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Komandamenti a Kaso

 

Komandamento numero 3 (gli altri due possiamo saltarli, che tanto non li chiedono mai all’esame): Se ti trovi alle ultime file di un concerto, non pogare.

4: Facebook è una malattia, ammalarsi ogni tanto fa bene aiuta a sviluppare le difese immunitarie, ma ogni tanto!

5: la gente non si droga più come una volta perché è diventata choosy, allora tu scegli di dipendere soltanto da te stesso

6: se oggi ti girano i coglioni, approfittane: fatti un frullato

7: se sei napoletano ma lavori al nord, non lasciare che ti chiamino EXPOsito!

8: quando ti fai una doccia, guardati, sei un’opera d’arte e puoi ammirarti gratis. Digli questo a chi vuole riformare i Musei!

9: vai alle assemblee di condominio e dì che hai peccato, che nel tuo appartamento c’è un albero di mele per farci passare in mezzo la tav!

10: questo dovrebbe essere il gran finale, ma io ti dico: sii il tuo inizio. E non finire.

 

Dove sei Stato?

Manifestano. Manifestano. Manifestano da più di un secolo.

Io me ne sto alla finestra. Aspetto, sono un Gattopardo. So come vanno a finire certe cose. L’amore inizia che è una monarchia costituzionale, lei la Regina, tu il Re. Tutto il Regno vi adora. Siete la coppia perfetta, sorrisi per la stampa, cerimonie per i diplomatici, battute pronte per tutti gli altri capi di stato che invidiano questa felicità interna lorda. Ah, quando eravamo re…!

Ma i sudditi finiscono sempre per manifestare un malcontento. Allora tu mi hai detto che volevi il suffragio nuziale, camera per due, cabina elettorale in comune, il voto uguale per tutti e poi avere la maggioranza di te nel parlamento del cuore e, quando non mi rispondi agli sms, chiedere la fiducia, minacciare la crisi del governo, arroccare vecchie alleanze. Dicono che non c’è governo in amore, ma cinquant’anni di democrazia sessuale come li chiami? Sempre le stesse tradizionali posizioni: chi è in minoranza finisce con il voler fare compromessi. Ah, quando eravamo re!

E poi ecco, le stragi a letto, i segreti sullo stato delle nostre lenzuola, che coprivano corpi inerti, dopo così poco amore, dopo così troppo amore. Allora ricominciano a manifestare. E io e te, e te ed io, che diventiamo comunisti, un po’ per moda, un po’ per voglia, un po’ per dovere sociale: okkupazione della camera da letto, okkupazione del divano, okkupazione del bagno, okkupazione della lavatrice. Mi viene il dubbio che quando abbiamo mollato tutte queste occupazioni, siamo stati noi i responsabili della disoccupazione. Tutti disoccupati dall’amore, con tanto tempo libero. Qualcuno manifesta ancora, te la butta in caciara: amore globalizzato, amore consumistico, amore no global, amore ecologico. Ma io e te no, mai. Io e te siamo stati Re, e siamo stati schiavi, siamo stati anarchici e siamo stati governati.

C’è un solo Dittatore, e si chiama Solitudine: ecco, manifestano perché si sentono soli. Senza di te mi sento un clandestino in libera fuga sul suolo del cuore.

Dove sei? Dove sei STATO?

Ah, senti mi è venuta in mente una cosa nuova…Facciamo un Impero che dici? Fanculo alla democrazia, governiamoli tutti, diamo loro una storia d’amore imperiale. D’altronde è così che muore la Repubblica: tra scroscianti orgasmi.

Vivi sano, muori bene

C’era una vecchia canzone che diceva “Si muore un po’ per poter vivere”.

La morte, nelle società odierne, è un vero e proprio tabù. Non se ne deve parlare. Non così semplicemente.

Il sesso è stato ampiamente sviscerato, certo ci siamo lasciati dietro una certa educazione sentimentale, una rigorosa formazione all’abc dell’amore, in ogni sua relazione applicativa.

Ma la morte no, essa resta ancora travolta da un velo di non detto, e le ingerenze su temi come l’eutanasia rischiano di riportarci a una guerra tra guelfi e ghibellini della quale non sentiamo il bisogno. 

Il Settimo Sigillo, Bergman

Ecco, una volta si sapeva “morire”. Per citare Aries, “Storia della morte in Occidente, dal Medioevo ai nostri giorni”, “una volta si diceva ai bambini che erano nati sotto un cavolo ma essi assistevano alla grande scena degli addii nella camera e al capezzale del morente. Oggi essi sono educati da subito alla fisiologia dell’amore, ma quando non vedono più il nonno e domandano il perché si risponde loro, in Francia, che è partito per un viaggio lontano, o in Inghilterra che riposa in un bel giardino dove spunta il caprifoglio. Non sono più i bambini che nascono sotto i cavoli, ma i morti che scompaiono tra i fiori”. Per non parlare poi dell’avvento e dell’introduzione del Giudizio Universale, che ha generato quasi una paura della morte.

E dunque, vi chiediamo, se non sappiamo più morire, come possiamo pretendere di resushitare?

Walking DeadBook: 10 anni con Mark

Oggi “accendo” facebook.

E questa è la prima illusione, perché “Facebook” non si accende. Facebook è lì, già acceso, anche se tu non lo vuoi, con la capacità di sopravviverti post mortem.

Sono abbastanza sicuro che le agenzie funebri del futuro offriranno anche lapidi elettroniche con slides, video e foto del defunto.

Una società che teme la morte e resta troppo vincolata alla memoria dei “sè” individuali è una società di incesti storici, che non vuol morire, ma non può nemmeno vivere. Perché è anche con l’oblio che si torna a ricordare davvero, a rigenerare.

Okay, sono partito con il pippone filosofico. Lo so. Non è il momento, non è mai il momento, per molti di voi.

Bè, ve la faccio breve. Accedo sul noto social network e lo trovo pieno di questi filmati che festeggiano i 10 anni dalla sua nascita. In più ti propone un video che si genera in automatico in base al tuo profilo e ti riassume in pochi secondi i momenti salienti della tua vita.

Ed è in quel momento, in quel video brevissimo che capisci: non conta chi sei o chi sei stato, ma il numero di “mi piace” ricevuti.

A rimetterci saranno i fiorai fuori dai cimiteri, spogli di fiori e pieni di “mi piace”.

Macabri, spiacevoli, disdicevoli “mi piace”…che sei schiattato!

Vacanze Low Fly

Dove vai?

Su Twitter!

Mandami una cartolina!

Sarà fatto!

Twittvolution

 

Queste vacanze vola basso: twitta!

Questo è quello che i francesi chiamano “la démocratie”!

Holla-la-land!

Agendarmi

Inizia l’anno, come ogni anno e l’agendina verrà a cercarti. Anzi, ti verrà spesso regalata. Chi non ne ha mai ricevuta dal proprio macellaio di fiducia o dal proprio barbiere? Oppure, quando vai da Mario, dopo l’ennesimo caffè, e ti dice con cuore generoso “ho qualcosa per te” e tu pensi già ad una storia da gangster con una porta a scomparsa e lui che ti introduce dentro, tra whisky, donne, sigari e poker infiniti. No. Era lui che ti toglieva la polvere da un’agendina che ti annuncia con solennità essere “nuova nuova” con addirittura un pennino. Che puntualmente non scrive. E tu che te ne ritorni, pensando ai caffè spesi.

Ma allora ti consoli del macellaio, in cui l’agendina ha un bel maialino rosa rosa che neanche tuo figlio o figlia avrebbe il coraggio di far vedere ai suoi amici. E il porco ti dice “grazie e buon anno”. Certo, ti ringrazia perché sei vegetariano. Decidi che quell’agendina la regalerai a tua volta a qualcuno a caso.

Meno male che c’è il parrucchiere. Agendina pulita, precisa, che non t’è venuta a cercare. In realtà te l’ha data tua moglie o il tuo ragazzo o il tuo amante o chi ti pare (PS diffiderei da amanti che danno tal agendina). In ogni modo, ormai ci sei dentro. Devi accettare un’agendina. Ti senti come Harry Potter quando desidera di essere Grifondoro, ma tu vuoi solo avere un’agendina che, comunque, non vuoi comprare.

Comprare un’agendina sarebbe la Sconfitta, l’Irrimediabile Condanna, l’Annuncio del Male. Il tuo cartolibraio di fiducia è un tirchio. Le cose non cambiano mai; solo gli anni lo fanno.

Decidi allora che farai la raccolta punti. Magari per fine anno un’agendina ce l’avrai. Meglio non appuntarsele le cose, ma viverle.

Un giorno, un anno

Questo testo è stato costruito attingendo a titoli di canzoni più o meno famose, più o meno note, una per ogni nome di un mese.

Chi le riconosce?

Svegliami a settembre, dolcezza, e so già che sarai troppo forte per permettermi di lasciarmi andare quando sarà ottobre, così aspetteremo insieme la pioggia di novembre che cadrà sui sentieri come la neve che ci riporterà indietro a dicembre per fare, stavolta sul serio, le cose che andrebbero fatte, come non lasciar morire le rose e capire che non si è liberi da soli. Così gennaio ci proteggerà con la sua nebbia sul Tyne, mentre leggeremo una copia del Time ancora da stampare per capire se ci sarà un futuro per i nostri figli, che arrivino almeno a un febbraio di stelle appese a fiutare la notte che incombe sui giardini di marzo, per un’ultima volta prima che il sole più crudele venga con te, Aprile. Maggio è già un record se siamo arrivati fin qui insieme, giugno durerà soltanto sette giorni, perché ci servirà luglio per seccare le lacrime, quelle gelate e quelle ancora da scendere quando una domenica d’agosto ti dirò che è già passato un anno, e siamo ancora qui.

Buon Anno Vecchio

adesso cosa ho guadagnato?
adesso voglio esser pagato!

…Stipendiato!!!

Komandante Vasco Rossi

E buon anno, sì.

Buon anno. Ma non “buon anno nuovo”, no. Sarebbe troppo facile scommettere sul futuro, che poi è come scommettere sul niente. Buon anno vecchio! Ecco, io voglio davvero augurarvi che ciò che vi lasciate alle spalle sia di buona qualità. Buon anno vecchio allora! Con tutte le cose che non sono da buttare via, che alla fine scopri che non c’è mai niente da buttare via. Buon anno vecchio, con i vecchi amici di sempre, i soliti nemici e gli antichi demoni che ti fanno compagnia da quando sei nato. Con i vecchi baci, che hanno il sapore della saliva che non è di nessuno, ma è un po’ di tutte quelle labbra alle quali l’hai rubata. I vecchi libri, quelli letti, quelli lasciati a prendere polvere, quelli che non leggerai mai come tutti quegli occhi incontrati per strada e lasciati andar via a inseguire qualche chimera più vecchia ancora. Le vecchie illusioni messe da parte in qualche scatolone come giocattoli che ci hanno insegnato la guerra. E tutto quel fiume di parole, quelle urlate, quelle strascicate, quelle venute su per la gola sempre troppo tardi. I vecchi sogni perduti come i coiti interrotti in stanze d’albergo ad ore. I “ti amo”, che non invecchiano mai, certe rughe lunghe come autostrade che portano ai caselli di una vita in libera uscita sulla Salerno-Reggio Calabria, millenaria come i cantieri pieni di speranze precarie per un passato che avrebbero voluto migliore. E le vecchie carte, quelle unte di kebab consumati ai confini dell’Europa e quelle annerite dall’inchiostro di tutti i poeti che hanno tentato di cantarti. Vecchia umanità che cambiando qualcosa s’illude di cambiare tutto, ma ancora si perde dietro un mito antico: la felicità. Vecchio come Dio che a furia di essere Dio, sembra perfetto, ma tiene nel taschino un po’ di tabacco, un’armonica e un carillon da far girare a suo piacimento. Vecchia questa luna, questi versi che fuggono via da me e da te, questa pioggia che diventa una pozzanghera ai nostri piedi che hanno camminato sulle acque, sui mari e sui cieli.

Buon anno vecchio, così solito e così nuovo, così sfuggente e così eterno.

Artisticamente Sfigata

Di cultura non si vive, vado alla buvette a farmi un panino alla cultura, e comincio dalla Divina Commedia.

cit. 3monti

- “Buongiorno scusi, dovrei rinnovare il documento d’identità”

- “Va bene signorina, allora qui i dati essenziali mi sembra non siano cambiati, altezza peso, tutto a posto….ah, ecco! Alla voce lavoro che mettiamo?”

- “Ehm….mettiamo….artista?”

- “Artista? E che lavoro sarebbe l’artista scusi?

- “Artista…nel senso che….scrivo!”

- “Scrive, e per quale giornale scrive scusi?”-

- “No, nessuno non sono giornalista”-

- “Allora scrive per i programmi in televisione? Sa quelli delle telenovele tipo, oppure per i talk show?”

- “No, nulla di tutto questo, scrivo per un blog”

Il lavoro e il blog sono…vintage!

- “Ah! E che scrittrice sarebbe scusi? Cioè, è mai andata in televisione, sa i i talent show li cercano gli artisti!”

- “No, mi dispiace, nessun talent show”

- “Ma, almeno, ce l’ha un fidanzato famoso per farsi fotografare sulle riviste scusi? Così poi scrive il libro che è stata con lui e la comprano!”

- “No, nessun fidanzato famoso!”

- “Allora ci va alle feste quelle importanti, così si fa notare dalle persone giuste?”

- “Ehm….no… io non le conosco le persone giuste…mi dispiace….”

- “Ma secondo me lei non ce l’ha la faccia da artista però signorì, cioè, è tanto carina ma l’artista deve essere visibile, un po’ pazzo no? Mi capisce vero? Lei è così normale!!! Ora lo chiediamo pure alla mia collega, Carmela!!!!! vieni un attimo!!! Ma secondo te sta signorina qui no, ce l’ha la faccia da artista?”

- “Artista? Ma artista tipo quella Emma?”

- “No, la signora scrive!”

- “Ah, ma tipo quello tanto carino….come si chiama…Solo? Zolo? Nolo? O quello che ci fanno i film al cinema poi, che piango tanto quando vedo i film…come si chiama….Noccia? Coccia? Boccia?”

- “No, no, la signorina scrive sul blog”

- “E che è il blog???”

- “Boh, e che è il blog signorì???”

- “E’ uno spazio che si trova su internet dove io ed altre persone scriviamo di quello che ci va, quando ci va, senza regole di mercato o di giudizi critici”

- “Ah, ma quindi lei non è famosa signorì!!! E io pensavo che era una famosa che m’hai chiamato a fa qui! M’hai fatto perde tempo Antò!”

- “ Va bene signorì, mi sta facendo perdere tempo anche a me, tra un po’ c’è la pausa caffè, a me lei più che un artista mi sembra una sfigata!!!! Che ci vogliamo mettere a questa benedetta voce lavoro?”

- “……metta…..Artisticamente sfigata?”-

- “Ecco si, mi sembra più appropriato per lei! Lavoro: Artisticamente Sfigata. Timbro. Ed ecco fatto! Arrivederci signorì, spero che trovi presto un lavoro vero e si sistemi, che è tanto carina! Arrivederci!”

- “Arrivederci”

E me ne andai, con una nuova consapevolezza…almeno per i prossimi quattro anni….

Laetitia

L’aspettativa di vita

Un uomo dovrebbe avere una sola aspettativa dalla vita: la vita stessa.

Può essere banale, ma questa cosa me l’ha detta un orango con un casco di banane sotto il braccio, fuori da un negozio di liquori.

Ora sembra tutto meno banale e più banane.

Il trono di banane

Smog Club

Prima regola dello  Smog Club:

INQUINA COME SE NON CI FOSSE UN DOMANI

C’era un odore denso di disinfettante che permeava dalle pareti del sottopassaggio. Cristo, gli Ambient erano arrivati anche lì, con quella loro smania di tenere un mondo pulito e lontano dai batteri. Ma Alex c’era abituato. Persino lui si teneva pulito come il Sistema richiedeva. Si lavava tre volte al giorno, aveva vinto diversi premi come “cittadino di Salinsbury più igienico” per anni consecutivi, il 2056, il 2057 e il 2058. Ogni giorno eseguiva la raccolta differenziata, se e quando vi fossero prodotti da differenziare. Per il resto andava spesso in bicicletta, indossava vestiti ottenuti soltanto con fibre vegetali e abitava in una di quelle case conformi alla natura, termovalorizzate, a zero impatto ambientale e a bassa tecnologia. Alex Fen era un cittadino al di sopra di ogni sospetto: la sua fedina penale era più pulita delle aiuole del Comune.

Eppure…

Alex Fen era uno Smogger. Uno di quelli che aveva capito che se vuoi fregarli, allora devi apparire come loro. Già:loro. In fondo non era così difficile: questa storia dell’ambiente era solo una questione di apparenze, e dietro le apparenze, ormai era chiaro, c’erano loro. I poteri forti, gli interessi, le multinazionali. Avevano solo cambiato vestito, in qualche caso avevano cambiato volto, ma il meccanismo era lo stesso. Non importa se li comandi con il petrolio o con le pale eoliche, se con le pellicce di leopardo o le fibre di canapa: ciò che importa è comandarli, avere il coltello sempre dalla parte del manico.

Alex Fen ricordava i racconti di suo nonno Alan: “Ai miei tempi potevi stirare una Ferrari e respirare smog e piombo veri. La benzina, figliuolo, quell’odore ti manda in bestia. Non questo idrogeno del cazzo. Non c’è niente che bruci come la benzina.”

“Ma nonno, qui c’è scritto che le risorse energetiche del pianeta terra sono finite e quindi…” Allora suo nonno Alan, un energumeno di ottant’anni, ottanta chili e un metro e ottanta di altezza, si sollevò dalla sedia a dondolo, afferrò il libro del nipote “Terra Vergine” e lo scaraventò nel fuoco del camino, urlando:

“Boiate. Tutte stronzate. Di petrolio ce n’è ancora per generazioni. – poi fece per calmarsi, si risedette e avvicinò il nipote toccandogli una spalla con la sua grossa mano – Vedi Alex, tutto è destinato alla decadenza, alla morte, al deterioramento, ma anche all’evoluzione. L’uomo del domani respirerà smog, il nostro dna si modificherà in base alle modifiche che noi abbiamo apportato al mondo…ci sono già uomini e donne in giro i cui polmoni sono in grado di respirare in tal modo, e anche parte della natura si è adattata. L’estinzione fa parte dell’evoluzione, figlio mio.”

“I grigi esistono dunque?”

“Sì, esistono. E c’è un mondo grigio lì fuori, lontano da questi falsi colori che ci impongono gli ambientalisti con il loro fanatismo. Forse non è colorato come il loro, ma è vero.”

Cartolina dal 2013

Quel pomeriggio e i successivi, Alex Fen aveva capito.

I ricchi vivevano in case a zero impatto ambientale e i poveri, sempre più poveri, erano costretti a rispettare l’ambiente vivendo come primitivi nelle giungle, costantemente controllati dagli Ambient, che avevano imposto il Regime “Natura Sicura” a tutte le nazioni del mondo.

Alex Fen respirò ancora quel disinfettante del sottopassaggio, si portò una mano dentro la giacca e ne tirò fuori una bomboletta spray.

Lesse:

“NOCIVA O BENIGNA DIPENDE DA COME LA PENSIATE: CONTIENE CFC. USATELA PER LIBERARE IL MONDO DALLA PESTE DEGLI AMBIENT”

Alex sorrise pensando all’ironia del tipo che aveva fatto stampare quell’avvertimento sulla bomboletta comunque proibita. Poi lo fece. Sollevò la mano destra e iniziò a spruzzare vernice sul muro, muovendosi lateralmente alla parete.

Scrisse: “Smog Vivo, Natura Morta.”

E poi si firmò “Caravaggio”. Si voltò, guardò la telecamera, sorrise e poi spruzzò sulla lente la vernice. E attese.

Un minuto. Due minuti. Tre minuti. Sentì dei passi. Stavano arrivando. Loro: gli Ambient.

Sentì salire l’adrenalina. Poi li vide. Per qualche attimo. Tre Ambient Poliziotti che correvano nella sua direzione al grido di “Ti uccideremo, piccolo bastardo.” Alex voltò loro le spalle e scappò.

Imboccò le scale.

“Scappa, bastardo smogger. Tanto ti prendiamo.”

Uscì fuori e prese la direzione opposta alla strada deserta, inoltrandosi nel bosco. Quelli tenevano il suo passo e gli stavano alle calcagna.

Ma Alex conosceva il sentiero più di un Ambient. A tratti rallentava e si voltava per assicurarsi che tenessero il passo. Poi riprendeva, scattante come una Porsche del 2013. Infine arrivò al punto concordato. Si appoggiò a un albero, ansimante. Quelli erano sempre più vicino e poteva leggere nei loro volti il sorriso beffardo di chi stava per farcela. Lo avrebbero preso e giustiziato all’istante. Così si faceva con gli Smogger. Morte per chi non rispettava le regole ambientali.

Niente processi, nessuna attenuante, nessuna valutazione della pena e del crimine. Un crimine qualsiasi contro l’ambiente era punito con la morte.

Ma quel giorno Alex Fen non incontrò la morte. Non appena i tre Ambient con le loro tute verdi e blu furono ad un passo da lui, la trappola scattò. I proiettili li avevano centrati tutti e tre in pieno.

I cadaveri dei tre Ambient giacevano ai piedi dello Smogger Alex Fen. Altri uscirono allo scoperto, imbracciando fucili e mitraglie. Mentre uno si assicurava che fossero morti, un altro che doveva essere il capo si sincerava che Alex stesse bene. Gli fece cenno di sì, poi aggiunse:

“è stato un gioco da ragazzi.”

“Un gioco da Smogger, vorrai dire.”

“Sì, Jhon. – si corresse Alex ridendo – Ora che ne facciamo?”

“Tagliamo loro la testa e le mandiamo alla piazza pubblica, una in ogni aiuola del Comune.”

Alex sorrise. “Lunga vita a GreyWar”

“Lunga vita a GreyWar” – risposero tutti in coro. La luna splendeva alta sui loro impavidi volti.

Merry Instagram!

La luccicanza è una danza

che si balla sotto dipendenza

La crisi ha colpito ogni settore delle nostre vite quotidiane, compresa la tanto amata festa di Natale. C’è chi regala solo cose utili, chi si affida al “durante i saldi ti compro qualcosa che ti serve” e chi non può prescindere dalla propria vena artistica neanche per le festività natalizie.

L’estate ci ha abituati a vedere bikini e fisici mozzafiato su sfondi hawaiani nitidi ed intensi, ed ora vediamo alberi scintillanti cappellini rossi e palline multicolori su sfondi dorati.

E’ la magia di Instagram.

Fotografo, ergo sum.

 

Perché ammirare un quadro d’autore in un museo, quando si può fotografare la pallina più dorata del proprio albero, su sfondo anticato possibilmente?

Perché apprezzare fotografi di fama mondiale, quando si possono portare i propri cani in spiaggia la vigilia di Natale, far indossare loro il proprio cappellino natalizio e fotografarli con rigorosa luce effetto tramonto?

Perché incontrare i propri amici e divertirsi insieme durante le feste come facevano i nostri avi, quando si può mandar loro la propria foto davanti al camino, con aggiunta di elegantissime decorazioni tipo vischio pungitopo e quant’altro sia natalizio per antonomasia?

E cosa dire dei bellissimi cenoni fotografati con dovizia di particolari tipo contrasto colore pietanza\vassoio di presentazione? Magari poi fa schifo, ma non importa…è instagram!

Starbucks, crostate della nonna e palle: i soggetti preferiti da Instagram sotto Natale.

Instagram è un bellissimo mondo fatto di felicità, feste, divertimento, colori e luccicanza ( …si, ho scritto proprio luccicanza… ) non vale la pena vivere la realtà, quella fatta di alberi di Natale vecchi di trent’anni, palline scolorite dal tempo e dall’umidità delle cantine, dalle tradizioni culinarie delle proprie famiglie e dei propri paesi, dall’incontrare gli amici al freddo e con 5 kg in più guadagnati in tre giorni e parenti che ti regalano oggetti improbabili che non userai mai ma che aspettano il tuo grazie infinito ed eterno.

Instagram è un film di Natale in stile Vanzina eternamente a portata di click, e allora indossiamo i nostri cappelli, i nostri sorrisi ed il nostro spumante da tre euro e cinquanta dell’Eurospin ed instagrammiamo un bellissimo e luccicante Natale, instagrammiamo noi stessi , la nostra vita, la nostra realtà, il nostro Natale.

A Natale però, alziamo gli occhi dal nostro telefono e guardiamo in faccia chi amiamo, senza instagram….almeno a Natale.

Tanti Instagrammauguri a tutti voi!

Laetitia

Pandoro o Panettone? Amleto 2.0

Il panettone non esiste.

Persino Lee Harvey Oswald potrebbe aver avuto un attimo di esitazione, nei recessi più bui dell’inconscio, un attimo prima di sparare al 35° Presidente degli Stati Uniti d’America, JFK. Poi ha scelto, e la storia ha fatto il suo corso.

Si tratta sempre di scegliere.

Mutande o boxer, reggiseno o top, cioccolato al latte o fondente, panettone o pandoro?

C’è un piccolo Amleto dentro ognuno di noi, e ogni giornata è scandita dal sacro velo del bivio. Ogni scelta è tragica.

E non è mai l’ultima. Ammesso che abbiate scelto il panettone, poi avrete “Uvetta e canditi” o solo “Uvetta”? Prendete “Uvetta”, e lì “Riscaldato al forno” o “servito già freddo”?

E così via.

La scelta non è un lusso, come vogliono farci credere, ma una condanna. E ogni scelta è destinata a fare la differenza.

O forse no.

Lasciateci Humani

Lasciateci umani. Voi che dite di aver visto dio ai confini dell’universo, voi che collezionate denti ultra bianchi nelle scatole di Instagram, privi di Gramsci.

Lasciateci umani, mentre percorrete i corridoi frenetici della celebrità, voi che credete di bruciare, perché qualcuno vi ha detto che somigliate a Lady Gaga. Lasciateci umani, voi che siete presenti alla prima comunione, ma non comunicate più da tempo, voi che siete gli ultimi predicatori della fine del mondo, e invece questo mondo non finisce, voi che non mancate un augurio, una cresima, un matrimonio, un divorzio.

Lasciateci umani, voi scimmie che giocano la schedina della propria squadra del cuore, voi che lo idealizzate il cuore, ma che non votate più per nessun ideale.

Lasciateci umani, voi che sognate una vita da Barbie e Ken, voi che al posto dell’Iliade avete i Pokemon. Lasciateci umani, voi che avete dimenticato ebrei, indiani, rom, minoranze. Lasciateci umani, voi che votate ancora per un partito, ma non trovate il coraggio di partire per nuove destinazioni. Lasciateci umani, voi che avete il bisogno di essere gli animali domestici di un leader.

Lasciateci umani: non credo più nel vostro pentimento, nel vostro doppio mento. Lasciateci umani, voi che non distinguete più un uomo da un maiale, un giusto da un fascista. Lasciateci umani, voi che condividete foto, video, pose, ma non condividete ciò che non potrete mai avere: l’essere.

Lasciateci umani, voi che esaltate il poeta civile, il cane civile, il cittadino civile. Lasciateci umani, non le vogliamo le vostre aiuole di martiri ed eroi.

Noi non saremo come voi. Noi siamo ciò che non siamo.

Lasciateci umani. Lasciateci soli.

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