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Dio 2.0: un’utopia

Pensavo che il sistema, con il tempo, si fosse aggiornato da solo. Una volta provata la versione del Vecchio Testamento e poi quella del Nuovo, i tempi richiederebbero un dio più plug and play, senza bisogno di un cd di installazione, freeware e che risponda alle esigenze degli utenti sempre più disperati nell’era della globalizzazione.

Dio, perché non ti sei globalizzato?

Quello che noi vogliamo è un dio formato Mac. Un dio Mac-God, da prendere comodamente restando seduti in macchina: un God-Drive che, una volta servito, ci guidi lungo l’autostrada della vita.

Invece no, malgrado le nostre infinite suppliche, lo spread resta altissimo e la distanza tra i nostri tesori e quelli del regno celeste è ormai incolmabile.

Dio deve passare al nuovo formato, prima che la concorrenza ormai sempre più feroce lo rimpiazzi del tutto. Deve poter dare un segno forte di rinnovamento, rilanciarsi come primo marchio di qualità, d’origine controllata.

è normale: supplica oggi, supplica domani, a un certo punto sbrocchi e passi all’Agnosticismo che andrà anche di moda e quindi costa tanto però almeno ti garantisce un’assistenza 24h/24!

Grattati e muori

Anche se voi vi credete assolti

siete lo stesso coinvolti

Faber

Forse sarà una vecchia polemica, ma tanto vale combattere finché la logica di “panem et circenses” trasformata ormai in “fast food & television”, non sarà decostituita a fondamento di una società più giusta.

Ci hanno tolto Enzo Biagi e cosa ci hanno dato? Ci hanno dato programmi per imparare a fare l’uovo alla coque, in camicia da colletto bianco e alla fiorito. Ci hanno dato reality show per imparare come mangiare il riso delle noci di cocco. Ci hanno dato trasmissioni che promettono premi milionari che possono cambiare la vita di chi chiama, di chi scavicchia il pacco, di chi gratta il biglietto fortunato.

Io non ci sto.

l’inizio della fine

Io non ci sto a farmi prendere in giro da una televisione che vuole indottrinarci a dimenticare il senso del sacrificio e del lavoro.

Io non li voglio i vostri soldi e i vostri gettoni d’oro. Senza se e senza ma.

Io voglio che i miei figli possano imparare a lavorare per costruirsi un futuro, qui in Italia o anche altrove, ma che sappiano bene che non bisogna confidare troppo nella Fortuna, che la speranza consiste nella preghiera e nella sconfinata fiducia verso un domani migliore, che tra l’altro non possiamo confondere la speranza con una debolezza, semmai con una fortezza. Né voglio che i miei figli si votino deliberatamente a chissà quale “colpo di fortuna”.

Nessuno ci regala niente, ma è questo che vogliono farci credere.

Io non ci sto più.

Programmi televisivi (che etimologicamente parlando di “televisivo” avete ben poco, dal momento che la televisione è la “visione del lontano”, ma qui non riescono a guardare oltre il proprio naso) anche voi siete responsabili del declino sociale e morale, della decadenza del gusto, quindi per favore, fate le valige e tornate a casa, fuori dai palinsesti delle nostre coscienze che vogliono tornare a ragionare come meritano.

Ora scusate, ma ho comprato un gratta e vinci. Speriamo sia la volta buona.

Preghiera tenera

Liberatemi dall’idea di libertà

Dio liberami dall’idea di dio

E tu, amandomi,

mostrami la beffa dell’amore.

Di questo si tratta: combattere giorno dopo giorno contro i propri demoni. Le certezze che credevamo acquisite sono ponti distrutti dal primo terremoto. Lo scisma della coscienza tra bene e male è il sisma di un territorio largamente inesplorato.

Occorre essere avventurieri di se stessi, addentrarci nell’oblio di sé, perdersi egoisticamente a proprio danno.

Siamo prigionieri della libertà, vogliamo, pretendiamo, bramiamo gabbie, ritmi, parapetti ai quali sorreggerci per non cadere nel vuoto. Non ci fidiamo sufficientemente mai delle nostre capacità di volo e, con ogni probabilità, non ci fidiamo degli altri.

Tutto si perde poi nello stesso gorgo: libertà e non-libertà sono la medesima cosa, sono la stessa prigione.

Ecco perché affermo l’esigenza, l’indispensabilità di una bussola, o di un aletiometro, come lo definiva Pullman in Queste Oscure Materie.

Occorre sapere costantemente dov’è il nostro Nord. Siamo nomadi non perché siamo noi a spostarci, ma perché sono i luoghi, i pensieri, i fatti a mutare intorno a noi. E ogni qualvolta speriamo nel cambiamento, noi ci illudiamo, e siamo facilmente tentati dall’ultima deriva antropocentrica new-age, magari più chic se si può attaccare sullo zaino o sfoderare nell’ultimo status di Facebook.

Ci rendiamo conto di cosa stiamo diventando?

Non Facebook, ma Zombiebook. Quando i nostri nipoti o i nuovi visitatori della terra avranno analizzato i terabyte di memoria lasciati in eredità all’universo, vedranno cosa siamo diventati.

Millantatori di libertà defraudate del vero significato, mercanti di truffe, venditori e compratori dell’io.

Che tu, mio caro ardente lettore affamato, possa trovare il tuo aletiometro, la tua verità, e non perderti mai.

Un po’ di guru

Lettera semifredda affogata al caffè semiaperta a Franklinguamozza

Caro Frank,

Ho letto la tua lettera e te ne ringrazio.

Mi consigli di buttare via la bussola, di non affidarmi più alle costellazioni o alla falsariga di un oceano. Ma io sono un navigatore che ripone fede in sé e che si accorge di essere cambiato solo quando la tempesta è passata.

Quando ero piccolo, ho vissuto al mare, per un po’. C’era un signore anziano che per farmi star buono, poco prima di cena, mi raccontava sempre la solita storia. La storia diceva che dovevo aspettare, che non dovevo aver fretta di scendere in spiaggia, perché presto sarebbe arrivato un grande veliero alato, di là dall’orizzonte, e mi avrebbe portato a fare il giro del mondo. Quindi valeva la pena aspettare la nave volante non bagnata dalle acque e portata dai venti.

Così io stavo ad aspettare.

Aspettavo.

Aspettavo.

Aspettavo.

Aspettavo.

Quella manciata di minuti durava un’eternità.

I miei occhi scrutavano la linea dell’orizzonte, in attesa di un segnale, un vago profilo, di un’ombra che spezzasse la luce disperata del tramonto adagiata sulle acque del mare.

Ho aspettato per ogni tramonto che la nave volante arrivasse a prendermi.

Non arrivò mai.

I miei occhi si sono consumati nell’attesa.

Poi l’estate finì e quel signore anziano che mi raccontò questa storia morì e mi dispiacque molto per questo.

Non capii subito la morte, allora, cosa volesse dire.

Ma capii che non lo avrei più rivisto.

Forse, pensai, la nave volante era arrivata e io mi ero distratto un attimo, e lui era salito e adesso se ne stava beato nelle Indie o in Patagonia a guardare altri tramonti.

Forse…

Forse ciascuno aspetta la sua nave.

Poi si cresce, si capisce la morte, si apprende il significato del tempo, e sempre meno aspettiamo. Sempre meno restiamo a guardare l’orizzonte, disperatamente fiduciosi.

In verità ti dico che non ho mai smesso.

E ogni tanto, la sera, quando il sole tramonta, i miei occhi si perdono all’orizzonte. E mi sembra di vedere, e allora il mio cuore ha un palpito. Ecco, è arrivato il Veliero, penso. E non esiste nient’altro.

Bisogna essere pronti. Bisogna saper aspettare.

La mia bussola non ha tempo. E quando decidi che hai tutto il tempo del mondo e non piuttosto di farti possedere dal tempo, l’hai deciso. E il tempo è nulla all’infuori di te.

Sai, non è questione di azione, di punti di vista, no. È qualcosa di molto, molto più vicino alla fede e alla speranza.

Gli uomini non sanno più aspettare perché credono che il tempo esista davvero.

Sai chi sono io, anche se non hai letto né Freud, né Jung.

Romantico? Nevrotico? Patetico? Certo unico?

Sinceramente, comunque,

Lordbad

Tu vivi

TU VIVI!!!

Tranquillo, era solo un merluzzo, d’aprile.

Determinazione self-service

“Go confidently in the direction of your dreams! Live the life you’ve imagined” – Thoreau

Devi avere determinazione nella vita, devi avere determinazione nella vita. Ci sono istanti in cui senti che devi ripeterlo all’infinito come se ripeterlo desse effettivamente quella precisa determinazione che ti serve per andare avanti. Ma mettiamo, un caso di fallimento: la domanda ora è come fai a ripartire. Hai quell’energia che ti serve a risfidare e ricostruire ciò che hai perso o ricostruire altro che non hai mai perduto?

Determinazione. Mi ricorda i fumetti della Marvel in cui Dare Devil, nonostante la sua cecità, riesce comunque a studiare e fare un altro casino di cose che, ne sono quasi certo, la maggioranza di noi può ben sognarsi.

A questo punto, mi viene inoltre da chiedere perché essere determinati. In fondo si danno per assodati dei valori senza alcuna analisi, senza aver scoperto cosa significa averli. Quando si parla di determinazione in qualche modo ci si vuole far carico di un destino, che si voglia o meno. Cioè vogliamo che la nostra vita, intesa come insieme di azioni, sentimenti, ragionamenti, casualità, produca un determinato effetto in uscita chiamato , più o meno, obiettivo di vita.

Ma se la vita non ha senso di per sé, la determinazione, come processo di acquisizione di responsabilità, dove affonda le radici? La determinazione è per chi cerca di dare un senso alla vita. Ammirabile tentativo e illusione.

Non sono un disfattista, ma un idealista a cui hanno tagliato le gambe. Per questo rispondo così alle persone che dicono “devi camminare dritto per la tua strada”: e se fossi stato su una sedia a rotelle?

Cosa vuoi diventare?

A volte sono proprio stanco del mio mondo.

Di tutta questa letteratura, di tutte queste maledette parole che non servono a niente.

Di tutta questa cultura farlocca per radical chic incontentabili o troppo accontentati al punto che hanno rinunciato a trovarlo, un senso.

Ci vuole sempre del coraggio per trovare un senso, per cambiare davvero, per rivelare un’altra parte di noi.

Ecco domani voglio svegliarmi con altre abitudini, con dei tatuaggi, con qualche piercing, uguale a ieri e diverso da oggi.

Un’altra vita, e poi un’altra ancora, perché non mi basta una vita sola.

Se dio fosse stat* donna

Ad un certo punto della mia vita, sono arrivato a chiedermi se dio, nell’immaginazione delle persone, sia da considerare maschio o femmina. Confessiamolo. Dio è sempre stato considerato maschio. Anch’io, quand’ero piccolo, lo disegnavo come maschio. D’altronde, chi altro poteva essere?

Lui poteva. Lui poteva tutto e per questo era maschio. D’altronde il padre, il figlio e lo spirito santo. Non c’era nessuna traccia della parte femminile. Dio era maschio, ma era tutto nello stesso tempo. Ci sono arrivato solo poco tempo fa. Bella scoperta, mi direte. Adesso mi darete anche la pacca sulla spalla.

A un certo punto ho pensato si trattasse di punti di vista, un po’ come le lampadine, se le sviti nell’emisfero boreale devi seguire un verso, viceversa se le sviti nell’emisfero australe. Ecco, dio era diventato la lampadina del mio sesso. Da che parte andava svitato?

Ma se dio fosse stato donna. Che sarebbe successo. Cioè è un quesito che credo non sia proprio corretto, ma mettiamo un attimo che davvero foste convinti che dio dopotutto potesse anche aspirare ad essere donna. I più, subito, mi avrebbero detto “dio non è uomo né donna”. Allora giustificatemi Michelangelo e potremo parlare.

Se dio fosse stato donna, ci sarebbe stata più giustizia. Ne sono estremamente convinto. Ci sarebbe stata più giustizia perché il mondo sarebbe stato alla rovescia. Il mondo è molto più maschilista di quello che pensiamo.

Più giustizia, più ricerca della bellezza, spirito di sacrificio, più giustizia per l’umanità. Più amore. Il dio d’amore è sicuramente donna. Provare l’esistenza di dio sarebbe stata sicuramente più interessante. Almeno ci si fermava per un tè mentre si cercava dio. Si spezzava il pane, certo, in onore di dio, ma poi si sarebbe anche spazzato per terra.

Inoltre ci sarebbero stati i diritti per tutti, non solo dell’uomo.

Cash d’anima

Capita di trovarsi la sera, nell’ora chiamata 22, a camminare lungo le strade della città. Ma ti rendi conto che sei un frammento, un pezzettino. Respiri insieme alla città, al camino, forse uno degli ultimi accesi in Italia, uno dei tanti qui a Varsavia.

Cammini e tiri dritto. Poco importa del passo degli altri: hai bisogno del tuo respiro. Del senso che ti cammina dentro e di un maledetto bancomat qualunque, ficcato negli angoli ovviamente più reconditi dell’anima umana.

Pensi che quello che accade di giorno non ha senso. Ritrova l’opportunità, il riscontro, il vivo solo nella notte. Che tutto perdona, tranne il tuo conto in rosso. Ma poco importa, ci penserà il giorno a regolare i conti.

Manca poco. Sono quasi arrivato a compiere la missione notturna. All’angolo, c’è il bancomat.

Oggi mi sento un dio, domani non sto in piedi

Ci sono mattine in cui ho idee rivoluzionarie che, arrivata la sera, non sembrano più così “rivoluzionarie”, anzi sbiadiscono nella nebbia della noia e della routine.

Un attimo prima mi sento imperatore del mondo, l’attimo dopo l’ultimo fra gli ultimi, con la considerazione che probabilmente non sono né l’uno né l’altro, e quindi nessuno.

Alla costante ricerca di un equilibrio sopra la follia.


Neoateismo

Devo dire che non c’è poi molto gusto nell’affrontare oggi un dibattito con un ateo avente come fulcro della questione l’esistenza di Dio. Questo non perché l’argomento sia passato di moda: non è proprio uno di quei temi che “vanno di moda”: è piuttosto di quelle domande ultime sulle quali la filosofia si è a lungo interrogata.

Ma questa ultima generazione di atei (neoatei li chiameremo) è spesso priva degli strumenti filosofici, teologici, culturali, di valore, con i quali affrontare un tema così delicato, thema dalla portata vasta, giacché si scontra con le radici antropologiche di ciascuno, nonché in grado di toccare diversi gradi di sensibilità.

Quando si affrontano “domande ultime”, quando si entra nell’ambito escatologico, lo si deve sempre fare in punta di piedi, con umiltà, ma anche con curiosità ed apertura mentale.

Questo senso della curiosità viene però meno se dall’altra parte del tavolo c’è un interlocutore che ha eretto feudi mentali ai quali non è possibile accedere con gli strumenti della logica e del dialogo.

Dal momento che il dialogo presuppone uno scambio di opinioni, un confronto tra misure (ed anche una misura del confronto che sia la più ampia possibile), i protagonisti della comunicazione devono essere leali prima che tra loro con se stessi.

Se il fine dello scambio di idee non è un incontro, ma uno scontro, allora è inevitabile che ad uscirne perdenti saranno tutti i punti di vista in gioco.

Per entrare nel merito della questione, il neo ateo è, per me, abbastanza rude e rozzo nella trattazione di una tematica così forte, così complessa, con i suoi annessi e connessi.

Insomma non si può contrapporre un muro basato su prove scientifiche, anzi su non-prove. Mentre nel processo il fatto non sussiste per mancanza di prove, qui per assurdo sussiste l’inesistenza di dio per lo stesso motivo.

Ma dall’assenza non si può dedurre un’altra assenza, da una negazione non può necessariamente derivare un’altra negazione. Quando gli strumenti della ragione diventano le corte spade di un combattimento senza vincitori né vinti, allora non è con la ragione che stiamo supponendo teorie, ma con l’assurdo, con l’assenza di ragione. E come può (di nuovo) l’assenza portare a un ragionamento? Dal vuoto non può derivare il pieno. Mi si dirà che se riempio un bicchiere vuoto, allora esso diventa pieno. In verità non è quel vuoto che ha generato il pieno. Il pieno, l’esistente, deriva da altro esistente oppure si può ammettere che derivi da sé, che esista da sempre e per sempre. Il vuoto è vuoto, è horror vacui, è…mancanza di pieno, è teoria della relatività pronta a cedere.

Vecchio assioma logico quello per il quale chiaramente l’ateo non sarebbe altro che un dipendente dall’idea di dio. Per negare l’esistenza di un qualcosa se ne deve in qualche modo comprovare l’esistenza, inquadrare il soggetto in un ragionamento logico che gli dia un nome. E da quando assegniamo nomi a caso?

Se si ammette che il nome è la cosa, e la cosa è il nome, allora è inscindibile il rapporto tra esistente ed idea dell’esistente. Ma qui ci stiamo incamminando su altre strade. Abbiamo già aperto la breccia a un dibattito. Un neoateo si sarebbe tappato le orecchie e avrebbe urlato che due più due fa quattro, ignaro (volutamente?) che nessuno parlava di addizioni, ma di un’equazione, di un’incognita (mi si consenta di giocare con qualche termine matematico) più complessa.

Non da ultimo l’atteggiamento è sempre criticabile e non approvabile quando è segno di una clausura mentale che non vede al di là della siepe che il guardo esclude.

L’infinito è per tutti, ma pochi osano avventurarvisi.

Pietà per Hitler.

Voglio uccidere la memoria. Sentirla schiamazzare come quando si taglia la gola ad un porco.
Finirla con i piagnistei umanitari di ragazzine in erba che ricordano, non fanno altro che ricordare. Sanno soltanto ricordare. Nessuno lo merita.
Non c’è niente di buono nella memoria. Ci ha reso matti.
Ed ingrati. Non meritevoli del compenso più dignitoso che spetta all’uomo: la dimenticanza.
Avere la possibilità di dimenticare vuol dire assegnarsi ad un inizio sempre nuovo.
Essere noi stessi e tirarci fuori con tutte le vesciche e regalarci con i respiri più assuefatti dal nostro alito perché non più imprigionati dalle sbarre di un’esperienza totalitaria.
Sarà la prima volta della mia prima volta, ogni sacrosanta volta. Odoreremo la nostra puzza non rammentando di puzzare. Ci ameremo perché sarà destino farlo. Ci odieremo perché è quello che sappiamo fare.
E la morale sarà una legge che verrà abrogata ora dopo ora.
Finalmente vedrò persone che non si sforzeranno più di spolverare le cornici poste sui loro comò.
Non ci saranno più inutili giorni della memoria ed Hitler verrà finalmente perdonato, come merita.
Certe cose non le perdona Dio. Certe cose le perdona solo l’uomo.
Un uomo che penetra come un aguzzino nelle case sigillate dai televisori ogni ventisette gennaio e ci costringe a venerare morti. Morti su morti. Cosa volete che siano milioni di vittime decedute in guerra. Milioni di vittime sono paragonabili a una, o a nessuna, per quanto mi riguarda. Non li sento. Non li vedo. Sono crepati lontano da me. Ed il dolore se lontano, non è dolore.
Occupano un giorno dell’anno, un intero giorno. Mi accorciano il tempo, questi. Misericordia!
Non siete portati alla pietà. Siete addomesticati dalla pietà, e dalla commiserazione.
C’è da essere privilegiati anche da defunti. La scale dei valori della loro pelle è una piramide sgonfia ai lati.
L’ebreo nel forno crematorio è mediatico. Il cartaginese contro Roma è paratattico.
Sono disposto ad accettare la finta riverenza umana verso l’Olocausto quando ci preoccuperemo di fingere una riverenza per tutti i crepati della prima crociata, delle invasioni barbariche.
Questa Storia che ti fa sentire in colpa. Decreta, ecco cosa fa. Ha i suoi bei vinti, i suoi osannati vincitori.
Ce la impartiscono come un’analisi giornaliera da strabici insegnanti che l’unico insegnamento buono sarebbe quello di lasciare le cattedre e ammettere che nessuno è in grado di insegnare nulla.
Non si ha il coraggio di dire che gli ebrei al posto dei tedeschi avrebbero fatto la stessa cosa.
Da Cristo, simbolo d’umanità, all’umanità stessa ce ne passa ben poco.
L’odio scorre nelle loro arterie come scorre nei polmoni di chiunque altro. Loro non sono santi. Nessuno lo è. Assassini, come tutti. Anche se fosse solo di un pensiero, una protesta.
Bastava un leader. Per quel che resta, è mera questione di ruoli. L’ergastolo dell’umanità è l’uomo.
Non siamo colpevoli di essere nati, ma di essere morti inutilmente.
C’è un Hitler dentro ognuno di noi. E’ l’Hitler della sopravvivenza.
Chi sventola mimose è un codardo a vita.
Sto contando. Sto contando i mesi che mancano quando qualcuno, o qualcosa si deciderà per la prima volta di non ricordare e di provare pietà per Hitler e perdonarlo.

Trenativitalia

 

C’è chi scende dalle stelle e chi scende dai binari. Natale di un pendolare. Ecco, posso dire di essere stato uno dei pastori del nuovo millennio che, in una grande folla, erano accorsi a vedere il Bambino. Unica differenza: eravamo tutti pendolari , uno sull’altro. E il Bambino era solo un bambino.

Situazione: treno, ore 14:50 di un venerdì pomeriggio non qualunque. Del weekend prima di Natale. Panico. Come Erode, i controllori smistano la gente. Tu non puoi entrare, siamo troppi. I bambini no, soffrirebbero troppo. Blocco alle porte. Le persone non possono entrare.

Riesco nonostante tutto ad entrare. Uno si è appena alzato per far sedere una giovane donna con il bambino in braccio che dormiva placidamente. Ha trovato posto, almeno lei, nella calca, un comodo sedile per tenerlo in braccio. Guarda il bambino come chi ha finalmente trovato un posto accogliente. Una capanna.

Il bambino ogni tanto frigna. C’è del sole forte. Lui non sa che nella vita rimarrà abbagliato tante volte e che la luce deve dimostrare di averla lui. Il sole dà fastidio al piccolo: le tendine del treno non funzionano. Anzi, non ci sono.

L’uomo fa “Mi metto io davanti”. Protegge i due, che ora dormono.

Gli altri guardano la scena insieme a me. Il miracolo è avvenuto.

Il treno porta mezz’ora di ritardo verso Napoli.

Buona Pasqua a tutti.

Buona Pasqua a tutti.

Portarsi avanti con il lavoro è importante.

S. Dalì

Natale non è caramelle e panettoni. Un Natale cristiano è un’altra cosa. Sono del parere che o si vive il Santo Natale oppure no. O si crede o non si crede. A voi la scelta.

Spero di non avervi rovinato il finale, non finisce come nel quadro di Dalì: c’è un extra per quelli che conoscono la storia fino in fondo, quindi non ho “spoilerato” nulla.

Vado a mangiare il panettone. Senza canditi.

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