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L’aspettativa di vita

Un uomo dovrebbe avere una sola aspettativa dalla vita: la vita stessa.

Può essere banale, ma questa cosa me l’ha detta un orango con un casco di banane sotto il braccio, fuori da un negozio di liquori.

Ora sembra tutto meno banale e più banane.

Il trono di banane

Lasciateci Humani

Lasciateci umani. Voi che dite di aver visto dio ai confini dell’universo, voi che collezionate denti ultra bianchi nelle scatole di Instagram, privi di Gramsci.

Lasciateci umani, mentre percorrete i corridoi frenetici della celebrità, voi che credete di bruciare, perché qualcuno vi ha detto che somigliate a Lady Gaga. Lasciateci umani, voi che siete presenti alla prima comunione, ma non comunicate più da tempo, voi che siete gli ultimi predicatori della fine del mondo, e invece questo mondo non finisce, voi che non mancate un augurio, una cresima, un matrimonio, un divorzio.

Lasciateci umani, voi scimmie che giocano la schedina della propria squadra del cuore, voi che lo idealizzate il cuore, ma che non votate più per nessun ideale.

Lasciateci umani, voi che sognate una vita da Barbie e Ken, voi che al posto dell’Iliade avete i Pokemon. Lasciateci umani, voi che avete dimenticato ebrei, indiani, rom, minoranze. Lasciateci umani, voi che votate ancora per un partito, ma non trovate il coraggio di partire per nuove destinazioni. Lasciateci umani, voi che avete il bisogno di essere gli animali domestici di un leader.

Lasciateci umani: non credo più nel vostro pentimento, nel vostro doppio mento. Lasciateci umani, voi che non distinguete più un uomo da un maiale, un giusto da un fascista. Lasciateci umani, voi che condividete foto, video, pose, ma non condividete ciò che non potrete mai avere: l’essere.

Lasciateci umani, voi che esaltate il poeta civile, il cane civile, il cittadino civile. Lasciateci umani, non le vogliamo le vostre aiuole di martiri ed eroi.

Noi non saremo come voi. Noi siamo ciò che non siamo.

Lasciateci umani. Lasciateci soli.

Bicchieri di carta che però sono di plastica

-Caro, per caso, hai rotto un bicchiere?-

-Ehm….no tesoro….figurati…perché?-

-No, chiedevo, mi sembrava di aver sentito il crash! tipico del bicchiere che si infrange, seguito anche dal crock! del bicchiere calpestato da una scarpa-

-Ma no, tesoro, figurati!-

-Ne sei sicuro? fammi vedere i bicchieri nella credenza…1,2,3,4…..vedi? sono quattro, sono sicura che fossero cinque….hai rotto un bicchiere!-

-E va bene si, ho rotto un bicchiere, scusa, non l’ho fatto apposta! contenta?-

-E l’hai pure calpestato!-

-Si, l’ho pure calpestato, amore, dov’è il problema? È un bicchiere!-

-Ecco! Lo vedi dov’è il problema? Non è un bicchiere, è il MIO bicchiere!-

-Il tuo bicchiere, il bicchiere, ma che differenza fa?-

-Certo che fa differenza, se te non hai rispetto per le mie cose, non hai rispetto per me! Ed il fatto che te non colga queste sfumature, beh, mi fa riflettere e neanche poco!-

-Tesoro, adesso stai esagerando, era un bicchiere, non ho ucciso tua madre. Ho, semplicemente, rotto un fottutissimo bicchiere!-

-Non dirmi che esagero, trattandomi come una pazza psicopatica perché peggiori la situazione, sto cercando di farti capire l’importanza del rispetto reciproco, non sono pazza!-

-Ma sempre di un bicchiere stiamo parlando! Te lo ricompro ok?-

-Ah! Adesso mi tratti pure da pezzente! Certo te sei l’uomo, quello con la stabilità lavorativa, quello che guadagna bene, a cui non frega nulla del bicchiere di questa povera pezzente che, in quanto donna, sarà sempre un gradino più in basso, vero?-

-Sai bene che ho molta considerazione del tuo lavoro e della tua carriera!-

-Certo, fin quando non ci sposiamo ed avremo dei bambini no? Poi diverrò come quel bicchiere per te, solo un fottutissimo bicchiere! Se si rompe, si può calpestare e ricomprare, che problema c’è? La verità è che forse dovremmo lasciarci!-

-Lasciarci per un bicchiere rotto? Ti senti male oggi?-

-Ancora mi tratti come una pazza? Vedi? Dobbiamo lasciarci, perché te non hai il minimo rispetto per me!-

-Ok tesoro, calmati, io ti amo, sto benissimo con te, ho rotto un bicchiere perché sono un imbranato che non sa lavare i piatti, e mentre cadeva stavo per inciampare, e per non farmi male ho pestato il bicchiere, ma solo perché sono un imbranato, e non te l’avrei detto solo perché non voglio fare la figura dell’imbranato davanti a te, perché ti stimo talmente tanto che, a volte, mi sento meno di te! Ora, non voglio lasciarci per un bicchiere! Adesso, metti la giacca ed usciamo!-

-E dov’è che andiamo?-

-A comprare bicchieri di carta!-

-Non son di carta, sono di plastica!-

-A comprare bicchieri di plastica! Però tutti li chiamano di carta! Mah!-

-Me lo sono sempre chiesta anche io…..mah….Colorati?-

-Coloratissimi, amore-

Laetitia

 

Grattati e muori

Anche se voi vi credete assolti

siete lo stesso coinvolti

Faber

Forse sarà una vecchia polemica, ma tanto vale combattere finché la logica di “panem et circenses” trasformata ormai in “fast food & television”, non sarà decostituita a fondamento di una società più giusta.

Ci hanno tolto Enzo Biagi e cosa ci hanno dato? Ci hanno dato programmi per imparare a fare l’uovo alla coque, in camicia da colletto bianco e alla fiorito. Ci hanno dato reality show per imparare come mangiare il riso delle noci di cocco. Ci hanno dato trasmissioni che promettono premi milionari che possono cambiare la vita di chi chiama, di chi scavicchia il pacco, di chi gratta il biglietto fortunato.

Io non ci sto.

l’inizio della fine

Io non ci sto a farmi prendere in giro da una televisione che vuole indottrinarci a dimenticare il senso del sacrificio e del lavoro.

Io non li voglio i vostri soldi e i vostri gettoni d’oro. Senza se e senza ma.

Io voglio che i miei figli possano imparare a lavorare per costruirsi un futuro, qui in Italia o anche altrove, ma che sappiano bene che non bisogna confidare troppo nella Fortuna, che la speranza consiste nella preghiera e nella sconfinata fiducia verso un domani migliore, che tra l’altro non possiamo confondere la speranza con una debolezza, semmai con una fortezza. Né voglio che i miei figli si votino deliberatamente a chissà quale “colpo di fortuna”.

Nessuno ci regala niente, ma è questo che vogliono farci credere.

Io non ci sto più.

Programmi televisivi (che etimologicamente parlando di “televisivo” avete ben poco, dal momento che la televisione è la “visione del lontano”, ma qui non riescono a guardare oltre il proprio naso) anche voi siete responsabili del declino sociale e morale, della decadenza del gusto, quindi per favore, fate le valige e tornate a casa, fuori dai palinsesti delle nostre coscienze che vogliono tornare a ragionare come meritano.

Ora scusate, ma ho comprato un gratta e vinci. Speriamo sia la volta buona.

Il Maschio Ribelle

Un grazie al Duca 

per aver ispirato inconsapevolmente

questo post

È arrivato il momento di dire “basta” alla ferocia di questa società matriarcale sempre più onnipresente ed espansiva.

Finalmente anche noi uomini possiamo far sentire la nostra voce e guardare le donne da pari a pari!

Ribadiamo il nostro diritto ad indossare reggiseni e gonnelle. Non capiamo infatti perché il femminismo abbia conquistato il diritto a vestirsi con i pantaloni, mentre invece il genere maschile è stato costretto a restare indietro di mille anni rispetto alla donna.

Rivoltosi durante una manifestazione maschilista.

Uomini!!! Ribelliamoci ai corpetti troppo stetti nei quali tengono incatenati i nostri diritti e conquistiamo la nostra libertà!

Chiediamo quote azzurre in un parlamento dove di uomini finora se ne sono visti ben pochi!

Chiediamo che la scienza ci venga in soccorso, e sia finalmente riconosciuta la legge in base alla quale anche noi possiamo avere il nostro bramato mestruo anale, privo però delle relative paturnie!

Giù le mani dal pene, donne!

Mai più violenze sugli uomini costretti a ore e ore di shopping natalizio, pasquale e pre-ferragostano!

Riprendiamoci la nostra libertà! E seguiamo l’esempio di Schwarzenegger, pioniere del nuovo maschilismo!

Evolution! Evolution!

Non dobbiamo fare nessuna Rivoluzione.

Noi dobbiamo fare l’ Evoluzione.

E stavolta facciamo in modo che Darwin non finisca sulle magliette.

Ssssh!!! Evolution is coming!

 

Penso troppo quindi…non sono più

Penso troppo quindi non sono più niente.

La saggezza corre il rischio di convertirsi in stagnante prudenza.

Bisognerebbe cadere nell’estremo opposto non per ristabilire una misura o un equilibrio, ma per pura follia, perché soltanto la pura follia ci farà diventare ciò che siamo.

Se dio fosse stat* donna

Ad un certo punto della mia vita, sono arrivato a chiedermi se dio, nell’immaginazione delle persone, sia da considerare maschio o femmina. Confessiamolo. Dio è sempre stato considerato maschio. Anch’io, quand’ero piccolo, lo disegnavo come maschio. D’altronde, chi altro poteva essere?

Lui poteva. Lui poteva tutto e per questo era maschio. D’altronde il padre, il figlio e lo spirito santo. Non c’era nessuna traccia della parte femminile. Dio era maschio, ma era tutto nello stesso tempo. Ci sono arrivato solo poco tempo fa. Bella scoperta, mi direte. Adesso mi darete anche la pacca sulla spalla.

A un certo punto ho pensato si trattasse di punti di vista, un po’ come le lampadine, se le sviti nell’emisfero boreale devi seguire un verso, viceversa se le sviti nell’emisfero australe. Ecco, dio era diventato la lampadina del mio sesso. Da che parte andava svitato?

Ma se dio fosse stato donna. Che sarebbe successo. Cioè è un quesito che credo non sia proprio corretto, ma mettiamo un attimo che davvero foste convinti che dio dopotutto potesse anche aspirare ad essere donna. I più, subito, mi avrebbero detto “dio non è uomo né donna”. Allora giustificatemi Michelangelo e potremo parlare.

Se dio fosse stato donna, ci sarebbe stata più giustizia. Ne sono estremamente convinto. Ci sarebbe stata più giustizia perché il mondo sarebbe stato alla rovescia. Il mondo è molto più maschilista di quello che pensiamo.

Più giustizia, più ricerca della bellezza, spirito di sacrificio, più giustizia per l’umanità. Più amore. Il dio d’amore è sicuramente donna. Provare l’esistenza di dio sarebbe stata sicuramente più interessante. Almeno ci si fermava per un tè mentre si cercava dio. Si spezzava il pane, certo, in onore di dio, ma poi si sarebbe anche spazzato per terra.

Inoltre ci sarebbero stati i diritti per tutti, non solo dell’uomo.

A Sanremo voglio una Mistress, anzi un Commissario O.N.U.

Sta per ricominciare il Festival.

Quale Festival?

C’è bisogno di dire quale?

Sì, c’è bisogno, non essere provinciale.

Okay, sta per cominciare il Festival di Sanremo.

E sarebbe?

Niente. Puoi vivere anche senza sapere cos’è. Ma una cosa devo dirla. Raccolgo l’appello sollevato dal blog Un altro genere di comunicazione, vista la giustificata indignazione riguardo il servizio del Tg1 andato in onda il 25/01/2012 nell’edizione delle 20, intitolato “La donna dell’Ariston”.

Il teatro non fa onore all’etimologia greca del proprio nome. Ariston, in greco, significa “il migliore”, ma da quel che vedo, ad essere ripresa all’interno del teatro è una delle peggiori scene della televisione italiana, nella sua variegata e infinita collezione.

Questa non è soltanto una sconfitta del movimento femminista, questa è (anche) una sconfitta della Società Civile. Beata la terra che non ha bisogno di eroi, citando Bertolt Brecht nel suo Galileo, ma l’Italia ha ancora bisogno di femministe, di cittadini onesti, di magistrati preparati, di politici al servizio della comunità. Tutta gente che non vorrei classificare come “eroi”, ma i tempi ne fanno, ahimè, un’eccezione.

Questo è il servizio incriminato.

Bisogna capire che non è soltanto il servizio “giornalistico” in sé ad essere incriminato, con Gianni Morandi che fa segno alla grechina di togliersi il cappotto, Papaleo che chiede il bacino, la differenza d’età e lei che non sta capendo un tubo. Tra l’altro aggiungo anche che per me lei non è assolutamente una vittima, visto che viene pagata per quello.

Ma la vittima in tutto questo è ancora una volta l’idea di “donna” che viene fatta passare come oggetto.

Tanto vale allora rivolgersi all’oggettivizzazione per eccellenza, nel campo del porno, e invocare la venuta di una Mistress a Sanremo che li domini tutti quanti con frustino e corde chiodate.

Oppure Gianni Morandi faccia spogliare un bel maschione e Papaleo chieda il bacetto.

E la soluzione non è nemmeno boicottare il festival. Se il festival è seguito abbiamo il dovere di criticarlo, di elogiarlo nelle sue positività e distruggerlo nelle sue negatività.

Tanto per capire che non stiamo scherzando e che il nostro appello comincia dall’O.N.U. riporto qui il link del rapporto ombra sull’implementazione della convenzione CEDAW in Italia, convenzione ONU per l’eliminazione di ogni forma di discriminazione nei confronti delle donne.

http://www.scribd.com/doc/59317618/Rapporto-Ombra-sull-implementazione-della-Convenzione-in-Italia-sottoposto-al-Comitato-CEDAW-dalla-Piattaforma-Lavori-in-Corsa

Non da ultimo, la Raccomandazione ONU rivolta all’Italia, n. 25/2005:

“Il giudizio complessivo nei confronti dell’attività dei Governi che si sono succeduti in questi anni è critico: poco è stato fatto a livello strutturale per combattere gli stereotipi sessisti e i pregiudizi di genere, che “minano alla base la condizione sociale delle donne, costituiscono un impedimento significativo alla attuazione della Convenzione, e sono all’origine della posizione di svantaggio occupata dalle donne in vari settori, compreso il mercato del lavoro e la vita politica e pubblica”

(Raccomandazione n. 25/2005 del Comitato CEDAW all’Italia).”

Se volete firmare qui c’è l’appello di Donne e Media al Direttore Generale della RAI Lorenza Lei.

http://www.associazionepulitzer.it/appello-al-direttore-generale-della-rai-lorenza-lei

Noi ci saNremo, facciamoci sentire.

Canto di Natale

“Devi imparare a star solo.” – così mi ha detto un amico, in un momento di difficoltà. Strana lezione quella che riceviamo dalla solitudine. Impreziosisce ogni attimo della nostra vita, ci ricorda ciò che realmente siamo al di là dei ruoli o delle etichette che ci vengono assegnati di volta in volta.

Ho attraversato infinite solitudini, le ho sfiorate con uno sguardo, le ho percepite in un silenzio troppo disteso fra due comuni parole “Come stai? Bene..grazie.”, le ho trascurate quando sono stato troppo preso dal mio egoismo, le ho amate fino a sentirle mie, fino a riempirle con la mia, di solitudine, nel tentativo supremo, quasi eroico, profondamente umano, di farne una felicità.

Quando a una solitudine se ne aggiunge un’altra, quella solitudine diventa una cara compagna di viaggio, un’amicizia, un patto indelebile. Non è più solitudine, ma solidarietà.

Non essere più soli è l’unico senso di tutta una vita di solitudine.

Le solitudini sono molteplici: c’è la solitudine del secchione così come c’è quella del somaro, la solitudine del timido così come quella del socievole, la solitudine di chi combatte la solitudine e quella di chi invece l’accetta passivamente. Tutte hanno un identico valore: tutte sono un grido immane di dolore.

Ma bisogna imparare e di nuovo imparare ancora, in un continuo apprendimento instancabile, la Solitudine che non ci abbandonerà mai. Bisogna rispettarla, considerarla, conoscerla, assaporarla.

Un giorno ricorderò di non essere stato poi “tanto solo”, quando quel grido sarà un bellissimo canto.

Il pezzo della vita

Dedicato agli scrittori e alle scrittrici in genere.

Ho immaginato spesso come avrei scritto il mio pezzo della vita. Stavolta, mi dice il capo, piazzami il miglior pezzo di sempre. Io penso Certo che lo avrà, scrivo continuamente pezzi della vita. Poi mi ritrovo davanti al foglio e puntualmente diventa un pezzo che non scrivo. Un pezzo che non è della vita, ma un pezzo. Uno qualsiasi mangiato da chiunque. Propriamente che farà da foglio di giornale per una pizza mezza unta comprata a fine giornata con sotto le notizie troppo vecchie.

Grazie anche a Giò e al suo staff che ci hanno aiutato a capire come usare i giornali

No, stavolta immagino il pezzo della vita. Il pezzo della vita è qualcos’altro. Il pezzo della vita è fatto di vita, non c’è nessuna alternativa. Stai lì con la tua vita, nient’altro, che devi far diventare pezzo. Allora ho immaginato che per trasferire vita lì sopra dovrei innanzitutto dire qualcosa ai posteri. Devo dire qualcosa a loro perché io non sono riuscito a farlo io nella mia vita. Ma allora, non sto parlando della mia vita: sto parlando di qualcosa che avrei voluto fare. Il pezzo della mia vita non inizierà con su scritto “Tra cent’anni il mondo sicuramente sarà diverso”. No, il pezzo della vita è qualcosa che non cambia.

Sono convinto che certe cose durino nel tempo. Come si fa a giudicare, altrimenti, un’opera d’arte del passato e dire che sia bella anche se è di cinquecento anni fa? Considerazione banale? Ecco, il primo pezzo del pezzo sulla vita sarà la bellezza. Non perché penso sia un valore a cui ambire nella vita, ma perché penso sia la vita stessa: non è solo questione di estetica. È una questione di etica e la bellezza non può essere privata.

Il pezzo della vita è per chi legge, per chi è arrivato troppo tardi per leggere, chi non c’era per leggere e per chi leggerà, per chi non vuole leggerlo e per chi pensa che leggere sia una fatica. Il pezzo della vita non sta in ciò che deve ancora venire, ma in ciò che è. Ho deciso che il pezzo della vita lo può anche leggere chi non lo conosce. Questo lo vedo come un problema. Il pezzo della vita penso proprio, a questo punto, che non lo scriverò sennò diventerà un pezzo. Altrimenti inizierebbe con qualcosa e finirebbe con altro.

In realtà al mio capo come faccio a spiegarle che non esiste il pezzo della vita? Come darle torto che in fondo la vita ce la stiamo scordando da un pezzo?

Niente di che

Niente di importante, niente di urgente.

Niente di che.

Nascere.

Conseguire una serie di funzioni fisiologiche.

Sbagliarsi, indovinare, piccole soddisfazioni.

Conoscere la morte da vicino: un freddo cadavere, una veglia infinita.

Cercare il sole con tutte le proprie forze.

Ciò che conta, dicono, è il percorso.

Incontrare la donna che decidi di amare.

Amarla.

Amarla.

Amarla.

Come uno stupidoscioccoostinatocretino.

Amare ogni centimetro della sua pelle.

Sentirsi come in certe canzoni che prima dicevi che erano banali.

E perdere tutto.

E dover ricominciare.

Per poter raccontare qualche altra cosa.

Ma dentro resta una malattia, una morte, un graffio.

Sentimenti dai quali non ci si redime.

Amarla,amarla,amarla.

Quando il mondo sarà finito, e non ci sarà più nessuno, non ci sarà più nemmeno lei

Tu sarai ancora lì.

In un grande cosmico caos di Nulla

Tu Ami Lei.

E come un dio

la crei, e le crei un mondo,

è la genesi e l’apocalisse

di ogni tuo respiro.

Amarla, oltre l’eternità.

Fino al punto estremo:

tentare di non amarla più.

Da un altro mondo

A Lei

che forse un giorno capirà

Ruba cuori, ruba bandiera, ruba vita

Solo una mi ha rubato il cuore: si chiama Libertà. 

Potrei essere piuttosto incazzato per quello che mi è successo, come diceva il protagonista del monologo finale in American Beauty.

Ma non lo sono. Non riesco ad incazzarmi con la Libertà.

C’è sempre qualcosa che desideriamo ci venga rubato per sempre, per essere custodito in mani preziose.

Quando capirai l’esigenza di questo desiderio, allora sarai in grado di amarmi.

La vita è un paradosso

Questa vuole essere una premessa a un mio racconto sul tema del paradosso, che sarà prossimamente pubblicato in un’antologia che uscirà a breve e della quale vi terrò informati. La premessa è del tutto indipendente, a livello di comprensione, dal corpus letterario. Buona lettura, nell’attesa.

Non c’è cosa che vada più contro i luoghi comuni che la vita stessa.

La vita è essenzialmente tragica, in quanto contrassegnata dal conflitto tra la nostra parte razionale e la nostra parte ragionevole.

La razionalità ci suggerisce che un evento possa e debba essere modificato a nostro piacimento. Sembra, a primo sguardo, un assunto del tutto contraddittorio, ma così non è. Un atteggiamento razionale richiede di impostare la propria vita secondo alcuni precisi canoni. Fare dei progetti e agire secondo quei progetti, così come prefissati nella nostra mente. La  nostra parte razionale ci suggerisce uno stato conservativo delle situazioni. Aspiriamo, drasticamente, utopicamente, a uno status quo, a una sedentarietà emotiva.

Ci illudiamo molto facilmente di poter coltivare una quotidiana serenità. E quando accade (perché comunque accade) che qualcosa va storto, fuori dai piani, la prima reazione è tentare di domare l’imprevedibile, riconducendo l’evento nei binari della razionalità.

Ma questa, a dirla tutta, è pura follia!

Anzi, più razionalizziamo l’accaduto, più quello si dilata nella sfera della non-logica. Abbiamo sempre creduto che

2 + 2 = 4

ma quando un giorno ci troveremo di fronte al fatto compiuto che

2 + 2 = 5

noi diremo che “C’è un errore!” e tenteremo di correggere l’errore. La nostra parte razionale ci sta dicendo che non è razionalmente accettabile un simile risultato diverso da quello previsto. Perciò abbiamo creato i computer a nostra parziale immagine e somiglianza.

Ma nella vita ci sono maggiori probabilità che 2 + 2 = 5, e non 4. L’esistenza quotidiana è costellata di paradossi, di situazioni che sfuggono a un giudizio razionale. La razionalità è statica, le circostanze sono dinamiche, l’attrito è fatale.

Ed è qui che entra in gioco una possibile chiave di soluzione: la ragionevolezza. Essa è una predisposizione (vuoi sociale, vuoi comportamentale) ad accettare l’imprevedibile…ed andare avanti.

Un essere razionale è ottuso, chiuso. Un essere ragionevole è aperto al cambiamento, maturo, responsabile, consapevole del proprio ruolo, cioè pedina di una scacchiera che non è e non sarà mai sotto il suo assoluto controllo. Ma consapevole anche che sotto il suo assoluto controllo è sempre (e soltanto) se stesso. L’unica barca che può controllare nel mare tempestoso di ogni giorno è la propria, nemmeno quella dei propri cari, degli amici, dell’amata, ma la propria. Ed in questo si ritrova splendidamente e assurdamente “solo”. Una solitudine però anche costruttiva che tende ponti e aiuti verso l’altro da sé.

Accettare un evento, non significa abbandonarsi del tutto alle sue conseguenze, facendo così propria una resa incondizionata. Al contrario la ragionevolezza, caposaldo democratico dei demoni che albergano nella nostra anima, è una strada che conduce al patto, alla trattativa.

Ma il Grande Imprevisto della nostra vita sapete qual è?

Non è la morte di una persona vicina, non è la persona amata che improvvisamente ci lascia senza alcuna spiegazione plausibile, non è la gomma della macchina che si sgonfia, anche quando è nuova e l’hai gonfiata poche ore prima, non è la legge di gravità che smette di funzionare.

La parte realmente imprevedibile…siamo noi stessi. Solo la ragionevolezza può trasformarci in Uomini e Donne al comando della propria nave, e non in marinai in balia delle onde, prossimi al naufragio.

Ora, io vi auguro una vita ricca di responsabilità, di consapevolezze, di demoni, di imprevisti. Vi auguro di essere l’unico Comandante al timone. Non sarà facile, ma sarà almeno avventuroso. Buona Sorte.

Cristo nella tempesta sul mare di Galilea, 1633, Rembrandt

Certificato di Morte

Io sono morto.

Tu sei morto.

Egli è morto.

Noi siamo morti.

Voi siete morti.

Essi sono morti.

La follia è l’unica fonte di energia rinnovabile, l’unico tipo di carburante eco-psico-logico in grado di non inquinare, anzi capace di trasformarsi sempre in nuova energia, trasmissibile per contagio. Da ciò si origina un’epidemia chiamata “vita”.

Ma la sindrome del vivere colpisce sempre meno persone. I dottori della morte certificano sempre meno casi e la bioletteratura è ormai colma di casi miracolosi di guarigione.

Persone che prima vivevano sono morte. Si dicono tutte soddisfatte e meravigliate davanti ai loro televisori ultrapiatti, che altro non riflettono che le loro esistenze. Per avere l’illusione del reale, ricorrono a particolari occhialetti che consentono loro di avere la percezione, ad esempio, di una macchina che ti viene a sbattere contro o del bacio virtuale di una splendida ragazza.

I livelli di adrenalina sono sotto controllo, grazie all’antibiotico più utilizzato: lo stress. Sempre meno idee nuove infettano la società. Il Ministro della Salvezza si esprime positivamente: “La morte interiore ha fatto passi da gigante. Presto tutti avranno un nuovo telefonino e divertenti applicazioni da condividere con chiunque. Nessuno sarà più affetto dalla sindrome della vita.”

Sono nati centri di cura specializzata. Tutti quelli che hanno ansia di vivere sono stati ricondotti alla ragione e vengono quotidianamente seguiti. La terapia della “lenta morte” garantisce loro un ritorno alla tranquilla serenità dei giorni vuoti. Lentamente muoiono.

Ma la lotta contro gli “spacciatori di vita” viene portata avanti anche a livello politico. Il corpo dei dormienti ha sequestrato ingenti quantità della pillola chiamata “curiosità”. Sembra infatti essere questa la sostanza, naturale ma non legalizzata, al centro della “sindrome della vita”.

Affetti da sindrome del vivere

Chi è curioso, vive. Questi cosiddetti “curiosi” spesso si radunano e scambiano opinioni fra di loro, talvolta anche in pubblico. Molti di essi seguono serie tv e leggono libri di letteratura, partecipano a concerti, si innamorano perdutamente, rischiano quotidianamente una overdose di vita, sono disoccupati o hanno lavori precari, troppo tempo libero per “pensare liberamente”. Se vedete un curioso contattate il numero nero degli agenti dormienti.

Presto saremo tutti morti, anche se ci sono ancora molti passi da fare.

Saluti dall’Ade, buona morte

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