Archivio tag | arte

Artisticamente Sfigata

Di cultura non si vive, vado alla buvette a farmi un panino alla cultura, e comincio dalla Divina Commedia.

cit. 3monti

- “Buongiorno scusi, dovrei rinnovare il documento d’identità”

- “Va bene signorina, allora qui i dati essenziali mi sembra non siano cambiati, altezza peso, tutto a posto….ah, ecco! Alla voce lavoro che mettiamo?”

- “Ehm….mettiamo….artista?”

- “Artista? E che lavoro sarebbe l’artista scusi?

- “Artista…nel senso che….scrivo!”

- “Scrive, e per quale giornale scrive scusi?”-

- “No, nessuno non sono giornalista”-

- “Allora scrive per i programmi in televisione? Sa quelli delle telenovele tipo, oppure per i talk show?”

- “No, nulla di tutto questo, scrivo per un blog”

Il lavoro e il blog sono…vintage!

- “Ah! E che scrittrice sarebbe scusi? Cioè, è mai andata in televisione, sa i i talent show li cercano gli artisti!”

- “No, mi dispiace, nessun talent show”

- “Ma, almeno, ce l’ha un fidanzato famoso per farsi fotografare sulle riviste scusi? Così poi scrive il libro che è stata con lui e la comprano!”

- “No, nessun fidanzato famoso!”

- “Allora ci va alle feste quelle importanti, così si fa notare dalle persone giuste?”

- “Ehm….no… io non le conosco le persone giuste…mi dispiace….”

- “Ma secondo me lei non ce l’ha la faccia da artista però signorì, cioè, è tanto carina ma l’artista deve essere visibile, un po’ pazzo no? Mi capisce vero? Lei è così normale!!! Ora lo chiediamo pure alla mia collega, Carmela!!!!! vieni un attimo!!! Ma secondo te sta signorina qui no, ce l’ha la faccia da artista?”

- “Artista? Ma artista tipo quella Emma?”

- “No, la signora scrive!”

- “Ah, ma tipo quello tanto carino….come si chiama…Solo? Zolo? Nolo? O quello che ci fanno i film al cinema poi, che piango tanto quando vedo i film…come si chiama….Noccia? Coccia? Boccia?”

- “No, no, la signorina scrive sul blog”

- “E che è il blog???”

- “Boh, e che è il blog signorì???”

- “E’ uno spazio che si trova su internet dove io ed altre persone scriviamo di quello che ci va, quando ci va, senza regole di mercato o di giudizi critici”

- “Ah, ma quindi lei non è famosa signorì!!! E io pensavo che era una famosa che m’hai chiamato a fa qui! M’hai fatto perde tempo Antò!”

- “ Va bene signorì, mi sta facendo perdere tempo anche a me, tra un po’ c’è la pausa caffè, a me lei più che un artista mi sembra una sfigata!!!! Che ci vogliamo mettere a questa benedetta voce lavoro?”

- “……metta…..Artisticamente sfigata?”-

- “Ecco si, mi sembra più appropriato per lei! Lavoro: Artisticamente Sfigata. Timbro. Ed ecco fatto! Arrivederci signorì, spero che trovi presto un lavoro vero e si sistemi, che è tanto carina! Arrivederci!”

- “Arrivederci”

E me ne andai, con una nuova consapevolezza…almeno per i prossimi quattro anni….

Laetitia

Il viziaccio.

 

Scrivere uccide.

Ma nessuno te lo dirà mai.

Sì, confesso: sono uno scrittore. Uno di quelli spacciati, fatti e finiti: il medico mi ha dato solo sette capitoli da scrivere. Mi ha detto “Scrivi una postfazione”, che è il loro modo gentile per dirti che sei finito. Ho cominciato a scrivere quando ero ancora minorenne. La penna me la passò la maestra. Cristo, se ci ripenso. Ero proprio piccolo. Ma allora non c’erano tutti quegli avvertimenti: la scrittura provoca dipendenza, fa male all’anima, è la prima causa di spleen. No. Allora c’erano queste penne nere, questi fogli bianchi.

 

La scrittura elettronica è venuta dopo, e lì mi si è aperto un mondo. Facevo certi racconti… Spesso in solitaria. Poi anche in compagnia. Qualche sera con gli altri miei amici scrittori ci chiudevamo dentro una stanza e stavamo tutto il tempo a scrivere. Alla fine si formava una cappa nera e sgocciolante d’inchiostro tutta intorno a noi. Ma eravamo sazi. Per scrivere ci vuole fisico. Non è roba da mingherlini. Uno scrittore dovrebbe sapere anche tirare di boxe, e andare a caccia.

Non ho mai conosciuto uno migliore di Hemingway. Quando ho letto Hemingway, ho capito che difficilmente avrei trovato dell’inchiostro migliore di quello. C’erano i tori, e il sangue e l’amore, e il sale dell’oceano in quell’inchiostro. Ma il primo è stato Arthur Conan Doyle: la sua scrittura sciolta, lucida, chiara come i ragionamenti di Holmes. Poi ho provato un po’ tutte la marche. Dal noir di Chandler al verismo di Verga, dalla maledizione di Baudelaire a quella di Kerouac. Poi ho cominciato a farmele da me, le storie. A rollarle con quello che avevo a disposizione. All’inizio non era facile, un bel po’ d’inchiostro andava sprecato, la carta non era sempre delle migliori, alle volte erano troppo compatte, altre troppo dispersive. Sempre una questione di trama o di quello che ci vuoi mettere dentro. Io sono uno di quelli che dentro finisce per metterci un po’ tutto, anche perché se provi a tener fuori qualcosa, quel qualcosa ti distruggerà. Tanto vale allora scrivere, anche perché finisco sempre per ritrovarmi nel bel mezzo delle storie, e la scrittura passiva si sa, nuoce più di tutto. Ho provato a smettere. A frequentare posti nei quali fosse vietato scrivere, come i salotti letterari, le mostre radical chic, le conferenze dell’ultimo criminologo alla moda. Ho provato di tutto. Anche leggendo le riviste di vogue o i libri di Fabio Bolo. Ma niente, finisce sempre che alla fine della giornata qualcosa scrivo comunque. Finisce che torno in mezzo ai soliti posti, dove scrivere è un obbligo, certi posti abbandonati dell’anima, frequentati solo da viaggiatori di confine. Scrivere è un viziaccio, e prima o poi ci rimarrò secco.

Adesso scriverò gli ultimi sette capitoli vivendo appieno quello che mi resta da scrivere. E poi fanculo ai medici, ai becchini e ai giardinieri dei fiori del bene. 

 

WikiLove.

Dovrebbero rivedere i dizionari, stabilire nuovi sinonimi per la parola “amore”. Dovrebbero avere il pudore di non suddividerla in sillabe. Non si spezza come una pastiglia quando la si pronuncia: la si inghiotte. Dovrebbero ammettere la possibilità che si può amare qualsiasi genere e qualsiasi numero. Sostituire “singolare maschile” con “sentimento morente” e cancellare ogni significato pressoché vago. Scrivere “oltraggio alla decenza umana” e affiancargli sinonimi che non hanno nulla a che fare con la misericordia.
L’amore è egoismo, destrutturazione, vilipendio, desiderio lancinante e bilaterale. Ci si ama per bisogno, per necessità, per passare da “perdere tempo” a “occupare il tempo”, per paura di estinguersi.
E’ tutta una fuga dall’aridità che ci portiamo dentro, dall’accartocciarsi della pelle all’impatto con i vagiti adornati da sorrisi ebeti e dai “benvenuto nel mondo”.
Eppure, se taluni occhi sguazzano accanto al mio profilo come arazzi alati e mi inseguono con la fede di chi non ha mai creduto, credo di aver sbagliato, di aver dimenticato di trasformare la parola estinzione con estensione.
Devo rivedere i dizionari. Devo avere il coraggio di sperare che l’amore non è che l’eco che ci dà percezione di noi.

Piovono conigli

Piovono conigli. State in guardia. Buona Pesach.

Lettera aperta a LordBad.

Porthos è il mio cane. Porthos è vivo. Oggi è stato investito. E’ uscito fuori dal suo territorio. Dalla sua casa. Si è spinto oltre, come un Ulisse al di là delle colonne. Una macchina in velocità. L’ha colpito. Lui è balzato.

Ho capito che la morte è fantasiosa. Questo non vuol dire che la morte non è uguale per tutti.

La morte è morte.

Anche quando scherza.

Anche quando fa finta di prenderti e poi ti molla di colpo.

Provo invidia per chi ama la vita. Ignaro. Per inconsapevolezza; per troppo ardore; per ignoranza.

Ignaro che la vita è esattamente come la morte. Ti coglie alla sprovvista. Un giudice che sbatte forsennato il martelletto e decreta se tu devi vivere o devi morire.

Basta un tanto. Una parola. Una parola e tutto diventa Storia.

Il verbo si è fatto carne ecc… , ecc…

Non tutti sanno quanto le parole sono inutili. Non tutti gli scrittori se ne accorgono. Pochi sono quelli che lo dimostrano.

Vedete, siamo degli abusatori. Di parole e quindi di promesse. E il coraggio è la rogna dell’anima. Nessun antibiotico lo combatterà.

Viviamo impauriti. Viviamo miseri.

Siamo plasmati con la miseria. I “plasmon” dell’emozione.

Ed il tempo non è fermo come l’orologio della mia stanza. Il tempo va. Su un purosangue e non un ronzino, come spesso si crede.

Per quanto la vita non si presta alla vita, e quindi ad essere vissuta nella sua interezza, noi abbiamo il diritto e il dovere di sacrificarci, o quantomeno di sforzarci, di andare oltre le nostre potenzialità. I nostri limiti.

Potremmo essere e diventare tutto ciò che vogliamo, se solo lo volessimo.

Cosa ci ferma? Cosa ci blocca? Perché abbiamo tanto timore? Cos’è questo timore che ci impedisce di…?

E’ il non voler perdere quello che si ha. Perché siamo persone comode, fondamentalmente. Comodi comodini accomodati.

Stiamo buttando un sacco di tempo in attesa di un tempo.

Migliore.

E se quel tempo non arriverà mai?

Cosa conta maggiormente: l’attesa del tempo o il tempo dell’attesa?

Qualunque sia la domanda, noi ci stiamo accontentando.

Comunque ci accontenteremo. Ecco perché credo fermamente che bisogna fare almeno il possibile per cambiare le carte in tavola e stravolgere la partita.

Stravolgerci. Sì. Vi rendete conto che la materia, il tatto sarà una delle primissime cose che non ci saranno concesse, domani?

Troppo spesso si ha il timore di accorgersi che si può essere felici anche non essendo se stessi, non essendo uguale a ieri.

Spesso si ha paura di accorgersi che si può perfino non essere felici. Perché fa parte della vita. Del gioco.

Sono franlinguamozza. E come i sette venti sanno, ho il vizio di parlare e dire ciò che penso.

Ora tu, Lordbad, puoi fare orecchie da mercante. Riderci su o perfino commentare con la tua forbita dialettica.

La verità sarà sempre una: potrai guidare questa barcaccia su qualsiasi oceano tu voglia, ma non sarai in grado di guidare il veliero della tua vita se continuerai ad usare la bussola.

Tuo, frank.

L’altra metà del cielo

L’altra metà del cielo

è un bianco veliero

che infrange l’orizzonte

ne spezza i limiti

li distribuisce all’infinito

moltiplica gli attimi

per ogni occasione presa

o perduta

L’altra metà del cielo

è stata occupata

da un movimento di protesta

contro il silenzio del cosmo

con armi di amore di massa

hanno bombardato

il suolo delle anime perse

L’altra metà del cielo

sono i suoi occhi

la sua voce

le sue attese

tutto ciò che è

lei in me e fuori di me

L’altra metà del cielo

è un tuo concerto,

Komandante,

sotto la stessa luna

per sempre.

Se dio fosse stat* donna

Ad un certo punto della mia vita, sono arrivato a chiedermi se dio, nell’immaginazione delle persone, sia da considerare maschio o femmina. Confessiamolo. Dio è sempre stato considerato maschio. Anch’io, quand’ero piccolo, lo disegnavo come maschio. D’altronde, chi altro poteva essere?

Lui poteva. Lui poteva tutto e per questo era maschio. D’altronde il padre, il figlio e lo spirito santo. Non c’era nessuna traccia della parte femminile. Dio era maschio, ma era tutto nello stesso tempo. Ci sono arrivato solo poco tempo fa. Bella scoperta, mi direte. Adesso mi darete anche la pacca sulla spalla.

A un certo punto ho pensato si trattasse di punti di vista, un po’ come le lampadine, se le sviti nell’emisfero boreale devi seguire un verso, viceversa se le sviti nell’emisfero australe. Ecco, dio era diventato la lampadina del mio sesso. Da che parte andava svitato?

Ma se dio fosse stato donna. Che sarebbe successo. Cioè è un quesito che credo non sia proprio corretto, ma mettiamo un attimo che davvero foste convinti che dio dopotutto potesse anche aspirare ad essere donna. I più, subito, mi avrebbero detto “dio non è uomo né donna”. Allora giustificatemi Michelangelo e potremo parlare.

Se dio fosse stato donna, ci sarebbe stata più giustizia. Ne sono estremamente convinto. Ci sarebbe stata più giustizia perché il mondo sarebbe stato alla rovescia. Il mondo è molto più maschilista di quello che pensiamo.

Più giustizia, più ricerca della bellezza, spirito di sacrificio, più giustizia per l’umanità. Più amore. Il dio d’amore è sicuramente donna. Provare l’esistenza di dio sarebbe stata sicuramente più interessante. Almeno ci si fermava per un tè mentre si cercava dio. Si spezzava il pane, certo, in onore di dio, ma poi si sarebbe anche spazzato per terra.

Inoltre ci sarebbero stati i diritti per tutti, non solo dell’uomo.

Si vive insieme, si muore soli

I maggiori beni ci sono elargiti per mezzo d’una follia che è un dono divino (Platone)

Una scrittrice americana mi ha detto una volta Nasciamo da soli e moriamo da soli. You can’t do anything with that, man. È stata una delle poche volte in cui mi sono sentito essenzialmente un verme. Io pensavo, in realtà che nasciamo insieme e moriamo da soli. È l’unico appiglio che dava un certo senso alla vita come esternazione di un qualcosa di nuovo che, effettivamente, appare, al momento della nascita, come solo destinato alle sofferenze.

Ha aggiunto Lottiamo, qui, non importa come, ma cerchiamo di sopravvivere. Siamo persone diverse, uniche. Non ho avuto modo di dirle nulla. Mi ha riempito del suo discorso autobiografico e del suo credere nel proprio io, nella capacità di formarsi da sé. Mi sono sentito di nuovo un verme. Pensavo di formarmi insieme alle persone, di trovare dei punti di incontro, di approdo, di partenza e di arrivo comuni. Forse non ci ho mai capito nulla.

Entusiasmo, ragazzo. Ecco cos’è di cui abbiamo bisogno. Mi pareva una vita di non sentire quella parole e di avere fede in qualcosa, a parte dio, la fede più facile perché non si vede direttamente, ma gli si darà conto solo quando saremo di nuovo soli e non ci sarà nessuno a testimoniare che la nostra fede per la vita è stata minore o più forte di quella verso esso. Mi pareva secoli che non facevo queste riflessioni.

Alla fine del discorso non ho parlato, ha parlato solo lei. Ma non direi che sia stato un monologo, è stata più una rivelazione, un po’ come quando vai dal barbiere e parla solo lui. Il barbiere e l’oracolo mi parlano attraverso.

Il pezzo della vita

Dedicato agli scrittori e alle scrittrici in genere.

Ho immaginato spesso come avrei scritto il mio pezzo della vita. Stavolta, mi dice il capo, piazzami il miglior pezzo di sempre. Io penso Certo che lo avrà, scrivo continuamente pezzi della vita. Poi mi ritrovo davanti al foglio e puntualmente diventa un pezzo che non scrivo. Un pezzo che non è della vita, ma un pezzo. Uno qualsiasi mangiato da chiunque. Propriamente che farà da foglio di giornale per una pizza mezza unta comprata a fine giornata con sotto le notizie troppo vecchie.

Grazie anche a Giò e al suo staff che ci hanno aiutato a capire come usare i giornali

No, stavolta immagino il pezzo della vita. Il pezzo della vita è qualcos’altro. Il pezzo della vita è fatto di vita, non c’è nessuna alternativa. Stai lì con la tua vita, nient’altro, che devi far diventare pezzo. Allora ho immaginato che per trasferire vita lì sopra dovrei innanzitutto dire qualcosa ai posteri. Devo dire qualcosa a loro perché io non sono riuscito a farlo io nella mia vita. Ma allora, non sto parlando della mia vita: sto parlando di qualcosa che avrei voluto fare. Il pezzo della mia vita non inizierà con su scritto “Tra cent’anni il mondo sicuramente sarà diverso”. No, il pezzo della vita è qualcosa che non cambia.

Sono convinto che certe cose durino nel tempo. Come si fa a giudicare, altrimenti, un’opera d’arte del passato e dire che sia bella anche se è di cinquecento anni fa? Considerazione banale? Ecco, il primo pezzo del pezzo sulla vita sarà la bellezza. Non perché penso sia un valore a cui ambire nella vita, ma perché penso sia la vita stessa: non è solo questione di estetica. È una questione di etica e la bellezza non può essere privata.

Il pezzo della vita è per chi legge, per chi è arrivato troppo tardi per leggere, chi non c’era per leggere e per chi leggerà, per chi non vuole leggerlo e per chi pensa che leggere sia una fatica. Il pezzo della vita non sta in ciò che deve ancora venire, ma in ciò che è. Ho deciso che il pezzo della vita lo può anche leggere chi non lo conosce. Questo lo vedo come un problema. Il pezzo della vita penso proprio, a questo punto, che non lo scriverò sennò diventerà un pezzo. Altrimenti inizierebbe con qualcosa e finirebbe con altro.

In realtà al mio capo come faccio a spiegarle che non esiste il pezzo della vita? Come darle torto che in fondo la vita ce la stiamo scordando da un pezzo?

Girasoli sotto la neve

“Alla fine non ci rimane che questa vita… stupida, appesa a un filo, sorniona, che si prende gioco delle nostre insicurezze e dei timori che ci pervadono. L’unico atto che possiamo compiere è di amarla di un amore smisurato.”

C. Bukwoski

-          Sai a volte ti trovi davanti a questa pagina bianca e non sai che scrivere.

-          Scrivi di te.

-          Sarebbe noioso. E poi richiederebbe molto lavoro: non so nulla di me.

-          Allora non scrivere. – disse lei, ciccando nel posacenere. Una nuvoletta di fumo svanì piano nella stanza. Tenevano la finestra chiusa per evitare che facesse troppo freddo. Fuori nevicava e lei non sapeva rinunciare al vizio del fumo.

-          Devo farlo, cara. Scrivere è un imperativo morale. – mentre parlava Henry si grattava la barba vecchia di due giorni.

-          Non è vero – negò Janet aspirando un’altra boccata di fumo – scrivere per te non è un imperativo morale, ma un obbligo lavorativo. Lo fai per i soldi. Perché ci servono i soldi, per vivere.

Henry restò per un paio di minuti a fissare l’unico quadro della stanza: una copia del celebre campo di grano di Van Gogh. Era stata Janet a volere quel quadro. Aveva detto che le dava un senso di libertà. “Immagino che debba essere così il paradiso, un campo di girasoli con neri corvi in volo” Lui aveva replicato che quel quadro era tutt’altro che il paradiso, che quello non era un campo di girasoli ma di grano ed era piuttosto l’inferno e quei corvi si erano alzati perché Vincent aveva premuto il grilletto della pistola, la canna puntata contro la sua testa, e li aveva spaventati. “Questa è la tua visione.” – le aveva semplicemente replicato lei. Lui pensava che comunque fossero andate le cose, lei avrebbe avuto sempre ragione. Era così che andava: Henry amava Janet. E l’amore consiste in questo, nella resa totale. Questo pensava Henry dell’amore. Altre opinioni, al riguardo, non ne aveva. Non aveva nemmeno la televisione in casa. Non per una scelta chic e radicale. Ma per una radicale povertà. Avevano fatto qualche rinuncia.

-          Quindi tu mi stai dicendo che io scrivo per fare soldi? Per tirare avanti il carretto? Scrivo per loro, per il sistema? – la interpellò lui, pensieroso.

-          Sto dicendo che tu scrivi per poter far sì che ogni giorno possiamo sopportarci senza troppi problemi.

-          E se smettessi?

-          Allora potresti trovarti un lavoro decente, io andrei a messa con il vestito nuovo, frequenterei gallerie d’arte e moriremo guardando i nostri nipotini negli occhi. Quegli stupidi nipotini.

-          Sarebbe bello, vero? – lui si era alzato, si era diretto in cucina e stava armeggiando con qualche pentola. Era ora di pranzo.

-          Sarebbe finto. Come la tua scrittura, Henry. Bella e finta.

-          Janni?

-          Sì, Henry.

-          Manca il burro.

-          Scendo al supermercato, vado a comprarlo.

-          Sai una cosa Janni?

-          Sì, Henry, la so. – lei aveva terminato la sua sigaretta, aveva spento il mozzicone e guardava fuori dalla finestra – Ho freddo.

Henry andò a prenderle un plaid. Lei se lo sistemò sulle spalle. Fuori nevicava ancora. Avrebbe nevicato per quattro giorni di seguito.

La differenza tra me e Tiziano Ferro

La prima differenza tra me e Tiziano Ferro suppongo sia nel conto in banca. Insomma qualcosina lui avrà pure guadagnato in tutti questi anni. Io invece sono ancora qui a scrivere blog e a farmi le vene di inchiostro. Morirò tossico di versi.

La seconda differenza tra me e Tiziano Ferro consiste nel numero di faaaansssss!

Lui ha molti più faaanssss di me, anzi parliamoci chiaramente, ha molte più faaaaanssss. Non che io non abbia il mio discreto numero di fans, insomma ci sono i miei genitori, i miei amici, ah sì l’amico di mio zio, ah già e non dimentichiamoci i cugini di Caltanissetta, che ho visto l’ultima volta nove anni fa. Qualcuno si è perso per strada, ma insomma com’è che si dice? Pochi ma buoni.

La terza differenza tra me e Tiziano Ferro è che…

Non lo so francamente. Non conosco questo tizio più di quanto non conosca i suoi testi.

Così i libri e in genere le opere di un qualsiasi autore quanto possono effettivamente dirci di quell’autore? A me piace essere contraddittorio. Il più delle volte quando scrivo la finzione si mescola alla realtà. Non ha più importanza la demarcazione netta tra l’una e l’altra. L’incantesimo virtuale di Matrix è stato spezzato.

Creature

Penso che quando dio crea la creatura le consegna un libero arbitrio che, sviluppato alla massima potenza, consente a quella creatura di dimenticarsi dello stesso creatore. Non potrà magari prendere il suo posto, ma a che pro? Ci saranno sempre altri autori, altre divinità in grado di creare.

Sempre mettendo da parte semidei e falsi miti. La creatura divina resisterà alle ingiurie del tempo, annettendo a sé un’istanza storica ed estetica.

La differenza tra me e Kundera, la differenza tra me e Hemingway, la differenza tra me e quello che vorrei diventare, che forse già sono, che forse non sarò mai.

Ma a volte mi spaventa soprattutto la differenza tra me e te, lettore, amico di un istante, di una pagina, di una convenzione chiamata linguaggio.

Quando ogni certezza verrà distrutta, sarà il tempo di ricostruire le differenze, di accettarle, di superarle.

Un giorno che inizia con l’alba non è detto che finisca con il tramonto.

P.s.: i migliori auguri a Tiziano Ferro, uscita del nuovo album prevista per il 28 novembre.

Ci sono giorni come questi.

Ci sono giorni in cui tutto procede verso la deriva. Ti accorgi, in quei precisi giorni, magari afflitto da un mal di denti, un mal di pancia, un’allergia spericolata, che niente poteva andare diversamente.

Ci sono giorni in cui la tua vita è una merda. A patto che la merda sia cattiva: del resto chi l’ha mai assaggiata? Per assiomi mentali la merda è una merda. Avrà un sapore disgustoso. Puzza. E’ vero: ma qualcuno ha mai avuto il coraggio di assaggiarla?

E poi dite: “io vivo.”

Come si fa a vivere una vita che non è vostra? Non lo è mai stata, tantomeno lo sarà mai.

Questa NON è la mia vita. E’ di qualcun altro; può darsi di nessuno.

Magari un cortocircuito lì, nell’universo, ha deviato qualche piano astrale e la vita che abbiamo sempre sognato ora è diventata la vita che da sempre odiamo.

Più ci si convince di vivere a fondo la vita e meno la si vive, del resto. Più non ci si preoccupa di viverla e ancor meno la si sta vivendo.

Di cosa parliamo, in fondo? Di qualcosa che non ci appartiene, che non è di nostra proprietà. Pensiamo: “la mia vita!”.

Cazzo. Se fosse stata la MIA vita l’avrei vissuta come dicevo io, ed invece no. No. La vita non riesci mai a viverla come dici tu.

Qualcuno dice: “la vita è un dono, un dono del Signore”.

Voglio dire. I doni non si scelgono. Quando qualcuno ti si presenta alla porta con un regalo il giorno del tuo compleanno e tu, incazzato perché ti senti troppo vecchio per queste cose, bé, quel regalo non l’hai di certo scelto tu. Potrà trattarsi di un paio di mutandoni extra large, di un berretto da baseball, (ma tu non hai mai giocato a baseball, neanche lo hai mai guardato, “che diamine è il baseball?”). Potrà trattarsi di un Iphone ultima generazione ed allora lì il discorso è un po’ diverso, tuttavia, si tratta di qualcosa che ti capita all’improvviso per volontà altrui e che tu ti becchi così, per come è, a seconda dei gusti o dell’esperienza del mittente. Eccola là, la vita. Un regalo che non hai mai richiesto e che festeggia un compleanno che ti ricorda ogni anno che sei vivo e che per qualcuno esisti. Dio, mi sento come un bambino costretto ad indossare degli abiti ridicoli che non sceglierà fino all’adolescenza, solo per soddisfare il gusto bizzarro dei genitori sessantottini.

 
 
 

Ci sono giorni in cui ammazzeresti anche il tuo cane che abbaia. Il cane è felice. Tu no, e quella felicità data ad un essere inferiore non puoi sopportarla.

Ci sono giorni in cui vorresti morire, ma a farti rimandare la scelta non è tanto la convinzione di suicidarsi, piuttosto il modo in cui farlo.

Ci sono giorni in cui la pistola è lì, pronta sul tavolo, e fai certi pensieri tipo: “una vita che finisce, in cambio di una vita che comincia”, attribuendo a quella pistola quasi un’anima.

Ci sono giorni in cui diresti alla donna che ami: “tu non sei una puttana, una puttana come si deve”, e come in uno sceneggiato surreale lei, offesa, replica “cosa dici, perché mai, ho fatto del mio meglio” e tu, col sorriso da disilluso, la cravatta ciondolante su una spalla e la classica sigaretta fumata male tra le labbra, le rispondi “perché tra tutti, ti sei dimenticata di amare me”.

Ci sono giorni in cui: -”Che dici, passerà?” -”Certo che passerà. Purtroppo passerà”.

Ci sono giorni dove la consapevolezza che stai buttando la tua vita, è precisa. Netta. Definibile. Quei giorni in cui la noia si fa boa, e ti stritola il cervello e le sensazioni diventano scalini gelidi di una tomba funebre.

Ci sono giorni in cui è meglio dormire. Farsi l’ultimo sorso di vino, e dormire.

Al risveglio resterai l’impresario di una vita non amministrabile.

Il solo attimo da cogliere è quello non colto.

Frank lingua mozza is back.

Ci sono giorni in cui vaffanculo.

Lettera a Satisfiction.

Caro Gian Paolo,

L’umanità ha perduto. Sin dal principio. Protesa verso un moto irreversibile. Pretesa da un futuro che non ha futuro. L’umanità ha perduto. Su una linea spesso discontinua, tende a delineare una parabola di coerenza che dovrà passare come segno, ricordo. Chi si ricorderà dell’umanità stessa, l’indomani? Quando saremo scomparsi, uno ad uno, chi adulerà la reliquia dell’essere umano? Chi avrà, non il coraggio, bensì la necessità di contemplare le follie di queste esistenze multiple? Siamo il brontolio dello stomaco di Dio. La sua fame. Verremo saziati e con sazietà spariremo.

Se dovessi rispondere alla domanda “cos’è la vita (?)” direi: “digestione”. La vita è digestione. Una digestione obbligatoria, anche quando si improvvisa una dieta imminente. Digeriamo da vivi. Verremo digeriti da morti. E non basterà nessuna Storia. Non sapremo che farcene della Storia. Poiché essa ha dimenticato da sempre, la parte più interessante dell’uomo. Vendendosi ai fatti. Agli avvenimenti consequenziali. Facendoci diventare best seller ambulanti da cattedre e salotti. Gravando su di noi come responsabilità doverosa: verso chi, e verso che cosa? Oggi, odiare un nero o un ebreo, non in quanto nero o ebreo, ma in quanto uomo e uomo, può passare per razzismo o ancora di più sotto echi nazisti. No. Voglio essere capace di “non sopportare”. Lasciatemi odiare, voi che odiate l’odio.

La Storia, dunque, finché è tale è ripetizione di schiavitù. E’ come una donna: può diventare un’ossessione.

Tutto ciò lo si deve ad un radicamento profondo di avvenimenti esistiti in parte. Dico in parte poiché, se è vero che si conosce solo ciò di cui si fa esperienza, episodi di massacri e conquiste non possono che essere solamente dei passaggi di memoria. E la memoria è architettura su carta.

Si è troppo attenti a guardarsi indietro per poter essere degli esperti di infiniti. Sfiancati non solamente dal nostro passato ma perfino da quello altrui. Che possa servirci da insegnamento, poi, è la più grande cazzata che voi possiate raccontare ai vostri figli: ripeteremo ogni giorno che la guerra è sbagliata puntando pistole alla tempia. Ad essere condannati, non dovrebbero essere coloro che restano fissi come stelle ardenti, anch’essi schiacciati dal fardello di un cielo oscuro, ma coloro che decidono chi far brillare e chi no.

L’ubriaco alla guida in una folle corsa contro se stesso finirà per condannare tutti gli ubriachi. In quanto uomini siamo colpevole di misfatti mai commessi. Del resto l’uomo, come l’artista, è un ripiego della società. E Satana solo sa quanto quest’ultima ci toglie mandando spacciatori di morte a dosi sotto i nostri terrazzi. Ci hanno domati riproponendo in una teca da museo quello che a loro più era gradito. Ma se ci fosse più Storia in tutta quella Storia che noi abbiamo perduto e che mai arriveremo a conoscere?

Come l’eremita che su un colle guarda la vastità che ha dinanzi, cessando la consapevolezza di essere egli stesso parte di un’infinità, così si è protesi sempre ad ambire ciò che non è in noi e per noi. Ciò che non siamo noi. E’ per questo che l’umanità ha perduto e perderà patrimoni di intimità e di ragioni.

Ho sempre pensato alla mente degli artisti e dei grandi pensatori: quanto del loro più privato vivere abbiamo smarrito; quanti pensieri geniali sono nati e morti e non hanno mai visto la luce, se non quello scintillare di neuroni folli nelle menti di Hemingway, di Rimbaud, di London, di Pasolini, di Alda Merini? Quante frasi sono state sussurrate da loro stessi ai loro amanti finendo nel pozzo dell’udito?

Posso anche sforzarmi di gioire per ciò che a noi è giunto, per essere nato in questa epoca e gustarmi più di duemila anni di “arte”, ma non posso non provare un senso di commozione per tutti i capolavori mai espressi e mai esistiti. Che lo vogliate o no, questa è la più grossa perdita del genere umano. La contraddizione dell’arte stessa. La sottile tragedia d’insensatezza propria di questa fucina di emozioni.

Dilagando ciò a ogni anima di ogni secolo, il presente è un cimitero senza morti.

I professori, i politici, gli studiosi, i preti, le puttane si illudono citando date e avvenimenti, dalla scoperta dell’America ai ventotto giorni del ciclo cerchiati di rosso sul calendario, per consolarsi e sopprimere l’angoscia di ciò che sappiamo ma non sapremo. E così, a furia di ricordarci dei grandi eventi, ci siamo dimenticati del dettaglio, spiraglio di vita vera.

Mi chiedo: è realmente questa la Storia che dovrebbero insegnarci? Perché, tutto sembra cambiare, tranne quell’aspetto indispensabile che sta alla base di una ragionata evoluzione: l’umanità delle persone.

Citando Goethe: “E anche se voi foste in grado di interpretare e di esaminare tutte le fonti, che cosa trovereste? Niente altro che una grande verità, che è stata scoperta da gran tempo e di cui non occorre cercare la conferma: la verità cioè che in ogni tempo e in ogni luogo la condizione umana è stata miserabile. Gli uomini sono stati sempre preoccupati e angosciati, si sono tormentati e torturati reciprocamente, hanno reso difficile a sé ed agli altri quel po’ di vita loro concesso e non sono stati capaci di apprezzare e godere la bellezza del mondo e la dolcezza dell’esistenza. […] Così è, così è stato, così anche rimarrà. Questo è dopotutto il destino degli uomini. Di quale testimonianza v’è ancora bisogno?”.

Caro Gian Paolo, forse solamente pensando che la Storia cominci da noi, potremmo iniziare a costruirne una?

 Fabio Appetito

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 288 follower

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: