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Resushitati.

E’, in questi giorni, in libreria, e ordinabile su internet, il nuovo libro di Cardiopoetica. Ebbene sì, noi siamo anche un collettivo di poeti e scrittori, mentre altri pescano o guardano la tv.

Nonostante, oggi, sia molto difficile incontrare editori disposti a pubbicare Poesia, l’editore Gordiano Lupi, responsabile della casa editrice “Edizioni Il Foglio Letterario”, ha creduto in noi e ha dato atto al miracolo che ogni uomo aspetta nel ventre della sua caverna: la resurrezione.

La vita ci ha spremuto, ci ha denigrato. Noi siamo stati più forti: siamo morti per Resuscitare.

L’aquilone.

-          Sembra una vita fa.

-          E’ una vita fa Jackie, avevamo appena dieci anni – replicò Adams dando spago all’aquilone.

Si era alzato un bel vento. I capelli si arruffarono. L’aquilone era di un rosso fuoco che sembrava una fenice in movimento sulle nostre teste con la coda fatta di triangoli.

-          Nonostante gli anni, Jackie, questo aggeggio sfida ancora il vento esattamente come quando eravamo piccoli – fece Adams – Ti ricordi quanto ci mettemmo per costruirlo?

-          Certo che mi ricordo, – disse Jackie – un’intera estate. Non era mai come lo volevamo!

-          Ma poi facemmo invidia a tutti i nostri compagni, era il solo che non cadeva mai.

-          Già, e tutti che volevano provarlo, ricordi? – fece Jackie – e noi che scappavamo con l’aquilone sottobraccio perché ne eravamo gelosi.

-          Darei in cambio un rene per tornare a quei momenti. Avevamo dieci anni ed eravamo felici. Stupidi, ma felici.

-          Non eravamo stupidi, Adams, eravamo solo inconsapevoli.

-          Stupidi, inconsapevoli. Che differenza fa? Non avevamo preoccupazioni, almeno.

-          Sei preoccupato? – disse Jackie.

-          Non più del solito. E’ la fine del mese: le rate della macchina, l’abbonamento in palestra di mia moglie, ora ci si è messa anche mia suocera che non può permettersi di andare alle terme e devo pagargli io il viaggio. Queste stronzate ti rovinano le giornate, credimi.

Adams diede ancora un po’ di spago e indietreggiò. Jackie lanciò un’occhiata in alto e quel rombo rosso ora copriva il sole.

-          Vuoi tenerlo un po’ tu? – disse Adams.

-          No, no. Ti ringrazio.

-          Ma come sarebbe a dire? Mica vorresti risparmiarti questa sensazione.

-          Quale sensazione? Quella di sentirci dei mocciosi in corpi di adulti?

-          Non fare lo sciocco. Tieni.

Adams mise lo spago nelle mani di Jackie. Jackie guardò l’aquilone, poi voltò la testa e fissò il sole. Rimase con gli occhi aperti per un paio di secondi, finché non fu costretto a richiuderli. Aprì i palmi delle mani e lasciò lo spago. L’aquilone volò giù dalla scogliera.

-          Jackie! Attento! – urlò Adams, che seguì, con le mani tra i capelli, la fuga dell’aquilone. – Perché l’hai fatto? Ma sei impazzito?

-          Era libero a metà – insinuò Jackie.

-          Cosa?

-          Sì. Era libero a metà, proprio come te, Adams, e come la maggior parte delle persone. Tentati dall’atmosfera, dal cielo, dalle nuvole ma tenuto buono da un filo quasi invisibile.

-          Ti sei bevuto il cervello? Cosa significano queste stronzate? Sentiamo!

-          Tu ti senti libero? – disse Jackie all’amico.

-          Certo che mi sento libero, che non mi vedi? Tutti quei libri che hai letto ti hanno fuso il cervello.

-          La vedo eccome la tua libertà, Adams. Una libertà decisa a tavolino. Studiata. Non voluta – disse Jackie guardandolo negli occhi.

-          E la tua? La tua sarebbe libertà? Non hai concluso niente in tutta la tua vita. Sei sempre stato un superficiale, un menefreghista. Uno sul quale non si può fare affidamento. Guardati. Tutti si sono sposati tranne te. Mi fai ridere.

-          Hai un pezzo di carta? – domandò Jackie.

-          Ho questo – Adams gli diede un foglio del giornale che aveva comprato all’edicola.

Jackie si sedette a terra a gambe incrociate. Cominciò a piegare il giornale. Fece un aeroplano.

-          Vedi questo, Adams? E’ un aeroplano di carta. Un pezzo di carta consapevole del suo destino ma che tra poco tenterà comunque di volare. Tu sei quel bambino attaccato ancora al suo aquilone, hai ricordi di una vita scomparsa da un pezzo. Attaccato alle sue certezze, ai suoi pilastri fermi. Io ho scelto di essere altro. Lo so che non volerò. Non a lungo. Ma preferisco precipitare nel vuoto e avere tutta la vita in un istante, piuttosto che restare a guinzaglio come te. Si è liberi non quando lo si diventa, ma quando lo si rimane, Adams. Quante volte hai messo le corna a tua moglie? Quante volte hai provato ad essere quello che non sei?

-          Tu non sai niente di me! – urlò Adams puntandogli il dito contro.

-          So quello che serve, amico mio, cioè che la tua vita è come quel veliero chiuso dentro la bottiglia che hai sul camino, ed è giusto che io te lo dica.

-          Lascia allora che io ti dica questo.

Adams strinse il pugno e lo colpì in pieno volto. Poi prese le sue cose e se ne andò.

Jackie con una mano al volto, lo guardò andare via. Si voltò verso il punto in cui era caduto l’aquilone, spiegò bene le ali dell’aeroplano di carta e lo lanciò.

L’aeroplano di carta fece finta di volare, poi cadde poco distante da quell’aquilone.

 

Pietà per Hitler.

Voglio uccidere la memoria. Sentirla schiamazzare come quando si taglia la gola ad un porco.
Finirla con i piagnistei umanitari di ragazzine in erba che ricordano, non fanno altro che ricordare. Sanno soltanto ricordare. Nessuno lo merita.
Non c’è niente di buono nella memoria. Ci ha reso matti.
Ed ingrati. Non meritevoli del compenso più dignitoso che spetta all’uomo: la dimenticanza.
Avere la possibilità di dimenticare vuol dire assegnarsi ad un inizio sempre nuovo.
Essere noi stessi e tirarci fuori con tutte le vesciche e regalarci con i respiri più assuefatti dal nostro alito perché non più imprigionati dalle sbarre di un’esperienza totalitaria.
Sarà la prima volta della mia prima volta, ogni sacrosanta volta. Odoreremo la nostra puzza non rammentando di puzzare. Ci ameremo perché sarà destino farlo. Ci odieremo perché è quello che sappiamo fare.
E la morale sarà una legge che verrà abrogata ora dopo ora.
Finalmente vedrò persone che non si sforzeranno più di spolverare le cornici poste sui loro comò.
Non ci saranno più inutili giorni della memoria ed Hitler verrà finalmente perdonato, come merita.
Certe cose non le perdona Dio. Certe cose le perdona solo l’uomo.
Un uomo che penetra come un aguzzino nelle case sigillate dai televisori ogni ventisette gennaio e ci costringe a venerare morti. Morti su morti. Cosa volete che siano milioni di vittime decedute in guerra. Milioni di vittime sono paragonabili a una, o a nessuna, per quanto mi riguarda. Non li sento. Non li vedo. Sono crepati lontano da me. Ed il dolore se lontano, non è dolore.
Occupano un giorno dell’anno, un intero giorno. Mi accorciano il tempo, questi. Misericordia!
Non siete portati alla pietà. Siete addomesticati dalla pietà, e dalla commiserazione.
C’è da essere privilegiati anche da defunti. La scale dei valori della loro pelle è una piramide sgonfia ai lati.
L’ebreo nel forno crematorio è mediatico. Il cartaginese contro Roma è paratattico.
Sono disposto ad accettare la finta riverenza umana verso l’Olocausto quando ci preoccuperemo di fingere una riverenza per tutti i crepati della prima crociata, delle invasioni barbariche.
Questa Storia che ti fa sentire in colpa. Decreta, ecco cosa fa. Ha i suoi bei vinti, i suoi osannati vincitori.
Ce la impartiscono come un’analisi giornaliera da strabici insegnanti che l’unico insegnamento buono sarebbe quello di lasciare le cattedre e ammettere che nessuno è in grado di insegnare nulla.
Non si ha il coraggio di dire che gli ebrei al posto dei tedeschi avrebbero fatto la stessa cosa.
Da Cristo, simbolo d’umanità, all’umanità stessa ce ne passa ben poco.
L’odio scorre nelle loro arterie come scorre nei polmoni di chiunque altro. Loro non sono santi. Nessuno lo è. Assassini, come tutti. Anche se fosse solo di un pensiero, una protesta.
Bastava un leader. Per quel che resta, è mera questione di ruoli. L’ergastolo dell’umanità è l’uomo.
Non siamo colpevoli di essere nati, ma di essere morti inutilmente.
C’è un Hitler dentro ognuno di noi. E’ l’Hitler della sopravvivenza.
Chi sventola mimose è un codardo a vita.
Sto contando. Sto contando i mesi che mancano quando qualcuno, o qualcosa si deciderà per la prima volta di non ricordare e di provare pietà per Hitler e perdonarlo.

Canzone di un uomo triste.

Sono solo un uomo.
Quando mi dici che non ci credi più in questa storia
Sono solo un uomo
Quando a furia di mangiare fango ne sei pieno
Sono solo un uomo
Quando basta, mi licenzio, butto a terra i guanti, spaccatevela voi la schiena
Sono solo un uomo
Quando la radio non serve a farti smettere di pensare
Sono solo un uomo
Quando le preghiere non servono a farti smettere di soffrire
Sono solo un uomo
Quando la speranza non serve a farti tornare a vivere
Sono solo un uomo

Quando a furia d’innamorarti è passato anche l’amore
Quando a scuola il maestro non insegna la vita
Quando un amico si dimentica chi è sempre stato
Quando i consigli sono tanti brusii in un carnevale smascherato
Sono solo un uomo

Quando mando avanti i giorni come se spingessi una carriola
Sono solo un uomo
Quando mi fermo in autogrill per pisciare
Sono solo un uomo
Quando spengo la macchina per raggiungerti
Sono solo un uomo
Quando ho dolore ai piedi senza camminare
Sono solo un uomo
Quando urlo come l’eco che riverbera in un cesso
Sono solo un uomo

Quando a furia di chiudere gli occhi non so più come sognare
Quando a leggere non c’è che da perdere una pagina vuota
Quando ripongo i panni ancora bagnati nell’armadio
E lascio la porta aperta ad aspettarti
Sono solo un uomo

Quando preparo il caffè e non lo bevo
Sono solo un uomo
Quando sperpero senza comprare
Sono solo un uomo
Quando capisci che dentro l’amore c’è l’odio
Sono solo un uomo
Quando te la prendi con il mondo e resti fermo come un tronco secolare
Sono solo un uomo
Quando lo devi solo a te stesso
Non sono solo un uomo.

Ci sono giorni come questi.

Ci sono giorni in cui tutto procede verso la deriva. Ti accorgi, in quei precisi giorni, magari afflitto da un mal di denti, un mal di pancia, un’allergia spericolata, che niente poteva andare diversamente.

Ci sono giorni in cui la tua vita è una merda. A patto che la merda sia cattiva: del resto chi l’ha mai assaggiata? Per assiomi mentali la merda è una merda. Avrà un sapore disgustoso. Puzza. E’ vero: ma qualcuno ha mai avuto il coraggio di assaggiarla?

E poi dite: “io vivo.”

Come si fa a vivere una vita che non è vostra? Non lo è mai stata, tantomeno lo sarà mai.

Questa NON è la mia vita. E’ di qualcun altro; può darsi di nessuno.

Magari un cortocircuito lì, nell’universo, ha deviato qualche piano astrale e la vita che abbiamo sempre sognato ora è diventata la vita che da sempre odiamo.

Più ci si convince di vivere a fondo la vita e meno la si vive, del resto. Più non ci si preoccupa di viverla e ancor meno la si sta vivendo.

Di cosa parliamo, in fondo? Di qualcosa che non ci appartiene, che non è di nostra proprietà. Pensiamo: “la mia vita!”.

Cazzo. Se fosse stata la MIA vita l’avrei vissuta come dicevo io, ed invece no. No. La vita non riesci mai a viverla come dici tu.

Qualcuno dice: “la vita è un dono, un dono del Signore”.

Voglio dire. I doni non si scelgono. Quando qualcuno ti si presenta alla porta con un regalo il giorno del tuo compleanno e tu, incazzato perché ti senti troppo vecchio per queste cose, bé, quel regalo non l’hai di certo scelto tu. Potrà trattarsi di un paio di mutandoni extra large, di un berretto da baseball, (ma tu non hai mai giocato a baseball, neanche lo hai mai guardato, “che diamine è il baseball?”). Potrà trattarsi di un Iphone ultima generazione ed allora lì il discorso è un po’ diverso, tuttavia, si tratta di qualcosa che ti capita all’improvviso per volontà altrui e che tu ti becchi così, per come è, a seconda dei gusti o dell’esperienza del mittente. Eccola là, la vita. Un regalo che non hai mai richiesto e che festeggia un compleanno che ti ricorda ogni anno che sei vivo e che per qualcuno esisti. Dio, mi sento come un bambino costretto ad indossare degli abiti ridicoli che non sceglierà fino all’adolescenza, solo per soddisfare il gusto bizzarro dei genitori sessantottini.

 
 
 

Ci sono giorni in cui ammazzeresti anche il tuo cane che abbaia. Il cane è felice. Tu no, e quella felicità data ad un essere inferiore non puoi sopportarla.

Ci sono giorni in cui vorresti morire, ma a farti rimandare la scelta non è tanto la convinzione di suicidarsi, piuttosto il modo in cui farlo.

Ci sono giorni in cui la pistola è lì, pronta sul tavolo, e fai certi pensieri tipo: “una vita che finisce, in cambio di una vita che comincia”, attribuendo a quella pistola quasi un’anima.

Ci sono giorni in cui diresti alla donna che ami: “tu non sei una puttana, una puttana come si deve”, e come in uno sceneggiato surreale lei, offesa, replica “cosa dici, perché mai, ho fatto del mio meglio” e tu, col sorriso da disilluso, la cravatta ciondolante su una spalla e la classica sigaretta fumata male tra le labbra, le rispondi “perché tra tutti, ti sei dimenticata di amare me”.

Ci sono giorni in cui: -”Che dici, passerà?” -”Certo che passerà. Purtroppo passerà”.

Ci sono giorni dove la consapevolezza che stai buttando la tua vita, è precisa. Netta. Definibile. Quei giorni in cui la noia si fa boa, e ti stritola il cervello e le sensazioni diventano scalini gelidi di una tomba funebre.

Ci sono giorni in cui è meglio dormire. Farsi l’ultimo sorso di vino, e dormire.

Al risveglio resterai l’impresario di una vita non amministrabile.

Il solo attimo da cogliere è quello non colto.

Frank lingua mozza is back.

Ci sono giorni in cui vaffanculo.

Lettera a Satisfiction.

Caro Gian Paolo,

L’umanità ha perduto. Sin dal principio. Protesa verso un moto irreversibile. Pretesa da un futuro che non ha futuro. L’umanità ha perduto. Su una linea spesso discontinua, tende a delineare una parabola di coerenza che dovrà passare come segno, ricordo. Chi si ricorderà dell’umanità stessa, l’indomani? Quando saremo scomparsi, uno ad uno, chi adulerà la reliquia dell’essere umano? Chi avrà, non il coraggio, bensì la necessità di contemplare le follie di queste esistenze multiple? Siamo il brontolio dello stomaco di Dio. La sua fame. Verremo saziati e con sazietà spariremo.

Se dovessi rispondere alla domanda “cos’è la vita (?)” direi: “digestione”. La vita è digestione. Una digestione obbligatoria, anche quando si improvvisa una dieta imminente. Digeriamo da vivi. Verremo digeriti da morti. E non basterà nessuna Storia. Non sapremo che farcene della Storia. Poiché essa ha dimenticato da sempre, la parte più interessante dell’uomo. Vendendosi ai fatti. Agli avvenimenti consequenziali. Facendoci diventare best seller ambulanti da cattedre e salotti. Gravando su di noi come responsabilità doverosa: verso chi, e verso che cosa? Oggi, odiare un nero o un ebreo, non in quanto nero o ebreo, ma in quanto uomo e uomo, può passare per razzismo o ancora di più sotto echi nazisti. No. Voglio essere capace di “non sopportare”. Lasciatemi odiare, voi che odiate l’odio.

La Storia, dunque, finché è tale è ripetizione di schiavitù. E’ come una donna: può diventare un’ossessione.

Tutto ciò lo si deve ad un radicamento profondo di avvenimenti esistiti in parte. Dico in parte poiché, se è vero che si conosce solo ciò di cui si fa esperienza, episodi di massacri e conquiste non possono che essere solamente dei passaggi di memoria. E la memoria è architettura su carta.

Si è troppo attenti a guardarsi indietro per poter essere degli esperti di infiniti. Sfiancati non solamente dal nostro passato ma perfino da quello altrui. Che possa servirci da insegnamento, poi, è la più grande cazzata che voi possiate raccontare ai vostri figli: ripeteremo ogni giorno che la guerra è sbagliata puntando pistole alla tempia. Ad essere condannati, non dovrebbero essere coloro che restano fissi come stelle ardenti, anch’essi schiacciati dal fardello di un cielo oscuro, ma coloro che decidono chi far brillare e chi no.

L’ubriaco alla guida in una folle corsa contro se stesso finirà per condannare tutti gli ubriachi. In quanto uomini siamo colpevole di misfatti mai commessi. Del resto l’uomo, come l’artista, è un ripiego della società. E Satana solo sa quanto quest’ultima ci toglie mandando spacciatori di morte a dosi sotto i nostri terrazzi. Ci hanno domati riproponendo in una teca da museo quello che a loro più era gradito. Ma se ci fosse più Storia in tutta quella Storia che noi abbiamo perduto e che mai arriveremo a conoscere?

Come l’eremita che su un colle guarda la vastità che ha dinanzi, cessando la consapevolezza di essere egli stesso parte di un’infinità, così si è protesi sempre ad ambire ciò che non è in noi e per noi. Ciò che non siamo noi. E’ per questo che l’umanità ha perduto e perderà patrimoni di intimità e di ragioni.

Ho sempre pensato alla mente degli artisti e dei grandi pensatori: quanto del loro più privato vivere abbiamo smarrito; quanti pensieri geniali sono nati e morti e non hanno mai visto la luce, se non quello scintillare di neuroni folli nelle menti di Hemingway, di Rimbaud, di London, di Pasolini, di Alda Merini? Quante frasi sono state sussurrate da loro stessi ai loro amanti finendo nel pozzo dell’udito?

Posso anche sforzarmi di gioire per ciò che a noi è giunto, per essere nato in questa epoca e gustarmi più di duemila anni di “arte”, ma non posso non provare un senso di commozione per tutti i capolavori mai espressi e mai esistiti. Che lo vogliate o no, questa è la più grossa perdita del genere umano. La contraddizione dell’arte stessa. La sottile tragedia d’insensatezza propria di questa fucina di emozioni.

Dilagando ciò a ogni anima di ogni secolo, il presente è un cimitero senza morti.

I professori, i politici, gli studiosi, i preti, le puttane si illudono citando date e avvenimenti, dalla scoperta dell’America ai ventotto giorni del ciclo cerchiati di rosso sul calendario, per consolarsi e sopprimere l’angoscia di ciò che sappiamo ma non sapremo. E così, a furia di ricordarci dei grandi eventi, ci siamo dimenticati del dettaglio, spiraglio di vita vera.

Mi chiedo: è realmente questa la Storia che dovrebbero insegnarci? Perché, tutto sembra cambiare, tranne quell’aspetto indispensabile che sta alla base di una ragionata evoluzione: l’umanità delle persone.

Citando Goethe: “E anche se voi foste in grado di interpretare e di esaminare tutte le fonti, che cosa trovereste? Niente altro che una grande verità, che è stata scoperta da gran tempo e di cui non occorre cercare la conferma: la verità cioè che in ogni tempo e in ogni luogo la condizione umana è stata miserabile. Gli uomini sono stati sempre preoccupati e angosciati, si sono tormentati e torturati reciprocamente, hanno reso difficile a sé ed agli altri quel po’ di vita loro concesso e non sono stati capaci di apprezzare e godere la bellezza del mondo e la dolcezza dell’esistenza. […] Così è, così è stato, così anche rimarrà. Questo è dopotutto il destino degli uomini. Di quale testimonianza v’è ancora bisogno?”.

Caro Gian Paolo, forse solamente pensando che la Storia cominci da noi, potremmo iniziare a costruirne una?

 Fabio Appetito

Oro-scopo. Ci siamo capiti, no?

“Tu sei atea?”
“No, non credo in Dio”.
Donna mentre legge l’oroscopo.
       
                (Frank lingua mozza)

Ariete:   grazie all’ottimo posizionamento di Giove in collisione con Marte posto a trenta metri di distanza dal cornicione di Saturno che balla un Tip Tap con Venere che intanto se la fa con Pluto(ne) che scodinzola alla vista di Topolino che nel frattempo conversa comodamente su un’amaca insieme al suo amico intimo  Dragon Ball mentre Federico Moccia con taccuino in mano si ispira contemplando Loredana Lecciso, e grazie soprattutto ai Testimoni di Geova che citofonano sempre nel momento esatto in cui sta uscendo il caffè o ti trovi in bagno a rilassarti sganciando bombe su pezzi di carta arrotolati per non far schizzare l’acqua del water che faresti bere a quei rompipalle degli operatori telefonici con cui meno vuoi parlare e più sei costretto a conversare, oggi non ti succederà un bel niente. Rilassati.


Toro:   Pasqua è passata. Pasquetta è passata. Le feste sono finite. Il Primo maggio è domenica. Il due giugno è ancora troppo lontano. E le ferie rimaste sono minime. Vi starete domandando come mai Dio abbia pensato alla domenica come unico giorno di riposo. Poteva concepire la settimana pensando alla domenica come unico giorno di lavoro, ma non allarmatevi, le cose sono due:

1.      Io sono un genio, perché ho pensato una cosa che nemmeno Dio ha pensato;

2.      Io sono un genio, a prescindere. Detto ciò mi candido come prossimo Dio alle imminenti elezioni paradisiache.

Tuttavia ce n’è una terza:

3.      Dio non esiste.  

Ma questa è seria.

 

Gemelli:   in questa giornata potreste decidere di risolvere tutti i problemi delle persone che vi sono intorno e questo comporterà molto lavoro, molta pazienza, molto tempo e soprattutto un coinvolgimento emotivo, intellettivo, spirituale, antropologico, sociologico, filologico, filosofico non indifferente.

Vi hanno già scambiati per Dio. In bocca al lupo.

 

Cancro:   il medico si è suicidato. A sostituirlo c’è una delicatissima tettona con calze a rete e labbra airbag in grado di inghiottire un cono gelato intero. Bisex.

Oggi, di sicuro non vi sentirete molto bene.


 

Leone:   siete nati lo stesso giorno di Raul Bova. Peccato che vostra moglie vi ripeta continuamente che secondo lei, c’è una profonda somiglianza tra voi e Magalli.

 

Vergine: … a questa età? Non vi vergognate?


Bilancia:   quest’oggi potrete farlo. Potrete andare di là, in cucina, mentre vostra madre sta preparando la cena e vostro padre sta tentando di azzeccare la parola giusta della ghigliottina, voi potrete piazzarvi nel mezzo della stanza e urlare quello che più desiderate: “Sono gay”, “Ho vinto centomila euro”, “Basta, ho deciso, scappo via”, “Ho investito una vecchia oggi pomeriggio, mi dispiace per la macchina, papà”. Niente.

Le stelle nella loro composizione notturna inietteranno uno strato di calma immobile nei lori cuori.

Ma attenzione: le costellazioni mi hanno suggerito di dirvi che c’è solo una cosa che non deve essere detta, onde evitare che al vostro “Mamma, Papà, sono stata/o a letto con Berlusconi” vostra madre esulti con il mestolo in mano e vostro padre esordisca urlando “Sii laudato Cavaliere, mia figlia è sistemata”. 

 

Scorpione:   se continuerete nella giornata ad insistere sagacemente sottolineando i difetti del vostro uomo o della vostra donna, accusandolo/a di non capire nulla, di essere una persona distratta e insensibile, egoista e addirittura ritardata(ria), e se tutto l’impegno che avete profuso nell’annullare la stima del partner non vi è ancora bastato, e avete insistito perseguendo il detto “meglio soli, che male accompagnati” o addirittura avete sbiascicato sottovoce il pensiero “chi me lo ha fatto fare”, giudicando eccessiva una piccola e innocente pennichella di due minuti al margine di un discorso apparentemente importante, oggi, un vaffanculo non ve lo leva nessuno.

 

Sagittario:   stasera va in onda l’ultima puntata dell’isola dei famosi: mai come questa volta proverete un senso di innata e inusuale Felicità.

 

Capricorno:   non vi sorprendete troppo se le persone che vi sono intorno non avranno la decenza di prestare attenzione alle vostre questioni,di solito non fate che sparare stronzate.

Acquario:   l’astrologia detta una legge; in realtà è mia nonna che l’ha dettata: “le méglio mele, sse le magnano ì pòrci”.

Traduzione: “le migliori mele, se le mangiano i porci”. Le donne sicuramente non avranno problemi a capire questo concetto essenziale, ma agli uomini va spiegato:

mela = bella donna (per non dire un pezzo di..);

porci = uomo brutto e panciuto, di solito sistemato.

Ora, per tutti gli acquario “maschi” il problema per questo mese sarà il seguente:

Se le migliori mele se le mangiano i porci, ed io sono un porco, poiché brutto, dovrei mangiarmi una delle migliori mele in circolazione, e quindi, avere al mio fianco una donna bellissima, che in realtà non ho. Il che significa dunque che non sono un porco; se non sono brutto sono automaticamente bello e da uomo bello dovrei avere una donna altrettanto bella al mio fianco, che non ho. Vorrà dire che non sono né porco, né tantomeno mela, poiché né bello né brutto.

Sono una via di mezzo, e da che mondo e mondo, le vie di mezzo restano inculate.

 

Pesci:   questo mese per voi sarà indimenticabile, infatti sarà l’ultimo.

Sulla scrittura.

 
Dobbiamo imparare a vedere la scrittura come un’amante. Un’amante a cui si fa visita sporadicamente. Nella sua stanza a lumi e incenso. Possedere un’amante presuppone incontri dilatati nel tempo. L’accessibilità continua toglie il desiderio. Smorza il bisogno.
Del resto l’astinenza è il segno più implicito di dipendenza.
Poiché la parola costa caro, e noi siamo falsamente ricchi, credo profondamente che si debba usarla con cautela. Precauzione. Sono contenute in un enorme scatolone con su scritto “fragile”. Le parole sono una quercia secolare di cristallo.
Un uso abusato e abusivo di queste, è pari all’eccessiva diluzione di un colore.
Non credo in coloro che dicono che bisogna applicarsi quotidianamente e scrivere con costanza. L’arte non accetta severità. E la costanza esclude, o tende ad escludere gli sbalzi emotivi.
Il rischio che si corre è quello di diventare uno scriba. La scrittura non è “tecnicamente un tecnicismo”, ma include una vortice di passionalità, di sofferenza. Un’impetuosa emozione che non rende la meccanicità che c’è dietro ma si sacrifica a favore di un’espressione vissuta.
L’arte è viva se pulsa Vita. E la Vita non c’è concessa giornalmente. Una felicità o un dolore continuo sarebbe assurdo. Insensato oltre che inconcepibile. Ci vuole una sana alternanza.
Non capisco come non riesca a provare un senso di nausea chi si pianta ad un tavolino con carta e penna in mano ogni sacrosanta mattina. Non c’è errore più logorante che considerare la scrittura un mestiere e le parole degli arnesi.
Si  inizia a scrivere alle otto e si smette alle tredici. Come se l’emozioni avessero degli orari. Come se la scrittura dovesse timbrare un cartellino.
Non abbiamo a che fare con un martello. Un pneumatico. Un cacciavite. Abbiamo a che fare con l’umanità. La nostra e quella altrui.
Uno straccio zuppo strizzato ogni dieci minuti arriva a non far colare più l’acqua. Bisogna restare a mollo. Sentire il passaggio a livello delle onde. Farsi una nuotata e poi forse, forse tornare a riva ad asciugarsi al sole.
Ci stiamo esercitando o c’è l’intenzione di fare arte? E’ questa la domanda da porsi.
Si potrebbe replicare dicendo che il talento va affinato. Ma di cosa stiamo parlando? Di una scultura? Non è forse preferibile il non definito al definito? Non c’è una lima più arguta e invisibile a modellarci che un libro o un manuale? Non è preferibile un richiamo all’eco persistente?
Dovremmo assorbire. O assorbirci, per quanto ne so.
Eppure oggi gli scrittori non vogliono più soffrire.
 
 
 
 

Equilibrando(sì!). Per chi perde spesso l’equilibrio.

Ho trovato l’elisir che ci può rendere sani e felici. No. Belli no.

L’asso di fiori che ci permetterà una scala reale non contro la morte, bensì contro noi stessi.

La formula per una pace finalmente giusta ed irreversibile. Perché la pace deve essere irreversibile, se attuata.

Il pensiero di alcuni uomini, che si elevano sopra a Dio per la loro attenta bellezza euristica, è in grado di cambiare le cose. Di sorreggere il ponte ormai deteriorato del “mutamento benefico”.

Forse non tutti conosceranno John Nash.

Bene: matematico ed economista statunitense, premio Nobel per l’economia nel ’94, ha elaborato il concetto di Equilibrio nell’economia, all’interno della già inventata Teoria dei giochi.

Il concetto non è per niente semplice, ma sintetizzandolo possiamo dire che esiste, a suo parere, sempre una situazione di equilibrio tra due enti, anche avversari.

Cado, non cado. Cado, non cado.

Quest’ultimo, si ottiene quando ciascun individuo sceglie la propria mossa strategica ai fini di un successo ipotetico, sotto la congettura che il comportamento dell’avversario non varierà come risposta della sua scelta.

Vuol dire che anche conoscendo la mossa dell’avversario, il giocatore non farebbe una mossa diversa da quella che ha deciso.

Il punto essenziale, su cui ruota tutto, sta nell’operare una scelta dalla quale tutti possono trarne vantaggio. Si tratta di un teorema che ha le sue contraddizioni, la più esemplare è chiamata Ottimo Paretiano, che è agli antipodi, affermando che non si può migliorare la condizione di un soggetto senza peggiorare la condizione di un altro.

Ma questa è un’altra storia. Anzi, quest’ultima pare essere la nostra storia di umanità.

Ed è qui che volevo arrivare, ovvero alla trasposizione della Teoria dell’equilibrio di Nash nella vita comune, di tutti i giorni.

Azzardo inconsueto, provocatorio, forse per alcuni insensato. Ma pensateci: adoperare scelte che mirino al benessere personale, facendo sì che anche altre forme di vita (uomini, animali, piante)  possano trarne beneficio e non esserne lese.

Lavorare di gruppo. Essere una squadra. Capire a fondo cosa sia necessariamente giusto e utile per uno sviluppo concreto della nostra società. Un agire che miri ad una cooperazione umana, in cui si agisce non col fine di ottenere il miglior risultato per sé , ma per ottenere il miglior risultato per il gruppo, e quindi, indirettamente, ottenendo un risultato migliore anche per sé (anche questo concetto è ben esemplificato nel dilemma del prigioniero, qui).

L’applicazione non è delle più facili. Ma sarebbe il segreto di un’ottima politica.

In un mondo di individualisti, dove al contrario, siamo pervasi dall’ottimo paretiano, forse, è l’unico cancello senza lucchetto che ci resta.

Apriamo la mente.

Arte V.M. 18

 


Oggi, ciò che non salta all’occhio, non esiste. Il dettaglio conta più del contenuto. E visto le precedenti visite raggiunte con “Viva il porno“, meglio attirare l’attenzione con una bella vagina pelosa che vi danza sullo schermo o un sedere a forma di mongolfiera pronto per essere sculacciato piuttosto che con immagini di un’intelletualità castrata.

Ed ora, buona lettura a tutti.


Siamo tutti grandi artisti. Probabilmente lo sono anch’io. Senza il probabilmente. Grandi artisti dal genio sfavillante e prezioso. Non raro. Il mercato ne è pieno. La rarità è stata sgozzata. Aveva una figa un po’ troppo antiquata per essere usurpata.

E’ banale, al giorno d’oggi, essere “unici”.

Smettetela di sperperare amore, vi dico. Sperperiamo geni. Fate la fila, con calma. Ci sono menti geniali di qualunque tipo. Tutto a basso consumo. Cosa volete essere? Favolosi pittori? Incredibili scultori? Romantici poeti? Maestosi fotografi o elucubranti musicisti? Benissimo, cosa aspettate, accorrete numerosi!

“Io voglio essere un architetto al pari di Wright, ma non so disegnare” qualcuno urla dal fondo della fila.

“Non si preoccupi, abbiamo il cervello che fa per voi, signore, a soli 77 euro e 90 cent.!”

C’è una canzone in cui Lennon canta “Dio è un concetto”. Può starci. Tanto come la preoccupazione di affermare che Dio sia un concetto e non accorgersi di esserlo divenuti.

Non più contestualizzati, dunque, all’interno di un assemblaggio umano salvaguardato da millenni. Bensì concettualizzati in un’epoca incastonata nell’idea dell’epoca stessa. L’epoca del progresso. Della moda. Del benessere. Della marca. Della pubblicità.

Non l’epoca del “tutto e subito”, come scriveva Kerouac, ma del “tutto e abbondante”.

E’ un malessere tendenziale: divenire la passerella di noi stessi. Oggi ciò che non è visto, non esiste. Ed è l’uovo d’oro che l’arte si riserva, la regola naturale che la domina. Non ci si muove, per qualità, ma per quantità e vendita.

E’ vero, la logica del mercato ha sempre assoggettato l’arte rendendola “consumo”, fin dacché l’uomo ne ricordi l’esistenza, ed è stata alla medesima maniera voluta e spiegazzata più volte da gusti, richieste, esigenze. L’arte è tendenza da sempre. E non c’è redenzione. Anzi, il turbinio del peccato artistico è un’aspirale che ci scaraventa in pozzi di cattivo gusto e non di fiamme infernali. E quando dico peccato artistico non mi riferisco alla dannazione del genio, ma alla caduta di rispetto che il marketing ha imposto nei confronti del consumatore e del produttore.

L’arte è inutile. L’arte come risultato finale, è inutile. Non l’impeto che muove l’artista. Santo.

Un tempo non la pensavo così, e molte furono le conversazioni su questo punto. Vedevo l’arte come qualcosa di salvifico, un mezzo di elevazione e congregazione, una libidine puritana, un rapporto intenso col divino. Pensavo a quest’ultima come la possibilità di migliorarsi e migliorare.

Oggi credo seriamente il contrario, dando ragione a chi lo affermava, una sera di non so quanti anni fa, in un bar, d’estate.

L’arte è inutile perché priva di utilità pratica. L’arte non dà da mangiare all’artista, figuriamoci ai bambini dell’Africa o agli zingari travestiti da mendicanti. E davanti a queste tragedie umane, chi volete che si preoccupi dell’abbellimento dell’anima? Della salvezza, ipocrita? Chi volete che sia il folle che ammiri la Cappella Sistina mentre il suo stomaco brontola da quindici giorni?

Nuovamente: l’arte è inutile perché incapace di sradicare collettivamente le nostre esistenze. Chi avrà il coraggio di mettersi sulla strada, dopo aver letto J. London  o dopo aver visto una foto di Capa? Chi sentirà il bisogno di andare fino in fondo alla propria follia di essere umano dopo aver ascoltato i Doors, o toccato con lo sguardo un quadro di Modigliani? Chi si sentirà davvero assetato di Dio, dopo aver letto S. Agostino o S. Ignazio da Loyola?

Il mercato è la matrigna delle opere e le opere, come diceva Benjamin, sono le maschere mortuarie delle idee. Idee non più sane, poiché manovrate dal grafico delle domande e dalle offerte.

E questo lo aveva già capito Bukowski quando in Compagno di sbronze scrive:  

senta signor Burkett, questa è un’attività commerciale. se pubblichiamo  ogni scrittore che ci chiede di farlo perché la sua roba è grande, non resisteremmo molto qui. Dobbiamo dare giudizi. Se ci sbagliamo troppo spesso abbiamo chiuso.

Pubblichiamo dei buoni scrittori che vendono e dei cattivi scrittori che vendono. Siamo nel mercato delle vendite. Non siamo la San Vincenzo e onestamente, non stiamo molto a preoccuparci del miglioramento dell’anima o del miglioramento del mondo.”

L’artista è un ripiego della società.

Siamo noi che definiamo il termine di arte, di bellezza, di canone. Quell’opera è un capolavoro perché noi crediamo che lo sia. E questo è l’enorme limite dell’arte. Se l’indomani ci svegliassimo e credessimo, tutti, nessuno escluso, che il Guernica di Picasso o La scuola di Atene di Raffaello non fossero dei capolavori assoluti, essi smetterebbero di essere tali. Non avrebbero nessun valore spirituale e concettuale, sebbene storico e materiale.

Come se prendessimo la Gioconda e la rinchiudessimo in un magazzino: essa non solamente cesserebbe di essere un quadro prestigioso e ammirato da secoli, ma farebbe morire in una stanza buia e piena di muffa il concetto primo di “opera”.

E con la Gioconda rinchiusa, pensate che nel mondo cambierebbe qualcosa? Pensate che vi sentireste mutilati come se lo fosse di un braccio, o di una gamba?

Apparentemente potrebbe sembrare un'eccitante immagine hard. Cosa cambierebbe alla vista di chi guarda sapere che è stata scattata da Robert Mapplethorpe, uno dei più grandi fotografi statunitensi? Quanto pesa il nome di un artista? Tanto da far diventare tutto ciò che tocca, oro?

E in uno spazio-tempo dove anche il mio vicino di pollaio si crede un artista capace di cambiare le sorti del pianeta e diffondere la pace nell’universo, (ed oggi, grazie a voi, può esserlo), spezzo una lancia a favore dell’ “espressione”, sacrosanto bisogno incontaminato che ci dà, non so per quanto altro ancora, il diritto di essere uomini, e non merce di scambio.

Devono salvarsi e alla fine ci riescono, Urka urka tirullero, oggi splende il sol…

Caravaggio: come ad un concerto rock.

[...] 13/06/2010

 

Finalmente è finita. Esattamente un mese. E si respira aria pulita. Nuova. L’interesse per le cose scontate è divenuto un luogo comune. Fa tendenza. Non ne potevamo più. Un subbuglio di gente intenta ad alloggiare in fila davanti le Scuderie del Quirinale. Fingersi falsi intellettuali, amanti dell’arte piace. Rende interessanti. Spigliati. Il popolo italiano si è scoperto acculturato ed emancipato. Intenditore di segreti celati dietro tocchi divini, sì, ma forse altrettanto triti e osannati. Forse. 114 giorni: da febbraio a giugno.  582.577 visitatori paganti. Una rigorosa “tabula rasa” su omaggi e sconti che ha costretto perfino i giornalisti a tirare fuori il portafogli con un esiguo – a detta loro- sconto del 40 per cento. Altro che “amore per l’arte”. Amore per il contante, direi. Per la moda stereotipata dell’essere. Ore di fila. Per vedere la genialità divina di un artista che mette in risalto una straordinarietà palese. Ecco. L’ho detto. Mi dispiace per i cinquecentomila visitatori che per un pomeriggio o una mattinata si sono creduti “emancipati”, ma voi non siete amanti dell’arte. Smettetela, per favore. Prendete un angolo a caso della città, e pagate penitenza. Qui non si mette in discussione la maestosità del Merisi, sia ben chiaro. Ma la facilità che c’è nell’apprezzarlo. Una facilità, spesso, causa di ignoranza, di non conoscenza, e quindi vuota. Stantia. Lì vorrei vedere tutti quei visitatori davanti un’istallazione di Boltanski, o davanti un quadro di uno zingaro sconosciuto. Davanti una poetica da ricercare, dai significati celati. Oggigiorno vogliamo che tutto ci venga sbattuto in faccia, prendere il piatto bello e pronto, limitarsi a gustarlo. Passando davanti alle Scuderie, uno degli ultimi giorni, non vidi che gente decrepita dalla pelle ambulante.

Bisognava fare una mostra che festeggiasse i quattrocento anni dalla morte dell’artista per accalcarsi davanti a un museo, pagare, e ammirare il suo lavorio ormai storico? Perché non succede altresì davanti una collettiva contemporanea? Perché la nostra cultura è vecchia. E’ ferma ad uno stop, aspettando di dare la precedenza – a chi, a che cosa?- .

Ho sempre pensato: cosa accadrebbe se ponessi mia nonna davanti un quadro di Caravaggio e uno di Picasso e gli chiedessi: “tra i due, quali preferisci?” Con un sorriso di appagamento indicherebbe quello di Caravaggio. Sono disposto a giocarmi un mignolo su questa risposta. Perché? Perché, come già detto, è facile apprezzare una bellezza palese. Insindacabile. Di sicuro è lì la chiave del successo. Dell’arrivare a tutti. Ma il nostro secolo, è davvero domabile in questa maniera?

La cultura è soggetta all’olocausto giornaliero delle movenze politiche, dei tagli, degli sporchi interessi. Non a caso il nostro Ministro dell’istruzione ha deliberatamente mostrato una fortuita passione verso la “potatura”.

Cosa vuoi che ti dica, amore: it’s a wild word.

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