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Il sogno di Franz

“Quanti modi conosci?” – gli chiese il ragazzo accennando con il capo alla scatola rossa posata sul tavolino.

Il vecchio sospirò, storse la bocca e gli uscì un mezzo sorriso, poi d’un soffio disse:

“Uno solo, a dire il vero.”

Il ragazzo era pensieroso. Erano anni che stava inseguendo una soluzione, e ora era lì, dentro la scatola rossa, sul tavolo bianco. Sarebbe bastato aprirla, ma era ancora dubbioso. Di tanto in tanto riprendeva a passeggiare nella stanza dalle pareti ovali e concave, d’ un bianco quasi accecante.

“Passeggiare non ti farà svegliare dal sogno, se è questo che vuoi.” – rise il vecchio.

“Sei molto vecchio.” – osservò l’altro, guardandolo.

“Ho avuto molte anime.” – gli rispose l’uomo anziano, seduto di fronte al tavolo, le mani tremanti, inerpicate sul bastone.

“Quante?”

Il vecchio alzò la mano destra e con il dito indice disse: “Oh… innumerevoli …”

“E quindi ora sei il mio angelo custode?”

Lui agitò la mano in aria “O spirito guida, come preferisci chiamarci.”

“Sei contento di essere qui, con me?”

Il vecchio sorrise, un sorriso che d’un tratto lo fece apparire molto più giovane degli anni che gli gravavano sulle spalle. “Non aspettavo altro da quando sei nato.”

Il ragazzo annuì, convinto di aver fatto la cosa giusta. Lo aveva chiamato più e più volte, e infine lo spirito guida gli era venuto in sogno. Lui aveva chiesto, lo spirito aveva risposto, mostrandogli la scatola sul tavolo.

“Che cosa contiene la scatola?”

“Tutta la tua vita, amico mio.” – disse il vecchio.

“Posso aprirla?”

Il vecchio posò il bastone, si alzò, uno scatto poderoso, veloce e inaspettato per la sua età. Superava il giovane in altezza: iniziò a camminare intorno al tavolo, circumnavigando sia la scatola che il ragazzo.

“Certo che puoi aprire la scatola…ma allora le cose cambierebbero. Il mondo muta nel momento in cui osservi il mondo, resta uguale nel momento in cui distrai lo sguardo. Il divenire delle cose, amico, dipende da noi. Per questo la realtà ci appare tanto fragile, tanto instabile, perché non facciamo altro che osservarla.”

“Mi stai dicendo che tutto è illusione?” – il ragazzo picchiettò con un dito sul tavolo.

“No, Franz…la vera domanda non è se ciò che vedi è reale, la vera domanda è: tu sei reale?” – il vecchio lo scrutò, lo sguardo affossava le sue radici in millenni di anime, in cicli continui di atomi, in reincarnazioni di multi versi. Franz sentì tutto questo dentro di sé: si sentì reale, poiché qualcuno lo stava scrutando da ere senza tempo.

“Io…io…- esitò – Io sono reale, il mio dolore è reale, le mie mani sono reali…”

“Io, io, io! Tu sei reale perché sei consapevole di esistere.”

“Sì, ma gli altri…esistono?”

“No, Franz. Gli altri non esistono. Sono solo proiezioni di ciò che senti nei confronti degli altri. Se provi qualcosa, allora gli altri acquistano contorni più netti, qualità definite, caratteri, espressioni. Ma gli altri non possono esistere senza di te.”

Franz rise, si avvicinò al tavolo. Avrebbe potuto allungare il braccio di qualche centimetro e avrebbe toccato la scatola.

“Tutto questo mi sembra enormemente egoistico, Spirito. E anche colmo di solitudine.”

Lo spirito iniziò a sparire, ma la sua voce era chiara e forte e vagava intorno a Franz.

“Ci sono due strade: ciò che scegliamo di essere e ciò che scegliamo di credere. Non sempre si crede in ciò che si è, non sempre si è ciò che si crede. Tu, Franz, devi credere in te stesso.”

Franz accarezzò la scatola, appena un tocco e sentì tutto ciò che era reale avvilupparsi intorno alle due dita, risalire sul braccio, espandersi in tutto il corpo: il compleanno dei sette anni, quando aveva ricevuto quella splendida moto a pedali rossa fiammante, la prima volta che era andato al cinema e un effetto speciale lo aveva fatto sbalzare dalla poltrona, l’asprezza del primo limone, le corse tra i corridoi di casa, il primo cadavere, sua nonna, stesa fredda nella sala dell’obitorio, il color nero dei funerali, un enorme telo nero, e il bianco del mandorlo in fiore, e la prima neve, cinque anni, e il primo bacio con la lingua quindici anni, la prima volta che aveva riportato a casa uno specchietto staccatosi in un incidente d’auto, la prima volta che lei gli aveva detto che non lo amava, la torta con le fragole, il sapore delle lacrime e il tepore dei raggi estivi che avevano asciugato le guance, la prima stella cadente, il ginocchio sbucciato…e un’infinità di cose inestricabili, ricordi, sensazioni.

“Ho capito” – disse Franz, ritraendo la mano.

“Cosa hai capito?” – gli rispose lo Spirito.

C’era silenzio adesso e comunicavano con il pensiero, e Franz riconobbe la voce famigliare che lo aveva accompagnato in molti momenti.

“C’è un solo modo per morire: vivere. Per questo non aprirò la scatola.”

Franz si allontanò. Lo Spirito Guida taceva. Tutto crollò e andò in pezzi, il tavolo, la scatola, i muri bianchi della stanza. Franz si voltò e vide la lunga spiaggia che conosceva da una vita, e una grande distesa d’acqua infrangersi a riva. Franz si incamminò, e percorse miglia, almeno così gli parve. Poi guardò le dune alla sua destra, guardò il mare alla sua sinistra e sedette. Toccò la sabbia bagnata, vi soffiò sopra e cumuli di granelli si sollevarono con incredibile leggerezza.

Apparve una scritta, Franz la lesse e sorrise.

Poi la vita lo inghiottì.

Smog Club

Prima regola dello  Smog Club:

INQUINA COME SE NON CI FOSSE UN DOMANI

C’era un odore denso di disinfettante che permeava dalle pareti del sottopassaggio. Cristo, gli Ambient erano arrivati anche lì, con quella loro smania di tenere un mondo pulito e lontano dai batteri. Ma Alex c’era abituato. Persino lui si teneva pulito come il Sistema richiedeva. Si lavava tre volte al giorno, aveva vinto diversi premi come “cittadino di Salinsbury più igienico” per anni consecutivi, il 2056, il 2057 e il 2058. Ogni giorno eseguiva la raccolta differenziata, se e quando vi fossero prodotti da differenziare. Per il resto andava spesso in bicicletta, indossava vestiti ottenuti soltanto con fibre vegetali e abitava in una di quelle case conformi alla natura, termovalorizzate, a zero impatto ambientale e a bassa tecnologia. Alex Fen era un cittadino al di sopra di ogni sospetto: la sua fedina penale era più pulita delle aiuole del Comune.

Eppure…

Alex Fen era uno Smogger. Uno di quelli che aveva capito che se vuoi fregarli, allora devi apparire come loro. Già:loro. In fondo non era così difficile: questa storia dell’ambiente era solo una questione di apparenze, e dietro le apparenze, ormai era chiaro, c’erano loro. I poteri forti, gli interessi, le multinazionali. Avevano solo cambiato vestito, in qualche caso avevano cambiato volto, ma il meccanismo era lo stesso. Non importa se li comandi con il petrolio o con le pale eoliche, se con le pellicce di leopardo o le fibre di canapa: ciò che importa è comandarli, avere il coltello sempre dalla parte del manico.

Alex Fen ricordava i racconti di suo nonno Alan: “Ai miei tempi potevi stirare una Ferrari e respirare smog e piombo veri. La benzina, figliuolo, quell’odore ti manda in bestia. Non questo idrogeno del cazzo. Non c’è niente che bruci come la benzina.”

“Ma nonno, qui c’è scritto che le risorse energetiche del pianeta terra sono finite e quindi…” Allora suo nonno Alan, un energumeno di ottant’anni, ottanta chili e un metro e ottanta di altezza, si sollevò dalla sedia a dondolo, afferrò il libro del nipote “Terra Vergine” e lo scaraventò nel fuoco del camino, urlando:

“Boiate. Tutte stronzate. Di petrolio ce n’è ancora per generazioni. – poi fece per calmarsi, si risedette e avvicinò il nipote toccandogli una spalla con la sua grossa mano – Vedi Alex, tutto è destinato alla decadenza, alla morte, al deterioramento, ma anche all’evoluzione. L’uomo del domani respirerà smog, il nostro dna si modificherà in base alle modifiche che noi abbiamo apportato al mondo…ci sono già uomini e donne in giro i cui polmoni sono in grado di respirare in tal modo, e anche parte della natura si è adattata. L’estinzione fa parte dell’evoluzione, figlio mio.”

“I grigi esistono dunque?”

“Sì, esistono. E c’è un mondo grigio lì fuori, lontano da questi falsi colori che ci impongono gli ambientalisti con il loro fanatismo. Forse non è colorato come il loro, ma è vero.”

Cartolina dal 2013

Quel pomeriggio e i successivi, Alex Fen aveva capito.

I ricchi vivevano in case a zero impatto ambientale e i poveri, sempre più poveri, erano costretti a rispettare l’ambiente vivendo come primitivi nelle giungle, costantemente controllati dagli Ambient, che avevano imposto il Regime “Natura Sicura” a tutte le nazioni del mondo.

Alex Fen respirò ancora quel disinfettante del sottopassaggio, si portò una mano dentro la giacca e ne tirò fuori una bomboletta spray.

Lesse:

“NOCIVA O BENIGNA DIPENDE DA COME LA PENSIATE: CONTIENE CFC. USATELA PER LIBERARE IL MONDO DALLA PESTE DEGLI AMBIENT”

Alex sorrise pensando all’ironia del tipo che aveva fatto stampare quell’avvertimento sulla bomboletta comunque proibita. Poi lo fece. Sollevò la mano destra e iniziò a spruzzare vernice sul muro, muovendosi lateralmente alla parete.

Scrisse: “Smog Vivo, Natura Morta.”

E poi si firmò “Caravaggio”. Si voltò, guardò la telecamera, sorrise e poi spruzzò sulla lente la vernice. E attese.

Un minuto. Due minuti. Tre minuti. Sentì dei passi. Stavano arrivando. Loro: gli Ambient.

Sentì salire l’adrenalina. Poi li vide. Per qualche attimo. Tre Ambient Poliziotti che correvano nella sua direzione al grido di “Ti uccideremo, piccolo bastardo.” Alex voltò loro le spalle e scappò.

Imboccò le scale.

“Scappa, bastardo smogger. Tanto ti prendiamo.”

Uscì fuori e prese la direzione opposta alla strada deserta, inoltrandosi nel bosco. Quelli tenevano il suo passo e gli stavano alle calcagna.

Ma Alex conosceva il sentiero più di un Ambient. A tratti rallentava e si voltava per assicurarsi che tenessero il passo. Poi riprendeva, scattante come una Porsche del 2013. Infine arrivò al punto concordato. Si appoggiò a un albero, ansimante. Quelli erano sempre più vicino e poteva leggere nei loro volti il sorriso beffardo di chi stava per farcela. Lo avrebbero preso e giustiziato all’istante. Così si faceva con gli Smogger. Morte per chi non rispettava le regole ambientali.

Niente processi, nessuna attenuante, nessuna valutazione della pena e del crimine. Un crimine qualsiasi contro l’ambiente era punito con la morte.

Ma quel giorno Alex Fen non incontrò la morte. Non appena i tre Ambient con le loro tute verdi e blu furono ad un passo da lui, la trappola scattò. I proiettili li avevano centrati tutti e tre in pieno.

I cadaveri dei tre Ambient giacevano ai piedi dello Smogger Alex Fen. Altri uscirono allo scoperto, imbracciando fucili e mitraglie. Mentre uno si assicurava che fossero morti, un altro che doveva essere il capo si sincerava che Alex stesse bene. Gli fece cenno di sì, poi aggiunse:

“è stato un gioco da ragazzi.”

“Un gioco da Smogger, vorrai dire.”

“Sì, Jhon. – si corresse Alex ridendo – Ora che ne facciamo?”

“Tagliamo loro la testa e le mandiamo alla piazza pubblica, una in ogni aiuola del Comune.”

Alex sorrise. “Lunga vita a GreyWar”

“Lunga vita a GreyWar” – risposero tutti in coro. La luna splendeva alta sui loro impavidi volti.

Il viziaccio.

 

Scrivere uccide.

Ma nessuno te lo dirà mai.

Sì, confesso: sono uno scrittore. Uno di quelli spacciati, fatti e finiti: il medico mi ha dato solo sette capitoli da scrivere. Mi ha detto “Scrivi una postfazione”, che è il loro modo gentile per dirti che sei finito. Ho cominciato a scrivere quando ero ancora minorenne. La penna me la passò la maestra. Cristo, se ci ripenso. Ero proprio piccolo. Ma allora non c’erano tutti quegli avvertimenti: la scrittura provoca dipendenza, fa male all’anima, è la prima causa di spleen. No. Allora c’erano queste penne nere, questi fogli bianchi.

 

La scrittura elettronica è venuta dopo, e lì mi si è aperto un mondo. Facevo certi racconti… Spesso in solitaria. Poi anche in compagnia. Qualche sera con gli altri miei amici scrittori ci chiudevamo dentro una stanza e stavamo tutto il tempo a scrivere. Alla fine si formava una cappa nera e sgocciolante d’inchiostro tutta intorno a noi. Ma eravamo sazi. Per scrivere ci vuole fisico. Non è roba da mingherlini. Uno scrittore dovrebbe sapere anche tirare di boxe, e andare a caccia.

Non ho mai conosciuto uno migliore di Hemingway. Quando ho letto Hemingway, ho capito che difficilmente avrei trovato dell’inchiostro migliore di quello. C’erano i tori, e il sangue e l’amore, e il sale dell’oceano in quell’inchiostro. Ma il primo è stato Arthur Conan Doyle: la sua scrittura sciolta, lucida, chiara come i ragionamenti di Holmes. Poi ho provato un po’ tutte la marche. Dal noir di Chandler al verismo di Verga, dalla maledizione di Baudelaire a quella di Kerouac. Poi ho cominciato a farmele da me, le storie. A rollarle con quello che avevo a disposizione. All’inizio non era facile, un bel po’ d’inchiostro andava sprecato, la carta non era sempre delle migliori, alle volte erano troppo compatte, altre troppo dispersive. Sempre una questione di trama o di quello che ci vuoi mettere dentro. Io sono uno di quelli che dentro finisce per metterci un po’ tutto, anche perché se provi a tener fuori qualcosa, quel qualcosa ti distruggerà. Tanto vale allora scrivere, anche perché finisco sempre per ritrovarmi nel bel mezzo delle storie, e la scrittura passiva si sa, nuoce più di tutto. Ho provato a smettere. A frequentare posti nei quali fosse vietato scrivere, come i salotti letterari, le mostre radical chic, le conferenze dell’ultimo criminologo alla moda. Ho provato di tutto. Anche leggendo le riviste di vogue o i libri di Fabio Bolo. Ma niente, finisce sempre che alla fine della giornata qualcosa scrivo comunque. Finisce che torno in mezzo ai soliti posti, dove scrivere è un obbligo, certi posti abbandonati dell’anima, frequentati solo da viaggiatori di confine. Scrivere è un viziaccio, e prima o poi ci rimarrò secco.

Adesso scriverò gli ultimi sette capitoli vivendo appieno quello che mi resta da scrivere. E poi fanculo ai medici, ai becchini e ai giardinieri dei fiori del bene. 

 

Resushitati.

E’, in questi giorni, in libreria, e ordinabile su internet, il nuovo libro di Cardiopoetica. Ebbene sì, noi siamo anche un collettivo di poeti e scrittori, mentre altri pescano o guardano la tv.

Nonostante, oggi, sia molto difficile incontrare editori disposti a pubbicare Poesia, l’editore Gordiano Lupi, responsabile della casa editrice “Edizioni Il Foglio Letterario”, ha creduto in noi e ha dato atto al miracolo che ogni uomo aspetta nel ventre della sua caverna: la resurrezione.

La vita ci ha spremuto, ci ha denigrato. Noi siamo stati più forti: siamo morti per Resuscitare.

(L)égalitè, Fraternitè, Mafiositè.

Se ti amo? Dipende. Se è stato bello? Dipende. Se mi voglio? Dipende. Se ancora sogno? Dipende. Ci vediamo? Cosa fai stasera? Te ne vai ad Ibiza? Dipende. Hai un amante? Dipende. Se fosse stato? Dipende. Se sono stato? Dipende. Se voterò? Se avrò fiducia? Dipende. Se comprerò? Dipende. Se sarò comprato? Dipende. Emarginato? Sottopagato? Fuori orario? In nero? Dipende. Chi ho pregato? Dipende. Sparerò? Sarò a favore? Dipende. Se avrò chiodi? Dipende. Sarò croce? Dipende. Sarò testa?

 

Dipende: dalla tua.

 

E tu, amore: dipendi?

 

 

Tutti. Siamo tutti dipendenti. Chissà se tutti saremo prima o poi dei dipendenti pubblici. Nei carceri interiori ci iniettiamo in vena dosi di abbonamenti ad una vita immacolata mandata in onda in prima giornata. Abbiamo scambiato l’eroina con l’eroicità, siamo tutti intenti a salvare: salviamo il lavoro, salviamo il governo, salviamo l’Italia, salviamo la vulva amazzonica, salviamo le balene a pois.

 

Quand’è che salveremo l’uomo dall’uomo. Quand’è che salveremo noi stessi dall’idea di essere eterni. In verità vi dico: no. In verità non si dovrebbe dire, si dovrebbe agire. Ma siamo tutti illegali, i nostri pensieri sono illegali, la nostra nascita non decisa è illegale e quindi omertosa come la bussolletta passata nei banchi la domenica.

 

E allora legalizziamoci: legalizziamo i telecomandi che non cambiano canale. Legalizziamo le fotografie ancora da scattare, quelle che al posto di dire “sorridete” dicono “siete realmente felici?”. Legalizziamo i preti che a costo di non toccare un bambino si masturbano sulla madonna. Legalizziamo il suicidio, quello pensato, quello assistito, quello partorito. Legalizziamo l’ora che è tutto meno che legale. Legalizziamo i disoccupati che entrano in crisi perché improvvisamente si ritrovano a pensare troppo a se stessi. Legalizziamo le cravatte, quelle sgualcite e utilizzate dalle mistress. Legalizziamo gli studenti, quelli che giocano al catenaccio con la cultura. Legalizziamo i manganelli, se utilizzati per scacciare via i brutti pensieri. Legalizziamo gli immigrati se le persone che poi li vorrebbero fuori hanno appesa all’ingresso la targa “mi casa es tu casa”. Legalizziamo le puttane e i pompini che danno sollievo, solo se non fatti sotto il banco della camera del Senato. Legalizziamo le persone che per guadagnarsi la vita, la perdono. Legalizziamo la voce sensuale delle centraliniste telefoniche. Legalizziamo la marijuana, per poter dire che l’erba del vicino non è sempre la più verde. Legalizziamo le droghe, se i grammi di stupidità continuano ad arrivare dall’alto. Legalizziamo i Mafiosi.

 

Mafiosi sono i vigili urbani che parcheggiano sulle strisce blu senza pagare il parcheggio. Mafiose sono le facoltà a numero chiuso che di chiuso hanno solo il bilancio in attivo. Mafiosi sono quei medici che nel duemila fanno ancora morire le donne per parto. Mafiosi sono i carabinieri perché sono il braccio di uno Stato cieco quando picchiano gli ideali di un diciottenne. Mafiosi sono gli stadi e gli inni razzisti. Mafiosa è la volgarità. Mafiosa è la presa per il culo. Mafioso è l’amore, che fa di tutto per ottenere di tutto. Mafiose sono le ex, e i ricordi in offerta tre per due. Mafiosi sono gli artisti che ci spiattellano le loro ansie da prestazione. Mafioso è questo testo. Mafiose sono le madri che piangono i figli morti in missioni di pace: “signora, mi spiega perché Gino Strada non ha bisogno di nessuna missione per fare la pace?”

 

Mafioso è il ddt. Mafiosa è la cassa integrazione. Mafiosi sono i fazzoletti “tempo”. Mafioso è il latte ad un euro e cinquanta. Mafioso è chi avvelena i cani perché abbaiano troppo, che è come soffocare un bambino perché piange troppo. Mafioso è chi resta uguale, chi ha timore di scelte nuove. Mafioso è chi applaudirà a queste parole senza averne capito il concetto.

 

 

 

La mafia è come il banco se giochi a poker vince sempre.

 

La mafia è come il banco se giochi a poker vince sempre.

 

La mafia è come il banco se giochi a poker vince sempre.

 

La mafia non è il banco se ti ribelli ne esci salvo.

Il confine

Era una cosa che non faceva da molto tempo: superare il confine.

Almeno da quando i due Smocciolosi avevano rimediato la loro porzione di bastonate gratuite. “Voglio vedere se lo rifate più!” – aveva urlato loro in faccia il fattore mentre teneva i corpi dei due ragazzi quasi privi di sensi per le rispettive collottole. “No, Signor Jones…Noi non volevamo superare il confine. Noi volevamo soltanto…”

Volevano soltanto riprendersi il pallone. Cristo. Era così difficile? Lui stesso era stato chiaro più volte. Amici, solo una partita di calcio. Ma niente quelli si credevano di essere i campioni del Sud America o di là dell’oceano, roba da italiani o da inglesi. Se si fosse trattato di baseball e avessero cercato di imitare le gesta di Joe Di Maggio, il tipo di cui suo nonno parlava spesso, bé allora sarebbe stata un’altra storia. Magari anche il vecchio fattore, il Signor Jones, l’avrebbe pensata diversamente. Un conto è ritrovarsi nel campo un pallone di calcio. Un altro conto è ritrovarsi nel campo una palla di baseball. Quel pallone era come un incidente di Roswell in quella fattoria. Faceva più casino della morte di Kennedy.

Smoccioloso Uno sanguinava dal naso. Smoccioloso Due aveva una mano dolorante e un dente rotto. “E se dite chi è stato…giuro che vi impicco lì.” E la mano malferma ma in un certo senso sicura dei propri movimenti, quelli di chi conosce ogni centimetro della propria terra, senza doversi voltare a guardarla, aveva indicato un albero secco. Quell’albero non aveva mai foglie, almeno da quando lo aveva visto, lo ricordava sempre così, nodoso, solitario a ridosso della casa del fattore, forse aveva già visto più di qualche impiccagione.

“Dicono che se impicchi un giusto a un albero, sull’albero non crescono più le foglie.” – gli aveva detto Jerry.

“E questa cosa chi te l’ha detta?” – gli aveva risposto lui.

“Me l’ha detta Patty.”

“Hai mai visto Patty nuda?” – Jerry era rimasto interdetto a quella domanda, aveva sollevato le spalle, senza rispondere.

“Allora, hai mai visto tua sorella nuda?”

“No, ma che domande sono?”

“Sono domande, Jerry. Tutti ci facciamo delle domande.”

“Bè falle a tua sorella le domande.” Lì gli aveva allungato un pugno e Jerry era caduto. “Mia sorella non si tocca. La tua sì. La mia no, è fuori discussione.” Non ne avevano più parlato. Almeno finché non venne la notte, tre anni dopo, in cui lui, Kevin, si trovò costretto a superare il confine.

Le gambe di Patty ciondolavano sulla cassapanca. A Kevin sarebbe bastato questo spettacolo. Poteva anche morire adesso, perché ogni volta che le ginocchia si allontanavano l’una dall’altra, il suo sguardo era calamitato dal centro di ogni cosa, dal motivo principale per cui sentiva di essere nato: una mutandina bianca. Fu la voce di Patty a riportarlo alla realtà. “Dovremmo risalire? Non credi che ci stanno cercando?” “Non penserebbero mai che siamo qui giù…”- rispose Kevin, la voce gli tremava un po’. “Tu, Kevin Donald, sei un discreto figlio di puttana.” Kevin rise nervosamente, un qualcosa tra una risata e un piagnucolio. “Patty…” “Cosa vuoi chiedermi Kevin?” “Posso…?” – Kevin si era alzato, era arrivato davanti a Patty, al punto che poteva sentire l’odore del suo sudore. Lì giù in quello scantinato si sudava un sacco, non aveva niente delle comuni cantine. Oppure era la giornata particolarmente calda. Una di quelle afose giornate texane. Poteva distinguere i suoi capezzoli spuntare fuori dal vestito quasi, poco sotto i seni era inzuppato di sudore, e ci scommetteva che la sua maglietta non solo era macera, ma – lo avrebbe giurato – poteva distinguere il profilo del cuore gonfiare la parte sinistra del petto. Con la gola secca farfugliò qualcosa. “Ripeti…” – Patty continuava a ciondolare le gambe ora tra i due non c’era che la misura di un braccio, lo stesso che lei aveva allungato verso il suo viso, mentre con la mano gli accarezzava la guancia. “Voglio vedere…” “Dillo.” “Voglio … vedere la tua …cosa Patty.” Patty esplose in una grande risata, piegando la testa in avanti e i capelli sudaticci presero in pieno la faccia di Kevin arrossito di colpo e sul punto di retrocedere, ma era impossibile muoversi adesso, era come affondare nelle sabbie mobili. Ecco – pensava – lo sapevo. Adesso muoio. Adesso muoio, qui ora, la mia vita è finita, dio mi farà precipitare all’inferno. Patty tornò a guardarlo negli occhi. Chiuse le gambe.

“A una condizione, Kevin Donald.”

(continua..)

Eccoti qui.

Eccoti qui, sdraiata. Sognante. Un corpo immacolato, il tuo. Che acquista un tendaggio di ingorda purezza, oggi, che è mattina, che è Natale. E i riflessi delle future campane di latta che ormeggeranno di alleluia i petti dei fedeli confluiscono nella fluviale schiena che imprime i seni sotto un intimo zerbino bianco. A vederti, saresti meta ambita delle formiche, che mai avranno percorso terricci più naturali. A toccarti, faresti vacillare il sandalo di qualunque male. L’ignoto, con te, diverrebbe miele succoso e colante. Nessun timore. Si lascerebbe il porto, ora. Pur sapendo dei pirati ad est. A chi importa. Non di certo. Eppure, mentre dormi rigetti nastri di salmone.

La vita sembra facile. E’ una balla certo, ma una balla in più cosa vuoi che conti. Una balla ti rende coraggioso, ed è l’unica bugia che regge le mutande da dinosauro che indosso. Dirò di più, sembra anche bella. La vita. Sì, grazie a te. L’ho detto? Effettivamente l’ho sentito anch’io. E’ così, ma non chiedermi di spiegarti altro. Semplicemente questa volta mi hanno spiazzato. Lassù, dalle parti del grande capo. L’ho insultato fino a seccarmi il gargarozzo che quel figlio di puttana mi ha spedito un pacco regalo col tuo nome, il tuo cognome, e il tuo culo. Con tanto di ricevuta di ritorno, tra le altre cose. Un ringraziamento è doveroso. Che ne pensi? Cosa vuoi pensare. Hai i tuoi sogni, ed è giusto che tu sia sorretta da questo piedistallo ballante. Finché. Ma non lo farai. Non prima delle undici di stamane. Hai la faccia stanca ed il sonno ha preso possesso delle tue narici. Avrai fatto tardi, ieri sera. C’era un bicchiere vuoto e uno che conservava ancora poche ninfee al suo interno, nel lavandino. Due giorni. Niente. Sebbene non abbia pensato altro che all’impronta del tuo essere nell’aria, che avrei inghiottito, se non fosse labile e polverosa come le strade di campagna. Il lavoro uccide, altro che rendere liberi. Sai cosa me ne importa dei quattro soldi piazzati in banca come soldatini di piombo sulla credenza? Ho la donna più bella del mondo ad un fiato da me e volete che io pensi a quei quattro soldi che puzzano di piedi, poiché qualcuno troppo premuroso non sapeva dove nasconderli? Avete errato. Dunque, tieniti forte. Ho ricevuto il trasferimento. Già. Così potremmo stare insieme e svegliarci insieme e dormire insieme e… Avevi ragione in fondo. Si è veramente su una montagna russa. Si respira il vento d’alta quota e si mangia la merda dei porcili. Dipende. Da chi? Da cosa? No, non importa. Mi costringi qui, su questo tappeto persiano comprato da quel marocchino che ce lo fece passare per autentico, ed è splendido.

Sono un alieno. La strana creatura poggiata alla scrivania della camera da letto che ti cova come un bozzolo, è un alieno. Ti guardo come uno di questi strani tipi che mi porto dall’infanzia tanto da assumerne le sembianze. Quando guardano il rotolo terrestre e pensano chissà quale stranezze articolate. Magari per loro siamo un pascolo o un tipo di pesce raro. Zuppa di umano all’indice. Ma il mio è un pensiero preciso, una palla da bowling che percorre una traiettoria ritta e impeccabile. Il risultato irrilevante. Ti amo. Voglio scrivertelo. Ecco, lo appoggio sul comò. Il foglio è un po’ stropicciato. Uno scontrino. Le migliori poesie vengono scritte sugli scontrini. Un ti amo fresco di giornata. Certo, da abbinare con una pasta calda, e un buon caffè, lungo macchiato e al vetro, come piace. Non svegliarti, torno, vedi che torno, il bar è qui sotto, ti lascio una sigaretta. Sul foglio. Dopo la ti e prima del amo.

Eccoti qui, sempre sdraiata, sempre sognante. Non ti sei neanche rigirata. Dormi, e non badi. Al tempo, sì. Quello atmosferico. Fuori c’è il sole, e le nuvole  si sono fatte piccole. Non si sta male. Ed a quello che passa, anche a quello sei indifferente. Te ne stai in pace. Non biasimo. Dovresti dormire più spesso. No, che dico. Ti perderai l’attimo. Farà la differenza. Certo che ne sono sicuro. Natale. È il trentaquattresimo. Trentaquattro modi diversi di vederlo e di viverlo. L’innocenza? Dove? Eccola lì che corre via reggendosi il soprabito. Cosa vuoi, è per tutti. Alla stessa maniera. Non possiamo farci niente in fondo. Prenditela pure con me. Hai bisogno di un capo espiatorio, fa pure. La colpa è tua. E’ mia. E’ sua. Chi se ne fotte. C’è colpa. Mancanza di buon senso, dici? Sarà. Credo che non faccia che imborghesire l’anima, il buon senso.

Eri, e non sei. Poteva succedere a chiunque. A noi. Non bramo la salivazione della tua lingua. Baceresti una carcassa? Così non baceresti me, fatto del putrido collante che ci tenne insieme. I ricordi, certo. Non li tocco. Conserveranno quel paesaggio romantico in cui mi permettevi di abitare. La boscaglia, attualmente, ha preso fuoco. Corri. Fa presto. Esci da questo bozzolo di filigrana, e confonditi le idee. C’è ordine nel cosmo. E dove questo erige le sue pretese, lì è più facile organizzare disordini. Con lo spirito, è ovvio. Ecco. Sì, sì. Il tuo spirito. Dov’è finito? Non lo sento più. Non l’ho più sentito. Sono andato via, per un po’ di giorni. Lo consigliano a tutte le coppie: “prendetevi tempo, vi farà bene.”

Sono tornato. Mi aspettavi? Sì, no, può darsi. Hai cambiato le carte in tavola. Le hai mischiate male. Hai guardato la mia mano mentre ero via. Qualcosa è successo, i conti non tornano. La patta non fa per me. Tienilo te il piatto. Ridammi il coraggio. Ce ne sono migliaia. Quelle navi non salpano più. Chi l’avrebbe detto, già. Tu di certo no. Risolvi tutto col dormire, e le biglie agli altri. Ho voglia di giocare a flipper. Lo so che sono un ragazzino: lo vedi qual è il punto? La chitarra di Hendrix del secondo minuto e trenta non ti lega al Mi bemolle del quinto minuto e due.

  Ho cinquanta centesimi. Il resto. Il caffè, fumante. La pasta calda, calda. Te la lascio, ok. Bevo il caffè. Lungo macchiato e al vetro. Una ciofeca. Che dirti. Svegliati, vado, vedi che vado, il bar è qui sotto, prendo la sigaretta. Fumo, non dispiacerti. Un ti amo, stantio, a mosca cieca. Dammi un attimo. Ecco. Sul foglio. Un non, un più. Prima della ti e dopo del amo.

Niente più uova al mattino

Antepost: Paolo Rigo nasce a Roma il 9 marzo 1985. Cresce a Latina e si ritrasferisce a Roma dove si laurea in Italianistica nel Novembre 2011. Esordisce nel mondo della letteratura con una raccolta poetica dal titolo Anima Piange (Edizioni della Sera, 2011).

Ha collaborato con Flanerì e pubblicato una raccolta di racconti, Littoria Blues City nell’estate del 2012 (Il foglio letterario). Appassionato di letteratura, ha curato il volume completo delle poesie di Otello Soiatti. Sempre nel 2012 esce una raccolta di saggi su Mario Luzi (Squillò luce, Arduino Sacco) mentre su alcune riviste scientifiche trovano spazio suoi interventi sulla poesia del ‘900 ed in particolar modo su alcuni aspetti relativi alla metafora ed alla topica.

Di recente è stato tra gli organizzatori del concorso poetico Latina in Versi, si è classificato 2° al premio letterario GialloLatino sez. Giovani con il racconto Atlantide. Attualmente è dottorando presso il dipartimento di Italianistica di Roma Tre.

I pirati di Vongole & Merluzzi danno il benvenuto a Paolo Rigo a bordo della nave! Vento in poppa, ciurmaglia!

La notte si impossessa delle luci, dei viali, delle case, delle strade. Rimane accesa una piccola, piccolissima scheggia luminosa. Una finestrella. Lui guarda la televisione alle ventiquattro. Cerca qualche bella in piume d’oca. Non si eccita più da tempo.
La porta del bagno si apre. Insieme a lei, esce un profumo dolce di zagara e muschio albino. Una nuova essenza. Desiderio notturno. I passi sinuosi di lei delineano dei piccoli cerchi di rumore sulla superficie della notte. Lui spegne la tv e la osserva, la osserva immerso nella notte. Non dice nulla. Lei arriva alla porta di casa a passi felpati. Uno dopo l’altro, lenti ed attenti, crede che stia dormendo davanti alla tv. Non vuole svegliarlo.
«Me la prendi una birra?»
«Pensavo dormissi..»
«No..non stavo dormendo..me la prendi una birra?»
«Non avevi smesso di bere?»
«E tu non avevi smesso di uscire?»
Sul viso di lei una lacrima solca le rughe, scende sul viso, e si perde tra le piume. È bellissima. Con il suo foulard rosso ed il suo vestito nero che si spande sui fianchi provocanti. Non è più giovanissima ma non sfigura. Non ha mai sfigurato. Si gira, sospira, si porta in cucina. Accende una ad una le luci. Fa rumore con i tacchi, i passi felpati ora non servono più. Lui l’ha vista. Avrebbe preferito di no. La umilia farsi vedere mentre esce. Prende una birra, la apre, e va da lui. Lo trova in piedi appoggiato alla poltrona.
«Vai da lui?»
«Ti ho preso la birra»
«Avevi detto che non ci saresti più andata»
«Ti ho preso la birra..dai..non voglio parlarne..»
«Perché fai così? Perché cazzo?» Lei lo guarda. Il braccio destro è proteso verso di lui con la birra in mano. Delle lacrime si formano tra i bulbi oculari e lui continua a guardarla in cagnesco. Non la capisce. Non riesce a capirla. Non vuole capirla. Ha sempre vissuto nei suoi sogni. “A te”, pensa a te, pensa, pensa: perché non prende la birra e sta zitto? Pensa ancora, pensa ancora a te, beve un sorso di birra e si siede sulla poltrona. Le piume alzano la polvere e fanno un leggerissimo sbuffo, che si accompagna al suo uffa.
«Mi farai fare tardi..Cosa vuoi da me?»
«Voglio che la smetti..Ora..subito..sono stanco..»
«Anch’io sono stanca, e che dovrei fare? Come mangiamo poi?»
«I miei nipoti mi hanno detto che c’è un lavoro per me, si tratta solo di tirare avanti qualche altra settimana..»
«I tuoi nipoti..i tuoi nipoti..Qualche settimana? E con cosa? Non abbiamo più niente..Vuoi capirlo che i tuoi nipoti sono solo dei drogati? Vuoi capirlo che sono dei falliti? Che siete dei falliti? Che sei un fallito!»
«Non parlarmi così cazzo!» E più veloce di un riflesso. Il battito d’ali è involontario -non è controllabile- è così e basta, e la colpisce in faccia. Dritto sul becco. Il rossetto la macchia e un rivolo di sangue le si forma ai lati. Le lacrime si liberano del peso.
«Credi che sia facile per me? Eh? Dimmi cazzo! Sei solo uno stronzo..»
«Scusa..Cioè dai..scusami..non volevo colpirti..eh che..»
«È che sei solo un buon annulla. Mi sistemo in macchina sennò faccio tardi..»
«Io..io ti..io ti amo..»
«Ciao»

Sarebbe potuta andare così

La notte ripiomba nella casa. Lei esce e spegne tutte le luci. Lui rimane lì e pensa all’altro. Pensa a suo cugino. A Gastone. Perché? Beve la birra e la getta a terra. Il vetro si spacca e fa un rumore intenso. A lui non importa. È già in cucina davanti al frigo per prenderne un’altra.
«Perché non sei venuta prima? Eh? Mi avrebbe fatto piacere portarti a cena dalla contessa..Questo abitino nero che ti ho regalato ti fa veramente molto carina..»
«Lo sai che non voglio uscire presto non mi va che..»
«..Che mio cugino ti veda? Quello è un fallito tesoro. E tu stai perdendo tempo con lui. Glieli hai fatti vedere i documenti del divorzio?»
«No..»
«Oh cazzo..sei proprio un’oca imbecille..Che cazzo. Cristo»
«Dai calmati..non fare così» Lei prova a calmarlo e lui le molla una sberla sulla faccia. È la seconda. Ma stavolta sente davvero di non avere colpa. Questa è gratuita, non ha un prezzo ma deve stare zitta. Il prezzo è il silenzio.
«Che ti ho fatto male? Su non fare la scena, che me lo dici sempre che te le dà pure quel cornuto, eh? Dai che sotto sotto ti piace anche..Su..Ci scommetto»
«Senti non parlare più di Paperino così..ti prego Gastone: non parlare più di Paperino..»
«E se non parlo più di quell’impotente di un papero che cosa mi dai?» La testa di Paperina scivola tra le gambe ossute di Gastone. Il becco scansa le piume. Gastone geme. La cosa si conclude in una manciata di secondi.

«Ora vieni fuori. Ti voglio fottere sul cofano della macchina!» E lei esce. Lui le solleva la gonna sulla testa. La prende da dietro. Lei sta zitta e chiude gli occhi. Sono mesi che non fa l’amore con Paperino. Pensa a quando erano giovani. Pensa a lui, ai nipoti, a Paperoga: perché sei morto così Paperoga? Senza dire niente a nessuno. Hai fatto tutto da solo: la cocaina non ti bastava? Quando c’eri tu Paperino era diverso. Non beveva così tanto. Non era così solo. Gastone le viene dentro. Vuole incastrala. Lo sa del problema del cugino. Lo fa per lui. Per fargli male. Viene con ululato che sa di lupo sotto la luce della luna. Tutto intorno è ombra. Lei nei suoi pensieri maledice la serata di maggio quando tutto ha avuto inizio. Pensa che quell’invito non avrebbe mai dovuto accettarlo. Ma ormai è troppo tardi. «Ti è piaciuto gallinella?». E la mano destra le schiaffeggia il collo. Stavolta sono trecento dollari. Stavolta è di meno. Ma lei ha fatto tardi, le regole con Gastone si devono rispettare. È sempre stato così preciso. Non sfida mai la sorte, nonostante l’eredità.
Prima di entrare in casa, alle cinque e mezza del mattino, mentre il sole ancora non è sorto, si dirige nel garage, si alza la gonna del vestito, e spinge forte. Fortissimo. Le sembra di morire. Pensa forte a Paperino. Pensa forte che lo ama. Ma non riesce più a dirglielo. Deve fare molta attenzione. Escono fuori tre uova. Una si rompe. Prende i fogli della richiesta di divorzio e pulisce, pulisce con i fogli. Vorrebbe vedere la faccia di Gastone. «Ecco questo è tuo figlio, vai a cagare stronzo» sì, le direbbe così. Ride e piange. Si asciuga le lacrime e si dirige in cucina. Paperino dorme per terra tra i cocci di vetro delle cinque o sei bottiglie di birra, e la televisione accesa su un canale regionale. Avrà visto di nuovo del porno. Dovrebbe fare piano. Ma lo vede che è strafatto. Non deve preoccuparsi più di tanto. Prende una padella, versa l’olio, rompe i gusci, aggiunge il sale, prepara le uova. Ad occhio di bue. Pensa a quante uova potrà ancora fare, sente che non ci saranno molte altre uova. Gastone non la chiamerà più. Però non sa se essere felice. Quando finiranno loro non mangeranno più. A Paperino ha detto che non può avere figli. Glielo ha detto quando è iniziata la cosa con Gastone. Mentre le uova sfrigolano in padella, attraversa la cucina e se ne va in salone, spegne la tv, e guarda Paperino mezzo svenuto per terra. Pensa che dovrà pulire tutto lei, e che ha bisogno di riposare.
«Tesoro..dai che sono quasi le sei..Devi andare a cercare lavoro..La colazione è quasi pronta..»
«Sei rientrata? Ho sempre paura che non rientri..di non trovare la colazione..»
«Guarda: trecento dollari»
«Tienili tu..Non voglio sapere niente»
È un altro colpo sulla faccia che fa più male degli altri, Paperina respira forte, incrocia il suo sguardo con quello dell’immagine riflessa nello specchio, si guarda bene, si trova bella, bella ma sciatta, volgare, bella come una puttana. Inghiotte della saliva e dice:
«Vieni, di là ci sono le uova..»
In cucina mette le uova nei piatti. Fissa il sole oltre il vetro della porta-finestra. Lui le mangia. Non sa niente. Il sole che sale. Fissa l’alba. Pensa che non vorrebbe più fare uova al mattino.

Paolo Rigo

Littoria Blues City

Autore libro: Paolo Rigo

Titolo libro: Littoria Blues City

Editore: Edizioni Il Foglio

Prezzo: 14,00 €

  Uscito durante la scorsa estate per le combattive edizioni de Il Foglio Letterario, l’esordio narrativo di Paolo Rigo (già esordiente in versi con Anima piange, Edizioni della Sera, 2011) si presenta come un incrocio di direttrici dal diverso peso specifico, a cominciare dalle ascendenze letterarie principalmente americane. David Foster Wallace, John Fante, Charles Bukowski si scontrano con il dichiarato patrocinio di Pedro Juan Gutierrez in una prosa dal ritmo sostenuto e in costante accelerazione fino all’afasia del sincopato che l’aria jazzistica del titolo, ricalcato tra l’amato Allen Ginsberg e una boutade latinense di marca pennacchiana, suggeriscono. L’impasto è fitto, a tratti sovrabbondante, sicuramente allucinato e volutamente straniante nella descrizione di uno stralunato romanzo di formazione in diciotto racconti fra Latina/Littoria, città dell’adolescenza e Roma, città della prefigurata (dubbia) maturità.

La città che Rigo descrive nelle sue volute sintattiche e nelle esplosioni di un ego fagocitante, autoreferenziale e pregiudizievole, è popolata di piccoli criminali dai nomi sudamericani, trans, storie di droga e sesso, unite al timido incedere di ragazze della porta accanto, locali di provincia, timori adolescenziali. La misura assurda che suggerisce questo voyeur degli scandali di provincia, è, allora, quella di una mitomania sottile, giocata fra il sogno di vivere-come-in-un-libro, e la stringente attualità, anche politica. Dunque una riduzione impossibile che può lasciare smagliature e zone d’ombra a vantaggio di una preoccupazione nuova, scavare nel proprio e nell’altrui animo, omaggiare gli amici, condannare i nemici, offrire una personalissima e divertente visione del mondo.

  Protagonista incontrastato delle storie narrate è Sal Rinaldi, alter-ego letterario dell’autore. “Sal si rivolge direttamente ai lettori – come per una testimonianza urgente e immediata, un resoconto, una deposizione. Come Holden, non ha pazienza: va per conto suo , non aspetta nessuno. Mescola fatti a giudizi, pezzi di vita a libri e musica, in un disordine consapevole che è anche uno stato d’animo”, si legge nella Prefazione al volume dello scrittore Paolo di Paolo.

  La mescolanza è di certo una delle caratteristiche di questo romanzo in parti, per cui si possono trovare tra una storia e l’altra, tra una pagina e l’altra, noncuranti citazioni più o meno dirette a tutto il mondo di riferimenti artistici e culturali dell’autore, affastellate senza preoccupazioni di valore, attualità, riferimento, ecco così il Vinicio Capossela delle cadenze sghembe dei suoi ritmi balcanici, il Ruby-gate con tutto lo strascico di polemiche berlusconiane, il piccolo Woody Allen di Annie hall che protesta di non aver mai avuto un periodo di latenza.

  Comprare e leggere Littoria blues city significa sicuramente non essere un lettore canonico, di quelli che le escogitazioni editoriali hanno abituato a prodotti chimici trattati con editing tutti uguali. Piuttosto significherà avere a cuore le sorti della giovane narrativa italiana, alla quale si potrà perdonare qualche eccesso di fretta quando si verrà ricompensati dalla nitida visione, o sia anche solo dal sospetto, della presenza, fra le pagine di questo baraccone in movimento con tutto il suo seguito di caratteri riusciti o velleitari, di quella sostanza di cui sono fatti i sogni e le illusioni di un giovane autore.

Fabrizio Miliucci   

Il colore dei pesci rossi

-Ciao-

-Come va?-

-Bene grazie, te?-

-Un po’ stanca, ma bene-

-Hai fame?-

-Ora no, mangio dopo!te?-

-Ho mangiato, non sapevo quando saresti tornata. Ho invitato Claudio ed Elisa a cena venerdì, va bene?-

-Si, va bene. Sabato usciamo in barca con Andrea e Ilaria ricordi?-

-Si, ricordo. La sera poi siamo a cena da Paola per la festa di compleanno vero?-

-Si, e domenica a pranzo da tuo fratello in campagna-

-Certo!-

-Tesoro, credi che dovremmo avere un figlio?-

-No cara, non abbiamo tempo vedi?-

-Vero! E che ne dici di un cane?-

-Troppo impegnativo, magari un gatto-

-Il gatto strappa i divani però-

-Hai ragione, non avremmo tempo per il tappezziere poi. E un pesce rosso?-

-Allora un enorme acquario da mettere in sala, con centinaia di pesci tropicali!-

-Mi piace, darebbe colore alla casa-

-Ok, allora domani vado al negozio e…no aspetta, domani ho l’estetista, vai te?-

-Domani ho il massaggio shiatzu-

-Vabbè, andremo un’altra volta magari, siamo pieni d’impegni-

-Va bene, un’altra volta cara. Adesso scusa, sono in chat con Filippo, è stato lasciato dalla moglie, sta male ed io non ho mai tempo di ascoltarlo-

-Va bene, io vado a giocare a farmville di là.-

-‘Notte cara, se ho tempo poi ti do il bacio della buona notte-

-‘Notte-….-Certo l’acquario darebbe davvero un sacco di colore in questa casa- Pensò lei accendendo il computer.

Laetitia

Il tuffo del granchio

Si portò una mano sopra gli occhi per ripararsi dai raggi del sole, anche se non ce n’era bisogno, perché il sole era basso.

“Che fai?” – chiese lei, seduta a ridosso di una barchetta.

Lui scrollò le spalle.

“Forza dell’abitudine, a stare tutto il giorno sotto il sole.”

L’ombra di un gabbiano attraversò rapida quel pezzo di spiaggia.

“Dovevi dirmi qualcosa?” – domandò lei. I piedi ciondolavano. Con il destro spostava la sabbia verso il sinistro e con il sinistro si divertiva a lanciarla in direzione di un granchio. A volte il granchio si fermava, scrutava quello che accadeva, poi riprendeva a muoversi verso il mare, avvicinandosi alle spalle di Paul.

“A quest’ora si sta bene al mare.” – disse lui, seduto a riva, le gambe reclinate verso il petto, le braccia intorno alle ginocchia.

“Sei banale, il solito scontato amante dei tramonti.” – replicò lei alle sue spalle.

Lui scosse la testa.

“No, invece. Come fai a dirlo? Solo perché mi piace questo tramonto, non vuol dire che mi piaccia l’idea del tramonto. Anzi, a me piace l’alba, l’inizio, e mi piace anche quando il sole è alto, il pomeriggio poi lo trovo spettacolare, non trovi? Non ci ho mai trovato niente di bello nei tramonti, mi rendono triste.”

Lei non rispose. Neanche lui parlò. Se ne stettero per un pezzo così, senza parlare, di tanto in tanto al rumore del mare si aggiungeva quello di qualche motorino o qualche automobile che sfrecciava sulla strada d’asfalto al di là delle dune.

“Sta arrivando una barca. – disse lui. A qualche centinaio di metri una barca si avvicinava verso riva. Potevano vedere un uomo a bordo che lentamente alzava i remi e li riabbassava in acqua. – Forse qualcuno che si è attardato, un pescatore. Mi ricorda Hemingway.”

“Il solito letterato. Non sei dentro un romanzo ti avverto eh.” – disse lei. La sabbia seppellì il granchio, questi accelerò il passo e si portò all’altezza di Paul, quindi, con più calma, si avviò verso la battigia.

Lui sospirò e scosse la testa.

“E la gente lo sa che sai suonare e suonare ti tocca per tutta la vita.” – sorrise, poi portò le labbra in dentro e chiuse gli occhi.

“Non ho capito che hai detto. Che c’entra? Sai suonare?”

“Era una citazione di De Andrè. – lui voltò la testa un attimo per guardarla, poi tornò a guardare il mare, il rematore era più vicino – Un giorno imparerò a suonare qualcosa.”

“Sì, un giorno… – lei si era alzata – si sta facendo tardi. Andiamo?”

“è sempre troppo tardi per te…aspettiamo altri dieci minuti.” – disse lui.

“Che devi fare? Mi sto annoiando. E poi ho delle cose da fare.” – lei aveva iniziato a piegare l’asciugamano, con metodo metteva le cose dentro la borsa da mare, preparandosi a tornare verso la strada, dove diverse ore prima avevano lasciato l’automobile.

Aspettarono fintanto che la barca arrivò a riva, attraccando con un rumore quasi impercettibile, coperto più dai remi che venivano tirati all’interno.

“Ehi tu, puoi darmi una mano?”

Ted si alzò. “Volentieri che devo fare?” Il rematore scese dalla barca, gli lanciò una corda. Tira verso di te, io la sospingo da poppa. Così fecero finché la barca non fu completamente fuori dall’acqua.

“Hai pescato?” – gli chiese Ted.

“Non sono andato in mare per pescare. Mi stavo soltanto godendo il mare.”

“Ti piace navigare?”

“Sì, diciamo così. – l’uomo aveva preso a controllare l’interno della barca. – Scusami, vi ho disturbato? – chiese, accennando con il capo verso di lei. Lei si era allontanata, stava tornando verso le dune.

Ted la guardò. “No, nessun disturbo. Stavo giusto andando via.”

“Torni a casa?”

“Sì, è stato un piacere – si strinsero la mano – Buona serata.”

Ted aveva già percorso qualche passo poi si sentì chiamare.

“Posso dirti una cosa?” – gli disse il rematore.

“Cosa?”

“Quando non sai che fare, rema, o cammina, o corri, o striscia. Ma fai qualcosa. Non restare fermo. Il pericolo maggiore per un navigante non è una tempesta. Una tempesta potrebbe persino salvarlo: è la calma piatta. Quando non tira un filo di vento e tu hai percorso chilometri e ti ritrovi al largo nell’oceano. L’unica cosa che puoi fare pregando che il vento ricominci a soffiare, è remare. Non importa in quale direzione. Rema e spera. Da qualche parte arriverai.”

Ted lo guardò a lungo per diversi secondi. L’altro sosteneva lo sguardo.

“Grazie.”

L’altro allargò le braccia e sorrise, si salutarono così.

Il granchio si tuffò nel mare.

Fuffa

La vita non ha senso, anzi è la vita che ci dà un senso, sempre che noi la lasciamo parlare… perchè prima dei poeti parla la vita. Dobbiamo ascoltarla la vita.

 (Alda Merini)

La fuffa è la tipica lanetta che si forma nei tessuti e che in genere si rimuove poiché anti-estetica. Proprio questa connotazione ha fatto sì che venisse usato in senso lato per indicare un eccesso inutile. Può indicare anche l’accumulo di peli che si verifica negli animali o l’accumulo di polvere in batuffoli.

(Wikipedia)

“Sì, alle volte sento che mi sto perdendo in eccessi inutili. Non che faccia cose che non mi piacciono, al contrario ne faccio fin troppe. Solo che sento che tutte queste cose, prima o poi, andranno perdute come…”

“Come lacrime nella pioggia?” – completò Paolo citando il suo film preferito, mentre apriva una lattina di coca-cola. C’erano soltanto loro due al bar, faceva caldo: Minosse stava colpendo furiosamente l’asfalto e i pochi temerari astanti che si avventuravano a lasciare le case in penombra o gli uffici ronzanti per i ventilatori accesi.

“Esattamente – annuì Roberto – come lacrime nella pioggia. Solo che qui di pioggia se ne vede ben poca per adesso.”

“Attendi, devi imparare ad attendere. L’estate prepara sempre un nuovo inverno e l’inverno prepara sempre una nuova estate, è un ciclo, abbiamo un sacco di cose da imparare dalla natura.” – aggiunse Paolo, tirando su la coca cola con la cannuccia.

“Disse l’uomo della coca cola. – soggiunse Federico arrivando. Spostò la sedia e si accomodò insieme a loro due. – Che si dice, ragazzuoli?”

“Le solite minchiate – gli rispose Roberto – si parla del senso della vita.”

Federico annuì “Già, già…Da un po’ non si fa altro qui, eh?”

“Eh già. Hai visto che culo quella?” – ammiccò Paolo

“Vista e inquadrata da un pezzo. – disse Federico – Che voto gli diamo? Io opto per un 8 e mezzo.”

“Nove.” – rispose Paolo.

“Quattro.” – disse Roberto.

“Cazzo, Roberto! Oggi sei severo, eh? Ti sei svegliato con la luna storta?”

“Guardati attorno, se trovi un motivo sufficiente per vivere, dimmene uno.”

“Quel culo, ad esempio.” – gli rispose Paolo.

“Sì, quel culo!” – fece eco Federico.

Roberto alzò il bicchiere di birra.

“Al culo, ragazzi. è tutto qui!”

“Al culo!” – risposero all’unisono gli altri due.

“E che il vento ce lo porti qui.” – soggiunse Roberto.

“Amen.”

“Amen.”

Nota a margine dell’autore: in letteratura i bei culi scarseggiano. Caro Giacomo, avrei tanto voluto sapere com’era il lato b di Silvia, e se poteva dar filo da torcere a tutto questo gossip moderno. Chissà come sarebbero stati i jeans a Beatrice o a Laura!

L’aquilone.

-          Sembra una vita fa.

-          E’ una vita fa Jackie, avevamo appena dieci anni – replicò Adams dando spago all’aquilone.

Si era alzato un bel vento. I capelli si arruffarono. L’aquilone era di un rosso fuoco che sembrava una fenice in movimento sulle nostre teste con la coda fatta di triangoli.

-          Nonostante gli anni, Jackie, questo aggeggio sfida ancora il vento esattamente come quando eravamo piccoli – fece Adams – Ti ricordi quanto ci mettemmo per costruirlo?

-          Certo che mi ricordo, – disse Jackie – un’intera estate. Non era mai come lo volevamo!

-          Ma poi facemmo invidia a tutti i nostri compagni, era il solo che non cadeva mai.

-          Già, e tutti che volevano provarlo, ricordi? – fece Jackie – e noi che scappavamo con l’aquilone sottobraccio perché ne eravamo gelosi.

-          Darei in cambio un rene per tornare a quei momenti. Avevamo dieci anni ed eravamo felici. Stupidi, ma felici.

-          Non eravamo stupidi, Adams, eravamo solo inconsapevoli.

-          Stupidi, inconsapevoli. Che differenza fa? Non avevamo preoccupazioni, almeno.

-          Sei preoccupato? – disse Jackie.

-          Non più del solito. E’ la fine del mese: le rate della macchina, l’abbonamento in palestra di mia moglie, ora ci si è messa anche mia suocera che non può permettersi di andare alle terme e devo pagargli io il viaggio. Queste stronzate ti rovinano le giornate, credimi.

Adams diede ancora un po’ di spago e indietreggiò. Jackie lanciò un’occhiata in alto e quel rombo rosso ora copriva il sole.

-          Vuoi tenerlo un po’ tu? – disse Adams.

-          No, no. Ti ringrazio.

-          Ma come sarebbe a dire? Mica vorresti risparmiarti questa sensazione.

-          Quale sensazione? Quella di sentirci dei mocciosi in corpi di adulti?

-          Non fare lo sciocco. Tieni.

Adams mise lo spago nelle mani di Jackie. Jackie guardò l’aquilone, poi voltò la testa e fissò il sole. Rimase con gli occhi aperti per un paio di secondi, finché non fu costretto a richiuderli. Aprì i palmi delle mani e lasciò lo spago. L’aquilone volò giù dalla scogliera.

-          Jackie! Attento! – urlò Adams, che seguì, con le mani tra i capelli, la fuga dell’aquilone. – Perché l’hai fatto? Ma sei impazzito?

-          Era libero a metà – insinuò Jackie.

-          Cosa?

-          Sì. Era libero a metà, proprio come te, Adams, e come la maggior parte delle persone. Tentati dall’atmosfera, dal cielo, dalle nuvole ma tenuto buono da un filo quasi invisibile.

-          Ti sei bevuto il cervello? Cosa significano queste stronzate? Sentiamo!

-          Tu ti senti libero? – disse Jackie all’amico.

-          Certo che mi sento libero, che non mi vedi? Tutti quei libri che hai letto ti hanno fuso il cervello.

-          La vedo eccome la tua libertà, Adams. Una libertà decisa a tavolino. Studiata. Non voluta – disse Jackie guardandolo negli occhi.

-          E la tua? La tua sarebbe libertà? Non hai concluso niente in tutta la tua vita. Sei sempre stato un superficiale, un menefreghista. Uno sul quale non si può fare affidamento. Guardati. Tutti si sono sposati tranne te. Mi fai ridere.

-          Hai un pezzo di carta? – domandò Jackie.

-          Ho questo – Adams gli diede un foglio del giornale che aveva comprato all’edicola.

Jackie si sedette a terra a gambe incrociate. Cominciò a piegare il giornale. Fece un aeroplano.

-          Vedi questo, Adams? E’ un aeroplano di carta. Un pezzo di carta consapevole del suo destino ma che tra poco tenterà comunque di volare. Tu sei quel bambino attaccato ancora al suo aquilone, hai ricordi di una vita scomparsa da un pezzo. Attaccato alle sue certezze, ai suoi pilastri fermi. Io ho scelto di essere altro. Lo so che non volerò. Non a lungo. Ma preferisco precipitare nel vuoto e avere tutta la vita in un istante, piuttosto che restare a guinzaglio come te. Si è liberi non quando lo si diventa, ma quando lo si rimane, Adams. Quante volte hai messo le corna a tua moglie? Quante volte hai provato ad essere quello che non sei?

-          Tu non sai niente di me! – urlò Adams puntandogli il dito contro.

-          So quello che serve, amico mio, cioè che la tua vita è come quel veliero chiuso dentro la bottiglia che hai sul camino, ed è giusto che io te lo dica.

-          Lascia allora che io ti dica questo.

Adams strinse il pugno e lo colpì in pieno volto. Poi prese le sue cose e se ne andò.

Jackie con una mano al volto, lo guardò andare via. Si voltò verso il punto in cui era caduto l’aquilone, spiegò bene le ali dell’aeroplano di carta e lo lanciò.

L’aeroplano di carta fece finta di volare, poi cadde poco distante da quell’aquilone.

 

C’è crisi in paradiso

Berto allargò le braccia, fece spallucce e rivolgendosi al suo collega disse “Che sono morto a fare?”

L’altro, annuendo convinto, rispose “A chi lo dici? Mi sembra una vita che sono qui! E non ho mai visto un cambiamento!”

“Sì, sì! Fanno sempre così! Prima ti promettono il paradiso e poi quando non gli servi più ciao ciao!” – un terzo si era inserito fra i due.

“Ma deve esserci una soluzione! Insomma è o non è nei nostri diritti avere il posto eterno?”

“Seee, il posto eterno! – lo articolò il suo collega mentre saliva su una scala per appendere uno striscione a un palo della luce divina – Il posto eterno sai a chi lo danno? Ai raccomandati! Altro che meritocrazia!”

“Vero, verissimo! – disse il terzo che si apprestava a reggere la scala per aiutare l’altro a posizionare lo striscione – Sapete chi sta dentro quella fabbrica con contratto a tempo eterno? Il figlio del calzolaio!”

Berto scosse la testa “ Quel buono a nulla!”

“Dicono che abbia i requisiti!”

“Quali requisiti? Sentiamo!” – disse Berto poggiando le mani alla cintura e portando il petto leggermente infuori.

“Le solite buone azioni! Pare che il curriculum sia pieno di buone azioni fatte in vita!”

“Ma se in tutta la sua vita non si è fatto altro che le canne!” – disse il collega dello striscione che intanto aveva allacciato un filo.

“Magari farsi una canna è una buona azione!” – disse ridendo un quarto lì vicino, che ascoltava e seguiva la conversazione nel mentre che era indaffarato a scrivere con la bomboletta spray su una parete di nuvola.

“C’è poco da ridere! La verità è che quello è stato assunto perché era figlio di calzolaio!”

“Bravo! Niente di più vero! La Rivoluzione si dovrebbe fare!” – lo incalzava un altro nella piccola combriccola che si andava formando.

“Qui basta che sei figlio di calzolaio, di falegname, o disoccupato che subito hai il posto eterno e tanti saluti a chi laggiù comandava e lavorava!”

“Sì, vaglielo a spiegare te quanto è difficile vivere con i soldi di papà! Qui non lo capiscono!”

Intanto arrivavano altri gruppetti di persone, tutti appendevano cartelli o qualche altro striscione. Per quel giorno era prevista una manifestazione di massa davanti ai Cancelli della “Fabbrica delle Virtù”, una delle più grandi e tradizionali di tutto il Regno dei Cieli.

Iniziarono a formarsi dei cori, qualche fischio, qualche applauso, in direzione della Fabbrica.

Poi arrivò l’Arcangelo Michele da oltre i cancelli, ali spalancate e braccia protese.

“Vi prego! Amici, compagni! Non fate così! Entrate e andate a lavorare!”

“A Miché ma vaffanculo!” – urlò uno, subito seguito a ruota da tutti gli altri.

“Compagna ci sarà tua sorella! Non prenderci per il culo!”

L’arcangelo sbatté le ali, si erse due metri da terra in modo da averli tutti sott’occhio e disse “Vi annuncio che di questo passo non arriveremo a nulla! Fate i buoni! Su! Andate a lavorare! Per il bene di tutti!”

Berto si era arrampicato su un palo e, fattosi passare il megafono, urlò, richiamando l’attenzione di tutti:

“Vogliamo più garanzie. Vogliamo un aumento della felicità e una beatitudine che sia a lungo termine. Non siamo disposti a trattare sulla serenità d’animo! Le nostre anime non si toccano! Inoltre chiediamo più giustizia! – la folla lo applaudiva, Berto iniziò a scaldarsi – lei di lavoro fa l’arcangelo, si mette lì, controlla, dirige e noi produciamo virtù. Siamo stanchi di produrre virtù se questi sono i risultati! – diversi “bravo” e “siamo con te” lo raggiunsero – Vogliamo il posto eterno! La beatitudine non ci basta! Già a metà mese abbiamo esaurito tutta la nostra pazienza! Mi dice lei come facciamo ad arrivare a fine mese! Giustizia! Chiediamo giustizia!”

L’arcangelo Michele a braccia conserte ascoltava e scoteva più volte la testa, poi di espresse.

“Avete chiesto giustizia! E giustizia avrete!”

E sparì in volo.

Non passò molto tempo che sentirono i cori celestiali che precedevano l’arrivo delle camionette di angeli. Un angelo scese dalla prima angel-mobile con i lampeggianti accesi e la musica celestiale che aveva invaso l’ambiente.

Era un angelo combattente. Guardò la folla, gettò in terra la sigaretta che stava fumando e mormorò qualcosa. Subito dalle camionette scesero i primi contingenti di forze dell’ordine angelico, armati di caschi e scudi e si disposero a blocco tra gli operai e i cancelli della Fabbrica della Virtù.

“Abbiamo chiesto giustizia e voi ci mandate gli Sterminatori?”

Berto scese e radunò un gruppo di persone.

“Dobbiamo sfondare il muro e occupare la fabbrica.”

“Andiamocene Berto! Le cose si mettono male!”

Nel mentre che discutevano la folla rumoreggiava. Poi arrivò il primo lacrimogeno.

“Che cosa buttano?”

“Per tutti i diavoli! Ci stanno buttando addosso la Temperanza per placare gli animi!”

“Non respiratela!”

Le urla si fecero confuse. Alcuni colpiti dal gas temperante già lacrimavano e dicevano “Sì, sì, ragioniamo insieme, troviamo una soluzione! Siamo pentiti! Chiediamo perdono! È tutta colpa nostra!”

Berto e altri si erano allontanati a distanza di sicurezza.

“È la procedura standard. Iniziano con la temperanza per tenerci a bada.”

“E ora cosa faranno, Berto?”

“Ora ci perdoneranno.”

“Ma non abbiamo fatto niente. Non abbiamo nessuna colpa. Di cosa dobbiamo essere perdonati?”

Berto scosse il capo, amareggiato.

“È così da sempre. Loro perdonano gli innocenti.”

“Ecco, arriva la luce del perdono. State giù!” – gridò qualcuno.

Si sentì un boato silenzioso e carico di una luce intensa e bianca. Poi nulla più.

Berto si guardò intorno e si rese conto di averli persi tutti. Tutti, in lacrime o sorridendo, rientravano in fabbrica. “Ringraziamo il buon Dio che ci dà lavoro!”

“Sempre sia lodato!”

“Benedetto questo giorno!”

Berto scosse la testa, si rialzò, gli agenti angelici stavano perquisendo i manifestanti rimasti a terra, qualcuno, tra i più riottosi, era stato arrestato.

Defilò svelto in un vicolo nei dintorni, quindi intraprese la strada che lo portava al solito ritrovo.

Appena entrò nel bar un caldo olezzo lo travolse in pieno. Berto inalò l’aria a pieni polmoni e sorrise pensando che ogni volta che entrava in quel locale si sentiva a casa propria.

Si precipitò verso il bancone, salutando distrattamente i soliti astanti. Malgrado l’ora, il bar era abbastanza pieno. L’attenzione dei più era rivolta verso il maxischermo: gli Angels stavano vincendo 4 – 0 contro gli Yankee.

“Ancora credete in quel gioco? Le partite sono truccate!” – disse Berto appoggiato al bancone, ma dalla platea nessuno gli prestò attenzione.

“Pacem et circenses! Ecco cosa vogliono! Il sistema è marcio, Berto!”

Berto si voltò riconoscendo la voce di Uroburo.

“Uro! Come va?”

“Va che avevo puntato su di voi stamane!” – sibilò Uro che si era seduto sullo sgabello accanto. Tamburellava le dita sul tavolo. Sul collo aveva un tatuaggio numerico: 666. Tutti lo conoscevano come un “tipo da evitare”, nessuno sapeva molto sul suo passato. Diversi sostenevano che una volta era un angelo, poi decaduto dal servizio per indisciplina e ora combatteva contro il sistema per il quale aveva lavorato.

Berto sospirò e disse:

“Lo so, Uro. Ma sono più forti. Sono dannatamente più forti!”

“Giuda ballerino! – esclamò Uro – Berto tu sei l’eletto. Quello che può cambiare le cose. Non devi farti abbattere, tutti puntiamo su di te. Sei il migliore.”

“Non posso Uro! Non è facile!”

Uro gli si fece più vicino e sibilò a bassa voce.

“Allora dobbiamo alzare la voce, Berto! Dobbiamo farci sentire! Sei ancora con noi?”

Berto annuì.

“Certo che sono con te.”

Uro si voltò verso il barista.

“Un succo di mela alla spina per Berto! Fallo forte!”

FINE PRIMA PARTE

La rosa nel cortile

Splendido  niente di un uomo che cammina

G. Grignani

Alice si chiedeva che diavolo stesse facendo quel ragazzo lì nel cortile. Girava in tondo e probabilmente pensava. Lo aveva visto poche volte, malgrado abitassero nello stesso condominio, e in quelle rare occasioni c’era sempre stato del formale imbarazzo tra loro, quasi che ad entrambi non interessasse salutare l’altro, tuttavia ogni tanto ricordavano di farlo, in onore delle formalità.

A un certo punto stava prendendo a calci qualcosa, forse un sasso. Poi Alice si concentrò meglio e capì che quello doveva essere un bocciolo di rosa. Il cortile in quella stagione ne era pieno considerato il roseto poco distante.

Prendeva a calci il bocciolo, quello si spostava, lui lo raggiungeva, tirava un altro calcio con la punta della scarpa. Mano a mano che il bocciolo era preso a calci si andava rompendo, perdendo ora una fogliolina verde, ora un petalo.

Alice scosse la testa. “Perché doveva essere così pensieroso?” Guardò un libro di poesie poggiato sul letto e si ricordò di alcuni versi.

“Osate calpestare le aiuole”- aveva declamato il poeta. Così decise di scendere in cortile.

Abitava al primo piano, quindi le occorse soltanto un minuto per trovarsi giù, arrivò appena in tempo per guardare il ragazzo mettere fine a quel gioco bizzarro. Dopo un ultimo calcio, lui raggiunse il bocciolo e lo calpestò, insistendo con la pianta del piede, quasi come se dovesse schiacciare un qualcosa di ben solido e quindi gli occorresse molta forza. Alice credette di intuire sul volto del ragazzo che guardava in terra un’espressione rancorosa.

“Perché lo fai?”

Lui si voltò, evidentemente sorpreso dalla presenza di Alice che non aveva notato.

“Faccio cosa?” – replicò con aria interrogativa, quasi colto sul fatto, con l’espressione innocente di chi sostiene “Non sono stato io, non so di cosa stai parlando”

“Perché schiacci la rosa?”

Il ragazzo sospirò, guardò il bocciolo, del quale non era rimasto che un piatto groviglio di petali e una macchia umidiccia intorno, poi disse:

“Non dovrei?”

“Le rose sono belle, non dovrebbero essere schiacciate.”

“E chi l’ha detto?”

Alice fece spallucce, allargò le braccia e alzò gli occhi al cielo.

“La natura.”

“La natura? Dovresti sapere invece che la natura è crudele, forse bella sì, ma crudele e pericolosa. Le rose potrebbero schiacciare te.”

Alice andò a sedersi su una panchina.

“Non ti facevo filosofo.”

Lui le si sedette accanto.

“Non ti facevo impicciona.”

Alice si alzò e affrettò il passo verso il portone, sbuffando. Lui la rincorse.

“Scusami…scusami, non intendevo offenderti. Non sto tanto della quale oggi!”

Lei si voltò.

“Tu schiacci rose, ecco cosa fai.” , poi riprese il passo.

Lui la bloccò trattenendola per un braccio.

“Io non schiaccio rose, mi difendo. Mi difendo prima che loro schiaccino me.”

“E io non intendevo schiacciarti. Volevo essere d’aiuto!” – Alice aveva alzato la voce.

“Vuoi essere d’aiuto? Allora diamo fuoco al roseto. Diamo fuoco a tutte le rose. Ecco come puoi essermi d’aiuto.” –  anche il ragazzo aveva alzato la voce.

Poi si fece silenzio nel cortile. Lui aveva lasciato il suo braccio, entrambi guardavano in terra.

“Forse non dovresti dare fuoco al roseto. Forse lì in mezzo c’è una rosa buona!” – mormorò Alice a voce bassa.

“Forse…”

“Se vuoi ti aiuto a cercarla.”

“Come si fa a riconoscere la rosa buona da quella non buona?”

“Bè, anche la rosa buona ti farà male…ma ti sarà impossibile schiacciarla.”

Il ragazzo annuì. Alice gli tese la mano:

“Io comunque mi chiamo Alice.”

“Mario. – disse lui rispondendo alla stretta – Mi insegnerai?”

Alice sorrise e rispose:

“Sì.”

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