La solitudine del capotavola
C’è un posto particolare quando ci si siede a tavola in comitiva: quello di capotavola.
Di solito si dice anche “Chi siede a capotavola paga per tutti!”, modo di dire che non è esente dalla tradizione storica che a lungo ha designato la croce e delizia di queste mangerecce in compagnia.
Vero anche che la Storia dimostra il contrario: chi ha pagato non è il capotavola, ma gli esclusi dalla tavola!
Ciò che spesso viene sottovalutato è la condizione esistenziale propria del posto riservato a “capotavola”, e cioè la solitudine del capo(tavola).
Sebbene chi sieda in una posizione tale da poter ammirare l’intera platea di bocche intente a parlare e masticare appaia al centro dell’attenzione, nello stesso tempo la sua posizione di “controllore” o di foce/sorgente del fiume lo relega a figura solitaria del simposio.
Il capotavola assurge a funzione catartica del flusso di cibo e bevande, degli sguardi che da lui/lei sono calamitati e subito perduti, perde qualità, interesse, diventa quasi una sorta di fondale.
La stessa solitudine che permea i leader, pericolosa e fragile, perché un uomo politico solitario è finito. Altrettanto quello religioso o sociale in genere.
Il carisma del capotavola è destinato ad essere perso. Verrà interpellato di tanto in tanto per qualche battuta, e lui potrà decidere se limitarsi ad osservare la scena, registrare e convergere i dati, oppure cambiare posto.
Forse il buon politico ruota intorno al banchetto, ascolta le varie posizioni, rifugge dalla solitudine di quel trono lontano.
O forse il capotavola è soltanto un’illusione, un paradosso della geometria euclidea, un errore nella sintassi. D’altronde qualcuno disse “Gli ultimi saranno i primi.”

Inferno, Canto I, 22-27
E come quei che con lena affannata,
uscito fuor del pelago a la riva,
si volge a l’acqua perigliosa e guata,
così l’animo mio, ch’ancor fuggiva,
si volse a retro a rimirar lo passo
che non lasciò già mai persona viva.

Dedicato all’Italia e a tutti quelli che stanno passando un periodo difficile della loro vita: non mollate.
Lordbad
C’era una volta la politica
Ciò che ho cominciato ad accorgermi facendo il blogger è che lentamente sono passato dal fare i grandi sermoni, generalisti con termini filosofici e quant’altro, a fare i sermoni però in prima persona. Un’interessante scelta che non so quanto paga, ma almeno non fa evadere il fisco. Fatta la solita premessa da apprendista blogger, quello che proprio non mi va giù è come stiamo concependo la politica.
Mi mancano quegli ampi dibattiti, discorsi, forum, se volete anche un po’ intellettuali, in cui si parli di aborto, bioetica, partecipazione, pluralità, libertà. Non si deve parlare solo ai fini di fare leggi, un uso strumentale della politica che disprezzo, ma per rifare cultura. È questo che mi trovo a criticare della politica, fin dalle manifestazioni più semplici e locali.
La politica sta lì, oramai, compressa tra economia, interessi ed emergenze. La cultura si è andata a far benedire, come si suol dire. Non che abbiamo bisogno di preti per parlare di cultura: abbiamo bisogno piuttosto di chi si fa prete per la cultura. Il dibattito on-line sta prendendo il posto di quel processo di formazione dell’opinione pubblica che consideravo essere sacrosanto appannaggio della politica, non dei blogger. Che poi, se ci sono blogger e per giunta politici, ben venga.

La politica deve ridiventare il timone, non parlucchiare, sbocconcellare, rattoppare, eseguire ordini, fare capolino. Questo è solo un disprezzare la politica. La politica non si misura da quante leggi vengono emanate. Ma da come le leggi vengono emanate. Paradossalmente vorrei che nessuna legge venisse approvata, ma che, almeno, si mobilitino le persone, che qualcuno ritorni ad incazzarsi in maniera costruttiva, non per vongolesche necessità, facendosi, quindi, alleato di Capitan Findus.
Come avrete notato parlo di cultura, forse, in maniera inappropriata. Quando parlo di cultura mi sento umanista, non penso a qualcosa di asettico, ma di pulsante. Forse è pericoloso dire che la ‘politica fa cultura’ : con questo non intendo affatto pensare ad un’attuale forma di politica. Ma a quella forma originaria, di partecipazione e discussione. Le persone sono troppo presi dal tram, dai processi già realizzati, piuttosto che essere parti dei processi.
Gli animali politici sono allo zoo, pronti per i prossimi turisti cinesi. Questo è il punto. Tra loro non parlano, cercano di fuggire pochi alla volta, senza progettare però la propria libertà.
Guardate la Grecia, guardate l’Europa. Quale politica vogliamo per il futuro? Votare ancora chi è il meno peggio? Ma si tratta solo di votare per risolvere?
Le cose da non fare quando nevica
- Scrivere frasi sul bianco Natal nel vostro status su Facebook quando invece non è Natale
- Fare collegamenti tra il sorriso del partner e la neve, se fuma
- Parlare del clima di Porto Alegre in questo momento
- Credere a chi vi dirà “Qui i romani inventarono il sorbetto”
- Dire che si stava meglio quando si stava peggio.

Tanto lo sappiamo dove tutta questa neve finirà
All’ICI , all’ICI!
a) alla marinara
b) solo di venerdì perché siamo cattolici
c) per tutti

Ripensare la crisi
Piuttosto dovremmo vedere la crisi come un momento di apparizione della verità. (tengo a sottolineare che piuttosto presuppone un lungo discorso precedente abbastanza noioso che avrebbe dovuto controbattere questa semplice posizione, ma siccome va di moda il pensiero unico, lo adotto anch’io in questo articolo checché i nostri più fedeli collaboratori di ciurma siano appassionati di un corretto uso dell’italiano e facciano smorfie verso il ‘checché’. Dunque punto a capo)
La crisi dovrebbe essere, anzi, il momento di restituzione della stessa, il momento in cui tutto ciò che era stato occulto e faceva parte di quel generico bene che scorre ogni giorno e in cui presumiamo essere si svela come un’accozzaglia di tante realtà che, per caso, trovavano il proprio strutturarsi in bene. Ovvero, detto diversamente: la crisi scopre le carte.

La crisi deve appunto essere il momento in cui le realtà che avevano giocato pulito riemergano. Dicano: eccomi, sono pronto a vincere. Perciò è nella crisi che si misura il genio perché il genio presuppone una cesura, una rottura con la realtà borghese, ordinaria. La crisi richiede genialità che si ritrova proprio nella borghesia del pensiero. I rapporti , per un breve periodo vacillano, cercano nuovi equilibri. I nuovi equilibri superano il medioevo: i medioevi sono periodi non solo di passaggio, ma momenti di preparazione, di fermento, di brio occulto. Ecco che la crisi c’è: dà modo alle energie inespresse di essere rilasciate.
Certo: le crisi fanno male. Vallo a dire alla classe media greca e a quella italiana. Fanno male perché costringono il pensiero in una nuova direzione e lo costringono a pensare alla dimensione vecchia in modo diverso.

Il pensiero unico, oggettivizzante richiede un nuovo soggetto che lo pensi. E che lo pensi diversamente. Può occorrere molto tempo prima che il pensiero si superi di nuovo, anche perché deve fare in modo di mettere i piedi in un terreno paludoso. Non può continuare a puntellare qualcosa di vecchio.
La faccio troppo lunga? Forse. Di medioevi ne scorrono molti e, ripeto, dovrebbero essere visti positivamente, con il dolore della sopportazione e dell’inventiva.
Purché non si rinunci, purché non ci si concentri solo sui problemi, quanto sulle soluzioni.
Scelte scelte da tutti
Chi cerca trova, la democrazia, certo. Ma essa non può essere imposta perché la democrazia nasce essenzialmente come scelta, che lo si voglia o meno. Scelta che deve essere scelta.
Per questo bisogna trovare il senso del futuro. A partire da dopodomani, perché domani c’è la marcia. Da lunedì si deve costruire di nuovo un mare, un mare che ora è una fossa. Non più medio tra le terre, ma medio tra i mondi. Al di qua e al di là, anzi propriamente aldilà.
Quindi un altro mondo è possibile esiste. Dobbiamo per forza di cose accorgercene: la cittadinanza non può essere più usata come ultimo privilegio di una casta ormai stanca, stanca economicamente e civicamente. Arrogarsi il proprio diritto a vivere il mondo senza lasciarlo vivere agli altri si chiama violenza, si chiama sopruso.
Una democrazia come può esistere solo con elezioni? Oppure esiste una sola democrazia, una per tutti? La scelta, dunque, di chi è?
Dove sei Stato?
Dove sei Stato durante tutto questo tempo, mentre noi eravamo?
Eravamo ai mondali del 1982 e abbiamo esultato con il bottone fuoriposto del Presidente Pertini.
Eravamo inerti davanti alle stragi (Capaci, Piazza Fontana, Bologna) ma eravamo anche arrabbiati e avevamo voglia di ricominciare.
Eravamo davanti ai televisori: Kosovo, Libano, Afghanistan, Tunisia. Ma non era una crociera nel Mediterraneo. Assomigliava più a una sorta di “crociata”.
Eravamo pronti a farci valere, a non vacillare. Eravamo nazione, e lo siamo ancora.
Ma la libertà va tenuta d’occhio, non nel senso di “controllata”, ma nel senso di “tutelata”. La conservazione di uno stato libero del cittadino è un passo ancora più delicato che non la conquista dello stesso. Anzi, è nella difesa costante delle libertà civili che risiede la vera conquista. Ad accendere un cerino ci vuol poco, difficile è tenere accesa la fiamma. Basta un colpo di vento, una distrazione, e la fiamma trema. La libertà è un fuoco che va alimentato ogni giorno perché possa illuminare le notti più scure.
Primo dovere del cittadino è: pensare.
“Pensare” è un diritto/dovere implicito. Non è scritto da nessuna parte, è “quasi ovvio” come era ovvio dove si trovasse la lettera nascosta di Edgar Allan Poe, così ovvio che potrebbe saltare come premessa, essere sottovalutato, e quando si sottovaluta si finisce con il dimenticare, e quando si dimentica: la Storia ripete i suoi orrori.
Ma la Storia non è un videogame con dei punti di salvataggio che puoi fermarla. Va avanti. Mentre respiriamo, mentre mangiamo, mentre tiriamo lo sciacquone, la Storia è.
Il problema non è pertanto strettamente filosofico (o nel suo esserlo ci riguarda appunto confidenzialmente, dal momento che la filosofia tenta di risolvere gli unici reali problemi umani).
Secondo la mia modesta opinione ci troviamo di fronte a una ridefinizione geopolitica e culturale del concetto di sovranità. Lo stato nazionale sta attraversando una nuova fase di gestazione. Non so bene cosa ne verrà fuori: se un mostro a dieci teste o una nuova Atlantide. Ma so per certo che siamo nel mezzo.
Raccolgo in giro per l’Italia alcune ordinanze. Una di queste vietava la vendita di bevande tanto alcoliche che non alcoliche dopo le ore 21:00 o, per meglio precisare, la consumazione al di fuori del locale.
Il cittadino deve chiedersi perché non può bere acqua al di fuori del locale.
H2O. Il mercato nero dell’acqua apre alle 21:01.
Ma non perdiamoci in queste contingenze. Impariamo a guardare le cose dall’alto: una prospettiva globale delle situazioni, finanche delle singole ordinanze. Chiediamoci sempre dove stiamo andando.
Guarda dove vai, Italia.

Guardati un po’, quanto sei bella.
1,2,3…Stella. Chi è Stato?
E tu non hai fame?
“Ma tu non hai fame?” [cit. Carletto]
“Stay hungry. Stay foolish” [Steve Jobs]
È vero. C’è crisi. Molta gente con me compreso è incazzata. Su tutto: e abbiamo ragione. Lo Stato è per i cittadini , ma il fatto è che non siamo Stato noi.
Il punto della situazione è che sono naturalmente portato a processi di ribollimento sanguineo soprattutto verso la pubblicità dei sofficini e dei maledetti ramarri che in televisione pubblicizzano le loro robe, che vorrei portare una riflessione mentre mi accingo a cucinare.
Dimenticate che è semplice cucinare i sofficini. Partiamo innanzitutto dal fatto che la pesca dei merluzzi è un crimine contro la merluzzesca volontà di sgusciare via, di cavalcare le onde, di sfidare l’imprevedibile. Se i merluzzi vengono pescati, sisalvichipuote. Si salvino soprattutto le vongole, ormai ad un passo verso i governi di mezza Europa: chiusura di ogni valva incondizionatamente. A partire da Wilders in Olanda e dal Caciucco in Finlandia (non più cucinato da Abatantuono almeno da un tre anni nelle pubblicità della Buitoni) costituito dal partito dei Veri Finlandesi.

- Carletto ha pensato che i sofficini non bastano più per non avere fame.
VS

...ma c'è chi sa difendersi. Watà!
I sofficini non sono difficili da cucinare, soprattutto in Europa, perché i merluzzi sono sempre meno. C’è sempre meno gente disposta a viaggiare , a diventare merluzzo. Sfido: non c’è arte né parte nel buttare un po’ d’olio sfrigolante in padella e mangiare semicrudi semicotti semibuoni semibui sofficini.
Che poi sofficino è una parola relativa. Perché non morbidino , tavolino, parallelepipedino ecc ecc che almeno avrebbe reso palesemente ridicola la sorte dei merluzzi? Cucinare un merluzzo trasformato in sofficino, se di merluzzo davvero ce n’è lì dentro, diventa un po’ il simbolo dei nostri tempi.
Quanti sono disposti a sfidare il mare aperto e non incontrare Capitan Findus che magari è pronto lì con i suoi bambini sanguinari a fermare le flotte rivoluzionarie merluzzesche?
O quanti di noi sono diventati Capitan Findus pronti a pescare chi tenta di varcare i propri confini?

PS chiedo scusa alla Buitoni e alla Findus per le citazioni inappropriate. Chiedo scusa a Steve Jobs per la chiara mistificazione del suo messaggio presente in questo articolo nonchè a Carletto per averlo definito un ramarro quando è un camaleonte.
Ma non chiedo scusa a Wilders.
Lunga vita al cetriolo!
Probabilmente la fine dell’umanità sarà dovuta ai cetrioli, questo il vaticinio di alcuni ricercatori dell’Organizzazione Mondiale dell’Integrità Psico-corporea nell’anno 2011. Iniziò così il periodo ricordato dalla storia post-umana come ‘Inquisizione dei cetrioli’. La lega internazionale dei diritti dell’uomo e delle dignità umane istituì un comitato internazionale di salute pubblica destinato a dare la ghigliottina a tutti i cetrioli. L’evento si consumò nel terrore più grande. Le insalate fuggirono senza scampo, i cetrioli furono massacrati in un pogrom mai visto. Ogni forma di organizzazione dei cetrioli fu cancellata. Il periodo fu, storicamente parlando, uno dei più bui mai visti in piena prima era tecnologica.

Ancora non avevano incontrato Cetrio Bond
Gli aeroporti furono dotati delle tecnologie più sofisticate di allora: ogni forma cetrioloforme fu modificata. Fu davvero un’epurazione. La stirpe dei cetrioli fu eliminata all’interno di campi di concentramento su cui, neanche a dirlo, furono chiusi anche i pomodori. Cinesi, che in quel tempo erano discriminati apertamente per la loro presunta diversità.
Ma a quel punto, sull’orlo del disastro biologico e milioni di contadini passati alla coltivazione del cocomero, un’equipe di scienziati del comitato di salute pubblica della stirpe umana accusò invece la soia, perché portatrice di infezione e disastro. I campi furono riaperti, i gelati , la farina e tutto il resto furono incendiati. si riaprì l’Inquisizione ; le misure furono ancor più rigorose. I supermercati divennero banchi della giustizia pubblica e privata. I cittadini furono istigati alla violenza: già troppi consumatori erano morti per queste schifosissime creature.
L’ecatombe insalativora era quasi consumata: enormi distese brasiliane e statunitensi furono disinfettate per sempre. L’umanità comprese il proprio superiore potere su tutte le specie viventi.
Il comitato di salute pubblica rianalizzò i suoi studi: la colpa non era della soia. Ma neanche del comitato. La colpa di tutto il disastro era dell’uomo. Questa volta la notizia divenne talmente imbarazzante da lasciar cadere tutte le accuse. La comunità internazionale si racquetò. Le voci si rasserenarono.
I giornali dissero ‘NESSUN PERICOLO PER L’UOMO. SIAMO FUORI PERICOLO. LA NOSTRA STIRPE AVRA’ UN FUTURO ANCORA MOLTO
LUNGO’
Fuori Misura(ta)
Tutti gli animali sono uguali. (ma alcuni sono più uguali degli altri) [G. Orwell , La fattoria degli animali]
Abbiamo immaginato pacchetti su misura, felicità fatte per formati famiglia, single, coppie divorziate e coppie riappacificate, abbiamo immaginato scatolette su misura per combattere quel tal malessere, abbiamo immaginato pacchetti per controllare il meteo, pacchetti per le vacanze con divertimenti su misura garantiti per tutti, abbiamo immaginato mondi su misura, povertà su misura, nasi su misura, labbra fatte secondo i canoni, sballi su misura. Abbiamo immaginato disperazioni e rimpatri su misura, migrazioni su misura, deserti e inquinamenti su misura. Abbiamo immaginato che la misura si potesse misurare anche quando era smisurata. Abbiamo immaginato che solo la nostra misura è quella giusta. E che Misurata , senza guerra, era solo una delle tante città di un mondo che non abbiamo mai voluto ‘misurare’.
L’ultima frontiera è , infatti, la libertà su misura, il diritto su misura, l’eguaglianza su misura, le scelte su misura, le bombe su misura convinti che obiettivi intelligenti intelligentemente uccidano intelligenti (poco) uomini che con intelligenza avevano misurato le libertà altrui. La misurazione è una mania che non ci togliamo: il fatto, cioè, come sto facendo ora anch’io, di dare dei parametri che sono davvero arbitrari. A nostra volta ci ritroviamo in una realtà che ci misura e che , anche se non abbiamo scelto, oramai ci ha trovato i connotati.
Sono un metro e ottantatré per un 76 Kg.
Vorrei dare invece una nuova misura, una che sia smisurata, che ci faccia render conto di come non esistano diritti su misura o libertà su misura: quando si gioca con il nostro anelito alla felicità non si scherza. Se la felicità non è un diritto, ma almeno la sua ricerca sì, la disperazione per la negazione di esso ci fa ritrovare la misura del nostro Insondabile che ci portiamo dietro, convinti che possiamo misurarlo. Come se la rivoluzione possa essere misurata. Come se la violenza possa essere misurata.
L’uomo creò la bomba a sua misura e somiglianza. La bomba distrusse l’uomo.

Attaccarsi ai maniglioni antipanico









