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La solitudine del capotavola

C’è un posto particolare quando ci si siede a tavola in comitiva: quello di capotavola.

Di solito si dice anche “Chi siede a capotavola paga per tutti!”, modo di dire che non è esente dalla tradizione storica che a lungo ha designato la croce e delizia di queste mangerecce in compagnia.

Vero anche che la Storia dimostra il contrario: chi ha pagato non è il capotavola, ma gli esclusi dalla tavola!

Ciò che spesso viene sottovalutato è la condizione esistenziale propria del posto riservato a “capotavola”, e cioè la solitudine del capo(tavola).

Sebbene chi sieda in una posizione tale da poter ammirare l’intera platea di bocche intente a parlare e masticare appaia al centro dell’attenzione, nello stesso tempo la sua posizione di “controllore” o di foce/sorgente del fiume lo relega a figura solitaria del simposio.

Il capotavola assurge a funzione catartica del flusso di cibo e bevande, degli sguardi che da lui/lei sono calamitati e subito perduti, perde qualità, interesse, diventa quasi una sorta di fondale.

La stessa solitudine che permea i leader, pericolosa e fragile, perché un uomo politico solitario è finito. Altrettanto quello religioso o sociale in genere.

Il carisma del capotavola è destinato ad essere perso. Verrà interpellato di tanto in tanto per qualche battuta, e lui potrà decidere se limitarsi ad osservare la scena, registrare e convergere i dati, oppure cambiare posto.

Forse il buon politico ruota intorno al banchetto, ascolta le varie posizioni, rifugge dalla solitudine di quel trono lontano.

O forse il capotavola è soltanto un’illusione, un paradosso della geometria euclidea, un errore nella sintassi. D’altronde qualcuno disse “Gli ultimi saranno i primi.”

Silenzio TAV

La TAV assomiglia a un’epidemia o a un incidente nucleare: dopo un po’ nessuno ne parla più.

LOLworld

” LOLworld, this is me. Life should be fun for everyone” – Spice Girls

- Mica erano le Spice Girls

- Ma LOL

 

“Un articolo assolutamente senza senso”  - The Times

Arrivi ad un punto della vita in cui dovresti proprio mettere un LOL sul mondo. Non importa cosa diamine significhi, ma servirà a varie evenienze.

Innanzitutto capire che LOL indica il contenuto stesso del mondo, partendo dal fatto che non ne ha nessuno. LOL sarebbe, per questo, un’improvvisa forma di liberazione dalla catena di responsabilità che ci portiamo addosso e che, di fatto, non accettiamo e nemmeno sappiamo portare bene. In fondo da questo nascono le catene metallare della responsabilità.

Il LOL potrebbe benissimo essere assimilato all’epifania (=improvvisa rivelazione) per cui nulla ha senso. L’importante è riderci su, come mostrava saper fare qualcuno nel governo scorso.

Mondo LOL, per esempio, si potrebbe inoltre lanciare come alternativa a ‘Mondo CANE’ oppure ‘Cane di un LOL’.

Aprire il franchising LOLbuster eviterebbe inoltre film contro la depressione: ci avreste mai pensato? Ecco perché difendo così strenuamente la dottrina del LOL. Nel mondo del qualunquismo, infatti, meglio far passare il resto come spergiuri ad esso , piuttosto che varianti del primo. Ecco perché sono in procinto di fondare il lollismo. E non datemi del lollista, però.

Mai sentito parlare inoltre dei lollisti all’interno del Parlamento Europeo? Loro sono dei master e precursori del lollismo delle nostre LOLdemocrazie.

Considerazione ultima:

Costruisci un LOL intorno a te.

Ci sei sempre stato

Più ti guardo e meno lo capisco quale giro hai fatto

C’era una volta la politica

Ciò che ho cominciato ad accorgermi facendo il blogger è che lentamente sono passato dal fare i grandi sermoni, generalisti con termini filosofici e quant’altro, a fare i sermoni però in prima persona. Un’interessante scelta che non so quanto paga, ma almeno non fa evadere il fisco. Fatta la solita premessa da apprendista blogger, quello che proprio non mi va giù è come stiamo concependo la politica.

Mi mancano quegli ampi dibattiti, discorsi, forum, se volete anche un po’ intellettuali, in cui si parli di aborto, bioetica, partecipazione, pluralità, libertà. Non si deve parlare solo ai fini di fare leggi, un uso strumentale della politica che disprezzo, ma per rifare cultura. È questo che mi trovo a criticare della politica, fin dalle manifestazioni più semplici e locali.

La politica sta lì, oramai, compressa tra economia, interessi ed emergenze. La cultura si è andata a far benedire, come si suol dire. Non che abbiamo bisogno di preti per parlare di cultura: abbiamo bisogno piuttosto di chi si fa prete per la cultura. Il dibattito on-line sta prendendo il posto di quel processo di formazione dell’opinione pubblica che consideravo essere sacrosanto appannaggio della politica, non dei blogger. Che poi, se ci sono blogger e per giunta politici, ben venga.

La politica deve ridiventare il timone, non parlucchiare, sbocconcellare, rattoppare, eseguire ordini, fare capolino. Questo è solo un disprezzare la politica. La politica non si misura da quante leggi vengono emanate. Ma da come le leggi vengono emanate. Paradossalmente vorrei che nessuna legge venisse approvata, ma che, almeno, si mobilitino le persone, che qualcuno ritorni ad incazzarsi in maniera costruttiva, non per vongolesche necessità, facendosi, quindi, alleato di Capitan Findus.

Come avrete notato parlo di cultura, forse, in maniera inappropriata. Quando parlo di cultura mi sento umanista, non penso a qualcosa di asettico, ma di pulsante. Forse è pericoloso dire che la ‘politica fa cultura’ : con questo non intendo affatto pensare ad un’attuale forma di politica. Ma a quella forma originaria, di partecipazione e discussione. Le persone sono troppo presi dal tram, dai processi già realizzati, piuttosto che essere parti dei processi.

Gli animali politici sono allo zoo, pronti per i prossimi turisti cinesi. Questo è il punto. Tra loro non parlano, cercano di fuggire pochi alla volta, senza progettare però la propria libertà.

Guardate la Grecia, guardate l’Europa. Quale politica vogliamo per il futuro? Votare ancora chi è il meno peggio? Ma si tratta solo di votare per risolvere?

Margheritaland

Ed egli separò le margherite buone da quelle cattive, e vide che era una tisana sana e giusta [Erborista 1, 3]

Mia nonna mi ha detto che c’è una differenza tra una margherita buona e una bastarda. Io che pensavo che tutte le margherite, in fondo, fossero uguali. Un cerchietto giallino e petali che stanno intorno. Una cosa da nulla;  in fondo sono fiori comuni e neanche ci sarebbe tanto da riflettere.

Eppure le margherite hanno qualcosa da condividere con l’umanità, non so perché, ma penso me l’abbia suggerito mia nonna. Osserva bene, mi ha detto, Ma il colore? Le ho risposto, No no, guarda bene la forma, conta i petali, guarda la forma dei petali. Le margherite buone sono lucide, le altre sono poco più opache. Niente di che, ma è un po’ come se guardi una persona.

Improvvisamente ho pensato prati enormi di margherite o , se preferite, immensi grattacieli e palazzi pieni di margherite. La rivoluzione delle margherite. L’ennesima, mi potrete dire: e i garofani, e i tulipani, e le orchidee. La floricoltura un po’ fa pensare a come crescono gli umani. In serra.

Poi ci sono le margherite buone e quelle bastarde, gli umani buoni e quelli bastardi. Sempre margherite sono.

Ci abitueremo?

M’abituerò a non trovarti 
m’abituerò a voltarmi e non ci sarai 
m’abituerò a non pensarti quasi mai, quasi mai, quasi mai.. 

Alla fine 
c’è sempre uno strappo 
e c’è qualcuno che ha strappato di più 
Non è mai 
qualcosa di esatto 
chi ha dato ha dato e poi 
chi ha preso ha preso tutto quel che c’era 
non conta più sapere chi ha ragione 
non conta avere l’ultima parola.. ora 

M’abituerò a non trovarti 
m’abituerò a voltarmi e non ci sarai 
m’abituerò a non pensarti quasi mai, quasi mai, quasi mai. 

Alla fine 
non è mai la fine 
ma qualche fine dura un pò di più 
Da qui in poi 
si può solo andare 
ognuno come può 
portando nel bagaglio quel che c’era 
e le macerie dopo la bufera 
ricordi belli come un dispiacere.. ora 

M’abituerò a non trovarti 
m’abituerò a voltarmi e non ci sarai 
m’abituerò a non pensarti quasi mai, quasi mai, quasi mai 

M’abituerò a non trovarti 
io m’abituerò a voltarmi e non ci sarai 
m’abituerò a non pensarti io m’abituerò quasi mai quasi mai.. 

M’abituerò a non trovarti 
io m’abituerò a voltarmi e non ci sarai 
m’abituerò a non pensarti io m’abituerò quasi mai quasi mai.. 

Luciano Ligabue, M’abituerò

Via con Vespa

Bruno: So solo che ti amo.
Silvio: Questa è la tua disgrazia.
Bruno: Aspetta, Silvio… Silvio… Se te ne vai, che sarà di me, che farò?
Silvio: Francamente me ne infischio.

Campagna economica a difesa degli artigiani del mandolino

E ora chi difenderà il mandolino?

Mio fratello l'ha aggiunta al parcheggio sotto casa.

Hostaria Italia Mia

Menù della Casa

Aperitivo: Aperol Spread

Antipasto Mari et Monti

Giovedì Trippa

Sabato Gnocchi

Amaro e caffè

…vertú contra furore
prenderà l’arme, et fia ‘l combatter corto:
ché l’antiquo valore
ne gli italici cor’ non è anchor morto…

Francesco Petrarca, Italia mia

Responsabilità: leggere attentamente il foglio illustrativo

sono stupefacente! (Franklinguamozza)

L’assunzione di responsabilità sta diventando un fenomeno sociale così forte da rendere difficile il porre un limite al suo consumo dilagante. Non più solo eroina, cocaina, droghe sintetiche da nomi improbabili, ma responsabilità. Sebbene, ancora non sappiamo se essa possa essere equiparata alle ben note prime.

La responsabilità , pare, sia assunta principalmente dalle élite politiche e dagli altri gradi della finanza. Non si sa bene chi la assuma, sebbene ci siano numerose voci ufficiose che appoggino questo fatto. Purtroppo le procedure legate ad eventuali indagini sono difficili da compiere in quanto tale responsabilità è in una situazione alegale, ovvero, non vi è normativa , passatemi il termine, responsabile.

La responsabilità è una scelta, si sente da una parte; c’è invece chi la attende, sebbene non si capisca chi siano i veri pusher e da quali sostanze sia costituita tale responsabilità. Gli effetti, a dire di tutti, sarebbero catastrofici. Ma per ora sono solo voci. Non c’è scientificamente nessuna attestazione che la responsabilità sia rischiosa o cagionevole alla salute.

Tentiamo la via su Google. Per trovare l’introvabile. Ritorniamo sulla tesi iniziale: tutti citano questa nuova sostanza di cui non si conosce la sua origine, naturale o sintetica. Si trovano oltre 150mila risultati nelle ultime 24 ore. C’è un picco che è incredibile e che sicuramente porterà alla nascita di un mercato di contrabbando della responsabilità in quanto, per come funziona ora, lo Stato non ha considerato affatto prendere in visione il monopolio della responsabilità o trovare un accordo con le eventuali case produttrici di responsabilità.

Purtroppo, per chiari motivi di segreto industriale, non possiamo dare nessuna informazione aggiuntiva sulla produzione e le modalità distributive.

Per ora ci resta soltanto di aspettare rispetto agli effetti collaterali.

Niente Paura

Niente Paura…

…Ci pensa Napolitano mi han detto così!

La Rivoluzione non è una cosa seria

Fare la Rivoluzione oggi. Più che un manuale di un bolscevico di vecchia fattura, potrebbe benissimo essere invece il manuale di una rivista di bricolage allegato al costo eccezionale, solo per la prima uscita, di 1,90€ iva inclusa. Un affare che la rivista giura non dovreste perdere.

Se davvero, date le premesse, decidiate veramente di comprare quella rivista, ammesso che il bricolage sia la vostra passione, vi appassionerete alla rivoluzione fai-da-te a soli 1,90€. Un affare che non avete potuto perdere.

Aprirete il libro. Ci sarà una bella introduzione, anche perché la rivoluzione ha bisogno di una buona introduzione, di una bella immagine, magari di una figa che, ammiccante, vi guarda dicendo che lei, la sua rivoluzione l’ha fatta (a questo punto effettivamente ci si domanda dove l’abbia fatta, se nel suo letto, a casa, in ufficio, al bar, in giardino, in spiaggia. Ovviamente mi direte che avevate pensato solo al primo posto)

Perfetto. Passo primo , compiuto. Avete comprato o siete entrati in contatto con la vostra rivoluzione.

Passo secondo. Farla, la rivoluzione. Pare un accessorio talmente indispensabile, la rivoluzione, che perdinci, non la si può lasciare a casa. È una bella bestiolina da esibire quando si ha tempo e nei momenti di noia quotidiana. Ti va un tè? O piuttosto te la bevi un po’ di rivoluzione?

Ci stiamo avvicinando. Magari, immaginate di essere Britney Spears, Lady Gaga, Beyonce, Rihanna, il-fu dj Francesco , Vasco Rossi , Ligabue eccetera eccetera. A vostro modo avreste fatto la vostra rivoluzione. Tutti a far rivoluzioni, abbiamo cresciuto un esercito di rivoluzionari. Il rivoluzionismo è una malattia sociale, discreta, ma nessuno se n’è accorto.

Grossi bevitori di rivoluzione del circolo rivoluzionisti anonimi. Scherzo : i rivoluzionari hanno tutti nome e cognome.

Si dice una cosa e la rivoluzione è fatta. Semplice no? Non importa cosa, basta che si fa.

Passo terzo. La rivoluzione non basta farla, bisogna vendersela, possibilmente con allegati in riviste a solo 1,90€ nella prima uscita o con milioni di cd che tutti compreranno. Per chi non li compra, se li scarica, magari in esclusiva distributiva.

Con la rivoluzione sarà tutto più semplice, soprattutto da quando è pagabile in comode rate o con la poste-pay con il filtro antispam.

Monetizza, ca**o!!

 

Roulette Italiana

Abbiamo i numeri per arrivare fino al 2013. 

(cit. anonimo)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Gramsci al cesso

Come distinguere un bagno di Scienze Politiche.

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