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Resushitati.

E’, in questi giorni, in libreria, e ordinabile su internet, il nuovo libro di Cardiopoetica. Ebbene sì, noi siamo anche un collettivo di poeti e scrittori, mentre altri pescano o guardano la tv.

Nonostante, oggi, sia molto difficile incontrare editori disposti a pubbicare Poesia, l’editore Gordiano Lupi, responsabile della casa editrice “Edizioni Il Foglio Letterario”, ha creduto in noi e ha dato atto al miracolo che ogni uomo aspetta nel ventre della sua caverna: la resurrezione.

La vita ci ha spremuto, ci ha denigrato. Noi siamo stati più forti: siamo morti per Resuscitare.

Giudizio universato.

Io me lo prendo eccome il diritto di giudicare. Giudice di me stesso, decreto la fattibilità e la fallibilità delle vite intorno a me. Questo è la sola unità di (s)misura capace di captare le onde elettromagnetiche che le emozioni emanano.

Ma bisogna essere sinceri. La vita non è fatta soltanto di semplici emozioni. Sarebbe meglio dire: vivere non significa emozionarsi. Emozionarsi e basta.

Perché nell’emozione, nell’emozione cruda in sé, dov’è il rischio? Il rischio: esattamente. Il rischio è lo stendardo che dovremmo spargere a terra come una spina dorsale su cui basarci. Sulla quale camminare. Il rischio di essere degli incoscienti.

Più che il coraggio, per vivere si ha bisogno dell’incoscienza. Ed è per questo che giudico. E giudico non perché mi arrovello il diritto di dire cosa è giusto o sbagliato, bensì perché di morti, intorno, ne vedo a migliaia. Eppure questi non sono morti viventi, il che sarebbe già qualcosa.

Sono morti morenti. Attendono una morte che è già arrivata. Attendono la conferma della morte.

Ci sono alcune persone totalmente inutili. Che Dio non me ne voglia, ma è ben chiaro nella mia mente che alcune persone, nella loro inutilità esistenziale, sono estremamente inutili.

Aprirei un’agenzia di anime non pie con suscritto: “accettasi uomini coraggiosi disposti a lasciare il posto agli incoscienti”.

E le persone inutili, di cui parlo sopra, non sono i sofferenti, gli ammalati, i disperati, i sognatori, ma sono tutti coloro che conducono una vita stancamente equilibrata, sobria, volta alla misericordia della quiete, che non ha mai osato diventare una persona diversa da quella che è, che cerca perdutamente quell’amore che gli cambierà le sue abitudini, quell’amore che gli permetterà di essere come gli altri, di uscire a cena con gli altri.

“Ma ogni vita è speciale, ogni vita è unica”, ribatte l’amico saggio. “No. No!” gli andrebbe risposto.

Non c’è niente di interessante nelle vite comuni. Le vite comuni sono uno spreco.

Alda Merini scriveva: “La cosa meno scandalosa della vita è lo scandalo”.

E aveva ragione. Fidatevi dei poeti. Aveva ragione.

Chiunque stia leggendo: vi voglio attivi, vi voglio vogliosi di far venire questa gran figa che è l’esistenza. Orgasmi, orgasmi veri ogni sacrosanto momento, ogni sacrosanto minuto.

Santi gli orgasmi. Santi i ditalini dell’intelletto.

Masturbatevi la coscienza e vedrete come la vostra anima assomiglierà sempre di più ad una prostituta celibe.

Poiché la vita è potente, e ancora più potente è la possibilità di viverla. Ogni attimo può essere una svolta, un cambio di rotta, una felicità mai sperata. Tutto ciò, se solo lo volessimo realmente.

Incominciamo a desiderare, da qui.

A caccia di normodotati

 

Un curioso studio recente ha collegato la caccia ad un pene più piccolo. In altre parole chi andrebbe a caccia avrebbe un pisellino. Immaginiamo che ciò avrà sicuramente creato gravi reazioni dai cacciatori normodotati. Avere una vittima sotto controllo, dice lo studio, farebbe sentir bene il cacciatore che è sessualmente represso.

Ma per andare a caccia nei nostri giorni non serve un fucile e una foresta. Nossignori. Un supermercato abbastanza grande è sufficiente e il senso di avere una preda sotto i propri occhi. Chi non è mai andato, d’altronde, a caccia di offerte, del prosciutto più succulento o del detersivo a solo 99 centesimi.

L’esperienza del cacciatore e del consumatore sono esattamente gli stessi. L’ultimo prosciutto in offerta. Il primo tordo della mattina. Una vittima sotto controllo. L’emozione di farla fuori. Esattamente a 5 palmi dal prosciutto; 5 metri sotto il tordo. Si tratta di misure. Eccolo lì il nostro cacciatore di prosciutto bramire la preda, innocua nelle sue mani munite di una tagliente carta di credito. Non più represso sessualmente si avvia alla cassa a pagare lo scotto della caccia. Chi si alza all’alba, come si sa, avrà bisogno di un ristoro. E i ristori si pagano.


Ma allora perché fare uno studio sul pene del viril cacciatore (dando per scontato che magari non ci siano anche cacciatrici) e non sul pene del cacciatore medio del prosciutto a sconto? Avvisiamo il sessismo di tale ricerca.

Se effettivamente qualcun* cambia sesso, sarebbe contemplabile anch’ess* come represso sessualmente? E se un* ha fatto la falloplastica? A chi dai la colpa del pene piccolo? Al chirurgo, sicuramente.

Anche lui era un cacciatore.

Amatoriale quotidiano

“Dove sono andati i tempi di una volta per Giunone, quando ci voleva per fare il mestiere anche un po’ di vocazione” – De André

Ho provato a fare una seria ricerca sulla vita delle porno star. Purtroppo non sono giunto a grandi conclusioni, a parte alcune confessioni e iniziazioni strane. Non parlo né del senso esistenziale (l’attrice porno, per esempio, la consideriamo una prostituta o semplicemente un’artista?) o del senso meramente metrico (non parlo esattamente della lunghezza della pellicola…).

Mi chiedo, quotidianamente, quanto influisca il tempo di preparazione per un film sul resto degli impegni nella vita cosiddetta privata (vedi pagamento bollette, colazione, pulire casa). Per esempio, se uno è in ritardo per arrivare sul set, mangerà solo un tramezzino? Oppure salta il brunch e poi si lava i denti (per ovvi motivi) prima di mangiare nel pomeriggio? Ma se arriva tardi – il traffico c’è anche per gli attori porno o, peggio, un ritardo nel ritiro dei bagagli all’aeroporto – ha tempo per fare riscaldamento prima di lavorare?

Poi: “Papà dove vai ora?” “Lavoro”. A che età bisogna dire ai propri figli che il loro concepimento è registrato? Il papà misteriosamente risponderà: “Un giorno affitteremo un film e capirai”. Il bambino pensava effettivamente che suo papà fosse un attore. Senza aggettivi aggiunti.

La dieta di un attore. Roba seria.
1. Addominali e pettorali (dipende anche dalla categoria)
2. Chiappe sode (il famoso lato b)
Effettivamente il lato estetico diventa una legge di vita. Il lato estetico essenzialmente è collegato al lato B della situazione. Questi attori non ci mettono soltanto la faccia, ma molte altre cose. In ogni modo gli attori porno dovrebbero avere un dietologo.

Altra cosa. Parliamo di rischio malattie. Mi chiedo per esempio quale sia la spesa media in contraccettivi di un pornoattore/ttrice. Dov’è il sindacato del porno? Mi par strano che, in codesti giorni, non ci sia tal sindacato. Seriamente: possono gli attori scioperare? Chi è che difende i diritti. Noi di V&M la lanciamo come richiesta ufficiale in cui anche questa categoria sia protetta (non solo la fascia): che sia aperto un tavolo della concertazione sociale. Ma poi, mi chiedo, nascerebbe una nuova categoria sindacale? Del tipo: “F.O.T. & work ” ? (dove F.O.T. sta per fuck on the table)

Allora, proponiamo di più. Vogliamo un porno europeista. Qualcuno aveva tentato la mossa, ma non è stato capito. La strategia del Bunga Bunga, le varie serate: tutto in una chiara strategia di difesa della categoria. Perché non se ne è mai accorto nessuno? Probabilmente non aveva molte raccomandazioni in quel settore, tant’è che doveva farsi appoggiare da chi “ce l’aveva duro” (o almeno così diceva).


Cicciolina in Parlamento? Ecco, era il primo passo per rivendicare la quotidianità: perché non offrire agevolazioni per comprare cavalli nei propri appartamenti? (purtroppo lo sappiamo: anche questa attrice lo faceva solo per la pensione parlamentare…come dite? Cicciolina non si tocca? Be’, secondo me si toccava eccome!). Oppure: quanto pesa l’IMU nell’affittare appartamenti per girare film amatoriali?

Full Monty: speriamo che l’Italia non vada a puttane.

L’aquilone.

-          Sembra una vita fa.

-          E’ una vita fa Jackie, avevamo appena dieci anni – replicò Adams dando spago all’aquilone.

Si era alzato un bel vento. I capelli si arruffarono. L’aquilone era di un rosso fuoco che sembrava una fenice in movimento sulle nostre teste con la coda fatta di triangoli.

-          Nonostante gli anni, Jackie, questo aggeggio sfida ancora il vento esattamente come quando eravamo piccoli – fece Adams – Ti ricordi quanto ci mettemmo per costruirlo?

-          Certo che mi ricordo, – disse Jackie – un’intera estate. Non era mai come lo volevamo!

-          Ma poi facemmo invidia a tutti i nostri compagni, era il solo che non cadeva mai.

-          Già, e tutti che volevano provarlo, ricordi? – fece Jackie – e noi che scappavamo con l’aquilone sottobraccio perché ne eravamo gelosi.

-          Darei in cambio un rene per tornare a quei momenti. Avevamo dieci anni ed eravamo felici. Stupidi, ma felici.

-          Non eravamo stupidi, Adams, eravamo solo inconsapevoli.

-          Stupidi, inconsapevoli. Che differenza fa? Non avevamo preoccupazioni, almeno.

-          Sei preoccupato? – disse Jackie.

-          Non più del solito. E’ la fine del mese: le rate della macchina, l’abbonamento in palestra di mia moglie, ora ci si è messa anche mia suocera che non può permettersi di andare alle terme e devo pagargli io il viaggio. Queste stronzate ti rovinano le giornate, credimi.

Adams diede ancora un po’ di spago e indietreggiò. Jackie lanciò un’occhiata in alto e quel rombo rosso ora copriva il sole.

-          Vuoi tenerlo un po’ tu? – disse Adams.

-          No, no. Ti ringrazio.

-          Ma come sarebbe a dire? Mica vorresti risparmiarti questa sensazione.

-          Quale sensazione? Quella di sentirci dei mocciosi in corpi di adulti?

-          Non fare lo sciocco. Tieni.

Adams mise lo spago nelle mani di Jackie. Jackie guardò l’aquilone, poi voltò la testa e fissò il sole. Rimase con gli occhi aperti per un paio di secondi, finché non fu costretto a richiuderli. Aprì i palmi delle mani e lasciò lo spago. L’aquilone volò giù dalla scogliera.

-          Jackie! Attento! – urlò Adams, che seguì, con le mani tra i capelli, la fuga dell’aquilone. – Perché l’hai fatto? Ma sei impazzito?

-          Era libero a metà – insinuò Jackie.

-          Cosa?

-          Sì. Era libero a metà, proprio come te, Adams, e come la maggior parte delle persone. Tentati dall’atmosfera, dal cielo, dalle nuvole ma tenuto buono da un filo quasi invisibile.

-          Ti sei bevuto il cervello? Cosa significano queste stronzate? Sentiamo!

-          Tu ti senti libero? – disse Jackie all’amico.

-          Certo che mi sento libero, che non mi vedi? Tutti quei libri che hai letto ti hanno fuso il cervello.

-          La vedo eccome la tua libertà, Adams. Una libertà decisa a tavolino. Studiata. Non voluta – disse Jackie guardandolo negli occhi.

-          E la tua? La tua sarebbe libertà? Non hai concluso niente in tutta la tua vita. Sei sempre stato un superficiale, un menefreghista. Uno sul quale non si può fare affidamento. Guardati. Tutti si sono sposati tranne te. Mi fai ridere.

-          Hai un pezzo di carta? – domandò Jackie.

-          Ho questo – Adams gli diede un foglio del giornale che aveva comprato all’edicola.

Jackie si sedette a terra a gambe incrociate. Cominciò a piegare il giornale. Fece un aeroplano.

-          Vedi questo, Adams? E’ un aeroplano di carta. Un pezzo di carta consapevole del suo destino ma che tra poco tenterà comunque di volare. Tu sei quel bambino attaccato ancora al suo aquilone, hai ricordi di una vita scomparsa da un pezzo. Attaccato alle sue certezze, ai suoi pilastri fermi. Io ho scelto di essere altro. Lo so che non volerò. Non a lungo. Ma preferisco precipitare nel vuoto e avere tutta la vita in un istante, piuttosto che restare a guinzaglio come te. Si è liberi non quando lo si diventa, ma quando lo si rimane, Adams. Quante volte hai messo le corna a tua moglie? Quante volte hai provato ad essere quello che non sei?

-          Tu non sai niente di me! – urlò Adams puntandogli il dito contro.

-          So quello che serve, amico mio, cioè che la tua vita è come quel veliero chiuso dentro la bottiglia che hai sul camino, ed è giusto che io te lo dica.

-          Lascia allora che io ti dica questo.

Adams strinse il pugno e lo colpì in pieno volto. Poi prese le sue cose e se ne andò.

Jackie con una mano al volto, lo guardò andare via. Si voltò verso il punto in cui era caduto l’aquilone, spiegò bene le ali dell’aeroplano di carta e lo lanciò.

L’aeroplano di carta fece finta di volare, poi cadde poco distante da quell’aquilone.

 

Parola di prostituta.

Siamo lieti di inaugurare, o forse è meglio dire “sono lieto” di inaugurare, visto l’estremo pudore che contraddistingue il resto della ciurma che io considero degli ottimi marinai, seppur da vasca da bagno, lontani dall’essere, come me, degli autentici pirati d’acqua salata;  certo, loro a differenza di me ben sanno cosa vuol dire tracciare e seguire una rotta, si divertono a sturare pensieri tirando via il tappo della prevenzione “intellettuale”, ma ognuno è chiamato al mondo per una ragione ben precisa, e la mia è alquanto incerta; in ogni modo, credo che questa nuova sezione farà contenti loro e molti fan del blog. Me compreso.

La  sezione di cui parliamo si chiama “Sottocoperta”, e conterrà post che parleranno di erotismo e pornografia.

Voglio dare il via a questa sezione con un’intervista fatta ad una prostituta, o meglio una chiacchierata, che prima di essere definita tale, è una cara amica. E soprattutto, una donna.

 

Non perdiamo tempo, tiriamo un cazzotto allo sterno di chi ci leggerà: ti piace scopare?

Sì. Mi è sempre piaciuto. Come piace a tutti, del resto. Non facciamo gli ipocriti. Si ucciderebbe, per il piacere.

E c’è una differenza tra scopare e prostituirsi, secondo te?

La differenza è palese. Il sesso è il comune denominatore. Se lo fai per “beneficenza” stai scopando. E sei anche contenta, il più delle volte. O almeno dovresti. Altrimenti sei un/una fuori di testa. Se lo fai con altri scopi, qualunque essi siano, allora ti sta prostituendo.

C’è una linea sottile che separa le due sfere, tutto sta nell’intenzione, è possibile?

Certamente. E’ tutta lì, la vita è sempre un’intenzione sbagliata. E poi sai cosa penso?

Cosa?

Penso che la gente giudica soltanto. Non sai quante si prostituiscono senza stare sulla strada. Senza farsi pagare. Ma la maggior parte non vede quelle persone. Ognuno di noi si prostituisce a modo proprio.

C’è, secondo te, un malessere, o meglio una solitudine di fondo in tutto ciò?

Sta tutto nella solitudine. E’ tutta colpa della solitudine che ci portiamo dentro, anche quando stiamo insieme.

Da quanto tempo fai questo lavoro, se così lo si può chiamare?

Chiamalo come desideri, tesoro. Il nocciolo è sempre quello. Scopare. Poi se mi arricchisco facendolo è un’altra questione. Ormai sono tre anni. Ma sto per smettere.

Cosa vuoi dire? Ti sei stufata?

Sì. C’è una parte di me che si è stufata. All’inizio per me era una trasgressione. Poi, ci si abitua anche a quel limite che si vuole superare. L’emozione è un cane in catena, ma senza la catena. Non so se mi hai capita. Mi divertivo. Volevo provare qualcosa di nuovo. Quando ho capito che potevo andare oltre, ho cominciato a farlo diventare un lavoro a tempo pieno. Poi ci si abitua a fare anche la prostituta. Tutto diventa uguale, quella che prima vivevi come una trasgressione, ripeto, oggi lo vivo come se stessi facendo un lavoro qualsiasi.

Ti permette di vivere bene?

Tesoro, eppure dovresti saperlo… al mese guadagno più di tuo padre in un anno.

Adesso non dire così, che altrimenti pensano…

Che abbiamo scopato? Ahah! State tranquilli, con lui è sempre stato gratis.

Sì! Ma le ripetizioni sono sempre state gratis, precisiamo.

Certo! Perché, pensi che qualcuno aveva capito qualcos’altro? (sorride). Sì. Ti ho dato ripetizioni di latino per quanto, due anni?

Più o meno.

Chi leggerà, penserà che sia tutta una messa in scena, ed invece…  la vita è così. E’ strana. Sono laureata in Filosofia. Una mignotta laureata in filosofia, non se ne trovano molte in giro. E crea delle alchimie bizzarre, sai? Anche con i miei clienti, ne capita qualcuno un po’ più curioso, e quando gli dico che sono laureata spalanca la bocca. Ne ricordo uno, un po’ perverso devo dire, che mi chiese di leggergli qualche passo di un filosofo, a caso, mentre mi penetrava da dietro.

E tu?

Gli ripetevo “panta rei”. Lui non capiva. Solo mentre se ne veniva su una chiappa ha voluto sapere cosa significasse.

Se non ti conoscessi direi che sia la tua filosofia di vita: tutto scorre.

Ogni notte, quando torno a casa, me lo ripeto. E me lo ripeto più forte quando faccio sesso con i miei clienti. Per quanto mi piaccia, è bene ricordarselo.

Cos’è che in fondo ti piace?

Dire che mi piace godere lo trovo banale. Mi piace vedere il volto degli uomini che mi faccio cambiare d’espressione. Mi piace osservare come delle apparenti persone perbene diventino durante l’orgasmo dei veri porci indomabili.

Che gente fa parte dei tuoi clienti?

Tutti i tipi. Imprenditori. Politici. Padri di famiglia. Vedovi. Gay. Trans. Lesbo. Operai. Muratori.

Quanto ti prendi?

Due, trecento euro per una manciata di ore. Oppure vado ad orgasmi. Ogni orgasmo cinquanta euro.

Ti hanno mai chiesto cose assurde? Posizioni strane?

Un ragazzo di una trentina d’anni. Era un habitué, voleva possedere ed essere posseduto. Si portava con se tutti gli oggetti più strani del mondo. Perfino un pezzo di legno intagliato. Se l’è fatto mettere dietro. L’aveva creato lui stesso. Un giorno dopo aver fatto sesso su una spiaggia, col pene ancora dritto mi ha chiesto di sposarlo. Mi ha dato un anello. Era dell’ex moglie. Io non ho risposto. L’ho guardato, gli ho fatto un pompino e lui se n’è dimenticato.

Si è dimenticato di sposarti?

Sì. Ha fatto cadere l’anello che aveva in mano tra la sabbia, tanta era la voglia possedere. Se l’è dimenticato lì.

Cosa ti ha spinto a fare questa scelta?

E’ semplice. Non c’è lavoro. Devo pur campare. Ormai non lo si riesce più a fare. Ma soprattutto, come ti ho detto, la solitudine. Il bisogno d’amore. Non c’è stato mai nessuno che mi ha amato seriamente. Così, mentre faccio sesso con degli sconosciuti, penso che almeno per un attimo qualcuno è disposto ad amare qualcosa di me, pure se si tratta semplicemente del mio corpo.

E’ duro ciò che dici.

Ma è la verità. Da soli non si vive. Non si può vivere. Chiunque sarà portato a farlo o finisce matto, o va a puttane.

C’è pur sempre la masturbazione.

Non è la stessa cosa. C’è bisogno dell’odore della pelle dell’altro. La mastrurbazione, per come la vedo io, ad una certa età è da sfigati.

Prima dicevi che vuoi smettere. Non ho capito bene il motivo.

Voglio smettere perché sono incinta. Perché ho guadagnato tanto, e posso permettermi di smettere. Ho incontrato un uomo. Un mio cliente. Ci siamo innamorati. La cosa è andata troppo oltre, a lui non gli interessa se continuo a fare questo mestiere o no. Abbiamo deciso di tenere questo bambino. Smetto per lui.

Quindi da oggi, smetti di essere Gaia Amor proprio, come ti fai chiamare.

Sì. Da oggi torno ad essere Vanessa. Quella Vanessa che hai conosciuto, e che tutti si sono dimenticati chi è sempre stata.

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