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L’aspettativa di vita

Un uomo dovrebbe avere una sola aspettativa dalla vita: la vita stessa.

Può essere banale, ma questa cosa me l’ha detta un orango con un casco di banane sotto il braccio, fuori da un negozio di liquori.

Ora sembra tutto meno banale e più banane.

Il trono di banane

Merry Instagram!

La luccicanza è una danza

che si balla sotto dipendenza

La crisi ha colpito ogni settore delle nostre vite quotidiane, compresa la tanto amata festa di Natale. C’è chi regala solo cose utili, chi si affida al “durante i saldi ti compro qualcosa che ti serve” e chi non può prescindere dalla propria vena artistica neanche per le festività natalizie.

L’estate ci ha abituati a vedere bikini e fisici mozzafiato su sfondi hawaiani nitidi ed intensi, ed ora vediamo alberi scintillanti cappellini rossi e palline multicolori su sfondi dorati.

E’ la magia di Instagram.

Fotografo, ergo sum.

 

Perché ammirare un quadro d’autore in un museo, quando si può fotografare la pallina più dorata del proprio albero, su sfondo anticato possibilmente?

Perché apprezzare fotografi di fama mondiale, quando si possono portare i propri cani in spiaggia la vigilia di Natale, far indossare loro il proprio cappellino natalizio e fotografarli con rigorosa luce effetto tramonto?

Perché incontrare i propri amici e divertirsi insieme durante le feste come facevano i nostri avi, quando si può mandar loro la propria foto davanti al camino, con aggiunta di elegantissime decorazioni tipo vischio pungitopo e quant’altro sia natalizio per antonomasia?

E cosa dire dei bellissimi cenoni fotografati con dovizia di particolari tipo contrasto colore pietanza\vassoio di presentazione? Magari poi fa schifo, ma non importa…è instagram!

Starbucks, crostate della nonna e palle: i soggetti preferiti da Instagram sotto Natale.

Instagram è un bellissimo mondo fatto di felicità, feste, divertimento, colori e luccicanza ( …si, ho scritto proprio luccicanza… ) non vale la pena vivere la realtà, quella fatta di alberi di Natale vecchi di trent’anni, palline scolorite dal tempo e dall’umidità delle cantine, dalle tradizioni culinarie delle proprie famiglie e dei propri paesi, dall’incontrare gli amici al freddo e con 5 kg in più guadagnati in tre giorni e parenti che ti regalano oggetti improbabili che non userai mai ma che aspettano il tuo grazie infinito ed eterno.

Instagram è un film di Natale in stile Vanzina eternamente a portata di click, e allora indossiamo i nostri cappelli, i nostri sorrisi ed il nostro spumante da tre euro e cinquanta dell’Eurospin ed instagrammiamo un bellissimo e luccicante Natale, instagrammiamo noi stessi , la nostra vita, la nostra realtà, il nostro Natale.

A Natale però, alziamo gli occhi dal nostro telefono e guardiamo in faccia chi amiamo, senza instagram….almeno a Natale.

Tanti Instagrammauguri a tutti voi!

Laetitia

Lasciateci Humani

Lasciateci umani. Voi che dite di aver visto dio ai confini dell’universo, voi che collezionate denti ultra bianchi nelle scatole di Instagram, privi di Gramsci.

Lasciateci umani, mentre percorrete i corridoi frenetici della celebrità, voi che credete di bruciare, perché qualcuno vi ha detto che somigliate a Lady Gaga. Lasciateci umani, voi che siete presenti alla prima comunione, ma non comunicate più da tempo, voi che siete gli ultimi predicatori della fine del mondo, e invece questo mondo non finisce, voi che non mancate un augurio, una cresima, un matrimonio, un divorzio.

Lasciateci umani, voi scimmie che giocano la schedina della propria squadra del cuore, voi che lo idealizzate il cuore, ma che non votate più per nessun ideale.

Lasciateci umani, voi che sognate una vita da Barbie e Ken, voi che al posto dell’Iliade avete i Pokemon. Lasciateci umani, voi che avete dimenticato ebrei, indiani, rom, minoranze. Lasciateci umani, voi che votate ancora per un partito, ma non trovate il coraggio di partire per nuove destinazioni. Lasciateci umani, voi che avete il bisogno di essere gli animali domestici di un leader.

Lasciateci umani: non credo più nel vostro pentimento, nel vostro doppio mento. Lasciateci umani, voi che non distinguete più un uomo da un maiale, un giusto da un fascista. Lasciateci umani, voi che condividete foto, video, pose, ma non condividete ciò che non potrete mai avere: l’essere.

Lasciateci umani, voi che esaltate il poeta civile, il cane civile, il cittadino civile. Lasciateci umani, non le vogliamo le vostre aiuole di martiri ed eroi.

Noi non saremo come voi. Noi siamo ciò che non siamo.

Lasciateci umani. Lasciateci soli.

Forchette o Forconi?

E fu nella notte della lunga stella con la coda che trovammo mio nonno crocifisso sulla chiesa crocifisso con forchette che si usano a cena

Coda di Lupo, De André

Ho sempre pensato che la Storia non fosse qualcosa di eclatante.

Sì ci sono degli episodi che ricordiamo tutti perfettamente o che assurgono a diventare simbolo di un qualcosa, quale che sia lo schiaffo di Anagni, l’Obbedisco garibaldino, il Rivoltoso Sconosciuto di Piazza Tienanmen a Pechino, l’assassinio dell’Arciduca Francesco Ferdinando d’Asburgo.

Eppure, agli occhi di uno storico, tutti questi episodi non sono altro che…scintille. Splendide, luminose, fulminanti scintille nel furore perpetuo della notte. Ma pur sempre attimi. E si sa: un attimo conta più nella vita di un uomo, che non nel grande ciclo storico, troppo distratto e chiassoso per aver tempo di compatire le nostre miserrime esistenze.

Così Polibio usava distinguere fra Aitia (la causa vera e remota di un avvenimento, dal greco αἴτιον) e Prophasis (il pretesto, la scintilla, l’episodio per l’appunto). Insomma dietro l’assassinio dell’Arciduca c’era un pentola a pressione sul punto di esplodere, e il suo esecutore è stato solo uno strumento nelle mani di una Storia sempre più grande degli uomini che s’illudono di governarla, in quel caso la Prima Guerra Mondiale.

Che poi è come dire che l’Aitia è la mia voglia di cappuccino e la prophasis è il bar sotto casa. O per i più romantici, l’Aitia è la voglia di innamorarsi, e la prophasis è la prima che incontrano per strada…A ripensarci non è così romantico…ma ci siamo capiti!

Le forchette ci parlano! [Forchette parlanti - Opera di Bruno Munari 1958]

Ecco, questa struggente premessa, che poi è il succo vero della storia, poiché è ciò che segue le premesse che è superfluo, era per dire che probabilmente la Storia la si decide a tavola con le forchette più che in piazza con i forconi. Mentre vostro zio è lì che vi chiede “Vuoi ancora della pastasciutta?” “Mi passi il sale?” o ancora “C’è una bistecca in più, chi la vuole?”, ecco lì si sta facendo la Storia. Mentre cospargete di sale la vostra insalata potrete ancora sentire l’eco delle ruote delle bighe e del passo di marcia dei soldati romani su Cartagine che spargevano il sale sulle rovine. E mentre addentate la bistecca, state strappando un trattato di pace a qualche potente della terra, o se state mangiando del sushi, con tutta probabilità state segnando il destino del Giappone. O dell’Italia, dipende dai punti di vista.

In fondo Cesare fu assassinato con posate da tavola, non con coltelloni da macellaio.

Insomma la Storia non la fa la piazza, ma la pancia.

Buon Appetito!

Yes Global!

Una cosa che non sopporto è: quando le persone con le quali esco parlano in dialetto con persone di altre città. Qui ti ricordi che fatta l’Italia, bisogna ancora fare gli Italiani. A primo impatto può apparire simpatico questo uso del dialetto. Poi in un secondo momento ti accorgi che c’è qualcosa che stona, come una smagliatura, un qualcosa che non torna.

Sì perché come diceva un giurista austriaco, “il linguaggio è servo infedele e segreto padrone del pensiero”. Parlare in dialetto al di fuori dei confini nei quali quel dialetto viene usato (anche se non è una questione di confini geografici, quanto di confini comunicativi, di registri, di contesti, di interlocutori) vuol dire portarsi dietro un guscio in nome di cosa poi? In nome della difesa dei valori locali? Ma non ci credo proprio. Anzi, semmai l’esatto opposto.

Ho capito che produci tartufi, non sbandierarmi i tuoi tartufi locali sotto il naso. Una volta esclusa la tutela della lingua locale, resta l’altra opzione, l’altra tesi, quasi altrettanto comica: la rusticità. Quasi che essere rustici, villosi e villani renderebbe più preziosi gli ormoni di turno.

C’è un filo sottile di imbarazzo quando il dialetto viene fuori in modo spesso inappropriato, è come creare un muro, argilloso, di sabbia, ma pur sempre un muro, e se non lo si scavalca con ironia, tende a stabilizzarsi.

Nell’epoca in cui si è tornati a demonizzare la globalizzazione, il rischio opposto è quello di un’esaltazione del locale che ci riporti indietro a un feudalesimo delle menti e dei luoghi (comuni). Certo, dà altrettanto fastidio un “italiano” non sciolto, ostentato, non scorrevole.

Passo e chiudo.

Post Scriptum: Salutame a soreta.

Ero lì

Io ero lì, quando il vostro muro è caduto, sotto i colpi degli Achei del Pelide Furioso. Io ero lì, quando Cesare cadde sotto i coltelli dei suoi figli, i figli della Sacra Repubblica. Io ero lì, quando camicia rossa disse: “Obbedisco!” e anche più tardi quando gridò “Rivoluzione!” nella piazza di Stalingrado a dieci gradi sotto lo zar. Io ero lì quando le camicie nere pendevano dalle lavatrici della storia, obitori di centrifughe in fuga da borghesi e casalinghe.

Ero lì, quando lui bevve la sua cicuta e mi abbracciò, Sacra Libertà degli Uomini. Ero lì, quando oltre la siepe ho visto prima il buio e poi la luce.

Ero lì, nelle pupille transgeniche dei bovini che ripetevano “I maiali sono più uguali di noi” e la voce di un generale impazzito di gioia “Meglio porco che fascista!”

Ero lì, mentre il vitello d’oro volava sui greggi grigi e fiochi di chi, credendosi uguale, abbatteva muri a casaccio in nome di Dio.

Ero lì, a Capaci, a Palermo, a Bologna, a Milano, per un soggiorno di cinque giornate e una vita a centomila volti.

Ero lì, quando l’America piantò la sua bandiera nella terra di nessuno e Astolfo non protestò. Ero lì, quando le torri crollarono, ribellandosi al peso di un’insostenibile libertà.

Ero lì, quando mi dicesti “ciao, ci vediamo in un’altra vita” e sarò ancora lì, mentre tutti i muri cadono, ed io t’amerò per sempre.

Et cetera

Alle volte c’è sempre troppo da fare per poter spiegare.

Spiegare al proprio capo le motivazioni valide in base alle quali rivendicate un aumento di stipendio, o spiegare le fondamenta filosofiche in base alle quali le tesi kantiane sulla ragion pura sono assolutamente errate, o spiegare qual è il senso della vita, la risposta a tutto, dai piatti che sgocciolano nel lavandino e attendono di essere asciugati al “perché siamo qui, dove andiamo” etc etc.

Sì, avete letto bene: etc etc, che significa “et cetera” o dal greco “καὶ τὰ ἕτερα” (kai ta hetera, “e le altre cose”). C’è sempre un mucchio di altre cose, un infinito universo dentro un altro universo. Astolfo, quando arrivò sulla luna per ritrovare il senno di Orlando, si trovò di fronte a una montagna di eccetera.

Immagine

La prima volta che ho guardato lei negli occhi i dettagli erano così tanti, così…innumerevoli, che soltanto un’espressione così simile all’idea di eternità poteva riassumere quel momento: et cetera.

Perché alle volte non basterebbe una vita per poter elencare tutte le buone ragioni e la bellezza che vediamo in una persona.

A differenza della guerra e della morte e delle cose cattive: un genocidio non può essere riassunto in un “etc”: vanno ricordati tutti, nome e cognome, volto, mani, unghie, vizi, abitudini. La memoria storica non è cumulabile all’infinito: è racchiusa in un tempo definito.

Invece per la bellezza, non è la fretta, ma è il tempo che scorre, che inesorabilmente avanza, ruga dopo ruga, scava trincee dentro e fuori, che ci consente di ricorrere a un etc e allora non possiamo permetterci di perderci nelle miniature del tutto. Talvolta tutta questa bellezza deve essere riassunta, osservata da lontano, per quanto possibile: un immenso et cetera.

Finché non vedremo Dio: il primo e ultimo “et cetera” della storia, per scoprirlo dentro di noi.

E poi…e poi…ci sarebbe molto da aggiungere, etc etc

Quali sono “le altre cose”? Ecco, siate curiosi, avvicinatevi, sempre di più, sempre di più…

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