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Eccoti qui.

Eccoti qui, sdraiata. Sognante. Un corpo immacolato, il tuo. Che acquista un tendaggio di ingorda purezza, oggi, che è mattina, che è Natale. E i riflessi delle future campane di latta che ormeggeranno di alleluia i petti dei fedeli confluiscono nella fluviale schiena che imprime i seni sotto un intimo zerbino bianco. A vederti, saresti meta ambita delle formiche, che mai avranno percorso terricci più naturali. A toccarti, faresti vacillare il sandalo di qualunque male. L’ignoto, con te, diverrebbe miele succoso e colante. Nessun timore. Si lascerebbe il porto, ora. Pur sapendo dei pirati ad est. A chi importa. Non di certo. Eppure, mentre dormi rigetti nastri di salmone.

La vita sembra facile. E’ una balla certo, ma una balla in più cosa vuoi che conti. Una balla ti rende coraggioso, ed è l’unica bugia che regge le mutande da dinosauro che indosso. Dirò di più, sembra anche bella. La vita. Sì, grazie a te. L’ho detto? Effettivamente l’ho sentito anch’io. E’ così, ma non chiedermi di spiegarti altro. Semplicemente questa volta mi hanno spiazzato. Lassù, dalle parti del grande capo. L’ho insultato fino a seccarmi il gargarozzo che quel figlio di puttana mi ha spedito un pacco regalo col tuo nome, il tuo cognome, e il tuo culo. Con tanto di ricevuta di ritorno, tra le altre cose. Un ringraziamento è doveroso. Che ne pensi? Cosa vuoi pensare. Hai i tuoi sogni, ed è giusto che tu sia sorretta da questo piedistallo ballante. Finché. Ma non lo farai. Non prima delle undici di stamane. Hai la faccia stanca ed il sonno ha preso possesso delle tue narici. Avrai fatto tardi, ieri sera. C’era un bicchiere vuoto e uno che conservava ancora poche ninfee al suo interno, nel lavandino. Due giorni. Niente. Sebbene non abbia pensato altro che all’impronta del tuo essere nell’aria, che avrei inghiottito, se non fosse labile e polverosa come le strade di campagna. Il lavoro uccide, altro che rendere liberi. Sai cosa me ne importa dei quattro soldi piazzati in banca come soldatini di piombo sulla credenza? Ho la donna più bella del mondo ad un fiato da me e volete che io pensi a quei quattro soldi che puzzano di piedi, poiché qualcuno troppo premuroso non sapeva dove nasconderli? Avete errato. Dunque, tieniti forte. Ho ricevuto il trasferimento. Già. Così potremmo stare insieme e svegliarci insieme e dormire insieme e… Avevi ragione in fondo. Si è veramente su una montagna russa. Si respira il vento d’alta quota e si mangia la merda dei porcili. Dipende. Da chi? Da cosa? No, non importa. Mi costringi qui, su questo tappeto persiano comprato da quel marocchino che ce lo fece passare per autentico, ed è splendido.

Sono un alieno. La strana creatura poggiata alla scrivania della camera da letto che ti cova come un bozzolo, è un alieno. Ti guardo come uno di questi strani tipi che mi porto dall’infanzia tanto da assumerne le sembianze. Quando guardano il rotolo terrestre e pensano chissà quale stranezze articolate. Magari per loro siamo un pascolo o un tipo di pesce raro. Zuppa di umano all’indice. Ma il mio è un pensiero preciso, una palla da bowling che percorre una traiettoria ritta e impeccabile. Il risultato irrilevante. Ti amo. Voglio scrivertelo. Ecco, lo appoggio sul comò. Il foglio è un po’ stropicciato. Uno scontrino. Le migliori poesie vengono scritte sugli scontrini. Un ti amo fresco di giornata. Certo, da abbinare con una pasta calda, e un buon caffè, lungo macchiato e al vetro, come piace. Non svegliarti, torno, vedi che torno, il bar è qui sotto, ti lascio una sigaretta. Sul foglio. Dopo la ti e prima del amo.

Eccoti qui, sempre sdraiata, sempre sognante. Non ti sei neanche rigirata. Dormi, e non badi. Al tempo, sì. Quello atmosferico. Fuori c’è il sole, e le nuvole  si sono fatte piccole. Non si sta male. Ed a quello che passa, anche a quello sei indifferente. Te ne stai in pace. Non biasimo. Dovresti dormire più spesso. No, che dico. Ti perderai l’attimo. Farà la differenza. Certo che ne sono sicuro. Natale. È il trentaquattresimo. Trentaquattro modi diversi di vederlo e di viverlo. L’innocenza? Dove? Eccola lì che corre via reggendosi il soprabito. Cosa vuoi, è per tutti. Alla stessa maniera. Non possiamo farci niente in fondo. Prenditela pure con me. Hai bisogno di un capo espiatorio, fa pure. La colpa è tua. E’ mia. E’ sua. Chi se ne fotte. C’è colpa. Mancanza di buon senso, dici? Sarà. Credo che non faccia che imborghesire l’anima, il buon senso.

Eri, e non sei. Poteva succedere a chiunque. A noi. Non bramo la salivazione della tua lingua. Baceresti una carcassa? Così non baceresti me, fatto del putrido collante che ci tenne insieme. I ricordi, certo. Non li tocco. Conserveranno quel paesaggio romantico in cui mi permettevi di abitare. La boscaglia, attualmente, ha preso fuoco. Corri. Fa presto. Esci da questo bozzolo di filigrana, e confonditi le idee. C’è ordine nel cosmo. E dove questo erige le sue pretese, lì è più facile organizzare disordini. Con lo spirito, è ovvio. Ecco. Sì, sì. Il tuo spirito. Dov’è finito? Non lo sento più. Non l’ho più sentito. Sono andato via, per un po’ di giorni. Lo consigliano a tutte le coppie: “prendetevi tempo, vi farà bene.”

Sono tornato. Mi aspettavi? Sì, no, può darsi. Hai cambiato le carte in tavola. Le hai mischiate male. Hai guardato la mia mano mentre ero via. Qualcosa è successo, i conti non tornano. La patta non fa per me. Tienilo te il piatto. Ridammi il coraggio. Ce ne sono migliaia. Quelle navi non salpano più. Chi l’avrebbe detto, già. Tu di certo no. Risolvi tutto col dormire, e le biglie agli altri. Ho voglia di giocare a flipper. Lo so che sono un ragazzino: lo vedi qual è il punto? La chitarra di Hendrix del secondo minuto e trenta non ti lega al Mi bemolle del quinto minuto e due.

  Ho cinquanta centesimi. Il resto. Il caffè, fumante. La pasta calda, calda. Te la lascio, ok. Bevo il caffè. Lungo macchiato e al vetro. Una ciofeca. Che dirti. Svegliati, vado, vedi che vado, il bar è qui sotto, prendo la sigaretta. Fumo, non dispiacerti. Un ti amo, stantio, a mosca cieca. Dammi un attimo. Ecco. Sul foglio. Un non, un più. Prima della ti e dopo del amo.

La Rivoluzione Ruttista

Lo spread è un soltanto un rutto

Dire che il ruttismo è nato con la rivoluzione ruttista, sarebbe come dire che prima di Gesù non c’era un senso religioso. Questo era ciò che intendeva Kuntakinte quando disse che “La religione è il rutto dei popoli”.Quindi quando è nato il ruttismo? Prima di definire il movimento ruttista, dovremo porci il problema del rutto. Da sempre l’uomo ha cercato di dare un senso ai grandi misteri della vita. Respirando l’odore di certe caverne abitate dagli uomini primitivi, gli scienziati sono riusciti a stabilire la datazione di antichissimi rutti.

La comunicazione tramite il rutto si rivelò poi determinante nello sviluppo delle società civili. Dal mito universale del Grande Ruttatore che creò l’Universo alla spiegazione scientifica del Grande Rutto, possiamo vedere più fattori che coincidono anziché collimare. In fondo si tratta di due diverse visioni della vita: da una parte quella mistica “Egli li creò ruttatori, a sua immagine e somiglianza”, dall’altra quella più scientifica “Il Grande Rutto da cui originò la materia gassosa che ha dato vita all’universo per come oggi lo conosciamo”.

La rivoluzione ruttista, dal canto suo, non fa altro che liberalizzare il rutto, rendendolo da sacro un concetto comune per tutti. I famosi motti “Rutto libero” “Più rutti per tutti” e “Il rutto al potere” rimarranno sempre impressi nella storia moderna. Quella generazione, la generazione del rutto, i figli dei rutti, ha cambiato la storia della comunicazione, nel bene e nel male. Se oggi possiamo rispondere al telefono ruttando, è grazie a loro.

Se oggi possiamo fare rutti in pubblico (fino al 1968 era vietato: ricordiamo anche l’epoca del proibizionismo negli anni ’20, in cui erano applicate sanzioni severissime per i ruttatori clandestini, il mercato del rutto nero) di ogni genere, e se conosciamo perfino i cosiddetti rutti silenti, o trasparenti, è grazie alla rivoluzione ruttista, che ha riportato al centro del discorso civile la questione ruttista.

Certo, a una dettagliata analisi, la rivoluzione, come tutti i grandi moti, ha comportato anche dei fallimenti: molti ruttatori sono diventati schiavi del sistema, il rutto è diventato perfino un sintomatico simbolo fisico tipicamente conformista. In un mondo dove tutti sono liberi di ruttare, il rutto ha ancora un senso? Questa è la sfida del nuovo secolo: ridare al rutto quella dignità originaria a fondamento dell’umanità tutta. Ce la faremo? Non possiamo saperlo, ma ciò che possiamo fare è un ruttino al giorno. Con moderazione, senza esagerare i toni del discorso e del problema. Ruttatori, lo sappiamo, si diventa.

Fonti ruttografiche:

- Fenomenologia epistemologica della peristalsi aerobica, De Ruptis A.

- Dal rutto al rotto: etimologia della rivoluzione, De Paperinis

- Ruttismo ed evoluzione dell’uomo, Darwin Charles

Sono solo una pedina

Non c’è montagna più alta

Di quella che non scalerò

Agli occhi di un novizio la pedina è certamente la parte più sottovalutata nel gioco degli scacchi.

L’esperienza mi suggerisce invece che il destino di una partita dipende spesso da come si muove o non si muove una pedina, piuttosto che un alfiere, una regina, una torre o un cavallo. Magari non sarà una pedina a mettere sotto scacco il Re, ma tocca comunque alla fanteria avanzare nel fango casella dopo casella.

La pedina mi ha sempre affascinato per questo suo muoversi lento e significativo, per questo senso del sacrificio più ardente che non in tutti gli altri pezzi, per questo suo non uccidere l’avversario in modo diretto ma sempre nella più prossima casella in diagonale: obliquità della lama assassina che scivola furtiva nella gola del nemico.

Del resto se gli scacchi fossero un’opera narrativa, ed in effetti lo sono dal momento che ogni partita è il racconto di uno scontro sanguinario, la pedina sarebbe l’unico personaggio non a tutto tondo ma potenzialmente capace di un’evoluzione.

Infatti, una volta arrivata nell’orizzonte delle file nemiche, i suoi sacrifici vengono ampiamente ricompensati. La pedina si elegge a torre, ad alfiere o persino a regina contestando quel ruolo che sembrava fino a un attimo prima un’esclusiva dinastica dei pezzi superiori.

Ma questo premio infine risulta per certi versi anche una condanna.

La pedina perde quell’originaria libertà degli umili per assurgere ed incarnare a un ruolo dal quale non potrà più sfuggire, se non con la morte. In un certo senso quando i poveri diventano ricchi, quando i vinti diventano vincitori, si perde qualcosa nel passaggio.

E questa è stata la storia di molte rivoluzioni: una sostituzione di persone sul carro dei vincitori, ma non di ruoli.

Una volta al potere, la potenzialità è finita, si cristallizza e si eclissa.

Morirò pedina. Morirò libero.

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Dulcis in fundo: ecco qui il link della registrazione dell’intervista agli autori presso gli studi della web radio Radio Libera Tutti  :

Intervista agli autori

dove tra l’altro potete trovare qualche assaggino…

Cosa vuoi diventare?

A volte sono proprio stanco del mio mondo.

Di tutta questa letteratura, di tutte queste maledette parole che non servono a niente.

Di tutta questa cultura farlocca per radical chic incontentabili o troppo accontentati al punto che hanno rinunciato a trovarlo, un senso.

Ci vuole sempre del coraggio per trovare un senso, per cambiare davvero, per rivelare un’altra parte di noi.

Ecco domani voglio svegliarmi con altre abitudini, con dei tatuaggi, con qualche piercing, uguale a ieri e diverso da oggi.

Un’altra vita, e poi un’altra ancora, perché non mi basta una vita sola.

Basta Maya e rivoluzioni.

Se molti si sono lasciati andare la colpa non è loro: è dei Maya.

Il lassismo oscurantista che serpeggia funesto in Europa si regge su “Tanto fra meno di un anno finisce il mondo. Lo hanno detto i Maya.”

Poi però, nel dubbio, anziché affrontare la vita con filosofia e leggerezza, oppure con una visione tragica delle cose, restano introiettati in un limbo di ombre, vagando tra chi interpreta la profezia dei Maya come la fine di “un mondo” per l’inizio di un altro, e chi invece parla della fine dell’unico mondo possibile, aggiungendo catastrofismi a go-go.

Ciò di cui invece occorre tener conto è che se vuoi una vita migliore, una vita diversa, non sarà lo Stato o il Presidente del Consiglio a farti questo regalo, né i compagni di partito o i colleghi di lavoro.

La rivoluzione inizia dentro di te e dentro di te deve terminare o perpetuarsi.

Io non voglio cambiare la Storia e rifiuto, per una benedetta volta, di adeguarmi a un lessico aulico che richiami valori di identità nazionale.

Potrei cucire un testo che sia l’esatto contrario di questo, ma non sarebbe veritiero.

Viene prima l’ homo, poi il civis. Ciò non vuol dire che dobbiamo rinunciare al cambiamento, ma non possiamo farlo in modo rumoroso. Ho sempre diffidato dei gridi rivoluzionari, mi sono sempre fidato delle parole bisbigliate nell’orecchio dalla persona amata.

Un rivoluzionario.

Ho dei precisi diritti e dei precisi doveri.

Non sono un rivoluzionario, e nel mio “non esserlo” lo sono certamente molto di più di quanti, “sembrandolo”, cadono nel tranello del “cambiamento”.

Non innamoratevi dello Stato, o dello stato delle cose, della nazione, degli ideali importati dall’estero e svenduti al saldo, dei complottisti e di chi cavalca l’onda dell’ultima ora, della paura del futuro e della paura della mancanza di prospettive economiche giuste, infine della paura. Rifiutiamo l’idea di una vita di inutili affanni.

Innamoratevi dei sacrifici.

Innamoratevi della saldezza dei princìpi e del metodo del dubbio.

Innamoratevi degli occhi di vostra madre e di vostro padre.

Innamoratevi della vostra vita, perché è l’unica che avete.

I Maya, che se ne andassero a fare in culo.

La livella storta

Entrando nella metro, io ed un altro, non meglio precisato, tanto non ha importanza, ti ho visto nella metro. Ci conoscevamo, buoni amici, ma mi sono sorpreso, ti ho trovata altra. Ho trovato che eri storta. Proprio storta. Non si trattava di bruttezza, di poco gusto estetico, di respingere determinati canoni estetici. La tua stortura  mi opprimeva.

Non me ne ero accorto fino ad ora. Avevo coltivato un’immagine di te che portava essenzialmente al mare. Portava al mare perché era essenziale, cioè l’avevo protetta dal tuo involucro di stortura. Avevi begli occhi, davvero: miele di castagno appena colato nel barattolo, con quei tenui cristalli di luce rappresi e venature rosa. Non lo scrivo per dare un’attenuante, anche perché al mare non si guardano i particolari, non si contano le gocce. Al mare si guarda alla linea di marea. Storta.

Un occhio leggermente più su dell’altro. Una goccia. Un occhio poco più chiuso dell’altro. Due gocce. Davvero mi stavo sbagliando, forse, o credo sia solo un’impressione. Forse sono i pazzi che poi salveranno questo mondo. Forse vi sto solo raccontando la mia di pazzia e io non sto affatto salvando il mondo.

Ti avrei potuto dire, vecchia mia come stai? Ti avrei potuto dare una pacca sulla spalla e dire ciò che volevo, che non possiamo scegliere le nostre compagnie, oramai, perché c’è la crisi e siamo scelti. Che l’impotenza ce la insegna l’università , che le avventure hanno ottime scuse per non essere intraprese, che è meglio tornare a casa perché i viaggi meglio lasciarli fare agli uomini e alle donne che non sanno che significa approdare perché il viaggio è finito, che la casa con la crisi vale di più se è di proprietà. Ti avrei potuto dire tutto questo, ma con una china che ti si versava addosso con la tua stessa linea.

Eri la mia tristezza, ma c’era qualcos’altro che stava andando storto. Era tutto il resto che era storto, che tu eri l’unica dritta perché effettivamente avevi qualcosa da dire dritto, che la metro era storta. I tuoi occhi nulla di diverso dal solito.

Terza goccia.

La livella non è più sufficiente per dare senso al mondo, caro Totò. La livella ho deciso di trovarla lì sotto, nella metro. In vita.

Volevo un uovo alla coque

Dunque non si inizia mai un discorso con “dunque”. Ma fino a un momento fa non sapevo che avrei iniziato o scritto un discorso. La vita è imprevedibile.

Dunque tu vuoi un uovo alla coque. E cominci a preparartelo, conosci la ricetta, niente di complicato. I gesti ti vengono del tutto automatici, talmente è la forza dell’abitudine a prepararti uova alla coque.

Butti l’uovo nell’acqua bollente e lasci cuocere due o tre minuti, come al solito. Come ogni giorno della tua vita quando hai deciso di farti un uovo alla coque.

Quel tempo è appena sufficiente per finire preparare l’insalata, tagli due o tre pomodorini, un po’ di sale, dell’aceto. Ti regoli. Dai una bella smistata. Il pranzo è quasi pronto. Spegni l’acqua ormai bollente.

Ecco. Quando vai a scoprire l’uovo, la sorpresa. Non è un uovo alla coque, ma un uovo sodo.

Tu volevi un uovo alla coque, ma quello che hai ora sul piatto è un uovo sodo. Ora i casi sono due: o ti prendi quello che ti è capitato o lo butti.

Chi lascia la via vecchia per la nuova…Ma non dai tempo alla vocina della tua mente di ripetere tutto il vecchio adagio popolare. Hai deciso.

Non più uovo sodo. Uovo alla coque. Ripeti il tutto e stavolta fai più attenzione. Già che ci sei aggiungi dell’aceto all’insalata.

Ecco, ora hai un perfetto uovo alla coque. Hai anche il tempo di spalmare le tartine con il burro. Niente di meglio.

Quando vai ad assaggiare l’insalata, c’è troppo aceto. Avevi dimenticato che già avevi messo l’aceto e ora, per i tuoi gusti, ce n’è decisamente troppo!

Ti accasci e prendi in considerazione un fatto, cioè che il pranzo non sarà mai perfetto, non sarà mai quello che esattamente volevi. E così la tua vita non è stata altro che un sogno ad occhi aperti, anzi un incubo. Perché solo gli incubi sono lontani dalla realtà delle cose. Troppe aspettative deluse, troppi pranzi programmati, troppe uova alla coque.

E poi è davvero l’uovo alla coque che volevi?

Improvvisamente, sarà l’aceto, sarà qualche altra cosa dentro di te, il sapore dell’uovo alla coque non è più così buono. Forse era meglio l’uovo sodo. Forse era quella la novità.

Guardi l’uovo sodo nel secchio della tua differenziata. Troppo tardi per riprenderlo. Nella vita è questione di attimi. Se perdi l’attimo, potresti ritrovarti a credere di amare solo uova alla coque…ti sei negato una possibilità. Solo ora capisci che Michelangelo aveva ragione a “non finire” la Pietà Rondanini. Aveva capito la fugacità infinita del tempo. Lo aveva fermato.

Guardi il frigo. Non ci sono più uova. E poi non hai più fame. Lo stomaco è chiuso. Domani, domani mangerai un uovo sodo, forse…

Gramsci al cesso

Come distinguere un bagno di Scienze Politiche.

Consulenti d’immagine al telefono

 

Si rilassi, deve soltanto rimboccarsi le maniche. Rimboccarsi le maniche la farà star bene, si figuri, sarà una passeggiata. È un ottimo slogan, studiato dai più esperti psicologi. Sì. Sì, non si preoccupi ci pensiamo noi. Sa com’è la gente. Deve avere un’idea, un’immagine, avrà davvero la certezza che lei stia facendo davvero qualcosa. Cioè , no, non volevo dire che lei non fa niente, volevo solo dire che pare che faccia più di quello che fa, che già è molto.

Ha, ha, le ho detto che può andar tranquillo, stile più sciolto, parlata veloce, deve far vedere l’incazzatura che ha con me quando non trova l’ufficio in ordine. Uno stile un po’ più young, così va di moda. Non si finisce mai di essere giovani, non che lei sia vecchio per carità, ma sa… la maggioranza è davvero convinta che il botulino sia per tutti , sì come no, e che magari riescano anche a pagarsi il viaggio sulla luna.

Non voglio essere sfrontato, sì , ha ragione, ma sa ogni tanto le parole scappano, come curatore della sua immagine non posso esimermi dal fare critiche e dare consigli, purtroppo viviamo in una brutta società. C’è chi crede di cambiare il mondo senza rimboccarsi le maniche! Chissà cosa pensano le persone! Tutte questi idioti, sì, sì, a correre avanti e indietro, come formiche per un lavoro. Ce n’è fin troppo di lavoro! È la gente che non vuole lavorare. Ma mi raccomando, questo non deve uscire dalla sua bocca, lei deve stare dalla loro parte, solo così li conquista.

Mmm, mmm, sì , ho capito. Allora , ricapitoliamo: anche lei  mangerà con questi precari, si rimboccherà le maniche, farà discorsi sui giovani, rassicurerà i nostri cari nonni e il gioco è fatto. Lei deve fare qualcosa, semplice no? Mi pare intuitivo, quasi palese fare qualcosa al giorno d’oggi. Deve essere occupato, pieno, virile. Gli stereotipi vanno a gonfie vele , oggigiorno.

Perciò, mi raccomando. No all’aria da minchione, ma neanche da volpone. Una  camicia bianca e un po’ gualcita, ma non troppo. E per dio, si tolga quella faccia annacquata. Ci serve carattere, determinazione! Faccia qualcosa! Si ricordi, si rimbocchi le maniche, è essenziale!

Ah, ha-ha. Okay, a presto. Mi faccia sapere.

Ripensare la crisi

Piuttosto dovremmo vedere la crisi come un momento di apparizione della verità. (tengo a sottolineare che piuttosto presuppone un lungo discorso precedente abbastanza noioso che avrebbe dovuto controbattere questa semplice posizione, ma siccome va di moda il pensiero unico, lo adotto anch’io in questo articolo checché i nostri più fedeli collaboratori di ciurma siano appassionati di un corretto uso dell’italiano e facciano smorfie verso il ‘checché’. Dunque punto a capo)

La crisi dovrebbe essere, anzi, il momento di restituzione della stessa, il momento in cui tutto ciò che era stato occulto e faceva parte di quel generico bene che scorre ogni giorno e in cui presumiamo essere si svela come un’accozzaglia di tante realtà che, per caso, trovavano il proprio strutturarsi in bene. Ovvero, detto diversamente: la crisi scopre le carte.

La crisi deve appunto essere il momento in cui le realtà che avevano giocato pulito riemergano. Dicano: eccomi, sono pronto a vincere. Perciò è nella crisi che si misura il genio perché il genio presuppone una cesura, una rottura con la realtà borghese, ordinaria. La crisi richiede genialità che si ritrova proprio nella borghesia del pensiero. I rapporti , per un breve periodo vacillano, cercano nuovi equilibri. I nuovi equilibri superano il medioevo: i medioevi sono periodi non solo di passaggio, ma momenti di preparazione, di fermento, di brio occulto. Ecco che la crisi c’è: dà modo alle energie inespresse di essere rilasciate.

Certo: le crisi fanno male. Vallo a dire alla classe media greca e a quella italiana. Fanno male perché costringono il pensiero in una nuova direzione e lo costringono a pensare alla dimensione vecchia in modo diverso.

Il pensiero unico, oggettivizzante richiede un nuovo soggetto che lo pensi. E che lo pensi diversamente. Può occorrere molto tempo prima che il pensiero si superi di nuovo, anche perché deve fare in modo di mettere i piedi in un terreno paludoso. Non può continuare a puntellare qualcosa di vecchio.

La faccio troppo lunga? Forse. Di medioevi ne scorrono molti e, ripeto, dovrebbero essere visti positivamente, con il dolore della sopportazione e dell’inventiva.

Purché non si rinunci, purché non ci si concentri solo sui problemi, quanto sulle soluzioni.

Mentre facevo la cacca

Scusate, ma per il momento, per quanto mi sforzi, non mi esce niente di meglio.

It’s like the same shit just happens over and over, then in a week it just all resets until it happens again. Every week it’s kind of the same story in a different way, but it just keeps getting more and more ridiculous. We just seem kind of shitty.
 South Park s15e07

Ho pensato a tante cose mentre ero seduto sul cesso e la mia faccia si contraeva in un’ indicibile espressione di piacere.

Probabilmente, mentre facevo la cacca, non ho risolto il Teorema di Fermat, né ho trovato una nuova fonte di energia rinnovabile.

Mentre facevo la cacca, ho pensato a te. Ho pensato a te, dentro l’urna elettorale che decidevi il futuro del nostro paese.

C’è voluto un po’. D’altronde non è un mistero. A forza di mangiare per anni la stessa minestra sei diventato stitico. Cosa del tutto naturale che a mandar giù sempre la stessa…roba, vengono a mancarti apporti che in una dieta dovrebbero invece essere tutti previsti, in modo equilibrato.

Mentre facevo la cacca ho pensato anche ad alcuni programmi tv. Ci pensavo mentre leggevo la composizione di alcuni detersivi, e sapevo, in cuor mio, che quei detersivi poi sarebbero finiti nelle fogne, e poi dalla fogna sarebbero passati nel mare, e passa oggi, passa domani, vuoi vedere che prima o poi il mondo diventa più pulito e profumato?

Un bel profumo di … pulito.

Mentre facevo la cacca, ho pensato che momentaneamente avevo risolto il problema della disoccupazione. Se ci pagassero per la cacca che produciamo ogni giorno, il tasso di discuccupazione si abbasserebbe notevolmente, e molti posti precari diventerebbero fissi. Poi però ho pensato anche che molti vengono pagati molto bene per la cacca che fanno ogni giorno, e quindi c’è cacca e cacca. Le cacche non sono tutte uguali.

Mr. Hankey

Si tratta delle mattonelle. C’è chi mentre fa la cacca fissa mattonelle da un euro, magari comprate al fai-da-te. C’è chi invece mentre fa la cacca fissa mattonelle da duecento euro. E mica se l’è fatte da solo, quelle mattonelle.

Però tutto sommato io ero contento. Ero contento perché almeno la cacca, quella, era mia. Nessuno poteva dirmi niente. A ciascuno la sua cacca. Solo che poi un giorno le cose iniziano a cambiare. Vengono alla mia porta, io interrompo la mia attività quotidiana, apro e entrano questi signori vestiti di nero, con le uniformi e mi dicono “Lei fa la cacca?” E io, che sono sempre stato un cittadino onesto, dico “Si, io faccio la cacca, come tutti gli altri cittadini.” “Si, ma quanta cacca fa?” E io, modestamente, sparo lì una misura, un qualcosa. E loro scrivono. Io dico “Tutto qui?” “Lei fa troppa cacca. Lei pagherà in base alla cacca che fa.” E io, che sono sempre stato un cittadino onesto, dico che va bene, pagherò.

Poi però vanno dal mio vicino, quello con le mattonelle da duecento euro, e anche a lui chiedono quanta cacca fa. E quello dice che non fa cacca. Ma come è possibile – penso – se passa tutto il giorno al bagno? Lo sento perché tira spesso lo sciacquone! Ma loro non battono un ciglio, anzi si complimentano con lui e dicono “Eh, ce ne fosse di gente come lei!” E tutto finisce lì.

Quando vado a dormire penso che va bene così. Che anche oggi sono stato un onesto cittadino. Domani mi alzerò e tutto sarà uguale a prima, rassicurante e profumato.

Mister Hankey

Lo strip tease dei diritti #9

Nota a margine: riprendiamo un argomento di cui abbiamo discusso tempo fa che per diverso tempo è stato dimenticato. Abbiamo ripreso contatto con le operaie di una vicenda che non dovrebbe esistere.

Tacconi Sud, Latina, 3 giugno 2011

Siamo giunte ormai vicine alla data che porterà il nostro datore o un suo legale rappresentante  nel  tribunale di Latina.

Il 9 giugno.

Allora saranno trascorsi 142 giorni d’occupazione della Tacconi Sud.

Il presidio per chi vi entrasse ora ha le  pereti ricoperte di messaggi, note, fogli dei turni, articoli dei giornali che amiche giornaliste hanno scritto, i disegni dei nostri bambini, delle domeniche e delle feste trascorse.

Questo presidio sa del tempo delle nostre vite che abbiamo fermato in nome del diritto dei diritti, il diritto al lavoro e alla dignità che deriva da questo, in nome di quella legge che abbiamo sempre rispettato e che mai nella nostra vita avremmo immaginato di violare per avere giustizia.

Questa esperienza ha cambiato per sempre le nostre vite, perché la prova di forza che abbiamo dovuto sostenere è stata molto più grande di noi.

Adesso che è giunto il momento decisivo abbiamo bisogno di cercare ancora una volta l’abbraccio difficile con questa città, che non abbiamo cambiato con questa lotta, ma alla quale lasciamo una traccia della nostra storia.

Di come un gruppo di donne in un giorno freddo di gennaio, in mezzo a mille difficoltà hanno “scelto” perché non hanno avuto “scelta”.

Non ci sentiamo delle eroine, perché non abbiamo mai smesso di avere paura e non della notte al presidio, ma di tutte quelle cose che hanno attraversato questi mesi di domicilio coatto. Del “non senso” che saliva nei nostri cuori tutte le volte che un turno restava vuoto, perché non è stato facile restare insieme e continuare a credere d’essere nel giusto. Può apparire strano, ma è più difficile confidare nella propria resistenza che nei propri principi l’hanno animata, la prima è la misura dei secondi.

Così tanto più si crede in un principio, tanto più si trova il coraggio per resistere all’evidenza del contrario.

Vi aspettiamo davanti al tribunale di Latina il 9 giugno mattina, vi chiediamo di restare con noi in attesa, di stringervi intorno alla nostra speranza…

Ringrazio tutte le mie colleghe, tutti i loro compagni, i loro figli piccoli e grandi, gli amici tutti nei ruoli diversi che hanno diviso con noi parte di questo percorso, le amiche giornaliste, insieme ai loro colleghi tutti, in particolare quelle che hanno perso il lavoro in queste ore, il presidio è andato avanti  anche grazie a loro, se continuarlo dipenderà dalla decisione di giovedì…..

Rosa Emilia Giancola

Kose che non kapisko

Ci sono cose che non capisco e a cui nessuno dà la minima importanza (cit. Caparezza)

Prima di tutto chi riempie.
Persone che ti riempiono il piatto creando la tipica “montagnozza”. Ecco, la catena alpina a pranzo è qualcosa che mi fa davvero innervosire. Ammesso e non concesso che si abbia fame, la base della fame (a un livello medio: non è questa la sede per discorsi sociali) è l’appetito. La montagnozza distrugge l’appetito, l’abbondanza annulla il desiderio. Invece il piatto va “riempito” con erotismo, la portata deve essere in grado di suscitare la successiva portata, il desiderio è una catena, un fuoco sotto le braci che per mantenersi vivo non può bruciare d’un colpo, ma deve avere una durata, un’affidabilità, un efficace rimescolamento dei carboni.
Poi ci sono quelli che riempiono le discariche di rifiuti tossici nell’indifferenza generale dei governi, un argomento del quale ho sentito così tanto parlare che non riesco a…sentirne la problematica. Ecco, questa è un’altra cosa che non capisco. Io vorrei indignarmi, ma non ci riesco, mi mancano le energie. Io sono assuefatto a tutto questo. Questa mole di informazioni ha su di me lo stesso effetto della montagnozza di pasta…perdi il sapore, l’appetito. E non riesci nemmeno a distinguere in questa sovraesposizione di informazioni quelle utili da quelle fatue, le lacune gravi da quelle innocue.
Non capisco perché le salse, ai fast food, una volta le davano gratis e oggi invece ti chiedono a parte se le vuoi, come la busta, al supermercato, per portare a casa la spesa.
Non capisco perché non ci si accontenta mai e non si desidera mai quel che già si ha.
Non capisco perché i giornalisti debbano commentare, anche solo con un sorriso o un gesto, una notizia: ho nostalgia di quei giornalisti imparziali che riuscivano a parlare con tono grave anche della festa del Natale (forse soprattutto del Natale…)

Poi c’è chi svuota, quasi dimenticavo.
Non capisco come fanno certe persone che ogni volta che se ne vanno ti lasciano un grande vuoto, e se ne vanno, a volte, anche mentre stai loro davanti, anche mentre parli loro. Non parlo pertanto di eroi (beato chi non ne sente la mancanza) o grandi cantanti: quel tipo di assenza è critica, ma recuperabile. History must go on. Parlo di chi sa mancare, e perché sembra essere questo l’elemento costitutivo dell’amore, e siamo di nuovo al desiderio, all’eros.
Non capisco perché abbiano inventato la felicità, e mi ricordo di questa invenzione solo quando sono triste. E quando mi sento felice, vedo nuvole grigie all’orizzonte. E tra quelle nuvole e quel sole c’è un campo di infinite sfumature.

Ma poi: è davvero importante capire tutto, o alcune cose sono “destinate” a restare come sono?

Okay, mandiamo a nanna questa malinconia, gente. Incazzatevi perché la verità è che ci sono troppe cose che non capiamo. Perché una manifestazione pacifica viene respinta con i manganelli? Non lo capisco. Perché il Parlamento…il resto già lo sapete, non fatemi scrivere cose ovvie. Non capisco: se sono cose così ovvie, perché non capisco? Non capisco perché non capisco.

Non capisco: perché non capisco? Non capisco. Ci cose che non sono semplicemente “capitate” e non vengono capite.

Primo diritto fonda(mentale): disporre degli strumenti per capire.

Secondo diritto/dovere: capire.

Terzo diritto: cambiare le cose.

Aumentaci le dosi – J Ax

Lo strip tease dei diritti #8

Nota a margine: più festa e meno donna (?) Proseguiamo con la pubblicazione delle note dell’occupazione della fabbrica Tacconi Sud a Latina effettuata da 29 donne. Quello che leggete è uno spaccato di reale, non di blog.

Latina, Tacconi Sud, 04-03-2011

Dopo una  pausa forzata alla quale il mio fisico mi ha costretta dal 24 febbraio  al 3 marzo torno a scrivere le note che hanno accompagnato l’occupazione della Tacconi Sud. Tento di fare un bilancio.

Ad oggi dopo 43 giorni di occupazione 24 ore su 24 siamo alla seguente situazione: i nostri profili per la domanda di CIGS presso l’inps sono stati inseriti dal ex consulente aziendale compilati dalle sottoscritte per poter velocizzare l’operazione che si è conclusa il 23 febbraio 2 giorni prima della data di scadenza. Grazie all’intervento della stampa locale e delle giornaliste che hanno intervistato e ripreso la nota del 20 febbraio “staccano la spina”, l’interruzione  dell’energia elettrica è stata per il momento scongiurata. Non c’è stata nessuna trattativa  con il nostro datore, è da novembre che non percepiamo lo stipendio e nè al momento l’assegno di cassa.Alcune di noi hanno trovato lavoro, un breve contratto, ma continuano il presidio, dopo il lavoro offrono il loro poco tempo libero alla nostra lotta.

Il loro punto di riferimento è per il momento ad una battuta d’arresto, in fondo le “eroine” non fanno le operaie e non rischiano mai il disonore della fragilità fisica! di loro ho sempre pensato che possono cavarsela da sole! hanno solo bisogno di sapere che c’è qualcuno in grado di tradurre il loro pensiero, del resto hanno fatto quello che è stato insegnato loro…”essere delle brave ragazze”…..”studiare quanto basta ad una donna”…..”saper fare un mestiere”…..”essere brave mogli e  mamme”…..a  guardare bene nel 2011 certi stereotipi non sono così cambiati!

Senza rendermene conto, ho dato loro e mi sono data la possibilità di dirlo. Di dire ad alta voce e in diverse metafore…”ecco noi siamo quelle che hanno sempre fatto quello che c’era da fare,assumendo il ruolo che questa società “consiglia” alle donne come noi , non  ci siamo mai ribellate, abbiamo badato ai figli e ai nostri genitori, abbiamo subito l’umiliazione di non essere mai state sufficientemente presenti alle riunioni scolastiche e nella vita sociale dei nostri figli, perchè troppo impegnate con in lavoro!

In un Paese che non riesce a programmare nulla dalle 17.00 in poi! orario di fine lavoro per la maggior parte degli operai! Certo dovevamo imparare a “conciliare” basta saperlo ed essere informate, per essere presenti in una società che da sempre esalta il libero arbitrio e la “scelta” delle donne!  E  che rimanda un’immagine di noi così rampante,aggressiva, sessualmente disponibile e ferocemente giovane! Noi siamo donne di mezza età! un termine che fa rabbrividire in questi tempi così protesi all’esaltazione della giovinezza, nello sforzo mediatico di far apparire un’ immagine della donna che non c’è nel Paese reale.

L’immagine reale  della donna è così drammaticamente diversa in ogni spaccato di realtà che viene da chiedersi quale forma di dissociazione abbia colpito la maggior parte della gente e in molti casi le stesse donne! e per tornare alla nostra “piccola ribellione” caldamente sconsigliata, perchè le donne come noi hanno ben altre cose da fare!

Questa è apparsa oggi a molti come un gesto sensato e nello stesso tempo staordinario, per noi a dire il vero l’unico possibile. Dal mio bilancio non sembra emergere molto, del resto le garanzie offerte da questo tipo di  azioni non hanno sempre gli allori attesi, dobbiamo continuare il presidio per tutto marzo, questi i tempi di attesa che i nostri avvocati hanno strappato all’organizzazione giudiziaria che vedeva fissata la nostra udienza per giugno!

Si procede lentamente. La calma di questi giorni è stata rotta solo dalle telefonate delle colleghe, le quali  accertandosi del mio stato di salute mi rassicuravano che avrebbero tenuto duro in mia assenza e che non si erano pentite di aver intrapreso questa avventura.

Martedì prossimo sarà l’8 marzo e anche l’ultimo di carnevale, ironia della sorte, anche il calendario sbeffeggia la giornata simbolo della donna, voluta da Rosa Luxemgurg, allora era il 1908 e morivano in un  rogo 129 donne e alcuni bambini al seguito di queste, il fuoco fu appiccato dal proprietario( anche se alcune versioni sostengono sia stato un incidente) in realtà queste avevano fermato i telai chiedendo migliori condizioni di lavoro, era l’epoca delle filande e il tessile era per definizione il “comparto” del lavoro femminile.

A 103 anni di distanza da quell’evento la strada del diritto femminile sembra un’autostrada a tre corsie, con molte stazioni di servizio che offrono una rivisitazione dell’argomento, soprattutto in Italia dove la nostra condizione giuridica ai primi del ’900 era nella definizione “accessorio del Capo famiglia” la “C” maiuscola indicava il rapporto di  subordinazione allo stesso. Oggi tutti convengono che  le cose stanno diversamente anzi….qualcuno azzarda l’ipotesi di  un’ “eccessiva e nociva libertà” come se quest’ultima fosse una “gentile concessione” sempre passibile di revisione trattandosi di “accessorii” .

Sono le stesse donne, spesso a precisare di non avere a che fare con le conquiste “femministe” catalogando il tutto come eccessivo ed improprio alla natura femminile. Chissà perchè la libertà è sempre guardata con sospetto,e forse è questa la ragione di ogni dittatura, perchè alla fine è meglio delegare per non rendersi responsabili delle proprie azioni e della propria capacità di giudizio e la conseguente critica a chi agisce per nostro conto. Sarà per me un bell’ 8 marzo che trascorrerò alla Tacconi Sud.

 

Rosa Giancola

 

Chi lotta può ancora perdere. Chi ha smesso di lottare, ha già perso -Ernesto Che Guevara

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