'ha aggiunta al parcheggio sotto casa.

Ripensare la crisi

Piuttosto dovremmo vedere la crisi come un momento di apparizione della verità. (tengo a sottolineare che piuttosto presuppone un lungo discorso precedente abbastanza noioso che avrebbe dovuto controbattere questa semplice posizione, ma siccome va di moda il pensiero unico, lo adotto anch’io in questo articolo checché i nostri più fedeli collaboratori di ciurma siano appassionati di un corretto uso dell’italiano e facciano smorfie verso il ‘checché’. Dunque punto a capo)

La crisi dovrebbe essere, anzi, il momento di restituzione della stessa, il momento in cui tutto ciò che era stato occulto e faceva parte di quel generico bene che scorre ogni giorno e in cui presumiamo essere si svela come un’accozzaglia di tante realtà che, per caso, trovavano il proprio strutturarsi in bene. Ovvero, detto diversamente: la crisi scopre le carte.

La crisi deve appunto essere il momento in cui le realtà che avevano giocato pulito riemergano. Dicano: eccomi, sono pronto a vincere. Perciò è nella crisi che si misura il genio perché il genio presuppone una cesura, una rottura con la realtà borghese, ordinaria. La crisi richiede genialità che si ritrova proprio nella borghesia del pensiero. I rapporti , per un breve periodo vacillano, cercano nuovi equilibri. I nuovi equilibri superano il medioevo: i medioevi sono periodi non solo di passaggio, ma momenti di preparazione, di fermento, di brio occulto. Ecco che la crisi c’è: dà modo alle energie inespresse di essere rilasciate.

Certo: le crisi fanno male. Vallo a dire alla classe media greca e a quella italiana. Fanno male perché costringono il pensiero in una nuova direzione e lo costringono a pensare alla dimensione vecchia in modo diverso.

Il pensiero unico, oggettivizzante richiede un nuovo soggetto che lo pensi. E che lo pensi diversamente. Può occorrere molto tempo prima che il pensiero si superi di nuovo, anche perché deve fare in modo di mettere i piedi in un terreno paludoso. Non può continuare a puntellare qualcosa di vecchio.

La faccio troppo lunga? Forse. Di medioevi ne scorrono molti e, ripeto, dovrebbero essere visti positivamente, con il dolore della sopportazione e dell’inventiva.

Purché non si rinunci, purché non ci si concentri solo sui problemi, quanto sulle soluzioni.

Scelte scelte da tutti

Chi cerca trova, la democrazia, certo. Ma essa non può essere imposta perché la democrazia nasce essenzialmente come scelta, che lo si voglia o meno. Scelta che deve essere scelta.

Per questo bisogna trovare il senso del futuro. A partire da dopodomani, perché domani c’è la marcia. Da lunedì si deve costruire di nuovo un mare, un mare che ora è una fossa. Non più medio tra le terre, ma medio tra i mondi. Al di qua e al di là, anzi propriamente aldilà.

Quindi un altro mondo è possibile esiste. Dobbiamo per forza di cose accorgercene: la cittadinanza non può essere più usata come ultimo privilegio di una casta ormai stanca, stanca economicamente e civicamente. Arrogarsi il proprio diritto a vivere il mondo senza lasciarlo vivere agli altri si chiama violenza, si chiama sopruso.

Una democrazia come può esistere solo con elezioni? Oppure esiste una sola democrazia, una per tutti? La scelta, dunque, di chi è?

Dove sei Stato?

Dove sei Stato durante tutto questo tempo, mentre noi eravamo?

Eravamo ai mondali del 1982 e abbiamo esultato con il bottone fuoriposto del Presidente Pertini.

Eravamo inerti davanti alle stragi (Capaci, Piazza Fontana, Bologna) ma eravamo anche arrabbiati e avevamo voglia di ricominciare.

Eravamo davanti ai televisori: Kosovo, Libano, Afghanistan, Tunisia. Ma non era una crociera nel Mediterraneo. Assomigliava più a una sorta di “crociata”.

Eravamo pronti a farci valere, a non vacillare. Eravamo nazione, e lo siamo ancora.

Ma la libertà va tenuta d’occhio, non nel senso di “controllata”, ma nel senso di “tutelata”. La conservazione di uno stato libero del cittadino è un passo ancora più delicato che non la conquista dello stesso. Anzi, è nella difesa costante delle libertà civili che risiede la vera conquista. Ad accendere un cerino ci vuol poco, difficile è tenere accesa la fiamma. Basta un colpo di vento, una distrazione, e la fiamma trema. La libertà è un fuoco che va alimentato ogni giorno perché possa illuminare le notti più scure.

Primo dovere del cittadino è: pensare.

“Pensare” è un diritto/dovere implicito. Non è scritto da nessuna parte, è “quasi ovvio” come era ovvio dove si trovasse la lettera nascosta di Edgar Allan Poe, così ovvio che potrebbe saltare come premessa, essere sottovalutato, e quando si sottovaluta si finisce con il dimenticare, e quando si dimentica: la Storia ripete i suoi orrori.

Ma la Storia non è un videogame con dei punti di salvataggio che puoi fermarla. Va avanti. Mentre respiriamo, mentre mangiamo, mentre tiriamo lo sciacquone, la Storia è.

Il problema non è pertanto strettamente filosofico (o nel suo esserlo ci riguarda appunto confidenzialmente, dal momento che la filosofia tenta di risolvere gli unici reali problemi umani).

Secondo la mia modesta opinione ci troviamo di fronte a una ridefinizione geopolitica e culturale del concetto di sovranità. Lo stato nazionale sta attraversando una nuova fase di gestazione. Non so bene cosa ne verrà fuori: se un mostro a dieci teste o una nuova Atlantide. Ma so per certo che siamo nel mezzo.

Raccolgo in giro per l’Italia alcune ordinanze. Una di queste vietava la vendita di bevande tanto alcoliche che non alcoliche dopo le ore 21:00 o, per meglio precisare, la consumazione al di fuori del locale.

Il cittadino deve chiedersi perché non può bere acqua al di fuori del locale.

H2O. Il mercato nero dell’acqua apre alle 21:01.

Ma non perdiamoci in queste contingenze. Impariamo a guardare le cose dall’alto: una prospettiva globale delle situazioni, finanche delle singole ordinanze. Chiediamoci sempre dove stiamo andando.

Guarda dove vai, Italia.

Guardati un po’, quanto sei bella.

1,2,3…Stella. Chi è Stato?

Posizioni eco-logiche

 

Abbiamo un compito: tenere la lampadina accesa. Quella delle coscienze, che non deve mai essere a risparmio energetico.

 

 

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