Cloni e ricloni storici
I tempi cambiano, la tecnologia avanza, i sindacati e gli operai restano.

Cloni al lavoro in una stazione spaziale.
Dodecalogo del disoccupato
Se ne va il 2012…ma è ancora qui. Chiudiamo dodecalogando.
12 è un bel numero. Come gli apostoli o come i segni dello zodiaco, quelli che ci fanno sperare in un futuro migliore o nel grande amore. O come il dodecalogo. Nella vita un buon dodecalogo serve sempre. Serve al battesimo di tuo figlio: non più di dodici invitati, e al funerale: non più di dodici morti per un buon funerale discreto. O al matrimonio: non più di dodici bisticci al giorno, né più di dodici baci. Le esagerazioni non mi sono mai piaciute. Ecco a voi il primo dodecalogo…
Dodecalogo del disoccupato
- Non avrai altro lavoro all’infuori di quello che non hai;
- Non avrai altra donna, all’infuori di quella che potrai permetterti;
- Non desiderare la busta paga altrui;
- Ricordati di santificare il tempo libero, tanto di tempo ne avrai.
- Non mandare curriculum invano;
- Se vai in gelateria, sii choosy, se vai in pizzeria, sii chossy, tanto non andrai né in gelateria, né in pizzeria.
- Se la repubblica italiana è fondata sul lavoro, tu sei uno straniero.
- Ricordati che l’art. 18 non è un capo d’abbigliamento;
- Se il tuo ex datore di lavoro a Natale ti invia il panettone, e a Pasqua la colomba, tu invialo a fanculo.
- Resisti: prima o poi un posto nel mondo del porno si libererà.
- Quando festeggi, ricorda che non hai nulla da festeggiare.
- Ama il tuo lavoro come te stesso; ah no scusa, vabbé dai… comprati un cane!

Curriculum Amoris (solo i banchieri si innamorano)
Dunque, amici e, perché no, nemici, partiamo da un dato di fatto: il lavoro e l’amore ti vengono a cercare soltanto quando hai già entrambi.

Anzi, più è ben stipendiato il lavoro che avete, più il vostro amore vi rende sereno e felice, maggiormente le opportunità nuove sull’uno e sull’altro fronte si dispiegheranno con sovrana leggiadria e mirabile concupiscenza sulla vostra strada. La gloria, da un certo punto in avanti, non può che aumentare, somigliando essa più a una bestia senza controllo che altro.
Perciò molti saranno sempre in debito con l’amore semmai dovesse arrivare: partono con un dato di economia finanziaria per tentare di sostituire i titoli e le azioni con beni più materiali, appartenenti all’economia reale.
In un sistema dove i meccanismi sono principalmente questi, si va a costituire una casta del lavoro e dell’amore. E gli altri, fuori dalla casta, restano castrati. Se fossero dentro sarebbero incastrati…
D’altronde una volta che l’amore è Fiorito, tutto l’universo e la giunta regionale è felice.

Quindi si può sempre seguire la via del suonatore Jones: non al denaro, né all’amore, né al cielo…
Chissà se lo stesso discorso possa applicarsi anche alla fede.
Comunque non temete: ogni tanto il sistema si rinnova e un disoccupato diventa lavoratore, un cuore in affanno trova pace. Tutto sta a presentare il Curriculum giusto. Se proprio non avete mai lavorato o non vi siete mai innamorati, potete sempre dire che avete fatto l’università italiana.
Chissà come la prende la Fornero. Chissà se, almeno in amore, potremmo invece prenderci il diritto di essere “choosy”. O il fardello.
In ogni caso, ogni giorno è un giorno buono per rischiare. In borsa.
Grattati e muori
Anche se voi vi credete assolti
siete lo stesso coinvolti
Faber
Forse sarà una vecchia polemica, ma tanto vale combattere finché la logica di “panem et circenses” trasformata ormai in “fast food & television”, non sarà decostituita a fondamento di una società più giusta.
Ci hanno tolto Enzo Biagi e cosa ci hanno dato? Ci hanno dato programmi per imparare a fare l’uovo alla coque, in camicia da colletto bianco e alla fiorito. Ci hanno dato reality show per imparare come mangiare il riso delle noci di cocco. Ci hanno dato trasmissioni che promettono premi milionari che possono cambiare la vita di chi chiama, di chi scavicchia il pacco, di chi gratta il biglietto fortunato.
Io non ci sto.

l’inizio della fine
Io non ci sto a farmi prendere in giro da una televisione che vuole indottrinarci a dimenticare il senso del sacrificio e del lavoro.
Io non li voglio i vostri soldi e i vostri gettoni d’oro. Senza se e senza ma.
Io voglio che i miei figli possano imparare a lavorare per costruirsi un futuro, qui in Italia o anche altrove, ma che sappiano bene che non bisogna confidare troppo nella Fortuna, che la speranza consiste nella preghiera e nella sconfinata fiducia verso un domani migliore, che tra l’altro non possiamo confondere la speranza con una debolezza, semmai con una fortezza. Né voglio che i miei figli si votino deliberatamente a chissà quale “colpo di fortuna”.
Nessuno ci regala niente, ma è questo che vogliono farci credere.
Io non ci sto più.
Programmi televisivi (che etimologicamente parlando di “televisivo” avete ben poco, dal momento che la televisione è la “visione del lontano”, ma qui non riescono a guardare oltre il proprio naso) anche voi siete responsabili del declino sociale e morale, della decadenza del gusto, quindi per favore, fate le valige e tornate a casa, fuori dai palinsesti delle nostre coscienze che vogliono tornare a ragionare come meritano.
Ora scusate, ma ho comprato un gratta e vinci. Speriamo sia la volta buona.
La Rivoluzione Ruttista
Lo spread è un soltanto un rutto
Dire che il ruttismo è nato con la rivoluzione ruttista, sarebbe come dire che prima di Gesù non c’era un senso religioso. Questo era ciò che intendeva Kuntakinte quando disse che “La religione è il rutto dei popoli”.Quindi quando è nato il ruttismo? Prima di definire il movimento ruttista, dovremo porci il problema del rutto. Da sempre l’uomo ha cercato di dare un senso ai grandi misteri della vita. Respirando l’odore di certe caverne abitate dagli uomini primitivi, gli scienziati sono riusciti a stabilire la datazione di antichissimi rutti.

La comunicazione tramite il rutto si rivelò poi determinante nello sviluppo delle società civili. Dal mito universale del Grande Ruttatore che creò l’Universo alla spiegazione scientifica del Grande Rutto, possiamo vedere più fattori che coincidono anziché collimare. In fondo si tratta di due diverse visioni della vita: da una parte quella mistica “Egli li creò ruttatori, a sua immagine e somiglianza”, dall’altra quella più scientifica “Il Grande Rutto da cui originò la materia gassosa che ha dato vita all’universo per come oggi lo conosciamo”.
La rivoluzione ruttista, dal canto suo, non fa altro che liberalizzare il rutto, rendendolo da sacro un concetto comune per tutti. I famosi motti “Rutto libero” “Più rutti per tutti” e “Il rutto al potere” rimarranno sempre impressi nella storia moderna. Quella generazione, la generazione del rutto, i figli dei rutti, ha cambiato la storia della comunicazione, nel bene e nel male. Se oggi possiamo rispondere al telefono ruttando, è grazie a loro.
Se oggi possiamo fare rutti in pubblico (fino al 1968 era vietato: ricordiamo anche l’epoca del proibizionismo negli anni ’20, in cui erano applicate sanzioni severissime per i ruttatori clandestini, il mercato del rutto nero) di ogni genere, e se conosciamo perfino i cosiddetti rutti silenti, o trasparenti, è grazie alla rivoluzione ruttista, che ha riportato al centro del discorso civile la questione ruttista.
Certo, a una dettagliata analisi, la rivoluzione, come tutti i grandi moti, ha comportato anche dei fallimenti: molti ruttatori sono diventati schiavi del sistema, il rutto è diventato perfino un sintomatico simbolo fisico tipicamente conformista. In un mondo dove tutti sono liberi di ruttare, il rutto ha ancora un senso? Questa è la sfida del nuovo secolo: ridare al rutto quella dignità originaria a fondamento dell’umanità tutta. Ce la faremo? Non possiamo saperlo, ma ciò che possiamo fare è un ruttino al giorno. Con moderazione, senza esagerare i toni del discorso e del problema. Ruttatori, lo sappiamo, si diventa.
Fonti ruttografiche:
- Fenomenologia epistemologica della peristalsi aerobica, De Ruptis A.
- Dal rutto al rotto: etimologia della rivoluzione, De Paperinis
- Ruttismo ed evoluzione dell’uomo, Darwin Charles
Ogni maledetto weekend
Il weekend è come il cucchiaio: non esiste.
Se ti concentri, capirai che non è il cucchiaio a piegarsi, ma sei tu stesso. Così come capirai che non è il weekend a venirti incontro ma sei te che vai incontro al weekend.
Quante volte gli impegni che per tanti motivi non possono essere realizzati durante la settimana lavorativa (strana definizione questa del tempo segnato da crisi e disoccupazione), sono rimandati al weekend?
Così arrivano le classiche frasi come “ci vediamo nel weekend”, “ci sentiamo nel weekend”, “cosa fai questo weekend?”
Il weekend è un’invenzione del Sistema per tenerci buoni, è il premio per fermarci e ripartire, è la dose di ozio settimanale istituzionalmente conclamata (al di là del fatto che molti non conoscono ozio o non conoscono lavoro).
Ma la parte più difficile da accettare in questo inglesismo è la definizione precisa di tempo cui la parola fa riferimento.

Weekend al faro, ma sì!
Cosa si intende con “weekend”? Venerdì e sabato, o anche la domenica, o soltanto il sabato in coppia con la domenica, o uno soltanto di questi giorni? Forse è un’ oscura porzione di tempo che si manifesta in un portale che può aprirsi soltanto a cavallo della mezzanotte del sabato? Chissà!
Una cosa è certa. Quando arrivava il weekend, una volta, ero contento. Adesso la parola mi mette una tristezza infinita. “Weekend”: il composto week e end, mi suggerisce la fine di qualcosa, e quando qualcosa finisce io sono sempre triste. Allora preferisco chiamare le cose con il loro nome: fine settimana. Mi sembra più corretto. Mi sembra che weekend sia un torto alla vita, una allegrezza più che una gioia, una forzatura del tempo. Chiamiamo le cose con il loro nome, diamo poco spazio all’ambiguo, perché il tempo non sarà altrettanto “inglese” con noi.
Tra l’altro uno studio recente, a cura dello Storm Prediction Center con sede in Oklahoma, dimostra che tempeste e tornado sono meno frequenti nel weekend, a causa di inquinamento e smog. C’è poco movimento. A me piace la tempesta, non la quiete.
Vi immaginate se “Ogni maledetta domenica” sarebbe stato “Ogni maledetto weekend”? Dai, non si può!
Favoletta regionale
È fiorito un giardino
Ma dopo la tormenta
Venuta dai monti
Non sono rimaste altro
Che le macerie e le polverini
Sottili.

Il Maschio Ribelle
Un grazie al Duca
per aver ispirato inconsapevolmente
questo post
È arrivato il momento di dire “basta” alla ferocia di questa società matriarcale sempre più onnipresente ed espansiva.
Finalmente anche noi uomini possiamo far sentire la nostra voce e guardare le donne da pari a pari!
Ribadiamo il nostro diritto ad indossare reggiseni e gonnelle. Non capiamo infatti perché il femminismo abbia conquistato il diritto a vestirsi con i pantaloni, mentre invece il genere maschile è stato costretto a restare indietro di mille anni rispetto alla donna.

Rivoltosi durante una manifestazione maschilista.
Uomini!!! Ribelliamoci ai corpetti troppo stetti nei quali tengono incatenati i nostri diritti e conquistiamo la nostra libertà!
Chiediamo quote azzurre in un parlamento dove di uomini finora se ne sono visti ben pochi!
Chiediamo che la scienza ci venga in soccorso, e sia finalmente riconosciuta la legge in base alla quale anche noi possiamo avere il nostro bramato mestruo anale, privo però delle relative paturnie!
Giù le mani dal pene, donne!
Mai più violenze sugli uomini costretti a ore e ore di shopping natalizio, pasquale e pre-ferragostano!
Riprendiamoci la nostra libertà! E seguiamo l’esempio di Schwarzenegger, pioniere del nuovo maschilismo!
E lo chiamano tweet
Mi hanno detto “Vai e scrivi qualcosa di provocatorio.” Quindi ho pensato a quale tema potesse essere così scottante da risultare anche provocatorio. Forse potrei semplicemente limitarmi a dire “Fuma buona erba.” Oppure “Sii fedele alla tua ragazza e costruisci una famiglia.” O anche “Rispetta l’ambiente e non gettare i preservativi per strada.” Si sa: lo sperma non è biodegradabile, basti pensare alle nefandezze dell’umanità.
Forse invece dovrei sospettare che il nudo, crudo, atto della scrittura è già di per sé provocatorio. Insomma oggi ci facciamo per lo più “leggere”: dai raggi x, dagli amici di facebook più o meno interessati ai nostri status in formato citazione, dai followers, questi persecutori voyeristici delle nostre vite confezionate in formato chewin-gum in poco meno di 150 caratteri.

E lo chiamano tweet, che significa “cinguettio”, ma non lo sanno che è proprio cinguettando che i piccioni fanno piovere la merda sulle nostre teste? Bisognerebbe stare attenti ai cinguettii, specialmente quelli provenienti dalle aule del potere e della legiferazione, insomma dal Parlamento. Lì, ci sono un sacco di piccioni. Non è facile demagogia, tutt’altro: è la difficile constatazione di quanto sia improbabile che da questo letamaio nasca qualche fiore. Confidiamo, malgrado tutto nel grande giardiniere, un tecnico della situazione, chiamato a redimere le sorti di questo giardino di erbacce, lapidi e zombie.

Guida pratica per sopravvivere a un attacco di zombie
Mi sono perso, cosa volevo dire? Ah, sì volevo essere provocatorio. Ma ho finito soltanto per provocare un gran casino, e personalmente, una gran fame. Penso che andrò a farmi un hot dog, e poi magari torno a provocare, e facciamo anche la rivoluzione dai. A stomaco pieno però, e fuori dai pasti.
Il pulcino Pio guiderà la Rivoluzione.
S(c)andali sulla spiaggia
Gli scandali italiani sono fatti della stessa materia di cui sono fatte le fiction televisive.

Una proposta per la crisi
Se davvero vogliamo superare la crisi, dobbiamo evolverci tutti cocomeri!

L’uomo cocomero guarda fiducioso al futuro.
Miracolo all’italiana
Chissà se quando Gesù moltiplicò i pani e i pesci si preoccupò anche del contenuto calorico delgi alimenti moltiplicati! Scelse di moltiplicare i panini all’olio o solo quelli di farina e grano? E i pesci? Servì una impepata di cozze, una frittura di calamari, o una più semplice sogliola con aglio e prezzemolo? Di sicuro al tempo non c’erano i dietologi né i fissati con le diete. E poi ve lo immaginate Giuseppe che, chiusa la bottega di falegname, si metteva a fare jogging, magari al parco degli olivi?

O l’arcangelo Gabriele che per l’annunciazione avrebbe mandato un sms o un tweet? E i re Magi? Sarebbero arrivati sicuramente prima di tutti, con tre limousine, e con tanto di tomtom “Per Betlemme svoltare a destra, dopo cinquecento metri siete arrivati.”
A Giuda invece avrebbero mandato tanto di avviso di garanzia per essersi comprato le partite del Campionato. Avrebbe dovuto scommettere sul vincente invece! Lo avevano dato tutti per morto, e invece lui che fa? Ecco che ti risorge e si proclama nuovamente e definitivamente il Messia, fondando un nuovo partito…Ah, no scusate questa è tutta un’altra storia!
Come mettere in crisi uno scrittore
Se avete la sfortuna di conoscere uno scrittore e volete per qualche vostro motivo metterlo in crisi ecco una serie di punti per condurlo nel tunnel della scarsa lucidità:
1. Rivolgersi allo scrittore in questione affinché scriva di suo pugno vostre parole, in quanto se è uno scrittore deve avere per forza una bella grafia
2. Chiedergli consigli e ispirazioni per frasi e biglietti d’auguri seriali (cresime, matrimoni, comunioni): tra l’altro più lo scrittore è lontano dal modello Moccia e più è prossimo al modello Baudelaire, e più questa richiesta potrebbe essere fonte di stati di stress e frustrazione
3. Chiedergli quando la smetterà di dedicarsi alle poesie e alla letteratura, per scrivere finalmente una storia d’amore su adolescenti figli di papà ambientata al liceo o una bella saga…fantasy con protagonista piagnucolante che non vede l’ora di cavalcare un drago

4. Chiedergli di compilare la lista della spesa (tu sai scrivere, sicuramente non dimenticherai niente!)
5. Vietargli di riparare un tubo in casa o di avvitare o svitare una lampadina (tu sai soltanto scrivere!)
6. Regalargli un set di penne (quando sappiamo benissimo che allo scrittore in questione probabilmente interessano più le penne al sugo o al limite in bianco, con olio e parmigiano)
7. Comprargli un vecchio modello di macchina da scrivere (non le usa più nessuno e lo scrittore in questione non sopporta oggetti di arredamento ad indicare un ego che lui stesso non possiede al 90%)
8. Chiedergli un autografo o una dedica su un libro non suo
9. Chiedergli quand’è che si deciderà finalmente a fare un po’ di grana
10. Complimentarsi con lui chiedendogli quando farà la prossima esposizione di quadri d’autore
P.s.: nella maggior parte dei casi lo scrittore al quale vi siete rivolti compilerà anche la lista della spesa, accettando con rassegnazione l’infausto fato.
Casa, ehm scusate “dimora”, di Stephen King, non male per uno scrittore
Che cosa posso fare io?
Il modo migliore per onorare la memoria di Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e di tutti gli uomini della scorta e tutte le vittime della mafia è chiedersi che cosa può fare ciascuno di noi.
Illudersi che il fenomeno mafioso sia circoscritto nello spazio e nel tempo, parli un dialetto piuttosto che un altro, è un problema che magari, solo perché abitiamo in un’altra regione o anche fuori dalla penisola italica, allora non ci tocca, significa non soltanto non aver capito il problema, ma agevolarlo, perché è l’ignoranza del popolo la materia prima che alimenta il fenomeno delinquenziale associativo.
Al di là delle indubbie analisi storiche del processo, dell’individuazione di precisi schermi organizzativi, frutto del lavoro dei magistrati Falcone e Borsellino, e dello smantellamento del mito occulto della mafia, non dobbiamo farci illusioni riguardo il persistere del fenomeno.
Destinato ad avere termine solo con il contributo, anche piccolo, di ciascuno di noi.
Dobbiamo schierarci dalla parte dello Stato e dalla parte della legalità, senza se e senza ma.
In questi giorni sono state spese molte parole e le parole sono pietre, pietre di fondamento per un valido futuro nel quale possiamo degnamente vivere a testa alta.
La società è una casa dove tutti devono contribuire a solidificare i muri portanti. Meno si cura questo aspetto e più la casa è destinata a un rapido crollo.
Quindi la domanda è: che cosa posso fare io?
Da subito: se non si comincia con il rispettare la fila alle poste, dal medico, dal barbiere, non ci si può aspettare che il fenomeno mafioso abbia termine.
L’abbattimento dei privilegi deve cominciare con i piccoli privilegi, quelli di ogni giorno, quelli avallati come innocui bacilli.
Ogni volta che tollerate di far passare avanti il politico, siete dei mafiosi.
Ogni volta che tollerate che lo scontrino non sia fatto, siete dei mafiosi.
Ogni volta che tollerate l’intollerabile, siete dei mafiosi.
E la mafia è una montagna di merda.
Perché la mafia, prima di essere un’organizzazione criminale, è un’attitudine del pensiero, una postura erronea e debilitante del corpus civico.

C’è crisi in paradiso
Berto allargò le braccia, fece spallucce e rivolgendosi al suo collega disse “Che sono morto a fare?”
L’altro, annuendo convinto, rispose “A chi lo dici? Mi sembra una vita che sono qui! E non ho mai visto un cambiamento!”
“Sì, sì! Fanno sempre così! Prima ti promettono il paradiso e poi quando non gli servi più ciao ciao!” – un terzo si era inserito fra i due.
“Ma deve esserci una soluzione! Insomma è o non è nei nostri diritti avere il posto eterno?”
“Seee, il posto eterno! – lo articolò il suo collega mentre saliva su una scala per appendere uno striscione a un palo della luce divina – Il posto eterno sai a chi lo danno? Ai raccomandati! Altro che meritocrazia!”
“Vero, verissimo! – disse il terzo che si apprestava a reggere la scala per aiutare l’altro a posizionare lo striscione – Sapete chi sta dentro quella fabbrica con contratto a tempo eterno? Il figlio del calzolaio!”
Berto scosse la testa “ Quel buono a nulla!”
“Dicono che abbia i requisiti!”
“Quali requisiti? Sentiamo!” – disse Berto poggiando le mani alla cintura e portando il petto leggermente infuori.
“Le solite buone azioni! Pare che il curriculum sia pieno di buone azioni fatte in vita!”
“Ma se in tutta la sua vita non si è fatto altro che le canne!” – disse il collega dello striscione che intanto aveva allacciato un filo.
“Magari farsi una canna è una buona azione!” – disse ridendo un quarto lì vicino, che ascoltava e seguiva la conversazione nel mentre che era indaffarato a scrivere con la bomboletta spray su una parete di nuvola.
“C’è poco da ridere! La verità è che quello è stato assunto perché era figlio di calzolaio!”
“Bravo! Niente di più vero! La Rivoluzione si dovrebbe fare!” – lo incalzava un altro nella piccola combriccola che si andava formando.
“Qui basta che sei figlio di calzolaio, di falegname, o disoccupato che subito hai il posto eterno e tanti saluti a chi laggiù comandava e lavorava!”
“Sì, vaglielo a spiegare te quanto è difficile vivere con i soldi di papà! Qui non lo capiscono!”
Intanto arrivavano altri gruppetti di persone, tutti appendevano cartelli o qualche altro striscione. Per quel giorno era prevista una manifestazione di massa davanti ai Cancelli della “Fabbrica delle Virtù”, una delle più grandi e tradizionali di tutto il Regno dei Cieli.
Iniziarono a formarsi dei cori, qualche fischio, qualche applauso, in direzione della Fabbrica.
Poi arrivò l’Arcangelo Michele da oltre i cancelli, ali spalancate e braccia protese.
“Vi prego! Amici, compagni! Non fate così! Entrate e andate a lavorare!”
“A Miché ma vaffanculo!” – urlò uno, subito seguito a ruota da tutti gli altri.
“Compagna ci sarà tua sorella! Non prenderci per il culo!”
L’arcangelo sbatté le ali, si erse due metri da terra in modo da averli tutti sott’occhio e disse “Vi annuncio che di questo passo non arriveremo a nulla! Fate i buoni! Su! Andate a lavorare! Per il bene di tutti!”
Berto si era arrampicato su un palo e, fattosi passare il megafono, urlò, richiamando l’attenzione di tutti:
“Vogliamo più garanzie. Vogliamo un aumento della felicità e una beatitudine che sia a lungo termine. Non siamo disposti a trattare sulla serenità d’animo! Le nostre anime non si toccano! Inoltre chiediamo più giustizia! – la folla lo applaudiva, Berto iniziò a scaldarsi – lei di lavoro fa l’arcangelo, si mette lì, controlla, dirige e noi produciamo virtù. Siamo stanchi di produrre virtù se questi sono i risultati! – diversi “bravo” e “siamo con te” lo raggiunsero – Vogliamo il posto eterno! La beatitudine non ci basta! Già a metà mese abbiamo esaurito tutta la nostra pazienza! Mi dice lei come facciamo ad arrivare a fine mese! Giustizia! Chiediamo giustizia!”
L’arcangelo Michele a braccia conserte ascoltava e scoteva più volte la testa, poi di espresse.
“Avete chiesto giustizia! E giustizia avrete!”
E sparì in volo.

Non passò molto tempo che sentirono i cori celestiali che precedevano l’arrivo delle camionette di angeli. Un angelo scese dalla prima angel-mobile con i lampeggianti accesi e la musica celestiale che aveva invaso l’ambiente.
Era un angelo combattente. Guardò la folla, gettò in terra la sigaretta che stava fumando e mormorò qualcosa. Subito dalle camionette scesero i primi contingenti di forze dell’ordine angelico, armati di caschi e scudi e si disposero a blocco tra gli operai e i cancelli della Fabbrica della Virtù.
“Abbiamo chiesto giustizia e voi ci mandate gli Sterminatori?”
Berto scese e radunò un gruppo di persone.
“Dobbiamo sfondare il muro e occupare la fabbrica.”
“Andiamocene Berto! Le cose si mettono male!”
Nel mentre che discutevano la folla rumoreggiava. Poi arrivò il primo lacrimogeno.
“Che cosa buttano?”
“Per tutti i diavoli! Ci stanno buttando addosso la Temperanza per placare gli animi!”
“Non respiratela!”
Le urla si fecero confuse. Alcuni colpiti dal gas temperante già lacrimavano e dicevano “Sì, sì, ragioniamo insieme, troviamo una soluzione! Siamo pentiti! Chiediamo perdono! È tutta colpa nostra!”
Berto e altri si erano allontanati a distanza di sicurezza.
“È la procedura standard. Iniziano con la temperanza per tenerci a bada.”
“E ora cosa faranno, Berto?”
“Ora ci perdoneranno.”
“Ma non abbiamo fatto niente. Non abbiamo nessuna colpa. Di cosa dobbiamo essere perdonati?”
Berto scosse il capo, amareggiato.
“È così da sempre. Loro perdonano gli innocenti.”
“Ecco, arriva la luce del perdono. State giù!” – gridò qualcuno.
Si sentì un boato silenzioso e carico di una luce intensa e bianca. Poi nulla più.
Berto si guardò intorno e si rese conto di averli persi tutti. Tutti, in lacrime o sorridendo, rientravano in fabbrica. “Ringraziamo il buon Dio che ci dà lavoro!”
“Sempre sia lodato!”
“Benedetto questo giorno!”
Berto scosse la testa, si rialzò, gli agenti angelici stavano perquisendo i manifestanti rimasti a terra, qualcuno, tra i più riottosi, era stato arrestato.
Defilò svelto in un vicolo nei dintorni, quindi intraprese la strada che lo portava al solito ritrovo.

Appena entrò nel bar un caldo olezzo lo travolse in pieno. Berto inalò l’aria a pieni polmoni e sorrise pensando che ogni volta che entrava in quel locale si sentiva a casa propria.
Si precipitò verso il bancone, salutando distrattamente i soliti astanti. Malgrado l’ora, il bar era abbastanza pieno. L’attenzione dei più era rivolta verso il maxischermo: gli Angels stavano vincendo 4 – 0 contro gli Yankee.
“Ancora credete in quel gioco? Le partite sono truccate!” – disse Berto appoggiato al bancone, ma dalla platea nessuno gli prestò attenzione.
“Pacem et circenses! Ecco cosa vogliono! Il sistema è marcio, Berto!”
Berto si voltò riconoscendo la voce di Uroburo.
“Uro! Come va?”
“Va che avevo puntato su di voi stamane!” – sibilò Uro che si era seduto sullo sgabello accanto. Tamburellava le dita sul tavolo. Sul collo aveva un tatuaggio numerico: 666. Tutti lo conoscevano come un “tipo da evitare”, nessuno sapeva molto sul suo passato. Diversi sostenevano che una volta era un angelo, poi decaduto dal servizio per indisciplina e ora combatteva contro il sistema per il quale aveva lavorato.
Berto sospirò e disse:
“Lo so, Uro. Ma sono più forti. Sono dannatamente più forti!”
“Giuda ballerino! – esclamò Uro – Berto tu sei l’eletto. Quello che può cambiare le cose. Non devi farti abbattere, tutti puntiamo su di te. Sei il migliore.”
“Non posso Uro! Non è facile!”
Uro gli si fece più vicino e sibilò a bassa voce.
“Allora dobbiamo alzare la voce, Berto! Dobbiamo farci sentire! Sei ancora con noi?”
Berto annuì.
“Certo che sono con te.”
Uro si voltò verso il barista.
“Un succo di mela alla spina per Berto! Fallo forte!”
FINE PRIMA PARTE






