Walking DeadBook: 10 anni con Mark

Oggi “accendo” facebook.

E questa è la prima illusione, perché “Facebook” non si accende. Facebook è lì, già acceso, anche se tu non lo vuoi, con la capacità di sopravviverti post mortem.

Sono abbastanza sicuro che le agenzie funebri del futuro offriranno anche lapidi elettroniche con slides, video e foto del defunto.

Una società che teme la morte e resta troppo vincolata alla memoria dei “sè” individuali è una società di incesti storici, che non vuol morire, ma non può nemmeno vivere. Perché è anche con l’oblio che si torna a ricordare davvero, a rigenerare.

Okay, sono partito con il pippone filosofico. Lo so. Non è il momento, non è mai il momento, per molti di voi.

Bè, ve la faccio breve. Accedo sul noto social network e lo trovo pieno di questi filmati che festeggiano i 10 anni dalla sua nascita. In più ti propone un video che si genera in automatico in base al tuo profilo e ti riassume in pochi secondi i momenti salienti della tua vita.

Ed è in quel momento, in quel video brevissimo che capisci: non conta chi sei o chi sei stato, ma il numero di “mi piace” ricevuti.

A rimetterci saranno i fiorai fuori dai cimiteri, spogli di fiori e pieni di “mi piace”.

Macabri, spiacevoli, disdicevoli “mi piace”…che sei schiattato!

Quotidiani #4: la capacità di scrivere

Il problema di quando scrivi una storia è scegliere ciò che non vuoi scrivere, ma, allo stesso tempo, diventare in qualche modo ossessionato con le cose che vorresti scrivere e con quelle che non stai affatto menzionando, ma che dovrebbero comunque essere nella tua storia.

Parlare poi della mia storia richiede tempo, come tutte le storie delle persone. Probabilmente raccontare una vita richiede un’altra vita mentre la vita reale scorre e, allora, si avrà bisogno di un’altra vita per raccontarla e così via.

Quotidiani #3

 

Il fattore thermos-leaking è inversamente proporzionale al rendimento degli studenti universitari.

Sto tornando a casa.

Sto tornando. Sto tornando a casa. E la luce non è poi così fioca. Dicono che quando stai lì per esalare l’ultimo alito sgradevole di un corpo che è stato come un cancro ben vestito tra tutti gli altri corpi, si intravede una luce. Una luce abbagliante, avvolgente. La vedo. Quella luce è lì, dritta davanti a me, con una sola differenza: io non sono morto.
Mi lascio alle spalle qualche sbaglio impiccato per errore e un mozzicone che mi ha bruciato la tappezzeria della mia Suneliner. Immaginaria, certo. Non mi sono mai potuto permettere delle promesse efficaci, figuriamoci una Suneliner!
Sto tornando, però, perché se la maggior parte degli uomini va da un punto all’altro senza capirne la ragione, spesso, per un procedere schiettamente fisiologico, alcuni, rari e malfattori tipi decidono di tornare. Sono coloro che tornano sull’accaduto, per riesaminarlo; sui punti morti della Storia e la riscrivono, soli, ma pur sempre con l’ombra di chi credevano di essere. Non conta sapere se il ritorno è al punto di partenza o di transizione. Perfino se è nell’arrivo risulta irrilevante. Tornare e ripeterselo a memoria e sfogliare qualche pagina di un libro; disperarsi come Dumas quando, sorpreso dal figlio in lacrime, dovette confessare di aver ucciso Porthos; mantenere una genie di focolai nelle notti che sono giorni. Uno strano odore mi invade le narici: è strano come certi odori impregnino gli odori. Non te li togli più di dosso; sono peggio della naftalina. Lo ricordo, l’odore: è quello della sconfitta.

Impara ad essere un perdente e probabilmente non perderai niente di così fondamentale. Uccide più la vita che il sentirsi vivi.

Certi battelli, sulla Senna, avevano una finestra dalla quale fuoriusciva una luce non poi così fioca. La luce proveniva dalla stanza di un veggente francese, che tentò di radunare dei dettami per un’educazione sentimentale. Quella finestra, di notte, era divenuto un punto di riferimento dal quale i naviganti tiravano le somme dei loro tragitti.
La strada è dritta e non posso sbagliarmi. Non manca molto.
Sto tornando a casa.

L’artista e la società

di Marco Cardilli

Secondo il mio modesto ed opinabile parere, questi ultimi tre, quattro decenni e quelli futuri (se le cose non cambieranno) saranno ricordati-quando la società tornerà ad interessarsi della storia, s’intende-come una sorta di moderno medioevo. E intendo “medioevo” come erroneamente è entrato nell’immaginario collettivo: ossia un’epoca completamente buia, oscura, dominata dall’irrazionalità. Anche questo medioevo, come quello vero, contiene infatti dei sani fenomeni di cultura (io sono il primo ad interessarmene quotidianamente), ma questi verranno forse individuati e apprezzati dalle masse in futuro, come noi oggi a scuola riconosciamo l’importanza dell’umanesimo e lo studiamo. non credo purtroppo ci siano oggi fenomeni in atto importanti quanto l’umanesimo.

In questo nuovo medioevo, caratterizzato dall’assenza di memoria (nel senso di cultura storica), caratterizzato da una crisi profonda dei valori, valori cattolici da una parte e laico-progressisti dall’altra, e dominato in larga parte dall’insensibilità, dall’egoismo, dall’ignoranza, dall’edonismo e dal consumismo-ecco, in tutto questo-un ragazzo che lotta ogni giorno per acquisire coscienza della sua condizione e dei processi storici che l’hanno determinata, che non vuole rassegnarsi allo svuotamento e alla banalizzazione dell’esistenza, alla meccanizzazione della socialità (vedi le nuove tecnologie con cui tutti facciamo i conti) io credo sia un po’ come un monaco in una biblioteca medievale che studiava e custodiva i testi antichi (ossia la luce della ragione). Ora, questo ragazzo-e non parlo di un ragazzo ipotetico, ne esistono diversi-cosa potrebbe fare a differenza del monaco medievale? Cosa potrebbe fare per essere migliore del monaco?

Semplice: scendere dalla torre della biblioteca, uscire dalle mura del monastero e farsi frate francescano: cioè immergersi nel mondo, partecipando completamente, con la propria esistenza, al tentativo di cambiarlo: tramutare la propria mente e il proprio cuore in parole, gesti, azioni quotidiane, infine opere d’arte. E qui giungo al ragazzo che oltre ad essere uomo è anche artista.

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Cosa può fare l’artista? Come può contribuire a portare un cambiamento nel mondo?

Credo che anche questa risposta sia semplice, ma arrivarci non è stato tanto facile: la scintilla finale è scaturita durante la lettura di una bella intervista a Moravia letta qualche giorno fa mentre raccoglievo materiale per la scenografia del film al quale sto lavorando.

L’artista, infatti, non deve far altro che “essere se stesso” dentro la società.

e per “essere se stesso” intendo “essere il proprio io” in continuo divenire, in continuo cambiamento (se è vero che nessuno in realtà è oggi uguale a ieri o a domani).

L’artista con il proprio “io” immerso nella società, quindi non fuori, non lontano, ma dentro, indissolubilmente legato ad essa, quasi per naturale aspirazione, vocazione, grazie al proprio fare, lotterà contro l’ipocrisia, contro ogni tipo di conformismo e di immobilismo (sia esso di destra, di centro, di sinistra, di sopra o di sotto), si ritroverà come per fatale attrazione ad occupare il punto preciso nel tempo e nello spazio dove ci sarà qualcosa che, dalla profondità dell’animo umano, reclama libertà.

Un artista non può essere un servo, neanche della migliore ideologia possibile.

Ora qualcuno potrebbe dire: <<perché mai tirare in ballo l’ideologia, dato che sono morte tutte?>> Perché io credo, a differenza di chi pensa che le ideologie siano morte, che la nostra epoca sia fortemente ideologica. Li dove c’è un ordine c’è sempre un’ideologia dominante e l’ideologia di oggi non necessita di alcun manifesto: parla attraverso i mezzi di comunicazione di massa, attraverso il linguaggio della pubblicità e attraverso internet (che per diversi aspetti è diventato l’amplificazione di certi guasti perpetrati dalla tv).

Chiusa la parentesi sull’ideologia e tornando al rapporto tra arte e società, vorrei precisare che non intendevo dire che fosse sbagliato partecipare pubblicamente alla vita democratica di un qualche partito politico o di un qualche movimento o di una qualche associazione, anzi tutt’altro.

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Intendevo dire che l’artista può lavorar bene soltanto se riesce a mantenere una certa libertà nell’elaborazione di idee, nell’elaborazione di uno stile, di una poetica e che questa deve anche saper trovare il coraggio di essere eretica quando le circostanze lo richiedono.

Io, per mio conto, posso dire che proverò ad essere un artista libero, ma anche che resterò, penso, un progressista convinto. Resterò un progressista  perché credo instancabilmente nell’idea che l’umanità possa liberarsi dalla sua stessa oppressione soltanto se lotta a favore della tolleranza, dell’uguaglianza, della pace, della dignità della persona umana, del progresso.

Ovunque ci sia un ragazzo vivo o un artista, bisogna che questo si faccia forza e inizi anche lui a parlare, senza più la paura di non esser compreso.

Quotidiani #2

(a telefono)

“Pronto chi è ?”

dico il mio nome. Cerco la prof….”La segretaria urla “c’è la prof…?”

Allora una voce dice “Ma chi è che la cerca?”

La segretaria mi fa “Scusi, ma lei è un genitore?”

“No, sono un comune cittadino”

La segretaria, rispondendo all’altra, “No è un comune cittadino”

L’altra di tutta risposta: “Ah, ok. Pensavo fosse un genitore”

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