Eletto il silenzio
Finalmente un po’ di silenzio ci voleva. Ci voleva perché c’è chi ha abusato della parola, chi ha pensato che fare teatro fosse come fare campagna elettorale e chi pensava che si poteva fare campagna elettoralandando a teatro, chi ha pensato che le parole dette a vanvera avrebbero comunque coperto il silenzio degli altri, chi ha usato parole oneste per dire vere menzogne, chi ha parlato di una sinistra più sinistra in cerca di sinistri figuri. Un po’ di silenzio ci voleva, ci voleva perché non ci sono i buoni e i cattivi, come vogliono farci credere. Ma ci sono gli italiani e i “nuovi” italiani, buoni e cattivi, chi è più buono e chi è meno cattivo in una scala di grigi infinita. Proprio come noi. Proprio come loro.
Scienza della lettura
L’altra sera sono stata a un reading di poesie.
Mi piacciono le poesie, mi piace leggerle, mi piace ascoltarle.
Ancor di più mi piace lo sguardo di chi le legge, il modo in cui la voce viene modulata durante la lettura, la varietà dei gesti, che nascono morbidi, e possono farsi ora decisi, ora furiosi, ora disperati.
Osservata scientificamente, la scena che appare è la seguente.
Un gruppo ristretto di soggetti, il più delle volte alquanto sui generis, si pone davanti ad un gruppo, solitamente ben più ampio, di cosiddetti “ascoltatori”. I primi, i poeti, leggono, i secondi com’è naturale, ascoltano. Sono il pubblico.

Un signore è seduto in prima fila e ha un bicchiere in mano. Una ragazza dallo sguardo languido se ne sta con il mento appoggiato sulla mano e lascia che il suo caffè si raffreddi. Un tipo se ne sta in piedi, appoggiato a una colonna, le braccia incrociate… tutti sembrano ascoltare, qualcuno appare rapito dalle parole, altri invece ostentano indifferenza.
Ha inizio ora uno dei più antichi processi di fisica dell’anima ad oggi conosciuti. Quello per cui tra i due gruppi avviene una sorta di scambio, un’osmosi di emozioni il cui veicolo fondamentale sono le parole.
In una situazione si questo tipo, di norma si assiste alla lettura di tre, quattro, anche cinque poesie. Già alla seconda, il pubblico, ahimè, tende ad assuefarsi all’ascolto e si adagia in quello che si può descrivere uno “schema lettura-ascolto-applauso”. Dunque, esso scivola in una sorta di trance e alla terza poesia si trova in uno stato di semi-incoscienza. Giunti a questa fase del processo, ascoltare è come non ascoltare e applaudire non appena cala il silenzio è un gesto tecnico, automatico.
A volte però una poesia, una poesia che per qualche oscuro motivo risulta diversa alle orecchie del pubblico in questione, riesce a risvegliare l’uditorio dall’ipnotica pigrizia intellettuale che ne oscura i sensi per cui, con un trasalimento, esso ritorna presente a se stesso, all’improvviso ascolta, interiorizza, nel pieno di uno shock-da-ritorno-alla-coscienza.
Altrettanto velocemente la poesia si conclude e il povero ascoltatore resta col cuore sospeso. Ha perso il ritmo ascolto-applauso di poco prima. Subentra ora una fase riflessiva, in cui esso, in pochi secondi si ricompone e, in un tumulto di sentimenti contraddittori, si scioglie in un ben più sincero applauso, esprimendo reale apprezzamento.
L’esperienza empirica conferma che nella maggior parte dei casi, passata questa fase di euforia chimica, lo spettatore in breve tempo rientrerà nello stato di trance, compiendo l’ultimo tratto della parabola discendente tracciata dal processo in esame.
Tuttavia, nella sua memoria non-cosciente, in qualche regione nascosta e remota del suo animo, quel momento verrà conservato in virtù del suo valore tutto particolare.
Sine titulo domenicale.
Il panorama della scrittura italica è vasto, fatto di realtà in frantumazione e altre più solide. Le prime sono sotterranee. Nel “sottosuolo” fermenta l’humus dal quale solo può rinascere una pianta vigorosa. Più sopra, esposte malamente ai venti cangianti del clima politico e del mercato, troviamo piante certamente più belle a vedersi ma che durano ben poco, forse neanche il tempo di una stagione. L’olivo secolare resiste, certo richiede pazienza, richiede costanza, nella sua semidomesticità al contrario di piante per le quali non possiamo trovare un nome-metafora, dal momento che i raffronti biologici sono tutti di pieno rispetto.
Così nella vita, si finisce per preferire spesso il polline leggero rispetto all’insostenibilità massiccia di un olivo. Pochi scavano e si affidano alle radici.
Mi sento come Ulisse nella sala dei proci, e un vento di fuoco sta per travolgerli tutti, non per logiche meccaniche o volontaristiche, ma per divina previdenza. Per citare le Baccanti: quando l’atteso non si compie, un dio arriva e realizza l’inatteso.
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Eccoti qui.
Eccoti qui, sdraiata. Sognante. Un corpo immacolato, il tuo. Che acquista un tendaggio di ingorda purezza, oggi, che è mattina, che è Natale. E i riflessi delle future campane di latta che ormeggeranno di alleluia i petti dei fedeli confluiscono nella fluviale schiena che imprime i seni sotto un intimo zerbino bianco. A vederti, saresti meta ambita delle formiche, che mai avranno percorso terricci più naturali. A toccarti, faresti vacillare il sandalo di qualunque male. L’ignoto, con te, diverrebbe miele succoso e colante. Nessun timore. Si lascerebbe il porto, ora. Pur sapendo dei pirati ad est. A chi importa. Non di certo. Eppure, mentre dormi rigetti nastri di salmone.
La vita sembra facile. E’ una balla certo, ma una balla in più cosa vuoi che conti. Una balla ti rende coraggioso, ed è l’unica bugia che regge le mutande da dinosauro che indosso. Dirò di più, sembra anche bella. La vita. Sì, grazie a te. L’ho detto? Effettivamente l’ho sentito anch’io. E’ così, ma non chiedermi di spiegarti altro. Semplicemente questa volta mi hanno spiazzato. Lassù, dalle parti del grande capo. L’ho insultato fino a seccarmi il gargarozzo che quel figlio di puttana mi ha spedito un pacco regalo col tuo nome, il tuo cognome, e il tuo culo. Con tanto di ricevuta di ritorno, tra le altre cose. Un ringraziamento è doveroso. Che ne pensi? Cosa vuoi pensare. Hai i tuoi sogni, ed è giusto che tu sia sorretta da questo piedistallo ballante. Finché. Ma non lo farai. Non prima delle undici di stamane. Hai la faccia stanca ed il sonno ha preso possesso delle tue narici. Avrai fatto tardi, ieri sera. C’era un bicchiere vuoto e uno che conservava ancora poche ninfee al suo interno, nel lavandino. Due giorni. Niente. Sebbene non abbia pensato altro che all’impronta del tuo essere nell’aria, che avrei inghiottito, se non fosse labile e polverosa come le strade di campagna. Il lavoro uccide, altro che rendere liberi. Sai cosa me ne importa dei quattro soldi piazzati in banca come soldatini di piombo sulla credenza? Ho la donna più bella del mondo ad un fiato da me e volete che io pensi a quei quattro soldi che puzzano di piedi, poiché qualcuno troppo premuroso non sapeva dove nasconderli? Avete errato. Dunque, tieniti forte. Ho ricevuto il trasferimento. Già. Così potremmo stare insieme e svegliarci insieme e dormire insieme e… Avevi ragione in fondo. Si è veramente su una montagna russa. Si respira il vento d’alta quota e si mangia la merda dei porcili. Dipende. Da chi? Da cosa? No, non importa. Mi costringi qui, su questo tappeto persiano comprato da quel marocchino che ce lo fece passare per autentico, ed è splendido.
Sono un alieno. La strana creatura poggiata alla scrivania della camera da letto che ti cova come un bozzolo, è un alieno. Ti guardo come uno di questi strani tipi che mi porto dall’infanzia tanto da assumerne le sembianze. Quando guardano il rotolo terrestre e pensano chissà quale stranezze articolate. Magari per loro siamo un pascolo o un tipo di pesce raro. Zuppa di umano all’indice. Ma il mio è un pensiero preciso, una palla da bowling che percorre una traiettoria ritta e impeccabile. Il risultato irrilevante. Ti amo. Voglio scrivertelo. Ecco, lo appoggio sul comò. Il foglio è un po’ stropicciato. Uno scontrino. Le migliori poesie vengono scritte sugli scontrini. Un ti amo fresco di giornata. Certo, da abbinare con una pasta calda, e un buon caffè, lungo macchiato e al vetro, come piace. Non svegliarti, torno, vedi che torno, il bar è qui sotto, ti lascio una sigaretta. Sul foglio. Dopo la ti e prima del amo.

Eccoti qui, sempre sdraiata, sempre sognante. Non ti sei neanche rigirata. Dormi, e non badi. Al tempo, sì. Quello atmosferico. Fuori c’è il sole, e le nuvole si sono fatte piccole. Non si sta male. Ed a quello che passa, anche a quello sei indifferente. Te ne stai in pace. Non biasimo. Dovresti dormire più spesso. No, che dico. Ti perderai l’attimo. Farà la differenza. Certo che ne sono sicuro. Natale. È il trentaquattresimo. Trentaquattro modi diversi di vederlo e di viverlo. L’innocenza? Dove? Eccola lì che corre via reggendosi il soprabito. Cosa vuoi, è per tutti. Alla stessa maniera. Non possiamo farci niente in fondo. Prenditela pure con me. Hai bisogno di un capo espiatorio, fa pure. La colpa è tua. E’ mia. E’ sua. Chi se ne fotte. C’è colpa. Mancanza di buon senso, dici? Sarà. Credo che non faccia che imborghesire l’anima, il buon senso.
Eri, e non sei. Poteva succedere a chiunque. A noi. Non bramo la salivazione della tua lingua. Baceresti una carcassa? Così non baceresti me, fatto del putrido collante che ci tenne insieme. I ricordi, certo. Non li tocco. Conserveranno quel paesaggio romantico in cui mi permettevi di abitare. La boscaglia, attualmente, ha preso fuoco. Corri. Fa presto. Esci da questo bozzolo di filigrana, e confonditi le idee. C’è ordine nel cosmo. E dove questo erige le sue pretese, lì è più facile organizzare disordini. Con lo spirito, è ovvio. Ecco. Sì, sì. Il tuo spirito. Dov’è finito? Non lo sento più. Non l’ho più sentito. Sono andato via, per un po’ di giorni. Lo consigliano a tutte le coppie: “prendetevi tempo, vi farà bene.”
Sono tornato. Mi aspettavi? Sì, no, può darsi. Hai cambiato le carte in tavola. Le hai mischiate male. Hai guardato la mia mano mentre ero via. Qualcosa è successo, i conti non tornano. La patta non fa per me. Tienilo te il piatto. Ridammi il coraggio. Ce ne sono migliaia. Quelle navi non salpano più. Chi l’avrebbe detto, già. Tu di certo no. Risolvi tutto col dormire, e le biglie agli altri. Ho voglia di giocare a flipper. Lo so che sono un ragazzino: lo vedi qual è il punto? La chitarra di Hendrix del secondo minuto e trenta non ti lega al Mi bemolle del quinto minuto e due.
Ho cinquanta centesimi. Il resto. Il caffè, fumante. La pasta calda, calda. Te la lascio, ok. Bevo il caffè. Lungo macchiato e al vetro. Una ciofeca. Che dirti. Svegliati, vado, vedi che vado, il bar è qui sotto, prendo la sigaretta. Fumo, non dispiacerti. Un ti amo, stantio, a mosca cieca. Dammi un attimo. Ecco. Sul foglio. Un non, un più. Prima della ti e dopo del amo.
Dichiarazione precaria di un precario
– Sono precario perché l’equilibrio è una stronzata che ci hanno fatto credere. La medicina che ci danno ogni giorno per rimanere chiusi nei manicomi.
– Sono precario perché il mio cuore ha un contratto a progetto con la vita.
– Sono precario perché la cultura fissa l’ho sempre considerata noiosa. E poi scroccare il caffè è un’arte.
– Sono precario perché non ho sostanza, ma solo accidenti.
– Sono precario perché è colpa mia quella di non cambiare Paese invece di cambiare mestiere.
– Sono precario perché mi ripeto ogni mattina che finirà prima o poi, sperando che non finisca.
– Sono precario perché se è più facile licenziare pensando che sia più facile assumere, allora voglio essere tolto dal mio posto per giusta causa.
– Sono precario perché ancora me ne importa degli altri.
– Sono precario perché almeno ho ancora la possibilità di non far scioperare il mio cervello.
– Sono precario perché sopravvivo in questa vita: passo da un lavoro all’altro come un attore da palcoscenico.
Fenomenologia del tappetino sottopiatto
Tra le varie forme dell’ente più da contempleare vi è sicuramente ciò il cui nome di derivazione storica incerta è il tappetino sottopiatto o con maggior precisazione sottociotola. Purtroppo tali forme dell’ente passano solitamente sotto-osservate, non considerate per il proprio ruolo fondamentale e sostanzialmente invisibile. Ahimè, rilegati ad un’infame posizione: quella di sostenere, muti testimoni, la lordura delle briciole e della mayonese caduta dai fritti.
Purtroppo, in questa società, come è normale che accada la sottovalutazione delle capacità è regola. I tappetini, innanzitutto, non sono tutti uguali. Innanzitutto, i tappetini antscivolo, quelli ignifughi, quelli della domenica, quelli della sera e del buongiorno, quelli per chi è appassionato di cucina e quelli con i disegnini per gli adulti, quelli personalizzati, quelli-che-rispettano-la-tradizione-giapponese ecc. ecc.
Almeno, già si è fatta chiarezza nel fatto che i tappetini sono diversi tra loro e guai chi, con la fregola della sciatteria, vada a parlare di tappetini in generale. Sia, chi lo fa, bandito dalle tavole. Soprattutto per chi non comprende a cosa servono i disegni per gli adulti mentre si mangia. Di cui un esempio:
Ma, come mi apprestavo appunto a dire, i tappetini servono a molto di più. Il principe dei tappetini, infatti, rimane quello-che-rispetta-la-tradizione-giapponese. Esso è il tappetino del Prescelto.
- Può essere utilizzato nelle scene più difficili quando nei film sugli antichi popoli del Mediterraneo essi devono leggere pergamene. La sua capacità accartocciativa è incredibile.
- Esso può essere mosso simulando un verme sul tavolo (scoperta che il nostro blog è fiero di sottoporre al mondo accademico).
- Il tappetino che-rispetta-la-tradizione-giapponese può fare l’onda.
- Il tappetino può sostituire, se posto in verticale, le più brutte opere di arte post-contemporanea.
- Il tappetino può essere usato come copri-avambraccio destro in caso di battaglia con Ken e Naruto.
- Esso, arrotolato completamente, può essere posto alla base della bocca e, lasciando la parte superiore, può essere rilasciato in modo da far sembrare che esso sia una lingua gigante: classico esempio di gran burloni.
- Il tappetino-che-rispetta-la-tradizione-giapponese è il terreno ideale per praticare il moonwalk.
- Richiamando l’attenzione con il coltello, dando 3 rintocchi nitidi, può essere usato per leggere i nostri proclama che più ci aggradano.
- Può essere usato come primo tentativo di slittino per principianti.
Per il resto, chiamate Neil il grande artista.
Anteprima di vita
Molti programmi di scrittura odierni offrono la cosiddetta anteprima di stampa. Prima di stampare puoi farti un’idea di come verrà fuori il testo scritto. Matrix non è perfetto: mi sarebbe piaciuto (a chi non piacerebbe, suvvia! Fate poco gli eroi!) avere un’anteprima di vita. Magari poi sarei andato ugualmente in stampa, avrei mantenuto le opzioni scelte, o magari no, avrei fatto qualche ritocco qua e là.
Sono tutti bravi a dire “io rifarei tutto quel che ho fatto”. Vi voglio vedere ad avere la possibilità reale di “ripetere”, di “rivedere” qualche dettaglio qui e lì. Non stiamo a prenderci in giro. L’uomo è fatto per ammirare l’eroe, per imitarlo, al massimo, ma non per esserlo.
Non esistono quelli che non piangono o non si disperano, semmai non hanno mai fatto scelte, non hanno mai scelto.
Di una cosa non mi pento: ho sempre scelto, anche senza anteprima di stampa. Ho sprecato un fiume di carta e di inchiostro, è vero o forse no. Forse adesso la stampante è collaudata meglio di un tempo.
Non che il numero di errori commessi garantisca, al crescere, una maggiore esperienza e una maggiore competenza, o almeno non necessariamente.
Siamo stampati a getto di emozioni.
Grazie Matrix per aver reso così reale la definizione delle nostre immagini.











