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Come un Re

Non importa quanto nella vita abbiate davvero chiaro dove volete arrivare. Non ve ne preoccupate, perché un giorno lo saprete. Voi siete destinati a capire perché siete qui. Ma questo destino dovete, per certi versi, volerlo, propinarvelo, bramarlo.

Non sono mai stato uno che si è posto grandi domande riguardo il futuro. Lasciavo piuttosto che il futuro se ne restasse rincantucciato nel suo buio angolino di non-esistenza. Guardavo al Futuro con superiore distacco, con superba e fiera indifferenza.

Io sono sempre stato l’Aquila del Presente, dispiegavo fiero le mie ali e nulla poteva toccarmi, né occhio d’avvoltoio desiderare la mia carogna, né il ghigno delle iene seppellirla.

Ero sicuro di non morire. Le aquile non muoiono: ad un certo punto della loro vita si ritrovano semplicemente a volare in un’immensa distesa di luce, non più cielo, ma pura luce…

Poi un giorno, non ricordo bene come accadde, una corrente o un vuoto d’aria mi fece precipitare come un peso morto sulla terra. Il tonfo, a differenza di come l’avevo immaginato, fu morbido, quasi piacevole, l’impatto si rivelava quasi una perversa necessità.

La necessità di chi mette alla prova se stesso, misurandosi con i propri limiti di fallibilità, ma prima che appresi questo, a lungo vissi sulla morbida terra, ne mangiai i frutti amari, ne capii il secco ripetersi delle stagioni, la precaria armonia di una danza di vita e di morte.

Del tempo è stato necessario per riprendere a volare. Anche solo guardare un punto nel cielo mi spaventava. Poi ci si ricorda di avere un’apertura alare degna di un Re.

E si vola.

…Anche se non è così semplice come sembra. Affatto.

State scherzando, vero?

SIETE PRONTI? SIETE CALDI? SIETE AFFAMATI?

Vi presentiamo la nostra Antologia Poetica in quanto autori del blog Vongole & Merluzzi.

La raccolta si intitola “State scherzando, vero?” e si propone l’ambizioso scopo di riportare l’Uomo al centro della Storia.

Dopo l’I-pad, l’I-pod, l’I-phone , occorre stabilire “I Poetry”: cambiare il mondo e risvegliare la propria coscienza tramite l’azione poetica.

Non è una striscia defilata della solita rivoluzione pseudo sessantottina, né l’urlo patinato dei soliti poetucoli che riempiono librerie e strade. Siamo piuttosto poet-astri.

E questo è un libro di poesie per chi odia la poesia, per chi ama ed odia la vita, questo è rock.

Autori: Macale, Appetito, De Cave (alias Lordbad, Franklinguamozza, Fishcanfly su questa nave).

Edizioni Ensemble.

Il libro è ordinabile presso qualsiasi libreria italiana, o presso il sito dell’editore o anche contattandoci personalmente.

Link Edizioni Ensemble:

Attenzione: 
è severamente vietato leggere questo libro prima e dopo i pasti 
e durante le ore diurne; 
si consiglia vivamente di non sostare in posti pubblici con il presente, 
onde evitare di suscitare reazioni di eccitamento improvviso 
da parte di sconosciuti; usare con cautela. 
In caso di eccessiva lettura consultare direttamente i poeti; 
tenere lontano dalla portata degli adulti, dei disillusi, e dei sani; 
il contenuto è altamente infiammabile. 
Le statistiche riportano stime di milioni di anime bruciate; 
è infine assolutamente sconsigliato cambiare dopo la chiusura del libro. 
Ogni abuso verrà punito con un sogno.

La rosa nel cortile

Splendido  niente di un uomo che cammina

G. Grignani

Alice si chiedeva che diavolo stesse facendo quel ragazzo lì nel cortile. Girava in tondo e probabilmente pensava. Lo aveva visto poche volte, malgrado abitassero nello stesso condominio, e in quelle rare occasioni c’era sempre stato del formale imbarazzo tra loro, quasi che ad entrambi non interessasse salutare l’altro, tuttavia ogni tanto ricordavano di farlo, in onore delle formalità.

A un certo punto stava prendendo a calci qualcosa, forse un sasso. Poi Alice si concentrò meglio e capì che quello doveva essere un bocciolo di rosa. Il cortile in quella stagione ne era pieno considerato il roseto poco distante.

Prendeva a calci il bocciolo, quello si spostava, lui lo raggiungeva, tirava un altro calcio con la punta della scarpa. Mano a mano che il bocciolo era preso a calci si andava rompendo, perdendo ora una fogliolina verde, ora un petalo.

Alice scosse la testa. “Perché doveva essere così pensieroso?” Guardò un libro di poesie poggiato sul letto e si ricordò di alcuni versi.

“Osate calpestare le aiuole”- aveva declamato il poeta. Così decise di scendere in cortile.

Abitava al primo piano, quindi le occorse soltanto un minuto per trovarsi giù, arrivò appena in tempo per guardare il ragazzo mettere fine a quel gioco bizzarro. Dopo un ultimo calcio, lui raggiunse il bocciolo e lo calpestò, insistendo con la pianta del piede, quasi come se dovesse schiacciare un qualcosa di ben solido e quindi gli occorresse molta forza. Alice credette di intuire sul volto del ragazzo che guardava in terra un’espressione rancorosa.

“Perché lo fai?”

Lui si voltò, evidentemente sorpreso dalla presenza di Alice che non aveva notato.

“Faccio cosa?” – replicò con aria interrogativa, quasi colto sul fatto, con l’espressione innocente di chi sostiene “Non sono stato io, non so di cosa stai parlando”

“Perché schiacci la rosa?”

Il ragazzo sospirò, guardò il bocciolo, del quale non era rimasto che un piatto groviglio di petali e una macchia umidiccia intorno, poi disse:

“Non dovrei?”

“Le rose sono belle, non dovrebbero essere schiacciate.”

“E chi l’ha detto?”

Alice fece spallucce, allargò le braccia e alzò gli occhi al cielo.

“La natura.”

“La natura? Dovresti sapere invece che la natura è crudele, forse bella sì, ma crudele e pericolosa. Le rose potrebbero schiacciare te.”

Alice andò a sedersi su una panchina.

“Non ti facevo filosofo.”

Lui le si sedette accanto.

“Non ti facevo impicciona.”

Alice si alzò e affrettò il passo verso il portone, sbuffando. Lui la rincorse.

“Scusami…scusami, non intendevo offenderti. Non sto tanto della quale oggi!”

Lei si voltò.

“Tu schiacci rose, ecco cosa fai.” , poi riprese il passo.

Lui la bloccò trattenendola per un braccio.

“Io non schiaccio rose, mi difendo. Mi difendo prima che loro schiaccino me.”

“E io non intendevo schiacciarti. Volevo essere d’aiuto!” – Alice aveva alzato la voce.

“Vuoi essere d’aiuto? Allora diamo fuoco al roseto. Diamo fuoco a tutte le rose. Ecco come puoi essermi d’aiuto.” –  anche il ragazzo aveva alzato la voce.

Poi si fece silenzio nel cortile. Lui aveva lasciato il suo braccio, entrambi guardavano in terra.

“Forse non dovresti dare fuoco al roseto. Forse lì in mezzo c’è una rosa buona!” – mormorò Alice a voce bassa.

“Forse…”

“Se vuoi ti aiuto a cercarla.”

“Come si fa a riconoscere la rosa buona da quella non buona?”

“Bè, anche la rosa buona ti farà male…ma ti sarà impossibile schiacciarla.”

Il ragazzo annuì. Alice gli tese la mano:

“Io comunque mi chiamo Alice.”

“Mario. – disse lui rispondendo alla stretta – Mi insegnerai?”

Alice sorrise e rispose:

“Sì.”

Funeral Fantasy

Alle volte ho una strana fantasia.

No, non una fantasia sessuale, che avete pensato? Sporcaccioni! D’altronde quelle le ho sempre!

Piuttosto una più macabra.

Penso al mio funerale. A come debba essere…bello.

Ecco, sì, bello è proprio il termine adatto. Il funerale è l’ultima funzione sociale alla quale siamo chiamati ad assolvere, il riconoscimento di essere esistiti agli occhi degli altri, la smentita di ogni superindividualismo, la conferma che senza una comunità in grado di celebrare la dipartita, probabilmente non partiremmo mai.

Certo, forse è la più egocentrica delle fantasie.

Cazzo, per un giorno sono al centro indiscutibile della scena, per l’ultima volta.

Immagino che me ne starei in disparte appoggiato a una colonna mentre portano il feretro sulle spalle. E penserei “Cacchio, dovevo pesare tanto!” Me ne starei in un angolo a fumare, ridendo, libero da ogni pensiero e da ogni preoccupazione, per sempre.

Poi studierei ogni volto, ogni lacrima, e ogni sorriso. Le parole no, penso che quelle le lascerei via, consapevole che non mi servono più. Vedrei chi è venuto e chi no.

Ma anche, perché no, vedere chi dice cosa. Oddio direbbero tutti belle cose immagino, non fosse altro per convenienza.

Soltanto di pochi sguardi non avrò bisogno di smentite o di conferme, e quelle sono le persone che amavo. Ma chiudiamo subito la parentesi sdolcinata.

Tutte queste persone che piangono per te, anche contemporaneamente.

C’è di che soddisfare un ego molto grande.

Indubbiamente, quando morirò voglio un posto in prima fila, e anche una registrazione in blu-ray e in 3D.

Vado a preparare gli inviti e a scaldare un po’ di pop corn.

Avrai dei momenti difficili

Perché avrai dei momenti difficili ma ti faranno apprezzare le cose belle alle quali non prestavi attenzione!

Penso troppo quindi…non sono più

Penso troppo quindi non sono più niente.

La saggezza corre il rischio di convertirsi in stagnante prudenza.

Bisognerebbe cadere nell’estremo opposto non per ristabilire una misura o un equilibrio, ma per pura follia, perché soltanto la pura follia ci farà diventare ciò che siamo.

Ufficio di Collocamento Anime Perse

Oggi mi sono iscritto all’ufficio di collocamento.

Dieci minuti per sapere tutto quello che serve su di me, le mie qualifiche, la mia forza lavoro, le mie competenze, i miei voti, i risultati conseguiti.

L’impiegato pigiava stancamente sulla tastiera. Nell’ufficio c’era un’aria stantia. Sembrava quasi che ci fosse odore di etere, che da tutto traspirasse la lunga attesa del nulla, sembrava di essere dentro le pagine de Il potere e la gloria di Graham Greene: avevo l’inquietante sensazione che da un momento all’altro tutto sarebbe crollato, sotto i miei piedi, compreso il cielo.

Mi sarei risvegliato tra pezzi di cielo appuntiti. Nudo e sanguinante avrei camminato tra le macerie di una vita rivelatasi un’illusione, bestemmiando contro un dio silenzioso e impotente, chiedendogli a gran voce il prezzo da pagare, tutto e subito, anziché a rate.

Scendi giù e fammi vedere il tuo volto umano. No, nessun riflesso nel volto delle creature, io voglio te, per l’ennesima volta sul banco della Storia, ma stavolta è la mia Storia.

Sei te che mi hai messo in questi guai e ne risponderai.

Tutta la mia rabbia pura.

Dove collocherai la mia anima, dimmi, solerte impiegato?

Dove collocherai i miei sogni, ora che tutto ha smesso di avere un senso?

Sono qualificato per vivere, ma al momento, mi dicono, non c’è vita da vivere.

 

Lettera semifredda affogata al caffè semiaperta a Franklinguamozza

Caro Frank,

Ho letto la tua lettera e te ne ringrazio.

Mi consigli di buttare via la bussola, di non affidarmi più alle costellazioni o alla falsariga di un oceano. Ma io sono un navigatore che ripone fede in sé e che si accorge di essere cambiato solo quando la tempesta è passata.

Quando ero piccolo, ho vissuto al mare, per un po’. C’era un signore anziano che per farmi star buono, poco prima di cena, mi raccontava sempre la solita storia. La storia diceva che dovevo aspettare, che non dovevo aver fretta di scendere in spiaggia, perché presto sarebbe arrivato un grande veliero alato, di là dall’orizzonte, e mi avrebbe portato a fare il giro del mondo. Quindi valeva la pena aspettare la nave volante non bagnata dalle acque e portata dai venti.

Così io stavo ad aspettare.

Aspettavo.

Aspettavo.

Aspettavo.

Aspettavo.

Quella manciata di minuti durava un’eternità.

I miei occhi scrutavano la linea dell’orizzonte, in attesa di un segnale, un vago profilo, di un’ombra che spezzasse la luce disperata del tramonto adagiata sulle acque del mare.

Ho aspettato per ogni tramonto che la nave volante arrivasse a prendermi.

Non arrivò mai.

I miei occhi si sono consumati nell’attesa.

Poi l’estate finì e quel signore anziano che mi raccontò questa storia morì e mi dispiacque molto per questo.

Non capii subito la morte, allora, cosa volesse dire.

Ma capii che non lo avrei più rivisto.

Forse, pensai, la nave volante era arrivata e io mi ero distratto un attimo, e lui era salito e adesso se ne stava beato nelle Indie o in Patagonia a guardare altri tramonti.

Forse…

Forse ciascuno aspetta la sua nave.

Poi si cresce, si capisce la morte, si apprende il significato del tempo, e sempre meno aspettiamo. Sempre meno restiamo a guardare l’orizzonte, disperatamente fiduciosi.

In verità ti dico che non ho mai smesso.

E ogni tanto, la sera, quando il sole tramonta, i miei occhi si perdono all’orizzonte. E mi sembra di vedere, e allora il mio cuore ha un palpito. Ecco, è arrivato il Veliero, penso. E non esiste nient’altro.

Bisogna essere pronti. Bisogna saper aspettare.

La mia bussola non ha tempo. E quando decidi che hai tutto il tempo del mondo e non piuttosto di farti possedere dal tempo, l’hai deciso. E il tempo è nulla all’infuori di te.

Sai, non è questione di azione, di punti di vista, no. È qualcosa di molto, molto più vicino alla fede e alla speranza.

Gli uomini non sanno più aspettare perché credono che il tempo esista davvero.

Sai chi sono io, anche se non hai letto né Freud, né Jung.

Romantico? Nevrotico? Patetico? Certo unico?

Sinceramente, comunque,

Lordbad

Colpevole

Ma che colpa abbiamo noi? – si chiedeva Carlo Verdone.

La verità, invece, è che è soltanto colpa nostra.

Assumersi la colpa, colpevolizzarsi, provare un senso di colpa, non nei confronti di qualcuno, ma nei confronti di noi stessi. Non un senso di vergogna, ma un senso di colpa. Di assunzione matura delle proprie responsabilità.

Ammettere di aver fallito, ammettere che ci eravamo confusi, che eravamo caduti, per colpa nostra.

Non è colpa di nessun altro all’infuori di me.

E so quanto possa essere bruciante la sconfitta, quanto possa essere profondamente deludente perdere tutto perché avevi scommesso tutto, e poi dovere anche ammettere l’errore.

Ma è necessario continuare a cercare un senso alla vita e non darla vinta a quella terribile percezione di sentirsi morti dentro.

Sì, lo ammetto, Vostro Onore, Signori della Corte, io sono colpevole.

Colpevole di aver vissuto, colpevole di essermi illuso contro ogni probabilità di vittoria, colpevole di essere ricascato per l’ennesima volta nel Sogno, colpevole per non essermi mai arreso.

Chiedo l’aggravante della recidiva, e, mi sia testimone l’universo, ho intenzione di continuare ad essere colpevole, fino all’ultimo istante di vita.

Tu vivi

TU VIVI!!!

Tranquillo, era solo un merluzzo, d’aprile.

Silenzi

Fa più rumore una lacrima

di un solo albero che cade

o di un’intera foresta che cresce

Cose da fare per l’Oggi

1. Vivere

2. Vivere

3. Vivere

Dove non nevica

- Ci sono posti dove non nevica mai.

- Che intendi?

Lui guardava la città, un alone di luci si sollevava come un mantello a sfidare la volta oscura del cielo. Qualche stella occhieggiava solitaria.

- Intendo quello che intendo.

- Non ti seguo Marc.

Marc sorrise, guardò il bicchiere di whisky che stringeva nelle mani. Veleno – pensò – non sapeva davvero cosa ci trovassero tutti quegli attori a bere quel “veleno”, eppure…lo aveva accettato, forse per sentirsi un attore dentro certi film, per illudersi che in qualche modo, da qualche parte la parola “The End” alla fine sarebbe arrivata.

- Intendo che lei non mi amerà mai.

- Lo farà qualcun’altra Marc. – gli rispose Philip versandosi dell’altro whisky nel bicchiere, mentre si adagiava sul divano.

- Qualcun’altra? Andiamo Philip! Mi prendi in giro? Mi chiedo dove ho sbagliato, che cosa ho mancato di fare…Non sono perfetto, non sarei stato perfetto ma…era tutto per me…Non era nient’altro che amore, non è nient’altro che amore.

- Per certe persone amare non basta, Marc. Fattene una ragione.

- Forse hai ragione, o forse no. Non è quello il punto. Non ha importanza nessuna spiegazione razionale, quando ami e non sei amato… – scagliò il bicchiere contro il muro. Il whisky macchiò la parete, e si disperse in piccoli rivoli tra i pezzetti di vetro frantumato.

- Mi chiedo come fai Marc?

- Come faccio cosa?

- Ad amarla.

- Amare lei per me è naturale, è come respirare. Nessuno me l’ha insegnato, né ho dovuto impararlo. Da qualche parte, in qualche modo l’amavo già prima ancora di conoscerla.

- Vuoi dell’altro whisky, Marc?

- No, grazie. Me ne vado.

- Dormici su.

Marc prese l’impermeabile, aprì la porta, si voltò e il suo sguardo incrociò quello di Philip.

- Sì, amico, è giusto che tu la ami – gli disse Philip.

Marc accennò un sorriso. Si richiuse la porta alle spalle. Fuori stava cominciando a nevicare.

Dedicato a Whitney Houston. Perché ognuno sceglie di andarsene nel modo che preferisce e non può essere giudicato per questo. Ci hai lasciato una meravigliosa canzone, e la tua voce ha fatto da colonna sonora a molte lacrime sincere. E questo penso che può bastare a meritarsi il paradiso. Bye Bye, Baby. 

Necrobook: anche gli zombie sono social

Si muore una volta sola. 

Nasce, anzi “muore” sarebbe meglio dire, Necrobook, la prima piattaforma di social network dove finalmente potremo conoscere qualcuno che non avevamo fatto in tempo a conoscere quando eravamo vivi.

Eh sì perché passando a miglior vita portiamo con noi tutti i vizi e le virtù che avevamo in vita, quindi tanto vale la pena continuare a spettegolare anche nell’aldilà.

Iscriversi è semplice e immediato: basta immettere i propri dati e la foto, nonché sarà possibile scegliere la foto del profilo lapide dagli album!

L’inventore è stato soprannominato Signor Morte e si è riservato il diritto di proprietà su tutti i dati che i defunti provvederanno a caricare sulla piattaforma.

Sembra tra l’altro che l’iscrizione sia di fatto irreversibile. Non ci si può effettivamente cancellare, una volta iscritti su Necrobook si è iscritti per l’eternità.

Al tempo stesso la piattaforma ha già permesso a milioni di morti di ritrovarsi e di tenersi aggiornati anche sulle frenetiche attività dei vivi dei quali se la ridono e spettegolano in continuazione.

Numerose le applicazioni utili. Necrobook ricorda a tutti la propria data di morte così da poter ricevere le condoglianze. Inoltre già molti utenti hanno approfittato della possibilità di istituire eventi: dal cenone di Halloween a varie serate di intrattenimento e culturali.

I morti celebri hanno una fan page tutta loro: Elvis Presley e Jhon Lennon hanno organizzato un evento sulle rive dello Stige per il prossimo anno.

Siete invitati.

Potete iscrivervi e partecipare.

Unico requisito: essere morti.

Genesi

Che l’anno nuovo sia davvero entrato, noi blogger lo abbiamo avvertito dal calo fisiologico di visite nella notte di fine anno.

Eravamo tutti troppo occupati a festeggiare una nuova fine barattandola con un vecchio inizio.

Prigionieri di una concezione ciclica del tempo, prede della stretta soffocatrice di Uroboro, rifiutiamo una concezione rischiosa ed incerta di “infinito” che si muove sull’asse di una retta lineare della quale ci è appunto impossibile scorgere una fine, un’interruzione, e ripieghiamo sul più comodo cerchio del calendario gregoriano, certi che il tempo esista davvero, che le stagioni e le ferie e molte altre cose scandiscano le fasi, e le ripetano.

Così non dovremo preoccuparci dei mille dettagli che rendono ogni alba e ogni tramonto diversi dai precedenti, maggiormente intenti a cercare quelle analogie, quelle somiglianze ripetute che ci dicano che è “tutto okay”, “va tutto bene”.

Mi si potrebbe obiettare che la ciclicità non esclude l’analisi dei segmenti nuovi al suo interno. Obietterò che è un accomodamento, un’illusione.

Siamo rette e non cerchi.

C’è una cosa che possiamo fare: stabilire una direzione, trovare il nostro nord, fare della nostra testa e del nostro cuore la bussola nel frangente di una tempesta e di una calma piatta.

Questo è l’augurio più vivo.

E a voi che seguite Vongole & Merluzzi diciamo grazie, siete i più belli, i più vivi!

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