C di #comestai

Fammi una domanda facile. Una ovvia, tipo come stai.

In realtà no, non è così ovvia perché ‘come stare’ indica diversificare la posizione; ora sono per esempio seduto davanti al pc, ma poi potremo considerare come io sono rispetto al mondo, e lì si aprirebbe una nuova domanda : metafisico o reale? Probabilmente sono in un pezzo di universo e non mi rendo bene conto dove, e dunque potrei rispondere, non lo so, o forse poco più in là della via lattea e varie cose stellari che nn si sanno, quindi se invece consideriamo la parte metafisica, potrei dire che sono un cervello nella vasca, che dio non esiste o che ci sono dei che mi soffocano. Insomma, se poi prendi in considerazione ‘come’ nel senso di ‘quanto bene hai addosso’, allora dovremmo fare un gradiente di concentrazione del bene, ma partiremmo con un’analisi del concetto di bene e dovremmo vedere un bel po’ di filosofia, da Socrate fino a Briatore. Giusto per darti esampi sul fatto che non è così banale, ma le persone, per tagliar corto, non pensano a tutto ciò solo perché fa male alla mente e non staresti più bene per rispondere ‘bene’. Ma qualunque altra risposta porterebbe gravi conseguenze di umore. Non rispondere potrebbe essere la soluzione, ma dopo come la prenderebbe la persona? In questo senso, potrei risponderti che sono seduto davanti al pc e contemplo notizie, provo una buona sensazione, sento i Simpson nell’altra stanza e piatti che si toccano. E non penso al futuro, se non solo domani inizierò a farlo.

(Ovviamente tutto ciò che ho detto nasce dal confondere essere e stare, ma poco importa. Sul confine ci giochiamo i significati: il bene e il male non si capiscono con le invasioni di campo. Consiglierei al prossimo scrittorediturno di fare un bel libro sul ‘comestai’, magari riesce a far uscire le sue sottodoti di aneddotista.

Una classe che ha tanto da insegnare

di Marco Cardilli

Spesso, in varie occasioni (dibattiti, incontri, discussioni) ho sentito tirare in ballo la questione relativa alla crisi del nostro cinema: Il cinema è morto? È vivo? Esiste? Non esiste? È semplicemente cambiato? È poco considerato/compreso? ecc…

 Sicuramente il cinema negli anni è cambiato (come cambia un po’ tutto) e sicuramente ci troviamo di fronte ad un periodo non particolarmente florido e glorioso dal punto di vista produttivo-quantitativo. quanti film si fanno in Italia all’anno? altra domanda ricorrente.

Non voglio ora addentrarmi in questioni simili, ma soltanto dire che se è vero che esiste una crisi del settore cinema, questa esiste come “crisi di sistema” e non come crisi di idee e talenti e che questa “crisi di sistema” si inserisce dentro una crisi culturale più generale, ampia, che riguarda tutti gli strati della società. Questa “crisi di sistema” di cui parlo manifesta innanzitutto alcune caratteristiche: mancanza di produttori colti, coraggiosi e appassionati, capaci di investire risorse su progetti meritevoli/validi culturalmente; mancanza di distributori capaci di dare visibilità a queste opere (oltre a quelle importanti per gli incassi); mancanza di un pubblico attento, ricettivo, interessato e quindi in grado di stimolare positivamente i primi due fattori.

Malgrado la crisi di sistema e la situazione poco felice che questa genera, credo di poter dire che artisticamente il cinema italiano non solo è vivo, ma gode di ottima salute. Ne è la prova l’ultimo bel film appena visto: “La mia classe” di Daniele Gaglianone.

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È un film girato con pochissime risorse economiche, che ha molto faticato a trovare un distributore (ad arrivare in sala), ma capace di superare gli ostacoli con l’inventiva, la potenza della narrazione, la capacità di raccontare con il mezzo cinematografico. È un film che trova forza e senso anche rischiando il confronto con un’opera insuperata come “Diario di un maestro” e che ha il coraggio di avventurarsi in sperimentazioni formali/linguistiche insidiose mescolando la “documentazione” (che non è presa diretta-intendiamoci-ma racconto del reale) con l’invenzione letteraria, da sceneggiatura classica.

Infatti tutta la materia che Gaglianone raccoglie nel film è come sublimata da una contraddizione di fondo. E questa contraddizione permea tutta l’opera manifestandosi un po’ in tutti gli aspetti del film, dal linguaggio all’utilizzo degli attori (un po’ se stessi, un po’ personaggi), passando per le intenzioni dell’autore (messe in scena dallo svelamento del set, dalla “rottura della quarta parete”-si direbbe per il teatro).

Pensiamo al personaggio dell’insegnate: un po’ maestro e un po’ Mastandrea che vuole aiutare, ma allo stesso tempo non può salvare i suoi allievi (il monologo finale ne è il testamento); pensiamo al regista che vuole raccontare/denunciare le difficoltà, le tragedie e i disagi di chi vive l’immigrazione, ma allo stesso tempo non può neanche garantire il permesso di soggiorno ai suoi “attori”; pensiamo al linguaggio usato, il racconto documentaristico fatto di volti veri, di espressioni intense (magari un po’ fuori fuoco, in un angoletto dell’inquadratura), di racconti spontanei (colti con grande sapienza) e allo stesso tempo la voglia di andare oltre, di raccontare altro, scrivendo, inventando una scena. Quest’ultima operazione, molto rischiosa, riesce però pienamente, secondo me, grazie all’onestà intellettuale e all’originalità stilistica di Gaglianone.

Tutto il film è vissuto come una gioiosa e catartica esperienza di gruppo, un canto corale, orchestrato armoniosamente da una regia asciutta, netta, presente quanto basta e da un montaggio serrato.

È un film che strappa molte risate, specialmente nella parte iniziale, ma anche molte lacrime e che pone allo spettatore tante domande, tante questioni sulle quali riflettere.

La mia classe”, come la classe di Vittorio De Seta nel “Diario di un maestro” e quella di Don Milani nella “Lettera ad una professoressa”, è una classe di ultimi che si aiutano l’un l’altro anziché competere tra loro, è una classe bellissima e difficile che ha bisogno di imparare, ma che ha anche molto, moltissimo da insegnare.

Concludo: oggi si producono molti documentari, forse troppi, ma con questo genere cinematografico (ancora poco compreso ed apprezzato) si confrontano con ottimi risultati diversi giovani e non-giovani autori, dando prova di sorprendente capacità analitica, narrativa, poetica.

É anche in questa direzione che bisogna guardare per vedere dov’è il nostro cinema di oggi e dove sarà quello di domani.

Walking DeadBook: 10 anni con Mark

Oggi “accendo” facebook.

E questa è la prima illusione, perché “Facebook” non si accende. Facebook è lì, già acceso, anche se tu non lo vuoi, con la capacità di sopravviverti post mortem.

Sono abbastanza sicuro che le agenzie funebri del futuro offriranno anche lapidi elettroniche con slides, video e foto del defunto.

Una società che teme la morte e resta troppo vincolata alla memoria dei “sè” individuali è una società di incesti storici, che non vuol morire, ma non può nemmeno vivere. Perché è anche con l’oblio che si torna a ricordare davvero, a rigenerare.

Okay, sono partito con il pippone filosofico. Lo so. Non è il momento, non è mai il momento, per molti di voi.

Bè, ve la faccio breve. Accedo sul noto social network e lo trovo pieno di questi filmati che festeggiano i 10 anni dalla sua nascita. In più ti propone un video che si genera in automatico in base al tuo profilo e ti riassume in pochi secondi i momenti salienti della tua vita.

Ed è in quel momento, in quel video brevissimo che capisci: non conta chi sei o chi sei stato, ma il numero di “mi piace” ricevuti.

A rimetterci saranno i fiorai fuori dai cimiteri, spogli di fiori e pieni di “mi piace”.

Macabri, spiacevoli, disdicevoli “mi piace”…che sei schiattato!

Quotidiani #4: la capacità di scrivere

Il problema di quando scrivi una storia è scegliere ciò che non vuoi scrivere, ma, allo stesso tempo, diventare in qualche modo ossessionato con le cose che vorresti scrivere e con quelle che non stai affatto menzionando, ma che dovrebbero comunque essere nella tua storia.

Parlare poi della mia storia richiede tempo, come tutte le storie delle persone. Probabilmente raccontare una vita richiede un’altra vita mentre la vita reale scorre e, allora, si avrà bisogno di un’altra vita per raccontarla e così via.

Quotidiani #3

 

Il fattore thermos-leaking è inversamente proporzionale al rendimento degli studenti universitari.

Sto tornando a casa.

Sto tornando. Sto tornando a casa. E la luce non è poi così fioca. Dicono che quando stai lì per esalare l’ultimo alito sgradevole di un corpo che è stato come un cancro ben vestito tra tutti gli altri corpi, si intravede una luce. Una luce abbagliante, avvolgente. La vedo. Quella luce è lì, dritta davanti a me, con una sola differenza: io non sono morto.
Mi lascio alle spalle qualche sbaglio impiccato per errore e un mozzicone che mi ha bruciato la tappezzeria della mia Suneliner. Immaginaria, certo. Non mi sono mai potuto permettere delle promesse efficaci, figuriamoci una Suneliner!
Sto tornando, però, perché se la maggior parte degli uomini va da un punto all’altro senza capirne la ragione, spesso, per un procedere schiettamente fisiologico, alcuni, rari e malfattori tipi decidono di tornare. Sono coloro che tornano sull’accaduto, per riesaminarlo; sui punti morti della Storia e la riscrivono, soli, ma pur sempre con l’ombra di chi credevano di essere. Non conta sapere se il ritorno è al punto di partenza o di transizione. Perfino se è nell’arrivo risulta irrilevante. Tornare e ripeterselo a memoria e sfogliare qualche pagina di un libro; disperarsi come Dumas quando, sorpreso dal figlio in lacrime, dovette confessare di aver ucciso Porthos; mantenere una genie di focolai nelle notti che sono giorni. Uno strano odore mi invade le narici: è strano come certi odori impregnino gli odori. Non te li togli più di dosso; sono peggio della naftalina. Lo ricordo, l’odore: è quello della sconfitta.

Impara ad essere un perdente e probabilmente non perderai niente di così fondamentale. Uccide più la vita che il sentirsi vivi.

Certi battelli, sulla Senna, avevano una finestra dalla quale fuoriusciva una luce non poi così fioca. La luce proveniva dalla stanza di un veggente francese, che tentò di radunare dei dettami per un’educazione sentimentale. Quella finestra, di notte, era divenuto un punto di riferimento dal quale i naviganti tiravano le somme dei loro tragitti.
La strada è dritta e non posso sbagliarmi. Non manca molto.
Sto tornando a casa.

L’artista e la società

di Marco Cardilli

Secondo il mio modesto ed opinabile parere, questi ultimi tre, quattro decenni e quelli futuri (se le cose non cambieranno) saranno ricordati-quando la società tornerà ad interessarsi della storia, s’intende-come una sorta di moderno medioevo. E intendo “medioevo” come erroneamente è entrato nell’immaginario collettivo: ossia un’epoca completamente buia, oscura, dominata dall’irrazionalità. Anche questo medioevo, come quello vero, contiene infatti dei sani fenomeni di cultura (io sono il primo ad interessarmene quotidianamente), ma questi verranno forse individuati e apprezzati dalle masse in futuro, come noi oggi a scuola riconosciamo l’importanza dell’umanesimo e lo studiamo. non credo purtroppo ci siano oggi fenomeni in atto importanti quanto l’umanesimo.

In questo nuovo medioevo, caratterizzato dall’assenza di memoria (nel senso di cultura storica), caratterizzato da una crisi profonda dei valori, valori cattolici da una parte e laico-progressisti dall’altra, e dominato in larga parte dall’insensibilità, dall’egoismo, dall’ignoranza, dall’edonismo e dal consumismo-ecco, in tutto questo-un ragazzo che lotta ogni giorno per acquisire coscienza della sua condizione e dei processi storici che l’hanno determinata, che non vuole rassegnarsi allo svuotamento e alla banalizzazione dell’esistenza, alla meccanizzazione della socialità (vedi le nuove tecnologie con cui tutti facciamo i conti) io credo sia un po’ come un monaco in una biblioteca medievale che studiava e custodiva i testi antichi (ossia la luce della ragione). Ora, questo ragazzo-e non parlo di un ragazzo ipotetico, ne esistono diversi-cosa potrebbe fare a differenza del monaco medievale? Cosa potrebbe fare per essere migliore del monaco?

Semplice: scendere dalla torre della biblioteca, uscire dalle mura del monastero e farsi frate francescano: cioè immergersi nel mondo, partecipando completamente, con la propria esistenza, al tentativo di cambiarlo: tramutare la propria mente e il proprio cuore in parole, gesti, azioni quotidiane, infine opere d’arte. E qui giungo al ragazzo che oltre ad essere uomo è anche artista.

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Cosa può fare l’artista? Come può contribuire a portare un cambiamento nel mondo?

Credo che anche questa risposta sia semplice, ma arrivarci non è stato tanto facile: la scintilla finale è scaturita durante la lettura di una bella intervista a Moravia letta qualche giorno fa mentre raccoglievo materiale per la scenografia del film al quale sto lavorando.

L’artista, infatti, non deve far altro che “essere se stesso” dentro la società.

e per “essere se stesso” intendo “essere il proprio io” in continuo divenire, in continuo cambiamento (se è vero che nessuno in realtà è oggi uguale a ieri o a domani).

L’artista con il proprio “io” immerso nella società, quindi non fuori, non lontano, ma dentro, indissolubilmente legato ad essa, quasi per naturale aspirazione, vocazione, grazie al proprio fare, lotterà contro l’ipocrisia, contro ogni tipo di conformismo e di immobilismo (sia esso di destra, di centro, di sinistra, di sopra o di sotto), si ritroverà come per fatale attrazione ad occupare il punto preciso nel tempo e nello spazio dove ci sarà qualcosa che, dalla profondità dell’animo umano, reclama libertà.

Un artista non può essere un servo, neanche della migliore ideologia possibile.

Ora qualcuno potrebbe dire: <<perché mai tirare in ballo l’ideologia, dato che sono morte tutte?>> Perché io credo, a differenza di chi pensa che le ideologie siano morte, che la nostra epoca sia fortemente ideologica. Li dove c’è un ordine c’è sempre un’ideologia dominante e l’ideologia di oggi non necessita di alcun manifesto: parla attraverso i mezzi di comunicazione di massa, attraverso il linguaggio della pubblicità e attraverso internet (che per diversi aspetti è diventato l’amplificazione di certi guasti perpetrati dalla tv).

Chiusa la parentesi sull’ideologia e tornando al rapporto tra arte e società, vorrei precisare che non intendevo dire che fosse sbagliato partecipare pubblicamente alla vita democratica di un qualche partito politico o di un qualche movimento o di una qualche associazione, anzi tutt’altro.

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Intendevo dire che l’artista può lavorar bene soltanto se riesce a mantenere una certa libertà nell’elaborazione di idee, nell’elaborazione di uno stile, di una poetica e che questa deve anche saper trovare il coraggio di essere eretica quando le circostanze lo richiedono.

Io, per mio conto, posso dire che proverò ad essere un artista libero, ma anche che resterò, penso, un progressista convinto. Resterò un progressista  perché credo instancabilmente nell’idea che l’umanità possa liberarsi dalla sua stessa oppressione soltanto se lotta a favore della tolleranza, dell’uguaglianza, della pace, della dignità della persona umana, del progresso.

Ovunque ci sia un ragazzo vivo o un artista, bisogna che questo si faccia forza e inizi anche lui a parlare, senza più la paura di non esser compreso.

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