Socrate e l’idromaieutica
L’idromaieutica non è un metodo subacqueo di ricerca della verità (quello si chiama idromaieUstica, ma finora non ha ancora fornito grandi risposte).
L’idromaieutica ha piuttosto due significati: da una parte con esso intendiamo dire che la verità è come l’acqua, capace di cambiare forma a seconda del recipiente che la contiene, pertanto, come l’acqua, rende il terreno scivoloso e fangoso, costringe a rimettere in dubbio le nostre certezze acquisite. Per questo le persone idrofobe sono insospettabilmente più numerose delle idrofile. Non solo, nella verità occorre anche saper nuotare. Un nuotatore poco esperto potrebbe morire annegato, al contrario delle menzogne che sono sempre ottimi salvagenti per restare a galla. Non tutti sono in grado di resistere al gravame della Verità, che è come una zavorra al piede mentre infuria la tempesta.
Il secondo significato è che potremmo accontentarci di cercare la verità nelle vasche idromassaggio. Abbiamo infine votato per una deliberante e liberante fuga dai problemi e dai pugnali che ci hanno crocifisso per così lungo tempo.
Perché perdere tempo ad indicare la strada ai ciechi? Perché non passare da “Ad Maiora!” a “Ad Majorca!”? La tentazione è forte, tanto più che la realtà non cambia né a colpi di post di blog, né a colpi di posti di lavoro precari.
Cosa succede quando il Grande Sognatore si è stancato? Quando l’amore non è più quello che credevamo, quando la realtà è molto più grigia e oscura di quella descritta nei romanzi, quando non c’è nessun eroe, né razza aliena superiore a salvarci?
Succede che ci prendiamo una pausa. Una dovuta pausa da tutto.
Annegate pure. O salvatevi. Fate da soli, insomma.
Come avete sempre fatto, che siate vongole o merluzzi. Se ne avrete voglia, sopravviverete.
Quando i sogni sono infranti, non c’è modo di tornare indietro.
Socrate se ne va ad Ibiza.
Eccoti qui.
Eccoti qui, sdraiata. Sognante. Un corpo immacolato, il tuo. Che acquista un tendaggio di ingorda purezza, oggi, che è mattina, che è Natale. E i riflessi delle future campane di latta che ormeggeranno di alleluia i petti dei fedeli confluiscono nella fluviale schiena che imprime i seni sotto un intimo zerbino bianco. A vederti, saresti meta ambita delle formiche, che mai avranno percorso terricci più naturali. A toccarti, faresti vacillare il sandalo di qualunque male. L’ignoto, con te, diverrebbe miele succoso e colante. Nessun timore. Si lascerebbe il porto, ora. Pur sapendo dei pirati ad est. A chi importa. Non di certo. Eppure, mentre dormi rigetti nastri di salmone.
La vita sembra facile. E’ una balla certo, ma una balla in più cosa vuoi che conti. Una balla ti rende coraggioso, ed è l’unica bugia che regge le mutande da dinosauro che indosso. Dirò di più, sembra anche bella. La vita. Sì, grazie a te. L’ho detto? Effettivamente l’ho sentito anch’io. E’ così, ma non chiedermi di spiegarti altro. Semplicemente questa volta mi hanno spiazzato. Lassù, dalle parti del grande capo. L’ho insultato fino a seccarmi il gargarozzo che quel figlio di puttana mi ha spedito un pacco regalo col tuo nome, il tuo cognome, e il tuo culo. Con tanto di ricevuta di ritorno, tra le altre cose. Un ringraziamento è doveroso. Che ne pensi? Cosa vuoi pensare. Hai i tuoi sogni, ed è giusto che tu sia sorretta da questo piedistallo ballante. Finché. Ma non lo farai. Non prima delle undici di stamane. Hai la faccia stanca ed il sonno ha preso possesso delle tue narici. Avrai fatto tardi, ieri sera. C’era un bicchiere vuoto e uno che conservava ancora poche ninfee al suo interno, nel lavandino. Due giorni. Niente. Sebbene non abbia pensato altro che all’impronta del tuo essere nell’aria, che avrei inghiottito, se non fosse labile e polverosa come le strade di campagna. Il lavoro uccide, altro che rendere liberi. Sai cosa me ne importa dei quattro soldi piazzati in banca come soldatini di piombo sulla credenza? Ho la donna più bella del mondo ad un fiato da me e volete che io pensi a quei quattro soldi che puzzano di piedi, poiché qualcuno troppo premuroso non sapeva dove nasconderli? Avete errato. Dunque, tieniti forte. Ho ricevuto il trasferimento. Già. Così potremmo stare insieme e svegliarci insieme e dormire insieme e… Avevi ragione in fondo. Si è veramente su una montagna russa. Si respira il vento d’alta quota e si mangia la merda dei porcili. Dipende. Da chi? Da cosa? No, non importa. Mi costringi qui, su questo tappeto persiano comprato da quel marocchino che ce lo fece passare per autentico, ed è splendido.
Sono un alieno. La strana creatura poggiata alla scrivania della camera da letto che ti cova come un bozzolo, è un alieno. Ti guardo come uno di questi strani tipi che mi porto dall’infanzia tanto da assumerne le sembianze. Quando guardano il rotolo terrestre e pensano chissà quale stranezze articolate. Magari per loro siamo un pascolo o un tipo di pesce raro. Zuppa di umano all’indice. Ma il mio è un pensiero preciso, una palla da bowling che percorre una traiettoria ritta e impeccabile. Il risultato irrilevante. Ti amo. Voglio scrivertelo. Ecco, lo appoggio sul comò. Il foglio è un po’ stropicciato. Uno scontrino. Le migliori poesie vengono scritte sugli scontrini. Un ti amo fresco di giornata. Certo, da abbinare con una pasta calda, e un buon caffè, lungo macchiato e al vetro, come piace. Non svegliarti, torno, vedi che torno, il bar è qui sotto, ti lascio una sigaretta. Sul foglio. Dopo la ti e prima del amo.

Eccoti qui, sempre sdraiata, sempre sognante. Non ti sei neanche rigirata. Dormi, e non badi. Al tempo, sì. Quello atmosferico. Fuori c’è il sole, e le nuvole si sono fatte piccole. Non si sta male. Ed a quello che passa, anche a quello sei indifferente. Te ne stai in pace. Non biasimo. Dovresti dormire più spesso. No, che dico. Ti perderai l’attimo. Farà la differenza. Certo che ne sono sicuro. Natale. È il trentaquattresimo. Trentaquattro modi diversi di vederlo e di viverlo. L’innocenza? Dove? Eccola lì che corre via reggendosi il soprabito. Cosa vuoi, è per tutti. Alla stessa maniera. Non possiamo farci niente in fondo. Prenditela pure con me. Hai bisogno di un capo espiatorio, fa pure. La colpa è tua. E’ mia. E’ sua. Chi se ne fotte. C’è colpa. Mancanza di buon senso, dici? Sarà. Credo che non faccia che imborghesire l’anima, il buon senso.
Eri, e non sei. Poteva succedere a chiunque. A noi. Non bramo la salivazione della tua lingua. Baceresti una carcassa? Così non baceresti me, fatto del putrido collante che ci tenne insieme. I ricordi, certo. Non li tocco. Conserveranno quel paesaggio romantico in cui mi permettevi di abitare. La boscaglia, attualmente, ha preso fuoco. Corri. Fa presto. Esci da questo bozzolo di filigrana, e confonditi le idee. C’è ordine nel cosmo. E dove questo erige le sue pretese, lì è più facile organizzare disordini. Con lo spirito, è ovvio. Ecco. Sì, sì. Il tuo spirito. Dov’è finito? Non lo sento più. Non l’ho più sentito. Sono andato via, per un po’ di giorni. Lo consigliano a tutte le coppie: “prendetevi tempo, vi farà bene.”
Sono tornato. Mi aspettavi? Sì, no, può darsi. Hai cambiato le carte in tavola. Le hai mischiate male. Hai guardato la mia mano mentre ero via. Qualcosa è successo, i conti non tornano. La patta non fa per me. Tienilo te il piatto. Ridammi il coraggio. Ce ne sono migliaia. Quelle navi non salpano più. Chi l’avrebbe detto, già. Tu di certo no. Risolvi tutto col dormire, e le biglie agli altri. Ho voglia di giocare a flipper. Lo so che sono un ragazzino: lo vedi qual è il punto? La chitarra di Hendrix del secondo minuto e trenta non ti lega al Mi bemolle del quinto minuto e due.
Ho cinquanta centesimi. Il resto. Il caffè, fumante. La pasta calda, calda. Te la lascio, ok. Bevo il caffè. Lungo macchiato e al vetro. Una ciofeca. Che dirti. Svegliati, vado, vedi che vado, il bar è qui sotto, prendo la sigaretta. Fumo, non dispiacerti. Un ti amo, stantio, a mosca cieca. Dammi un attimo. Ecco. Sul foglio. Un non, un più. Prima della ti e dopo del amo.
Anteprima di vita
Molti programmi di scrittura odierni offrono la cosiddetta anteprima di stampa. Prima di stampare puoi farti un’idea di come verrà fuori il testo scritto. Matrix non è perfetto: mi sarebbe piaciuto (a chi non piacerebbe, suvvia! Fate poco gli eroi!) avere un’anteprima di vita. Magari poi sarei andato ugualmente in stampa, avrei mantenuto le opzioni scelte, o magari no, avrei fatto qualche ritocco qua e là.
Sono tutti bravi a dire “io rifarei tutto quel che ho fatto”. Vi voglio vedere ad avere la possibilità reale di “ripetere”, di “rivedere” qualche dettaglio qui e lì. Non stiamo a prenderci in giro. L’uomo è fatto per ammirare l’eroe, per imitarlo, al massimo, ma non per esserlo.
Non esistono quelli che non piangono o non si disperano, semmai non hanno mai fatto scelte, non hanno mai scelto.
Di una cosa non mi pento: ho sempre scelto, anche senza anteprima di stampa. Ho sprecato un fiume di carta e di inchiostro, è vero o forse no. Forse adesso la stampante è collaudata meglio di un tempo.
Non che il numero di errori commessi garantisca, al crescere, una maggiore esperienza e una maggiore competenza, o almeno non necessariamente.
Siamo stampati a getto di emozioni.
Grazie Matrix per aver reso così reale la definizione delle nostre immagini.

Tanti auguri a…
Auguri. Cristo, auguri.
Ogni anno la stessa storia. Non importa che si chiami Chanukkah, Ramadan o Natale. Puoi persino essere ateo e gli auguri ti verranno comunque a cercare. Tutte queste viscide persone non sanno nemmeno la radice del verbo augurare. Augurare significa accrescere, ma l’unica cosa che accrescono è la distanza che li separa da loro stessi.
Li vedo ogni mattina e capisco che l’unica cosa che posso fare è stare al loro gioco. Augurare. Allora: auguri. Auguri al tabaccaio che smercia morte. Auguri alla maestra che ci prepara durante l’anno come i panettoni senza canditi. Auguri al barbone sulla strada dell’università che mi ricorda il mio imbarazzo di essere venuto al mondo. Auguri a Jimmy Hendrix che mi ricorda che vivere vuol dire durare il tempo di un assolo. Auguri ai culturisti che mettono proteine nel loro pene. Auguri a Tolstoj e a tutti quelli che sono più in guerra che in pace. Auguri alla badante di mia nonna, ma soprattutto a chi non bada mai a se stesso. Auguri alle donne che si rifanno le tette in tempo per Natale. Auguri ai preti che sono più indaffarati degli uomini di Wallstreet. Auguri ad Andreotti e ai familiari di Moro. Auguri a Pacciani e a chi si porta dentro i propri mostri. Auguri ai migliori esempi della nostra generazione. Auguri a tutti quelli che votano Silvio perché non hanno più nulla da fare, auguri a chi vota quegli altri, in fila al seggio come il giorno della prima comunione. Auguri a Jack che ci ha insegnato a non frenare, e auguri all’altro Jack che ci ha aiutato a squartare la mente delle persone.

Auguri a chi vive l’emozione. A chi non ha paura. A chi sbaglia di proposito. Auguri ai bugiardi nella loro sincera meschinità. Auguri a chi ha tagliato il traguardo e a chi invece si è fermato prima. Auguri a chi non è nemmeno partito, a chi si innamora ancora e ancora e ancora senza stancarsi mai. Auguri a tutte quelle coppie che a vent’anni sembrano dei vecchi sposati da cinquanta. Auguri al rock. Auguri a chi fa sempre ciò che deve, a chi va contro corrente e anche a chi sceglie di essere la corrente.
Auguri alla pioggia quella che taglia il viso. Auguri a chi piange lava. Auguri a chi per raggiungere la felicità è disposto a perdere tutto.
Auguri a chi sa che l’amore non è nient’altro che egoismo. Auguri a chi si ama di nascosto.
Ma soprattutto auguri a me stesso, perché sono un testa di cazzo.
Vi auguro di non augurare mai nulla a nessuno.
Curriculum Amoris (solo i banchieri si innamorano)
Dunque, amici e, perché no, nemici, partiamo da un dato di fatto: il lavoro e l’amore ti vengono a cercare soltanto quando hai già entrambi.

Anzi, più è ben stipendiato il lavoro che avete, più il vostro amore vi rende sereno e felice, maggiormente le opportunità nuove sull’uno e sull’altro fronte si dispiegheranno con sovrana leggiadria e mirabile concupiscenza sulla vostra strada. La gloria, da un certo punto in avanti, non può che aumentare, somigliando essa più a una bestia senza controllo che altro.
Perciò molti saranno sempre in debito con l’amore semmai dovesse arrivare: partono con un dato di economia finanziaria per tentare di sostituire i titoli e le azioni con beni più materiali, appartenenti all’economia reale.
In un sistema dove i meccanismi sono principalmente questi, si va a costituire una casta del lavoro e dell’amore. E gli altri, fuori dalla casta, restano castrati. Se fossero dentro sarebbero incastrati…
D’altronde una volta che l’amore è Fiorito, tutto l’universo e la giunta regionale è felice.

Quindi si può sempre seguire la via del suonatore Jones: non al denaro, né all’amore, né al cielo…
Chissà se lo stesso discorso possa applicarsi anche alla fede.
Comunque non temete: ogni tanto il sistema si rinnova e un disoccupato diventa lavoratore, un cuore in affanno trova pace. Tutto sta a presentare il Curriculum giusto. Se proprio non avete mai lavorato o non vi siete mai innamorati, potete sempre dire che avete fatto l’università italiana.
Chissà come la prende la Fornero. Chissà se, almeno in amore, potremmo invece prenderci il diritto di essere “choosy”. O il fardello.
In ogni caso, ogni giorno è un giorno buono per rischiare. In borsa.
Bicchieri di carta che però sono di plastica
-Caro, per caso, hai rotto un bicchiere?-
-Ehm….no tesoro….figurati…perché?-

-No, chiedevo, mi sembrava di aver sentito il crash! tipico del bicchiere che si infrange, seguito anche dal crock! del bicchiere calpestato da una scarpa-
-Ma no, tesoro, figurati!-
-Ne sei sicuro? fammi vedere i bicchieri nella credenza…1,2,3,4…..vedi? sono quattro, sono sicura che fossero cinque….hai rotto un bicchiere!-
-E va bene si, ho rotto un bicchiere, scusa, non l’ho fatto apposta! contenta?-
-E l’hai pure calpestato!-
-Si, l’ho pure calpestato, amore, dov’è il problema? È un bicchiere!-
-Ecco! Lo vedi dov’è il problema? Non è un bicchiere, è il MIO bicchiere!-
-Il tuo bicchiere, il bicchiere, ma che differenza fa?-
-Certo che fa differenza, se te non hai rispetto per le mie cose, non hai rispetto per me! Ed il fatto che te non colga queste sfumature, beh, mi fa riflettere e neanche poco!-
-Tesoro, adesso stai esagerando, era un bicchiere, non ho ucciso tua madre. Ho, semplicemente, rotto un fottutissimo bicchiere!-
-Non dirmi che esagero, trattandomi come una pazza psicopatica perché peggiori la situazione, sto cercando di farti capire l’importanza del rispetto reciproco, non sono pazza!-
-Ma sempre di un bicchiere stiamo parlando! Te lo ricompro ok?-
-Ah! Adesso mi tratti pure da pezzente! Certo te sei l’uomo, quello con la stabilità lavorativa, quello che guadagna bene, a cui non frega nulla del bicchiere di questa povera pezzente che, in quanto donna, sarà sempre un gradino più in basso, vero?-
-Sai bene che ho molta considerazione del tuo lavoro e della tua carriera!-
-Certo, fin quando non ci sposiamo ed avremo dei bambini no? Poi diverrò come quel bicchiere per te, solo un fottutissimo bicchiere! Se si rompe, si può calpestare e ricomprare, che problema c’è? La verità è che forse dovremmo lasciarci!-
-Lasciarci per un bicchiere rotto? Ti senti male oggi?-
-Ancora mi tratti come una pazza? Vedi? Dobbiamo lasciarci, perché te non hai il minimo rispetto per me!-
-Ok tesoro, calmati, io ti amo, sto benissimo con te, ho rotto un bicchiere perché sono un imbranato che non sa lavare i piatti, e mentre cadeva stavo per inciampare, e per non farmi male ho pestato il bicchiere, ma solo perché sono un imbranato, e non te l’avrei detto solo perché non voglio fare la figura dell’imbranato davanti a te, perché ti stimo talmente tanto che, a volte, mi sento meno di te! Ora, non voglio lasciarci per un bicchiere! Adesso, metti la giacca ed usciamo!-
-E dov’è che andiamo?-
-A comprare bicchieri di carta!-
-Non son di carta, sono di plastica!-
-A comprare bicchieri di plastica! Però tutti li chiamano di carta! Mah!-
-Me lo sono sempre chiesta anche io…..mah….Colorati?-
-Coloratissimi, amore-
Laetitia
Ogni maledetto weekend
Il weekend è come il cucchiaio: non esiste.
Se ti concentri, capirai che non è il cucchiaio a piegarsi, ma sei tu stesso. Così come capirai che non è il weekend a venirti incontro ma sei te che vai incontro al weekend.
Quante volte gli impegni che per tanti motivi non possono essere realizzati durante la settimana lavorativa (strana definizione questa del tempo segnato da crisi e disoccupazione), sono rimandati al weekend?
Così arrivano le classiche frasi come “ci vediamo nel weekend”, “ci sentiamo nel weekend”, “cosa fai questo weekend?”
Il weekend è un’invenzione del Sistema per tenerci buoni, è il premio per fermarci e ripartire, è la dose di ozio settimanale istituzionalmente conclamata (al di là del fatto che molti non conoscono ozio o non conoscono lavoro).
Ma la parte più difficile da accettare in questo inglesismo è la definizione precisa di tempo cui la parola fa riferimento.

Weekend al faro, ma sì!
Cosa si intende con “weekend”? Venerdì e sabato, o anche la domenica, o soltanto il sabato in coppia con la domenica, o uno soltanto di questi giorni? Forse è un’ oscura porzione di tempo che si manifesta in un portale che può aprirsi soltanto a cavallo della mezzanotte del sabato? Chissà!
Una cosa è certa. Quando arrivava il weekend, una volta, ero contento. Adesso la parola mi mette una tristezza infinita. “Weekend”: il composto week e end, mi suggerisce la fine di qualcosa, e quando qualcosa finisce io sono sempre triste. Allora preferisco chiamare le cose con il loro nome: fine settimana. Mi sembra più corretto. Mi sembra che weekend sia un torto alla vita, una allegrezza più che una gioia, una forzatura del tempo. Chiamiamo le cose con il loro nome, diamo poco spazio all’ambiguo, perché il tempo non sarà altrettanto “inglese” con noi.
Tra l’altro uno studio recente, a cura dello Storm Prediction Center con sede in Oklahoma, dimostra che tempeste e tornado sono meno frequenti nel weekend, a causa di inquinamento e smog. C’è poco movimento. A me piace la tempesta, non la quiete.
Vi immaginate se “Ogni maledetta domenica” sarebbe stato “Ogni maledetto weekend”? Dai, non si può!
Tutto il resto è (PARA)noia: guida per principianti
Ammettiamolo!
Tutti siamo paranoici, almeno un po’, almeno in alcuni frangenti della nostra vita. All’inizio la consapevolezza dello stato paranoico genera ansia, turbamento e disapprovazione interiore,ma anni di esperienza mi hanno resa una vera e propria esperta in materia, tanto da condividere cotanta ricchezza con tutti voi, neo paranoici turbati.

Cominciamo prendendo ad esempio la situazione-tipo: un tipo che ci piace! Il caso per eccellenza, in materia.
Il tipo che ci piace ci invia a prendere una birra
Step paranoico n°1:
-Perché mi ha invitata?Mica gli piacerò?No, quello stava con quella che è bella, simpatica brava, etc,etc, che c’entro io?Ma perché mi ha invitata dopo tanto?forse ha un’altra contemporaneamente a me?e che mi metto?no, quello no, sembro facile.Quell’altro no, sembro sciatta. Ma a lui cosa piacerà di me?e se mi scordo il deodorante?Oddio, non ho messo il deodorante sono sicura, etc,etc…..-
Soluzione:
Fermarsi, respirare e ripetere le seguenti parole al proprio cervello:
ANCHE LUI FA LA CACCA(ripetere, a seconda della necessità, dalle due alle trecento volte).

Il tipo che ci piace ci bacia
Step paranoico n°2:
-Oddio, ho mangiato le patatine, ho bevuto la birra, ho fumato, ho lavato i denti prima di uscire?non mi ricordo, cavolo, aspè, ma il deodorante, quindi, l’ho messo o no?ma la maglia puzzerà di fritto?ma bacio male?e se bacio male?adesso se mi dice che è stanco, vuol dire che bacio male, non mi chiamerà mai più, dirà a tutta la città che bacio male.Non potrò più uscire di casa, come faccio?
Soluzione:
Fermarsi, respirare e ripetere le seguenti parole nel proprio cervello:
QUESTO E’ IL BALLO DEL QUA QUA, E DI UN PAPERO CHE SA FARE SOLO QUA QUA Più QUA QUA QUA.
Il tipo che ci piace, disdice un appuntamento con noi
Step paranoico n°3 (Armageddon)
-Ecco, lo sapevo, l’ho spaventato, mi ha detto che il suo amico deve traslocare, non lo sapeva l’altro giorno?possibile?Gli ho detto un “noi” di striscio, per sbaglio, e questa è la reazione, perchè poco fa non me l’aveva detto che aveva da fare, no, quindi è a causa di quel “noi”che mi è scappato,non mi richiamerà più, non gli piaccio neanche forse, vuole solo venire a letto con me, me lo sento, è così!!Ma magari neanche quello, del resto ne avrà di ragazze carine attorno, mica ci sarò solo io….io non troverò mai nessuno che mi vuole bene, non sono in grado…ma perché mi dispiace così tanto?mi sono innamorata?lo conosco da una settimana, no, si, forse, chi lo sa!sto sudando, ma l’ho messo oggi il deodorante?no, non lo so…non mi ricordo, adesso se ne va, lo so….-
Soluzione:
Dale a tu cuerpo alegria Macarena
Que tu cuerpo es pa’ darle alegria y cosa buena
Dale a tu cuerpo alegria, Macarena
Hey Macarena

Adesso, caro lettore, anche te con queste semplici linee guida, saprai (con)vivere nell’immenso mare della paranoia, come Ulisse, troverai il tuo modo per non gettarti in pasto alla tua sorte.
Quella del paranoico agonistico è una vita dura, piena di pericoli ed ostacoli, ma non demordere!c’è speranza anche per noi per (soprav)vivere…Vi saluto miei cari…Buona paranoia a tutti voi!
[...ma, sarà piaciuto quello che ho scritto?ma avrò scritto bene?e se ho fatto errori?diranno che fa schifo, no, anzi, fa schifo, lo so, non mi firmo, no, meglio di no, tanto fa schifo, poi se no mi riconoscono e mi assoceranno, per sempre, a quella che ha scritto sta schifezza......]
Laetitia
Il colore dei pesci rossi
-Ciao-
-Come va?-
-Bene grazie, te?-
-Un po’ stanca, ma bene-
-Hai fame?-
-Ora no, mangio dopo!te?-
-Ho mangiato, non sapevo quando saresti tornata. Ho invitato Claudio ed Elisa a cena venerdì, va bene?-
-Si, va bene. Sabato usciamo in barca con Andrea e Ilaria ricordi?-
-Si, ricordo. La sera poi siamo a cena da Paola per la festa di compleanno vero?-
-Si, e domenica a pranzo da tuo fratello in campagna-
-Certo!-
-Tesoro, credi che dovremmo avere un figlio?-
-No cara, non abbiamo tempo vedi?-
-Vero! E che ne dici di un cane?-
-Troppo impegnativo, magari un gatto-
-Il gatto strappa i divani però-
-Hai ragione, non avremmo tempo per il tappezziere poi. E un pesce rosso?-
-Allora un enorme acquario da mettere in sala, con centinaia di pesci tropicali!-
-Mi piace, darebbe colore alla casa-
-Ok, allora domani vado al negozio e…no aspetta, domani ho l’estetista, vai te?-
-Domani ho il massaggio shiatzu-
-Vabbè, andremo un’altra volta magari, siamo pieni d’impegni-
-Va bene, un’altra volta cara. Adesso scusa, sono in chat con Filippo, è stato lasciato dalla moglie, sta male ed io non ho mai tempo di ascoltarlo-
-Va bene, io vado a giocare a farmville di là.-
-’Notte cara, se ho tempo poi ti do il bacio della buona notte-
-’Notte-….-Certo l’acquario darebbe davvero un sacco di colore in questa casa- Pensò lei accendendo il computer.

Laetitia
Vivere nuoce gravemente alla salute
Ci ho provato, sbagliando.
Fin quasi a rischiare il cancro o un infarto.
D’altronde me lo avevano detto di stare attento: vivere nuoce gravemente alla salute.
Ho un sacco di vizi: scrivo, provo sentimenti, parlo, rido, piango, leggo.
Scrivo almeno una volta al giorno, e quando non sono impegnato in un vizio, ce n’è sicuramente un altro che mi occupa la giornata, o più vizi contemporaneamente.
Devo smettere di pensare e di provare sentimenti, devo anche smettere di scrivere e di leggere. Devo limitarmi a respirare, d’ora in poi.
Il medico è stato chiaro: respira e basta. Non farti domande, non cercare risposte. Respira, come una pianta.
Stai al tuo posto, e vedrai che vita meravigliosa che avrai.
Quindi ho deciso di seguire i consigli del medico, perché vivere è pericoloso, nuoce gravemente alla salute.
Vabbè, magari, domani smetto.
Sono solo una pedina
Non c’è montagna più alta
Di quella che non scalerò
Agli occhi di un novizio la pedina è certamente la parte più sottovalutata nel gioco degli scacchi.
L’esperienza mi suggerisce invece che il destino di una partita dipende spesso da come si muove o non si muove una pedina, piuttosto che un alfiere, una regina, una torre o un cavallo. Magari non sarà una pedina a mettere sotto scacco il Re, ma tocca comunque alla fanteria avanzare nel fango casella dopo casella.

La pedina mi ha sempre affascinato per questo suo muoversi lento e significativo, per questo senso del sacrificio più ardente che non in tutti gli altri pezzi, per questo suo non uccidere l’avversario in modo diretto ma sempre nella più prossima casella in diagonale: obliquità della lama assassina che scivola furtiva nella gola del nemico.
Del resto se gli scacchi fossero un’opera narrativa, ed in effetti lo sono dal momento che ogni partita è il racconto di uno scontro sanguinario, la pedina sarebbe l’unico personaggio non a tutto tondo ma potenzialmente capace di un’evoluzione.
Infatti, una volta arrivata nell’orizzonte delle file nemiche, i suoi sacrifici vengono ampiamente ricompensati. La pedina si elegge a torre, ad alfiere o persino a regina contestando quel ruolo che sembrava fino a un attimo prima un’esclusiva dinastica dei pezzi superiori.
Ma questo premio infine risulta per certi versi anche una condanna.
La pedina perde quell’originaria libertà degli umili per assurgere ed incarnare a un ruolo dal quale non potrà più sfuggire, se non con la morte. In un certo senso quando i poveri diventano ricchi, quando i vinti diventano vincitori, si perde qualcosa nel passaggio.
E questa è stata la storia di molte rivoluzioni: una sostituzione di persone sul carro dei vincitori, ma non di ruoli.
Una volta al potere, la potenzialità è finita, si cristallizza e si eclissa.
Morirò pedina. Morirò libero.
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Effetti collaterali: vivere.
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Dulcis in fundo: ecco qui il link della registrazione dell’intervista agli autori presso gli studi della web radio Radio Libera Tutti :
dove tra l’altro potete trovare qualche assaggino…
Preghiera tenera

Liberatemi dall’idea di libertà
Dio liberami dall’idea di dio
E tu, amandomi,
mostrami la beffa dell’amore.
Di questo si tratta: combattere giorno dopo giorno contro i propri demoni. Le certezze che credevamo acquisite sono ponti distrutti dal primo terremoto. Lo scisma della coscienza tra bene e male è il sisma di un territorio largamente inesplorato.
Occorre essere avventurieri di se stessi, addentrarci nell’oblio di sé, perdersi egoisticamente a proprio danno.
Siamo prigionieri della libertà, vogliamo, pretendiamo, bramiamo gabbie, ritmi, parapetti ai quali sorreggerci per non cadere nel vuoto. Non ci fidiamo sufficientemente mai delle nostre capacità di volo e, con ogni probabilità, non ci fidiamo degli altri.
Tutto si perde poi nello stesso gorgo: libertà e non-libertà sono la medesima cosa, sono la stessa prigione.
Ecco perché affermo l’esigenza, l’indispensabilità di una bussola, o di un aletiometro, come lo definiva Pullman in Queste Oscure Materie.

Occorre sapere costantemente dov’è il nostro Nord. Siamo nomadi non perché siamo noi a spostarci, ma perché sono i luoghi, i pensieri, i fatti a mutare intorno a noi. E ogni qualvolta speriamo nel cambiamento, noi ci illudiamo, e siamo facilmente tentati dall’ultima deriva antropocentrica new-age, magari più chic se si può attaccare sullo zaino o sfoderare nell’ultimo status di Facebook.
Ci rendiamo conto di cosa stiamo diventando?
Non Facebook, ma Zombiebook. Quando i nostri nipoti o i nuovi visitatori della terra avranno analizzato i terabyte di memoria lasciati in eredità all’universo, vedranno cosa siamo diventati.
Millantatori di libertà defraudate del vero significato, mercanti di truffe, venditori e compratori dell’io.
Che tu, mio caro ardente lettore affamato, possa trovare il tuo aletiometro, la tua verità, e non perderti mai.
Lettera unta
Ho la sensazione che con te, ultimamente, la conversazione sia rimasta al come-stai-bene-e-tu-io-tutto-bene fino a chiederlo all’infinito, tutti i ‘come stai’ dimenticati dalla storia che nessuno ricorda perché troppo indaffarati a studiarla, la storia.

Mi ritrovo a scriverti queste righe amare perché oggi ho la sensazione che il mondo si sia preso gioco di noi, che ogni storia che pensiamo essere unica è fagocitata da una, grande Storia, che annulla tutto, che ci rende superstiti ai nostri stessi sogni. Che ci rende disillusi , ma facendo finta di essere degli illusi.
Oggi mi trovo sputato, su un piatto non pulito bene su cui abbiamo litigato perché anche questo fa parte della Storia, anche se tu non lo sai. Le storie non sono mai originali. La Storia ha già previsto e contiene in sé tutto, ci ritroviamo solo a giocare una partita a scacchi in modo diverso, una partita forse giocata già centinaia di anni fa. Oggi sogniamo le automobili ad idrogeno magari prima si sognava e basta.
Non me la prendo con il piatto non pulito: effettivamente lui non ha colpa se non quella di esistere. La colpa di tutta questa digressione sta proprio sull’unto che non si leva. Le colpe non si cancellano, si semplicemente dimenticano. Facciamo finta di avere dimenticatoi infiniti già collaudati dalla Storia. Quell’unto serviva invece a ricordarci di essere sporchi, esseri infetti e nocivi che pretendono il controllo. Che mirano al controllo.
Il piatto, mi dispiace, l’ho lasciato sporco. Tu non chiedermi come stai, perché oggi non te lo dico.









