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Socrate e l’idromaieutica

L’idromaieutica non è un metodo subacqueo di ricerca della verità (quello si chiama idromaieUstica, ma finora non ha ancora fornito grandi risposte).

L’idromaieutica ha piuttosto due significati: da una parte con esso intendiamo dire che la verità è come l’acqua, capace di cambiare forma a seconda del recipiente che la contiene, pertanto, come l’acqua, rende il terreno scivoloso e fangoso, costringe a rimettere in dubbio le nostre certezze acquisite. Per questo le persone idrofobe sono insospettabilmente più numerose delle idrofile. Non solo, nella verità occorre anche saper nuotare. Un nuotatore poco esperto potrebbe morire annegato, al contrario delle menzogne che sono sempre ottimi salvagenti per restare a galla. Non tutti sono in grado di resistere al gravame della Verità, che è come una zavorra al piede mentre infuria la tempesta.

Il secondo significato è che potremmo accontentarci di cercare la verità nelle vasche idromassaggio. Abbiamo infine votato per una deliberante e liberante fuga dai problemi e dai pugnali che ci hanno crocifisso per così lungo tempo.

Perché perdere tempo ad indicare la strada ai ciechi? Perché non passare da “Ad Maiora!” a “Ad Majorca!”? La tentazione è forte, tanto più che la realtà non cambia né a colpi di post di blog, né a colpi di posti di lavoro precari.

Cosa succede quando il Grande Sognatore si è stancato? Quando l’amore non è più quello che credevamo, quando la realtà è molto più grigia e oscura di quella descritta nei romanzi, quando non c’è nessun eroe, né razza aliena superiore a salvarci?

Succede che ci prendiamo una pausa. Una dovuta pausa da tutto.

Annegate pure. O salvatevi. Fate da soli, insomma.

Come avete sempre fatto, che siate vongole o merluzzi. Se ne avrete voglia, sopravviverete.

Quando i sogni sono infranti, non c’è modo di tornare indietro.

Socrate se ne va ad Ibiza.

Regimi…alimentari

Diete.

Diete ovunque cada il tuo sguardo.

Quando dico la parola “dieta”, non si intende più la riunione del popolo germanico, né le assemblee deliberative di un Parlamento o di un organo di potere politico.

Così come quando dico la parola “regime“, nessuno si interroga sull’ombra del Grande Fratello in agguato dietro gli schermi televisivi e gli organi di informazione di una realtà facilmente “monopolabile”.

No.

Oggi la dieta è quella dei corpi, menti comprese, e il regime da autoritario è diventato alimentare.

Panem et circenses: i Romani hanno raggiunto il loro scopo.

Ad ogni modo, penso che, più che quello di uno sportivo, il regime alimentare più sano sia quello di una pornostar, sempre molto attenta alla cura del proprio corpo.

Dalla regia mi suggeriscono che in certi regimi alimentari hard, ci sono ingredienti non proprio adeguati alla dieta di ogni giorno.

Non so proprio cosa intendano, ma penso che qualsiasi cosa è meglio della carne di ignota provenienza trovata in molti fast food inglesi, come ha sottolineato una recente inchiesta della BBC.

Vuoi vedere che il porno parla alla pancia del popolo?

Propongo un salto evolutivo: dai fast food agli hard food!

E sai cosa mangi.

Psicologia del locale (parte 3)

E siamo arrivati probabilmente ad uno degli ultimi pezzi di empirica analisi sui locali, dopo la prima e la seconda parte! Per le prossime volte, vogliamo invitarvi a cena, se ci siete. Magari a Roma, perché no? Seguite le seguenti regole, però.

Se davvero dovete mettervi a tavola (come se esistesse una posizione specifica “a tavola” che, a mia memoria, non esiste nemmeno sul Kamasutra), evitate innanzitutto qualsiasi discorso sull’etichetta. Sui gomiti, innanzitutto. Non sul tavolo, non a metà avambraccio. Ma solo e sempre alzati.


Delle cose che affascinano dello stare “a tavola” (scusate, ma ogni volta che ripeto questa espressione penso me, buttato su una tavola da stiro, mentre chiedo pietà per i miei peccati e un ferro da stiro-formato-alieno che arriva dall’alto) è proprio come si svolge il dialogo tra le persone. Appena ci si siede e non ci si conosce, ci sono quei momenti di imbarazzante silenzio in cui effettivamente si osservano i piatti, coltelli e i bicchieri. Cameriereeeee, manca un bicchiereeee. Magari, perché no schioccando le dita e, facendo finta di sapere il francese, chiamarlo garçon. Ma questo richiamo meglio riservarlo per i vostri Bobby, Lessie, Rocky, Stella, Fuffi ecc. ecc.

Alcune volte, abbiamo bisogno di uno schiocco abbastanza energico.

Improvvisamente l’attenzione della tavolata (dove tavolata indica il prodotto del subconscio della tavola) viene indirizzata verso un discorso qualunque che generalmente ha argomenti al centro come sesso, politica, sesso, politica, gossip, sesso o politica. Una persona si ritrova al centro dell’attenzione mentre dice e snocciola qualunque teoria su un qualunque degli argomenti innanzipoco citati. E tutti ascoltano e, vuoi aperta difesa della psicologia, nessuno o replica o al massimo concordano tutti.

Nel caso in cui qualcuno replica:
a. viene soffocato
b. viene invitato a bere vino
c. viene invitato in quel momento dal Presidente degli Stati Uniti a tacere.

Mentre la tavolata continua a produrre i propri effetti, il cameriere-prodotto-conscio arriva a chiedere con aria abbastanza convinta: “Fatto? Possiamo?” Premesso che a. “Fatto?” me lo diceva mia mamma quando ero sul vasino; b. nessuno vuole giocare con il cameriere (o cameriera, scusate, mi dimentico il politically correct), si arriva davanti al silenzio dell’umanità di fronte ai più atroci delitti. Nessuno ha una minima idea di cosa vuole. “Senta, scusi, può tornare tra poco?”.


Nella tavolata, ormai diventata prodotto-cosciente del tavolo, cala il silenzio. Massima concentrazione sui menu. Scorrono veloci gli occhi piatti da 20 euro in su. La salvezza. La pizza. Meno di dieci euro, dove ti va bene. Poi chi preferisce i primi, ma tutto in silenzio. Improvvisamente i primi singulti: “Tui cosa prendi?” “Non lo so” “Neanch’io lo so” “Solo primo ragazzi” , dice uno. E tutti ne riconoscono l’autorità. Tutti convengono con il re-parla-mentre-menu-legge. Lui è l’unica persona che è stata capace di parlare e leggere allo stesso momento.

Il cameriere uscirà stremato. Stremato, ma felice. Tutti hanno il loro primo, il loro-primo-ma-lo-dividiamo-quindi-due-forchette ecc. ecc.

Scusi, ma si potrebbe avere un po’ più d’olio? Si potrebbe abbassare leggermente la televisione? (E lì il cameriere sufficientemente stolido vi dirà che il televisore non si può abbassare perché fissato sul muro e ci vorrebbe almeno un cacciaviti) Si può chiedere il conto separato, ma noi due invece insieme? Ecc.ecc.

Cameriereeeeeeee!

Sì, cameriere. Un sandwich al formaggio con insalata di cavolo e maionese.

Anteprima di vita

Molti programmi di scrittura odierni offrono la cosiddetta anteprima di stampa. Prima di stampare puoi farti un’idea di come verrà fuori il testo scritto. Matrix non è perfetto: mi sarebbe piaciuto (a chi non piacerebbe, suvvia! Fate poco gli eroi!) avere un’anteprima di vita. Magari poi sarei andato ugualmente in stampa, avrei mantenuto le opzioni scelte, o magari no, avrei fatto qualche ritocco qua e là.

Sono tutti bravi a dire “io rifarei tutto quel che ho fatto”. Vi voglio vedere ad avere la possibilità reale di “ripetere”, di “rivedere” qualche dettaglio qui e lì. Non stiamo a prenderci in giro. L’uomo è fatto per ammirare l’eroe, per imitarlo, al massimo, ma non per esserlo.

Non esistono quelli che non piangono o non si disperano, semmai non hanno mai fatto scelte, non hanno mai scelto.

Di una cosa non mi pento: ho sempre scelto, anche senza anteprima di stampa. Ho sprecato un fiume di carta e di inchiostro, è vero o forse no. Forse adesso la stampante è collaudata meglio di un tempo.

Non che il numero di errori commessi garantisca, al crescere, una maggiore esperienza e una maggiore competenza, o almeno non necessariamente.

Siamo stampati a getto di emozioni.

Grazie Matrix per aver reso così reale la definizione delle nostre immagini.

Tanti auguri a…

Auguri. Cristo, auguri.

Ogni anno la stessa storia. Non importa che si chiami Chanukkah, Ramadan o Natale. Puoi persino essere ateo e gli auguri ti verranno comunque a cercare. Tutte queste viscide persone non sanno nemmeno la radice del verbo augurare. Augurare significa accrescere, ma l’unica cosa che accrescono è la distanza che li separa da loro stessi.

Li vedo ogni mattina e capisco che l’unica cosa che posso fare è stare al loro gioco. Augurare. Allora: auguri. Auguri al tabaccaio che smercia morte. Auguri alla maestra che ci prepara durante l’anno come i panettoni senza canditi. Auguri al barbone sulla strada dell’università che mi ricorda il mio imbarazzo di essere venuto al mondo. Auguri a Jimmy Hendrix che mi ricorda che vivere vuol dire durare il tempo di un assolo. Auguri ai culturisti che mettono proteine nel loro pene. Auguri a Tolstoj e a tutti quelli che sono più in guerra che in pace. Auguri alla badante di mia nonna, ma soprattutto a chi non bada mai a se stesso. Auguri alle donne che si rifanno le tette in tempo per Natale. Auguri ai preti che sono più indaffarati degli uomini di Wallstreet. Auguri ad Andreotti e ai familiari di Moro. Auguri a Pacciani e a chi si porta dentro i propri mostri. Auguri ai migliori esempi della nostra generazione. Auguri a tutti quelli che votano Silvio perché non hanno più nulla da fare, auguri a chi vota quegli altri, in fila al seggio come il giorno della prima comunione. Auguri a Jack che ci ha insegnato a non frenare, e auguri all’altro Jack che ci ha aiutato a squartare la mente delle persone.

Auguri a chi vive l’emozione. A chi non ha paura. A chi sbaglia di proposito. Auguri ai bugiardi nella loro sincera meschinità. Auguri a chi ha tagliato il traguardo e a chi invece si è fermato prima. Auguri a chi non è nemmeno partito, a chi si innamora ancora e ancora e ancora senza stancarsi mai. Auguri a tutte quelle coppie che a vent’anni sembrano dei vecchi sposati da cinquanta. Auguri al rock. Auguri a chi fa sempre ciò che deve, a chi va contro corrente e anche a chi sceglie di essere la corrente.

Auguri alla pioggia quella che taglia il viso. Auguri a chi piange lava. Auguri a chi per raggiungere la felicità è disposto a perdere tutto.

Auguri a chi sa che l’amore non è nient’altro che egoismo. Auguri a chi si ama di nascosto.

Ma soprattutto auguri a me stesso, perché sono un testa di cazzo.

Vi auguro di non augurare mai nulla a nessuno.

Cloni e ricloni storici

I tempi cambiano, la tecnologia avanza, i sindacati e gli operai restano.

Cloni al lavoro in una stazione spaziale.

Supercessi

Nella vita di un Supereroe bisogna distinguere tra due momenti del bisogno.

Uno, quello più noto, quando il mondo ha bisogno di lui.

L’altro, meno noto ma, a mio parere, più frequente, quando lui ha bisogno del cesso.

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Che la Forza sia con te.

Insomma se i vari Superman, Batman, e tutta l’assemblea degli Avengers combattono il male che si aggira nei vicoli bui delle nostre città, tutto questo lo dobbiamo non a loro, ma ai loro cessi.

Che poi per ognuno si profilano diversi modelli idraulici a seconda delle esigenze.

Partiamo dal più noto, Superman. Deve essere un cesso bello potente, in grado di mandar giù la Kryptonite se necessario! Senza tavoletta: lui non è tipo da abbassare la tavoletta, anche perché non conosce molto la delicatezza. L’idraulico SuperMario effettua periodici controlli e ogni tanto deve cambiare la tazza del water dal momento che riporta svariate crepe. Quando Superman non mangia verdura, va stitico, e s’incazza, e quindi si sforza. E se Superman si sforza al cesso, sappiamo tutti come va a finire: lo stronzo perde.

Secondo cesso: quello di Batman. Bè, non è un cesso qualsiasi, a cominciare dal nome: BatWater. Che non è la versione idraulica di Darth Vader, sebbene proprio lui ne sia il designer. Si sa, Batman sceglie solo i migliori. Il BatWater è dotato di infinite funzionalità: prima di tutto ha ben tre tavolette. La prima è un piano di lavoro dotato di i-pad incorporato. La seconda consente a Batman di svolgere tutti i collegamenti con la Batcaverna, dotata di connessione bat-fi. La terza, quella soltanto di contorno è in realtà una banalissima tavoletta voluta da Cat-Woman per quando lo va a trovare. Ci sono svariati pulsanti a lato: soltanto il maggiordomo Alfred ne conosce a memoria tutte le funzioni. Dal pulsante per far partire le testate nucleari ad ampio raggio, a quello più comune di scarico. La carta igienica si recicla dopo una giornata attraverso un macchinario di riciclaggio installato dietro il BatWater.

BabyBatman anni ’20

Terzo cesso, che io considero tra quelli più sfigati è quello di Aquaman. Purtroppo ogni volta che scarica è un gran casino, e spesso rischia di essere assorbito dal mulinello: è più forte di lui, non sa resistere a buttarsi dentro. Una volta è entrato nel cesso di casa ed è uscito nel Mar del Bosforo.

Plinplin: arriva aquaman

Quarto cesso: quello di Lanterna Verde. La principale particolarità di questo cesso è la trasparenza. Le feci di Lanterna Verde sono fosforescenti. E a lui, che alle elezioni vota gli ambientalisti solo per vantarsi del proprio colore, piace vantarsene. Se potesse le inscatolerebbe come quelle di Piero Manzoni. Dalla merde d’artiste alla merda verde. Nessuno gliele comprerebbe però. Così ogni volta che va al cesso si accontenta di vederle brillare in trasparenza. Peccato che il fetore non sia altrettanto…trasparente.

Indovinate di chi sarà mai questa tavoletta del cesso?

Altro cesso di non minore importanza è quello della Donna Invisibile. A tal proposito c’è una leggenda intorno alle origini della Donna Invisibile. Si dice infatti che i primi sospetti sulla sua esistenza vennero da chi entrava nel suo bagno di casa. Per quanto lei fosse invisibile l’incredibile odore testimoniava il suo passaggio. L’ultima battaglia con il Dottor Destino è stata ingaggiata proprio nel cesso di casa sua. Destino ne seguiva le tracce tramite il fiuto. Poi la Donna Invisibile l’ha scaricato e non si è fatta più vedere. Tipico. (Ancora oggi Destino si aggira tra un bancone e l’altro del bar dicendo: era destino che andasse così).

Didascalia: nell’immagine soprastante donna invisibile nuda (sì lo so, il blog ha calato la censura)

Per ora basta così: nel prossimo post parleremo della Cosa, di Silver Surfer, e di tanti altri eroi sempre presenti nel momento del bisogno.

Un grande cesso è una grande responsabilità – Super Mario

Niente più uova al mattino

Antepost: Paolo Rigo nasce a Roma il 9 marzo 1985. Cresce a Latina e si ritrasferisce a Roma dove si laurea in Italianistica nel Novembre 2011. Esordisce nel mondo della letteratura con una raccolta poetica dal titolo Anima Piange (Edizioni della Sera, 2011).

Ha collaborato con Flanerì e pubblicato una raccolta di racconti, Littoria Blues City nell’estate del 2012 (Il foglio letterario). Appassionato di letteratura, ha curato il volume completo delle poesie di Otello Soiatti. Sempre nel 2012 esce una raccolta di saggi su Mario Luzi (Squillò luce, Arduino Sacco) mentre su alcune riviste scientifiche trovano spazio suoi interventi sulla poesia del ’900 ed in particolar modo su alcuni aspetti relativi alla metafora ed alla topica.

Di recente è stato tra gli organizzatori del concorso poetico Latina in Versi, si è classificato 2° al premio letterario GialloLatino sez. Giovani con il racconto Atlantide. Attualmente è dottorando presso il dipartimento di Italianistica di Roma Tre.

I pirati di Vongole & Merluzzi danno il benvenuto a Paolo Rigo a bordo della nave! Vento in poppa, ciurmaglia!

La notte si impossessa delle luci, dei viali, delle case, delle strade. Rimane accesa una piccola, piccolissima scheggia luminosa. Una finestrella. Lui guarda la televisione alle ventiquattro. Cerca qualche bella in piume d’oca. Non si eccita più da tempo.
La porta del bagno si apre. Insieme a lei, esce un profumo dolce di zagara e muschio albino. Una nuova essenza. Desiderio notturno. I passi sinuosi di lei delineano dei piccoli cerchi di rumore sulla superficie della notte. Lui spegne la tv e la osserva, la osserva immerso nella notte. Non dice nulla. Lei arriva alla porta di casa a passi felpati. Uno dopo l’altro, lenti ed attenti, crede che stia dormendo davanti alla tv. Non vuole svegliarlo.
«Me la prendi una birra?»
«Pensavo dormissi..»
«No..non stavo dormendo..me la prendi una birra?»
«Non avevi smesso di bere?»
«E tu non avevi smesso di uscire?»
Sul viso di lei una lacrima solca le rughe, scende sul viso, e si perde tra le piume. È bellissima. Con il suo foulard rosso ed il suo vestito nero che si spande sui fianchi provocanti. Non è più giovanissima ma non sfigura. Non ha mai sfigurato. Si gira, sospira, si porta in cucina. Accende una ad una le luci. Fa rumore con i tacchi, i passi felpati ora non servono più. Lui l’ha vista. Avrebbe preferito di no. La umilia farsi vedere mentre esce. Prende una birra, la apre, e va da lui. Lo trova in piedi appoggiato alla poltrona.
«Vai da lui?»
«Ti ho preso la birra»
«Avevi detto che non ci saresti più andata»
«Ti ho preso la birra..dai..non voglio parlarne..»
«Perché fai così? Perché cazzo?» Lei lo guarda. Il braccio destro è proteso verso di lui con la birra in mano. Delle lacrime si formano tra i bulbi oculari e lui continua a guardarla in cagnesco. Non la capisce. Non riesce a capirla. Non vuole capirla. Ha sempre vissuto nei suoi sogni. “A te”, pensa a te, pensa, pensa: perché non prende la birra e sta zitto? Pensa ancora, pensa ancora a te, beve un sorso di birra e si siede sulla poltrona. Le piume alzano la polvere e fanno un leggerissimo sbuffo, che si accompagna al suo uffa.
«Mi farai fare tardi..Cosa vuoi da me?»
«Voglio che la smetti..Ora..subito..sono stanco..»
«Anch’io sono stanca, e che dovrei fare? Come mangiamo poi?»
«I miei nipoti mi hanno detto che c’è un lavoro per me, si tratta solo di tirare avanti qualche altra settimana..»
«I tuoi nipoti..i tuoi nipoti..Qualche settimana? E con cosa? Non abbiamo più niente..Vuoi capirlo che i tuoi nipoti sono solo dei drogati? Vuoi capirlo che sono dei falliti? Che siete dei falliti? Che sei un fallito!»
«Non parlarmi così cazzo!» E più veloce di un riflesso. Il battito d’ali è involontario -non è controllabile- è così e basta, e la colpisce in faccia. Dritto sul becco. Il rossetto la macchia e un rivolo di sangue le si forma ai lati. Le lacrime si liberano del peso.
«Credi che sia facile per me? Eh? Dimmi cazzo! Sei solo uno stronzo..»
«Scusa..Cioè dai..scusami..non volevo colpirti..eh che..»
«È che sei solo un buon annulla. Mi sistemo in macchina sennò faccio tardi..»
«Io..io ti..io ti amo..»
«Ciao»

Sarebbe potuta andare così

La notte ripiomba nella casa. Lei esce e spegne tutte le luci. Lui rimane lì e pensa all’altro. Pensa a suo cugino. A Gastone. Perché? Beve la birra e la getta a terra. Il vetro si spacca e fa un rumore intenso. A lui non importa. È già in cucina davanti al frigo per prenderne un’altra.
«Perché non sei venuta prima? Eh? Mi avrebbe fatto piacere portarti a cena dalla contessa..Questo abitino nero che ti ho regalato ti fa veramente molto carina..»
«Lo sai che non voglio uscire presto non mi va che..»
«..Che mio cugino ti veda? Quello è un fallito tesoro. E tu stai perdendo tempo con lui. Glieli hai fatti vedere i documenti del divorzio?»
«No..»
«Oh cazzo..sei proprio un’oca imbecille..Che cazzo. Cristo»
«Dai calmati..non fare così» Lei prova a calmarlo e lui le molla una sberla sulla faccia. È la seconda. Ma stavolta sente davvero di non avere colpa. Questa è gratuita, non ha un prezzo ma deve stare zitta. Il prezzo è il silenzio.
«Che ti ho fatto male? Su non fare la scena, che me lo dici sempre che te le dà pure quel cornuto, eh? Dai che sotto sotto ti piace anche..Su..Ci scommetto»
«Senti non parlare più di Paperino così..ti prego Gastone: non parlare più di Paperino..»
«E se non parlo più di quell’impotente di un papero che cosa mi dai?» La testa di Paperina scivola tra le gambe ossute di Gastone. Il becco scansa le piume. Gastone geme. La cosa si conclude in una manciata di secondi.

«Ora vieni fuori. Ti voglio fottere sul cofano della macchina!» E lei esce. Lui le solleva la gonna sulla testa. La prende da dietro. Lei sta zitta e chiude gli occhi. Sono mesi che non fa l’amore con Paperino. Pensa a quando erano giovani. Pensa a lui, ai nipoti, a Paperoga: perché sei morto così Paperoga? Senza dire niente a nessuno. Hai fatto tutto da solo: la cocaina non ti bastava? Quando c’eri tu Paperino era diverso. Non beveva così tanto. Non era così solo. Gastone le viene dentro. Vuole incastrala. Lo sa del problema del cugino. Lo fa per lui. Per fargli male. Viene con ululato che sa di lupo sotto la luce della luna. Tutto intorno è ombra. Lei nei suoi pensieri maledice la serata di maggio quando tutto ha avuto inizio. Pensa che quell’invito non avrebbe mai dovuto accettarlo. Ma ormai è troppo tardi. «Ti è piaciuto gallinella?». E la mano destra le schiaffeggia il collo. Stavolta sono trecento dollari. Stavolta è di meno. Ma lei ha fatto tardi, le regole con Gastone si devono rispettare. È sempre stato così preciso. Non sfida mai la sorte, nonostante l’eredità.
Prima di entrare in casa, alle cinque e mezza del mattino, mentre il sole ancora non è sorto, si dirige nel garage, si alza la gonna del vestito, e spinge forte. Fortissimo. Le sembra di morire. Pensa forte a Paperino. Pensa forte che lo ama. Ma non riesce più a dirglielo. Deve fare molta attenzione. Escono fuori tre uova. Una si rompe. Prende i fogli della richiesta di divorzio e pulisce, pulisce con i fogli. Vorrebbe vedere la faccia di Gastone. «Ecco questo è tuo figlio, vai a cagare stronzo» sì, le direbbe così. Ride e piange. Si asciuga le lacrime e si dirige in cucina. Paperino dorme per terra tra i cocci di vetro delle cinque o sei bottiglie di birra, e la televisione accesa su un canale regionale. Avrà visto di nuovo del porno. Dovrebbe fare piano. Ma lo vede che è strafatto. Non deve preoccuparsi più di tanto. Prende una padella, versa l’olio, rompe i gusci, aggiunge il sale, prepara le uova. Ad occhio di bue. Pensa a quante uova potrà ancora fare, sente che non ci saranno molte altre uova. Gastone non la chiamerà più. Però non sa se essere felice. Quando finiranno loro non mangeranno più. A Paperino ha detto che non può avere figli. Glielo ha detto quando è iniziata la cosa con Gastone. Mentre le uova sfrigolano in padella, attraversa la cucina e se ne va in salone, spegne la tv, e guarda Paperino mezzo svenuto per terra. Pensa che dovrà pulire tutto lei, e che ha bisogno di riposare.
«Tesoro..dai che sono quasi le sei..Devi andare a cercare lavoro..La colazione è quasi pronta..»
«Sei rientrata? Ho sempre paura che non rientri..di non trovare la colazione..»
«Guarda: trecento dollari»
«Tienili tu..Non voglio sapere niente»
È un altro colpo sulla faccia che fa più male degli altri, Paperina respira forte, incrocia il suo sguardo con quello dell’immagine riflessa nello specchio, si guarda bene, si trova bella, bella ma sciatta, volgare, bella come una puttana. Inghiotte della saliva e dice:
«Vieni, di là ci sono le uova..»
In cucina mette le uova nei piatti. Fissa il sole oltre il vetro della porta-finestra. Lui le mangia. Non sa niente. Il sole che sale. Fissa l’alba. Pensa che non vorrebbe più fare uova al mattino.

Paolo Rigo

Curriculum Amoris (solo i banchieri si innamorano)

Dunque, amici e, perché no, nemici, partiamo da un dato di fatto: il lavoro e l’amore ti vengono a cercare soltanto quando hai già entrambi.

Anzi, più è ben stipendiato il lavoro che avete, più il vostro amore vi rende sereno e felice, maggiormente le opportunità nuove sull’uno e sull’altro fronte si dispiegheranno con sovrana leggiadria e mirabile concupiscenza sulla vostra strada. La gloria, da un certo punto in avanti, non può che aumentare, somigliando essa più a una bestia senza controllo che altro.

Perciò molti saranno sempre in debito con l’amore semmai dovesse arrivare: partono con un dato di economia finanziaria per tentare di sostituire i titoli e le azioni con beni più materiali, appartenenti all’economia reale.

In un sistema dove i meccanismi sono principalmente questi, si va a costituire una casta del lavoro e dell’amore. E gli altri, fuori dalla casta, restano castrati. Se fossero dentro sarebbero incastrati…

D’altronde una volta che l’amore è Fiorito, tutto l’universo e la giunta regionale è felice.

Quindi si può sempre seguire la via del suonatore Jones: non al denaro, né all’amore, né al cielo…

Chissà se lo stesso discorso possa applicarsi anche alla fede.

Comunque non temete: ogni tanto il sistema si rinnova e un disoccupato diventa lavoratore, un cuore in affanno trova pace. Tutto sta a presentare il Curriculum giusto. Se proprio non avete mai lavorato o non vi siete mai innamorati, potete sempre dire che avete fatto l’università italiana.

Chissà come la prende la Fornero. Chissà se, almeno in amore, potremmo invece prenderci il diritto di essere “choosy”. O il fardello.

In ogni caso, ogni giorno è un giorno buono per rischiare. In borsa.

Bicchieri di carta che però sono di plastica

-Caro, per caso, hai rotto un bicchiere?-

-Ehm….no tesoro….figurati…perché?-

-No, chiedevo, mi sembrava di aver sentito il crash! tipico del bicchiere che si infrange, seguito anche dal crock! del bicchiere calpestato da una scarpa-

-Ma no, tesoro, figurati!-

-Ne sei sicuro? fammi vedere i bicchieri nella credenza…1,2,3,4…..vedi? sono quattro, sono sicura che fossero cinque….hai rotto un bicchiere!-

-E va bene si, ho rotto un bicchiere, scusa, non l’ho fatto apposta! contenta?-

-E l’hai pure calpestato!-

-Si, l’ho pure calpestato, amore, dov’è il problema? È un bicchiere!-

-Ecco! Lo vedi dov’è il problema? Non è un bicchiere, è il MIO bicchiere!-

-Il tuo bicchiere, il bicchiere, ma che differenza fa?-

-Certo che fa differenza, se te non hai rispetto per le mie cose, non hai rispetto per me! Ed il fatto che te non colga queste sfumature, beh, mi fa riflettere e neanche poco!-

-Tesoro, adesso stai esagerando, era un bicchiere, non ho ucciso tua madre. Ho, semplicemente, rotto un fottutissimo bicchiere!-

-Non dirmi che esagero, trattandomi come una pazza psicopatica perché peggiori la situazione, sto cercando di farti capire l’importanza del rispetto reciproco, non sono pazza!-

-Ma sempre di un bicchiere stiamo parlando! Te lo ricompro ok?-

-Ah! Adesso mi tratti pure da pezzente! Certo te sei l’uomo, quello con la stabilità lavorativa, quello che guadagna bene, a cui non frega nulla del bicchiere di questa povera pezzente che, in quanto donna, sarà sempre un gradino più in basso, vero?-

-Sai bene che ho molta considerazione del tuo lavoro e della tua carriera!-

-Certo, fin quando non ci sposiamo ed avremo dei bambini no? Poi diverrò come quel bicchiere per te, solo un fottutissimo bicchiere! Se si rompe, si può calpestare e ricomprare, che problema c’è? La verità è che forse dovremmo lasciarci!-

-Lasciarci per un bicchiere rotto? Ti senti male oggi?-

-Ancora mi tratti come una pazza? Vedi? Dobbiamo lasciarci, perché te non hai il minimo rispetto per me!-

-Ok tesoro, calmati, io ti amo, sto benissimo con te, ho rotto un bicchiere perché sono un imbranato che non sa lavare i piatti, e mentre cadeva stavo per inciampare, e per non farmi male ho pestato il bicchiere, ma solo perché sono un imbranato, e non te l’avrei detto solo perché non voglio fare la figura dell’imbranato davanti a te, perché ti stimo talmente tanto che, a volte, mi sento meno di te! Ora, non voglio lasciarci per un bicchiere! Adesso, metti la giacca ed usciamo!-

-E dov’è che andiamo?-

-A comprare bicchieri di carta!-

-Non son di carta, sono di plastica!-

-A comprare bicchieri di plastica! Però tutti li chiamano di carta! Mah!-

-Me lo sono sempre chiesta anche io…..mah….Colorati?-

-Coloratissimi, amore-

Laetitia

 

Dio 2.0: un’utopia

Pensavo che il sistema, con il tempo, si fosse aggiornato da solo. Una volta provata la versione del Vecchio Testamento e poi quella del Nuovo, i tempi richiederebbero un dio più plug and play, senza bisogno di un cd di installazione, freeware e che risponda alle esigenze degli utenti sempre più disperati nell’era della globalizzazione.

Dio, perché non ti sei globalizzato?

Quello che noi vogliamo è un dio formato Mac. Un dio Mac-God, da prendere comodamente restando seduti in macchina: un God-Drive che, una volta servito, ci guidi lungo l’autostrada della vita.

Invece no, malgrado le nostre infinite suppliche, lo spread resta altissimo e la distanza tra i nostri tesori e quelli del regno celeste è ormai incolmabile.

Dio deve passare al nuovo formato, prima che la concorrenza ormai sempre più feroce lo rimpiazzi del tutto. Deve poter dare un segno forte di rinnovamento, rilanciarsi come primo marchio di qualità, d’origine controllata.

è normale: supplica oggi, supplica domani, a un certo punto sbrocchi e passi all’Agnosticismo che andrà anche di moda e quindi costa tanto però almeno ti garantisce un’assistenza 24h/24!

Grattati e muori

Anche se voi vi credete assolti

siete lo stesso coinvolti

Faber

Forse sarà una vecchia polemica, ma tanto vale combattere finché la logica di “panem et circenses” trasformata ormai in “fast food & television”, non sarà decostituita a fondamento di una società più giusta.

Ci hanno tolto Enzo Biagi e cosa ci hanno dato? Ci hanno dato programmi per imparare a fare l’uovo alla coque, in camicia da colletto bianco e alla fiorito. Ci hanno dato reality show per imparare come mangiare il riso delle noci di cocco. Ci hanno dato trasmissioni che promettono premi milionari che possono cambiare la vita di chi chiama, di chi scavicchia il pacco, di chi gratta il biglietto fortunato.

Io non ci sto.

l’inizio della fine

Io non ci sto a farmi prendere in giro da una televisione che vuole indottrinarci a dimenticare il senso del sacrificio e del lavoro.

Io non li voglio i vostri soldi e i vostri gettoni d’oro. Senza se e senza ma.

Io voglio che i miei figli possano imparare a lavorare per costruirsi un futuro, qui in Italia o anche altrove, ma che sappiano bene che non bisogna confidare troppo nella Fortuna, che la speranza consiste nella preghiera e nella sconfinata fiducia verso un domani migliore, che tra l’altro non possiamo confondere la speranza con una debolezza, semmai con una fortezza. Né voglio che i miei figli si votino deliberatamente a chissà quale “colpo di fortuna”.

Nessuno ci regala niente, ma è questo che vogliono farci credere.

Io non ci sto più.

Programmi televisivi (che etimologicamente parlando di “televisivo” avete ben poco, dal momento che la televisione è la “visione del lontano”, ma qui non riescono a guardare oltre il proprio naso) anche voi siete responsabili del declino sociale e morale, della decadenza del gusto, quindi per favore, fate le valige e tornate a casa, fuori dai palinsesti delle nostre coscienze che vogliono tornare a ragionare come meritano.

Ora scusate, ma ho comprato un gratta e vinci. Speriamo sia la volta buona.

La Rivoluzione Ruttista

Lo spread è un soltanto un rutto

Dire che il ruttismo è nato con la rivoluzione ruttista, sarebbe come dire che prima di Gesù non c’era un senso religioso. Questo era ciò che intendeva Kuntakinte quando disse che “La religione è il rutto dei popoli”.Quindi quando è nato il ruttismo? Prima di definire il movimento ruttista, dovremo porci il problema del rutto. Da sempre l’uomo ha cercato di dare un senso ai grandi misteri della vita. Respirando l’odore di certe caverne abitate dagli uomini primitivi, gli scienziati sono riusciti a stabilire la datazione di antichissimi rutti.

La comunicazione tramite il rutto si rivelò poi determinante nello sviluppo delle società civili. Dal mito universale del Grande Ruttatore che creò l’Universo alla spiegazione scientifica del Grande Rutto, possiamo vedere più fattori che coincidono anziché collimare. In fondo si tratta di due diverse visioni della vita: da una parte quella mistica “Egli li creò ruttatori, a sua immagine e somiglianza”, dall’altra quella più scientifica “Il Grande Rutto da cui originò la materia gassosa che ha dato vita all’universo per come oggi lo conosciamo”.

La rivoluzione ruttista, dal canto suo, non fa altro che liberalizzare il rutto, rendendolo da sacro un concetto comune per tutti. I famosi motti “Rutto libero” “Più rutti per tutti” e “Il rutto al potere” rimarranno sempre impressi nella storia moderna. Quella generazione, la generazione del rutto, i figli dei rutti, ha cambiato la storia della comunicazione, nel bene e nel male. Se oggi possiamo rispondere al telefono ruttando, è grazie a loro.

Se oggi possiamo fare rutti in pubblico (fino al 1968 era vietato: ricordiamo anche l’epoca del proibizionismo negli anni ’20, in cui erano applicate sanzioni severissime per i ruttatori clandestini, il mercato del rutto nero) di ogni genere, e se conosciamo perfino i cosiddetti rutti silenti, o trasparenti, è grazie alla rivoluzione ruttista, che ha riportato al centro del discorso civile la questione ruttista.

Certo, a una dettagliata analisi, la rivoluzione, come tutti i grandi moti, ha comportato anche dei fallimenti: molti ruttatori sono diventati schiavi del sistema, il rutto è diventato perfino un sintomatico simbolo fisico tipicamente conformista. In un mondo dove tutti sono liberi di ruttare, il rutto ha ancora un senso? Questa è la sfida del nuovo secolo: ridare al rutto quella dignità originaria a fondamento dell’umanità tutta. Ce la faremo? Non possiamo saperlo, ma ciò che possiamo fare è un ruttino al giorno. Con moderazione, senza esagerare i toni del discorso e del problema. Ruttatori, lo sappiamo, si diventa.

Fonti ruttografiche:

- Fenomenologia epistemologica della peristalsi aerobica, De Ruptis A.

- Dal rutto al rotto: etimologia della rivoluzione, De Paperinis

- Ruttismo ed evoluzione dell’uomo, Darwin Charles

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