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Frittate esistenziali

Non era arrivato mai ad avere dubbi su se stesso. Pensava a se stesso come un’unità, un uovo primordiale che mai sarebbe esploso o schiuso. Non c’era niente da scoprire in se stesso. Aveva letto 5 volte di seguito Siddharta di Herman Hesse e lo aveva illuminato. Aveva pensato che sarebbe stato un principe per sempre o che avrebbe giocato con gli uomini sempre standosene da parte. Quando aveva diciotto anni andò naturalmente all’università perché così era stato stabilito. Non c’era stata scelta, dubbio, ritrosia. Quello apparteneva agli umani, apparteneva al regno del dubbio che era il regno degli dèi a metà, di quelli che non sapevano dell’unità. Andò all’università perché così doveva essere, scelse alcune compagnie e ne rifiutò altre con la stessa naturalezza con cui la pioggia cade e con cui la gravità ruba le mele agli alberi.

Ma non sapeva che c’era l’esercito delle uova ad aspettarlo.

Non c’era incrinatura, spazio, modifica. Quello era per gli altri, il regno di chi mai avrebbe conosciuto. La naturalezza della vita lo portò ad un viaggio e conobbe gente che non aveva programmato. Si sentì vicino alle persone che aveva conosciuto, ma non erano membri del suo regno. Li sentì coraggiosi: avevano preso la propria vita di petto. Gli dissero che non c’erano scelte migliori, ma che c’erano scelte e che il mondo è un armadio da cui scegliere i vestiti. Non importava la marca. Alcune di queste persone avevano lasciato la famiglia, altre avevano attraversato oceani, altre erano diventate bariste o altri si erano trovati a difendere i diritti degli animali.


Non erano pentiti. Avevano rotto l’uovo del così-doveva-essere. Si sentì un viandante. Si accorse del mondo e si accorse del fatto che non poteva più evitarlo. Era uno straccio: prese con sé il dubbio, coccolava il dubbio, ma il dubbio non coccolava il suo sé. Ora poteva cavalcare il mondo, liberarsi del guscio. Si sentiva male: è la globalizzazione, baby.

Valeva tutto: le ombre, le luci, le cose vecchie e nuove, quelle brutte, le persone che ti raccontavano dei viaggi in vela e di quelle che mai si erano spostate dal proprio quartiere. Decise che voleva scrivere un inno al mondo e alla brevità della vita.

Quanto è stupida la vita, pensò, ora vorrei una frittata.

Lettera aperta a LordBad.

Porthos è il mio cane. Porthos è vivo. Oggi è stato investito. E’ uscito fuori dal suo territorio. Dalla sua casa. Si è spinto oltre, come un Ulisse al di là delle colonne. Una macchina in velocità. L’ha colpito. Lui è balzato.

Ho capito che la morte è fantasiosa. Questo non vuol dire che la morte non è uguale per tutti.

La morte è morte.

Anche quando scherza.

Anche quando fa finta di prenderti e poi ti molla di colpo.

Provo invidia per chi ama la vita. Ignaro. Per inconsapevolezza; per troppo ardore; per ignoranza.

Ignaro che la vita è esattamente come la morte. Ti coglie alla sprovvista. Un giudice che sbatte forsennato il martelletto e decreta se tu devi vivere o devi morire.

Basta un tanto. Una parola. Una parola e tutto diventa Storia.

Il verbo si è fatto carne ecc… , ecc…

Non tutti sanno quanto le parole sono inutili. Non tutti gli scrittori se ne accorgono. Pochi sono quelli che lo dimostrano.

Vedete, siamo degli abusatori. Di parole e quindi di promesse. E il coraggio è la rogna dell’anima. Nessun antibiotico lo combatterà.

Viviamo impauriti. Viviamo miseri.

Siamo plasmati con la miseria. I “plasmon” dell’emozione.

Ed il tempo non è fermo come l’orologio della mia stanza. Il tempo va. Su un purosangue e non un ronzino, come spesso si crede.

Per quanto la vita non si presta alla vita, e quindi ad essere vissuta nella sua interezza, noi abbiamo il diritto e il dovere di sacrificarci, o quantomeno di sforzarci, di andare oltre le nostre potenzialità. I nostri limiti.

Potremmo essere e diventare tutto ciò che vogliamo, se solo lo volessimo.

Cosa ci ferma? Cosa ci blocca? Perché abbiamo tanto timore? Cos’è questo timore che ci impedisce di…?

E’ il non voler perdere quello che si ha. Perché siamo persone comode, fondamentalmente. Comodi comodini accomodati.

Stiamo buttando un sacco di tempo in attesa di un tempo.

Migliore.

E se quel tempo non arriverà mai?

Cosa conta maggiormente: l’attesa del tempo o il tempo dell’attesa?

Qualunque sia la domanda, noi ci stiamo accontentando.

Comunque ci accontenteremo. Ecco perché credo fermamente che bisogna fare almeno il possibile per cambiare le carte in tavola e stravolgere la partita.

Stravolgerci. Sì. Vi rendete conto che la materia, il tatto sarà una delle primissime cose che non ci saranno concesse, domani?

Troppo spesso si ha il timore di accorgersi che si può essere felici anche non essendo se stessi, non essendo uguale a ieri.

Spesso si ha paura di accorgersi che si può perfino non essere felici. Perché fa parte della vita. Del gioco.

Sono franlinguamozza. E come i sette venti sanno, ho il vizio di parlare e dire ciò che penso.

Ora tu, Lordbad, puoi fare orecchie da mercante. Riderci su o perfino commentare con la tua forbita dialettica.

La verità sarà sempre una: potrai guidare questa barcaccia su qualsiasi oceano tu voglia, ma non sarai in grado di guidare il veliero della tua vita se continuerai ad usare la bussola.

Tuo, frank.

Neoateismo

Devo dire che non c’è poi molto gusto nell’affrontare oggi un dibattito con un ateo avente come fulcro della questione l’esistenza di Dio. Questo non perché l’argomento sia passato di moda: non è proprio uno di quei temi che “vanno di moda”: è piuttosto di quelle domande ultime sulle quali la filosofia si è a lungo interrogata.

Ma questa ultima generazione di atei (neoatei li chiameremo) è spesso priva degli strumenti filosofici, teologici, culturali, di valore, con i quali affrontare un tema così delicato, thema dalla portata vasta, giacché si scontra con le radici antropologiche di ciascuno, nonché in grado di toccare diversi gradi di sensibilità.

Quando si affrontano “domande ultime”, quando si entra nell’ambito escatologico, lo si deve sempre fare in punta di piedi, con umiltà, ma anche con curiosità ed apertura mentale.

Questo senso della curiosità viene però meno se dall’altra parte del tavolo c’è un interlocutore che ha eretto feudi mentali ai quali non è possibile accedere con gli strumenti della logica e del dialogo.

Dal momento che il dialogo presuppone uno scambio di opinioni, un confronto tra misure (ed anche una misura del confronto che sia la più ampia possibile), i protagonisti della comunicazione devono essere leali prima che tra loro con se stessi.

Se il fine dello scambio di idee non è un incontro, ma uno scontro, allora è inevitabile che ad uscirne perdenti saranno tutti i punti di vista in gioco.

Per entrare nel merito della questione, il neo ateo è, per me, abbastanza rude e rozzo nella trattazione di una tematica così forte, così complessa, con i suoi annessi e connessi.

Insomma non si può contrapporre un muro basato su prove scientifiche, anzi su non-prove. Mentre nel processo il fatto non sussiste per mancanza di prove, qui per assurdo sussiste l’inesistenza di dio per lo stesso motivo.

Ma dall’assenza non si può dedurre un’altra assenza, da una negazione non può necessariamente derivare un’altra negazione. Quando gli strumenti della ragione diventano le corte spade di un combattimento senza vincitori né vinti, allora non è con la ragione che stiamo supponendo teorie, ma con l’assurdo, con l’assenza di ragione. E come può (di nuovo) l’assenza portare a un ragionamento? Dal vuoto non può derivare il pieno. Mi si dirà che se riempio un bicchiere vuoto, allora esso diventa pieno. In verità non è quel vuoto che ha generato il pieno. Il pieno, l’esistente, deriva da altro esistente oppure si può ammettere che derivi da sé, che esista da sempre e per sempre. Il vuoto è vuoto, è horror vacui, è…mancanza di pieno, è teoria della relatività pronta a cedere.

Vecchio assioma logico quello per il quale chiaramente l’ateo non sarebbe altro che un dipendente dall’idea di dio. Per negare l’esistenza di un qualcosa se ne deve in qualche modo comprovare l’esistenza, inquadrare il soggetto in un ragionamento logico che gli dia un nome. E da quando assegniamo nomi a caso?

Se si ammette che il nome è la cosa, e la cosa è il nome, allora è inscindibile il rapporto tra esistente ed idea dell’esistente. Ma qui ci stiamo incamminando su altre strade. Abbiamo già aperto la breccia a un dibattito. Un neoateo si sarebbe tappato le orecchie e avrebbe urlato che due più due fa quattro, ignaro (volutamente?) che nessuno parlava di addizioni, ma di un’equazione, di un’incognita (mi si consenta di giocare con qualche termine matematico) più complessa.

Non da ultimo l’atteggiamento è sempre criticabile e non approvabile quando è segno di una clausura mentale che non vede al di là della siepe che il guardo esclude.

L’infinito è per tutti, ma pochi osano avventurarvisi.

Pausa Vita

come…..sei già sveglia!…
Hai già preparato il caffè…
Vasco Rossi

Allora le cose stanno così.

Qualcuno mi ha detto “Oggi non scrivere nessun post per il blog. Oggi devi occuparti di quel romanzo, e poi c’è anche quell’altro progetto di reading da portare a termine, e ricordati di chiamare l’editore.”

Sì, avrei un sacco di cose da fare che non stare qui a buttare l’amo per controllare se oggi pescherò una vongola o un merluzzo.

Ma si sa come vanno certe giornate. Ti alzi convinto che il sole sorga ad est, che l’upupa è sempre sul suo solito ramo a cantare per te, e che hai un programma predefinito da portare a termine. Invece basta un niente, un istante, a far andare le cose diversamente dal previsto.

Sarà così tutta la vita, presumo.

Quindi apro questa confezione di caffé, e già l’odore non mi convince. Non voglio chiamarlo “aroma”. Aroma è un termine finanche troppo delicato.

Sembrava una miscela di gomma e plastica. Davvero nauseabondo. Poi ricordo che quella confezione l’avevano data in omaggio al supermercato.

Ma certo, la solita vecchia lezione che non si smentisce mai: diffidate delle cose che vi arrivano in modo del tutto gratuito, il più delle volte vi stanno truffando.

L’amore, dite? Ah, beh sì anche quello vi arriva gratuitamente. E anche quello è una truffa bella e buona. Solo che ecco, a volte vale la pena lasciarsi “truffare”, ne siamo consapevoli.

Nel caso di questo caffè, però, non ne valeva affatto la pena.

Svuoto la tazzina, la caffettiera e l’intera confezione. Cambio marca e le cose tornano al loro posto.

Anche l’umore, probabilmente.

Sì, perché l’umore, sostiene qualcuno, può essere determinato dal caffè. Tempo della tostatura, stagionatura, modalità di coltivazione, grandezza delle foglie e non da ultimo la cottura, tutto ciò andrà a incidere sulla vostra felicità di un momento.

Quelle molecole fisiche potrebbero portarvi a prendere alcune decisioni piuttosto che altre.

E come in un domino, caffè dopo caffè, giorno dopo giorno, la vostra vita prenderà forma.

Quindi, come si dice di questi tempi, state scialli lettori miei. Per quanto possiamo ritenerci responsabili di come vada la nostra vita e di come giri il mondo, ci sono e ci saranno sempre cose ed eventi che non possiamo controllare o decidere.

E questo è il lato meraviglioso dell’esistenza.

E sapete un’altra cosa? Non c’è proprio un bel niente da aspettare o qualcosa da fare poi di così importante, no. Bisogna avere solo pazienza. Prendiamoci tutto il tempo del mondo.

Impegniamoci!

NB: questo è un attacco filosofico di fishcanfly. Leggere attentamente il foglietto illustrativo. Può avere effetti collaterali catastrofici.

La validità di certi temi quali Idea, Storia, Libertà, Giustizia, Uguaglianza trae veridicità da se stessa, cioè la propria giustificazione e il proprio sussistere in quanto chimere, appunto, dallo stesso schema di produzione che le ha determinate. Un sistema di produzione-repressione che mentre le nega le crea.

In altre parole, molto meno vecchie: esistono perché non esistono, vengono spesso evocate dalla gente perché nella realtà non esistono. (cit. traduttore istantaneo di fishcanfly)

Il grande abbaglio della società scientifico-tecnologica è stata quella di confondere l’ambito della norma con l’ambito dell’esistente. Cioè effettivamente la presenza di una norma coincide con ciò che esiste. La metafisica, perciò, è la ripercussione speculativa della schiavitù. Non si avrebbe bisogno di discutere di Libertà se effettivamente essa esistesse.  La metafisica serve a parlare dei rapporti di schiavitù esistenti. Lo so, sono brutale.

Anche i filosofi fanno sciopero

Così abbiamo bisogno di espertizzare ogni nostra conoscenza, di affidare non più l’azione al vero Esistente, ma di trasformare quello che doveva essere il riscatto dalla nostra schiavitù, cioè la manipolazione del Reale, quindi tecnologia, tecnica, ricerca, in una comunicazione dilagante , massificata, ineludibile. Un’amministrazione totale del pensiero che pretende di dare nuove direzioni mentre le annienta .

Quella che sostanzialmente afferma di dare libertà, ovvero un pacchetto razionalmente tollerabile all’interno di un sistema precostituito. Una libertà che si libera della critica, che usufruisce della cultura in maniera unidirezionale, scarna, superficiale, piuttosto che utilizzarla come mezzo della critica. Perciò critica della cultura della critica.

Il problema, forse troppo italiano, è quella dell’intellettualismo che, appena arriva ad un grande livello di astrazione e di forza intellettuale, si perde nella nebulosa dell’illogica, nel delirio dell’onnipotenza mediatica. Una medietà che è molto, come dire, al di là della sua neutralità informativa. La neutralità dei mezzi diventa neutralizzazione dei mezzi stessi, assoggettati al processo stesso di nullificazione. Così si parla, si razionalizza il Reale e ci si ferma. Patina del tutto.

Parola di zanzare

Si perde il treno della critica dell’esperienza, fermandosi al livello di quella che Marcuse definiva esperienza mutilata. Un’esperienza che si compie a pacchetti, perché no?, app del nostro ultimo Iphone 4, senza risvolti pratici. Ci piace parlare, ecco.

Proprio questa speculazione che tento di fare con discorso erudito ed un blabla incredibile potete buttarla alla carta straccia, riciclarla e fare nuovi buoni fogli. Quello già sarebbe un passo avanti per smetterla. Preferisco fare qualcosa di reale, verosimile, tagliente con la mia ciurma. Preferisco che mi diate della vongola piuttosto che professare un falso merluzzismo.

Per questo vi dico, alla Stephan Hessel, impegnatevi! (io direi, dato che non ho 92 anni, impegniamoci!)

Un regalino da comprare in Italia che vi consiglio

Post con zero zuccheri e il 50% di grassi in meno.

Ci sono posti in cui nessuno va mai.

Mari nei quali è pericoloso avventurarsi senza una bussola e senza conoscere le costellazioni.

L’unica vera impresa eroica che un uomo sia in grado di fare è quella di amare una donna e l’unica vera impresa eroica che una donna sia in grado di fare è quella di amare un uomo.

Ci sono deserti attraversati da nessuna strada, dove l’anima vaga e ogni tanto sosta sul ciglio di una duna e fa l’autostop, finché il vento non sposta la duna.

Bisogna avere molto coraggio e molta fantasia per vivere.

Non bisogna inseguire i miti eterni della felicità e della serenità: sono tutte favole.

Occore credere nella leggerezza dell’essere. Che è tutt’altro che superficialità. La felicità è superficiale, è un vestito che metti e togli quando vuoi, così anche la serenità. Ma la leggerezza dell’essere, la consapevolezza del suo gravare, il suo peso, la si avverte solo dopo un lungo percorso. Non saremo per sempre giovani steli immaturi e i primi segni, ricordi, già ce li portiamo dentro.

Ora, dopo un percorso, io inseguo e amo soltanto la leggerezza.

Quel che finisce bene, non è sempre un bene

“Vivi ogni giorno come se fosse l’ultimo” – disse lui.

“Ma questa è la disperazione di un uomo pronto a tutto.”- gli rispose lei, posando il libro sull’asciugamano. Quel pezzo di spiaggia era sempre poco affollato. Un po’ di sabbia si sparpagliò nelle pagine che stava leggendo, “Il gabbiano Jonathan Livingston” di Bach.

“Ah sì, e tu come diresti?”

“Vivi ogni giorno come se fosse il primo!”

“Questa è l’infantile curiosità di un bimbo pronto solo a scoprire tutto!”

“E mi hai detto poco!”

“Ma i bimbi crescono, le cose cambiano, i giorni passano”- concluse lui distendosi.

Per un po’ ascoltarono le onde del mare sbattere sul bagnasciuga, o erano le onde che ascoltavano loro. Un venditore di cocco passò sbandierano a tutti una fresca verità, consumabile all’istante.

“Che cosa dovremmo fare adesso?” – disse lei.

“Dimmelo tu.” – rispose lui.

Un bambino prendeva a calci un pallone sulla riva. Il pallone tornava sempre indietro.

“Vedi quel ragazzino?” disse lui, ammiccando.

Lei alzò la mano destra a ripararsi gli occhi dal sole mentre guardava, e annuì.

“Quel ragazzino s’illude che il pallone torni da lui. Crede che ci sia quasi un legame tra lui e la palla.”

“E invece?” – lo articolò lei, perché la sua espressione e il tono lasciavano tutta l’aria di far presupporre un “invece”, quasi retorico, naturale.

“E invece il pallone torna indietro, per effetto della forza di gravità.”

“Quindi mi stai dicendo che non c’è nessun legame tra lui e il pallone. Che questi fa comunque quel che vuole.”

Lui riflettè un attimo.

“No – scosse la testa – No, è proprio questo il punto. Non solo non esiste un legame, ma il pallone agisce a causa di vettori fisici, non secondo la propria volontà. Anzi, è probabile che se agisse secondo la propria volontà un legame si potrebbe instaurare. C’è bisogno sempre di due volontà per iniziare un legame.”

“E come finisce?”

“Finisce che il bimbo continuerà a illudersi e il pallone continuerà a tornare.”

“Sembra che finisca bene, tutto sommato.”

“Quel che finisce bene, non è sempre un bene”

Poi sentirono una voce di donna che richiamava il ragazzino.

“Sunny, è ora di andare!”

“Sì, mamma!”

Il bimbo raccolse il pallone fra le braccia e corse verso l’ombrellone.

“E a quest’ultima scena che metafora associ, signor scrittore?” – disse lei, sorridendo.

“Che siamo disposti a prendere in braccio le nostre illusioni e a portarne il peso, pur di salvarle.”

“Ma perché?”

“Perché…- lui s’interruppe, rimase a pensare per un po’ – Perché è giusto così.”

Se tu non mi ami, io ti amo abbastanza per tutti e due – E. Hemingway, Per chi suona la campana

L’amore non esiste: andate a farvi fottere

Affermare l’esistenza di dio, malgrado l’inconsistenza ontologica dell’oggetto di studio, non è stato un problema per secoli. Intere religioni e culture non hanno potuto fare a meno dell’idea di dio. L’intero ateismo si basa su “dio”.

Discorso analogo per quel “modo di essere”, “sentimento”, “comelochiamatevoi” che ha influenzato, specialmente nell’ultimo secolo, la costruzione delle “coppie”, e cioè l’amore.

Dell’amore ci parlano i poeti fin dall’antichità, ci cantano i cantanti e ci marciano i blogger, persino quelli di infima categoria (vedi il sottoscritto).

Tutti sapete di cosa parlo. O credete, come me, di saperlo.

Quando una persona è innamorata vive su un altro mondo, i colori diventano sfumature di un monocromo rosa che aleggia su ogni cosa, le parole che escono dalle labbra sembrano uscite direttamente dall’alveare, gli sbalzi d’umore  sono un modello di costruzione per le montagne russe, l’innamorato è sopra la montagna russa, e non si rende conto che il giro prima o poi finirà e che ha pagato il biglietto per farlo: perché è stato appena fregato alla grande dal parco giochi della vita.

Quando prendete il pacchetto “rapporti umani” in omaggio danno la “sofferenza“: e l’omaggio mica potete rifiutarlo. Anzi di solito è la parte che resta, quando avete “consumato” il pacchetto. Così alla fine vi ritrovate con una caterva di omaggi. Bella fregatura.

Soffrire è l’unica cosa gratuita di questa vita: fatevene una ragione. Anzi no, meglio non ragionarci troppo sopra, giacché ragionare o pensare troppo è una sofferenza (e lo dice la Bibbia che la conoscenza aumenta il dolore!)

Ora io non so chi sia il proprietario di questo parcogiochi: se dovessi incontrarlo lo prenderei a pedate nel culo talmente tante volte che per lui la famosa espressione “avere culo” diventerebbe indice di sofferenze medievali e tribali tribolazioni.

Però so chi ci lavora in questa enorme sala degli specchi: illusionisti ed illusioniste pronti ad illudervi, perché voi siete pronti a farvi illudere.

È tutto inutile. Non innamoratevi, non cadete nella trappola. Direte: malgrado tutto ne vale la pena. Se avete in qualche modo apportato un miglioramento/incremento intellettivo o materiale alla qualità della vostra vita, allora ne sarà valsa la pena. Ma la maggior parte delle volte (tutte le volte) non va così.

Finirete per rimetterci tempo ed energie.

Se poi addirittura pensate che l’altro o l’altra sia innamorato di voi per chissà quale freccia del destino scagliata da Cupido vi sbagliate.

Eh sì, perché questo non è solo un modo per dire che l’amore non esiste, ma esiste un gran fraintendimento fra uomini e donne.

Noi da una parte pensiamo che la donna vada conquistata con l’amore, loro da una parte pensano che l’uomo vada conquistato con l’amore.

Non è vero. Ciò che l’uomo pensa veramente è questo: vuoi conquistarmi? Fammi vedere quanto sei brava a letto. Ciò che la donna pensa veramente: vuoi conquistarmi? Scordatelo, ma comunque fammi vedere quanto sei bravo. In un miliardo di cose.

C’è una selezione di base. Aggiungo, con un certo orgoglioso maschilismo empirico: gli uomini si innamorano, le donne selezionano.

Selezionano: bellezza, soldi, intelligenza. Di solito quest’ultima è un accessorio. C’è una tabella di valori complicatissima che consente loro di effettuare calcoli matematici degni della NASA, e noi siamo solo povere cavie da laboratorio. Il topo vincente non sa ancora a cosa sta andando incontro.

Io, Julian Assange e Michael Jackson siamo gli unici in possesso di questa tabella, ma per ragioni di vita o di morte, non possiamo rivelarla al mondo.

Se credete ancora nell’amore siete degli idioti.

Se ci credo? Io…non ve lo dico.

Fate il vostro gioco.

Destini FS

Ci sono giorni in cui amo i viaggi in treno. Altri in cui li odio. Perché, senza motivo alcuno, l’altro che mi sta davanti non è il mio tipo. D’altronde, a chi non è successo. La cosa più misteriosa dei viaggi in treno è perché ad un certo punto della vita ci troviamo a farlo. Cioè perché una certa persona ad un certo punto della sua vita si trova ad affidarsi ad un ambiente abbastanza stretto e non troppo pulito ostinandosi a dormire. E se non ci si riesce, a vedere il paesaggio o se niente paesaggio a fissarsi le mani, i piedi oppure certi oggetti che esistono solo nelle fiabe. Come l’amuchina.

Trovo affascinante il fatto che i viaggi in treno rendano le persone impenetrabili oppure completamente libere di parlare. Spesso si preferisce la prima opzione. Quella del silenzio concordato. Le persone per un tacito patto decidono di non parlare perché forse l’hanno deciso prima o forse perché già sanno tutto su quello che hanno davanti. O forse, sinceramente perché non gliene importa.

Il viaggio in treno conduce spesso all’odio del genere umano. Chissà se lo sanno i macchinisti. Portano degli umani che sono lì solo per spirito di convenienza, di caparbietà all’adattamento. Si trovano lì perché ad un certo e preciso punto la vita ha dato loro solo quella precisa scelta: le persone messe al muro possono diventare molto cattive. O estremamente generose.

I macchinisti non sanno per questo che sono artefici del destino delle persone. Non perché rischiano di deragliare, tutt’altro. Rischiano di dare direzione alla vita. La selezione ha portato un manipolo di umani alla scelta che inevitabilmente il fato ha dato loro: l’unico modo per sbarazzarsi dal caos almeno per una mezz’ora, era salire sul treno. Per chi è più lontano, arriva anche a tre ore. I macchinisti non sanno che compiono dei viaggi spirituali. Le due rotaie sono quelle su cui rimbalza il sentiero umano, ragione istinto, che non si incontrano o al massimo si scontrano, unite indelebilmente dalla carrozza. E dai passaggi a livello. La carrozza diventa la scelta obbligata di un’esistenza o il prolungarsi dell’inquietudine sulle cose e le menti che si cela nel patto silenzioso del sonnecchiare pendolare.

C’è solo un problema. Il treno arriverà in ritardo.

Ci scusiamo per il disagio.


Vanità delle Vanità, tutto è Vanità.

 
Io vi avverto: questo post è denso di tristezza. Agli entusiasti non voglia rovinare il fausto dì.

Non c’è cosa più amara che l’alba di un giorno in cui nulla accadrà (Cesare Pavese)

Queste sono parole di Cesare Pavese tratte dalla poesia “Lo Steddazzu” termine calabrese con il quale si indica l’ultima stella che sparisce ai suoi occhi, Venere. Non voglio star qui a fare la parafrasi della poesia in questione. Alcuni potrebbero accusarmi di “carenza di competenze”, altri invece come me non ne troverebbero l’utilità vista la quantità di materiale relativo a loro totale disposizione e al quale rimando (da internet alle biblioteche).

Piuttosto il focus sul quale voglio concentrarmi è proprio questa amarezza di fondo colma della tragica consapevolezza del mestiere di vivere. Non possiamo sempre far finta che vada tutto bene, non possiamo sempre rispondere alla domanda retorica con un sorriso di convenienza. Qualche volta potremmo anche mandare a quel paese chi con finto disincantato interesse si preoccupa di noi licenziando un’intera personalità con un “tutto bene?” Cosa significa una domanda del genere? Forse dovremmo fare dei grafici sulla nostra vita? Aggiornare gli indicatori quotidiani della nostra esistenza con segni positivi e negativi?

E il prodotto interno lordo da cosa si dedurrebbe? Da ciò che mangiamo a tavola o dalla quantità di pensieri o emozioni che riusciamo a provare durante la giornata? L’oroscopo sarebbe l’exit poll quotidiano con il quale qualificheremmo una giornata che temiamo di affrontare.

Nessuno è felice. Ognuno di noi, alla fine dei conti, è solo sul cuor della terra, trafitto da un raggio di niente (Quasimodo perdonami! LordBad andrà all’Inferno!)

L’inutilità del vivere non può essere una rassegnazione ma una constatazione dello stato di fatto. E lo stato di fatto, in quanto privo di attività, è sempre uno stato passivo delle cose. Quindi potremmo affannarci, lavorare, pregare, tutto quello che volete pur di dare un senso all’esistenza. Al moto di inspirazione ed espirazione dei polmoni.

La sofferenza è il filo che unisce tutta l’umanità e taglia trasversalmente l’universo. Un uomo che non soffre deve ancora nascere sotto questo cielo.

Eppure persino il cosmico pessimismo leopardiano si risolve infine nella ricerca di una speranza (vedi “La Ginestra”).

Dovremmo quindi fidarci di Occasione, o meglio Chairos, figlio di Oceano e fratello di Nike (Fortuna)? Essa è stata spesso raffigurata nell’iconografia come una vergine con un ciuffo di capelli su una testa calva. L’uomo doveva essere tanto abile da afferrala, cosa non facile perché lei era in movimento costante su una sfera.

Occasio Et Poenitentia, Scuola di Mantegna, Mantova, Palazzo Ducale

O forse dovremmo preferire la stabilità della Virtù e pazientemente attendere piuttosto che affannarci inutilmente in una corsa che, vada come vada, ci lascerebbe comunque dei rimpianti.

Risposte certe non ne ho. Io come voi al termine del giorno avremo inutilmente vissuto se nulla è accaduto, se nulla è cambiato.

Amare amarus est.

 

 

 

Ma forse Sally è proprio questo il senso…il senso…
del tuo “vagare”…
forse davvero ci si deve sentire….
alla fine….un Po’ male!….
Forse alla fine di questa “triste storia”
qualcuno troverà il coraggio
per affrontare “i sensi di colpa”…
e cancellarli da questo “viaggio”….
per vivere davvero ogni momento…..
con ogni suo “turbamento”!….
e come se fosse l’ultimo!
(Vasco Rossi) 

Vi avevo avvertito che non avrei parlato di Babbo Natale.

Marea

 Lo so cos’è la marea…Io lo so com’è sentirsi a terra… – Vasco Rossi

Certi giorni sarebbe meglio non svegliarsi. E non per la crisi di governo, per i rimorsi di coscienza confezionati in una scatoletta di condom o per il maltempo appena fuori dalla finestra della propria stanza.

Certi giorni sarebbe meglio non svegliarsi affatto, e non per lei, non c’è nessuna lei, nessuna metafora sanguinerà banalità melense fuori da queste parole.

Certi giorni sarebbe meglio non svegliarsi per niente per il semplice motivo che non si riesce a trovare un senso all’esistenza.

E per quanto tu possa accusare gli altri (perché è vero: l’inferno sono gli altri), alla fine è colpa tua, ma senza giudice, né giurati, senza accusatori e senza processo, assumersi una colpa non ha nessun significato. Una volta in piedi però devi guardare in faccia certe giornate con un ghigno alla Jhon Wayne e vedere se riesci a cavarne qualcosa di buono di cui andare fiero alla fine della giornata.

Sai anche che tutte le dita di tutte le mani che hai stretto nel corso della tua vita (e sono tante, così tante che non ricordi!) non ti bastano per contare quanti giorni “vuoti” hai lasciato trascorrere. Non che sia necessariamente la “sera” o il “tramonto” come momento definito della giornata per raccogliere quanto hai seminato, ma la verità è che hai sempre avvertito in te la chiara esigenza di una disciplina, e non c’è nulla di così naturalmente disciplinato come l’arco del sole che sorge e cala. Perché sei così egoista da non poter avvertire proprio questa terra che gira, e tutto ti gira comunque intorno, avranno voglia a parlarne Copernico e Galilei.

Fossi stato almeno un sasso, il massimo che ti poteva capitare è che qualcuno ti prendesse a calci o ti facesse rotolare giù da una scogliera per vedere se davvero fosse tanto difficile raggiungere la profondità del mare.

Invece ti tocca essere quello che sei e che sai di non poter sapere. L’unica, indefinibile sostanza che si racchiude nella tua pelle che invecchia. Allora ci hai provato (dio solo sa quante volte, quante!) ad affidare il tutto alle emozioni…Ma diamine, sarebbe preferibile essere un sasso che non prova nulla piuttosto che essere in balia di simili ferite. Perché nel momento in cui si accetta la gioia, si accetta anche il dolore, quando si accetta la fiducia si accetta il tradimento, quando si accetta la vita, si accetta la morte. Nessuno ci venderà mai una parte senza l’altra, anzi credo che perderebbe tutto il suo valore.

Hai provato anche a credere, e a non credere, e alla fine in quel pugno di dita raccolte intorno pendeva solo un rosario, e hai pianto quando le tue preghiere giungevano inascoltate, e hai pensato a quegli irrimediabili versi di Tolstoj, tratti da Le Confessioni

Aveva ormai circa ventisei anni quando, trovandosi a caccia, accampato per la notte, secondo la vecchia abitudine presa fin dall’infanzia, la sera si inginocchiò per la preghiera. Il fratello maggiore che si trovava a caccia con lui se ne stava sdraiato sul fieno e lo guardava. Quando S. ebbe finito e si accinse a coricarsi suo fratello gli disse: “Ma tu lo fai ancora?”. Ed essi non si dissero nient’altro. S. da quel giorno smise di genuflettersi a pregare e di andare in chiesa. E sono ormai trent’anni che non prega, non si comunica e non va in chiesa. E ciò non perché egli conoscesse quali fossero le convinzioni di suo fratello e fosse d’accordo con lui, non perché egli avesse deciso qualcosa in cuor suo, ma soltanto perché la parola detta dal fratello era stata come la spinta data con un dito a un muro che era già pronto a crollare per il suo stesso peso

E sotto il peso dell’esistenza il tuo corpo deve compiere ogni mattina uno sforzo per restituire non al mondo, ma a te stesso l’immagine che ti aspetti, e l’unica cosa di cui sei certo è che non è facile.

Dio, non sarà mai facile.

Senza sorridere e senza lacrimare, inizierai i tuoi riti quotidiani, sacerdote del caffelatte e del cornetto, servo dell’oroscopo o del meteo.

Cosa accadrà oggi?

Cosa vuoi che ti accada?

Vivrai?

Essenziale

 

Amor, ch’a nullo amato amar perdona

Inferno, V

Ma l’amore dovrebbe avere anche grazia.

Anzi l’amore dovrebbe essere figlio della grazia.
E la Grazia esclude la malvagità, l’ipocrisia, l’egoismo per elevare invece una sfrenata passione per l’altruismo, una dedizione totale alla causa della Bellezza, senza pregiudizi e senza giudizi, senza preoccuparsi di ciò che pensa la gente, senza star lì a categorizzare o a definire eccessivamente le nostre abitudini, i nostri valori.

 

Pioveva senza tregua quel giorno su Brest (J. Prevert)

Invece quello che vedo è uno spreco totale di risorse, di energie.
Vedo molte persone affrontare la vita con superficialità, senza passione, senza grinta. Ammorbiditi dall’ultima rateizzazione per un tv al plasma, appesantiti da affanni per scalare la vetta del successo, imbambolati, anzi ipnotizzati, dall’ennesimo programma che fa vedere il rapporto tra un uomo e una donna come potrebbe far vedere galline in un pollaio. Troverei molto più entusiasmante ed istruttivo un documentario sulla gallina, che non certo femminismo ridotto dallo spessore di una cavalleria solo strumentale, priva di sostanza. 

Gli uomini hanno perso la loro mascolinità, le donne hanno perso la loro femminilità: discorso generalista, pure opportuno e necessario per cominciare una cura, per estirpare un modo che è quello dell’avere, e non quello dell’essere.

Però c’è anche un altro dato da considerare.

C’è qualcuno che è stanco di lottare. È umano stancarsi. Come potrei lottare per un mondo migliore? A che pro? E allora? Tutti quei discorsi sul cambiare il mondo a cominciare dal cambiare se stessi? Nanni Moretti diceva “Io devo difendermi.” Il mondo è crudele nel suo non – esistere : ci condanna all’esistenza. E l’unico modo per difenderci è smettere di lottare, almeno una volta ogni tanto. Ogni giorno potremo apportare un piccolo contributo alla passività dell’esistenza.

Non stare sempre lì con la guardia alzata. Ci sono giorni in cui abbiamo bisogno di stare spenti, di contribuire alla passività dell’esistenza. Giorni in cui diciamo “no” alla vita. Giorni in cui non è proprio possibile cogliere l’attimo.

Io non credo nella filosofia nichilista. Io non credo nella forza del singolo. Io non credo nell’individuo.
Io credo nell’amore, io credo in due, io credo nel gruppo, io credo nell’amicizia, io credo nella forza della collettività. È allora che chi è stanco di lottare potrà risollevarsi: perché gli sarà tesa una mano e gli sarà suggerito un rimedio contro la solitudine.

 

Questa , amici miei, è la Grazia.

Arte V.M. 18

 


Oggi, ciò che non salta all’occhio, non esiste. Il dettaglio conta più del contenuto. E visto le precedenti visite raggiunte con “Viva il porno“, meglio attirare l’attenzione con una bella vagina pelosa che vi danza sullo schermo o un sedere a forma di mongolfiera pronto per essere sculacciato piuttosto che con immagini di un’intelletualità castrata.

Ed ora, buona lettura a tutti.


Siamo tutti grandi artisti. Probabilmente lo sono anch’io. Senza il probabilmente. Grandi artisti dal genio sfavillante e prezioso. Non raro. Il mercato ne è pieno. La rarità è stata sgozzata. Aveva una figa un po’ troppo antiquata per essere usurpata.

E’ banale, al giorno d’oggi, essere “unici”.

Smettetela di sperperare amore, vi dico. Sperperiamo geni. Fate la fila, con calma. Ci sono menti geniali di qualunque tipo. Tutto a basso consumo. Cosa volete essere? Favolosi pittori? Incredibili scultori? Romantici poeti? Maestosi fotografi o elucubranti musicisti? Benissimo, cosa aspettate, accorrete numerosi!

“Io voglio essere un architetto al pari di Wright, ma non so disegnare” qualcuno urla dal fondo della fila.

“Non si preoccupi, abbiamo il cervello che fa per voi, signore, a soli 77 euro e 90 cent.!”

C’è una canzone in cui Lennon canta “Dio è un concetto”. Può starci. Tanto come la preoccupazione di affermare che Dio sia un concetto e non accorgersi di esserlo divenuti.

Non più contestualizzati, dunque, all’interno di un assemblaggio umano salvaguardato da millenni. Bensì concettualizzati in un’epoca incastonata nell’idea dell’epoca stessa. L’epoca del progresso. Della moda. Del benessere. Della marca. Della pubblicità.

Non l’epoca del “tutto e subito”, come scriveva Kerouac, ma del “tutto e abbondante”.

E’ un malessere tendenziale: divenire la passerella di noi stessi. Oggi ciò che non è visto, non esiste. Ed è l’uovo d’oro che l’arte si riserva, la regola naturale che la domina. Non ci si muove, per qualità, ma per quantità e vendita.

E’ vero, la logica del mercato ha sempre assoggettato l’arte rendendola “consumo”, fin dacché l’uomo ne ricordi l’esistenza, ed è stata alla medesima maniera voluta e spiegazzata più volte da gusti, richieste, esigenze. L’arte è tendenza da sempre. E non c’è redenzione. Anzi, il turbinio del peccato artistico è un’aspirale che ci scaraventa in pozzi di cattivo gusto e non di fiamme infernali. E quando dico peccato artistico non mi riferisco alla dannazione del genio, ma alla caduta di rispetto che il marketing ha imposto nei confronti del consumatore e del produttore.

L’arte è inutile. L’arte come risultato finale, è inutile. Non l’impeto che muove l’artista. Santo.

Un tempo non la pensavo così, e molte furono le conversazioni su questo punto. Vedevo l’arte come qualcosa di salvifico, un mezzo di elevazione e congregazione, una libidine puritana, un rapporto intenso col divino. Pensavo a quest’ultima come la possibilità di migliorarsi e migliorare.

Oggi credo seriamente il contrario, dando ragione a chi lo affermava, una sera di non so quanti anni fa, in un bar, d’estate.

L’arte è inutile perché priva di utilità pratica. L’arte non dà da mangiare all’artista, figuriamoci ai bambini dell’Africa o agli zingari travestiti da mendicanti. E davanti a queste tragedie umane, chi volete che si preoccupi dell’abbellimento dell’anima? Della salvezza, ipocrita? Chi volete che sia il folle che ammiri la Cappella Sistina mentre il suo stomaco brontola da quindici giorni?

Nuovamente: l’arte è inutile perché incapace di sradicare collettivamente le nostre esistenze. Chi avrà il coraggio di mettersi sulla strada, dopo aver letto J. London  o dopo aver visto una foto di Capa? Chi sentirà il bisogno di andare fino in fondo alla propria follia di essere umano dopo aver ascoltato i Doors, o toccato con lo sguardo un quadro di Modigliani? Chi si sentirà davvero assetato di Dio, dopo aver letto S. Agostino o S. Ignazio da Loyola?

Il mercato è la matrigna delle opere e le opere, come diceva Benjamin, sono le maschere mortuarie delle idee. Idee non più sane, poiché manovrate dal grafico delle domande e dalle offerte.

E questo lo aveva già capito Bukowski quando in Compagno di sbronze scrive:  

senta signor Burkett, questa è un’attività commerciale. se pubblichiamo  ogni scrittore che ci chiede di farlo perché la sua roba è grande, non resisteremmo molto qui. Dobbiamo dare giudizi. Se ci sbagliamo troppo spesso abbiamo chiuso.

Pubblichiamo dei buoni scrittori che vendono e dei cattivi scrittori che vendono. Siamo nel mercato delle vendite. Non siamo la San Vincenzo e onestamente, non stiamo molto a preoccuparci del miglioramento dell’anima o del miglioramento del mondo.”

L’artista è un ripiego della società.

Siamo noi che definiamo il termine di arte, di bellezza, di canone. Quell’opera è un capolavoro perché noi crediamo che lo sia. E questo è l’enorme limite dell’arte. Se l’indomani ci svegliassimo e credessimo, tutti, nessuno escluso, che il Guernica di Picasso o La scuola di Atene di Raffaello non fossero dei capolavori assoluti, essi smetterebbero di essere tali. Non avrebbero nessun valore spirituale e concettuale, sebbene storico e materiale.

Come se prendessimo la Gioconda e la rinchiudessimo in un magazzino: essa non solamente cesserebbe di essere un quadro prestigioso e ammirato da secoli, ma farebbe morire in una stanza buia e piena di muffa il concetto primo di “opera”.

E con la Gioconda rinchiusa, pensate che nel mondo cambierebbe qualcosa? Pensate che vi sentireste mutilati come se lo fosse di un braccio, o di una gamba?

Apparentemente potrebbe sembrare un'eccitante immagine hard. Cosa cambierebbe alla vista di chi guarda sapere che è stata scattata da Robert Mapplethorpe, uno dei più grandi fotografi statunitensi? Quanto pesa il nome di un artista? Tanto da far diventare tutto ciò che tocca, oro?

E in uno spazio-tempo dove anche il mio vicino di pollaio si crede un artista capace di cambiare le sorti del pianeta e diffondere la pace nell’universo, (ed oggi, grazie a voi, può esserlo), spezzo una lancia a favore dell’ “espressione”, sacrosanto bisogno incontaminato che ci dà, non so per quanto altro ancora, il diritto di essere uomini, e non merce di scambio.

Devono salvarsi e alla fine ci riescono, Urka urka tirullero, oggi splende il sol…

Lettera a Sartre

Cara,

mi sono appena seduto su uno dei bar del corso. Aspiro come al solito il sigaro che continui a proibirmi. Eppure sai che non ne posso fare a meno: far soffrire la mia carne in un certo modo mi conferma che esisto. Spesso anche quella altrui. In realtà non voglio certo scriverti su come i masochisti usino i sigari su di loro, ma avere solamente necessità di ritrovarti mentre ti scrivo.

Probabilmente dimostrerò a me stesso come non sei mai esistita o che ti sei persa nelle note della concorrenza qui di fronte: cantano un vecchio blues. Sai che continuo a piangere quando sento la nostra canzone! Ma non capisco il nostro distacco. Il distacco da me mentre ti osservavo dal basso. Io ho sempre confidato nella tua carriera, certo, puoi esserne certa. Ero lì quando abbiamo visto migliaia di pagine su Internet, su centinaia di riviste. Sottolineavamo. Speravamo.

E tu morivi nel mio ricordo. Come sta facendo un po’ la città in cui mi trovo ora. Dovresti vedere! Ci sono balconi piccolissimi che sembrano sciogliersi sugli ultimi raggi. È vero: le giornate sono più corte, ma più corto mi sembra ogni tuo respiro. Quando mi guardavi con gli occhi sbarrati. Perdinci, ricordo quella volta in cui ti ho tirato uno scherzo degno di Halloween! Quello fu l’ultimo nostro Halloween. La zucca si è putrefatta là, tra il pesco e la piccola statua di marmo di tua madre.

Come quando ti ho ritrovata. Lì, dimenticata, senza respiro, più corta (forse era la prospettiva), a due spanne da terra. Vuota come una zucca. È stato uno scherzo bello per lasciarmi. Forse ho esagerato, ma almeno mi hai dato conferma che ci sono, che ti vedevo, io, con le palle dei miei occhi.

In realtà sto indugiando sulla mia deliziosa coppa di cioccolato e panna, molle e tenue. Come i tuoi capelli.

Che non erano i miei. I miei occhi me l’hanno detto. Tu però non potevi rispondere. Almeno spero che ora tu possa rispondere. Ma non mi importa perché ti ho ritrovata ed esisti.

Con me, vivo, a due spanne da terra.

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