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Se dio fosse stat* donna

Ad un certo punto della mia vita, sono arrivato a chiedermi se dio, nell’immaginazione delle persone, sia da considerare maschio o femmina. Confessiamolo. Dio è sempre stato considerato maschio. Anch’io, quand’ero piccolo, lo disegnavo come maschio. D’altronde, chi altro poteva essere?

Lui poteva. Lui poteva tutto e per questo era maschio. D’altronde il padre, il figlio e lo spirito santo. Non c’era nessuna traccia della parte femminile. Dio era maschio, ma era tutto nello stesso tempo. Ci sono arrivato solo poco tempo fa. Bella scoperta, mi direte. Adesso mi darete anche la pacca sulla spalla.

A un certo punto ho pensato si trattasse di punti di vista, un po’ come le lampadine, se le sviti nell’emisfero boreale devi seguire un verso, viceversa se le sviti nell’emisfero australe. Ecco, dio era diventato la lampadina del mio sesso. Da che parte andava svitato?

Ma se dio fosse stato donna. Che sarebbe successo. Cioè è un quesito che credo non sia proprio corretto, ma mettiamo un attimo che davvero foste convinti che dio dopotutto potesse anche aspirare ad essere donna. I più, subito, mi avrebbero detto “dio non è uomo né donna”. Allora giustificatemi Michelangelo e potremo parlare.

Se dio fosse stato donna, ci sarebbe stata più giustizia. Ne sono estremamente convinto. Ci sarebbe stata più giustizia perché il mondo sarebbe stato alla rovescia. Il mondo è molto più maschilista di quello che pensiamo.

Più giustizia, più ricerca della bellezza, spirito di sacrificio, più giustizia per l’umanità. Più amore. Il dio d’amore è sicuramente donna. Provare l’esistenza di dio sarebbe stata sicuramente più interessante. Almeno ci si fermava per un tè mentre si cercava dio. Si spezzava il pane, certo, in onore di dio, ma poi si sarebbe anche spazzato per terra.

Inoltre ci sarebbero stati i diritti per tutti, non solo dell’uomo.

A Sanremo voglio una Mistress, anzi un Commissario O.N.U.

Sta per ricominciare il Festival.

Quale Festival?

C’è bisogno di dire quale?

Sì, c’è bisogno, non essere provinciale.

Okay, sta per cominciare il Festival di Sanremo.

E sarebbe?

Niente. Puoi vivere anche senza sapere cos’è. Ma una cosa devo dirla. Raccolgo l’appello sollevato dal blog Un altro genere di comunicazione, vista la giustificata indignazione riguardo il servizio del Tg1 andato in onda il 25/01/2012 nell’edizione delle 20, intitolato “La donna dell’Ariston”.

Il teatro non fa onore all’etimologia greca del proprio nome. Ariston, in greco, significa “il migliore”, ma da quel che vedo, ad essere ripresa all’interno del teatro è una delle peggiori scene della televisione italiana, nella sua variegata e infinita collezione.

Questa non è soltanto una sconfitta del movimento femminista, questa è (anche) una sconfitta della Società Civile. Beata la terra che non ha bisogno di eroi, citando Bertolt Brecht nel suo Galileo, ma l’Italia ha ancora bisogno di femministe, di cittadini onesti, di magistrati preparati, di politici al servizio della comunità. Tutta gente che non vorrei classificare come “eroi”, ma i tempi ne fanno, ahimè, un’eccezione.

Questo è il servizio incriminato.

Bisogna capire che non è soltanto il servizio “giornalistico” in sé ad essere incriminato, con Gianni Morandi che fa segno alla grechina di togliersi il cappotto, Papaleo che chiede il bacino, la differenza d’età e lei che non sta capendo un tubo. Tra l’altro aggiungo anche che per me lei non è assolutamente una vittima, visto che viene pagata per quello.

Ma la vittima in tutto questo è ancora una volta l’idea di “donna” che viene fatta passare come oggetto.

Tanto vale allora rivolgersi all’oggettivizzazione per eccellenza, nel campo del porno, e invocare la venuta di una Mistress a Sanremo che li domini tutti quanti con frustino e corde chiodate.

Oppure Gianni Morandi faccia spogliare un bel maschione e Papaleo chieda il bacetto.

E la soluzione non è nemmeno boicottare il festival. Se il festival è seguito abbiamo il dovere di criticarlo, di elogiarlo nelle sue positività e distruggerlo nelle sue negatività.

Tanto per capire che non stiamo scherzando e che il nostro appello comincia dall’O.N.U. riporto qui il link del rapporto ombra sull’implementazione della convenzione CEDAW in Italia, convenzione ONU per l’eliminazione di ogni forma di discriminazione nei confronti delle donne.

http://www.scribd.com/doc/59317618/Rapporto-Ombra-sull-implementazione-della-Convenzione-in-Italia-sottoposto-al-Comitato-CEDAW-dalla-Piattaforma-Lavori-in-Corsa

Non da ultimo, la Raccomandazione ONU rivolta all’Italia, n. 25/2005:

“Il giudizio complessivo nei confronti dell’attività dei Governi che si sono succeduti in questi anni è critico: poco è stato fatto a livello strutturale per combattere gli stereotipi sessisti e i pregiudizi di genere, che “minano alla base la condizione sociale delle donne, costituiscono un impedimento significativo alla attuazione della Convenzione, e sono all’origine della posizione di svantaggio occupata dalle donne in vari settori, compreso il mercato del lavoro e la vita politica e pubblica”

(Raccomandazione n. 25/2005 del Comitato CEDAW all’Italia).”

Se volete firmare qui c’è l’appello di Donne e Media al Direttore Generale della RAI Lorenza Lei.

http://www.associazionepulitzer.it/appello-al-direttore-generale-della-rai-lorenza-lei

Noi ci saNremo, facciamoci sentire.

Maschilismo accademico

 

Ricordate, ragazzi. La Storia ha sempre raccontato storie di uomini. Nixon, infatti, era un uomo e Margaret Thatcher non era certo una donna.

Pensieri biodegradabili

 

Improvvisamente pensò che se non fosse esistita la differenza tra bagni dei maschi e bagni delle donne lui sicuramente avrebbe goduto di maggiore libertà. Ma il fatto non era precisamente collocato nel godimento in sé della libertà quanto piuttosto nelle nuove libertà di cui avrebbe goduto.

Innanzitutto finalmente , se fosse entrato nel bagno delle donne, che sarebbe stato a questo punto anche dei maschi, avrebbe sentito lo scorrere fatale e interno delle acque sacre. Avrebbe scoperto che anche le donne pisciano. Ma non era feticismo, era la conferma che dio aveva pensato contemporaneamente a due esseri con stessi dolori, piaceri, umori. Liquidi. Avrebbe sentito aprirsi il mare interno, quello invisibile, quello che si sente solo nei veri momenti di solitudine dell’uomo. E della donna.

Nel bagno. Il bagno , pensò, doveva essere chiamato luogo del bisogno. Un bisogno che oltre al corpo prendeva anche la mente. Il bagno è un pensatoio in cui i pensieri variano tra il giallo e il marrone. Come immagine non è il massimo, pensò, ma almeno non avrebbe lasciato tracce indelebili. Quello che voleva dire è che in fondo i pensieri sono biodegradabili , non vivono nell’iperuranio.

Arrivò qualcuno, al che si sentì un attimo preso in fallo. Per le leggi degli uomini lui era entrato in un bagno delle donne, uno di quelli raffinati, con mattonelle smaltate, bianche e rosa, con garofani disegnati, puliti e profumati, qualche capello per terra, paradisiaco per essere un locale generalmente affollato. Sentì che qualcunA era entratA. Si ritrovò chiuso in un angoletto, lui che lo aveva in mano e si sentiva solo e non poteva condividere quel momento femminile.

Si pensò sciocco, matto, deviato nei suoi pensieri. Perché andare in bagno gli stava dando queste noie sul genere umano? Forse non siamo mai stati davvero uguali, forse anche dio aveva  errato quando prese una costola. Una costola in meno vuol dire qualcosa in meno. O in più? Non si era mai capito.

Al che si ritrovò con la faccia di una donna stilizzata davanti la sua faccia. Non aveva mai vestito così né tantomeno aveva visto donne che vestissero così. Un suono. Una gonna tirata giù, inconfondibile, come quella che aveva tirato giù per la prima volta alla sua ragazza. Ora che ci pensava non aveva mai sentito la sua ragazza in un bagno pisciare. La gonna aveva dei toni grigi e delle righe, era molto sexy sulla sua ragazza, accennava perfettamente le sue natiche e tradiva tutti i pensieri degradabili. Sul serio sembrava che i pensieri fossero immateriali.

Chissà quella donna che tipo di gonna aveva, gli stava venendo la tentazione di spiare. Ma cosa fai? Sei in un bagno delle donne e poi sei uomo, sei un maniaco. Ma non c’è differenza tra uomo e donna, sono simboli biodegradabili.

Aveva appena tirato lo sciacquone, lei. Lui stava lì, sospeso, che non sentiva, né se stesso, né lei, più. Si sentì davvero solo, lui, lì davanti, niente sciacquone, senza più scopo nell’andare in bagno. Non ritrovò nessuna scusante, ora aveva premuto d’istinto lo sciacquone, i pensieri scivolarono via, biodegradabili,  lentamente, con giro antiorario.

Lei era andata, Lui non sarebbe più entrato lì.

L’amore non esiste: andate a farvi fottere

Affermare l’esistenza di dio, malgrado l’inconsistenza ontologica dell’oggetto di studio, non è stato un problema per secoli. Intere religioni e culture non hanno potuto fare a meno dell’idea di dio. L’intero ateismo si basa su “dio”.

Discorso analogo per quel “modo di essere”, “sentimento”, “comelochiamatevoi” che ha influenzato, specialmente nell’ultimo secolo, la costruzione delle “coppie”, e cioè l’amore.

Dell’amore ci parlano i poeti fin dall’antichità, ci cantano i cantanti e ci marciano i blogger, persino quelli di infima categoria (vedi il sottoscritto).

Tutti sapete di cosa parlo. O credete, come me, di saperlo.

Quando una persona è innamorata vive su un altro mondo, i colori diventano sfumature di un monocromo rosa che aleggia su ogni cosa, le parole che escono dalle labbra sembrano uscite direttamente dall’alveare, gli sbalzi d’umore  sono un modello di costruzione per le montagne russe, l’innamorato è sopra la montagna russa, e non si rende conto che il giro prima o poi finirà e che ha pagato il biglietto per farlo: perché è stato appena fregato alla grande dal parco giochi della vita.

Quando prendete il pacchetto “rapporti umani” in omaggio danno la “sofferenza“: e l’omaggio mica potete rifiutarlo. Anzi di solito è la parte che resta, quando avete “consumato” il pacchetto. Così alla fine vi ritrovate con una caterva di omaggi. Bella fregatura.

Soffrire è l’unica cosa gratuita di questa vita: fatevene una ragione. Anzi no, meglio non ragionarci troppo sopra, giacché ragionare o pensare troppo è una sofferenza (e lo dice la Bibbia che la conoscenza aumenta il dolore!)

Ora io non so chi sia il proprietario di questo parcogiochi: se dovessi incontrarlo lo prenderei a pedate nel culo talmente tante volte che per lui la famosa espressione “avere culo” diventerebbe indice di sofferenze medievali e tribali tribolazioni.

Però so chi ci lavora in questa enorme sala degli specchi: illusionisti ed illusioniste pronti ad illudervi, perché voi siete pronti a farvi illudere.

È tutto inutile. Non innamoratevi, non cadete nella trappola. Direte: malgrado tutto ne vale la pena. Se avete in qualche modo apportato un miglioramento/incremento intellettivo o materiale alla qualità della vostra vita, allora ne sarà valsa la pena. Ma la maggior parte delle volte (tutte le volte) non va così.

Finirete per rimetterci tempo ed energie.

Se poi addirittura pensate che l’altro o l’altra sia innamorato di voi per chissà quale freccia del destino scagliata da Cupido vi sbagliate.

Eh sì, perché questo non è solo un modo per dire che l’amore non esiste, ma esiste un gran fraintendimento fra uomini e donne.

Noi da una parte pensiamo che la donna vada conquistata con l’amore, loro da una parte pensano che l’uomo vada conquistato con l’amore.

Non è vero. Ciò che l’uomo pensa veramente è questo: vuoi conquistarmi? Fammi vedere quanto sei brava a letto. Ciò che la donna pensa veramente: vuoi conquistarmi? Scordatelo, ma comunque fammi vedere quanto sei bravo. In un miliardo di cose.

C’è una selezione di base. Aggiungo, con un certo orgoglioso maschilismo empirico: gli uomini si innamorano, le donne selezionano.

Selezionano: bellezza, soldi, intelligenza. Di solito quest’ultima è un accessorio. C’è una tabella di valori complicatissima che consente loro di effettuare calcoli matematici degni della NASA, e noi siamo solo povere cavie da laboratorio. Il topo vincente non sa ancora a cosa sta andando incontro.

Io, Julian Assange e Michael Jackson siamo gli unici in possesso di questa tabella, ma per ragioni di vita o di morte, non possiamo rivelarla al mondo.

Se credete ancora nell’amore siete degli idioti.

Se ci credo? Io…non ve lo dico.

Fate il vostro gioco.

Lo strip tease dei diritti #9

Nota a margine: riprendiamo un argomento di cui abbiamo discusso tempo fa che per diverso tempo è stato dimenticato. Abbiamo ripreso contatto con le operaie di una vicenda che non dovrebbe esistere.

Tacconi Sud, Latina, 3 giugno 2011

Siamo giunte ormai vicine alla data che porterà il nostro datore o un suo legale rappresentante  nel  tribunale di Latina.

Il 9 giugno.

Allora saranno trascorsi 142 giorni d’occupazione della Tacconi Sud.

Il presidio per chi vi entrasse ora ha le  pereti ricoperte di messaggi, note, fogli dei turni, articoli dei giornali che amiche giornaliste hanno scritto, i disegni dei nostri bambini, delle domeniche e delle feste trascorse.

Questo presidio sa del tempo delle nostre vite che abbiamo fermato in nome del diritto dei diritti, il diritto al lavoro e alla dignità che deriva da questo, in nome di quella legge che abbiamo sempre rispettato e che mai nella nostra vita avremmo immaginato di violare per avere giustizia.

Questa esperienza ha cambiato per sempre le nostre vite, perché la prova di forza che abbiamo dovuto sostenere è stata molto più grande di noi.

Adesso che è giunto il momento decisivo abbiamo bisogno di cercare ancora una volta l’abbraccio difficile con questa città, che non abbiamo cambiato con questa lotta, ma alla quale lasciamo una traccia della nostra storia.

Di come un gruppo di donne in un giorno freddo di gennaio, in mezzo a mille difficoltà hanno “scelto” perché non hanno avuto “scelta”.

Non ci sentiamo delle eroine, perché non abbiamo mai smesso di avere paura e non della notte al presidio, ma di tutte quelle cose che hanno attraversato questi mesi di domicilio coatto. Del “non senso” che saliva nei nostri cuori tutte le volte che un turno restava vuoto, perché non è stato facile restare insieme e continuare a credere d’essere nel giusto. Può apparire strano, ma è più difficile confidare nella propria resistenza che nei propri principi l’hanno animata, la prima è la misura dei secondi.

Così tanto più si crede in un principio, tanto più si trova il coraggio per resistere all’evidenza del contrario.

Vi aspettiamo davanti al tribunale di Latina il 9 giugno mattina, vi chiediamo di restare con noi in attesa, di stringervi intorno alla nostra speranza…

Ringrazio tutte le mie colleghe, tutti i loro compagni, i loro figli piccoli e grandi, gli amici tutti nei ruoli diversi che hanno diviso con noi parte di questo percorso, le amiche giornaliste, insieme ai loro colleghi tutti, in particolare quelle che hanno perso il lavoro in queste ore, il presidio è andato avanti  anche grazie a loro, se continuarlo dipenderà dalla decisione di giovedì…..

Rosa Emilia Giancola

L’altra faccia della mela

 

La donna è l’unico vero oggetto di studio nella vita di un uomo. Ma questo studio porta sempre al fallimento.

 

 

Un chimico

 

Mi chiamo George, e non sono quello che si presenta ai party e gli sbattono la porta in faccia (giustamente) perché ha dimenticato una bottiglia. Non ho nemmeno mai avuto la prestanza fisica di quel tale. Ma al college ero un portento e amavo la chimica. Solo che la chimica, evidentemente, non amava me. Gli amori non ricambiati segnano talvolta più di quelli corrisposti. Si finisce sempre per desiderare ciò che non si può avere. Non che non avessi dato tanto alla chimica: gran parte del mio tempo era per lei, ho rinunciato e fatto sacrifici per la scienza che nessuno sa. A vent’anni ho fatto una scoperta ritenuta all’epoca eccezionale. Ho scoperto un nuovo elemento chimico da aggiungere nella tavola periodica: la stronzia. Come elemento aveva un comportamento affascinante, diverso dagli altri. Innanzitutto era in grado di legare con qualsiasi altro elemento della tavola con identica facilità, ma altrettanto rapidamente il legame si scioglieva. Era un elemento molto instabile, poco affidabile, sebbene molte reazioni lasciassero prevedere sviluppi eccezionali per il futuro della chimica. La sua flessibilità poteva essere impiegata al meglio. Il ph, in qualsiasi reazione prevedesse la sua presenza, era costantemente e massicciamente acido.

In più era un elemento radioattivo. Un giorno tornai a casa e trovai il laboratorio sottosopra. Subito il mio sguardo cadde sulla barretta d’isolamento del nuovo elemento. Non c’era più. Sono tutt’oggi convinto che si trattasse di un lavoro governativo dei servizi segreti. Ho ripetuto per anni la ricerca ma non sono più riuscito a trovarla. La stronzia se n’era andata via, per sempre, lasciandomi con un pugno di molecole inutili.

 

Un malato di cuore

 

Sono sempre stato un debole di cuore. No, che avete capito. Non uso metafore: non sono né un poeta, né un politico. Sono cardiopatico. E non c’è donna che conosca così bene il mio cuore come la dottoressa Melrose. La nostra storia è cominciata con una tachicardia ed è finita con un principio di infarto. La prima volta che mi accolse nel suo studio mi disse “Lei ha un problema di cuore?” “Si, mi hanno detto che lei è una brava.” “Sono solo una che ama il proprio mestiere.” Da allora è stato tutto un rivolgimento di coronarie, applicazioni di pace-maker, valvole tricuspide violate. Ero un tipo convinto di fermarsi sempre all’epicardio: lei ebbe il coraggio di andare oltre. Durante un’operazione chirurgica le sue mani toccarono il mio endocardio. “Dobbiamo farlo, è necessario – mi aveva detto – dobbiamo evitare che il sangue si coaguli: lei deve poter andare avanti.” Mi ero limitato a un cenno d’assenso con il muscolo papillare laterale. Lei aveva capito. Poi un giorno ebbi un principio d’infarto proprio nel suo studio. Quella fu l’ultima volta che la vidi. I miei occhi si offuscarono davanti ai suoi mentre si preparava a un massaggio cardiaco. Mi risvegliai in sala operatoria. Ma lei non c’era. Chiesi di lei. “La dottoressa Melrose? – il primario rise tra sé e sé – si è presa un periodo di vacanza.”

Seppi una settimana più tardi che era stata radiata dall’ordine dei medici: non si era mai laureata. Non ebbi più notizie di lei. Ogni tanto di notte mi addormento sognandola e il mio cuore va in aritmia.

 

Un ottico

 

Credetemi. Ho sempre guardato a fondo negli occhi di una donna. È una sorta di deviazione professionale: non posso farne a meno. Sono un ottico. Vengono da me desiderose di vedere la vita con nuovi occhi. E io mi limito a trovare la lente adatta per loro. Miopi, presbiti, mendicanti di vita, sono il loro oculista. Alle volte vengono con cataratte, altre si lamentano di non riuscire a distinguere il proprio uomo dagli altri quando è lontano, e questo dà loro un senso di frustrazione. Ma nessuna si è mai venuta a lamentare con il sottoscritto. Non ho mai perduto la testa per nessuna di loro e ho sempre fatto in mondo che ci vedessero bene quando presentavo loro la ricevuta per il servizio reso.

Ironia del destino: ora che sono cieco è una donna che si prende cura di me. Leggo la sua ricevuta sulle labbra, quando mi bacia.

 

Un gigolò

 

Vogliono una sola cosa: me. Anzi: la mia parte migliore. Quando ho iniziato questo mestiere (più per necessità, che per piacere) non sapevo ancora che mi sarei trasformato in un artista del sesso. Un professionista in grado di soddisfare a pieno ogni tipo di clientela. E la mia è piuttosto varia, modestamente. Non che non fossi sicuro delle mie qualità: ci sapevo fare anche quando ero fuori da questo settore. Ma allora pensavo solo a me stesso, soddisfatto me, le lasciavo andare. Alcune tornavano, altre non le ho più riviste. Invece adesso l’unico fine è soddisfare loro. Mi dedico completamente al loro piacere, al punto tale che tutte si innamorano di me, o almeno della mia parte professionale. Non mescolo mai i sentimenti con il sesso. Fuori dal letto nessuno è perfetto. Dentro l’unico perfetto è il sottoscritto. E vengono tutte: fidanzate deluse, mogli trascurate, single con voglia di fare un’esperienza nuova, donne in carriera e casalinghe. Non c’è una categoria che si salvi. Eh, si, sono proprio l’uomo che fa per loro. Cosa? Si sono single, ovvio. Per scelta. Motivi professionali.

 

Dio

 

Lo ammetto. Ho sbagliato. Tutti sbagliano. Nessuno è perfetto. Ma che ne potevo sapere io? Cioè, avessi previsto tutto questo…non so, forse farei lo stesso…Ma no, ma no! Un ritocco generale lo darei. Magari non a livello fisico. Lì non mi potete dire nulla eh! Modestamente…So quel che fo! Questione di gusti, miei cari. Si, per la parte diciamo, interiore, mi sono andato a complicare le cose. Non che sia venuta male eh, solo che ecco…l’ho fatta complessa, me ne rendo conto solo adesso. È troppo tardi. Che volete che sia però? Mica è la fine del mondo! Lo so potrei fare un manuale su come trattarle…ma vedete io sono un tipo pratico: creo! Non scrivo manuali. E poi, suvvia: si deve pur soffrire un po’, sennò sai che vita noiosa che avreste avuto?

In conclusione ho sbagliato, ma è stato il mio sbaglio migliore.

 

Serpente

 

P.s.: psss Alla donna piace la mela. psss Non l’uomo. L’uomo è venuto dopo, come i possst sssscrptum, tutto qui. Pssss!!!

 

 

 Icerya purchasi

 

Sono fotogenico

Essendo ermafrodita sono sempre stato innamorato di me stessa. Solo che ora è un po’ di tempo che non parliamo più. Mi guardo nello specchio e non sono più quella di una volta.  

 

 

P.s.: Sono la redattrice di questo blog. In incognito. Cosa penso delle donne…? Fatemi capire: mi state dicendo che ci sono altre donne al mondo oltre la sottoscritta? Impossibile. E poi è la festa della Donna, non delle donne! Lordbad potrei licenziarti da un momento all’altro. Per divertimento.

 

Consum/AMI

Lo strip tease dei diritti #8

Nota a margine: più festa e meno donna (?) Proseguiamo con la pubblicazione delle note dell’occupazione della fabbrica Tacconi Sud a Latina effettuata da 29 donne. Quello che leggete è uno spaccato di reale, non di blog.

Latina, Tacconi Sud, 04-03-2011

Dopo una  pausa forzata alla quale il mio fisico mi ha costretta dal 24 febbraio  al 3 marzo torno a scrivere le note che hanno accompagnato l’occupazione della Tacconi Sud. Tento di fare un bilancio.

Ad oggi dopo 43 giorni di occupazione 24 ore su 24 siamo alla seguente situazione: i nostri profili per la domanda di CIGS presso l’inps sono stati inseriti dal ex consulente aziendale compilati dalle sottoscritte per poter velocizzare l’operazione che si è conclusa il 23 febbraio 2 giorni prima della data di scadenza. Grazie all’intervento della stampa locale e delle giornaliste che hanno intervistato e ripreso la nota del 20 febbraio “staccano la spina”, l’interruzione  dell’energia elettrica è stata per il momento scongiurata. Non c’è stata nessuna trattativa  con il nostro datore, è da novembre che non percepiamo lo stipendio e nè al momento l’assegno di cassa.Alcune di noi hanno trovato lavoro, un breve contratto, ma continuano il presidio, dopo il lavoro offrono il loro poco tempo libero alla nostra lotta.

Il loro punto di riferimento è per il momento ad una battuta d’arresto, in fondo le “eroine” non fanno le operaie e non rischiano mai il disonore della fragilità fisica! di loro ho sempre pensato che possono cavarsela da sole! hanno solo bisogno di sapere che c’è qualcuno in grado di tradurre il loro pensiero, del resto hanno fatto quello che è stato insegnato loro…”essere delle brave ragazze”…..”studiare quanto basta ad una donna”…..”saper fare un mestiere”…..”essere brave mogli e  mamme”…..a  guardare bene nel 2011 certi stereotipi non sono così cambiati!

Senza rendermene conto, ho dato loro e mi sono data la possibilità di dirlo. Di dire ad alta voce e in diverse metafore…”ecco noi siamo quelle che hanno sempre fatto quello che c’era da fare,assumendo il ruolo che questa società “consiglia” alle donne come noi , non  ci siamo mai ribellate, abbiamo badato ai figli e ai nostri genitori, abbiamo subito l’umiliazione di non essere mai state sufficientemente presenti alle riunioni scolastiche e nella vita sociale dei nostri figli, perchè troppo impegnate con in lavoro!

In un Paese che non riesce a programmare nulla dalle 17.00 in poi! orario di fine lavoro per la maggior parte degli operai! Certo dovevamo imparare a “conciliare” basta saperlo ed essere informate, per essere presenti in una società che da sempre esalta il libero arbitrio e la “scelta” delle donne!  E  che rimanda un’immagine di noi così rampante,aggressiva, sessualmente disponibile e ferocemente giovane! Noi siamo donne di mezza età! un termine che fa rabbrividire in questi tempi così protesi all’esaltazione della giovinezza, nello sforzo mediatico di far apparire un’ immagine della donna che non c’è nel Paese reale.

L’immagine reale  della donna è così drammaticamente diversa in ogni spaccato di realtà che viene da chiedersi quale forma di dissociazione abbia colpito la maggior parte della gente e in molti casi le stesse donne! e per tornare alla nostra “piccola ribellione” caldamente sconsigliata, perchè le donne come noi hanno ben altre cose da fare!

Questa è apparsa oggi a molti come un gesto sensato e nello stesso tempo staordinario, per noi a dire il vero l’unico possibile. Dal mio bilancio non sembra emergere molto, del resto le garanzie offerte da questo tipo di  azioni non hanno sempre gli allori attesi, dobbiamo continuare il presidio per tutto marzo, questi i tempi di attesa che i nostri avvocati hanno strappato all’organizzazione giudiziaria che vedeva fissata la nostra udienza per giugno!

Si procede lentamente. La calma di questi giorni è stata rotta solo dalle telefonate delle colleghe, le quali  accertandosi del mio stato di salute mi rassicuravano che avrebbero tenuto duro in mia assenza e che non si erano pentite di aver intrapreso questa avventura.

Martedì prossimo sarà l’8 marzo e anche l’ultimo di carnevale, ironia della sorte, anche il calendario sbeffeggia la giornata simbolo della donna, voluta da Rosa Luxemgurg, allora era il 1908 e morivano in un  rogo 129 donne e alcuni bambini al seguito di queste, il fuoco fu appiccato dal proprietario( anche se alcune versioni sostengono sia stato un incidente) in realtà queste avevano fermato i telai chiedendo migliori condizioni di lavoro, era l’epoca delle filande e il tessile era per definizione il “comparto” del lavoro femminile.

A 103 anni di distanza da quell’evento la strada del diritto femminile sembra un’autostrada a tre corsie, con molte stazioni di servizio che offrono una rivisitazione dell’argomento, soprattutto in Italia dove la nostra condizione giuridica ai primi del ‘900 era nella definizione “accessorio del Capo famiglia” la “C” maiuscola indicava il rapporto di  subordinazione allo stesso. Oggi tutti convengono che  le cose stanno diversamente anzi….qualcuno azzarda l’ipotesi di  un’ “eccessiva e nociva libertà” come se quest’ultima fosse una “gentile concessione” sempre passibile di revisione trattandosi di “accessorii” .

Sono le stesse donne, spesso a precisare di non avere a che fare con le conquiste “femministe” catalogando il tutto come eccessivo ed improprio alla natura femminile. Chissà perchè la libertà è sempre guardata con sospetto,e forse è questa la ragione di ogni dittatura, perchè alla fine è meglio delegare per non rendersi responsabili delle proprie azioni e della propria capacità di giudizio e la conseguente critica a chi agisce per nostro conto. Sarà per me un bell’ 8 marzo che trascorrerò alla Tacconi Sud.

 

Rosa Giancola

 

Chi lotta può ancora perdere. Chi ha smesso di lottare, ha già perso -Ernesto Che Guevara

Sulla scrittura.

 
Dobbiamo imparare a vedere la scrittura come un’amante. Un’amante a cui si fa visita sporadicamente. Nella sua stanza a lumi e incenso. Possedere un’amante presuppone incontri dilatati nel tempo. L’accessibilità continua toglie il desiderio. Smorza il bisogno.
Del resto l’astinenza è il segno più implicito di dipendenza.
Poiché la parola costa caro, e noi siamo falsamente ricchi, credo profondamente che si debba usarla con cautela. Precauzione. Sono contenute in un enorme scatolone con su scritto “fragile”. Le parole sono una quercia secolare di cristallo.
Un uso abusato e abusivo di queste, è pari all’eccessiva diluzione di un colore.
Non credo in coloro che dicono che bisogna applicarsi quotidianamente e scrivere con costanza. L’arte non accetta severità. E la costanza esclude, o tende ad escludere gli sbalzi emotivi.
Il rischio che si corre è quello di diventare uno scriba. La scrittura non è “tecnicamente un tecnicismo”, ma include una vortice di passionalità, di sofferenza. Un’impetuosa emozione che non rende la meccanicità che c’è dietro ma si sacrifica a favore di un’espressione vissuta.
L’arte è viva se pulsa Vita. E la Vita non c’è concessa giornalmente. Una felicità o un dolore continuo sarebbe assurdo. Insensato oltre che inconcepibile. Ci vuole una sana alternanza.
Non capisco come non riesca a provare un senso di nausea chi si pianta ad un tavolino con carta e penna in mano ogni sacrosanta mattina. Non c’è errore più logorante che considerare la scrittura un mestiere e le parole degli arnesi.
Si  inizia a scrivere alle otto e si smette alle tredici. Come se l’emozioni avessero degli orari. Come se la scrittura dovesse timbrare un cartellino.
Non abbiamo a che fare con un martello. Un pneumatico. Un cacciavite. Abbiamo a che fare con l’umanità. La nostra e quella altrui.
Uno straccio zuppo strizzato ogni dieci minuti arriva a non far colare più l’acqua. Bisogna restare a mollo. Sentire il passaggio a livello delle onde. Farsi una nuotata e poi forse, forse tornare a riva ad asciugarsi al sole.
Ci stiamo esercitando o c’è l’intenzione di fare arte? E’ questa la domanda da porsi.
Si potrebbe replicare dicendo che il talento va affinato. Ma di cosa stiamo parlando? Di una scultura? Non è forse preferibile il non definito al definito? Non c’è una lima più arguta e invisibile a modellarci che un libro o un manuale? Non è preferibile un richiamo all’eco persistente?
Dovremmo assorbire. O assorbirci, per quanto ne so.
Eppure oggi gli scrittori non vogliono più soffrire.
 
 
 
 

Lo strip tease dei diritti #7

Note a margine:

L’indifferenza avvelena la terra, ruba vita agli altri, uccide e lascia morire; è la linfa segreta del male. (Ermes Maria Ronchi)

Latina, Tacconi Sud, 20-02-2011

Domani mattina gli operai del l’ENEL staccheranno la corrente elettrica  a causa della morosità del nostro datore di lavoro, il quale, nonostante debba soldi a tutta Italia, dal suo modestissimo punto di vista non ritiene necessario presentare i libri paga in tribunale, atto questo che accelererebbe questa inutile e lenta agonia, del resto, lui come noi vive nel Paese della mistificazione della realtà e quindi se può nascondere questo collasso finaziario per continuare a prendere le commesse dal ministero dell’ambiente, protezione civile ecc, perchè non farlo? Del resto si tratta di una piccola bugia a fin di bene, così salviamo quel po’ di lavoro da portare altrove! Come si fa a non comprendere cotanto sacrificio! Se non fosse per quelle 29 stronze! che pretendono di avere il TFR e 3 mensilità del 2010! Che ingrato il popolo! Così avezzo alla schiavitù e poco riconoscente se non ti spicci a dargli il pane!

Come non capire un così chiaro punto di vista! Del resto siamo le uniche a non averlo fatto, visto che restiamo ostinatamente  in attesa che in seguito all’atto di fallimento da noi depositato venga fissata al più presto un udienza che nomini un curatore fallimentare.

E’ paradossale che per ristabiilire la legalità bisogna in primo luogo violare la legge, occupando una fabbrica, e in secondo, sperare di essere compresi se si procede da soli nel preservarla!

In questa condizione appare chiaro chi fa cosa! Se lo fa e perchè lo fa! se questa vicenda non avesse avuto puntati i riflettori di Anno Zero saremmo scomparse persino a noi stesse! Del resto 29 persone non sono numericamente, politicamente e culturalmente rilevanti  e  perdipiù donne!

Ma questo ulteriore disagio che si aggiungerà al presidio non cambierà la nostra idea di legalità e giustizia, in un momento tutto italiano, dove la valutazione di ciò che è giusto o sbagliato sembra essere un fatto di “maggioranze” o “minoranze”, come se  la parola maggioranza indicasse implicitamente giustizia e cultura della legalità! la nostra meravigliosa e prolissa lingua ha dei termini che indicano espressamente qualcosa e non implicitamente altro!

Si continua a resistere anche all’indifferenza di questa città, che non sembra cogliere il terremoto economico che l’ha devastata, appesa ad un destino che la vede sempre protesa verso mille vocazioni, ma che non realizza nemmeno uno dei suoi possibili scenari futuri.

Rosa Giancola

Lo strip tease dei diritti #5#6

 

Nota a margine:

Solo gli operai sanno quanto vale il tempo; se lo fanno sempre pagare. (Voltaire)

 

Latina, Tacconi Sud, 15-02-2011

Sono trascorsi 25 giorni dall’inizio del presidio. Abbiamo atteso questo l’incontro in prefettura come un passaggio importante e in parte risolutivo. Siamo uscite con un pugno di mosche in mano! Nessuna garanzia! stanno per scadere i termini per il completamento della domanda di cassa avviata dopo l’accordo del 18 gennaio, se per il 25 febbraio non verrano inseriti i profili di ciascun dipendente presso il data base dell’INPS rischiamo l’ammortizzatore sociale!

Del resto dobbiamo fidarci sulla parola che un liquidatore venga nominato per domani mattina!Come possiamo non fidarci! in questo Paese di galantuomini!

Mentre scendevo le scale con la delegazione delle colleghe, riflettevo sul fatto che tante volte mi ero pentita di aver trascinato queste disgraziate compresa me in un’avventura dagli esiti incerti, ma ad ogni gradino sceso concludevo che non c’era altro da fare e che non possiamo tornare indietro. Alcune di noi sono stanche e avvilite, non resta altro che aspettare la legge, ma quello che vorremmo davvero è un abbraccio da questa città.

Una sciagura si è abbattuta su questo territorio +94% di cassa integrazione solo nell’arco del 2010, ma bollettini di questo tipo appaiono solo sui giornali locali, in tal senso siamo al pieno federalismo dei dati ancor prima d’essere una federazione.

Tensioni di vario genere  attraversano il presido e impiego la maggior parte del tempo cercando di ascoltare tutti i disagi del gruppo. Non è facile superare le fasi iniziali dell’ennesima delusione, ma accade quasi sempre che ne usciamo rafforzate. Come oggi quando sono tornata in fabbrica per relazionare sull’incontro a chi aspettava il nostro ritorno.

Non si raccolgono onori da delegata sindacale, quando un attimo prima di iniziare a parlare l’assemblea tace e aspetta la prima frase come la buona novella.

Un lungo silenzio di delusione ha accolto le mie parole e nonostante la mia collaudata esperienza in “notizie impopolari” la mia voce un po’ impacciata per il nodo in gola ha tradito la mia sicurezza. In soccorso è arrivata la loro solidarietà. Tutte hanno ripetuto “abbiamo fatto bene ad occupare , Ro, chissà cosa avremmo fatto adesso!”.

Alle mie colleghe va il miglior intervento della giornata. quella silenziosa consapevolezza di aver fatto per tutte noi la cosa giusta.


Latina, Tacconi Sud, 18-02-2011

il 25 febbraio scadono i termini per il completamento della procedura di cassa. I riflettori mediatici puntanti su di noi mitigano la sensazione di solitudine, anche se il restare legati allo share risente inevitabilmente dell’ “in” o dell’ “out” che una data situazione comporta e contro Sanremo il Paese reale perde il suo brutale fascino!

La diretta televisiva deve necessariamente concentrare in pochi istanti il senso di ciò che accade  per poter colpire chi è seduto dall’altra parte e restituigli un pezzo di mondo sul quale vuole informarsi.

La cosa migliore, al solito, è il lavoro delle persone e il tentativo di incidere e “bucare” da questo dipenderà il successo o meno della loro scelta.

Noi, le 29 operaie della Tacconi Sud insieme all’esercito di invisibili che attende la fine delle feste alla corte del Maraja, ringrazia lo sforzo del giornalismo “reale” che sceglie di  puntare i riflettori  ancora una volta sulle donne che non vanno “alle feste” e non perchè sono bigotte, moraliste o racchie! Ma perchè ritengono che il loro modo di vivere sia quello che tante persone oneste conducono nel silenzio e sacrificio.

Pertanto il titolo della trasmissione Anno Zero era un titolo dedicato a noi quelli “normali” che “resistono!” che scelgono di essere persone nonostante convenga essere “merce”, che ristabiliscono il “principio di realtà” con i loro volti e il loro silenzio, esercitanto la dignità, che appare ai più, un confine sempre più labile e facile da superare.

Noi siamo lontane/i da quel confine, la nostra dignità si moltiplica in questo abbandono e l’orizzonte che stiamo guardando non è apparso mai così chiaro!

La nostra storia diventerà qualcosa da ricordare insieme a tutte le altre storie invisibili, quando l’Italia viveva una strana stagione di incoscienza, depravazione e stupidità intorno alla corte del Maraja.

Quando le nostre vite servirono come parametro di riferimento a ciò che gli italiani erano, credevano e speravano.

Nella realtà si continuna ad esistere e resistere come si può, aspettando che questo triste momento passi, in fondo resistere significa anche questo, mantenere fermo il proprio senso della realtà cercando di capire cosa sta accadendo, sperando così, che il proprio sacrificio non sia stato inutile.

 

Rosa Giancola


 


Lo strip tease dei diritti #4

 

Nota a margine: i momenti di gloria sono effimeri, ma le idee che ne sono alla base possono essere eterne.

La gloria è il risultato dell’adattamento di uno spirito alla stupidità nazionale. (Charles Baudelaire)

Latina, Tacconi Sud, 11-02-2011

Abbiamo avuto il nostro momento di gloria. Forse di più di quello che 29 sprovvedute potevano immaginare. La mia immensa ammirazione va allo staff di Anno Zero e a Michele Santoro per aver puntato per qualche istante i riflettori sul Paese Reale. La dicotomia che Anno Zero ha mostrato è una prova tangibile della dissociazione cognitiva tra la politica e la gente e tra la gente stessa.

Il Paese reale è solo, solo come le  29 donne che occupano la Tacconi Sud. Tutte noi rappresentiamo la forza che personalmente ho avuto indignandomi ed interpretando il loro silenzio, non avrei avuto il coraggio delle parole che sono emerse in soli 5 minuti di visibilità, per me che amo il lavoro nel silenzio.

Ma a loro dovevo questo! Il riflesso della loro dignità ha raddoppiato e moltiplicato la mia.

E’ apparso chiaramente, e non per volontà di un giornalista puntuale e per niente accomodante come Santoro di come nel suo studio si è preferito non cogliere la mia provocazione! Quanto valgono 1050 euro nella Repubblica del Bunga Bunga? e cosa avrebbero dovuto rispondere? che forse non “potevano” rispondere!

Le immagini veicolano significati più ampi dei termini usati, ed è apparso chiaro che la mia faccia contratta per il freddo e per l’indignazione diceva basta!

Per me che ho delegato altri a provvedere alle mie miserie, nella speranza che la loro capacità di farsi carico dei problemi della collettività sia il peso più onorevole da portare, per me che ho sempre creduto che il modo migliore di difendere la dignità è servire! senza essere un servitore!, per me che credo in tutto questo non c’è altro tempo da attendere.

Mi è parso chiaro, per quanto vivere una diretta televisiva non è il  luogo naturale per cogliere le sfumature del linguaggio , il messaggio che Anno Zero ha tentato di veicolare con la forza delle immagini, e che  credo  possa essere espressa con il titolo scelto per la manifestazione di domenica 13 febbraio. Un’ opera letteraria di Primo Levi il quale ci ricorda che esistono punti di non ritorno rispetto al calpestio molesto della propria dignità! e la storia delle donne è quella del “calpestio” più lungo alla conquista dei diritti. La più silenziosa delle Rivoluzioni per la quale non è stata combattuta nessuna guerra!

Speriamo che questi 5 minuti di realtà restituiscano “senso e dignità” a chi per altre vie si è perso. A tutte quelle donne che si sono convinte che per cavarsela nella Repubblica del Bunga Bunga, si può scendere a compromessi e svendere la propria dignità. Come rappresentante sindacale delle mie 29 colleghe, so che la mia responsabilità e la mia correttezza  nell’esercizio della rappresentanza, è il più onorevole dei pesi da portare, e se una mia azione arreca danno alla loro buona fede e dignità,  ho commesso un doppio “peccato”. Il concetto appena espresso può estendersi ad ogni responsabilità e delega che conferiamo agli altri.

Rosa Giancola

 


 

 

Lo strip tease dei diritti #2#3

 

Nota a margine: continuiamo con la pubblicazione delle lettere della protesta alla Tacconi Sud.


Latina, Tacconi Sud 02-02-2011

Sono trascorsi 13 giorni e 16 ore dall’inizio dell’occupazione della Tacconi Sud. Siamo tese e stanche. Siamo riuscite a ricavare un terzo turno di notte, riducendo il numero, da quattro a tre, per recuperare meglio tra un turno e l’altro.Le notti in compenso paiono più brevi, si dorme comunque poco.

 

Troppa calma in questi giorni. E’ vero qualche garanzia in più c’è stata, la domanda  cassa avviata,l’istanza di fallimento depositata, tuttavia non mancano le pressioni psicologiche, c’è la possibilità che stacchino la corrente elettrica e se questo accadrà vorrà dire restare senza riscaldamento per la notte, ma quello che ci preoccupa di più sarà il buio che avvolgerà completamente questa nave in avaria con il suo equipaggio.  Ci rendiamo conto che gli esseri umani si abituano presto alle nuove condizioni, tanto che l’assurdità pare alle fine una strana routine. Ma la tensione resta.C’è la possibilità che la proprietà tenti di entrare, anche se fingono noncuranza,cominciano ad essere infastiditi dalla nostra determinazione, un pugno di donne, non ci credevano capaci di tanto! dimenticano forse che  le donne nella storia hanno sopportato oppressioni più lunghe.

Tuttavia si pensa spesso a qualche azione che attiri l’attenzione mediatica e devo dire che quella che mi è giunta con queste  note è stata inaspettata.

Ma la sensazione di fondo è la paura di essere dimenticate, i tempi si allungano e tutto questo potrebbe  non bastare. Ciò che resterà, comuque finisca sarà il valore che questa esperienza ha offerto a tutte noi. In questi giorni mi rendo conto di come gli altri sono presenti nelle nostre vite, al di sotto della soglia della nostra consapevolezza, in modo  incoscio, ci accompagnano ogni giorno della nostra vita, sono i colleghi di lavoro.

Forse in altre condizioni non avremmo avuto modo di scoprire la nostra umanità, in altri luoghi prese dalla quotidianità,non avremmo compreso come  certe condizioni accrescono la solidarietà tra le persone.

Oggi in particolare una forte tensione ha attraversato la nostra giornata, se non fosse stato per le mie colleghe non avrei avuto la forza di tenere testa ad una giornata  simile. Un’interminabile riunione su nuovi sviluppi ha sondato ogni angolo della nostra anima, ma alla fine ci ha restituito una forza nuova.

Adesso so che la lezione migliore poteva venire solo da chi è prossimo a me, ed è  per questo vicino almeno come imigliori affetti che pensiamo di vivere.

Domani saremo di nuovo in fabbrica, c’è la possibilità che tentino di forzare il presidio, per questo sarà una notte lunga pensando alle colleghe in turno.Il cellulare acceso è l’unico sostegno invisibile, perchè ognuna di noi possa raggiungere l’altra. L’altro ponte è il pensiero constante, quello che ti fa sentire la presenza dell’altro in questo comune destino.

Comunque andrà abbiamo vinto.

Abbiamo vinto come persone,come donne,come madri, come sorelle e come colleghe.

Latina, Tacconi Sud, 03-02-2011

 

Oggi è stato un giorno lunghissimo.ci siamo alzate presto per raggiungere le colleghe che avevano fatto il turno di notte.

Una forzatura del presidio era nell’aria, e tutta una serie di pressioni psicologiche ha preceduto questo momento.

Nonostante le intimidazioni il cancello si è aperto solo per far entrare uno dei Sarchi (come proprietario ne aveva il diritto), ma la sua visita non era certo per noi, rivolgendosi ai carabinieri che lo scortavano ci teneva a dire loro che era lì “per svolgere un lavoro!” cioè fotografare il sito “con le terroriste” che gli dormono in sala mensa! Un suo diritto dunque controllare che non fosse stato toccato nulla! del resto quando ti entra la gente in casa!

Certo bisognerebbe chiedergli che cosa significa per lui la parola “furto” oppure “appropriazione indebita in busta paga” cioè quel termine giuridico che sta ad indicare quando un datore trattiene ad esempio la quota personale versata al fondo integrativo di comparto senza girarla al fondo! certo sembra astruso come reato! ma per farla semplice sta a significare che si è intascato i soldi della pensione integrativa, che come suggerisce il ternime “integra” la misera pensione che percepiremo in vecchiaia! posto che l’inps esisterà ancora!

Certo è solo un punto di vista diverso dal nostro! Ma verebbe logico domandarsi, cos’è diventata la legalità in questo Paese?

e ancora, cosa da a queste persone la sincera convizione di essere nel giusto solo perchè la legge lo permette?

Lo stabile della tacconi sud 4000 metri quadri di capannone interamente pagato con i soldi della cassa del Mezzogiorno, è l’ennesima dimostrazione che tutto quello che c’è in Italia in termini di lavoro è pagato con il lavoro!

Altro che investimenti d’impresa! questa gente con la “fabbrichetta” al Nord e in Romania e chissà in quale altro posto, lascia nudo il nostro territorio due volte! nudo,affamato e solo!

Quindi alla luce della diversa interpretazione di ciò che è “bene” e di ciò che è “male” sembra esserci solo un diverso punto di vista un “margine” di interpretazione!

Ma le 29 operaie della Tacconi Sud non hanno smarrito il principio del discernimento, lo conservano integro.

La forza mostrata nel non far uscire niente dal cancello, senza che il nostro datore si sieda a spiegarci se ritiene o no normale essere scortato dai carabinieri per entrare in casa sua, come se entrando avessimo opposto resistenza. Di quali armi aveva paura? Dei nostri occhi? Poteva restare ferito dai nostri sguardi?

Chissà se riuscirebbe a rispondere a queste domande.

A noi è parso chiaro da che parte stare, così come abbiamo chiaro cosa sia il “bene” e cosa “male”.

Nell’esercizio del discernimento si procede valutando oggettivamente e senza mistificazioni, quella che è la realtà, il principo che governa è quello della ragione… e in ultima istanza la dignità e la buona fede.

Di quali doti morali si possa fare a meno bisognerebbe domandarlo al diretto interessato, visto che certi valori possono divenire per alcuni meri punti di vista.

Il presidio continua…

 

Rosa Giancola

 

 

Mutil’azioni

 

“In ciascuno di noi convivono aspetti maschili e femminili. Forse occorrerebbe guardare più spesso a quell’equilibrio e provare ad universalizzarlo” [Dori Ghezzi]

“Ho sempre pensato alla donna come emblema del sacrificio e tra questi elementi del sacrificio tre mi sembrano fondamentali: il sacrificio della maternità, una malattia che il maschio non conosce e che dura ben più di nove mesi da quanto osservo; il sacrificio della prostituzione, che attraverso il dolore può anche diventare santificazione secondo il mio punto di vista; e un altro tipo di sacrificio, un altro tabù che viene osservato non solo in Paesi diversi dal nostro, ma anche nel nostro, ed è il sacrificio della verginità”[Fabrizio De André]

Stavolta vogliamo essere veri merluzzi e andare contro corrente. Iniziamo con il dire che la donna, anzi la Donna, è dio. Punto e a capo.

Il mondo si scandalizza perché si dice che vada a puttane: però qualcuno mi accuserà subito che questa parola non va bene perché è una parolaccia, così si preferisce la parola escort. Allora, viaggiamo in un mondo su delle escort.

Proprio ora ritorniamo, perché dobbiamo, ai tempi di Dante, oggi che abbiamo ben presente la Donna (S)oggetto.

L’emancipazione è falsa. È una lusinga che ci hanno raccontato le nostre madri.

Il femminismo è stata una sconfitta perché la donna portandosi sullo stesso gradino dell’uomo non è salita, ma è scesa. È scesa all’accessorio, al tacchi&rossetto, al Ruby&Minetti, a panni sporchi&lavoro.

La Donna non la conosciamo, non sappiamo nulla su di loro. Per questo ci scriviamo su poesie, canzoni, film. Per questo strappiamo loro i genitali. Perché vogliamo possedere, vogliamo godere il loro succo fino alla fine. Le preferiamo in ginocchio davanti a noi.

Nessuna rivoluzione potrà essere combattuta con un clitoride in mano.

Tantomeno se non riconosciamo che la Donna è dentro di noi rendendoci molto più virili.

6 febbraio: giornata mondiale contro le mutilazioni genitali femminili

 

Viva il porno.

Non preoccupatevi: il porno ci salverà.

Educherà i nostri figli, le nostre amanti o mogli, invoglierà gli scapoli e le zitelle e soprattutto quei mariti accoccolati su un comodo divanoletto. Non abbiate timore, né scrupoli di coscienza. Aprite la mente. La pornografia rende felici chi guarda e chi è guardato.

Perdona loro, perché sanno quello che fanno.

E’ il nuovo spot del secolo. Un secolo mai trascorso. Il secolo chiamato “Uomo”. Che ha perso la definizione di umano. E si è arenato. Da quando ha smesso di pensare. Da quando ha voluto “emanciparsi”. Ecco. L’uomo ha regredito con il pensiero dell’emancipazione. Un’emancipazione che non è avvenuta completamente. Abbiamo perso il valore del corpo. L’imbarazzo e la purezza di cui siamo rivestiti. La nostra intimità è diventata un cibo per gatti molto ambito. Ci piace dare da mangiare a più di un felino al giorno. Fa bene all’organismo, mantiene giovani.

Quindi perché agitarsi? Il porno ci aiuterà.

E lo sta facendo. Il porno è la pace. Il porno è il nuovo Dio. E la gente lo adora, ha fede in esso. Nelle sue gesta. Nel suo atto. E lascia soddisfatti. Incredibilmente appagati. Siamo felici di guardarlo e di praticarlo. Di masturbarci continuamente davanti una webcam o di andare in quelle bellissime case di scambisti. E soprattutto parlarne. Già. Oggi, parlare di sesso rende all’altezza della società. Spigliati. Con una data apertura mentale. Fare un pompino ad un uomo che non si conosce mentre il proprio compagno si masturba davanti a voi vuol dire essere aperti a nuove esperienze, non avere preconcetti sociali, storici, culturali e religiosi.

Siate sereni: il porno sistemerà tutto.

Ribassi del 50%. (Foto di Oliviero Toscani).

In un mondo basato prevalentemente su un unico senso, la vista, non ci si può esimere da una vera e propria guerra contro la decenza e la sessualità. Se si fa un giro sul canale web della pornografia più in voga, ci si accorge, oltre alle meravigliose tette e ai lunghissimi peni, che ci sono per ogni sezione più di duemila video, aggiornato quotidianamente con dei nuovi, amatoriali e non.

Si vuole apparire, ad ogni costo, in qualunque modo. Basta che si viene guardati. Ammirati. Ricordati.

Preoccupati? Il porno è la scelta che fa per voi.

Siamo entrati nel circo del piacere comune. Se il sesso doveva essere la bolla d’acqua che ci alienasse dalla realtà nauseabonda, ora è divenuto turismo. Moda. Consuetudine. Pavoneggiamento. Ma ci si stupisce ancora, quando si sente di quel trans, o di quei gay, o di quella puttana. Siamo degli emancipati sessuali, omofobici.

Come già annunciato su varie reti locali il porno ci renderà fratelli.

Si viola ormai quella libertà sessuale che per alcuni è stata una forma di protesta e che ha avuto radici storiche, rivoluzionarie, politiche. Una libertà sessuale libera, sì, ma viva nei confini del pudore. Che ha perso di artisticità. Ed è un fattore fondamentale, questo.

Orsù bambini, accorrete. Guardiamoci un bel cartone ANIMATO.

Il malessere mediatico è presente anche qui, dove l’aria di Merchandising si fa carico di ogni perversione. La mercificazione del sesso ha provocato un appiattimento edonistico e morale.

Non a caso Pasolini dichiarava che “la pornografia è noiosa e che i  produttori di film se non pornografici, quasi (i cosiddetti film “sexy”: parola che uso qui con orrore, tanto mi sembra volgare), guadagnano molto: questo significa che ci sono milioni di spettatori che pagano il biglietto per andare a vedere quei bei prodotti: questo significa ancora che la realtà italiana è composta anche di questo fenomeno: milioni di italiani amano la pornografia”.

La libertà sessuale è nel concetto, non nell’atto.

“E’ la metafora di ciò che il potere fa del corpo umano. La riduzione del corpo umano a cosa è tipico del potere. Di qualsiasi potere”.  (P.P. Pasolini).

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