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Et cetera

Alle volte c’è sempre troppo da fare per poter spiegare.

Spiegare al proprio capo le motivazioni valide in base alle quali rivendicate un aumento di stipendio, o spiegare le fondamenta filosofiche in base alle quali le tesi kantiane sulla ragion pura sono assolutamente errate, o spiegare qual è il senso della vita, la risposta a tutto, dai piatti che sgocciolano nel lavandino e attendono di essere asciugati al “perché siamo qui, dove andiamo” etc etc.

Sì, avete letto bene: etc etc, che significa “et cetera” o dal greco “καὶ τὰ ἕτερα” (kai ta hetera, “e le altre cose”). C’è sempre un mucchio di altre cose, un infinito universo dentro un altro universo. Astolfo, quando arrivò sulla luna per ritrovare il senno di Orlando, si trovò di fronte a una montagna di eccetera.

Immagine

La prima volta che ho guardato lei negli occhi i dettagli erano così tanti, così…innumerevoli, che soltanto un’espressione così simile all’idea di eternità poteva riassumere quel momento: et cetera.

Perché alle volte non basterebbe una vita per poter elencare tutte le buone ragioni e la bellezza che vediamo in una persona.

A differenza della guerra e della morte e delle cose cattive: un genocidio non può essere riassunto in un “etc”: vanno ricordati tutti, nome e cognome, volto, mani, unghie, vizi, abitudini. La memoria storica non è cumulabile all’infinito: è racchiusa in un tempo definito.

Invece per la bellezza, non è la fretta, ma è il tempo che scorre, che inesorabilmente avanza, ruga dopo ruga, scava trincee dentro e fuori, che ci consente di ricorrere a un etc e allora non possiamo permetterci di perderci nelle miniature del tutto. Talvolta tutta questa bellezza deve essere riassunta, osservata da lontano, per quanto possibile: un immenso et cetera.

Finché non vedremo Dio: il primo e ultimo “et cetera” della storia, per scoprirlo dentro di noi.

E poi…e poi…ci sarebbe molto da aggiungere, etc etc

Quali sono “le altre cose”? Ecco, siate curiosi, avvicinatevi, sempre di più, sempre di più…

WikiLove, parte due.

Ci sarà sempre qualcosa non di “più importante”, ma qualcosa che “distrae” dal mantenere occhi negli occhi, qualcosa che distrae dall’attenzione a “non ferire”. Una partita, una vetrina più colorata del solito, una quantità di pioggia non prevista, l’ultimo taglio alla moda.
Per questi motivi gran parte dei rapporti si deteriorano, perché non si mantiene la concentrazione sull’obiettivo. Puoi ricordati del latte da comprare mentre sei in quota, ma non scendi e lasci la missione a metà.
Molti si perdono dietro a delle grandi puttanate.
Questa è l’assoluta mancanza di sensibilità degli altri. Si perdono come bimbi curiosi appresso alle puttanate. E intanto il cancro dell’abitudine, della noia, del tacito compromesso, insomma la Morte, avanza insidiosa.
Così naufragano molte “storie d’amore”. Ci hai mai fatto caso all’ossimoro? Come può l’amore essere una storia, e come può una storia essere d’amore!? Non c’è inizio, svolgimento e fine. Beh, sì, in qualche modo sembra sempre cominciare e in qualche modo sembra che debba sempre andare a finire. Ma se socchiudi gli occhi, se escludi tutto il superfluo e ti concentri sull’unica linea fissa all’orizzonte, allora lo vedi: l’infinita essenza dell’amore vero.
Quando si è innamorati ci si chiede come si faceva prima e non si vede mai la fine, mai. I concetti di prima, dopo vengono completamente annullati dall’adesso. Non hanno senso nemmeno i ricordi, perché, quando l’amore è condiviso, costruito, si è troppo impegnati a vivere per ricordarsi di quando si era vivi.
Era tutta un’illusione, questo tempo balordo, questa danza di cretini cinici che mi ispirano soltanto tenerezza. Tutti cercano disperatamente di abbordare un senso, una felicità, una gloria personale da vivere costantemente.
Ma poi si dimenticano che ci vuole coraggio, una volta saliti, a restare sulla cresta dell’onda, ci vuole tenacia, pazienza, volontà.
E invece eccoli lì, a furia di rincorrere ombre, sono diventati l’ombra di se stessi. E l’altro, che è lì, ad aspettarli, a perdonarli, a cercare di tenerli su, prima o poi, cede e non può fare altro che pregare, e sperare.
Sogno ancora un giorno di darti la buona novella, la ventata d’aria fresca, di dirti “Vedi, ora sono felice. Non la felicità dei saggi, ma quella delirante, quella luminosa di avere accanto la persona della propria vita o del proprio mese, o del proprio piccolo maledettissimo istante.” Perché se questa vita è soltanto un sogno, a me basterebbe accontentarmi anche di un solo momento con Lei.

WikiLove.

Dovrebbero rivedere i dizionari, stabilire nuovi sinonimi per la parola “amore”. Dovrebbero avere il pudore di non suddividerla in sillabe. Non si spezza come una pastiglia quando la si pronuncia: la si inghiotte. Dovrebbero ammettere la possibilità che si può amare qualsiasi genere e qualsiasi numero. Sostituire “singolare maschile” con “sentimento morente” e cancellare ogni significato pressoché vago. Scrivere “oltraggio alla decenza umana” e affiancargli sinonimi che non hanno nulla a che fare con la misericordia.
L’amore è egoismo, destrutturazione, vilipendio, desiderio lancinante e bilaterale. Ci si ama per bisogno, per necessità, per passare da “perdere tempo” a “occupare il tempo”, per paura di estinguersi.
E’ tutta una fuga dall’aridità che ci portiamo dentro, dall’accartocciarsi della pelle all’impatto con i vagiti adornati da sorrisi ebeti e dai “benvenuto nel mondo”.
Eppure, se taluni occhi sguazzano accanto al mio profilo come arazzi alati e mi inseguono con la fede di chi non ha mai creduto, credo di aver sbagliato, di aver dimenticato di trasformare la parola estinzione con estensione.
Devo rivedere i dizionari. Devo avere il coraggio di sperare che l’amore non è che l’eco che ci dà percezione di noi.

Socrate e l’idromaieutica

L’idromaieutica non è un metodo subacqueo di ricerca della verità (quello si chiama idromaieUstica, ma finora non ha ancora fornito grandi risposte).

L’idromaieutica ha piuttosto due significati: da una parte con esso intendiamo dire che la verità è come l’acqua, capace di cambiare forma a seconda del recipiente che la contiene, pertanto, come l’acqua, rende il terreno scivoloso e fangoso, costringe a rimettere in dubbio le nostre certezze acquisite. Per questo le persone idrofobe sono insospettabilmente più numerose delle idrofile. Non solo, nella verità occorre anche saper nuotare. Un nuotatore poco esperto potrebbe morire annegato, al contrario delle menzogne che sono sempre ottimi salvagenti per restare a galla. Non tutti sono in grado di resistere al gravame della Verità, che è come una zavorra al piede mentre infuria la tempesta.

Il secondo significato è che potremmo accontentarci di cercare la verità nelle vasche idromassaggio. Abbiamo infine votato per una deliberante e liberante fuga dai problemi e dai pugnali che ci hanno crocifisso per così lungo tempo.

Perché perdere tempo ad indicare la strada ai ciechi? Perché non passare da “Ad Maiora!” a “Ad Majorca!”? La tentazione è forte, tanto più che la realtà non cambia né a colpi di post di blog, né a colpi di posti di lavoro precari.

Cosa succede quando il Grande Sognatore si è stancato? Quando l’amore non è più quello che credevamo, quando la realtà è molto più grigia e oscura di quella descritta nei romanzi, quando non c’è nessun eroe, né razza aliena superiore a salvarci?

Succede che ci prendiamo una pausa. Una dovuta pausa da tutto.

Annegate pure. O salvatevi. Fate da soli, insomma.

Come avete sempre fatto, che siate vongole o merluzzi. Se ne avrete voglia, sopravviverete.

Quando i sogni sono infranti, non c’è modo di tornare indietro.

Socrate se ne va ad Ibiza.

Eccoti qui.

Eccoti qui, sdraiata. Sognante. Un corpo immacolato, il tuo. Che acquista un tendaggio di ingorda purezza, oggi, che è mattina, che è Natale. E i riflessi delle future campane di latta che ormeggeranno di alleluia i petti dei fedeli confluiscono nella fluviale schiena che imprime i seni sotto un intimo zerbino bianco. A vederti, saresti meta ambita delle formiche, che mai avranno percorso terricci più naturali. A toccarti, faresti vacillare il sandalo di qualunque male. L’ignoto, con te, diverrebbe miele succoso e colante. Nessun timore. Si lascerebbe il porto, ora. Pur sapendo dei pirati ad est. A chi importa. Non di certo. Eppure, mentre dormi rigetti nastri di salmone.

La vita sembra facile. E’ una balla certo, ma una balla in più cosa vuoi che conti. Una balla ti rende coraggioso, ed è l’unica bugia che regge le mutande da dinosauro che indosso. Dirò di più, sembra anche bella. La vita. Sì, grazie a te. L’ho detto? Effettivamente l’ho sentito anch’io. E’ così, ma non chiedermi di spiegarti altro. Semplicemente questa volta mi hanno spiazzato. Lassù, dalle parti del grande capo. L’ho insultato fino a seccarmi il gargarozzo che quel figlio di puttana mi ha spedito un pacco regalo col tuo nome, il tuo cognome, e il tuo culo. Con tanto di ricevuta di ritorno, tra le altre cose. Un ringraziamento è doveroso. Che ne pensi? Cosa vuoi pensare. Hai i tuoi sogni, ed è giusto che tu sia sorretta da questo piedistallo ballante. Finché. Ma non lo farai. Non prima delle undici di stamane. Hai la faccia stanca ed il sonno ha preso possesso delle tue narici. Avrai fatto tardi, ieri sera. C’era un bicchiere vuoto e uno che conservava ancora poche ninfee al suo interno, nel lavandino. Due giorni. Niente. Sebbene non abbia pensato altro che all’impronta del tuo essere nell’aria, che avrei inghiottito, se non fosse labile e polverosa come le strade di campagna. Il lavoro uccide, altro che rendere liberi. Sai cosa me ne importa dei quattro soldi piazzati in banca come soldatini di piombo sulla credenza? Ho la donna più bella del mondo ad un fiato da me e volete che io pensi a quei quattro soldi che puzzano di piedi, poiché qualcuno troppo premuroso non sapeva dove nasconderli? Avete errato. Dunque, tieniti forte. Ho ricevuto il trasferimento. Già. Così potremmo stare insieme e svegliarci insieme e dormire insieme e… Avevi ragione in fondo. Si è veramente su una montagna russa. Si respira il vento d’alta quota e si mangia la merda dei porcili. Dipende. Da chi? Da cosa? No, non importa. Mi costringi qui, su questo tappeto persiano comprato da quel marocchino che ce lo fece passare per autentico, ed è splendido.

Sono un alieno. La strana creatura poggiata alla scrivania della camera da letto che ti cova come un bozzolo, è un alieno. Ti guardo come uno di questi strani tipi che mi porto dall’infanzia tanto da assumerne le sembianze. Quando guardano il rotolo terrestre e pensano chissà quale stranezze articolate. Magari per loro siamo un pascolo o un tipo di pesce raro. Zuppa di umano all’indice. Ma il mio è un pensiero preciso, una palla da bowling che percorre una traiettoria ritta e impeccabile. Il risultato irrilevante. Ti amo. Voglio scrivertelo. Ecco, lo appoggio sul comò. Il foglio è un po’ stropicciato. Uno scontrino. Le migliori poesie vengono scritte sugli scontrini. Un ti amo fresco di giornata. Certo, da abbinare con una pasta calda, e un buon caffè, lungo macchiato e al vetro, come piace. Non svegliarti, torno, vedi che torno, il bar è qui sotto, ti lascio una sigaretta. Sul foglio. Dopo la ti e prima del amo.

Eccoti qui, sempre sdraiata, sempre sognante. Non ti sei neanche rigirata. Dormi, e non badi. Al tempo, sì. Quello atmosferico. Fuori c’è il sole, e le nuvole  si sono fatte piccole. Non si sta male. Ed a quello che passa, anche a quello sei indifferente. Te ne stai in pace. Non biasimo. Dovresti dormire più spesso. No, che dico. Ti perderai l’attimo. Farà la differenza. Certo che ne sono sicuro. Natale. È il trentaquattresimo. Trentaquattro modi diversi di vederlo e di viverlo. L’innocenza? Dove? Eccola lì che corre via reggendosi il soprabito. Cosa vuoi, è per tutti. Alla stessa maniera. Non possiamo farci niente in fondo. Prenditela pure con me. Hai bisogno di un capo espiatorio, fa pure. La colpa è tua. E’ mia. E’ sua. Chi se ne fotte. C’è colpa. Mancanza di buon senso, dici? Sarà. Credo che non faccia che imborghesire l’anima, il buon senso.

Eri, e non sei. Poteva succedere a chiunque. A noi. Non bramo la salivazione della tua lingua. Baceresti una carcassa? Così non baceresti me, fatto del putrido collante che ci tenne insieme. I ricordi, certo. Non li tocco. Conserveranno quel paesaggio romantico in cui mi permettevi di abitare. La boscaglia, attualmente, ha preso fuoco. Corri. Fa presto. Esci da questo bozzolo di filigrana, e confonditi le idee. C’è ordine nel cosmo. E dove questo erige le sue pretese, lì è più facile organizzare disordini. Con lo spirito, è ovvio. Ecco. Sì, sì. Il tuo spirito. Dov’è finito? Non lo sento più. Non l’ho più sentito. Sono andato via, per un po’ di giorni. Lo consigliano a tutte le coppie: “prendetevi tempo, vi farà bene.”

Sono tornato. Mi aspettavi? Sì, no, può darsi. Hai cambiato le carte in tavola. Le hai mischiate male. Hai guardato la mia mano mentre ero via. Qualcosa è successo, i conti non tornano. La patta non fa per me. Tienilo te il piatto. Ridammi il coraggio. Ce ne sono migliaia. Quelle navi non salpano più. Chi l’avrebbe detto, già. Tu di certo no. Risolvi tutto col dormire, e le biglie agli altri. Ho voglia di giocare a flipper. Lo so che sono un ragazzino: lo vedi qual è il punto? La chitarra di Hendrix del secondo minuto e trenta non ti lega al Mi bemolle del quinto minuto e due.

  Ho cinquanta centesimi. Il resto. Il caffè, fumante. La pasta calda, calda. Te la lascio, ok. Bevo il caffè. Lungo macchiato e al vetro. Una ciofeca. Che dirti. Svegliati, vado, vedi che vado, il bar è qui sotto, prendo la sigaretta. Fumo, non dispiacerti. Un ti amo, stantio, a mosca cieca. Dammi un attimo. Ecco. Sul foglio. Un non, un più. Prima della ti e dopo del amo.

Anteprima di vita

Molti programmi di scrittura odierni offrono la cosiddetta anteprima di stampa. Prima di stampare puoi farti un’idea di come verrà fuori il testo scritto. Matrix non è perfetto: mi sarebbe piaciuto (a chi non piacerebbe, suvvia! Fate poco gli eroi!) avere un’anteprima di vita. Magari poi sarei andato ugualmente in stampa, avrei mantenuto le opzioni scelte, o magari no, avrei fatto qualche ritocco qua e là.

Sono tutti bravi a dire “io rifarei tutto quel che ho fatto”. Vi voglio vedere ad avere la possibilità reale di “ripetere”, di “rivedere” qualche dettaglio qui e lì. Non stiamo a prenderci in giro. L’uomo è fatto per ammirare l’eroe, per imitarlo, al massimo, ma non per esserlo.

Non esistono quelli che non piangono o non si disperano, semmai non hanno mai fatto scelte, non hanno mai scelto.

Di una cosa non mi pento: ho sempre scelto, anche senza anteprima di stampa. Ho sprecato un fiume di carta e di inchiostro, è vero o forse no. Forse adesso la stampante è collaudata meglio di un tempo.

Non che il numero di errori commessi garantisca, al crescere, una maggiore esperienza e una maggiore competenza, o almeno non necessariamente.

Siamo stampati a getto di emozioni.

Grazie Matrix per aver reso così reale la definizione delle nostre immagini.

Tanti auguri a…

Auguri. Cristo, auguri.

Ogni anno la stessa storia. Non importa che si chiami Chanukkah, Ramadan o Natale. Puoi persino essere ateo e gli auguri ti verranno comunque a cercare. Tutte queste viscide persone non sanno nemmeno la radice del verbo augurare. Augurare significa accrescere, ma l’unica cosa che accrescono è la distanza che li separa da loro stessi.

Li vedo ogni mattina e capisco che l’unica cosa che posso fare è stare al loro gioco. Augurare. Allora: auguri. Auguri al tabaccaio che smercia morte. Auguri alla maestra che ci prepara durante l’anno come i panettoni senza canditi. Auguri al barbone sulla strada dell’università che mi ricorda il mio imbarazzo di essere venuto al mondo. Auguri a Jimmy Hendrix che mi ricorda che vivere vuol dire durare il tempo di un assolo. Auguri ai culturisti che mettono proteine nel loro pene. Auguri a Tolstoj e a tutti quelli che sono più in guerra che in pace. Auguri alla badante di mia nonna, ma soprattutto a chi non bada mai a se stesso. Auguri alle donne che si rifanno le tette in tempo per Natale. Auguri ai preti che sono più indaffarati degli uomini di Wallstreet. Auguri ad Andreotti e ai familiari di Moro. Auguri a Pacciani e a chi si porta dentro i propri mostri. Auguri ai migliori esempi della nostra generazione. Auguri a tutti quelli che votano Silvio perché non hanno più nulla da fare, auguri a chi vota quegli altri, in fila al seggio come il giorno della prima comunione. Auguri a Jack che ci ha insegnato a non frenare, e auguri all’altro Jack che ci ha aiutato a squartare la mente delle persone.

Auguri a chi vive l’emozione. A chi non ha paura. A chi sbaglia di proposito. Auguri ai bugiardi nella loro sincera meschinità. Auguri a chi ha tagliato il traguardo e a chi invece si è fermato prima. Auguri a chi non è nemmeno partito, a chi si innamora ancora e ancora e ancora senza stancarsi mai. Auguri a tutte quelle coppie che a vent’anni sembrano dei vecchi sposati da cinquanta. Auguri al rock. Auguri a chi fa sempre ciò che deve, a chi va contro corrente e anche a chi sceglie di essere la corrente.

Auguri alla pioggia quella che taglia il viso. Auguri a chi piange lava. Auguri a chi per raggiungere la felicità è disposto a perdere tutto.

Auguri a chi sa che l’amore non è nient’altro che egoismo. Auguri a chi si ama di nascosto.

Ma soprattutto auguri a me stesso, perché sono un testa di cazzo.

Vi auguro di non augurare mai nulla a nessuno.

Metafisica dello squilletto

Se, per dirla con Stefano Benni, “la vita del puntuale è un inferno di solitudini immeritate“, allora è anche vero che la vita di chi telefona spesso è un inferno di chiamate effettuate e non corrisposte.

Ma alle volte anche queste chiamate lunghe un’eternità di squilli, finiscono per convertirsi dall’altra parte, sull’altro telefono cellulare, in un avviso di “chiamata non risposta”, quasi che sia una sorta di rimprovero.

Tentiamo però un’analisi metafisica dello “squilletto” che, prima delle offerte delle compagnie telefoniche riguardo la messaggistica breve (sms), è stato per tempo, e lo è ancora oggi, un simbolo dai mille significati.

D’altronde è la stessa scienza della comunicazione che ci insegna come il “silenzio”, a seconda dei contesti comunicativi, dei momenti, delle culture, può essere interpretato in svariati modi. Addentriamoci dunque nell’antropologia metafisica dello squilletto, facendone, proprio come richiede il metodo accademico, una classificazione per casi.

1. Lo squilletto del frustrato

Sotto questa prima categoria sono identificabili tutti quegli squilletti originati da una chiamata, spesso ripetuta più volte, all’indirizzo del destinatario. Di solito il destinatario della chiamata si trova in circostanze nelle quali gli è impedito di rispondere con immediatezza. Ciò provoca stati d’ansia e frustrazioni nel soggetto mittente, il quale impreca più volte nella varie lingue conosciute. Gli antropologi hanno spesso notato che questo tipo è rilevabile in percentuali maggiori nella fascia di destinatari che pur possedendo un telefono cellulare si comportano come se non l’avessero. Una curiosità: molti sostengono che il messaggio della Rousseau nel telefilm Lost non sia altro che un disperato tentativo di lasciare messaggi in segreteria, dopo gli squilli andati a vuoto.

2. Lo squilletto malizioso

Questo è un caso di squilletto tra i più frequenti. In questo caso il mittente è solito operare appositamente il cosiddetto “squilletto” all’indirizzo del ricevente per “controllare che l’altro telefono sia acceso”. Sembra che ciò sia più che sufficiente ad autorizzarlo a pensare maliziosamente che l’altro non voglia rispondere ai suoi messaggi o alle sue chiamate, di proposito, e non per cause di vis maior. Infatti, solitamente, questo tipo di squilletti sono effettuati, dopo uno o due sms ai quali non si è ricevuto risposta. La frase più comune del soggetto mittente è “Ah, lo/la stronzo/a ha il telefono acceso e neanche risponde.” Le statistiche rivelano che dall’altra parte c’è effettivamente, nel 75% dei casi, uno stronzo/a che non vi filerà di pezza.

3. Lo squilletto t.p./t.v.b., ossia “ti penso”

Questa terza categoria è l’esatto opposto della precedente, nelle finalità con le quali lo squilletto viene inoltrato. Di solito almeno uno dei due soggetti (mittente/ricevente, che è possibile anche definire squillatore/squillato) è innamorato (non necessariamente entrambi, e non necessariamente l’uno dell’altro). In questo caso lo squillo è interpretabile come un “ti penso”, “ti voglio bene”, “ti sto pensando in questo momento”. Molti si sono specializzati in “squillatori” professionisti che altrove (vedi il codice penale) sono definiti anche “stalker”. Questi soggetti scandiscono la propria giornata sulla tempistica prestabilita dello squillo o degli squilli da effettuare. Ma non sempre c’è da fidarsi: è il caso di Gustava Ilgelato, una signora che era solita effettuare squilli al proprio marito solo quando si trovava a letto con altri uomini. Insomma, non sono tutti squilli quelli che drillano.

Cosa c’è dietro uno squilletto

4. Lo squilletto anonimo

C’è una fascia anomala di squillatori che preferisce fare squilli all’indirizzo dello squillato, nascondendo l’identificazione del chiamante. Sotto questa categoria si raggruppano diverse tipologie di mittenti: dal fidanzato/a geloso/a al seriale killer professionista, ma anche amatoriale. Gli evasori fiscali ricevono squilletti anonimi dalla Guardia di Finanza: il tenente riattacca subito prima che l’altro risponda e ride insieme ai suoi colleghi.

5. Lo squilletto pattuito

C’è poi questa categoria che ha preso piede insieme alla crisi economica. Per risparmiare sui messaggi o sui costi delle chiamate, mittente e ricevente concordano prima il significato dello squillo. Questo va da “fammi uno squillo quando sei sotto casa mia” a “Fammi uno squillo appena fai partire i missili cruise”. Tuttavia, più frequentemente di quanto si pensi, i patti non sono rispettati, e così la storia è colma di squilli travisati i mai arrivati. La vera origine della seconda guerra mondiale sarebbe infatti da ricercare, secondo affermati storici, in uno squillo male interpretato di Hitler all’Ambasciata francese. L’ambasciatore francese aveva concordato soltanto “Adolf, fammi uno squillo quando le Sacher sono fuori dal forno.” Ma Adolf aveva in mente un altro tipo di forni.

6. Lo squilletto mai ricevuto

Così come la comunicazione oltre al detto studia il non-detto, è necessario annoverare nella tipologia dello squilletto, il caso di quello mai ricevuto, in quanto mai effettuato. Spesso lo pseudo-mittente dello squillo è solito dire “Ti ho fatto cinque squilli per avvisarti, possibile tu non li abbia ricevuti?” Lo pseudo-destinatario, che raramente mette in dubbio la parola dell’altro (cinque squilli, mica uno!), replica “Non li ho visti!”. E poi passa il resto della giornata a prendersela con gli operatori telefonici o con la casa produttrice del suo telefono. Conosco un tale che è arrivato a cambiare più telefoni prima di capire che non riceveva mai squilli. D’altronde questa categoria presenta un’altra faccia della medaglia: è il caso di tutti quei soggetti che aspettano da una vita lo squilletto che cambierà la loro esistenza. Molti fra questi sono stati ritrovati morti o in fin di vita con il telefono in mano.

7. Lo squilletto matriciano

Questa categoria è l’italica corrispondenza del celebre film “Matrix”. Da quando le squillo e gli squilletti si sono infiltrati nella politica italiana, è diventato sempre più difficile non cedere il passo a facili derive populistiche. Così, proprio come nel film, ci ritroviamo a immaginare questi palazzi del potere colmi di telefoni che squillano, un’interminabile filiera di squilli, mentre loro…sono in trattoria a mangiare l’amatriciana. Squilletto blu o squilletto rosso? Non ha importanza: la verità non sta in uno squilletto, ma nelle intercettazioni.

Gli antropologi stanno studiando molti altri tipi di squilletto, quindi l’elencazione non è del tutto terminata. Quando ci saranno aggiornamenti, non temete, vi faccio uno squilletto. 

Curriculum Amoris (solo i banchieri si innamorano)

Dunque, amici e, perché no, nemici, partiamo da un dato di fatto: il lavoro e l’amore ti vengono a cercare soltanto quando hai già entrambi.

Anzi, più è ben stipendiato il lavoro che avete, più il vostro amore vi rende sereno e felice, maggiormente le opportunità nuove sull’uno e sull’altro fronte si dispiegheranno con sovrana leggiadria e mirabile concupiscenza sulla vostra strada. La gloria, da un certo punto in avanti, non può che aumentare, somigliando essa più a una bestia senza controllo che altro.

Perciò molti saranno sempre in debito con l’amore semmai dovesse arrivare: partono con un dato di economia finanziaria per tentare di sostituire i titoli e le azioni con beni più materiali, appartenenti all’economia reale.

In un sistema dove i meccanismi sono principalmente questi, si va a costituire una casta del lavoro e dell’amore. E gli altri, fuori dalla casta, restano castrati. Se fossero dentro sarebbero incastrati…

D’altronde una volta che l’amore è Fiorito, tutto l’universo e la giunta regionale è felice.

Quindi si può sempre seguire la via del suonatore Jones: non al denaro, né all’amore, né al cielo…

Chissà se lo stesso discorso possa applicarsi anche alla fede.

Comunque non temete: ogni tanto il sistema si rinnova e un disoccupato diventa lavoratore, un cuore in affanno trova pace. Tutto sta a presentare il Curriculum giusto. Se proprio non avete mai lavorato o non vi siete mai innamorati, potete sempre dire che avete fatto l’università italiana.

Chissà come la prende la Fornero. Chissà se, almeno in amore, potremmo invece prenderci il diritto di essere “choosy”. O il fardello.

In ogni caso, ogni giorno è un giorno buono per rischiare. In borsa.

Bicchieri di carta che però sono di plastica

-Caro, per caso, hai rotto un bicchiere?-

-Ehm….no tesoro….figurati…perché?-

-No, chiedevo, mi sembrava di aver sentito il crash! tipico del bicchiere che si infrange, seguito anche dal crock! del bicchiere calpestato da una scarpa-

-Ma no, tesoro, figurati!-

-Ne sei sicuro? fammi vedere i bicchieri nella credenza…1,2,3,4…..vedi? sono quattro, sono sicura che fossero cinque….hai rotto un bicchiere!-

-E va bene si, ho rotto un bicchiere, scusa, non l’ho fatto apposta! contenta?-

-E l’hai pure calpestato!-

-Si, l’ho pure calpestato, amore, dov’è il problema? È un bicchiere!-

-Ecco! Lo vedi dov’è il problema? Non è un bicchiere, è il MIO bicchiere!-

-Il tuo bicchiere, il bicchiere, ma che differenza fa?-

-Certo che fa differenza, se te non hai rispetto per le mie cose, non hai rispetto per me! Ed il fatto che te non colga queste sfumature, beh, mi fa riflettere e neanche poco!-

-Tesoro, adesso stai esagerando, era un bicchiere, non ho ucciso tua madre. Ho, semplicemente, rotto un fottutissimo bicchiere!-

-Non dirmi che esagero, trattandomi come una pazza psicopatica perché peggiori la situazione, sto cercando di farti capire l’importanza del rispetto reciproco, non sono pazza!-

-Ma sempre di un bicchiere stiamo parlando! Te lo ricompro ok?-

-Ah! Adesso mi tratti pure da pezzente! Certo te sei l’uomo, quello con la stabilità lavorativa, quello che guadagna bene, a cui non frega nulla del bicchiere di questa povera pezzente che, in quanto donna, sarà sempre un gradino più in basso, vero?-

-Sai bene che ho molta considerazione del tuo lavoro e della tua carriera!-

-Certo, fin quando non ci sposiamo ed avremo dei bambini no? Poi diverrò come quel bicchiere per te, solo un fottutissimo bicchiere! Se si rompe, si può calpestare e ricomprare, che problema c’è? La verità è che forse dovremmo lasciarci!-

-Lasciarci per un bicchiere rotto? Ti senti male oggi?-

-Ancora mi tratti come una pazza? Vedi? Dobbiamo lasciarci, perché te non hai il minimo rispetto per me!-

-Ok tesoro, calmati, io ti amo, sto benissimo con te, ho rotto un bicchiere perché sono un imbranato che non sa lavare i piatti, e mentre cadeva stavo per inciampare, e per non farmi male ho pestato il bicchiere, ma solo perché sono un imbranato, e non te l’avrei detto solo perché non voglio fare la figura dell’imbranato davanti a te, perché ti stimo talmente tanto che, a volte, mi sento meno di te! Ora, non voglio lasciarci per un bicchiere! Adesso, metti la giacca ed usciamo!-

-E dov’è che andiamo?-

-A comprare bicchieri di carta!-

-Non son di carta, sono di plastica!-

-A comprare bicchieri di plastica! Però tutti li chiamano di carta! Mah!-

-Me lo sono sempre chiesta anche io…..mah….Colorati?-

-Coloratissimi, amore-

Laetitia

 

Ogni maledetto weekend

Il weekend è come il cucchiaio: non esiste.

Se ti concentri, capirai che non è il cucchiaio a piegarsi, ma sei tu stesso.  Così come capirai che non è il weekend a venirti incontro ma sei te che vai incontro al weekend.

Quante volte gli impegni che per tanti motivi non possono essere realizzati durante la settimana lavorativa (strana definizione questa del tempo segnato da crisi e disoccupazione), sono rimandati al weekend?

Così arrivano le classiche frasi come “ci vediamo nel weekend”, “ci sentiamo nel weekend”, “cosa fai questo weekend?”

Il weekend è un’invenzione del Sistema per tenerci buoni, è il premio per fermarci e ripartire, è la dose di ozio settimanale istituzionalmente conclamata (al di là del fatto che molti non conoscono ozio o non conoscono lavoro).

Ma la parte più difficile da accettare in questo inglesismo è la definizione precisa di tempo cui la parola fa riferimento.

Weekend al faro, ma sì!

Cosa si intende con “weekend”? Venerdì e sabato, o anche la domenica, o soltanto il sabato in coppia con la domenica, o uno soltanto di questi giorni? Forse è un’ oscura porzione di tempo che si manifesta in un portale che può aprirsi soltanto a cavallo della mezzanotte del sabato? Chissà!

Una cosa è certa. Quando arrivava il weekend, una volta, ero contento. Adesso la parola mi mette una tristezza infinita. “Weekend”: il composto week e end, mi suggerisce la fine di qualcosa, e quando qualcosa finisce io sono sempre triste. Allora preferisco chiamare le cose con il loro nome: fine settimana. Mi sembra più corretto. Mi sembra che weekend sia un torto alla vita, una allegrezza più che una gioia, una forzatura del tempo. Chiamiamo le cose con il loro nome, diamo poco spazio all’ambiguo, perché il tempo non sarà altrettanto “inglese” con noi.

Tra l’altro uno studio recente, a cura dello Storm Prediction Center con sede in Oklahoma, dimostra che tempeste e tornado sono meno frequenti nel weekend, a causa di inquinamento e smog. C’è poco movimento. A me piace la tempesta, non la quiete.

Vi immaginate se “Ogni maledetta domenica” sarebbe stato “Ogni maledetto weekend”? Dai, non si può!

Tutto il resto è (PARA)noia: guida per principianti

Ammettiamolo!

Tutti siamo paranoici, almeno un po’, almeno in alcuni frangenti della nostra vita. All’inizio la consapevolezza dello stato paranoico genera ansia, turbamento e disapprovazione interiore,ma anni di esperienza mi hanno resa una vera e propria esperta in materia, tanto da condividere cotanta ricchezza con tutti voi, neo paranoici turbati.

Cominciamo prendendo ad esempio la situazione-tipo: un tipo che ci piace! Il caso per eccellenza, in materia.

Il tipo che ci piace ci invia a prendere una birra

Step paranoico n°1:

-Perché mi ha invitata?Mica gli piacerò?No, quello stava con quella che è bella, simpatica brava, etc,etc, che c’entro io?Ma perché mi ha invitata dopo tanto?forse ha un’altra contemporaneamente a me?e che mi metto?no, quello no, sembro facile.Quell’altro no, sembro sciatta. Ma a lui cosa piacerà di me?e se mi scordo il deodorante?Oddio, non ho messo il deodorante sono sicura, etc,etc…..-

Soluzione:

Fermarsi, respirare e ripetere le seguenti parole al proprio cervello:

ANCHE LUI FA LA CACCA(ripetere, a seconda della necessità, dalle due alle trecento volte).

Il tipo che ci piace ci bacia

Step paranoico n°2:

-Oddio, ho mangiato le patatine, ho bevuto la birra, ho fumato, ho lavato i denti prima di uscire?non mi ricordo, cavolo, aspè, ma il deodorante, quindi, l’ho messo o no?ma la maglia puzzerà di fritto?ma bacio male?e se bacio male?adesso se mi dice che è stanco, vuol dire che bacio male, non mi chiamerà mai più, dirà a tutta la città che bacio male.Non potrò più uscire di casa, come faccio?

Soluzione:

Fermarsi, respirare e ripetere le seguenti parole nel proprio cervello:

QUESTO E’ IL BALLO DEL QUA QUA, E DI UN PAPERO CHE SA FARE SOLO QUA QUA Più QUA QUA QUA.

Il tipo che ci piace, disdice un appuntamento con noi

Step paranoico n°3 (Armageddon)

-Ecco, lo sapevo, l’ho spaventato, mi ha detto che il suo amico deve traslocare, non lo sapeva l’altro giorno?possibile?Gli ho detto un “noi” di striscio, per sbaglio, e questa è la reazione, perchè poco fa non me l’aveva detto che aveva da fare, no, quindi è a causa di quel “noi”che mi è scappato,non mi richiamerà più, non gli piaccio neanche forse, vuole solo venire a letto con me, me lo sento, è così!!Ma magari neanche quello, del resto ne avrà di ragazze carine attorno, mica ci sarò solo io….io non troverò mai nessuno che mi vuole bene, non sono in grado…ma perché mi dispiace così tanto?mi sono innamorata?lo conosco da una settimana, no, si, forse, chi lo sa!sto sudando, ma l’ho messo oggi il deodorante?no, non lo so…non mi ricordo, adesso se ne va, lo so….-

Soluzione:

Dale a tu cuerpo alegria Macarena 
Que tu cuerpo es pa’ darle alegria y cosa buena 
Dale a tu cuerpo alegria, Macarena 
Hey Macarena 

Adesso, caro lettore, anche te con queste semplici linee guida, saprai (con)vivere nell’immenso mare della paranoia, come Ulisse, troverai il tuo modo per non gettarti in pasto alla tua sorte.

Quella del paranoico agonistico è una vita dura, piena di pericoli ed ostacoli, ma non demordere!c’è speranza anche per noi per (soprav)vivere…Vi saluto miei cari…Buona paranoia a tutti voi!

 

[...ma, sarà piaciuto quello che ho scritto?ma avrò scritto bene?e se ho fatto errori?diranno che fa schifo, no, anzi, fa schifo, lo so, non mi firmo, no, meglio di no, tanto fa schifo, poi se no mi riconoscono e mi assoceranno, per sempre, a quella che ha scritto sta schifezza......]

Laetitia

Il colore dei pesci rossi

-Ciao-

-Come va?-

-Bene grazie, te?-

-Un po’ stanca, ma bene-

-Hai fame?-

-Ora no, mangio dopo!te?-

-Ho mangiato, non sapevo quando saresti tornata. Ho invitato Claudio ed Elisa a cena venerdì, va bene?-

-Si, va bene. Sabato usciamo in barca con Andrea e Ilaria ricordi?-

-Si, ricordo. La sera poi siamo a cena da Paola per la festa di compleanno vero?-

-Si, e domenica a pranzo da tuo fratello in campagna-

-Certo!-

-Tesoro, credi che dovremmo avere un figlio?-

-No cara, non abbiamo tempo vedi?-

-Vero! E che ne dici di un cane?-

-Troppo impegnativo, magari un gatto-

-Il gatto strappa i divani però-

-Hai ragione, non avremmo tempo per il tappezziere poi. E un pesce rosso?-

-Allora un enorme acquario da mettere in sala, con centinaia di pesci tropicali!-

-Mi piace, darebbe colore alla casa-

-Ok, allora domani vado al negozio e…no aspetta, domani ho l’estetista, vai te?-

-Domani ho il massaggio shiatzu-

-Vabbè, andremo un’altra volta magari, siamo pieni d’impegni-

-Va bene, un’altra volta cara. Adesso scusa, sono in chat con Filippo, è stato lasciato dalla moglie, sta male ed io non ho mai tempo di ascoltarlo-

-Va bene, io vado a giocare a farmville di là.-

-’Notte cara, se ho tempo poi ti do il bacio della buona notte-

-’Notte-….-Certo l’acquario darebbe davvero un sacco di colore in questa casa- Pensò lei accendendo il computer.

Laetitia

Vivere nuoce gravemente alla salute

Ci ho provato, sbagliando.

Fin quasi a rischiare il cancro o un infarto.

D’altronde me lo avevano detto di stare attento: vivere nuoce gravemente alla salute.

Ho un sacco di vizi: scrivo, provo sentimenti, parlo, rido, piango, leggo.

Scrivo almeno una volta al giorno, e quando non sono impegnato in un vizio, ce n’è sicuramente un altro che mi occupa la giornata, o più vizi contemporaneamente.

Devo smettere di pensare e di provare sentimenti, devo anche smettere di scrivere e di leggere. Devo limitarmi a respirare, d’ora in poi.

Il medico è stato chiaro: respira e basta. Non farti domande, non cercare risposte. Respira, come una pianta.

Stai al tuo posto, e vedrai che vita meravigliosa che avrai.

Quindi ho deciso di seguire i consigli del medico, perché vivere è pericoloso, nuoce gravemente alla salute.

Vabbè, magari, domani smetto.

Sono solo una pedina

Non c’è montagna più alta

Di quella che non scalerò

Agli occhi di un novizio la pedina è certamente la parte più sottovalutata nel gioco degli scacchi.

L’esperienza mi suggerisce invece che il destino di una partita dipende spesso da come si muove o non si muove una pedina, piuttosto che un alfiere, una regina, una torre o un cavallo. Magari non sarà una pedina a mettere sotto scacco il Re, ma tocca comunque alla fanteria avanzare nel fango casella dopo casella.

La pedina mi ha sempre affascinato per questo suo muoversi lento e significativo, per questo senso del sacrificio più ardente che non in tutti gli altri pezzi, per questo suo non uccidere l’avversario in modo diretto ma sempre nella più prossima casella in diagonale: obliquità della lama assassina che scivola furtiva nella gola del nemico.

Del resto se gli scacchi fossero un’opera narrativa, ed in effetti lo sono dal momento che ogni partita è il racconto di uno scontro sanguinario, la pedina sarebbe l’unico personaggio non a tutto tondo ma potenzialmente capace di un’evoluzione.

Infatti, una volta arrivata nell’orizzonte delle file nemiche, i suoi sacrifici vengono ampiamente ricompensati. La pedina si elegge a torre, ad alfiere o persino a regina contestando quel ruolo che sembrava fino a un attimo prima un’esclusiva dinastica dei pezzi superiori.

Ma questo premio infine risulta per certi versi anche una condanna.

La pedina perde quell’originaria libertà degli umili per assurgere ed incarnare a un ruolo dal quale non potrà più sfuggire, se non con la morte. In un certo senso quando i poveri diventano ricchi, quando i vinti diventano vincitori, si perde qualcosa nel passaggio.

E questa è stata la storia di molte rivoluzioni: una sostituzione di persone sul carro dei vincitori, ma non di ruoli.

Una volta al potere, la potenzialità è finita, si cristallizza e si eclissa.

Morirò pedina. Morirò libero.

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