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Eccoti qui.

Eccoti qui, sdraiata. Sognante. Un corpo immacolato, il tuo. Che acquista un tendaggio di ingorda purezza, oggi, che è mattina, che è Natale. E i riflessi delle future campane di latta che ormeggeranno di alleluia i petti dei fedeli confluiscono nella fluviale schiena che imprime i seni sotto un intimo zerbino bianco. A vederti, saresti meta ambita delle formiche, che mai avranno percorso terricci più naturali. A toccarti, faresti vacillare il sandalo di qualunque male. L’ignoto, con te, diverrebbe miele succoso e colante. Nessun timore. Si lascerebbe il porto, ora. Pur sapendo dei pirati ad est. A chi importa. Non di certo. Eppure, mentre dormi rigetti nastri di salmone.

La vita sembra facile. E’ una balla certo, ma una balla in più cosa vuoi che conti. Una balla ti rende coraggioso, ed è l’unica bugia che regge le mutande da dinosauro che indosso. Dirò di più, sembra anche bella. La vita. Sì, grazie a te. L’ho detto? Effettivamente l’ho sentito anch’io. E’ così, ma non chiedermi di spiegarti altro. Semplicemente questa volta mi hanno spiazzato. Lassù, dalle parti del grande capo. L’ho insultato fino a seccarmi il gargarozzo che quel figlio di puttana mi ha spedito un pacco regalo col tuo nome, il tuo cognome, e il tuo culo. Con tanto di ricevuta di ritorno, tra le altre cose. Un ringraziamento è doveroso. Che ne pensi? Cosa vuoi pensare. Hai i tuoi sogni, ed è giusto che tu sia sorretta da questo piedistallo ballante. Finché. Ma non lo farai. Non prima delle undici di stamane. Hai la faccia stanca ed il sonno ha preso possesso delle tue narici. Avrai fatto tardi, ieri sera. C’era un bicchiere vuoto e uno che conservava ancora poche ninfee al suo interno, nel lavandino. Due giorni. Niente. Sebbene non abbia pensato altro che all’impronta del tuo essere nell’aria, che avrei inghiottito, se non fosse labile e polverosa come le strade di campagna. Il lavoro uccide, altro che rendere liberi. Sai cosa me ne importa dei quattro soldi piazzati in banca come soldatini di piombo sulla credenza? Ho la donna più bella del mondo ad un fiato da me e volete che io pensi a quei quattro soldi che puzzano di piedi, poiché qualcuno troppo premuroso non sapeva dove nasconderli? Avete errato. Dunque, tieniti forte. Ho ricevuto il trasferimento. Già. Così potremmo stare insieme e svegliarci insieme e dormire insieme e… Avevi ragione in fondo. Si è veramente su una montagna russa. Si respira il vento d’alta quota e si mangia la merda dei porcili. Dipende. Da chi? Da cosa? No, non importa. Mi costringi qui, su questo tappeto persiano comprato da quel marocchino che ce lo fece passare per autentico, ed è splendido.

Sono un alieno. La strana creatura poggiata alla scrivania della camera da letto che ti cova come un bozzolo, è un alieno. Ti guardo come uno di questi strani tipi che mi porto dall’infanzia tanto da assumerne le sembianze. Quando guardano il rotolo terrestre e pensano chissà quale stranezze articolate. Magari per loro siamo un pascolo o un tipo di pesce raro. Zuppa di umano all’indice. Ma il mio è un pensiero preciso, una palla da bowling che percorre una traiettoria ritta e impeccabile. Il risultato irrilevante. Ti amo. Voglio scrivertelo. Ecco, lo appoggio sul comò. Il foglio è un po’ stropicciato. Uno scontrino. Le migliori poesie vengono scritte sugli scontrini. Un ti amo fresco di giornata. Certo, da abbinare con una pasta calda, e un buon caffè, lungo macchiato e al vetro, come piace. Non svegliarti, torno, vedi che torno, il bar è qui sotto, ti lascio una sigaretta. Sul foglio. Dopo la ti e prima del amo.

Eccoti qui, sempre sdraiata, sempre sognante. Non ti sei neanche rigirata. Dormi, e non badi. Al tempo, sì. Quello atmosferico. Fuori c’è il sole, e le nuvole  si sono fatte piccole. Non si sta male. Ed a quello che passa, anche a quello sei indifferente. Te ne stai in pace. Non biasimo. Dovresti dormire più spesso. No, che dico. Ti perderai l’attimo. Farà la differenza. Certo che ne sono sicuro. Natale. È il trentaquattresimo. Trentaquattro modi diversi di vederlo e di viverlo. L’innocenza? Dove? Eccola lì che corre via reggendosi il soprabito. Cosa vuoi, è per tutti. Alla stessa maniera. Non possiamo farci niente in fondo. Prenditela pure con me. Hai bisogno di un capo espiatorio, fa pure. La colpa è tua. E’ mia. E’ sua. Chi se ne fotte. C’è colpa. Mancanza di buon senso, dici? Sarà. Credo che non faccia che imborghesire l’anima, il buon senso.

Eri, e non sei. Poteva succedere a chiunque. A noi. Non bramo la salivazione della tua lingua. Baceresti una carcassa? Così non baceresti me, fatto del putrido collante che ci tenne insieme. I ricordi, certo. Non li tocco. Conserveranno quel paesaggio romantico in cui mi permettevi di abitare. La boscaglia, attualmente, ha preso fuoco. Corri. Fa presto. Esci da questo bozzolo di filigrana, e confonditi le idee. C’è ordine nel cosmo. E dove questo erige le sue pretese, lì è più facile organizzare disordini. Con lo spirito, è ovvio. Ecco. Sì, sì. Il tuo spirito. Dov’è finito? Non lo sento più. Non l’ho più sentito. Sono andato via, per un po’ di giorni. Lo consigliano a tutte le coppie: “prendetevi tempo, vi farà bene.”

Sono tornato. Mi aspettavi? Sì, no, può darsi. Hai cambiato le carte in tavola. Le hai mischiate male. Hai guardato la mia mano mentre ero via. Qualcosa è successo, i conti non tornano. La patta non fa per me. Tienilo te il piatto. Ridammi il coraggio. Ce ne sono migliaia. Quelle navi non salpano più. Chi l’avrebbe detto, già. Tu di certo no. Risolvi tutto col dormire, e le biglie agli altri. Ho voglia di giocare a flipper. Lo so che sono un ragazzino: lo vedi qual è il punto? La chitarra di Hendrix del secondo minuto e trenta non ti lega al Mi bemolle del quinto minuto e due.

  Ho cinquanta centesimi. Il resto. Il caffè, fumante. La pasta calda, calda. Te la lascio, ok. Bevo il caffè. Lungo macchiato e al vetro. Una ciofeca. Che dirti. Svegliati, vado, vedi che vado, il bar è qui sotto, prendo la sigaretta. Fumo, non dispiacerti. Un ti amo, stantio, a mosca cieca. Dammi un attimo. Ecco. Sul foglio. Un non, un più. Prima della ti e dopo del amo.

Niente più uova al mattino

Antepost: Paolo Rigo nasce a Roma il 9 marzo 1985. Cresce a Latina e si ritrasferisce a Roma dove si laurea in Italianistica nel Novembre 2011. Esordisce nel mondo della letteratura con una raccolta poetica dal titolo Anima Piange (Edizioni della Sera, 2011).

Ha collaborato con Flanerì e pubblicato una raccolta di racconti, Littoria Blues City nell’estate del 2012 (Il foglio letterario). Appassionato di letteratura, ha curato il volume completo delle poesie di Otello Soiatti. Sempre nel 2012 esce una raccolta di saggi su Mario Luzi (Squillò luce, Arduino Sacco) mentre su alcune riviste scientifiche trovano spazio suoi interventi sulla poesia del ’900 ed in particolar modo su alcuni aspetti relativi alla metafora ed alla topica.

Di recente è stato tra gli organizzatori del concorso poetico Latina in Versi, si è classificato 2° al premio letterario GialloLatino sez. Giovani con il racconto Atlantide. Attualmente è dottorando presso il dipartimento di Italianistica di Roma Tre.

I pirati di Vongole & Merluzzi danno il benvenuto a Paolo Rigo a bordo della nave! Vento in poppa, ciurmaglia!

La notte si impossessa delle luci, dei viali, delle case, delle strade. Rimane accesa una piccola, piccolissima scheggia luminosa. Una finestrella. Lui guarda la televisione alle ventiquattro. Cerca qualche bella in piume d’oca. Non si eccita più da tempo.
La porta del bagno si apre. Insieme a lei, esce un profumo dolce di zagara e muschio albino. Una nuova essenza. Desiderio notturno. I passi sinuosi di lei delineano dei piccoli cerchi di rumore sulla superficie della notte. Lui spegne la tv e la osserva, la osserva immerso nella notte. Non dice nulla. Lei arriva alla porta di casa a passi felpati. Uno dopo l’altro, lenti ed attenti, crede che stia dormendo davanti alla tv. Non vuole svegliarlo.
«Me la prendi una birra?»
«Pensavo dormissi..»
«No..non stavo dormendo..me la prendi una birra?»
«Non avevi smesso di bere?»
«E tu non avevi smesso di uscire?»
Sul viso di lei una lacrima solca le rughe, scende sul viso, e si perde tra le piume. È bellissima. Con il suo foulard rosso ed il suo vestito nero che si spande sui fianchi provocanti. Non è più giovanissima ma non sfigura. Non ha mai sfigurato. Si gira, sospira, si porta in cucina. Accende una ad una le luci. Fa rumore con i tacchi, i passi felpati ora non servono più. Lui l’ha vista. Avrebbe preferito di no. La umilia farsi vedere mentre esce. Prende una birra, la apre, e va da lui. Lo trova in piedi appoggiato alla poltrona.
«Vai da lui?»
«Ti ho preso la birra»
«Avevi detto che non ci saresti più andata»
«Ti ho preso la birra..dai..non voglio parlarne..»
«Perché fai così? Perché cazzo?» Lei lo guarda. Il braccio destro è proteso verso di lui con la birra in mano. Delle lacrime si formano tra i bulbi oculari e lui continua a guardarla in cagnesco. Non la capisce. Non riesce a capirla. Non vuole capirla. Ha sempre vissuto nei suoi sogni. “A te”, pensa a te, pensa, pensa: perché non prende la birra e sta zitto? Pensa ancora, pensa ancora a te, beve un sorso di birra e si siede sulla poltrona. Le piume alzano la polvere e fanno un leggerissimo sbuffo, che si accompagna al suo uffa.
«Mi farai fare tardi..Cosa vuoi da me?»
«Voglio che la smetti..Ora..subito..sono stanco..»
«Anch’io sono stanca, e che dovrei fare? Come mangiamo poi?»
«I miei nipoti mi hanno detto che c’è un lavoro per me, si tratta solo di tirare avanti qualche altra settimana..»
«I tuoi nipoti..i tuoi nipoti..Qualche settimana? E con cosa? Non abbiamo più niente..Vuoi capirlo che i tuoi nipoti sono solo dei drogati? Vuoi capirlo che sono dei falliti? Che siete dei falliti? Che sei un fallito!»
«Non parlarmi così cazzo!» E più veloce di un riflesso. Il battito d’ali è involontario -non è controllabile- è così e basta, e la colpisce in faccia. Dritto sul becco. Il rossetto la macchia e un rivolo di sangue le si forma ai lati. Le lacrime si liberano del peso.
«Credi che sia facile per me? Eh? Dimmi cazzo! Sei solo uno stronzo..»
«Scusa..Cioè dai..scusami..non volevo colpirti..eh che..»
«È che sei solo un buon annulla. Mi sistemo in macchina sennò faccio tardi..»
«Io..io ti..io ti amo..»
«Ciao»

Sarebbe potuta andare così

La notte ripiomba nella casa. Lei esce e spegne tutte le luci. Lui rimane lì e pensa all’altro. Pensa a suo cugino. A Gastone. Perché? Beve la birra e la getta a terra. Il vetro si spacca e fa un rumore intenso. A lui non importa. È già in cucina davanti al frigo per prenderne un’altra.
«Perché non sei venuta prima? Eh? Mi avrebbe fatto piacere portarti a cena dalla contessa..Questo abitino nero che ti ho regalato ti fa veramente molto carina..»
«Lo sai che non voglio uscire presto non mi va che..»
«..Che mio cugino ti veda? Quello è un fallito tesoro. E tu stai perdendo tempo con lui. Glieli hai fatti vedere i documenti del divorzio?»
«No..»
«Oh cazzo..sei proprio un’oca imbecille..Che cazzo. Cristo»
«Dai calmati..non fare così» Lei prova a calmarlo e lui le molla una sberla sulla faccia. È la seconda. Ma stavolta sente davvero di non avere colpa. Questa è gratuita, non ha un prezzo ma deve stare zitta. Il prezzo è il silenzio.
«Che ti ho fatto male? Su non fare la scena, che me lo dici sempre che te le dà pure quel cornuto, eh? Dai che sotto sotto ti piace anche..Su..Ci scommetto»
«Senti non parlare più di Paperino così..ti prego Gastone: non parlare più di Paperino..»
«E se non parlo più di quell’impotente di un papero che cosa mi dai?» La testa di Paperina scivola tra le gambe ossute di Gastone. Il becco scansa le piume. Gastone geme. La cosa si conclude in una manciata di secondi.

«Ora vieni fuori. Ti voglio fottere sul cofano della macchina!» E lei esce. Lui le solleva la gonna sulla testa. La prende da dietro. Lei sta zitta e chiude gli occhi. Sono mesi che non fa l’amore con Paperino. Pensa a quando erano giovani. Pensa a lui, ai nipoti, a Paperoga: perché sei morto così Paperoga? Senza dire niente a nessuno. Hai fatto tutto da solo: la cocaina non ti bastava? Quando c’eri tu Paperino era diverso. Non beveva così tanto. Non era così solo. Gastone le viene dentro. Vuole incastrala. Lo sa del problema del cugino. Lo fa per lui. Per fargli male. Viene con ululato che sa di lupo sotto la luce della luna. Tutto intorno è ombra. Lei nei suoi pensieri maledice la serata di maggio quando tutto ha avuto inizio. Pensa che quell’invito non avrebbe mai dovuto accettarlo. Ma ormai è troppo tardi. «Ti è piaciuto gallinella?». E la mano destra le schiaffeggia il collo. Stavolta sono trecento dollari. Stavolta è di meno. Ma lei ha fatto tardi, le regole con Gastone si devono rispettare. È sempre stato così preciso. Non sfida mai la sorte, nonostante l’eredità.
Prima di entrare in casa, alle cinque e mezza del mattino, mentre il sole ancora non è sorto, si dirige nel garage, si alza la gonna del vestito, e spinge forte. Fortissimo. Le sembra di morire. Pensa forte a Paperino. Pensa forte che lo ama. Ma non riesce più a dirglielo. Deve fare molta attenzione. Escono fuori tre uova. Una si rompe. Prende i fogli della richiesta di divorzio e pulisce, pulisce con i fogli. Vorrebbe vedere la faccia di Gastone. «Ecco questo è tuo figlio, vai a cagare stronzo» sì, le direbbe così. Ride e piange. Si asciuga le lacrime e si dirige in cucina. Paperino dorme per terra tra i cocci di vetro delle cinque o sei bottiglie di birra, e la televisione accesa su un canale regionale. Avrà visto di nuovo del porno. Dovrebbe fare piano. Ma lo vede che è strafatto. Non deve preoccuparsi più di tanto. Prende una padella, versa l’olio, rompe i gusci, aggiunge il sale, prepara le uova. Ad occhio di bue. Pensa a quante uova potrà ancora fare, sente che non ci saranno molte altre uova. Gastone non la chiamerà più. Però non sa se essere felice. Quando finiranno loro non mangeranno più. A Paperino ha detto che non può avere figli. Glielo ha detto quando è iniziata la cosa con Gastone. Mentre le uova sfrigolano in padella, attraversa la cucina e se ne va in salone, spegne la tv, e guarda Paperino mezzo svenuto per terra. Pensa che dovrà pulire tutto lei, e che ha bisogno di riposare.
«Tesoro..dai che sono quasi le sei..Devi andare a cercare lavoro..La colazione è quasi pronta..»
«Sei rientrata? Ho sempre paura che non rientri..di non trovare la colazione..»
«Guarda: trecento dollari»
«Tienili tu..Non voglio sapere niente»
È un altro colpo sulla faccia che fa più male degli altri, Paperina respira forte, incrocia il suo sguardo con quello dell’immagine riflessa nello specchio, si guarda bene, si trova bella, bella ma sciatta, volgare, bella come una puttana. Inghiotte della saliva e dice:
«Vieni, di là ci sono le uova..»
In cucina mette le uova nei piatti. Fissa il sole oltre il vetro della porta-finestra. Lui le mangia. Non sa niente. Il sole che sale. Fissa l’alba. Pensa che non vorrebbe più fare uova al mattino.

Paolo Rigo

Littoria Blues City

Autore libro: Paolo Rigo

Titolo libro: Littoria Blues City

Editore: Edizioni Il Foglio

Prezzo: 14,00 €

  Uscito durante la scorsa estate per le combattive edizioni de Il Foglio Letterario, l’esordio narrativo di Paolo Rigo (già esordiente in versi con Anima piange, Edizioni della Sera, 2011) si presenta come un incrocio di direttrici dal diverso peso specifico, a cominciare dalle ascendenze letterarie principalmente americane. David Foster Wallace, John Fante, Charles Bukowski si scontrano con il dichiarato patrocinio di Pedro Juan Gutierrez in una prosa dal ritmo sostenuto e in costante accelerazione fino all’afasia del sincopato che l’aria jazzistica del titolo, ricalcato tra l’amato Allen Ginsberg e una boutade latinense di marca pennacchiana, suggeriscono. L’impasto è fitto, a tratti sovrabbondante, sicuramente allucinato e volutamente straniante nella descrizione di uno stralunato romanzo di formazione in diciotto racconti fra Latina/Littoria, città dell’adolescenza e Roma, città della prefigurata (dubbia) maturità.

La città che Rigo descrive nelle sue volute sintattiche e nelle esplosioni di un ego fagocitante, autoreferenziale e pregiudizievole, è popolata di piccoli criminali dai nomi sudamericani, trans, storie di droga e sesso, unite al timido incedere di ragazze della porta accanto, locali di provincia, timori adolescenziali. La misura assurda che suggerisce questo voyeur degli scandali di provincia, è, allora, quella di una mitomania sottile, giocata fra il sogno di vivere-come-in-un-libro, e la stringente attualità, anche politica. Dunque una riduzione impossibile che può lasciare smagliature e zone d’ombra a vantaggio di una preoccupazione nuova, scavare nel proprio e nell’altrui animo, omaggiare gli amici, condannare i nemici, offrire una personalissima e divertente visione del mondo.

  Protagonista incontrastato delle storie narrate è Sal Rinaldi, alter-ego letterario dell’autore. “Sal si rivolge direttamente ai lettori – come per una testimonianza urgente e immediata, un resoconto, una deposizione. Come Holden, non ha pazienza: va per conto suo , non aspetta nessuno. Mescola fatti a giudizi, pezzi di vita a libri e musica, in un disordine consapevole che è anche uno stato d’animo”, si legge nella Prefazione al volume dello scrittore Paolo di Paolo.

  La mescolanza è di certo una delle caratteristiche di questo romanzo in parti, per cui si possono trovare tra una storia e l’altra, tra una pagina e l’altra, noncuranti citazioni più o meno dirette a tutto il mondo di riferimenti artistici e culturali dell’autore, affastellate senza preoccupazioni di valore, attualità, riferimento, ecco così il Vinicio Capossela delle cadenze sghembe dei suoi ritmi balcanici, il Ruby-gate con tutto lo strascico di polemiche berlusconiane, il piccolo Woody Allen di Annie hall che protesta di non aver mai avuto un periodo di latenza.

  Comprare e leggere Littoria blues city significa sicuramente non essere un lettore canonico, di quelli che le escogitazioni editoriali hanno abituato a prodotti chimici trattati con editing tutti uguali. Piuttosto significherà avere a cuore le sorti della giovane narrativa italiana, alla quale si potrà perdonare qualche eccesso di fretta quando si verrà ricompensati dalla nitida visione, o sia anche solo dal sospetto, della presenza, fra le pagine di questo baraccone in movimento con tutto il suo seguito di caratteri riusciti o velleitari, di quella sostanza di cui sono fatti i sogni e le illusioni di un giovane autore.

Fabrizio Miliucci   

Il colore dei pesci rossi

-Ciao-

-Come va?-

-Bene grazie, te?-

-Un po’ stanca, ma bene-

-Hai fame?-

-Ora no, mangio dopo!te?-

-Ho mangiato, non sapevo quando saresti tornata. Ho invitato Claudio ed Elisa a cena venerdì, va bene?-

-Si, va bene. Sabato usciamo in barca con Andrea e Ilaria ricordi?-

-Si, ricordo. La sera poi siamo a cena da Paola per la festa di compleanno vero?-

-Si, e domenica a pranzo da tuo fratello in campagna-

-Certo!-

-Tesoro, credi che dovremmo avere un figlio?-

-No cara, non abbiamo tempo vedi?-

-Vero! E che ne dici di un cane?-

-Troppo impegnativo, magari un gatto-

-Il gatto strappa i divani però-

-Hai ragione, non avremmo tempo per il tappezziere poi. E un pesce rosso?-

-Allora un enorme acquario da mettere in sala, con centinaia di pesci tropicali!-

-Mi piace, darebbe colore alla casa-

-Ok, allora domani vado al negozio e…no aspetta, domani ho l’estetista, vai te?-

-Domani ho il massaggio shiatzu-

-Vabbè, andremo un’altra volta magari, siamo pieni d’impegni-

-Va bene, un’altra volta cara. Adesso scusa, sono in chat con Filippo, è stato lasciato dalla moglie, sta male ed io non ho mai tempo di ascoltarlo-

-Va bene, io vado a giocare a farmville di là.-

-’Notte cara, se ho tempo poi ti do il bacio della buona notte-

-’Notte-….-Certo l’acquario darebbe davvero un sacco di colore in questa casa- Pensò lei accendendo il computer.

Laetitia

Il tuffo del granchio

Si portò una mano sopra gli occhi per ripararsi dai raggi del sole, anche se non ce n’era bisogno, perché il sole era basso.

“Che fai?” – chiese lei, seduta a ridosso di una barchetta.

Lui scrollò le spalle.

“Forza dell’abitudine, a stare tutto il giorno sotto il sole.”

L’ombra di un gabbiano attraversò rapida quel pezzo di spiaggia.

“Dovevi dirmi qualcosa?” – domandò lei. I piedi ciondolavano. Con il destro spostava la sabbia verso il sinistro e con il sinistro si divertiva a lanciarla in direzione di un granchio. A volte il granchio si fermava, scrutava quello che accadeva, poi riprendeva a muoversi verso il mare, avvicinandosi alle spalle di Paul.

“A quest’ora si sta bene al mare.” – disse lui, seduto a riva, le gambe reclinate verso il petto, le braccia intorno alle ginocchia.

“Sei banale, il solito scontato amante dei tramonti.” – replicò lei alle sue spalle.

Lui scosse la testa.

“No, invece. Come fai a dirlo? Solo perché mi piace questo tramonto, non vuol dire che mi piaccia l’idea del tramonto. Anzi, a me piace l’alba, l’inizio, e mi piace anche quando il sole è alto, il pomeriggio poi lo trovo spettacolare, non trovi? Non ci ho mai trovato niente di bello nei tramonti, mi rendono triste.”

Lei non rispose. Neanche lui parlò. Se ne stettero per un pezzo così, senza parlare, di tanto in tanto al rumore del mare si aggiungeva quello di qualche motorino o qualche automobile che sfrecciava sulla strada d’asfalto al di là delle dune.

“Sta arrivando una barca. – disse lui. A qualche centinaio di metri una barca si avvicinava verso riva. Potevano vedere un uomo a bordo che lentamente alzava i remi e li riabbassava in acqua. – Forse qualcuno che si è attardato, un pescatore. Mi ricorda Hemingway.”

“Il solito letterato. Non sei dentro un romanzo ti avverto eh.” – disse lei. La sabbia seppellì il granchio, questi accelerò il passo e si portò all’altezza di Paul, quindi, con più calma, si avviò verso la battigia.

Lui sospirò e scosse la testa.

“E la gente lo sa che sai suonare e suonare ti tocca per tutta la vita.” – sorrise, poi portò le labbra in dentro e chiuse gli occhi.

“Non ho capito che hai detto. Che c’entra? Sai suonare?”

“Era una citazione di De Andrè. – lui voltò la testa un attimo per guardarla, poi tornò a guardare il mare, il rematore era più vicino – Un giorno imparerò a suonare qualcosa.”

“Sì, un giorno… – lei si era alzata – si sta facendo tardi. Andiamo?”

“è sempre troppo tardi per te…aspettiamo altri dieci minuti.” – disse lui.

“Che devi fare? Mi sto annoiando. E poi ho delle cose da fare.” – lei aveva iniziato a piegare l’asciugamano, con metodo metteva le cose dentro la borsa da mare, preparandosi a tornare verso la strada, dove diverse ore prima avevano lasciato l’automobile.

Aspettarono fintanto che la barca arrivò a riva, attraccando con un rumore quasi impercettibile, coperto più dai remi che venivano tirati all’interno.

“Ehi tu, puoi darmi una mano?”

Ted si alzò. “Volentieri che devo fare?” Il rematore scese dalla barca, gli lanciò una corda. Tira verso di te, io la sospingo da poppa. Così fecero finché la barca non fu completamente fuori dall’acqua.

“Hai pescato?” – gli chiese Ted.

“Non sono andato in mare per pescare. Mi stavo soltanto godendo il mare.”

“Ti piace navigare?”

“Sì, diciamo così. – l’uomo aveva preso a controllare l’interno della barca. – Scusami, vi ho disturbato? – chiese, accennando con il capo verso di lei. Lei si era allontanata, stava tornando verso le dune.

Ted la guardò. “No, nessun disturbo. Stavo giusto andando via.”

“Torni a casa?”

“Sì, è stato un piacere – si strinsero la mano – Buona serata.”

Ted aveva già percorso qualche passo poi si sentì chiamare.

“Posso dirti una cosa?” – gli disse il rematore.

“Cosa?”

“Quando non sai che fare, rema, o cammina, o corri, o striscia. Ma fai qualcosa. Non restare fermo. Il pericolo maggiore per un navigante non è una tempesta. Una tempesta potrebbe persino salvarlo: è la calma piatta. Quando non tira un filo di vento e tu hai percorso chilometri e ti ritrovi al largo nell’oceano. L’unica cosa che puoi fare pregando che il vento ricominci a soffiare, è remare. Non importa in quale direzione. Rema e spera. Da qualche parte arriverai.”

Ted lo guardò a lungo per diversi secondi. L’altro sosteneva lo sguardo.

“Grazie.”

L’altro allargò le braccia e sorrise, si salutarono così.

Il granchio si tuffò nel mare.

Fuffa

La vita non ha senso, anzi è la vita che ci dà un senso, sempre che noi la lasciamo parlare… perchè prima dei poeti parla la vita. Dobbiamo ascoltarla la vita.

 (Alda Merini)

La fuffa è la tipica lanetta che si forma nei tessuti e che in genere si rimuove poiché anti-estetica. Proprio questa connotazione ha fatto sì che venisse usato in senso lato per indicare un eccesso inutile. Può indicare anche l’accumulo di peli che si verifica negli animali o l’accumulo di polvere in batuffoli.

(Wikipedia)

“Sì, alle volte sento che mi sto perdendo in eccessi inutili. Non che faccia cose che non mi piacciono, al contrario ne faccio fin troppe. Solo che sento che tutte queste cose, prima o poi, andranno perdute come…”

“Come lacrime nella pioggia?” – completò Paolo citando il suo film preferito, mentre apriva una lattina di coca-cola. C’erano soltanto loro due al bar, faceva caldo: Minosse stava colpendo furiosamente l’asfalto e i pochi temerari astanti che si avventuravano a lasciare le case in penombra o gli uffici ronzanti per i ventilatori accesi.

“Esattamente – annuì Roberto – come lacrime nella pioggia. Solo che qui di pioggia se ne vede ben poca per adesso.”

“Attendi, devi imparare ad attendere. L’estate prepara sempre un nuovo inverno e l’inverno prepara sempre una nuova estate, è un ciclo, abbiamo un sacco di cose da imparare dalla natura.” – aggiunse Paolo, tirando su la coca cola con la cannuccia.

“Disse l’uomo della coca cola. – soggiunse Federico arrivando. Spostò la sedia e si accomodò insieme a loro due. – Che si dice, ragazzuoli?”

“Le solite minchiate – gli rispose Roberto – si parla del senso della vita.”

Federico annuì “Già, già…Da un po’ non si fa altro qui, eh?”

“Eh già. Hai visto che culo quella?” – ammiccò Paolo

“Vista e inquadrata da un pezzo. – disse Federico – Che voto gli diamo? Io opto per un 8 e mezzo.”

“Nove.” – rispose Paolo.

“Quattro.” – disse Roberto.

“Cazzo, Roberto! Oggi sei severo, eh? Ti sei svegliato con la luna storta?”

“Guardati attorno, se trovi un motivo sufficiente per vivere, dimmene uno.”

“Quel culo, ad esempio.” – gli rispose Paolo.

“Sì, quel culo!” – fece eco Federico.

Roberto alzò il bicchiere di birra.

“Al culo, ragazzi. è tutto qui!”

“Al culo!” – risposero all’unisono gli altri due.

“E che il vento ce lo porti qui.” – soggiunse Roberto.

“Amen.”

“Amen.”

Nota a margine dell’autore: in letteratura i bei culi scarseggiano. Caro Giacomo, avrei tanto voluto sapere com’era il lato b di Silvia, e se poteva dar filo da torcere a tutto questo gossip moderno. Chissà come sarebbero stati i jeans a Beatrice o a Laura!

L’aquilone.

-          Sembra una vita fa.

-          E’ una vita fa Jackie, avevamo appena dieci anni – replicò Adams dando spago all’aquilone.

Si era alzato un bel vento. I capelli si arruffarono. L’aquilone era di un rosso fuoco che sembrava una fenice in movimento sulle nostre teste con la coda fatta di triangoli.

-          Nonostante gli anni, Jackie, questo aggeggio sfida ancora il vento esattamente come quando eravamo piccoli – fece Adams – Ti ricordi quanto ci mettemmo per costruirlo?

-          Certo che mi ricordo, – disse Jackie – un’intera estate. Non era mai come lo volevamo!

-          Ma poi facemmo invidia a tutti i nostri compagni, era il solo che non cadeva mai.

-          Già, e tutti che volevano provarlo, ricordi? – fece Jackie – e noi che scappavamo con l’aquilone sottobraccio perché ne eravamo gelosi.

-          Darei in cambio un rene per tornare a quei momenti. Avevamo dieci anni ed eravamo felici. Stupidi, ma felici.

-          Non eravamo stupidi, Adams, eravamo solo inconsapevoli.

-          Stupidi, inconsapevoli. Che differenza fa? Non avevamo preoccupazioni, almeno.

-          Sei preoccupato? – disse Jackie.

-          Non più del solito. E’ la fine del mese: le rate della macchina, l’abbonamento in palestra di mia moglie, ora ci si è messa anche mia suocera che non può permettersi di andare alle terme e devo pagargli io il viaggio. Queste stronzate ti rovinano le giornate, credimi.

Adams diede ancora un po’ di spago e indietreggiò. Jackie lanciò un’occhiata in alto e quel rombo rosso ora copriva il sole.

-          Vuoi tenerlo un po’ tu? – disse Adams.

-          No, no. Ti ringrazio.

-          Ma come sarebbe a dire? Mica vorresti risparmiarti questa sensazione.

-          Quale sensazione? Quella di sentirci dei mocciosi in corpi di adulti?

-          Non fare lo sciocco. Tieni.

Adams mise lo spago nelle mani di Jackie. Jackie guardò l’aquilone, poi voltò la testa e fissò il sole. Rimase con gli occhi aperti per un paio di secondi, finché non fu costretto a richiuderli. Aprì i palmi delle mani e lasciò lo spago. L’aquilone volò giù dalla scogliera.

-          Jackie! Attento! – urlò Adams, che seguì, con le mani tra i capelli, la fuga dell’aquilone. – Perché l’hai fatto? Ma sei impazzito?

-          Era libero a metà – insinuò Jackie.

-          Cosa?

-          Sì. Era libero a metà, proprio come te, Adams, e come la maggior parte delle persone. Tentati dall’atmosfera, dal cielo, dalle nuvole ma tenuto buono da un filo quasi invisibile.

-          Ti sei bevuto il cervello? Cosa significano queste stronzate? Sentiamo!

-          Tu ti senti libero? – disse Jackie all’amico.

-          Certo che mi sento libero, che non mi vedi? Tutti quei libri che hai letto ti hanno fuso il cervello.

-          La vedo eccome la tua libertà, Adams. Una libertà decisa a tavolino. Studiata. Non voluta – disse Jackie guardandolo negli occhi.

-          E la tua? La tua sarebbe libertà? Non hai concluso niente in tutta la tua vita. Sei sempre stato un superficiale, un menefreghista. Uno sul quale non si può fare affidamento. Guardati. Tutti si sono sposati tranne te. Mi fai ridere.

-          Hai un pezzo di carta? – domandò Jackie.

-          Ho questo – Adams gli diede un foglio del giornale che aveva comprato all’edicola.

Jackie si sedette a terra a gambe incrociate. Cominciò a piegare il giornale. Fece un aeroplano.

-          Vedi questo, Adams? E’ un aeroplano di carta. Un pezzo di carta consapevole del suo destino ma che tra poco tenterà comunque di volare. Tu sei quel bambino attaccato ancora al suo aquilone, hai ricordi di una vita scomparsa da un pezzo. Attaccato alle sue certezze, ai suoi pilastri fermi. Io ho scelto di essere altro. Lo so che non volerò. Non a lungo. Ma preferisco precipitare nel vuoto e avere tutta la vita in un istante, piuttosto che restare a guinzaglio come te. Si è liberi non quando lo si diventa, ma quando lo si rimane, Adams. Quante volte hai messo le corna a tua moglie? Quante volte hai provato ad essere quello che non sei?

-          Tu non sai niente di me! – urlò Adams puntandogli il dito contro.

-          So quello che serve, amico mio, cioè che la tua vita è come quel veliero chiuso dentro la bottiglia che hai sul camino, ed è giusto che io te lo dica.

-          Lascia allora che io ti dica questo.

Adams strinse il pugno e lo colpì in pieno volto. Poi prese le sue cose e se ne andò.

Jackie con una mano al volto, lo guardò andare via. Si voltò verso il punto in cui era caduto l’aquilone, spiegò bene le ali dell’aeroplano di carta e lo lanciò.

L’aeroplano di carta fece finta di volare, poi cadde poco distante da quell’aquilone.

 

C’è crisi in paradiso

Berto allargò le braccia, fece spallucce e rivolgendosi al suo collega disse “Che sono morto a fare?”

L’altro, annuendo convinto, rispose “A chi lo dici? Mi sembra una vita che sono qui! E non ho mai visto un cambiamento!”

“Sì, sì! Fanno sempre così! Prima ti promettono il paradiso e poi quando non gli servi più ciao ciao!” – un terzo si era inserito fra i due.

“Ma deve esserci una soluzione! Insomma è o non è nei nostri diritti avere il posto eterno?”

“Seee, il posto eterno! – lo articolò il suo collega mentre saliva su una scala per appendere uno striscione a un palo della luce divina – Il posto eterno sai a chi lo danno? Ai raccomandati! Altro che meritocrazia!”

“Vero, verissimo! – disse il terzo che si apprestava a reggere la scala per aiutare l’altro a posizionare lo striscione – Sapete chi sta dentro quella fabbrica con contratto a tempo eterno? Il figlio del calzolaio!”

Berto scosse la testa “ Quel buono a nulla!”

“Dicono che abbia i requisiti!”

“Quali requisiti? Sentiamo!” – disse Berto poggiando le mani alla cintura e portando il petto leggermente infuori.

“Le solite buone azioni! Pare che il curriculum sia pieno di buone azioni fatte in vita!”

“Ma se in tutta la sua vita non si è fatto altro che le canne!” – disse il collega dello striscione che intanto aveva allacciato un filo.

“Magari farsi una canna è una buona azione!” – disse ridendo un quarto lì vicino, che ascoltava e seguiva la conversazione nel mentre che era indaffarato a scrivere con la bomboletta spray su una parete di nuvola.

“C’è poco da ridere! La verità è che quello è stato assunto perché era figlio di calzolaio!”

“Bravo! Niente di più vero! La Rivoluzione si dovrebbe fare!” – lo incalzava un altro nella piccola combriccola che si andava formando.

“Qui basta che sei figlio di calzolaio, di falegname, o disoccupato che subito hai il posto eterno e tanti saluti a chi laggiù comandava e lavorava!”

“Sì, vaglielo a spiegare te quanto è difficile vivere con i soldi di papà! Qui non lo capiscono!”

Intanto arrivavano altri gruppetti di persone, tutti appendevano cartelli o qualche altro striscione. Per quel giorno era prevista una manifestazione di massa davanti ai Cancelli della “Fabbrica delle Virtù”, una delle più grandi e tradizionali di tutto il Regno dei Cieli.

Iniziarono a formarsi dei cori, qualche fischio, qualche applauso, in direzione della Fabbrica.

Poi arrivò l’Arcangelo Michele da oltre i cancelli, ali spalancate e braccia protese.

“Vi prego! Amici, compagni! Non fate così! Entrate e andate a lavorare!”

“A Miché ma vaffanculo!” – urlò uno, subito seguito a ruota da tutti gli altri.

“Compagna ci sarà tua sorella! Non prenderci per il culo!”

L’arcangelo sbatté le ali, si erse due metri da terra in modo da averli tutti sott’occhio e disse “Vi annuncio che di questo passo non arriveremo a nulla! Fate i buoni! Su! Andate a lavorare! Per il bene di tutti!”

Berto si era arrampicato su un palo e, fattosi passare il megafono, urlò, richiamando l’attenzione di tutti:

“Vogliamo più garanzie. Vogliamo un aumento della felicità e una beatitudine che sia a lungo termine. Non siamo disposti a trattare sulla serenità d’animo! Le nostre anime non si toccano! Inoltre chiediamo più giustizia! – la folla lo applaudiva, Berto iniziò a scaldarsi – lei di lavoro fa l’arcangelo, si mette lì, controlla, dirige e noi produciamo virtù. Siamo stanchi di produrre virtù se questi sono i risultati! – diversi “bravo” e “siamo con te” lo raggiunsero – Vogliamo il posto eterno! La beatitudine non ci basta! Già a metà mese abbiamo esaurito tutta la nostra pazienza! Mi dice lei come facciamo ad arrivare a fine mese! Giustizia! Chiediamo giustizia!”

L’arcangelo Michele a braccia conserte ascoltava e scoteva più volte la testa, poi di espresse.

“Avete chiesto giustizia! E giustizia avrete!”

E sparì in volo.

Non passò molto tempo che sentirono i cori celestiali che precedevano l’arrivo delle camionette di angeli. Un angelo scese dalla prima angel-mobile con i lampeggianti accesi e la musica celestiale che aveva invaso l’ambiente.

Era un angelo combattente. Guardò la folla, gettò in terra la sigaretta che stava fumando e mormorò qualcosa. Subito dalle camionette scesero i primi contingenti di forze dell’ordine angelico, armati di caschi e scudi e si disposero a blocco tra gli operai e i cancelli della Fabbrica della Virtù.

“Abbiamo chiesto giustizia e voi ci mandate gli Sterminatori?”

Berto scese e radunò un gruppo di persone.

“Dobbiamo sfondare il muro e occupare la fabbrica.”

“Andiamocene Berto! Le cose si mettono male!”

Nel mentre che discutevano la folla rumoreggiava. Poi arrivò il primo lacrimogeno.

“Che cosa buttano?”

“Per tutti i diavoli! Ci stanno buttando addosso la Temperanza per placare gli animi!”

“Non respiratela!”

Le urla si fecero confuse. Alcuni colpiti dal gas temperante già lacrimavano e dicevano “Sì, sì, ragioniamo insieme, troviamo una soluzione! Siamo pentiti! Chiediamo perdono! È tutta colpa nostra!”

Berto e altri si erano allontanati a distanza di sicurezza.

“È la procedura standard. Iniziano con la temperanza per tenerci a bada.”

“E ora cosa faranno, Berto?”

“Ora ci perdoneranno.”

“Ma non abbiamo fatto niente. Non abbiamo nessuna colpa. Di cosa dobbiamo essere perdonati?”

Berto scosse il capo, amareggiato.

“È così da sempre. Loro perdonano gli innocenti.”

“Ecco, arriva la luce del perdono. State giù!” – gridò qualcuno.

Si sentì un boato silenzioso e carico di una luce intensa e bianca. Poi nulla più.

Berto si guardò intorno e si rese conto di averli persi tutti. Tutti, in lacrime o sorridendo, rientravano in fabbrica. “Ringraziamo il buon Dio che ci dà lavoro!”

“Sempre sia lodato!”

“Benedetto questo giorno!”

Berto scosse la testa, si rialzò, gli agenti angelici stavano perquisendo i manifestanti rimasti a terra, qualcuno, tra i più riottosi, era stato arrestato.

Defilò svelto in un vicolo nei dintorni, quindi intraprese la strada che lo portava al solito ritrovo.

Appena entrò nel bar un caldo olezzo lo travolse in pieno. Berto inalò l’aria a pieni polmoni e sorrise pensando che ogni volta che entrava in quel locale si sentiva a casa propria.

Si precipitò verso il bancone, salutando distrattamente i soliti astanti. Malgrado l’ora, il bar era abbastanza pieno. L’attenzione dei più era rivolta verso il maxischermo: gli Angels stavano vincendo 4 – 0 contro gli Yankee.

“Ancora credete in quel gioco? Le partite sono truccate!” – disse Berto appoggiato al bancone, ma dalla platea nessuno gli prestò attenzione.

“Pacem et circenses! Ecco cosa vogliono! Il sistema è marcio, Berto!”

Berto si voltò riconoscendo la voce di Uroburo.

“Uro! Come va?”

“Va che avevo puntato su di voi stamane!” – sibilò Uro che si era seduto sullo sgabello accanto. Tamburellava le dita sul tavolo. Sul collo aveva un tatuaggio numerico: 666. Tutti lo conoscevano come un “tipo da evitare”, nessuno sapeva molto sul suo passato. Diversi sostenevano che una volta era un angelo, poi decaduto dal servizio per indisciplina e ora combatteva contro il sistema per il quale aveva lavorato.

Berto sospirò e disse:

“Lo so, Uro. Ma sono più forti. Sono dannatamente più forti!”

“Giuda ballerino! – esclamò Uro – Berto tu sei l’eletto. Quello che può cambiare le cose. Non devi farti abbattere, tutti puntiamo su di te. Sei il migliore.”

“Non posso Uro! Non è facile!”

Uro gli si fece più vicino e sibilò a bassa voce.

“Allora dobbiamo alzare la voce, Berto! Dobbiamo farci sentire! Sei ancora con noi?”

Berto annuì.

“Certo che sono con te.”

Uro si voltò verso il barista.

“Un succo di mela alla spina per Berto! Fallo forte!”

FINE PRIMA PARTE

La rosa nel cortile

Splendido  niente di un uomo che cammina

G. Grignani

Alice si chiedeva che diavolo stesse facendo quel ragazzo lì nel cortile. Girava in tondo e probabilmente pensava. Lo aveva visto poche volte, malgrado abitassero nello stesso condominio, e in quelle rare occasioni c’era sempre stato del formale imbarazzo tra loro, quasi che ad entrambi non interessasse salutare l’altro, tuttavia ogni tanto ricordavano di farlo, in onore delle formalità.

A un certo punto stava prendendo a calci qualcosa, forse un sasso. Poi Alice si concentrò meglio e capì che quello doveva essere un bocciolo di rosa. Il cortile in quella stagione ne era pieno considerato il roseto poco distante.

Prendeva a calci il bocciolo, quello si spostava, lui lo raggiungeva, tirava un altro calcio con la punta della scarpa. Mano a mano che il bocciolo era preso a calci si andava rompendo, perdendo ora una fogliolina verde, ora un petalo.

Alice scosse la testa. “Perché doveva essere così pensieroso?” Guardò un libro di poesie poggiato sul letto e si ricordò di alcuni versi.

“Osate calpestare le aiuole”- aveva declamato il poeta. Così decise di scendere in cortile.

Abitava al primo piano, quindi le occorse soltanto un minuto per trovarsi giù, arrivò appena in tempo per guardare il ragazzo mettere fine a quel gioco bizzarro. Dopo un ultimo calcio, lui raggiunse il bocciolo e lo calpestò, insistendo con la pianta del piede, quasi come se dovesse schiacciare un qualcosa di ben solido e quindi gli occorresse molta forza. Alice credette di intuire sul volto del ragazzo che guardava in terra un’espressione rancorosa.

“Perché lo fai?”

Lui si voltò, evidentemente sorpreso dalla presenza di Alice che non aveva notato.

“Faccio cosa?” – replicò con aria interrogativa, quasi colto sul fatto, con l’espressione innocente di chi sostiene “Non sono stato io, non so di cosa stai parlando”

“Perché schiacci la rosa?”

Il ragazzo sospirò, guardò il bocciolo, del quale non era rimasto che un piatto groviglio di petali e una macchia umidiccia intorno, poi disse:

“Non dovrei?”

“Le rose sono belle, non dovrebbero essere schiacciate.”

“E chi l’ha detto?”

Alice fece spallucce, allargò le braccia e alzò gli occhi al cielo.

“La natura.”

“La natura? Dovresti sapere invece che la natura è crudele, forse bella sì, ma crudele e pericolosa. Le rose potrebbero schiacciare te.”

Alice andò a sedersi su una panchina.

“Non ti facevo filosofo.”

Lui le si sedette accanto.

“Non ti facevo impicciona.”

Alice si alzò e affrettò il passo verso il portone, sbuffando. Lui la rincorse.

“Scusami…scusami, non intendevo offenderti. Non sto tanto della quale oggi!”

Lei si voltò.

“Tu schiacci rose, ecco cosa fai.” , poi riprese il passo.

Lui la bloccò trattenendola per un braccio.

“Io non schiaccio rose, mi difendo. Mi difendo prima che loro schiaccino me.”

“E io non intendevo schiacciarti. Volevo essere d’aiuto!” – Alice aveva alzato la voce.

“Vuoi essere d’aiuto? Allora diamo fuoco al roseto. Diamo fuoco a tutte le rose. Ecco come puoi essermi d’aiuto.” –  anche il ragazzo aveva alzato la voce.

Poi si fece silenzio nel cortile. Lui aveva lasciato il suo braccio, entrambi guardavano in terra.

“Forse non dovresti dare fuoco al roseto. Forse lì in mezzo c’è una rosa buona!” – mormorò Alice a voce bassa.

“Forse…”

“Se vuoi ti aiuto a cercarla.”

“Come si fa a riconoscere la rosa buona da quella non buona?”

“Bè, anche la rosa buona ti farà male…ma ti sarà impossibile schiacciarla.”

Il ragazzo annuì. Alice gli tese la mano:

“Io comunque mi chiamo Alice.”

“Mario. – disse lui rispondendo alla stretta – Mi insegnerai?”

Alice sorrise e rispose:

“Sì.”

Lettera aperta a LordBad.

Porthos è il mio cane. Porthos è vivo. Oggi è stato investito. E’ uscito fuori dal suo territorio. Dalla sua casa. Si è spinto oltre, come un Ulisse al di là delle colonne. Una macchina in velocità. L’ha colpito. Lui è balzato.

Ho capito che la morte è fantasiosa. Questo non vuol dire che la morte non è uguale per tutti.

La morte è morte.

Anche quando scherza.

Anche quando fa finta di prenderti e poi ti molla di colpo.

Provo invidia per chi ama la vita. Ignaro. Per inconsapevolezza; per troppo ardore; per ignoranza.

Ignaro che la vita è esattamente come la morte. Ti coglie alla sprovvista. Un giudice che sbatte forsennato il martelletto e decreta se tu devi vivere o devi morire.

Basta un tanto. Una parola. Una parola e tutto diventa Storia.

Il verbo si è fatto carne ecc… , ecc…

Non tutti sanno quanto le parole sono inutili. Non tutti gli scrittori se ne accorgono. Pochi sono quelli che lo dimostrano.

Vedete, siamo degli abusatori. Di parole e quindi di promesse. E il coraggio è la rogna dell’anima. Nessun antibiotico lo combatterà.

Viviamo impauriti. Viviamo miseri.

Siamo plasmati con la miseria. I “plasmon” dell’emozione.

Ed il tempo non è fermo come l’orologio della mia stanza. Il tempo va. Su un purosangue e non un ronzino, come spesso si crede.

Per quanto la vita non si presta alla vita, e quindi ad essere vissuta nella sua interezza, noi abbiamo il diritto e il dovere di sacrificarci, o quantomeno di sforzarci, di andare oltre le nostre potenzialità. I nostri limiti.

Potremmo essere e diventare tutto ciò che vogliamo, se solo lo volessimo.

Cosa ci ferma? Cosa ci blocca? Perché abbiamo tanto timore? Cos’è questo timore che ci impedisce di…?

E’ il non voler perdere quello che si ha. Perché siamo persone comode, fondamentalmente. Comodi comodini accomodati.

Stiamo buttando un sacco di tempo in attesa di un tempo.

Migliore.

E se quel tempo non arriverà mai?

Cosa conta maggiormente: l’attesa del tempo o il tempo dell’attesa?

Qualunque sia la domanda, noi ci stiamo accontentando.

Comunque ci accontenteremo. Ecco perché credo fermamente che bisogna fare almeno il possibile per cambiare le carte in tavola e stravolgere la partita.

Stravolgerci. Sì. Vi rendete conto che la materia, il tatto sarà una delle primissime cose che non ci saranno concesse, domani?

Troppo spesso si ha il timore di accorgersi che si può essere felici anche non essendo se stessi, non essendo uguale a ieri.

Spesso si ha paura di accorgersi che si può perfino non essere felici. Perché fa parte della vita. Del gioco.

Sono franlinguamozza. E come i sette venti sanno, ho il vizio di parlare e dire ciò che penso.

Ora tu, Lordbad, puoi fare orecchie da mercante. Riderci su o perfino commentare con la tua forbita dialettica.

La verità sarà sempre una: potrai guidare questa barcaccia su qualsiasi oceano tu voglia, ma non sarai in grado di guidare il veliero della tua vita se continuerai ad usare la bussola.

Tuo, frank.

Appunti post-buongiorno.

Ho la sensazione che ci sia bisogno di silenzio. Si fermassero per un attimo i calzolai, quei pochi rimasti; i barbieri; i panettieri; gli impiegati d’ufficio ruba stipendio; i preti; i baristi; i braccianti convenienti; le puttane economiche; i malfattori; i secchioni e gli asini; gli edicolanti; gli attacca briga; i nulla facenti; i “tutto fare”; i precari; i sistemati; i sognatori e i rivoluzionari; gli sniffatori.

Si fermassero. Non per la patria né per politica altrui. Bensì per loro stessi.

Spazio a quel vano senso di pace che è tutto un dire e un professare dall’altare immacolato.

Dal seggio del silenzio sono convinto che le cose apparirebbero definite. Questo paese di vecchi vecchi e di giovani vecchi sarebbe migliore per un microfrangente di disperata anomalia. Niente più vanità e ridicolezze. Accuse e diatribe. Il pettegolezzo diverrebbe complimento. L’offesa, perdono. Niente più gare. Arrivismi.

Saremmo la fotografia perfetta di un presepe assopito e progredito. Sussultando con tutta la bellezza appartenutaci da secoli, potremmo espandere questo retaggio ghettizzante ad un’intera umanità. Un’immobile quiete lunga la cruna di un ago concederebbe un pezzo di “paradiso perduto”.

Tuttavia, i sogni giacciono sempre altrove. E Milton era un poeta, fallibile, come tutti i grandi scrittori. Ho una sensazione che non sarà mai sensazione. Costretto a girovagare come carro trascinato da nessun bue per strade su cui sono cresciuto, e che disconosco per la loro infedeltà. Non può un paese appartenerti. Non può una nazione appartenerti. Non può la vita, altresì, appartenerti. Mi chiamano “compaesano”. Mi credono “fratello”. Mi convincono di essere un “compagno”. Addirittura c’è chi aleggia la parola “figlio”. C’è una rete di legami inesistenti che lega l’uomo all’uomo rendendoci alghe attaccate a pescherecci. Non saremo mai liberi. Mai del tutto. Io non sono nessuno; dunque non posso essere “di” nessuno. La fratellanza è pura sopportazione. Dialettica. Quando osservo alcune personalità che scimmiottano la vita pagando con il loro tempo il mutuo della morte, statue di terracotta ferme ad una piazza pronte a sfilare, tacchini su tacchi, e civettano di confessionale in confessionale spogliando spudoratamente l’immagine di poveri Cristi ancora da martirizzare, quando parlo con gente altolocata che firma autografi su pezzi di carta igienica in cambio di una (t)rombante macchina che riverbera di colle in colle, capisco che non c’è niente di fraterno tra me e loro.

Ho pena per queste povere esistenze che sono solamente delle povere esistenze che ripetono un “mia culpa” interminabile di stupidità.

Nondimeno, vien da sollecitare a salvare le anime. Che le nostre siano, come voleva De André, delle anime salve.

Fuori l’estate stenta ad arrivare. I bar si riempiono. Le menti si sono sfollate.

C’è sempre qualcosa destinata ad essere tardiva, altre a non sopraggiungere affatto, come queste parole, presumibilmente.

2040, Val di Susa

Si tirò su e il sole gli illuminò il volto: era sbucato sulla parete sud dopo aver scalato la parte in ombra. Finalmente era arrivato in cima.

Si voltò a guardare giù, poi iniziò a chiamare, portandosi le mani a coppa intorno alla bocca.

“Clara! Clara dove sei?”

“Bu!”

Trasalì e si voltò: Clara era lì, appoggiata a una roccia, lo guardava e rideva.

“Credevi davvero di poter arrivare qui sopra prima di me? Povero illuso!” – e rise di nuovo.

Lui aggrottò le sopracciglia “Secondo me l’hai fatto apposta! Hai dato il giro! E sei arrivata qui dopo di me, magari in ritardo di qualche minuto, il tempo sufficiente per nasconderti dietro la roccia mentre ti chiamavo!”

Lei rideva ancora “Sì, e chi sono io? Flash! Va bene un’eccelsa scalatrice ma non ho ancora i super poteri!”

Lui posò lo zaino, sospirò e si portò nei pressi della roccia.

“Eccolo arriva!” – il bolide antigravitazionale sfrecciò rapidissimo trenta centimetri sopra i binari e lo persero di vista.

“Tra pochi giorni sarò di nuovo a Lione!”

“Potrò venire a trovarti, qualche volta.” – disse Clara.

“Verrai?”

“Sì, te lo prometto.” – Clara si alzò e lo abbracciò. Restarono abbracciati a lungo.

“Sai, a volte penso che se i nostri genitori non avessero desistito tanti anni fa…Noi non ci saremmo mai incontrati…Il movimento NoTav, mio padre ogni tanto mi racconta, ma dice che rifarebbe tutto. Dice che ha vinto la sua battaglia, perché si vince quando si sta già lottando, quando si crede in ciò per cui si lotta.” – disse Clara.

“Tuo padre ha ragione, ma non penso che ci siamo incontrati grazie all’alta velocità.”

“Ah, no?”

“No. Penso che eravamo destinati ad incontrarci. Tav o non tav”

“Allora anche la tav era destinata ad essere costruita” – replicò lei.

“Possibile, ma vedi c’è una differenza tra l’alta velocità e noi. Quella linea ferroviaria, prima o poi, sarà abbandonata. Io invece non ti lascerò mai, dovessi venire da Lione a piedi attraversando le montagne.”

Lei sorrise.

“Scendiamo, prima che venga il tramonto.”

Dove non nevica

- Ci sono posti dove non nevica mai.

- Che intendi?

Lui guardava la città, un alone di luci si sollevava come un mantello a sfidare la volta oscura del cielo. Qualche stella occhieggiava solitaria.

- Intendo quello che intendo.

- Non ti seguo Marc.

Marc sorrise, guardò il bicchiere di whisky che stringeva nelle mani. Veleno – pensò – non sapeva davvero cosa ci trovassero tutti quegli attori a bere quel “veleno”, eppure…lo aveva accettato, forse per sentirsi un attore dentro certi film, per illudersi che in qualche modo, da qualche parte la parola “The End” alla fine sarebbe arrivata.

- Intendo che lei non mi amerà mai.

- Lo farà qualcun’altra Marc. – gli rispose Philip versandosi dell’altro whisky nel bicchiere, mentre si adagiava sul divano.

- Qualcun’altra? Andiamo Philip! Mi prendi in giro? Mi chiedo dove ho sbagliato, che cosa ho mancato di fare…Non sono perfetto, non sarei stato perfetto ma…era tutto per me…Non era nient’altro che amore, non è nient’altro che amore.

- Per certe persone amare non basta, Marc. Fattene una ragione.

- Forse hai ragione, o forse no. Non è quello il punto. Non ha importanza nessuna spiegazione razionale, quando ami e non sei amato… – scagliò il bicchiere contro il muro. Il whisky macchiò la parete, e si disperse in piccoli rivoli tra i pezzetti di vetro frantumato.

- Mi chiedo come fai Marc?

- Come faccio cosa?

- Ad amarla.

- Amare lei per me è naturale, è come respirare. Nessuno me l’ha insegnato, né ho dovuto impararlo. Da qualche parte, in qualche modo l’amavo già prima ancora di conoscerla.

- Vuoi dell’altro whisky, Marc?

- No, grazie. Me ne vado.

- Dormici su.

Marc prese l’impermeabile, aprì la porta, si voltò e il suo sguardo incrociò quello di Philip.

- Sì, amico, è giusto che tu la ami – gli disse Philip.

Marc accennò un sorriso. Si richiuse la porta alle spalle. Fuori stava cominciando a nevicare.

Dedicato a Whitney Houston. Perché ognuno sceglie di andarsene nel modo che preferisce e non può essere giudicato per questo. Ci hai lasciato una meravigliosa canzone, e la tua voce ha fatto da colonna sonora a molte lacrime sincere. E questo penso che può bastare a meritarsi il paradiso. Bye Bye, Baby. 

Per ciò che conta e per quel che si spera.

E’ uscito un racconto.

Nelle notti di bufera e gelo, mentre passavamo il confine del grande stretto dei lupi marini.

Il rum ha fatto il suo dovere.

Le stelle hanno dettato. Gli squali hanno corretto.

Io ho riportato alla lettera, per ciò che conta e per quel che si spera, una storia. Una storia vera.

http://www.flaneri.com/index.php/altre-narrativita/leggi/ho_bevuto_ubriacandomi_sulle_tette_del_mondo/

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