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Sto tornando a casa.

Sto tornando. Sto tornando a casa. E la luce non è poi così fioca. Dicono che quando stai lì per esalare l’ultimo alito sgradevole di un corpo che è stato come un cancro ben vestito tra tutti gli altri corpi, si intravede una luce. Una luce abbagliante, avvolgente. La vedo. Quella luce è lì, dritta davanti a me, con una sola differenza: io non sono morto.
Mi lascio alle spalle qualche sbaglio impiccato per errore e un mozzicone che mi ha bruciato la tappezzeria della mia Suneliner. Immaginaria, certo. Non mi sono mai potuto permettere delle promesse efficaci, figuriamoci una Suneliner!
Sto tornando, però, perché se la maggior parte degli uomini va da un punto all’altro senza capirne la ragione, spesso, per un procedere schiettamente fisiologico, alcuni, rari e malfattori tipi decidono di tornare. Sono coloro che tornano sull’accaduto, per riesaminarlo; sui punti morti della Storia e la riscrivono, soli, ma pur sempre con l’ombra di chi credevano di essere. Non conta sapere se il ritorno è al punto di partenza o di transizione. Perfino se è nell’arrivo risulta irrilevante. Tornare e ripeterselo a memoria e sfogliare qualche pagina di un libro; disperarsi come Dumas quando, sorpreso dal figlio in lacrime, dovette confessare di aver ucciso Porthos; mantenere una genie di focolai nelle notti che sono giorni. Uno strano odore mi invade le narici: è strano come certi odori impregnino gli odori. Non te li togli più di dosso; sono peggio della naftalina. Lo ricordo, l’odore: è quello della sconfitta.

Impara ad essere un perdente e probabilmente non perderai niente di così fondamentale. Uccide più la vita che il sentirsi vivi.

Certi battelli, sulla Senna, avevano una finestra dalla quale fuoriusciva una luce non poi così fioca. La luce proveniva dalla stanza di un veggente francese, che tentò di radunare dei dettami per un’educazione sentimentale. Quella finestra, di notte, era divenuto un punto di riferimento dal quale i naviganti tiravano le somme dei loro tragitti.
La strada è dritta e non posso sbagliarmi. Non manca molto.
Sto tornando a casa.

Margheritaland

Ed egli separò le margherite buone da quelle cattive, e vide che era una tisana sana e giusta [Erborista 1, 3]

Mia nonna mi ha detto che c’è una differenza tra una margherita buona e una bastarda. Io che pensavo che tutte le margherite, in fondo, fossero uguali. Un cerchietto giallino e petali che stanno intorno. Una cosa da nulla;  in fondo sono fiori comuni e neanche ci sarebbe tanto da riflettere.

Eppure le margherite hanno qualcosa da condividere con l’umanità, non so perché, ma penso me l’abbia suggerito mia nonna. Osserva bene, mi ha detto, Ma il colore? Le ho risposto, No no, guarda bene la forma, conta i petali, guarda la forma dei petali. Le margherite buone sono lucide, le altre sono poco più opache. Niente di che, ma è un po’ come se guardi una persona.

Improvvisamente ho pensato prati enormi di margherite o , se preferite, immensi grattacieli e palazzi pieni di margherite. La rivoluzione delle margherite. L’ennesima, mi potrete dire: e i garofani, e i tulipani, e le orchidee. La floricoltura un po’ fa pensare a come crescono gli umani. In serra.

Poi ci sono le margherite buone e quelle bastarde, gli umani buoni e quelli bastardi. Sempre margherite sono.

Beati saranno i costruttori di alberi di Natale…

 

Sociologicamente non so quanto sia valida l’analisi degli alberi di Natale per l’individuazione delle caratteristiche dei microambienti sociali presi in considerazione per lo studio seguente. In altre parole, chi studia chi fa gli alberi di Natale e come li fa vi vuol fregare e pure di brutto.

Innanzitutto il discorso parte parzialmente e muore addirittura scorrettamente. Chi fa l’albero di Natale lo fa perché se lo può permettere, sia per il tempo, sia per le risorse. Secondo, perché effettivamente appartiene o vuole aspirare ad identificarsi con un’area.

Il significato etnologico del ‘fare l’albero di Natale’ è stato svuotato, anzi riempito con qualsiasi cosa. Comprese le palle di Natale con le immagini di Justin Bieber che non fanno altro che ricordarti di comprare il suo ultimo cd sotto le feste alla modica cifra di 20€.

La vera analisi, quella succosa, pastosa, che ti fa girare gli occhi, che ti fa domandare del perché e del come è cosa ci ficchi sull’albero di Natale. Non tanto la dimensione di per sé, ma come dimostri che sei un grande con diecimilioni di palle così. (nb: politically incorrect)

Presupposto dicotomico è la divisione tra sobrietà e rococò. La sobrietà può essere indice di molte declinazioni: tuo figlio ha rotto tutte le lucette dell’anno scorso; un casino con il cortocircuito e non comprerò più fili elettrici; effettivamente non ho tempo; il Natale per me indica un momento di raccoglimento; siamo una famiglia dalle poche pretese; sono un fan di IKEA. Ovviamente ho detto tutto e niente. La sobrietà può dare scorcio ad una personalità cristallina, oppure superficiale; ti può dire che il nesso tra idea e fenomeno è l’eleganza.

Il rococò è per chi non ha effettivamente idea di come andare avanti con la costruzione. Prende il metodo della serendipità (metodo a-scientifico), sperando che a conti fatti, a lavoro ultimato, un risultato ci sarà, seppur casuale. Un abete grondante un po’ nasconde che c’è sotto. Che è un falso abete. Tutto va bene. Ecco il punto: chi è rococò ti dice che l’arte sta un po’ dappertutto e che , anche se non è vero, va di moda fare gli artisti.

L’albero di Natale è fatto per tradire la psiche. Io, per esempio, ho deciso di non farlo più. Eliminato. Sta 365 giorni l’anno messo in belle scatole, tutte classificate, senza via di uscita. Rimani lì, non ti farò uscire nemmeno quelle due settimane di innaturale vita. D’altronde non devo colpire nessun ospite. Il punto è però un altro: la pigrizia è nemica. Ti fa chiudere baracca.

Gli alberi creati sono un prodotto della cultura e, parlando da marxisti, è una dei tanti feticci delle sovrastrutture che ci portiamo dietro. Oppure, platonicamente parlando, è la copia imperfetta dell’idea perfetta di Albero di Natale. Ancora, potrebbe essere, per Hegel, solo la prima parte della manifestazione dell’Idea che, poiché la Storia era finita con Napoleone, se ne deduce che l’albero di Natale di Napoleone sarebbe stato perfetto. Sempre che ne avesse avuto uno. Per un ecologista, gli alberi di Natale non dovrebbero esistere a patto che siano 1. Riciclabili 2. Ecosostenibili 3. Magari ti catturano anche energia solare. Per un liberale l’albero di Natale è l’equilibrio tra domanda e offerta. Ogni famiglia se lo compra come le pare perché lo Stato non ha materia in legislazione. Per i conservatori, l’albero è simbolo della famiglia e della gerarchia piramidale connaturata alla società; ha quelle palle antiche attaccate lì a dare il loro magistero.

Insomma, ragazzi, avete capito che potete fare l’albero di Natale davvero come volete, basta un po’ di fantasia! Alla prossima con il prossimo Scart Attack! (liberamente tratto da una puntata a caso di Art Attack)

Buon Natale!

PS : dal titolo : …perché ancora vivono in casa.

De-generazione

Io , a differenza degli altri, non faccio parte di una generazione particolare. Non ho visto andare l’uomo sulla luna, né ho visto cadere alcun muro. Al massimo due torri. Che poi di muri, ce ne sono altri, come quello del pianto. Ma , ve lo posso assicurare, non è solo a Gerusalemme.

Comunque, parlo di altri muri. Me ne sono accorto l’altro giorno. Camminavo più o meno sull’imbrunire, erano quasi le otto. Una donna alla sua amica: “Ancora disoccupata?” “Sì, ancora”. Hanno qualche anno più di me. Mi sono accorto che esiste effettivamente la disoccupazione. Non che non sapessi che prima non esistesse. La disoccupazione è sempre esistita, ma non nella mia testa, non nei miei pensieri.

Sono uno studente, ma da oggi sono uno studente e disoccupato. Così fra qualche anno ci sarà scritto sulle carte d’identità. La disoccupazione fa parte della mia identità. Chi si chiama inoccupato è solo per motivi di politically correct. Conoscere da vicino che tra qualche anno anch’io sarò finalmente disoccupato ha determinato un cambiamento. Lo stesso che ho avuto quando appena compiuti 16 anni potevo tornare dopo mezzanotte. Non più Ritorna a mezzanotte, non più Stai a casa per cena.

Dopo i 16 anni lentamente quelle barriere sono cadute. Oramai torno quando e come voglio a casa. Ecco, scoprire che la disoccupazione esiste è stato come poter ritornare a casa a qualsiasi orario. Ma ritornare a casa in maniera diversa. Comincio infatti a vedermi, quando appunto sono a casa, come l’ospite di un hotel, ma con la differenza che i padroni non fanno caso mai al conto da pagare a fine settimana.

Benvenuto, si accomodi. La stanza da Lei prenotata è libera per altri 365 giorni. Mi aspetto i miei che mi dicano questo quando ritorno dalla festa di capodanno.

Volevo chiamarmi Batman! E anche essere Svizzero per poter mangiare tutto il giorno cioccolato!

Sono un disoccupato, non più uno studente esaltato con tante idee per la testa. Capisco mia madre, mio cugino, il mio amico. Mi sento di nuovo umano, ora che sono disoccupato. Fino ad ora non avevo ben compreso l’umanità. È che si condividono le cose, o quasi tutte. Tranne il lavoro, per esempio.

Però scusate, non posso fare troppo tardi. Oggi devo tornare a casa.

Difensori dell’orto

 

Difendiamo l’orto. Siamo dei soldati del nostro piccolo benessere , ma siamo degli sfigati insieme. Che poi però ritorniamo a casa, dopo esserci incontrati, ai nostri stereo, libri, libreria, amici, dischi. Ci accontentiamo, detto tecnicamente, anche perchè la rivoluzione si stoppa nel momento dell’aperitivo.

Poi la preoccupazione per la maggior parte è Mi sistemo. Non ‘io posso cambiare’. Io cambio.

Cosa ti possono dare quei giovani? Chiediamocelo.

Cosa pensano quei giovani?

Quanto sono differenti quei giovani?

Sono tutti uguali, questi giovani?

In che realtà vivono quei diversi giovani?

Come vivono quei giovani diversi?

Quale cosa nuova sono i nostri pensanti giovani diversi!

Aveva difeso il suo giardino

I colori della libertà

 

Quell’angolo di quartiere mai era stato intaccato da alcun desiderio di bizzarria estetica, ma erano chiari i segnali di stanco convivere tra i membri della famiglia Raminghi. Un caldo pomeriggio, con l’afa ben delineata tra i piccoli anfratti del centro storico, la nonna della famiglia, la Signora Berta, affermò che il colore della casa era fuori moda e che doveva essere rinnovato. Il colore doveva essere palesemente il rosa.

Lo annunciò mentre si svolgeva il solito pranzo domenicale, consumato quasi in silenzio dai commensali famigliari, venuti lì per il solito calcolo delle eredità che per sincera passione per la cucina della vecchia arpia. Sebastiano , il genero, sorpreso nel sorseggiare un Cacchione di qualche anno prima, quasi sputò il contenuto in faccia a Roberto, fratello della moglie.

Che cosa stai dicendo? Farfugliò , quasi. Questa casa è orrenda, ma così lo diventerà ancor di più. Il colore dovrà essere un marrone cotto che si intonerà perfettamente con le altre case dei vicini. Interruppe la discussione Claudia, moglie di Sebastiano. Questa casa non si tocca e se si tocca si farà sentendo il parere dei vicini e delle autorità e del potestà, se necessario. Anzi, oggi pomeriggio sentirò anche il prete, forse dio potrà illuminarci di più. Sebastiano ruotò vistosamente gli occhi in segno di disappunto. Si sa che i panni sporchi è meglio lavarli in casa.

Lo stesso pomeriggio l’argomento divenne di pubblico dominio all’interno della cittadina. Si risvegliò il buon gusto di ciascuno, ma si sa che l’arte nasce dalle opinioni e che le opinioni sono mutevoli. L’imbarazzo sull’opinione della vecchia fu totale, le pressioni sui capimastri dell’edilizia divennero troppe. Il prete disse che dio in queste faccende non avrebbe messo piede, però un colore sul mattone spento non sarebbe stato male.

Parole sacre, disse la moglie. Si sa però che gli uomini sono destinati a disobbedire alle autorità, soprattutto a dio. Ecco i nuovi Adamo che si susseguirono, un partito fu finalmente preso. La maggioranza era d’accordo con un cotto, annacquato si disse, che poi non si sapeva bene che fosse, ma era per far dispetto a dio, alla vecchia arpia e lo stesso podestà che aveva accennato ad un rosso spento.

Viva la libertà, si sentì gridare per le vie. La situazione stava sfuggendo di mano, il capomastro dei futuri lavori della casa dei Raminghi era momentaneamente l’autorità riconosciuta. Demiurgo della nuova primavera di quel paesotto.

Il podestà gridò alla pubblica piazza nella domenica della Pasqua di quell’anno Voi siete dei pazzi! Ve l’avevo detto che era meglio rosso spento!

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