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Un po’ di guru

Lettera semifredda affogata al caffè semiaperta a Franklinguamozza

Caro Frank,

Ho letto la tua lettera e te ne ringrazio.

Mi consigli di buttare via la bussola, di non affidarmi più alle costellazioni o alla falsariga di un oceano. Ma io sono un navigatore che ripone fede in sé e che si accorge di essere cambiato solo quando la tempesta è passata.

Quando ero piccolo, ho vissuto al mare, per un po’. C’era un signore anziano che per farmi star buono, poco prima di cena, mi raccontava sempre la solita storia. La storia diceva che dovevo aspettare, che non dovevo aver fretta di scendere in spiaggia, perché presto sarebbe arrivato un grande veliero alato, di là dall’orizzonte, e mi avrebbe portato a fare il giro del mondo. Quindi valeva la pena aspettare la nave volante non bagnata dalle acque e portata dai venti.

Così io stavo ad aspettare.

Aspettavo.

Aspettavo.

Aspettavo.

Aspettavo.

Quella manciata di minuti durava un’eternità.

I miei occhi scrutavano la linea dell’orizzonte, in attesa di un segnale, un vago profilo, di un’ombra che spezzasse la luce disperata del tramonto adagiata sulle acque del mare.

Ho aspettato per ogni tramonto che la nave volante arrivasse a prendermi.

Non arrivò mai.

I miei occhi si sono consumati nell’attesa.

Poi l’estate finì e quel signore anziano che mi raccontò questa storia morì e mi dispiacque molto per questo.

Non capii subito la morte, allora, cosa volesse dire.

Ma capii che non lo avrei più rivisto.

Forse, pensai, la nave volante era arrivata e io mi ero distratto un attimo, e lui era salito e adesso se ne stava beato nelle Indie o in Patagonia a guardare altri tramonti.

Forse…

Forse ciascuno aspetta la sua nave.

Poi si cresce, si capisce la morte, si apprende il significato del tempo, e sempre meno aspettiamo. Sempre meno restiamo a guardare l’orizzonte, disperatamente fiduciosi.

In verità ti dico che non ho mai smesso.

E ogni tanto, la sera, quando il sole tramonta, i miei occhi si perdono all’orizzonte. E mi sembra di vedere, e allora il mio cuore ha un palpito. Ecco, è arrivato il Veliero, penso. E non esiste nient’altro.

Bisogna essere pronti. Bisogna saper aspettare.

La mia bussola non ha tempo. E quando decidi che hai tutto il tempo del mondo e non piuttosto di farti possedere dal tempo, l’hai deciso. E il tempo è nulla all’infuori di te.

Sai, non è questione di azione, di punti di vista, no. È qualcosa di molto, molto più vicino alla fede e alla speranza.

Gli uomini non sanno più aspettare perché credono che il tempo esista davvero.

Sai chi sono io, anche se non hai letto né Freud, né Jung.

Romantico? Nevrotico? Patetico? Certo unico?

Sinceramente, comunque,

Lordbad

Tu vivi

TU VIVI!!!

Tranquillo, era solo un merluzzo, d’aprile.

Determinazione self-service

“Go confidently in the direction of your dreams! Live the life you’ve imagined” – Thoreau

Devi avere determinazione nella vita, devi avere determinazione nella vita. Ci sono istanti in cui senti che devi ripeterlo all’infinito come se ripeterlo desse effettivamente quella precisa determinazione che ti serve per andare avanti. Ma mettiamo, un caso di fallimento: la domanda ora è come fai a ripartire. Hai quell’energia che ti serve a risfidare e ricostruire ciò che hai perso o ricostruire altro che non hai mai perduto?

Determinazione. Mi ricorda i fumetti della Marvel in cui Dare Devil, nonostante la sua cecità, riesce comunque a studiare e fare un altro casino di cose che, ne sono quasi certo, la maggioranza di noi può ben sognarsi.

A questo punto, mi viene inoltre da chiedere perché essere determinati. In fondo si danno per assodati dei valori senza alcuna analisi, senza aver scoperto cosa significa averli. Quando si parla di determinazione in qualche modo ci si vuole far carico di un destino, che si voglia o meno. Cioè vogliamo che la nostra vita, intesa come insieme di azioni, sentimenti, ragionamenti, casualità, produca un determinato effetto in uscita chiamato , più o meno, obiettivo di vita.

Ma se la vita non ha senso di per sé, la determinazione, come processo di acquisizione di responsabilità, dove affonda le radici? La determinazione è per chi cerca di dare un senso alla vita. Ammirabile tentativo e illusione.

Non sono un disfattista, ma un idealista a cui hanno tagliato le gambe. Per questo rispondo così alle persone che dicono “devi camminare dritto per la tua strada”: e se fossi stato su una sedia a rotelle?

Cosa vuoi diventare?

A volte sono proprio stanco del mio mondo.

Di tutta questa letteratura, di tutte queste maledette parole che non servono a niente.

Di tutta questa cultura farlocca per radical chic incontentabili o troppo accontentati al punto che hanno rinunciato a trovarlo, un senso.

Ci vuole sempre del coraggio per trovare un senso, per cambiare davvero, per rivelare un’altra parte di noi.

Ecco domani voglio svegliarmi con altre abitudini, con dei tatuaggi, con qualche piercing, uguale a ieri e diverso da oggi.

Un’altra vita, e poi un’altra ancora, perché non mi basta una vita sola.

Se dio fosse stat* donna

Ad un certo punto della mia vita, sono arrivato a chiedermi se dio, nell’immaginazione delle persone, sia da considerare maschio o femmina. Confessiamolo. Dio è sempre stato considerato maschio. Anch’io, quand’ero piccolo, lo disegnavo come maschio. D’altronde, chi altro poteva essere?

Lui poteva. Lui poteva tutto e per questo era maschio. D’altronde il padre, il figlio e lo spirito santo. Non c’era nessuna traccia della parte femminile. Dio era maschio, ma era tutto nello stesso tempo. Ci sono arrivato solo poco tempo fa. Bella scoperta, mi direte. Adesso mi darete anche la pacca sulla spalla.

A un certo punto ho pensato si trattasse di punti di vista, un po’ come le lampadine, se le sviti nell’emisfero boreale devi seguire un verso, viceversa se le sviti nell’emisfero australe. Ecco, dio era diventato la lampadina del mio sesso. Da che parte andava svitato?

Ma se dio fosse stato donna. Che sarebbe successo. Cioè è un quesito che credo non sia proprio corretto, ma mettiamo un attimo che davvero foste convinti che dio dopotutto potesse anche aspirare ad essere donna. I più, subito, mi avrebbero detto “dio non è uomo né donna”. Allora giustificatemi Michelangelo e potremo parlare.

Se dio fosse stato donna, ci sarebbe stata più giustizia. Ne sono estremamente convinto. Ci sarebbe stata più giustizia perché il mondo sarebbe stato alla rovescia. Il mondo è molto più maschilista di quello che pensiamo.

Più giustizia, più ricerca della bellezza, spirito di sacrificio, più giustizia per l’umanità. Più amore. Il dio d’amore è sicuramente donna. Provare l’esistenza di dio sarebbe stata sicuramente più interessante. Almeno ci si fermava per un tè mentre si cercava dio. Si spezzava il pane, certo, in onore di dio, ma poi si sarebbe anche spazzato per terra.

Inoltre ci sarebbero stati i diritti per tutti, non solo dell’uomo.

Cash d’anima

Capita di trovarsi la sera, nell’ora chiamata 22, a camminare lungo le strade della città. Ma ti rendi conto che sei un frammento, un pezzettino. Respiri insieme alla città, al camino, forse uno degli ultimi accesi in Italia, uno dei tanti qui a Varsavia.

Cammini e tiri dritto. Poco importa del passo degli altri: hai bisogno del tuo respiro. Del senso che ti cammina dentro e di un maledetto bancomat qualunque, ficcato negli angoli ovviamente più reconditi dell’anima umana.

Pensi che quello che accade di giorno non ha senso. Ritrova l’opportunità, il riscontro, il vivo solo nella notte. Che tutto perdona, tranne il tuo conto in rosso. Ma poco importa, ci penserà il giorno a regolare i conti.

Manca poco. Sono quasi arrivato a compiere la missione notturna. All’angolo, c’è il bancomat.

Oggi mi sento un dio, domani non sto in piedi

Ci sono mattine in cui ho idee rivoluzionarie che, arrivata la sera, non sembrano più così “rivoluzionarie”, anzi sbiadiscono nella nebbia della noia e della routine.

Un attimo prima mi sento imperatore del mondo, l’attimo dopo l’ultimo fra gli ultimi, con la considerazione che probabilmente non sono né l’uno né l’altro, e quindi nessuno.

Alla costante ricerca di un equilibrio sopra la follia.


Neoateismo

Devo dire che non c’è poi molto gusto nell’affrontare oggi un dibattito con un ateo avente come fulcro della questione l’esistenza di Dio. Questo non perché l’argomento sia passato di moda: non è proprio uno di quei temi che “vanno di moda”: è piuttosto di quelle domande ultime sulle quali la filosofia si è a lungo interrogata.

Ma questa ultima generazione di atei (neoatei li chiameremo) è spesso priva degli strumenti filosofici, teologici, culturali, di valore, con i quali affrontare un tema così delicato, thema dalla portata vasta, giacché si scontra con le radici antropologiche di ciascuno, nonché in grado di toccare diversi gradi di sensibilità.

Quando si affrontano “domande ultime”, quando si entra nell’ambito escatologico, lo si deve sempre fare in punta di piedi, con umiltà, ma anche con curiosità ed apertura mentale.

Questo senso della curiosità viene però meno se dall’altra parte del tavolo c’è un interlocutore che ha eretto feudi mentali ai quali non è possibile accedere con gli strumenti della logica e del dialogo.

Dal momento che il dialogo presuppone uno scambio di opinioni, un confronto tra misure (ed anche una misura del confronto che sia la più ampia possibile), i protagonisti della comunicazione devono essere leali prima che tra loro con se stessi.

Se il fine dello scambio di idee non è un incontro, ma uno scontro, allora è inevitabile che ad uscirne perdenti saranno tutti i punti di vista in gioco.

Per entrare nel merito della questione, il neo ateo è, per me, abbastanza rude e rozzo nella trattazione di una tematica così forte, così complessa, con i suoi annessi e connessi.

Insomma non si può contrapporre un muro basato su prove scientifiche, anzi su non-prove. Mentre nel processo il fatto non sussiste per mancanza di prove, qui per assurdo sussiste l’inesistenza di dio per lo stesso motivo.

Ma dall’assenza non si può dedurre un’altra assenza, da una negazione non può necessariamente derivare un’altra negazione. Quando gli strumenti della ragione diventano le corte spade di un combattimento senza vincitori né vinti, allora non è con la ragione che stiamo supponendo teorie, ma con l’assurdo, con l’assenza di ragione. E come può (di nuovo) l’assenza portare a un ragionamento? Dal vuoto non può derivare il pieno. Mi si dirà che se riempio un bicchiere vuoto, allora esso diventa pieno. In verità non è quel vuoto che ha generato il pieno. Il pieno, l’esistente, deriva da altro esistente oppure si può ammettere che derivi da sé, che esista da sempre e per sempre. Il vuoto è vuoto, è horror vacui, è…mancanza di pieno, è teoria della relatività pronta a cedere.

Vecchio assioma logico quello per il quale chiaramente l’ateo non sarebbe altro che un dipendente dall’idea di dio. Per negare l’esistenza di un qualcosa se ne deve in qualche modo comprovare l’esistenza, inquadrare il soggetto in un ragionamento logico che gli dia un nome. E da quando assegniamo nomi a caso?

Se si ammette che il nome è la cosa, e la cosa è il nome, allora è inscindibile il rapporto tra esistente ed idea dell’esistente. Ma qui ci stiamo incamminando su altre strade. Abbiamo già aperto la breccia a un dibattito. Un neoateo si sarebbe tappato le orecchie e avrebbe urlato che due più due fa quattro, ignaro (volutamente?) che nessuno parlava di addizioni, ma di un’equazione, di un’incognita (mi si consenta di giocare con qualche termine matematico) più complessa.

Non da ultimo l’atteggiamento è sempre criticabile e non approvabile quando è segno di una clausura mentale che non vede al di là della siepe che il guardo esclude.

L’infinito è per tutti, ma pochi osano avventurarvisi.

Pietà per Hitler.

Voglio uccidere la memoria. Sentirla schiamazzare come quando si taglia la gola ad un porco.
Finirla con i piagnistei umanitari di ragazzine in erba che ricordano, non fanno altro che ricordare. Sanno soltanto ricordare. Nessuno lo merita.
Non c’è niente di buono nella memoria. Ci ha reso matti.
Ed ingrati. Non meritevoli del compenso più dignitoso che spetta all’uomo: la dimenticanza.
Avere la possibilità di dimenticare vuol dire assegnarsi ad un inizio sempre nuovo.
Essere noi stessi e tirarci fuori con tutte le vesciche e regalarci con i respiri più assuefatti dal nostro alito perché non più imprigionati dalle sbarre di un’esperienza totalitaria.
Sarà la prima volta della mia prima volta, ogni sacrosanta volta. Odoreremo la nostra puzza non rammentando di puzzare. Ci ameremo perché sarà destino farlo. Ci odieremo perché è quello che sappiamo fare.
E la morale sarà una legge che verrà abrogata ora dopo ora.
Finalmente vedrò persone che non si sforzeranno più di spolverare le cornici poste sui loro comò.
Non ci saranno più inutili giorni della memoria ed Hitler verrà finalmente perdonato, come merita.
Certe cose non le perdona Dio. Certe cose le perdona solo l’uomo.
Un uomo che penetra come un aguzzino nelle case sigillate dai televisori ogni ventisette gennaio e ci costringe a venerare morti. Morti su morti. Cosa volete che siano milioni di vittime decedute in guerra. Milioni di vittime sono paragonabili a una, o a nessuna, per quanto mi riguarda. Non li sento. Non li vedo. Sono crepati lontano da me. Ed il dolore se lontano, non è dolore.
Occupano un giorno dell’anno, un intero giorno. Mi accorciano il tempo, questi. Misericordia!
Non siete portati alla pietà. Siete addomesticati dalla pietà, e dalla commiserazione.
C’è da essere privilegiati anche da defunti. La scale dei valori della loro pelle è una piramide sgonfia ai lati.
L’ebreo nel forno crematorio è mediatico. Il cartaginese contro Roma è paratattico.
Sono disposto ad accettare la finta riverenza umana verso l’Olocausto quando ci preoccuperemo di fingere una riverenza per tutti i crepati della prima crociata, delle invasioni barbariche.
Questa Storia che ti fa sentire in colpa. Decreta, ecco cosa fa. Ha i suoi bei vinti, i suoi osannati vincitori.
Ce la impartiscono come un’analisi giornaliera da strabici insegnanti che l’unico insegnamento buono sarebbe quello di lasciare le cattedre e ammettere che nessuno è in grado di insegnare nulla.
Non si ha il coraggio di dire che gli ebrei al posto dei tedeschi avrebbero fatto la stessa cosa.
Da Cristo, simbolo d’umanità, all’umanità stessa ce ne passa ben poco.
L’odio scorre nelle loro arterie come scorre nei polmoni di chiunque altro. Loro non sono santi. Nessuno lo è. Assassini, come tutti. Anche se fosse solo di un pensiero, una protesta.
Bastava un leader. Per quel che resta, è mera questione di ruoli. L’ergastolo dell’umanità è l’uomo.
Non siamo colpevoli di essere nati, ma di essere morti inutilmente.
C’è un Hitler dentro ognuno di noi. E’ l’Hitler della sopravvivenza.
Chi sventola mimose è un codardo a vita.
Sto contando. Sto contando i mesi che mancano quando qualcuno, o qualcosa si deciderà per la prima volta di non ricordare e di provare pietà per Hitler e perdonarlo.

Trenativitalia

 

C’è chi scende dalle stelle e chi scende dai binari. Natale di un pendolare. Ecco, posso dire di essere stato uno dei pastori del nuovo millennio che, in una grande folla, erano accorsi a vedere il Bambino. Unica differenza: eravamo tutti pendolari , uno sull’altro. E il Bambino era solo un bambino.

Situazione: treno, ore 14:50 di un venerdì pomeriggio non qualunque. Del weekend prima di Natale. Panico. Come Erode, i controllori smistano la gente. Tu non puoi entrare, siamo troppi. I bambini no, soffrirebbero troppo. Blocco alle porte. Le persone non possono entrare.

Riesco nonostante tutto ad entrare. Uno si è appena alzato per far sedere una giovane donna con il bambino in braccio che dormiva placidamente. Ha trovato posto, almeno lei, nella calca, un comodo sedile per tenerlo in braccio. Guarda il bambino come chi ha finalmente trovato un posto accogliente. Una capanna.

Il bambino ogni tanto frigna. C’è del sole forte. Lui non sa che nella vita rimarrà abbagliato tante volte e che la luce deve dimostrare di averla lui. Il sole dà fastidio al piccolo: le tendine del treno non funzionano. Anzi, non ci sono.

L’uomo fa “Mi metto io davanti”. Protegge i due, che ora dormono.

Gli altri guardano la scena insieme a me. Il miracolo è avvenuto.

Il treno porta mezz’ora di ritardo verso Napoli.

Buona Pasqua a tutti.

Buona Pasqua a tutti.

Portarsi avanti con il lavoro è importante.

S. Dalì

Natale non è caramelle e panettoni. Un Natale cristiano è un’altra cosa. Sono del parere che o si vive il Santo Natale oppure no. O si crede o non si crede. A voi la scelta.

Spero di non avervi rovinato il finale, non finisce come nel quadro di Dalì: c’è un extra per quelli che conoscono la storia fino in fondo, quindi non ho “spoilerato” nulla.

Vado a mangiare il panettone. Senza canditi.

Il mio pesce rosso si chiama Orazio

“Vi chiedo di prendere seriamente in considerazione l’ipotesi di plasmare la vostra vita, non alla mainera del Dalai Lama o di Gesù – per quanto ritenga che sarebbero senz’altro di aiuto- ma come qualcosa di un po’ più terra terra: come il Carassius auratus auratus, volgarmente noto come pesce rosso comune”.

Questo titolo forse non significa assolutamente nulla e nel gioco metafisico delle cose non cambierà nulla (magari mi direte che Orazio sia un nome da filosofo e non sia degno dell’abitante silenzioso di casa). Continuerete a dimenticare le chiavi dove le avete appena lasciate, chiamerete il vostro cellulare perché l’avete buttato sotto decine di libri, dato che non lo riuscite a ritrovare. Ritornerete nello stesso modo indietro per controllare se l’auto è aperta o chiusa. E, come sciagurati, dimenticherete di cambiare l’acqua al vostro pesce rosso.

Il vostro pesce rosso lo state in realtà allenando alla sfida che avete perso: quella di godere il presente. Ecco perché se fossimo pesci rossi riusciremmo a raggiungere la piena realizzazione di noi stessi. La vaschetta non ci basterebbe più.

“Se vivrete come i pesci rossi potrete sopravvivere alle situazioni più sfavorevoli e negative. Potrete superare avversità che manderanno i vostri compagni – il guppy, il pesce neon – pancia all’aria alle prime avvisaglie. Una rivista pubblicata dall’Associazione Americana Pesci Rossi segnala un episodio davvero increscioso: una sadica bambina di cinque anni aveva scagliato il suo pesce rosso sul suo tappeto e lo aveva calpestato, non una volta ma due volte: per fortuna si trattava di un tappeto a pelo lungo e così il tacco non aveva schiacciato completamente il povero esserino. Dopo trenta  strazianti secondi lo aveva ributtato nell’acquario. Il pesce sopravvisse per altri quarantasette anni”

Senza parole, solo sopportazione: e grandezza celata. Il pesce rosso è dotato di uno spirito di adattamento illimitato che si manifesta subito, nell’immediato. Vasca grande? Pesce grande. Acquario piccolo? Pesce piccolo. Si fanno vendere e prendere dai bambini piccoli, si fanno mettere dentro i sacchetti trasparenti di plastica dopo aver beccato l’obiettivo alle giostre almeno 3 volte. Subiscono, ma rimangono se stessi. Sono dei soldati. Hanno compreso il male del mondo e per questo sono senza parola. La sprecherebbero, se parlassero, ad un mondo che non ha mai voluto ascoltarli.

Il mio pesce rosso ha capito che è un pesce grosso

“La cosa più incredibile dei pesci rossi, tuttavia, è la loro memoria. Tutti li compiangono per la caratteristica di ricordare solo gli ultimi tre secondi ma, in effetti, essere così saldamente legati al presente è un dono. Sono liberi.”

Si fanno barba dei nostri acquari, del nostro mondo. I pesci rossi sono dei puri edonisti. Distruggono continuamente il passato per rifare il loro presente. 3 secondi la volta.

“Che meraviglia sapere che la tua Età dell’oro non era quarant’anni fa, quando avevi ancora tutti i capelli, ma appena tre secondi fa e , dunque, con ogni probabilità , ancora in corso, in questo preciso istante”.

“E anche in questo istante” Altri tre secondi “E anche in questo istante”

Il pesce rosso ci ricorda che non abbiamo il controllo sulle creature. È un solitario, non ama  i ghirigori. Va all’essenza diretta della vita. Niente fronzoli, niente pensieri. Dategli 3 secondi. S’affaccia direttamente dall’oblò della sua vaschetta al centro della vita.

PS: Tutte le citazioni derivano dal libro “Teoria e pratica di ogni cosa” di Marisha Pessl.

All’ICI , all’ICI!

 

a) alla marinara

b) solo di venerdì perché siamo cattolici

c) per tutti

Adamo, il sindacato e la Apple.

Questa mela sarà la mia maledizione. E poi non mi porterà niente sul curriculum, anzi al massimo mi porterà una nota di biasimo. Il posto di guardiano me l’hanno appioppato senza neanche chiedermelo e già il fatto di non aver saputo niente su tutti i tipi di alberi mi dà un po’ di noia. In realtà ho dovuto per forza accettare il lavoro perché di questi tempi nessuno te lo offre. Per non parlare poi dei serpenti: sto qui con una che vuole darmi una mela e ha la fissa dei pitoni.

Quella sciagurata, per giunta, non sa quanto è tosto mangiare quella mela. Poi ho appena finito di pranzare: almeno il pranzo me lo passa la ditta. Un lusso, direi. Ma chissà come fanno gli altri a mangiare una mela a fine pranzo. A parte che non c’è nessuno da queste parti o comunque non l’ho mai visto, a parte lei, Eva. Ora che ci penso, anche il nostro datore di lavoro non è il massimo dell’appariscenza. Non si fa mai vedere.

Aveva accettato una sfida: bisognava vincere!

Comunque, rieccola con la mela. Mi potrebbe costare, a livello lavorativo, l’ira di dio. E neanche sono a dieta. Certe volte pensare solo che dopo averla mangiata rimarrà il torsolo mi fa perdere la voglia. In ogni modo, quel pomo è sintomo della poca trasparenza lavorativa. Sfido io: nessun contratto e nessun coltello. Come diavolo pensa il proprietario che mi si ficchi nello stomaco l’ananas? Alla fine è normale che uno vada sulle mele. E poi, nei miei tempi, debbo dire che mangiare la mela può essere l’unico modo per avvicinarmi al sindacato. Che figura ci faccio fare sennò? Io contro la poca trasparenza che poi nemmeno mi iscrivo al sindacato? Non se ne parla.

 Non so se il serpente che è con Eva è in sciopero o cosa. Pare che Eva sia in riunione con lui. Ma cosa c’è da dire? Non gli sta forse bene il nome che gli ho dato? Il contratto parlava chiaro. Immagino che quei due siano in sciopero contro la creazione, ma come al solito toccano a me i lavori sporchi: la faccia ce la metto io, mica i sindacati. E la mia ricreazione? Qui c’è scritto che ho diritto al riposo. Non sapevo che essere creati , almeno così ci è stato detto, fosse così impegnativo da sostenere, nemmeno c’è stato detto qualcosa sulle agevolazioni per le coppie nuove per la locazione.

Come al solito poi si fa man bassa dei diritti e si spaccia il fatto che le mele costano poco solo per la globalizzazione della creazione, ma poi vai a vedere chi produce le mele. A proposito, chi produce le mele? Sì, ci credono ancora alla storia dei sindacati, del giardino e della contrattazione. Oramai si fa in quattro e quattr’otto. Eva e il serpente hanno un po’ ragione ad incazzarsi, in fondo.

Una cosa la ammetto: questo affare della mela non andrà a lieto fine.

 

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